GLI AMORI DI ZELINDA E LINDORO, di Carlo Goldoni - pagina 3
...
.)
ROB.
Sapete quanto vi amo.
Quietatevi, e col tempo spero di potervi render contenta.
ZEL.
Ah, voglia il cielo che diciate la verità!
ELE.
(da sè) (Che sì che costoro contano sulla mia morte!)
ROB.
Fidatevi di me, e non temete.
Ma rallegratevi, per amor del cielo.
Fate che in casa non vi vedano così trista.
Non fate ridere i vostri nemici.
Nascondetevi soprattutto a mia moglie.
ELE.
(avanzandosi) Bravo, signor consorte, lodo il suo spirito, la sua condotta...
ZEL.
(Eccomi in un nuovo imbarazzo.) (resta mortificata)
ROB.
E che cosa fate voi qui?
ELE.
Vengo ad ammirare ciò che ella ha la bontà di dire a questa buona figliuola.
ROB.
Ebbene, se avete sentito quel che le ho detto, sarete meglio persuasa e di lei e di me.
ELE.
(con collera) Sì, sono persuasissima, che vorreste ch'io crepassi per isposarla.
ROB.
Circa al desiderio che voi crepiate, lasciamola lì; ma circa allo sposare Zelinda...
ELE.
(come sopra) E avreste coraggio di aspirare alle terze nozze?
ROB.
Io non vi rendo conto del mio coraggio.
Vi dico solamente che pensate male...
ELE.
Ma spero che creperete prima di me.
ROB.
Sarà sempre meglio crepare, che vivere con una furia, come voi siete.
ELE.
Quella sfacciata me ne renderà conto.
ZEL.
Signora, voi non mi conoscete...
ELE.
Taci là, impertinente.
ROB.
Rendetele più giustizia.
Ella ha delle massime, che voi non avete mai conosciute.
ELE.
Ardireste di mettermi a fronte d'una mia serva?
ROB.
Una serva morigerata vale assai più d'una cattiva padrona.
ELE.
Questo è troppo soffrire.
Prenderò il mio partito.
Farò quelle risoluzioni che mi convengono.
ROB.
Ne farò io una sola, che valerà per tutte le vostre.
ZEL.
No, signor padrone, per amor del cielo...
ROB.
(ad Eleonora) Voi perseguitate a torto questa innocente.
ELE.
È innocente, come voi.
ROB.
Sì, come me.
Che vorreste voi dire?
ELE.
Due perfidi...
ROB.
Parlate bene.
ZEL.
Vi prego...
ROB.
(a Zelinda) Venite meco, non posso più tollerarla.
ELE.
(con ironia) Sì, ricovratela sotto de' vostri innocenti auspici.
ROB.
(a Zelinda, fremendo) Andiamo.
ZEL.
(a Roberto) Signore, lasciatemi qui un momento.
ELE.
Ecco il bell'acquisto che ho fatto! un marito, che potrebbe esser mio padre.
ROB.
Sì, per il consiglio, per la prudenza.
ELE.
E ho da soffrire tutte le sue imperfezioni?
ROB.
Di quali imperfezioni parlate?
ELE.
Di quelle del cuore, di quelle dello spirito, e di quelle della persona.
ROB.
Andate, che non posso più tollerarvi.
(parte)
SCENA XIV
Donna Eleonora e Zelinda
ELE.
Per causa tua, disgraziata.
ZEL.
Signora, se sapeste lo stato mio, vi movereste a pietà di me.
ELE.
Pretendi di migliorare il tuo stato alle spese di mio marito?
ZEL.
Ah no, signora, ve l'assicuro.
Sappiate che per mia disgrazia...
ELE.
Non vo' saper altro.
L'unica pruova che tu puoi darmi della tua innocenza, è il sortir subito di questa casa.
ZEL.
Se non credessi di offendere il mio padrone...
ELE.
Che padrone? Sono io la padrona.
Egli ti ha preso per servirmi.
Le cameriere non dipendono che dal piacere e dal dispiacere delle padrone.
Non son contenta di te, ti licenzio, vattene immediatamente.
ZEL.
Mi licenziate?
ELE.
Sì, ed ho l'autorità di farlo.
ZEL.
(Ah, profittiamo dell'occasione per vivere e per morir con Lindoro.)
ELE.
Se ricusi d'andartene, mi confermerai nel sospetto.
ZEL.
Signora, sono innocente, e se deggio darvene una prova coll'allontanarmene di casa vostra, partirò col maggior piacere del mondo.
ELE.
Bene, farete il vostro dovere.
ZEL.
Permettetemi ch'io unisca le mie poche robe.
ELE.
Andate, e sollecitatevi.
ZEL.
(in atto di partire) (Oh! Amore mi renderà sollecita più che non credi.)
ELE.
(minacciandola)Se vi avvisaste di parlarne con mio marito...
ZEL.
Non temete, signora, non lo vedrò certamente.
(Ah fra le mie disgrazie questa è la meno sensibile, e può essere la più fortunata.) (parte)
SCENA XV
Donna Eleonora, poi Don Flaminio
ELE.
Potrebbe anche essere ch'ella fosse innocente; ma in ogni modo deve partire.
L'orgoglio con cui mio marito mi tratta, merita ch'io ne faccia un risentimento.
Sia amore, sia pietà che lo mova, agisce sempre male, se pretende di agire a mio dispetto.
Se io non mi vendico da me stessa, poco conto far posso de' miei parenti.
Se fosse qui Don Federico, son certa che molto farebbe valere la sua amicizia per me! È un anno ch'ei partì da Pavia.
Doveva ritornare dopo sei mesi...
(guardando fra le scene) Ma che vuole il mio signor figliastro? Degna prole del mio graziosissimo sposo!
FLA.
Signora, con sua permissione, si potrebbe sapere che cosa ha con Zelinda?
ELE.
Ho io da render conto a vossignoria di quello che passa fra me e la mia cameriera?
FLA.
Ma che ha Zelinda che piange?
ELE.
Domandatelo a lei.
FLA.
Oh bene, senza ch'io lo domandi, contentatevi che vi dica che so ogni cosa; che ho sentito tutto da quella camera; che voi, signora, con vostra permissione, non potete licenziare Zelinda senza il consentimento di mio padre, ch'è il padrone di questa casa.
ELE.
Voi mi fareste ridere, se ne avessi voglia: che dice il padrone di questa casa? Si oppone egli alla mia risoluzione?
FLA.
Non lo so, non è in casa, e quando ritornerà...
ELE.
Tanto meglio se non è in casa; che Zelinda sen vada, e quando ritornerà...
FLA.
Signora, non isperate che ciò succeda.
Zelinda non sortirà certamente.
ELE.
Siete voi che vi opponete?
FLA.
Sì, signora, son io che, dopo mio padre...
ELE.
Sì, tocca a voi dopo il padre ad usarmi le impertinenze.
SCENA XVI
Fabrizio e detti.
FAB.
Signori, che cosa c'è? Mi perdonino.
Non si facciano sentire dal vicinato.
ELE.
Così si perde il rispetto ad una donna della mia sorte? Sì, Zelinda deve sortire di qui; l'ho detto, lo sostengo, e se n'andrà.
FLA.
Non se n'andrà...
FAB.
(a Don Flaminio, tirandolo in disparte) Signore, una parola in grazia.
Con permissione della padrona.
ELE.
(A costo di tutto vuo' sostenere il mio punto.)
FAB.
(piano a Don Flaminio) (Caro signor padrone, perchè non lasciate sortir Zelinda? Non vedete voi che fuori di casa, lontana da vostro padre, e nel bisogno in cui sarà di soccorso, avrete miglior agio per vederla, trattarla ed obbligarla ad amarvi?)
FLA.
(piano a Fabrizio) (Hai ragione: non ci avevo pensato.)
FAB.
(da sè) (Ci penso io per il mio proprio interesse.)
ELE.
Che si fa, signori miei garbatissimi? Si trama qualche insidia contro di me?
FLA.
Al contrario, signora mia.
Fabrizio mi ha dette delle buone ragioni, ed io consento che Zelinda sia licenziata.
ELE.
Oh, oh, che buone ragioni ha saputo dirvi? come vi ha sì presto guadagnato lo spirito? Posso essere a parte anch'io di queste buone ragioni? (da sè) (Non mi fido nè dell'un, nè dell'altro.)
FAB.
Signora, non è necessario che voi sappiate...
ELE.
È tanto giusto ch'io lo sappia, che vi farò parlare vostro malgrado.
FLA.
Contentatevi che Zelinda sen vada.
ELE.
Ma vuo' sapere il perchè.
FLA.
(piano a Fabrizio) (Abbiamo fatto peggio, mi pare.)
FAB.
Orsù, poichè la signora vuol saper il segreto, conviene svelarlo.
FLA.
(piano a Fabrizio) (No, non facciamo...)
FAB.
(a Don Flaminio) (Lasciate fare.) (a Donna Eleonora) Son persuaso che la signora non vorrà mettermi in un imbarazzo.
ELE.
No, vi prometto di risparmiarvi ogni dispiacere.
FAB.
Sappiate dunque che ho scoperto al signor Don Flaminio una cosa che lui non sapeva, e questa lo ha determinato ad acquetarsi su l'articolo di licenziare Zelinda; e la cosa è questa...
ma per amor del cielo...
ELE.
Non dubitate.
FAB.
Il signor Don Roberto ama troppo questa giovane, ed ella, non so che dire...
Tutto il mondo ne mormora, e ne sospetta...
ELE.
Oh ecco ch'io diceva la verità.
Oh mio marito si voleva difendere, e quell'indegna...
ma eccola, si è pentita forse di andarsene? Partirà suo malgrado.
SCENA XVII
Zelinda e detti.
ZEL.
Signora...
ELE.
(con collera) Che ardir avete voi di ricomparirmi dinanzi gli occhi? Perchè non ve ne andate, come vi ho ordinato, come mi avete promesso?
ZEL.
(con una riverenza) Signora, voi mi avete data la permissione di unire le mie poche robe.
L'ho fatto, sono pronta a partire, e vengo unicamente per far con voi il mio dovere.
ELE.
Bene, andate, e prego il cielo vi dia migliore condotta, e migliore fortuna.
ZEL.
Circa alla fortuna, sono avvezza ad averla contraria; ma circa alla condotta, grazie al cielo, non ho niente a rimproverarmi.
FLA.
(piano a Fabrizio) (E pur la vedo partire mal volentieri.)
FAB.
(piano a Flaminio) (Andremo a consolarla dove sarà.)
ZEL.
(a Donna Eleonora.) Se non fosse troppo ardire il mio, vi supplicherei d'una grazia.
ELE.
Se io potrò farvi del bene, lo farò volentieri.
ZEL.
Vorrei...
Ma se non voleste incaricarvene voi, pregherò il signor Don Flaminio, o Fabrizio.
FLA.
Dite, che posso fare per voi?
FAB.
Eseguirò i vostri ordini assai volentieri.
ZEL.
Vorrei che l'uno o l'altro facesse le parti mie doverose col signor Don Roberto...
ELE.
Sì sì, me ne incarico io; ma vi avvertisco, che se il signor mio consorte viene intorno di voi, e che voi abbiate l'ardire di riceverlo e di trattarlo, vi farò uscire di questo paese con poco vostro decoro.
ZEL.
Oh cieli! e volete ancora mortificarmi sì ingiustamente? Non siete ancor persuasa della mia innocenza?
ELE.
No, perchè ho dei testimoni in contrario.
FAB.
(piano ad Eleonora, perchè non parli) (Signora mia...)
ZEL.
E chi è, signora, che ardisce d'imposturare?...
Quali sono li testimonj?
ELE.
Eccoli lì.
Don Flaminio e Fabrizio.
FAB.
(da sè) (Diavolo!)
FLA.
(da sè) (Me l'aspettava.)
ZEL.
Come! hanno avuto coraggio quei due di parlare contro di me, in tempo ch'io ho avuto la discrezione di non parlare di loro? Sono falsi, sono mendaci.
Rispetto il signor Don Flaminio come figliuolo del mio padrone, ma l'onor mio vuole che mi difenda.
Se avessi badato a lui, meriterei, signora, la vostra collera ed il vostro disprezzo.
Egli non ha mancato di tormentarmi con dichiarazioni amorose, con studiate lusinghe, e con promesse di matrimonio; e quell'indegno di Fabrizio che fa l'amico del suo padrone, mi ama egualmente, mi perseguita, ed è il suo rivale.
Ecco, signora mia, chi dovete rimproverare, non un padrone pietoso, non un marito saggio e prudente, non una povera sfortunata.
Parto di qui volentieri per non soffrire inquietudini, per togliermi alla vista degl'impostori, per salvare il mio decoro, la mia insidiata riputazione.
(parte)
SCENA XVIII
Donna Eleonora, Don Flaminio e Fabrizio
ELE.
(a Don Flaminio e a Fabrizio) Bravi, bravissimi, l'uno e l'altro.
FAB.
(ad Eleonora) In quanto a me, vi protesto...
FLA.
(a Fabrizio) Indegno! vorreste gettar la colpa sopra di me?
ELE.
È inutile che parliate meco.
Zelinda è sortita ed ecco una ragione di più che giustifica la risoluzione che ho presa.
Se avete delle cose da dire (a Don Flaminio) voi le direte al padre, (a Fabrizio) voi le direte al padrone.
(osservando fra le scene) Eccolo lì, è ritornato.
Sarà mio carico l'istruirlo.
Toccherà a voi a giustificarvi.
(Presto, presto, impediscasi ch'ei non trattenga Zelinda.) (da sè, parte)
SCENA XIX
Don Flaminio e Fabrizio
FLA.
Tu m'ingannavi dunque, tu ti prendevi gioco di me?
FAB.
Signore, credete voi a tutto quello ch'avete inteso?
FLA.
Sì, lo credo anche troppo.
Sei un perfido, uno scellerato, e troverò la via di mortificarti.
FAB.
Se avrete la bontà di ascoltarmi...
FLA.
Sì, se ti ascoltassi, non ti mancherebbero dei pretesti, delle menzogne.
FAB.
(Io sono nel più grand'imbarazzo del mondo.)
FLA.
(A costo di tutto, non vuo' perder di vista la mia adorata Zelinda.)
SCENA XX
Don Roberto e detti.
ROB.
(Non avrei mai creduto che mio figliuolo...
Eccolo lì, con quell'altro ipocrita disgraziato.)
FAB.
(Povero me! il padrone!)
FLA.
(Ecco mio padre.
Oh cieli! Chi sa, se sarà istruito?)
ROB.
Fabrizio!
FAB.
Signore!
ROB.
Ritiratevi!
FAB.
Signor padrone...
ROB.
Andate via, vi dico.
Ho da parlare con mio figliuolo.
FLA.
(Ah ci sono!)
FAB.
(accennando Don Flaminio, e parte) (Conviene obbedire.
Chi sa che tutta la colpa non sia rovesciata sopra di lui.)
SCENA XXI
Don Roberto e Don Flaminio
ROB.
Ebbene, signor figliuolo carissimo, voi siete quello ch'è lontano dal pensiero di maritarsi, che ricusate tutti i partiti che vi si propongono, che non amate le conversazioni delle donne...
FLA.
Signore, è verissimo, non lo nego, l'occasione, il merito di Zelinda mi hanno fatto cedere alla mia avversione.
ROB.
E con qual animo? con qual intenzione?
FLA.
Se ho da dirvi la verità, non ho mai pensato che ad un fine onesto e degno delle qualità amabili di quella figliuola.
ROB.
In questo tu gli hai resa quella giustizia che merita.
Zelinda è nata assai civilmente, è saggia, è virtuosa, è morigerata.
Ma ella non ti conviene.
Io l'amo come se fosse una mia figliuola, però non l'amo a segno di perder di vista il decoro della mia famiglia.
Il nostro grado e la nostra fortuna ti promettono un matrimonio comodo e decoroso, e non acconsentirò mai...
FLA.
Deh! signor padre, se avete della bontà per lei, se avete della bontà per me...
ROB.
No assolutamente.
Levati dal capo cotesta idea; altrimenti troverò il modo di fare che ti svanisca...
FLA.
L'amo troppo, signore, e non sarà possibile...
ROB.
Temerario! ardisci di dire in faccia a tuo padre non sarà possibile?
FLA.
Zelinda ha del merito, e credo che la mia inclinazione sia bastantemente giustificata.
ROB.
Tocca a me ad approvarla: non tocca a te.
FLA.
Finalmente l'amore ch'io ho per lei, è un amor libero, che non fa torto a nessuno, e non reca a lei quel pregiudizio che rendere le potrebbe un amore di un'altra specie.
(con un poco di caricatura)
ROB.
Ah indegno! credi tu ch'io non ti capisca? Credi tu ch'io non veda ch'hai il mal animo di sospettare di me, ed hai la temerità di rimproverarmi?
FLA.
Non dico questo, signore...
ROB.
Orsù, ascoltami, e queste sieno l'ultime parole che ti dico su tal proposito.
Pensa a prendere il tuo partito; risolviti o di maritarti, o di andar a vivere nel castello che ci appartiene.
Non ti sembri duro ch'io ti allontani da me, per custodire una cameriera che merita un onesto riguardo.
FLA.
Che parlate voi di custodire la cameriera?
ROB.
Sì, Zelinda resterà meco, fintantochè sarà collocata.
FLA.
Non sapete voi che Zelinda?...
ROB.
E se tu resti col pretesto di maritarti, avverti bene di sfuggirla quando l'incontri, e non aver ardire di guardarla in faccia nemmeno.
FLA.
In casa?
ROB.
In casa.
FLA.
(con aria di gravità) Sarete servito.
ROB.
Come! me lo dici in maniera...
FLA.
Ve lo dico costantemente, poichè Zelinda in questa casa più non si trova.
ROB.
Come? non vi è più Zelinda?
FLA.
Non signore, è sortita, è congedata, è partita.
ROB.
E chi è che l'ha congedata?
FLA.
La vostra signora sposa.
ROB.
Senza dirmelo? senza dipender da me? per astio? per dispetto? per malignità?
FLA.
Certo, per quel carattere amabile che adorna il merito della mia signora matrigna.
(parte)
SCENA XXII
Don Roberto solo.
Tanto ardire! una simile soperchieria usar a me? No, sarei troppo vile, se la soffrissi.
Zelinda ritornerà in casa mia.
La ritroverò, la ricondurrò.
Eleonora è un'ingrata, mio figlio è un impertinente, Fabrizio è un impostore.
Tutti perfidi, tutti nemici.
Io merito più rispetto, e Zelinda più compassione.
(parte)
FINE DELL'ATTO PRIMO
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada.
Lindoro solo.
Ah pazienza! Sa il cielo quando potrò rivedere la mia cara Zelinda! Meschino di me! L'ho lasciata nelle mani de' miei nemici, in mezzo de' suoi persecutori.
È vero che Don Roberto ha cura di lei, ma egli non sa il pericolo che la sovrasta, ed ella non avrà coraggio di dirlo, ed io non ho avuto campo di manifestarlo.
Questo pensiero m'inquieta più della privazione medesima.
L'amore, il timore, la gelosia m'opprimono sì fattamente, che non sento la mia miseria, e sono indifferente agli oltraggi della fortuna.
Ecco qui: un giovine civile, allevato fra i comodi ed i piaceri, scacciato villanamente da un luogo, ed obbligato per vivere a servire un altro.
E buon per me che abbia trovato sì presto da collocarmi, per non essere costretto a vendere quel poco che ho in dosso per sostenermi.
La condizione che ora sono obbligato di prendere, è più umiliante dell'altra, ma pazienza: la soffrirei volentieri purchè avessi la compagnia di Zelinda, purchè mi fosse accordato il piacere di vederla.
Questa è la mia pena, questo è il mio martòro, questa è la mia unica disperazione.
(resta pensoso)
SCENA II
Zelinda, un Facchino che porta un baule, e detto.
ZEL.
(al Facchino) No, amico, non so dove andare precisamente.
Mi fido in voi.
Conducetemi in qualche onesto albergo.
FAC.
Se volete, vi condurrò in casa mia.
ZEL.
Sì, mi farete piacere.
Sarete giustamente ricompensato.
LIN.
Qual voce? (si volta)
ZEL.
Oh cieli! (scoprendo Lindoro)
LIN.
La mia Zelinda?
ZEL.
Il mio bene? (corrono e s'abbracciano)
LIN.
Come qui? Dove andate?
ZEL.
Vi racconterò...
FAC.
Signora, per quel ch'io vedo, voi non avete più bisogno di me.
ZEL.
(al Facchino) Aspettate, aspettate.
Sappiate, Lindoro mio...
FAC.
Ma il baule pesa.
LIN.
Mettetelo giù, galantuomo.
FAC.
Dove?
LIN.
Là, su quel muricciuolo di dietro quella casa.
ZEL.
Ed aspettate un momento, che vi chiamerò.
FAC.
Signora, vi avverto che in casa mia non vi è luogo.
ZEL.
Me l'avete pure esibito.
FAC.
Sì, vi sarebbe luogo per uno, ma non vi è luogo per due.
(si ritira)
SCENA III
Zelinda e Lindoro
LIN.
Presto, presto, mia cara, istruitemi delle vostre avventure.
Come siete voi qui? Che fate voi del baule?
ZEL.
Vi dirò in due parole.
Non sono più in casa del signor Don Roberto...
LIN.
Tanto meglio per me.
Come ne siete sortita?
ZEL.
Sono stata licenziata.
LIN.
Da chi?
ZEL.
Dalla padrona.
LIN.
Perchè?
ZEL.
Vi dirò, la signora Donna Eleonora...
LIN.
No, no, non perdiamo tempo per ora; mi racconterete ciò con più comodo.
Pensiamo ora a quello che più c'interessa.
Dove pensate voi di ricoverarvi?
ZEL.
Non lo so.
Mi aveva esibito il facchino...
Ma ora che ho avuta la fortuna d'incontrarvi...
Dove siete voi alloggiato?
LIN.
La necessità mi ha determinato...
ZEL.
Non pensiate già ch'io concepisca il disegno di dimorare con voi, finchè non siamo marito e moglie.
LIN.
Sì, avete ragione: ma pure eravamo insieme in casa di Don Roberto.
ZEL.
Altra cosa è il servire in una medesima casa, altra cosa sarebbe vivere insieme senza una positiva ragione.
LIN.
La sorte in questo ci è favorevole.
Potreste tentare di venir a servire nella casa dove io sono collocato.
ZEL.
Avete già trovato un impiego?
LIN.
Ah sì, ma qual impiego! ho rossore a dirvelo.
ZEL.
È cosa che vaglia a disonorarvi?
LIN.
No, fintanto ch'io non son conosciuto.
Vi dirò la cosa com'è.
Sortito di casa di Don Roberto, ho incontrato a caso Giannino, il garzon del librajo; gli ho confidato la mia situazione, si è interessato per me.
Mi ha condotto da una signora del suo paese.
Ella avea bisogno d'un cameriere.
Ho avuto qualche ripugnanza dapprima, ma poi pensando ch'io non poteva senza un appoggio sussistere, veggendo la difficoltà di potermi impiegare onorevolmente, temendo di non più rivedervi, ho accettato il partito, e mi sono accomodato per cameriere.
ZEL.
Povero il mio Lindoro! E tutto questo per me!
LIN.
Che non farei, mia cara, per voi?
ZEL.
E come dite voi che la fortuna ci potrebbe aiutare?
LIN.
La mia padrona ha bisogno ancor d'una cameriera...
Se vi riuscisse di entrarvi?...
ZEL.
Volesse il cielo! Ma in qual maniera poss'io condurmi?
LIN.
Vi dirò.
Ho sentito dire ch'ella si è raccomandata per questo a certa donna che chiamasi la Cecchina che fa la rivenditrice, ed abita vicino al luogo che si chiama il Bissone.
Informatevi di lei, cercatela, parlatele, fatevi proporre; e son certo, che se la signora Barbara vi vede, vi prende subito al suo servizio.
ZEL.
Si chiama la signora Barbara la vostra padrona?
LIN.
Sì, questo è il suo nome.
ZEL.
E la sua condizione?
LIN.
Il giovane suo paesano mi assicura ch'ella è la figlia unica di un negoziante di Torino, che per disgrazia ha fallito; ma trovandosi ella in necessità come noi, si approfitta della musica che ha appresa per passatempo, ed esercita la professione della cantatrice.
ZEL.
Io non disapprovo il mestiere, quando onestamente sia esercitato; ma assicuriamoci bene...
LIN.
Giannino mi ha prevenuto, ch'ella è la più saggia e la più onesta giovane di questo mondo.
ZEL.
Quand'è così, non avrò alcuna difficoltà di propormi.
LIN.
Oh bella cosa sarebbe che ci trovassimo nuovamente insieme!
ZEL.
Direi che la sorte mi è più favorevole che contraria.
LIN.
Vi amo tanto!
ZEL.
Siete sì ben corrisposto!
LIN.
Ma andate subito, cara, andate.
Vi sovvenite voi di Cecchina?
ZEL.
Sì, so benissimo.
Al Bissone.
Non perdo tempo...
(vuol partire, poi si ferma) Ma che farò frattanto del mio baule?
LIN.
Consegnatelo a me.
Lo farò portare in casa della padrona.
Dirò ch'è la roba mia.
ZEL.
Va benissimo.
Ehi, galantuomo.
(alla scena)
SCENA IV
Il Facchino col baule, e detti.
FAC.
Son qui.
Avete ritrovato il quartiere?
ZEL.
Andate con questo giovane.
Portate il mio baule dov'egli vi ordinerà, e sarete da lui soddisfatto.
FAC.
Benissimo.
Ditegli ch'abbia riguardo al tempo che mi ha fatto perdere.
ZEL.
Sì, avete ragione.
(al Facchino) Pagatelo generosamente.
(a Lindoro)
LIN.
(Cara Zelinda, deggio dirvi una verità lagrimosa.)
ZEL.
E che cosa?
LIN.
Non ho tanto danaro in tasca per soddisfar il facchino.
ZEL.
Io ne ho veramente, ma tutto il mio è nel baule.
Tenete la chiave, apritelo quando siete in casa, e pagatelo.
LIN.
Siete pur buona! siete pure amorosa!
ZEL.
(in atto di partire) Addio, addio.
LIN.
(la chiama indietro) Ma sentite sentite.
FAC.
(a Lindoro)Va lunga questa faccenda.
LIN.
(al Facchino) Un momento.
- Se voi venite in casa con me, com'io spero, conteniamoci con prudenza, che non si venisse a scoprire...
ZEL.
Oh sì, bisogna fingere indifferenza.
LIN.
E anche dell'avversion, se bisogna.
ZEL.
Così, così, non tanta.
Ricordatevi di quel che abbiamo passato.
FAC.
Sono stanco; lo getto qui, e me ne vado.
LIN.
(a Zelinda) Addio.
ZEL.
Addio, addio, a rivederci.
(parte)
SCENA V
Lindoro, il Facchino, poi Don Flaminio
LIN.
(al Facchino)Andiamo, andiamo.
FAC.
Abbiamo d'andar troppo lontano?
LIN.
No, trenta o quaranta passi, e non più.
FAC.
Le mie spalle se ne risentono.
(vanno per partire)
FLA.
(da sè) (Ah sì senz'altro; quello è il baule che appartiene a Zelinda.) (al Facchino) Fermatevi, galantuomo.
FAC.
Un'altra fermativa?
LIN.
(a Don Flaminio) Che cosa pretendete, signore?
FLA.
(a Lindoro) Dove fate voi trasportare quel baule?
LIN.
Qual ragione avete voi di saperlo e di domandarlo?
FLA.
Temerario! così mi rispondete?
LIN.
Signore, io non vi perdo il rispetto, ma non sono più al vostro servigio, e non avete alcuna autorità sopra la mia persona.
FAC.
Finiamola, ch'io non posso più.
LIN.
(al Facchino, incamminandosi) Seguitatemi.
FLA.
(lo ferma con violenza) Fermatevi.
FAC.
(lascia cadere il baule in terra, e vi siede sopra) Eh il diavolo vi porti.
FLA.
(a Lindoro) Dov'è Zelinda?
LIN.
(con sdegno) Io non lo so, signore.
FLA.
Come! Avete voi in consegna il di lei baule, e non sapete ov'ella sia?
LIN.
Non lo so, vi dico, e quando lo sapessi, non lo direi.
FLA.
(minacciandolo) Vi farò parlare per forza.
LIN.
(con spirito) Spero che vi guarderete di usarmi qualche violenza.
FLA.
Giuro al cielo!...
(Ma no, conviene per ora moderare la collera.)
LIN.
(al Facchino) Prendete su quel baule.
FAC.
(a Don Flaminio) Lo prendo, o non lo prendo?
FLA.
Basta, basta...
prendetelo, portatelo, non mi oppongo.
FAC.
(a Lindoro) Aiutatemi, se l'ho da rimettere in spalla.
LIN.
(Misero me! a qual condizione son io ridotto!) (dà la mano al baule, e lo rimette in spalla al Facchino)
FLA.
(da sé) (È meglio ch'io li lasci fare, ch'io li sèguiti di lontano, e che mi assicuri s'egli lo porti in casa della cantatrice, dove mi dicono ch'ei sia ricoverato.)
LIN.
(al Facchino, incamminandosi) Andiamo.
FAC.
In nome del cielo!
SCENA VI
Don Roberto ed i suddetti.
ROB.
(arresta il Facchino) Alto là, alto là.
FAC.
Cosa c'è di nuovo?
ROB.
Dove vai con quel baule?
FAC.
(accennando Lindoro) Domandatelo a quel galantuomo.
ROB.
(a Lindoro) Dov'è Zelinda?
LIN.
Non lo so, signore.
Me l'ha domandato ancora il signor Don Flaminio.
ROB.
(a Don Flaminio) Disgraziato! Persisti ancora a disobbedirmi?
FLA.
Ma io vi assicuro...
ROB.
(a Lindoro) Voglio sapere dov'è Zelinda.
LIN.
È inutile che a me voi lo domandiate.
FAC.
(da sè) (Lo torno a gettar per terra.)
ROB.
Troverò io la via di saperlo.
Amico, voi mi conoscete; voi avete preso quel baule in casa mia; venite con me, e riportatelo ov'era prima.
FAC.
Mi pagherete?
ROB.
Vi pagherò.
LIN.
(a Don Roberto) Ma voi, signore, non avete più autorità...
ROB.
Mi maraviglio che abbiate ardire...
FAC.
Eh corpo del diavolo! Lo porterò dove l'ho trovato.
(parte)
ROB.
(a Lindoro) Ci parleremo con comodo.
Se Zelinda vorrà il suo baule, verrà ella a prenderlo in casa mia.
(parte dietro al Facchino)
SCENA VII
Don Flaminio e Lindoro
LIN.
Non permetterò mai...
(vuol seguitar Don Roberto)
FLA.
(lo trattiene) Fermatevi.
LIN.
Nessuno mi potrà impedire...
(vuol sforzare il passo)
FLA.
Fermatevi, o giuro al cielo...
(mette la mano alla guardia della spada)
LIN.
(fa lo stesso, poi si pente) - (da sè) (Ah se Zelinda non mi trattenesse!)
FLA.
Ecco il bel servigio che avete reso a Zelinda.
LIN.
Vostro padre è un uomo d'onore.
Le renderà tutto quello che le appartiene.
FLA.
Ma intanto...
LIN.
Intanto siete voi la causa ch'ella avrà questo spiacere.
FLA.
Ditemi dov'ella si trova, e m'impegno di farvi avere il di lei baule.
LIN.
V'impegnereste di questo?
FLA.
Sì, vi do la mia parola d'onore.
LIN.
Malgrado ai risentimenti di vostro padre?
FLA.
Malgrado a tutto quello che mi potesse arrivare.
LIN.
Signore, se mi permettete, vorrei dirvi una cosa.
FLA.
Ditela liberamente.
LIN.
Mi perdonerete voi s'io la dico?
FLA.
È cosa che possa offendermi?
LIN.
No, poichè non è che un sentimento onesto e sincero d'un vostro buon servitore.
FLA.
Parlate dunque senza difficoltà.
LIN.
Quel ch'io ho l'onore di dirvi si è, che il modo vostro di pensare fa torto all'educazione che avete avuta, fa torto a voi medesimo...
FLA.
Mi vorreste fare il pedante?
LIN.
Non signore.
Parlo con la dovuta riverenza, e vi dico, che mancar di rispetto al padre...
Deh ascoltate pazientemente uno sfortunato che trovasi nel caso vostro.
Io, signore, io stesso per secondare l'amore, la passione, o il capriccio, ho disobbedito mio padre, ho mancato al debito di rispettarlo, mi sono allontanato da lui, ed eccomi ridotto a soffrire la servitù, a soffrire l'avvilimento, il dispregio e la derisione.
Ecco gli effetti della mala condotta.
Prendete esempio da me, regolatevi nelle vostre intraprese, e compatitemi se ho avuto l'ardire di correggervi, e se ho la disgrazia di dispiacervi.
(parte)
SCENA VIII
Don Flaminio, poi Fabrizio
FLA.
Costui ha trovato la via di mortificarmi, senza ch'io possa trattarlo male.
Mi ha detto la verità, mi ha convinto col suo proprio esempio.
Ma le insinuazioni d'un rivale non vagliono a persuadere, e non sono in grado di cedergli tranquillamente il cuor di Zelinda.
L'amo e sono impegnato, ed ho il puntiglio per sopra carico dell'amore.
FAB.
(Ecco qui Don Flaminio.
Ho ancor bisogno di lui, e convien tentare di lusingarlo.) Signore...
FLA.
Indegno! ardisci ancora di presentarti dinanzi a me?
FAB.
In verità, signore, mi fate torto.
FLA.
Vorresti ancora inorpellarmi la verità?
FAB.
Ma qual verità?
FLA.
Che! non ha parlato chiaro Zelinda?
FAB.
E volete credere ad una giovine innamorata, che accusa tutto il mondo per coprir sè medesima?
FLA.
Non hai avuto coraggio di difenderti in faccia sua.
FAB.
Perchè Donna Eleonora non mi ha dato il tempo di farlo.
FLA.
Tu sei un perfido, tu m'inganni.
FAB.
Siete in errore, signore, ve l'assicuro.
Vi darò prove della mia fedeltà.
Sapete voi dove sia Zelinda?
FLA.
(serio) No, non lo so.
FAB.
(da sè) (Questo è quello che mi dispiace.)
FLA.
(Scopriamo un poco l'intenzion di costui.) Perchè mi domandi tu, se io so dove sia Zelinda?
FAB.
Perchè ora sarebbe il tempo di guadagnarla.
FLA.
Per chi?
FAB.
Per voi.
FLA.
(con sdegno) Per me, o per te?
FAB.
Per voi, ve l'assicuro, per voi.
Io non ci penso, e non ci ho pensato mai.
Se anche avessi qualche inclinazione per lei, credete ch'io non capisca ch'ella è vana della pretesa sua nobiltà, e che non avrei in concambio che dei disprezzi? Io le ho parlato per conto vostro, ed ella ha interpretato male i miei detti.
Ha preso gli elogi per dichiarazione d'amore, e le mie attenzioni civili per effetti di attaccamento.
Mi dispiace che non si sa ove sia, altrimenti vi farei toccar con mano la verità.
FLA.
(placidamente) Non si sa dove sia, ma si può sapere.
FAB.
Per saperlo, basterebbe rilevare dov'è Lindoro.
FLA.
E che si potrebbe sperar da lui?
FAB.
Potrebbe darsi che fossero insieme; e se non lo sono ancora, mi darebbe l'animo di ricavare da lui...
FLA.
E credi tu che Lindoro si lascerebbe indurre a scoprirlo?
FAB.
Ne son sicuro.
FLA.
Ed io ti replico che t'inganni.
Ho parlato io stesso a Lindoro, l'ho lusingato, l'ho minacciato: è stato inutile, non vuol parlare.
FAB.
Eh cospetto di bacco! Se gli parlo io, scommetto che mi dà l'animo di farlo parlare.
FLA.
Se questo potesse essere...
FAB.
Sapete voi dov'egli dimora?
FLA.
Sì, l'ho saputo per accidente.
FAB.
Ditemelo, e non dubitate.
FLA.
L'amico suo, il suo paesano Giannino, l'ha collocato per cameriere in casa di certa signora Barbara cantatrice.
FAB.
So chi è, la conosco.
FLA.
La conosco anch'io, ma non so ove stia di casa.
FAB.
Lo so io, lo so io.
Anderò a ritrovarlo, e gli parlerò, e gli terrò dietro se occorre, e farò tanto, che mi riuscirà di saperlo.
FLA.
Insegnami la casa della cantatrice.
FAB.
Non serve, signore, non serve che v'incomodiate.
Fidatevi di me, lasciatevi servire, e vivete tranquillo.
(È sciocco se crede ch'io voglia operare per lui).
(parte)
SCENA IX
Don Flaminio solo.
Il furbo non vuol insegnarmi la casa, ed io pazzamente gli ho nominato la persona.
Dubito che continui a burlarsi di me.
Ma non è difficile a rilevare la dimora della cantatrice.
Andrò io stesso col pretesto di visitarla.
Una virtuosa di musica non rifiuterà la sua porta ad un galantuomo, tanto più che ci siamo trovati insieme più d'una volta, e mi conosce.
Voglio nuovamente parlare a Lindoro, voglio prevenire Fabrizio, e valermi del suo disegno, come egli si vale della mia scoperta.
Amore non manca di mezzi termini e di ripieghi.
È vero ch'io vado incontro alla collera di mio padre, ma egli non può sapere tutti i miei passi, e poi è troppo buono per non compatire una passione sì tenera, e sì comune.
(parte)
SCENA X
Camera in casa della cantatrice, con spinetta e clavicembalo.
Lindoro solo.
Sono inquieto per la mia Zelinda.
Non so s'ella avrà trovato la rivenditrice.
Non la vedo ancora a venire.
Ma che dirà la povera figlia, quando saprà che il baule non è più in mio potere? Sa il cielo quanto vi vorrà per riaverlo, e ch'ella non sia obbligata a rientrare...
Ma no, a costo di perder tutto, ella non rientrerà in quella casa, ella non mi darà più il dispiacere di vederla fra' miei nemici.
Soffro io per lei una condizione indegna di me, soffrirà ell'ancora egualmente finchè la sorte si cangi, finchè mio padre s'acquieti, e mi permetta di essere seco lei fortunato.
Ma ecco la mia padrona.
SCENA XI
Barbara e detto.
BAR.
Tirate innanzi, Lindoro, quella spinetta.
LIN.
Sì, signora, subito.
(eseguisce, ma con istento)
BAR.
Una sedia.
LIN.
(accosta una sedia alla spinetta, e sospira) Eccola.
BAR.
Sapete fare il cioccolato?
LIN.
Passabilmente; mi proverò.
BAR.
Dite la verità.
Voi non siete molto avvezzo a servire.
LIN.
Spero che non avrete a dolervi di me.
BAR.
Son sicurissima della vostra buona volontà, mi parete un giovine ben disposto; ma capisco dal poco che avete fatto finora che non è questo il vostro mestiere.
LIN.
Veramente nella casa da dove ora sono escito, io serviva per segretario.
BAR.
E perchè adattarvi ora ad un servigio inferiore?
LIN.
Voi mi proverete, signora, e spero che non sarete di me malcontenta.
BAR.
La vostra fisonomia, la maniera vostra civile, mi fanno credere che siate nato in uno stato migliore.
LIN.
Signora...
son nato galantuomo, sono sempre vissuto da galantuomo, e questo è quello di cui ambisco vantarmi.
BAR.
Non sarebbe gran fatto che la fortuna contraria facesse un torto alla vostra nascita.
Io sono nel medesimo caso.
Io non era nata per professare la musica.
L'ho appresa per puro divertimento, e la disgrazia del povero mio genitore...
LIN.
È stato battuto, mi pare.
BAR.
Sì, andate a vedere chi è.
LIN.
Vado subito.
(parte)
SCENA XII
Barbara, poi Lindoro
BAR.
Quando mai si cangerà per me la fortuna? Di tanti adoratori che mi circondano, possibile che non ne ritrovi uno che pensi onorevolmente sopra di me! Il mio contegno dovrebbe pure far conoscere il modo mio di pensare; dovrebbe disingannare i male inclinati, e movere qualcheduno a levarmi da un tal mestiere, ed a credermi degna della sua mano.
LIN.
(da sè, in disparte) (Eccola la mia Zelinda.
Oh! cieli, fate ch'ella sia ricevuta.)
BAR.
E bene, chi è?
LIN.
È una giovane che vi domanda.
BAR.
La conoscete?
LIN.
Non l'ho mai veduta.
BAR.
Sapete che cosa voglia?
LIN.
Io credo venga ad offerirsi per cameriera.
BAR.
Può essere, perchè ho licenziata quella che aveva, e mi sono raccomandata per averne un'altra.
LIN.
Ma signora, se io ho l'onor di servirvi per cameriere, che bisogno avete voi di una cameriera?
BAR.
Sapete voi accomodare il capo?
LIN.
No, veramente, non lo so fare.
BAR.
Oh bene dunque, ho bisogno di una cameriera; fatela entrare.
LIN.
(Sì, sì, venga pure.
Io ne ho più bisogno di lei.) (alla scena) Venite, quella giovane, entrate.
SCENA XIII
Zelinda e detti.
ZEL.
Serva umilissima.
(con una riverenza)
BAR.
Vi saluto quella giovine.
Che cosa desiderate?
ZEL.
Mi manda qui la Cecchina...
BAR.
La rivenditrice?
ZEL.
Ella appunto.
Mi ha detto che la signora ha bisogno di una cameriera...
BAR.
È verissimo.
Che cosa sapete fare?
ZEL.
Signora, di tutto un poco.
BAR.
Assettare il capo?
ZEL.
Ardisco dire perfettamente.
BAR.
Cucire...
ZEL.
Di bianco principalmente, e tutto quello che occorre.
BAR.
Ricamare?
ZEL.
Conosco il mestiere, ma non ne sono perfetta.
BAR.
Sapete voi accomodare i merletti?
ZEL.
Oh in questo poi mi posso vantare di non la cedere a chi che sia.
BAR.
Benissimo.
LIN.
(Ah se sapesse tutte le virtù della mia Zelinda!)
BAR.
Quanto pretendete voi di salario?
ZEL.
Vedrà quel che so fare, e ne parleremo.
BAR.
(piano a Lindoro) (Che vi pare di questa giovane?)
LIN.
(piano a Barbara) (Mi par che presumi di saper troppo.
Bisogna vedere, bisogna provare.
Queste donne si vantano di saper tutto, e spesse volte non sanno niente.)
BAR.
(piano a Lindoro) (Avete ragione, la proverò.)
LIN.
(da sè) (Se la prova, ne son sicuro.)
BAR.
Due cose mi premono sopra tutto: l'assettare il capo, e l'accomodare i merletti.
Per il capo vi proverò domani.
Per i merletti vedrò subito quello che saprete fare.
Volete trattenervi? Volete andare e tornare?
ZEL.
Resterò, se vi contentate.
BAR.
Ho una cuffia di pizzo di qualche valore.
Il pizzo è rovinato.
Vorrei rimetterlo, se fosse possibile.
ZEL.
Favorite di far ch'io lo veda; vi saprò dire, se sia possibile.
BAR.
Trattenetevi, ch'ora torno.
(La giovine non mi dispiace.
Credo sarà il mio caso.) (da sè, parte)
SCENA XIV
Zelinda e Lindoro, poi Barbara
LIN.
(con allegrezza) Ah Zelinda mia, la cosa va bene che non può andar meglio.
ZEL.
(allegra) Non posso spiegarvi la contentezza ch'io provo.
LIN.
(come sopra) Eccoci un'altra volta riuniti insieme.
ZEL.
(come sopra) E senz'alcuno che ci perseguiti.
LIN.
(va crescendo l'allegrezza) Fabrizio non ci farà più paura.
ZEL.
(più allegra) Don Flaminio non mi tormenterà più.
LIN.
(ridendo) E Donna Eleonora?
ZEL.
(ridendo) Oh sono sì contenta di non vederla più!
LIN.
Staremo bene.
ZEL.
Lo spero anch'io.
LIN.
Mi pare la padrona una buona giovane.
ZEL.
Sì, mi pare di buona pasta.
LIN.
(ridendo) Crede che non ci conosciamo nemmeno.
ZEL.
(ridendo) È la più bella cosa del mondo.
LIN.
(la prende per le due mani) Cara la mia Zelinda!
ZEL.
Il mio caro Lindoro! Mi giubila il cuor in petto.
BAR.
(viene, li sorprende nel loro giubilo, e si ferma un poco indietro osservando)
ZEL.
Che piacere! (a Lindoro, non vedendo Barbara)
LIN.
Che consolazione! (a Zelinda, non vedendo Barbara)
BAR.
Da che nasce il vostro pi
...
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