GLI AMORI DI ZELINDA E LINDORO, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
.
ROB.
(a Don Flaminio) Disgraziato! Persisti ancora a disobbedirmi?
FLA.
Ma io vi assicuro...
ROB.
(a Lindoro) Voglio sapere dov'è Zelinda.
LIN.
È inutile che a me voi lo domandiate.
FAC.
(da sè) (Lo torno a gettar per terra.)
ROB.
Troverò io la via di saperlo.
Amico, voi mi conoscete; voi avete preso quel baule in casa mia; venite con me, e riportatelo ov'era prima.
FAC.
Mi pagherete?
ROB.
Vi pagherò.
LIN.
(a Don Roberto) Ma voi, signore, non avete più autorità...
ROB.
Mi maraviglio che abbiate ardire...
FAC.
Eh corpo del diavolo! Lo porterò dove l'ho trovato.
(parte)
ROB.
(a Lindoro) Ci parleremo con comodo.
Se Zelinda vorrà il suo baule, verrà ella a prenderlo in casa mia.
(parte dietro al Facchino)
SCENA VII
Don Flaminio e Lindoro
LIN.
Non permetterò mai...
(vuol seguitar Don Roberto)
FLA.
(lo trattiene) Fermatevi.
LIN.
Nessuno mi potrà impedire...
(vuol sforzare il passo)
FLA.
Fermatevi, o giuro al cielo...
(mette la mano alla guardia della spada)
LIN.
(fa lo stesso, poi si pente) - (da sè) (Ah se Zelinda non mi trattenesse!)
FLA.
Ecco il bel servigio che avete reso a Zelinda.
LIN.
Vostro padre è un uomo d'onore.
Le renderà tutto quello che le appartiene.
FLA.
Ma intanto...
LIN.
Intanto siete voi la causa ch'ella avrà questo spiacere.
FLA.
Ditemi dov'ella si trova, e m'impegno di farvi avere il di lei baule.
LIN.
V'impegnereste di questo?
FLA.
Sì, vi do la mia parola d'onore.
LIN.
Malgrado ai risentimenti di vostro padre?
FLA.
Malgrado a tutto quello che mi potesse arrivare.
LIN.
Signore, se mi permettete, vorrei dirvi una cosa.
FLA.
Ditela liberamente.
LIN.
Mi perdonerete voi s'io la dico?
FLA.
È cosa che possa offendermi?
LIN.
No, poichè non è che un sentimento onesto e sincero d'un vostro buon servitore.
FLA.
Parlate dunque senza difficoltà.
LIN.
Quel ch'io ho l'onore di dirvi si è, che il modo vostro di pensare fa torto all'educazione che avete avuta, fa torto a voi medesimo...
FLA.
Mi vorreste fare il pedante?
LIN.
Non signore.
Parlo con la dovuta riverenza, e vi dico, che mancar di rispetto al padre...
Deh ascoltate pazientemente uno sfortunato che trovasi nel caso vostro.
Io, signore, io stesso per secondare l'amore, la passione, o il capriccio, ho disobbedito mio padre, ho mancato al debito di rispettarlo, mi sono allontanato da lui, ed eccomi ridotto a soffrire la servitù, a soffrire l'avvilimento, il dispregio e la derisione.
Ecco gli effetti della mala condotta.
Prendete esempio da me, regolatevi nelle vostre intraprese, e compatitemi se ho avuto l'ardire di correggervi, e se ho la disgrazia di dispiacervi.
(parte)
SCENA VIII
Don Flaminio, poi Fabrizio
FLA.
Costui ha trovato la via di mortificarmi, senza ch'io possa trattarlo male.
Mi ha detto la verità, mi ha convinto col suo proprio esempio.
Ma le insinuazioni d'un rivale non vagliono a persuadere, e non sono in grado di cedergli tranquillamente il cuor di Zelinda.
L'amo e sono impegnato, ed ho il puntiglio per sopra carico dell'amore.
FAB.
(Ecco qui Don Flaminio.
Ho ancor bisogno di lui, e convien tentare di lusingarlo.) Signore...
FLA.
Indegno! ardisci ancora di presentarti dinanzi a me?
FAB.
In verità, signore, mi fate torto.
FLA.
Vorresti ancora inorpellarmi la verità?
FAB.
Ma qual verità?
FLA.
Che! non ha parlato chiaro Zelinda?
FAB.
E volete credere ad una giovine innamorata, che accusa tutto il mondo per coprir sè medesima?
FLA.
Non hai avuto coraggio di difenderti in faccia sua.
FAB.
Perchè Donna Eleonora non mi ha dato il tempo di farlo.
FLA.
Tu sei un perfido, tu m'inganni.
FAB.
Siete in errore, signore, ve l'assicuro.
Vi darò prove della mia fedeltà.
Sapete voi dove sia Zelinda?
FLA.
(serio) No, non lo so.
FAB.
(da sè) (Questo è quello che mi dispiace.)
FLA.
(Scopriamo un poco l'intenzion di costui.) Perchè mi domandi tu, se io so dove sia Zelinda?
FAB.
Perchè ora sarebbe il tempo di guadagnarla.
FLA.
Per chi?
FAB.
Per voi.
FLA.
(con sdegno) Per me, o per te?
FAB.
Per voi, ve l'assicuro, per voi.
Io non ci penso, e non ci ho pensato mai.
Se anche avessi qualche inclinazione per lei, credete ch'io non capisca ch'ella è vana della pretesa sua nobiltà, e che non avrei in concambio che dei disprezzi? Io le ho parlato per conto vostro, ed ella ha interpretato male i miei detti.
Ha preso gli elogi per dichiarazione d'amore, e le mie attenzioni civili per effetti di attaccamento.
Mi dispiace che non si sa ove sia, altrimenti vi farei toccar con mano la verità.
FLA.
(placidamente) Non si sa dove sia, ma si può sapere.
FAB.
Per saperlo, basterebbe rilevare dov'è Lindoro.
FLA.
E che si potrebbe sperar da lui?
FAB.
Potrebbe darsi che fossero insieme; e se non lo sono ancora, mi darebbe l'animo di ricavare da lui...
FLA.
E credi tu che Lindoro si lascerebbe indurre a scoprirlo?
FAB.
Ne son sicuro.
FLA.
Ed io ti replico che t'inganni.
Ho parlato io stesso a Lindoro, l'ho lusingato, l'ho minacciato: è stato inutile, non vuol parlare.
FAB.
Eh cospetto di bacco! Se gli parlo io, scommetto che mi dà l'animo di farlo parlare.
FLA.
Se questo potesse essere...
FAB.
Sapete voi dov'egli dimora?
FLA.
Sì, l'ho saputo per accidente.
FAB.
Ditemelo, e non dubitate.
FLA.
L'amico suo, il suo paesano Giannino, l'ha collocato per cameriere in casa di certa signora Barbara cantatrice.
FAB.
So chi è, la conosco.
FLA.
La conosco anch'io, ma non so ove stia di casa.
FAB.
Lo so io, lo so io.
Anderò a ritrovarlo, e gli parlerò, e gli terrò dietro se occorre, e farò tanto, che mi riuscirà di saperlo.
FLA.
Insegnami la casa della cantatrice.
FAB.
Non serve, signore, non serve che v'incomodiate.
Fidatevi di me, lasciatevi servire, e vivete tranquillo.
(È sciocco se crede ch'io voglia operare per lui).
(parte)
SCENA IX
Don Flaminio solo.
Il furbo non vuol insegnarmi la casa, ed io pazzamente gli ho nominato la persona.
Dubito che continui a burlarsi di me.
Ma non è difficile a rilevare la dimora della cantatrice.
Andrò io stesso col pretesto di visitarla.
Una virtuosa di musica non rifiuterà la sua porta ad un galantuomo, tanto più che ci siamo trovati insieme più d'una volta, e mi conosce.
Voglio nuovamente parlare a Lindoro, voglio prevenire Fabrizio, e valermi del suo disegno, come egli si vale della mia scoperta.
Amore non manca di mezzi termini e di ripieghi.
È vero ch'io vado incontro alla collera di mio padre, ma egli non può sapere tutti i miei passi, e poi è troppo buono per non compatire una passione sì tenera, e sì comune.
(parte)
SCENA X
Camera in casa della cantatrice, con spinetta e clavicembalo.
Lindoro solo.
Sono inquieto per la mia Zelinda.
Non so s'ella avrà trovato la rivenditrice.
Non la vedo ancora a venire.
Ma che dirà la povera figlia, quando saprà che il baule non è più in mio potere? Sa il cielo quanto vi vorrà per riaverlo, e ch'ella non sia obbligata a rientrare...
Ma no, a costo di perder tutto, ella non rientrerà in quella casa, ella non mi darà più il dispiacere di vederla fra' miei nemici.
Soffro io per lei una condizione indegna di me, soffrirà ell'ancora egualmente finchè la sorte si cangi, finchè mio padre s'acquieti, e mi permetta di essere seco lei fortunato.
Ma ecco la mia padrona.
SCENA XI
Barbara e detto.
BAR.
Tirate innanzi, Lindoro, quella spinetta.
LIN.
Sì, signora, subito.
(eseguisce, ma con istento)
BAR.
Una sedia.
LIN.
(accosta una sedia alla spinetta, e sospira) Eccola.
BAR.
Sapete fare il cioccolato?
LIN.
Passabilmente; mi proverò.
BAR.
Dite la verità.
Voi non siete molto avvezzo a servire.
LIN.
Spero che non avrete a dolervi di me.
BAR.
Son sicurissima della vostra buona volontà, mi parete un giovine ben disposto; ma capisco dal poco che avete fatto finora che non è questo il vostro mestiere.
LIN.
Veramente nella casa da dove ora sono escito, io serviva per segretario.
BAR.
E perchè adattarvi ora ad un servigio inferiore?
LIN.
Voi mi proverete, signora, e spero che non sarete di me malcontenta.
BAR.
La vostra fisonomia, la maniera vostra civile, mi fanno credere che siate nato in uno stato migliore.
LIN.
Signora...
son nato galantuomo, sono sempre vissuto da galantuomo, e questo è quello di cui ambisco vantarmi.
BAR.
Non sarebbe gran fatto che la fortuna contraria facesse un torto alla vostra nascita.
Io sono nel medesimo caso.
Io non era nata per professare la musica.
L'ho appresa per puro divertimento, e la disgrazia del povero mio genitore...
LIN.
È stato battuto, mi pare.
BAR.
Sì, andate a vedere chi è.
LIN.
Vado subito.
(parte)
SCENA XII
Barbara, poi Lindoro
BAR.
Quando mai si cangerà per me la fortuna? Di tanti adoratori che mi circondano, possibile che non ne ritrovi uno che pensi onorevolmente sopra di me! Il mio contegno dovrebbe pure far conoscere il modo mio di pensare; dovrebbe disingannare i male inclinati, e movere qualcheduno a levarmi da un tal mestiere, ed a credermi degna della sua mano.
LIN.
(da sè, in disparte) (Eccola la mia Zelinda.
Oh! cieli, fate ch'ella sia ricevuta.)
BAR.
E bene, chi è?
LIN.
È una giovane che vi domanda.
BAR.
La conoscete?
LIN.
Non l'ho mai veduta.
BAR.
Sapete che cosa voglia?
LIN.
Io credo venga ad offerirsi per cameriera.
BAR.
Può essere, perchè ho licenziata quella che aveva, e mi sono raccomandata per averne un'altra.
LIN.
Ma signora, se io ho l'onor di servirvi per cameriere, che bisogno avete voi di una cameriera?
BAR.
Sapete voi accomodare il capo?
LIN.
No, veramente, non lo so fare.
BAR.
Oh bene dunque, ho bisogno di una cameriera; fatela entrare.
LIN.
(Sì, sì, venga pure.
Io ne ho più bisogno di lei.) (alla scena) Venite, quella giovane, entrate.
SCENA XIII
Zelinda e detti.
ZEL.
Serva umilissima.
(con una riverenza)
BAR.
Vi saluto quella giovine.
Che cosa desiderate?
ZEL.
Mi manda qui la Cecchina...
BAR.
La rivenditrice?
ZEL.
Ella appunto.
Mi ha detto che la signora ha bisogno di una cameriera...
BAR.
È verissimo.
Che cosa sapete fare?
ZEL.
Signora, di tutto un poco.
BAR.
Assettare il capo?
ZEL.
Ardisco dire perfettamente.
BAR.
Cucire...
ZEL.
Di bianco principalmente, e tutto quello che occorre.
BAR.
Ricamare?
ZEL.
Conosco il mestiere, ma non ne sono perfetta.
BAR.
Sapete voi accomodare i merletti?
ZEL.
Oh in questo poi mi posso vantare di non la cedere a chi che sia.
BAR.
Benissimo.
LIN.
(Ah se sapesse tutte le virtù della mia Zelinda!)
BAR.
Quanto pretendete voi di salario?
ZEL.
Vedrà quel che so fare, e ne parleremo.
BAR.
(piano a Lindoro) (Che vi pare di questa giovane?)
LIN.
(piano a Barbara) (Mi par che presumi di saper troppo.
Bisogna vedere, bisogna provare.
Queste donne si vantano di saper tutto, e spesse volte non sanno niente.)
BAR.
(piano a Lindoro) (Avete ragione, la proverò.)
LIN.
(da sè) (Se la prova, ne son sicuro.)
BAR.
Due cose mi premono sopra tutto: l'assettare il capo, e l'accomodare i merletti.
Per il capo vi proverò domani.
Per i merletti vedrò subito quello che saprete fare.
Volete trattenervi? Volete andare e tornare?
ZEL.
Resterò, se vi contentate.
BAR.
Ho una cuffia di pizzo di qualche valore.
Il pizzo è rovinato.
Vorrei rimetterlo, se fosse possibile.
ZEL.
Favorite di far ch'io lo veda; vi saprò dire, se sia possibile.
BAR.
Trattenetevi, ch'ora torno.
(La giovine non mi dispiace.
Credo sarà il mio caso.) (da sè, parte)
SCENA XIV
Zelinda e Lindoro, poi Barbara
LIN.
(con allegrezza) Ah Zelinda mia, la cosa va bene che non può andar meglio.
ZEL.
(allegra) Non posso spiegarvi la contentezza ch'io provo.
LIN.
(come sopra) Eccoci un'altra volta riuniti insieme.
ZEL.
(come sopra) E senz'alcuno che ci perseguiti.
LIN.
(va crescendo l'allegrezza) Fabrizio non ci farà più paura.
ZEL.
(più allegra) Don Flaminio non mi tormenterà più.
LIN.
(ridendo) E Donna Eleonora?
ZEL.
(ridendo) Oh sono sì contenta di non vederla più!
LIN.
Staremo bene.
ZEL.
Lo spero anch'io.
LIN.
Mi pare la padrona una buona giovane.
ZEL.
Sì, mi pare di buona pasta.
LIN.
(ridendo) Crede che non ci conosciamo nemmeno.
ZEL.
(ridendo) È la più bella cosa del mondo.
LIN.
(la prende per le due mani) Cara la mia Zelinda!
ZEL.
Il mio caro Lindoro! Mi giubila il cuor in petto.
BAR.
(viene, li sorprende nel loro giubilo, e si ferma un poco indietro osservando)
ZEL.
Che piacere! (a Lindoro, non vedendo Barbara)
LIN.
Che consolazione! (a Zelinda, non vedendo Barbara)
BAR.
Da che nasce il vostro piacere, la vostra consolazione? (avanzandosi con qualche sorpresa)
ZEL.
(Povera me!) (resta mortificata)
LIN.
Signora...
non crediate già...
Vi dirò, mi domandava questa giovane se io era contento di voi.
Io le diceva che sono poche ore che ho l'onor di servirvi, ma che sperava di aver trovato la miglior padrona del mondo.
ZEL.
(a Barbara) Questa è una gran consolazione per me.
LIN.
(a Barbara) Questo è il maggior piacere che può aver chi serve.
BAR.
Va benissimo, e credo non sarete malcontenti di me, ma vi avverto che in casa mia si vive onestamente e non permetterò certe confidenze...
ZEL.
Nè io le amo sicuramente.
LIN.
Scusatemi, se per un trasporto di gioja...
BAR.
Basta così.
Se sapete il vostro dovere, tanto meglio per voi.
(Non voglio esser rigorosa, ma vedrò, se potrò fidarmi.) Quella giovane, come vi chiamate?
ZEL.
Zelinda, per obbedirvi.
BAR.
(le fa vedere la cuffia, cioè il pizzo) Ecco qui, Zelinda, la cuffia di cui vi ho parlato.
Vedete come un piccolo cane l'ha lacerata.
Ditemi se è possibile d'accomodarla.
ZEL.
Qui e qui si può accomodare; ma qui ve ne manca un pezzo.
BAR.
Aspettate.
Credo di averne, ma non so se sarà bastante.
Lo cercherò, e ve lo porterò a far vedere.
(parte)
SCENA XV
Lindoro, Zelinda, poi Barbara
ZEL.
Siate più cauto, quasi più ci siamo scoperti.
LIN.
È vero, quest'esempio mi servirà di regola in avvenire.
ZEL.
(guardando se è osservata) Ditemi, ove avete messo il baule?
LIN.
(rattristandosi) Il baule?
ZEL.
Sì, se resto qui ne avrò di bisogno.
LIN.
(guardando se è osservato) Ah Zelinda mia!
ZEL.
(guardando anch'essa) Cosa è stato?
LIN.
(con afflizione) Il baule...
ZEL.
Ohimè! cosa è divenuto?
LIN.
Il padrone...
ZEL.
(affannata) Qual padrone?
LIN.
Il signor Don Roberto...
ZEL.
Ebbene.
LIN.
L'ha veduto per via, l'ha riconosciuto, ed ha obbligato il facchino...
ZEL.
(affannata) A che fare?
LIN.
A riportarlo da lui.
ZEL.
(agitata) Ah meschina di me! la mia roba.
Tutto quello che ho al mondo, che mi ho guadagnato con tanti stenti.
Perchè? Con qual autorità?
LIN.
Non vi affliggete, mia cara.
ZEL.
Come? che non mi affligga? Volete voi che io perda la roba mia? o che vada a ridomandarla per avere dei dispiaceri? Oh questa cosa non me la sarei aspettata.
LIN.
Maladetto Don Flaminio, è stato egli la causa.
ZEL.
No la vostra poca attenzione.
LIN.
Ma perchè mi mortificate?
ZEL.
Sono io la mortificata.
Sono io che ne risento il danno, il dispiacere, il dispetto.
(piange di rabbia)
LIN.
La rabbia mi divora, maladetto il destino.
(Si agita e batte i piedi)
BAR.
(Li sorprende in quest'atto, e si ferma un poco)
ZEL.
(da sè, piangendo) (Che farò ora senz'aver da mutarmi?)
LIN.
(batte i piedi, come sopra) (Tutte le disgrazie si affollano per tormentarmi!)
BAR.
Come! Che stravaganza è questa? (li due restano mortificati) Poc'anzi eravate ridenti, giubilanti, ed ora Zelinda piange, e Lindoro batte i piedi, e s'adira?
LIN.
Scusatemi...
(Non so che dire.)
BAR.
(a Zelinda) Che avete voi che piangete?
ZEL.
Signora...
parlava con questo giovane di una padrona che ho avuto l'onor di servire.
La poverina è morta, e quando me ne rammento, non posso trattenere le lagrime.
(piange un poco)
BAR.
(a Lindoro) Lodo il vostro buon cuore.
Ma voi qual soggetto avete di smaniare in tal modo?
LIN.
Vi dirò...
Zelinda mi ha raccontato la malattia della sua padrona.
Era una cosa di niente, e il medico...
Sì, assolutamente il medico l'ha ammazzata.
Sono così arrabbiato contro i cattivi medici, che vorrei esser medico per ammazzarli.
BAR.
Non vorrei che le vostre lacrime e le vostre collere nascondessero qualche mistero.
ZEL.
Signora, scusatemi, qual mistero ci può essere fra due persone che per la prima volta si vedono?
LIN.
In verità, signora, voi mi mortificate.
BAR.
(Se è vero il mio sospetto, me ne chiarirò facilmente.) (fa vedere a Zelinda un pezzo di merletto) Ecco il pezzo che ho ritrovato.
Vediamo se può esser bastante.
ZEL.
Mi par di sì, signora; ma per assicurarmi, permettete che io lo esamini un poco meglio.
BAR.
Fate così.
Ritiratevi in quella stanza, e là potrete osservarlo a vostro bell'agio.
ZEL.
Farò tutto quello che comandate.
(in atto di partire) Ah la mia povera roba! Non mi poteva arrivare maggior disgrazia.
(entra in una camera laterale)
BAR.
(verso Lindoro) Non so se le finestre di quella camera siano aperte, o serrate.
LIN.
(in atto di andare) Volete che io vada a vedere?
BAR.
No, no, andatemi a fare una tazza di cioccolato, e quando è fatto, portatelo.
LIN.
Sì, signora.
(guardando dov'è Zelinda) (Poverina! vorrei vedere di consolarla.) (parte)
SCENA XVI
Barbara, poi Don Flaminio
BAR.
Veramente tener in casa due giovani di questa sorte è una cosa un poco pericolosa.
Bisognerà che mi disfaccia d'uno di loro.
Ma tutti due mi paiono sì proprj e civili...
Se potessi assicurarmi della loro buona condotta...
Parmi di sentir qualcheduno.
(verso la scena) Chi è di là?
FLA.
Scusate, signora: non ho trovato nessuno in sala.
BAR.
Serva umilissima.
La porta adunque era aperta?
FLA.
Sì, certamente.
BAR.
Che cosa ha ella da comandarmi?
FLA.
Signora, io ho avuto l'onore di vedervi più d'una volta a qualche accademia.
BAR.
Sì certo, mi sovviene benissimo di aver avuto questa fortuna.
FLA.
Sono ammiratore del vostro merito e della vostra virtù.
BAR.
Ella mi onora per effetto di gentilezza.
FLA.
E mi son presa la libertà di venirvi ad assicurare della mia stima e del mio rispetto.
BAR.
Sono sensibile alla di lei bontà.
Favorisca d'accomodarsi.
FLA.
Voi siete ben alloggiata.
BAR.
Signore, non è una gran casa, ma per me è bastante.
FLA.
Voi siete Torinese, non è egli vero?
BAR.
Sì, signore, per obbedirla.
FLA.
E mi fu detto che la vostra famiglia...
BAR.
Di grazia, vi supplico non mi parlate della mia famiglia.
Vorrei potermene dimenticar affatto, se non fossi obbligata a pensar sovente a mio padre.
FLA.
In fatti è dura cosa il doversi adattar ad uno stato che non conviene alla propria nascita.
Ma il decoro e l'onestà con cui solete condurvi...
BAR.
Oh in questo poi non tradirò l'esser mio.
FLA.
Voi meritate miglior fortuna.
BAR.
Io non merito niente, ma vi assicuro che non ne son contenta.
FLA.
Se mai potess'io contribuire a vostri vantaggi, vi assicuro che lo farei col maggior piacere del mondo.
BAR.
Sono obbligata alla vostra cortese disposizione.
FLA.
Davvero, sull'onor mio.
Conosco il vostro merito, e vorrei potervi dare qualche prova della mia stima.
BAR.
(da sè) (Le solite esibizioni che non conchiudono niente.)
FLA.
(da sè) (Vorrei assicurarmi se vi è Lindoro, e non so come fare.)
BAR.
Signore, la supplico dirmi con chi ho l'onor di parlare.
FLA.
Don Flaminio del Cedro, vostro buon servitore.
BAR.
Ah sì, ora mi sovviene.
Mi consolo di conoscere particolarmente un cavaliere di merito e di qualità.
FLA.
Consideratemi come vostro amico, disposto a tutto quello che vi può far piacere.
BAR.
(da sè) (Eh se dicesse davvero! ma non me ne fido.)
FLA.
Ditemi, signora Barbara, siete sola? non avete nessuno con voi?
BAR.
Non ho che un servitore, e una cameriera.
FLA.
A proposito: mi era stato detto che avevate licenziato il vostro cameriere.
BAR.
È verissimo, ma ne ho preso un altro..
FLA.
So che ve n'era uno che aspirava a venir da voi...
Come si chiama quello che avete preso?
BAR.
Lindoro.
FLA.
Non è quello che io diceva.
(da sè) (Anzi è quello che io cercava.)
BAR.
Non mi pare cattivo giovane.
FLA.
E come passate il vostro tempo, signora?
BAR.
Un poco leggere, un poco cantare...
FLA.
Sarebbe troppo ardire pregarvi di una qualche picciola arietta?
BAR.
Vi servirò col maggior piacere del mondo.
FLA.
Siete amabile, siete gentile.
BAR.
Faccio il mio debito con chi mi onora.
(si alza, e va a sedere alla spinetta)
FLA.
(da sè) (Se non vedrò oggi Lindoro, lo vedrò un altro giorno; anzi lo vorrei vedere in presenza della sua padrona.)
BAR.
Ecco qui una nuova raccolta di arie che mi sono state mandate.
Ve ne sono delle buone, e delle cattive.
FLA.
Voi le renderete tutte perfette.
BAR.
Oh, non ho tanta abilità.
(va cercando un'aria per cantare)
SCENA XVII
Zelinda col pizzo in mano, e detti
ZEL.
Le farò veder quel che ho fatto...
Oh cieli! chi vedo mai.
(vede Don Flaminio, e subito si ritira)
FLA.
(da sè) (Qui Zelinda! Qual fortuna! Qual avventura!)
BAR.
(a Don Flaminio guardando sulle carte di musica) Ecco: questa non mi pare cattiva.
ZEL.
(da sè) (Non so se io parta, o se io resti.)
BAR.
(come sopra) È un mezzo cantabile assai gentile.
FLA.
(da sè) (Bisogna profittare dell'occasione.
Se Zelinda ha giudizio, non si scoprirà.)
BAR.
Ma, signore, che vuol dire che mi parete agitato, e non mi abbadate nemmeno.
FLA.
Niente niente.
Favorite, che vi sentirò con piacere.
BAR.
Ma voi guardate piuttosto da quella parte.
FLA.
Vi dirò.
Ho veduto sortire da quella camera una giovane con de' merletti alla mano, e quando mi ha veduto, è fuggita.
Mi parve strana una tal ritirata.
Io non sono qui per importunare nessuno.
BAR.
Signore, è una cameriera che è venuta poco fa ad esibirsi.
Le ho dato per prova da accomodare certi merletti...
Zelinda.
(la chiama)
ZEL.
Signora.
(esce un poco timorosa)
BAR.
Volevate voi qualche cosa?
ZEL.
Voleva farvi vedere, come ho trovato il modo di accomodare...
(timorosa)
BAR.
Avanzatevi.
Che cos'avete? di che tremate?
ZEL.
Vedo un signore, che io non sapeva che ci fosse...
(timorosa)
BAR.
E per questo vi mettete in tanta apprensione? Non siete avvezza a vedere degli uomini?
ZEL.
Sì, signora, ma il mio rispetto...
(Povera me! qual incontro! sono perduta.)
BAR.
Via, via, il rispetto va bene; ma la rustichezza non è degna del vostro spirito.
Avanzatevi, lasciatemi veder quel che avete fatto.
FLA.
Venite venite, non abbiate soggezione di me.
(a Zelinda, le passa dietro, e le dice piano) (Non temete, vi prometto che non vi scoprirò.)
ZEL.
(prende coraggio, e parla con brio) Ecco qui, signora, da questa parte l'ho accomodato in maniera che non si conosce, e da quell'altra ho principiato ad incassare il pezzo che mi avete dato.
BAR.
Va benissimo.
Sono contenta.
Vedo che lo sapete fare perfettamente.
FLA.
Mi par bellissimo cotesto pizzo.
BAR.
È un punto d'Inghilterra che ha qualche merito.
FLA.
Con permissione.
(si accosta a Zelinda per vedere il pizzo, e le tocca le mani)
ZEL.
Che sfacciato! (ritira le mani con dispetto)
BAR.
(a Zelinda) Ma perchè queste male grazie?
ZEL.
Oh io sono delicata, signora.
BAR.
(Io dubito vi sia dell'affettazione.)
FLA.
E così, signora Barbara, se volete onorarmi di farmi sentire un'arietta...
BAR.
(a Don Flaminio) Subito vi servo.
(a Zelinda) Procurate che incassando da questa parte s'incontrino questi rami.
ZEL.
Sicuramente.
SCENA XVIII
Lindoro colla sottocoppa con una tazza di cioccolato, e detti.
LIN.
Ecco il cioccolato...
Ohimè! (vede Don Flaminio, e tremando lascia cader tutto in terra)
BAR.
(a Lindoro) Cosa avete fatto?
LIN.
Scusatemi...
(timoroso)
BAR.
Via, via, non è niente.
LIN.
Ne andrò a sbattere un'altra tazza...
BAR.
No, no, l'ora è avanzata, non serve più.
LIN.
(da sè) (Il diavolo lo ha qui portato.)
ZEL.
(da sè) (È un prodigio se non si scopre ogni cosa.)
FLA.
(a Barbara) È questi il giovane che avete preso per cameriere?
BAR.
Sì, signore
FLA.
Mi pare un giovane di garbo.
BAR.
Lo conoscete?
FLA.
Non l'ho mai veduto.
LIN.
(da sè) (Manco male, respiro un poco.)
FLA.
Voi meritate d'esser ben servita, e vedo che avete scelto assai bene.
Specialmente l'abilità di questa giovane è singolare.
Non si possono meglio accomodare i merletti.
Permettetemi che io vegga quell'incassatura.
(col pretesto le tocca le mani)
ZEL.
(piano a Don Flaminio) (Ma signore...)
FLA.
(piano a Zelinda) (Tacete, o vi scoprirò.)
ZEL.
(da sè) (Povera me! in qual imbarazzo mi trovo!)
LIN.
(da sè) (E ho da soffrire che Don Flaminio usi a Zelinda delle confidenze?)
BAR.
Zelinda, mi pare che la vostra delicatezza...
ZEL.
(a Barbara) In verità, signora, se non fosse per voi...
BAR.
Per me dico che il signor Don Flaminio abusa un poco troppo della convenienza.
FLA.
Vi domando perdono...
LIN.
(a Don Flaminio, riscaldandosi un poco) Veramente nelle case onorate...
FLA.
(a Lindoro) A voi non conviene parlare.
LIN.
(da sè) (Ha ragione; ma non lo posso soffrire.)
SCENA XIX
Fabrizio e detti.
ZEL.
Con permissione.
(Zelinda, Lindoro e Don Flaminio si turbano alla vista di Fabrizio)
BAR.
Che maniera è questa d'entrare?
FAB.
Domando perdono.
Ho trovata la porta aperta.
ZEL.
(Povera me!).
LIN.
(Siamo precipitati).
FLA.
(Con qual intenzione sarà venuto costui?)
FAB.
(Zelinda! Lindoro! Il padrone! a me, a me.
Sono capitato in buon punto.)
BAR.
(a Fabrizio) Ebbene, chi siete? chi domandate? cosa volete?
FAB.
(a Barbara, accennando Don Flaminio) Scusatemi, sono venuto qui per il mio padrone.
BAR.
(a Don Flaminio) È il vostro servitore?
FLA.
(a Fabrizio) Sì, signora: che cosa vuoi?
FAB.
Signore, vostro padre vi cerca e vi domanda.
Ha saputo che siete qui, ha saputo che correte dietro a Zelinda, che volete amarla e seguirla a dispetto suo, e vi fa sapere per bocca mia...
BAR.
Come, signore, venite in casa mia col pretesto di far a me una finezza, e vi servite della mia buona fede per soddisfare la vostra indegna passione? Vergognatevi di un tal procedere, indegno d'un Cavaliere d'onore, e contentatevi di ritirarvi...
FLA.
Avete ragione.
Vi domando mille perdoni.
Parto pien di rossore e di confusione; (a Fabrizio) ma tu, scellerato, tu me la pagherai.
(parte)
SCENA XX
I suddetti, fuori di Don Flaminio
FAB.
Io faccio il mio dovere, e nè più nè meno...
BAR.
(a Zelinda) E voi colla vostra delicatezza...
ZEL.
Signora, vi giuro che io non ne ho colpa.
FAB.
Anche a voi, Zelinda, deggio dir qualche cosa da parte del padrone.
Egli vi fa sapere che sarà sempre lo stesso per voi, che vi riceverà nuovamente in casa, anche a dispetto di sua consorte, ma col patto che abbandoniate Lindoro, essendo una vergogna che una giovane come voi voglia precipitarsi per uno che, se vi sposerà, non vi potrà mantenere.
Ho eseguita la mia commissione.
(li due restano mortificati) Servitor umilissimo di lor signori.
(parte)
BAR.
(a Zelinda e Lindoro) Oh cieli! posso sentir di peggio? Indegni! escite subito di casa mia.
ZEL.
Signora, per carità...
BAR.
Andate, che non meritate pietà.
LIN.
Un amore innocente...
BAR.
Che amore innocente? Chiamate voi innocenza le imposture, la menzogna, la falsità?
ZEL.
Ah, se sapeste le circostanze delle nostre disavventure...
BAR.
Mi maraviglio di voi: con chi credevate di aver che fare? L'esser io d'una professione ch'esercito per mia disgrazia, vi faceva forse sperare di trovarmi indulgente alla vostra passione? No, il teatro non guasta il cuore a chi lo ha fortificato dalla prudenza e dall'onestà.
Pensaste male, vi regolaste assai peggio.
Partite subito, che non voglio più tollerarvi.
ZEL.
Oh Dio! pazienza l'andarmene.
Il cielo mi provvederà.
Ma l'essere da voi scacciata con questa macchia al decoro mio, è un tal dolore per me, è una sì fiera pena, che non avrò coraggio di tollerarla, che mi farà soccombere, che mi darà miseramente la morte.
LIN.
Una povera giovine, nata bene, perseguitata dalla fortuna, fugge dai persecutori della sua onestà: si ricovera in casa vostra, in compagnia d'uno, è vero, ma di un uomo onorato e civile, che abbandona tutto per lei, che si riduce a servire unicamente per lei, e sarà il nostro amore colpevole a questo segno? e saremo tutti due vilipesi, scacciati, e sì barbaramente trattati? (patetico)
BAR.
Non so che dire.
Voi mi movete tutti due a compassione, ma non posso niente in vostro avvantaggio.
Il decoro mio non vuole che io vi soffra in mia casa.
Vi compatisco, vi compiango, ma vi prego d'andarvene, e di scusare la delicatezza del modo mio di trattare.
LIN.
Sì, avete ragione, e partirò meno afflitto, se voi non vi mostrate sdegnata.
ZEL.
La vostra compassione consola in parte il mio rammarico, la mia pena.
LIN.
Addio, signora, vi domando perdono.
ZEL.
Scusatemi per carità.
(piangendo)
BAR.
Andate, che il cielo vi consoli e vi benedica.
(piangendo)
ZEL.
Povera sfortunata! (piangendo) ( parte)
LIN.
Quando mai si cangierà la mia sorte? (afflitto) (parte)
BAR.
Chi può trattenersi di piangere a fronte di due poveri afflitti? Chi è sventurato, sente meglio le sventure degli altri.
Sì, essi sono degni di compassione.
Chi merita d'essere rimproverato è Don Flaminio.
Egli si è abusato della mia buona fede.
Mi ha trattato in una maniera indegna di lui, indegna di me.
Ah, ciò sempre più mi convince della poca stima in cui sono in faccia del mondo, dell'oltraggio che io faccio a me stessa e alla mia famiglia esponendomi sola agli insulti, ai disprezzi, alla derisione.
Ah sì, ho meditato più volte di ritirarmi: quest'incontro mi fa risolvere in sul momento.
Vo' abbandonare la professione, vo' ritornare nel mio paese: viver povera, ma quieta.
Mendicar il pane, se occorre, ma non espormi ad arrossire tutto il giorno, ed a bagnar colle lagrime il poco danaro che si ricava da un mestiere difficile e pericoloso.
FINE DELL'ATTO SECONDO
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Strada con veduta del fiume Ticino, alberi, e case, e varie barche sul fiume.
Da una parte, vicino al fiume, un Corpo di Guardia con soldati e una sentinella.
Zelinda, Lindoro, tutti due melanconici, senza parlare, si guardano e sospirano.
LIN.
Povera la mia Zelinda!
ZEL.
Ah Lindoro, cosa sarà di noi?
LIN.
Il cielo ci provvederà.
ZEL.
Eccoci qui, senza ricovero, e senz'appoggio.
LIN.
E senza il modo di sostenerci.
ZEL.
Se potessi ricuperar la mia roba! Nel mio baule vi è del danaro.
LIN.
Quanto danaro avrete, Zelinda?
ZEL.
Poco meno di cento scudi.
LIN.
Oh cieli! quanto ci profitterebbero presentemente!
ZEL.
Se andassi io stessa, credete voi che il signor Don Roberto mi negherebbe la roba mia?
LIN.
Ah Zelinda, se voi ci andate, io non vi rivedo mai più.
ZEL.
Ma perchè? Non son io padrona della mia libertà?
LIN.
No, non sarete padrona di voi medesima.
Il signor Don Roberto che vi ama, e crede che io possa fare la vostra rovina, può ricorrere alla giustizia, dir che siete una figliuola civile, che volete precipitarvi, e farvi chiudere in un ritiro, e far in modo che io non vi possa mai più rivedere.
ZEL.
Oh Dio! io rinchiusa? Sarebbe mai possibile che Don Roberto pensasse sì crudelmente? No, non lo credo, non ne son persuasa.
LIN.
E se vi tenesse in casa con lui, come potrei io vivere, pensando che siete unita co' miei rivali, co' miei nemici? Ah morrei disperato!
ZEL.
No, caro il mio Lindoro, non vi vo' dar questa pena.
Ma ho da perdere la mia roba?
LIN.
Si troverà qualche mezzo per ricuperarla.
ZEL.
Ma intanto?
LIN.
Intanto...
Oh cieli! non so che dire.
Sono mortificato per conto vostro.
ZEL.
Bisognerebbe procurare un alloggio.
LIN.
Lo troveremo.
ZEL.
Ma vivere insieme non è decente.
LIN.
Lo conosco ancor io.
ZEL.
E non abbiamo il modo di mantenerci.
LIN.
Questo è quello che maggiormente mi affligge.
ZEL.
Miseri noi!
LIN.
Povera la mia Zelinda! (restano tutti due pensosi)
SCENA II
Arriva un burchietto, da cui sbarca Don Federico in abito da viaggio con rodengotto e bastone.
- Un marinaro mette in terra il baule, chiama un facchino, e viene lo stesso facchino che aveva portato il baule di Zelinda.
Zelinda, Lindoro, Don Federico, Marinaro, poi Facchino
MAR.
Facchino.
Ehi, vi è nessuno che porti?
FAC.
Eccomi, eccomi, che cosa ci è da portare?
FED.
Questo baule.
FAC.
Dove si ha da portare?
FED.
In strada Nova, dirimpetto all'Università, vicino ad uno speziale da medicine.
ZEL.
(piano a Lindoro) Sentite? Pare che questo forastiere vada precisamente alla casa di Don Roberto.
LIN.
(piano a Zelinda) Potrebb'essere Don Federico, tanto aspettato da Donna Eleonora.
FAC.
(Vuol prendere il baule poi si ferma) Signore, vi sarebbe pericolo che con questo baule mi succedesse qualche altro imbroglio?
FED.
Perchè? qual imbroglio può succedere? Vengo di viaggio, quella è la roba mia.
FAC.
Scusatemi, ma questa mattina per un baule preso, e portato e riportato nel medesimo luogo, ho avuto un imbarazzo del diavolo.
FED.
E in casa di chi l'avete portato?
FAC.
Di certo signor Don Roberto...
FED.
Sì, è mio vicino.
Lo conoscete?
FAC.
Lo conosco certo.
FED.
E che fa la signora Donna Eleonora?
FAC.
Oh questa poi non la conosco per niente.
FED.
Sua moglie; non la conoscete?
FAC.
Non signore; ma se volete averne notizia, ecco lì vedete quelle due persone? Credo siano di casa, ed esse ve lo diranno.
FED.
Voi altri siete di casa di Don Roberto? (a Zelinda e Lindoro)
LIN.
Sì, signore, siamo stati al di lui servigio, ma ora non ci siamo più.
FAC.
Signore, io non ho tempo da perdere.
Se volete che io porti il baule...
FED.
(Son curioso di saper qualche cosa.) (al Facchino) Vi ho detto la casa mia.
Tenete il mio nome.
Consegnate il baule al mio fattore, se ci è, e se non ci è, aspettatemi.
FAC.
Oggi è la giornata dei bauli, e dell'aspettare.
(parte)
FED.
(a Lindoro) Voi dunque eravate in casa di Don Roberto?
LIN.
Sì signore.
FED.
In qual figura?
LIN.
Di segretario.
FED.
(a Zelinda) E questa giovine?
ZEL.
Di cameriera di Donna Eleonora.
FED.
Come si porta Donna Eleonora?
ZEL.
Benissimo.
LIN.
Scusatemi, signore, sarete voi per avventura il signor Don Federico?
FED.
Appunto, come mi conoscete?
LIN.
Oh la signora Donna Eleonora vi ha nominato più volte; ella era impaziente di rivedervi.
FED.
Povera signora! Ha sempre avuta della bontà per me.
Ma per qual ragione siete usciti della casa di Don Roberto?
LIN.
Vi racconterò l'istoria, signore...
ZEL.
Che serve andar per le lunghe? Vi è stata qualche picciola differenza; cosa di nulla.
Ma noi non possiamo dolerci de' nostri padroni, nè essi ponno dolersi di noi.
LIN.
Signore, siamo due sfortunati.
Eccoci qui senza impiego, e senz'appoggio veruno.
FED.
Se posso giovarvi, lo farò volentieri.
Parlerò col signor Don Roberto, e se il motivo per cui siete sortiti di casa non è di gran conseguenza...
ZEL.
Signore, poichè avete la bontà d'interessarvi per noi, mi basta che v'adopriate presso del mio padrone, perchè si contenti di farmi avere la mia roba.
FED.
E per qual causa ve la trattiene? Gli dovete voi qualche cosa?
ZEL.
No, signore, non gli devo niente.
LIN.
Ma vorrebbe obbligarla a tornare in casa.
FED.
(a Zelinda) Siete voi dunque che avete voluto sortire?
ZEL.
La padrona mi ha licenziato.
FED.
E per qual ragione?
LIN.
(con calore) Perchè la signora Donna Eleonora...
ZEL.
Ha creduto bene di licenziarmi.
Mi avrò demeritato la sua protezione.
La servitù non si sposa, e non mi lamento di lei.
FED.
(In verità questa giovine ha degli ottimi sentimenti.) (alli due) Sarete, m'immagino, marito e moglie?
LIN.
Non signore.
FED.
Siete fratello e sorella?
LIN.
Nè meno.
FED.
(verso Zelinda) Ma! due giovinotti insieme...
ZEL.
Non abbiamo a rimproverarci dalla parte dell'onestà.
FED.
Lo credo, ma non mi pare che vada bene...
LIN.
È verissimo.
Avete ragione.
Ci vogliamo bene, desideriamo sposarci, e non abbiamo altra colpa che questa per meritare gl'insulti della fortuna.
FED.
Non ci è altro che questo? E perchè il signor Don Roberto e la signora Donna Eleonora non danno anzi la mano ad un matrimonio conveniente eguale, onorato? Lasciate fare a me; voglio parlare a' vostri padroni, voglio persuaderli a quest'opera buona, voglio procurare di vedervi uniti e contenti.
LIN.
(con allegrezza) Oh lo volesse il cielo!
ZEL.
(con allegrezza) Il cielo vi ha mandato per noi.
SCENA III
Donna Eleonora in mantelletta con un servitore, e detti.
ELE.
Che vedo! Siete ritornato, signor Federico?
FED.
Oh qual felice incontro! Sono ritornato in questo momento.
(Zelinda e Lindoro si turbano)
ELE.
Ho piacere di rivedervi.
Siete qui in tempo, che ho gran bisogno di voi.
FED.
Comandatemi.
Ma che avete che mi parete agitata?
ELE.
Sì, ho ragione di esserlo.
Non posso reggere alle inquietudini che mi circondano.
Sono sul punto di separarmi da mio marito.
FED.
E perchè mai tal cosa, ma perchè mai?
ELE.
(accennando Zelinda) Per causa di quell'indegna.
ZEL.
Come, signora mia?
LIN.
(ad Eleonora) Che modo di parlare è il vostro?
FED.
(ad Eleonora) Dite, dite, parlate: qual soggetto avete da lamentarvi di lei?
ELE.
Ella è amata da mio marito...
FED.
Ora capisco.
(a Zelinda) È possibile una tal cosa?
ZEL.
Mi ama, è vero, ma con amore onesto, ma con amore paterno.
FED.
Eh figliuola mia, non credo niente a quest'amorosa paternità.
LIN.
E vorreste credere alle sue parole?...
FED.
Sì, per tutte le ragioni sono obbligato a credere più a lei che a voi.
ZEL.
Signore, non ci abbandonate per carità.
FED.
Andate, andate.
Ho perduta tutta la buona opinione ch'aveva di voi.
Imputate tutto il male a voi stessa e regolate meglio la vostra condotta.
ZEL.
Misera me! fra tante perdite mie ho da contar quella ancora del mio decoro? Signora, pensate bene alle conseguenze del discredito in cui mi mettete.
Io raccomando al cielo la mia innocenza, e a lui rimetto gl'insulti e le ingiustizie che voi mi fate.
ELE.
Questo è il linguaggio dei colpevoli e dei temerari.
LIN.
Non signora: questo è il linguaggio delle persone onorate.
E in mezzo alle nostre miserie ci resta tanto spirito e tanto coraggio per confidare nella verità, e riderci della calunnia e dell'impostura.
(parte con Zelinda)
SCENA IV
Don Federico e Donna Eleonora
ELE.
Sentite a quali impertinenze son io soggetta?
FED.
Ma, cara Donna Eleonora, parlano con tale franchezza che mi pare ancora impossibile...
Siete voi ben sicura che Don Roberto abbia delle cattive intenzioni e che quella giovane vi aderisca?
ELE.
Ne son sicurissima.
FED.
Ma se ella ama il giovane che ho qui veduto, come può nutrire per il padrone...
ELE.
Non può ella amare il giovane per inclinazione ed il vecchio per interesse? Ma voi non siete più per me quel vero leale amico che mi foste per lo passato.
FED.
Signora, sono sempre il medesimo, ed ho per voi la medesima stima; ma sono un uomo d'onore, e non ho animo per compiacervi di fomentare la disunione di un matrimonio.
ELE.
Oh, per questa parte ho deciso.
Voglio ritornare in casa co' miei parenti.
Non voglio più vivere con mio marito.
FED.
Riflettete che questo è l'estremo dei disordini d'una famiglia; che è l'ultimo eccesso a cui possa arrivare una moglie; che farete ridere il mondo, e che vi pentirete d'averlo fatto.
ELE.
Sono risolutissima, e vi potete risparmiare l'inutile fatica di dissuadermi.
FED.
Ma che dice il signor Don Roberto? Sa egli la vostra risoluzione?
ELE.
Sì, certo, gliel'ho detta e ridetta.
FED.
E come l'ha ricevuta?
ELE.
Ha fatto di tutto per acquietarmi.
Mi ha pregata, mi ha fatto pregare, ma inutilmente.
FED.
(Ecco il male che ha fatto Don Roberto.
Se non l'avesse pregata, si sarebbe da sè pentita).
ELE.
Non voglio più vivere con un uomo che vuol favorire una serva a dispetto mio.
FED.
Ma io vorrei pur vedere di accomodarvi...
ELE.
Non sarà possibile...
FED.
Con decoro vostro...
ELE.
È inutile che me ne parliate.
FED.
Quando è così, non so che dire, fate tutto quel che vi aggrada.
ELE.
Oh sì, lo farò certamente.
SCENA V
Fabrizio e detti.
FAB.
Oh signora, veniva appunto in traccia di lei.
ELE.
E dove mi andavate voi ricercando?
FAB.
Alla di lei casa paterna.
Ho piacere d'averla qui ritrovata.
ELE.
Vi manda forse il carissimo signor consorte?
FAB.
Per l'appunto, è il padrone che manda da lei.
ELE.
Che dice? Che pretende da me? Vuol persuadermi? Vuol obbligarmi a ritornare in casa? Vuol promettermi delle cose grandi? Vuol lusingarmi? Vuol ch'io creda alle sue promesse, al suo pentimento? Via parlate, che cosa vuole da me?
FAB.
Signora, nessuna di queste cose.
Egli mi ha ordinato, credendo ch'io la trovassi in casa de' suoi parenti, egli mi ha ordinato dirle, ch'ella è padrona di starvi, e che domani le manderà la sua roba.
ELE.
Che mi manderà la mia roba? (mortificata)
FED.
(Bravo Don Roberto, questa è la maniera di mortificarla.)
ELE.
(a Don Federico, ironicamente) Che dite voi della tranquillità del mio caro signor consorte?
FED.
Egli non fa che secondare la vostra risoluzione.
ELE.
È un manifesto dispregio che fa della mia persona.
FED.
Dopo che vi ha pregato, e che vi ha fatto pregare...
ELE.
Un marito che manca al suo dovere, non prega mai abbastanza una moglie offesa.
FED.
Prima di tutto bisogna vedere s'egli ha mancato, e poi un marito è sempre marito.
FAB.
(a Donna Eleonora) Dunque, senza ch'io l'incomodi d'avvantaggio, domani avrò l'onore di consegnarle la sua roba.
ELE.
Lo so, lo so che nessuno mi può vedere.
Tutta la servitù mi disprezza, perchè il padrone mi odia.
Vorrebbero che io non ci fossi, per vivere a modo loro.
Ma giuro al cielo! se ritorno in casa...
FAB.
Per me, l'assicuro, signora mia...
FED.
Amico, dite al vostro padrone ch'avrò io l'onore di vederlo fra poco.
Signora Donna Eleonora, favorite di venire con me.
ELE.
E dove pensate voi di condurmi?
FED.
A casa mia, se vi contentate.
ELE.
Se voleste mai condurmi da mio marito, avvertite che sieno salve le mie convenienze.
FED.
(sorridendo) Sì, sì, andiamo.
(dà la mano a Eleonora e partono)
SCENA VI
Fabrizio solo.
Ci scommetto che ora, che il padrone dice davvero, è ella la prima a raccomandarsi.
Le donne fanno dello strepito quando si vedono accarezzate.
Ma ecco Zelinda e Lindoro.
Vengono a questa volta.
L'accidente è per me favorevole.
Vo' tentar d'obbligarli con delle esibizioni, con delle finezze.
Lo stato in cui s'attrovano li renderà, io spero, meno orgogliosi.
SCENA VII
Zelinda, Lindoro, Fabrizio in disparte.
ZEL.
Oh quest'ultimo insulto mi ha avvilita del tutto.
LIN.
Finalmente la verità deve trionfare, e il mondo vi dovrà render giustizia.
ZEL.
Eh, Lindoro mio, le macchie che si fanno all'onore si cancellano difficilmente.
Vi protesto che non ho più faccia da comparire: andiamo via, andiamo lungi da questa città; qui non posso più tollerarmi.
LIN.
Sì, andiamo altrove a cercar miglior destino.
Vediamo se vi è occasione per imbarcarci.
ZEL.
Ma la roba mia?
LIN.
Vi sta sul cuore, vi compatisco.
ZEL.
Mi costa tanti sudori, mi costa tante mortificazioni, e ho da perderla miseramente?
LIN.
Andiamo a ricorrere alla Giustizia.
ZEL.
A ricorrere? contro di chi? contro d'un padrone sì buono, che mi ha teneramente amata, e che m'è contrario soltanto perchè mi desidera fortunata?
LIN.
I vostri riflessi sono assai ragionevoli.
Ma che faremo noi qui, se non abbiamo un ricovero? Se tutto il mondo ci scaccia, c'insulta e ci perseguita?
ZEL.
Sono in un mare di confusioni.
(restano pensosi)
LIN.
Non trovo la via di risolvermi ad alcun partito.
FAB.
(da sè in disparte, e si avanza) (Ecco il tempo opportuno per abbordarli.
La loro situazione mi è favorevole.)
LIN.
Ma qualche cosa convien risolvere.
(si volta) Che pretendete da noi? (a Fabrizio)
ZEL.
(a Fabrizio) Non siete ancora sazio di perseguitarci?
FAB.
Mi dispiace nell'anima d'aver contribuito all'ultima vostra disavventura.
Ma, cari amici, vedete bene, io non ne ho colpa.
Il padrone mi ha comandato...
ZEL.
Eh dite che avete soddisfatto la vostra collera.
FAB.
No, vi giuro onoratamente, non ho alcuna collera contro di voi, non ho alcuna idea che vi offenda.
Vi compiango, vi compatisco, e se vi ho fatto innocentemente del male, spero di essere in caso di potervi far del bene.
LIN.
Non è sì facile che io vi presti fede.
ZEL.
E sarebbe per me una nuova disgrazia, se dovessi dipendere da' vostri soccorsi.
FAB.
Io non voglio nè che mi crediate, nè che dipendiate da me.
Ho parlato per voi con una persona di qualità, gli ho raccontato il caso vostro, e l'ho persuasa della vostra onestà.
Questa persona non è sì sofistica come molti altri.
Spero vi riceverà tutti due al suo servigio senz'alcuna difficoltà.
ZEL.
No, no, vi ringrazio, non ne son persuasa.
LIN.
Ma vediamo chi è la persona...
ZEL.
Ora siamo scoperti, e non è da sperare che nessuno ci voglia uniti.
LIN.
Perchè? Se si persuadono del nostro contegno...
ZEL.
No, vi dico, non faremo niente.
LIN.
(con un poco di caldo) Ma voi vi volete abbandonare alla disperazione.
ZEL.
(dolcemente) Via, non v'inquietate.
Provate se sia possibile, ed io son pronta a seguirvi.
FAB.
(da sè) (Eh, a poco a poco si ridurranno.)
LIN.
(a Fabrizio) Chi è questa persona? Si può sapere?
FAB.
Ve la farò conoscer domani.
(verso Zelinda) Ma intanto dove vi ricovrerete voi questa notte?
ZEL.
Qualche ricovero non ci mancherà.
LIN.
Per altro l'ora si avanza, e converrebbe pensarci.
FAB.
Ho parlato ancora per questo.
Vi è una mia parente, donna di tempo, conosciuta, onorata, che a mio riguardo vi riceve.
LIN.
Come! Pretendereste che io conducessi Zelinda in una casa che vi appartiene per aver la libertà di vederla?...
ZEL.
(a Lindoro) Vedete, se ci possiamo fidare di lui?
FAB.
Ma voi prendete tutto in sinistra parte.
V'insegnerò la casa di mia cugina.
Non verrò nemmeno con voi, e vi prometto sull'onor mio, che fin che ci siete voi, non ci metterò piede.
Non vi costerà niente, non ispenderete un quattrino, ed io non ci metterò piede.
LIN.
Quando la cosa fosse così...
ZEL.
(a Lindoro) No, no, non ci dobbiamo fidare.
LIN.
(a Zelinda) No, dunque?
ZEL.
No, vi dico, assolutamente no.
LIN.
(a Fabrizio) Zelinda non vuole, e credo abbia ragione di non volerlo.
FAB.
(da sè) (La giovane la sa più lunga di lui.)
LIN.
È vero che lo stato nostro ci dovrebbe far prendere qualche partito.
Ma Zelinda pensa bene, non ci conviene la vostra proposizione.
FAB.
Non so che dire, fate quel che volete, ma io non ho cuore di vedervi nella necessità.
Non volete passare da mia cugina? Avete paura che io manchi alla mia parola? Che io venga ad importunarvi? Ebbene, soffrite che in qualche modo io possa sollevarmi dal mio rimorso.
Ricevete dalla mia amicizia questo lieve soccorso.
Ecco in questa borsa quattro zecchini.
(tira fuori la borsa, e la fa vedere) Accettateli senz'alcun obbligo di restituzione.
ZEL.
Li accetterei per carità da ogn'altro; non li accetto da voi, perchè la vostra mano è sospetta.
FAB.
Ebbene dunque, se ricusate un benefizio che vien da me, vi svelerò il mistero, e parlerò benchè abbia ordine di non parlare.
Questi quattro zecchini vengono dalle mani di Don Roberto.
Egli mi ha dato ordine di darveli segretamente.
(tiene la borsa in atto di presentarla a Zelinda)
ZEL.
Sì ora li prendo.
(prende la borsa con violenza) Il signor Don Roberto ha tanto del mio nelle mani, che può mandarmi un sì piccolo sovvenimento; e quando anche non avesse del mio, la sua bontà, la sua onestà, non mi metterebbero in pena per ricever un benefizio dalle sue mani.
LIN.
(a Fabrizio) Ha ragione, ed ha fatto bene a riceverli.
FAB.
(da sè) (Tento tutte le vie per guadagnare un poco di confidenza.)
ZEL.
E aveste l'ardire d'offrirmi questo danaro, come un effetto della vostra liberalità?
FAB.
Finalmente non è poi sì gran cosa di fare per conto mio...
ZEL.
No, non siete capace d'un'azion generosa.
FAB.
Voi mi trattate male fuor di proposito.
ZEL.
Un'anima bassa che ha avuto cuore di esporci al rossore ed alla miseria, non può concepire nè pietà, nè rimorso.
LIN.
Mi pareva impossibile che foste capace d'una buona azione.
FAB.
Voi mi offendete e per confondervi, vi dico, e vi sosterrò che il signor Don Roberto non ne sa niente, e che sono io che vi ho regalato i quattro zecchini.
ZEL.
Quando è così, tenete la vostra borsa.
(getta la borsa a' piedi di Fabrizio)
LIN.
(da sè) (Zelinda ha parlato troppo.)
FAB.
(a Zelinda) La vostra superbia, la vostra ingratitudine, vi ridurrà all'estrema miseria.
ZEL.
No, grazie al cielo, non sono nè superba, nè ingrata.
Ma vi conosco, so il motivo che vi anima e che vi sprona, e mi vergognerei di ricevere alcun soccorso da un uomo, col dubbio ch'egli potesse formare qualche disegno sopra di me.
FAB.
Ma io non ho disegno veruno.
ZEL.
Basta così, non m'inquietate, vi supplico, d'avvantaggio.
FAB.
Restate dunque nella vostra miseria.
Nutritevi di sì bell'eroismo, ed aspettate che un'altra mano vi porti que' soccorsi che non meritate.
Per me mi fate più ira che compassione.
Non ho mai più veduto persone di tal carattere, indocile, orgoglioso, ostinato.
Vi pentirete, e vi ricorderete di me.
(fa per partire, e lascia la borsa)
ZEL.
Non mi pentirò mai d'aver deluso l'inganno.
LIN.
Ha lasciato la borsa...
(vuol prenderla, torna Fabrizio e la lascia)
FAB.
Questo danaro servirà a miglior uso.
(prende la borsa) Voi non lo meritate, ed io ve l'offriva senza ragione.
(parte)
SCENA VIII
Zelinda e Lindoro
ZEL.
(a Lindoro) Con quale intenzione volevate voi raccogliere quella borsa?
LIN.
(mortificato) Il danno che colui ci ha recato non merita forse un qualche risarcimento?
ZEL.
Ah! Lindoro, Lindoro, pur troppo è vero.
La miseria talvolta fa commettere delle bassezze.
LIN.
Sì, è vero; ma non è per me che io cerchi i sovvenimenti.
Siete voi che mi fate pietà.
ZEL.
Oh cieli! cosa sarà di noi? Se la fortuna continua a perseguitarci, a quali pericoli andremo incontro? Credetemi, quest'esempio mi fa tremare: il bisogno ci può lusingare; e come fidarci della buona intenzione di chi benefica senza conoscerne il fondo?
LIN.
È vero, Zelinda, è verissimo.
Ma facciamo così.
Mi viene ora un pensiero.
Credo che il cielo me lo suggerisca.
Andiamo a Genova, andiamo a presentarci a mio padre.
Possibile ch'egli mi scacci villanamente, ch'egli non si mova a pietà?
ZEL.
Questo è un passo che si potrebbe tentare, ma come intraprendere il viaggio? Sono novanta miglia, si dee passar la Bocchetta, vi sono delle altre montagne incomode.
A piedi, io non ho coraggio di farle, e per calesse ci manca il modo.
LIN.
Poveri noi! il nostro male non ha rimedio.
ZEL.
Ve ne sarebbe uno, un solo ve ne sarebbe per noi.
LIN.
E quale, mia cara Zelinda?
ZEL.
Eccolo qui, ascoltatemi.
Non vi è altro caso, non vi è altra speranza per noi, se non che io vada a gettarmi nelle braccia del signor Don Roberto.
Sapete l'amore, la bontà che ha per me, e siete sicuro ch'egli pensa da uomo onesto, e colla più rigorosa delicatezza.
Don Flaminio e Fabrizio sono scoperti, li temo meno, ed il padrone saprà assicurarmi dalle loro molestie.
La padrona, o non è più in casa, o se vi torna, sarà probabilmente con delle condizioni che la renderanno meno orgogliosa.
Tutta la difficoltà è per voi.
Non posso lusingarmi che il signor Don Roberto vi riceva in casa con me, ma posso bene colla roba mia, col mio danaro e co' miei profitti, soccorrervi fin che ne avete bisogno, finchè sappiate le ultime risoluzioni di vostro padre, o che troviate un onesto impiego in Pavia.
Saprò almeno che siete qui, vi vedrò qualche volta, mi può riuscir di persuader il padrone in vostro favore.
S'ei venisse a morire, che il cielo non lo voglia, mi ha promesso beneficarmi.
(con tenerezza) Così, il mio caro, il mio adorato Lindoro, soccorriamo decentemente la nostra miseria, metto in sicuro il mio decoro e la mia onestà.
Vi amerò sempre colla sola pena di non vedervi, e colla dolce speranza che possiamo essere un dì contenti.
LIN.
(piange, e non risponde)
ZEL.
Anima mia, che dite? Oh Dio! piangete? Non rispondete.
LIN.
Che volete che io dica? Avete ragione; andate, che il ciel vi benedica.
ZEL.
Ah no, se ciò vi fa tanta pena, non anderò, resterò con voi.
LIN.
E a far che? Poverina! a penare? a patire? Ah no, andate, ne son contento, ma non m'impedite almeno di piangere il mio destino.
ZEL.
Ma io non ho cuor di lasciarvi in uno stato sì doloroso.
LIN.
No, cara, non vi affliggete, non vi arrestate per me.
So che mi amate, e ciò mi basta per consolarmi.
(procura di rasserenarsi)
ZEL.
Andrò dunque...
(parte)
SCENA IX
Lindoro, poi Zelinda
LIN.
Misero me! non so in che mondo mi sia.
Come mai potrò vivere da lei lontano? Numi, assistetemi per pietà.
(s'appoggia ad una scena per afflizione)
ZEL.
(affannata) Ah Lindoro, Lindoro.
LIN.
(con forza) Che ci è, mia vita? Siete voi cangiata di sentimento?
ZEL.
Ho veduto Don Flaminio da quella parte, mi ha scoperta.
Tremo, pavento, vorrei nascondermi, e non so dove.
LIN.
Là, là, non temete.
ZEL.
Là, nel Corpo di guardia?
LIN.
No, diavolo, fra i soldati; colà fra quegli alberi dietro di quella catasta di legna.
Se ardirà seguirvi avrà che far con me.
ZEL.
Non vi esponete, per amor del cielo...
LIN.
Non temete di nulla; eccolo, eccolo, andate.
ZEL.
Quando mai finirò di tremare? (parte)
SCENA X
Lindoro, poi Don Flaminio
LIN.
Ecco la ragione de' miei timori.
FLA.
(correndo dietro a Zelinda) Crede ella che non mi dia l'animo di arrivarla?
LIN.
Dove andate, signore?
FLA.
Voi in disposizione d'impedirmi il passo?
LIN.
Sì, signore.
Io qui, disposto di tutto perdere, piuttostochè abbandonarvi Zelinda.
FLA.
Presuntuoso che siete! Io mi rido di voi, e la raggiungerò vostro malgrado.
(si avanza)
LIN.
(mette mano alla spada) Giuro al cielo! voi passerete per questa spada.
FLA.
(mette mano per difendersi) Temerario! in faccia al Corpo di Guardia?
SCENA XI
Caporale con sei soldati.
CAP.
Alto, alto.
Cosa è quest'impertinenza?
FLA.
Io non fo che difendermi dagl'insulti d'un forsennato.
CAP.
Lo so benissimo.
(a Lindoro) E voi, sugli occhi medesimi della sentinella?...
LIN.
Ah signore, scusate l'amore, il timore, la disperazione.
CAP.
Rendete la spada.
LIN.
(dà la spada ad un soldato) Eccola.
CAP.
(ai soldati) Conduciamolo alla gran Guardia.
LIN.
Numi, vi raccomando la mia Zelinda.
(parte scortato dai soldati e dal caporale)
SCENA XII
Don Flaminio, poi Zelinda
FLA.
Suo danno, non m'impedirà più di rintracciare Zelinda...
Ma eccola a questa volta.
ZEL.
Ah barbaro! sarete ora contento? Il povero mio Lindoro è arrestato.
Ma che credete perciò? di avermi in vostra balìa? V'ingannate.
Morirò piuttosto che soffrire la vista di un oggetto che io abborrisco, che io odio.
Non vi lusingate di trionfare di me, e non isperate d'andar esente da quella pena che meritate.
Sì, donna qual mi vedete, avrò spirito, avrò coraggio per ricorrere, per farmi intendere, per domandare per ottenere giustizia.
Sarà il mio primo giudice vostro padre; s'ei non mi ascolta, saprò ricorrere a' tribunali, e se tutto il mondo mi manca, colla mia mano, sì colla mia mano medesima, vendicherò Lindoro, vendicherò me stessa, punirò un ingiusto, punirò un persecutore dell'onestà, del decoro, dell'innocenza.
(parte)
SCENA XIII
Don Flaminio solo.
Costei è una vipera, è una furia, è un demonio, e tal la rende un vero amore, una perfetta costanza.
Che dirà mio padre di me e della mia condotta, dopo le proibizioni ch'egli mi ha fatte? Sono perduto, se io non impetro il di lui perdono.
Ma convien meritarlo.
Sì, andrò io stesso a gettarmi a' suoi piedi.
Gli prometterò il pentimento, il cambiamento di vita, l'abbandono totale d'ogni pensiero sopra Zelinda...
Ma sarò io in istato di mantenerlo? Sì, certo, lo manterrò.
L'ho detto, son galantuomo, non vi penserò più.
Ma un'altra cosa mi sta sul cuore.
Il trattamento villano che ho usato alla cantatrice.
Ella non lo merita, ed io ne sono mortificato; ma andrò a vederla, farò seco lei il mio dovere, e cercherò ogni strada per compensare colle attenzioni la pena che a quella buona giovane ho cagionata.
Amore mi avea acciecato.
La ragione m'illumina, e mi consiglia.
(parte)
SCENA XIV
Camera di Don Roberto.
Don Roberto e Don Federico
ROB.
Orsù, signor Don Federico, non voglio parere ostinato.
Mia moglie non merita ch'io mi scordi sì presto le inquietudini che mi ha dato, ma son di buon cuore, e in grazia vostra son pronto a riceverla, e a perdonarle.
FED.
Vi lodo e vi ringrazio per conto mio.
Mi permettete ch'io vada a prenderla, e che ve la conduca immediatamente?
ROB.
Sì, tutto quel che volete.
FED.
Circa alle scuse ch'ella vi dovrebbe fare...
ROB.
No, no, la dispenso da questo cerimoniale; venga con animo d'esser buona, e mi troverà amoroso per lei.
FED.
Bravo, così va bene.
(Manco male che l'ha esentata dagli atti di sommissione.
È la miglior donna del mondo, ma è un poco troppo ostinata.) (parte)
SCENA XV
Don Roberto, poi Zelinda, poi Fabrizio
ROB.
Tutto potrei sopportare.
Ma l'astio, la persecuzione a quella povera figlia, mi passa l'anima, mi affligge infinitamente.
ZEL.
(da sé indietro, piangendo) (Eccolo.
Oh cieli! non ho coraggio di presentarmi.)
ROB.
Dove mai sarà la povera mia Zelinda? che farà la povera sfortunata? (Zelinda piange) Chi sa, se la vedrò più! Chi sa che quell'ardito di Lindoro non abbia finito di precipitarla!
ZEL.
(piange forte, e Don Roberto si volta)
ROB.
Oh cieli! eccola qui.
Eccola, eccola, la mia Zelinda.
(le corre incontro con allegrezza)
ZEL.
Signore vi domando perdono.
(piangendo)
ROB.
Sì, cara figliuola, vi perdono assai volentieri.
Ero in pena per voi; mi consolo di rivedervi.
Il cielo finalmente vi ha illuminata.
Siete ritornata con me, spero che non mi abbandonerete mai.
ZEL.
Ah signore, le mie disavventure si aumentano, la mia miseria è estrema; per colmo della mia disgrazia, il mio povero Lindoro è prigione.
ROB.
In prigione Lindoro! Che cosa ha fatto quel disgraziato?
ZEL.
Non ha altra colpa il meschino che avermi difesa dalle persecuzioni di vostro figlio.
ROB.
Ah figlio indegno, disobbediente, ribaldo!
ZEL.
Se avete ancora della pietà per me, accordatemi una sola grazia, vi prego.
ROB.
Povera figlia! dite, che posso fare per voi?
ZEL.
Datemi il mio poco danaro, datemi la mia roba, per carità.
ROB.
E che vorreste voi farne?
ZEL.
Vender tutto, impiegar tutto, per liberare Lindoro.
ROB.
Ed è possibile che non vogliate disingannarvi? che vogliate amarlo ostinatamente? perdervi per sua cagione? perdere l'amor mio, le speranze ch'avete sopra di me, la vostra pace, la vostra tranquillità?
ZEL.
Perderei me stessa per liberare Lindoro.
(piange)
ROB.
(Che amore è questo! che costanza inaudita, che tenerezza, che fedeltà! Ed io sarò sì barbaro per oppormi ad un tal legame? Diffiderò che la provvidenza non sia per favorire un affetto sì puro, sì costante, sì virtuoso?)
ZEL.
Eccomi a' vostri piedi, signore...
(s'inginocchia)
ROB.
Alzatevi.
(inquieto) In qual prigione è Lindoro?
ZEL.
Non lo so, signore.
ROB.
Chi l'ha arrestato? (inquieto)
ZEL.
La guardia ch'è destinata al Ticino.
ROB.
Quanto tempo sarà?
ZEL.
Mezz'ora appena.
ROB.
Sarà tuttavia alla gran Guardia...
Il capitano è mio amico.
Ma che ha egli fatto contro mio figlio? lo ha insultato? lo ha ferito? lo ha maltrattato?
ZEL.
Nulla di ciò, signore; non ha che messo mano alla spada.
Deh! perdonategli questo giovanile trasporto.
(vuole inginocchiarsi)
ROB.
Fermatevi.
(Non ho cuor di resistere più lungamente.) Ehi, chi è di là?
FAB.
Signore.
ROB.
Andate subito alla gran Guardia.
Riverite il capitano per parte mia, e se Lindoro è tuttavia in suo potere, ditegli...
Sì, ch'egli è il mio segretario, ch'io ne sarò responsabile, e che mi rendo cauzione per lui.
FAB.
Sì signore...
ZEL.
(a Fabrizio) Oh me felice! Ditegli ch'è il segretario del signor Don Roberto, del mio caro padrone, che perdona a me, che perdona a lui, che si è mosso a pietà delle mie lagrime, e delle nostre sventure.
ROB.
(a Fabrizio) Chi può resistere a una sì bella passione?
FAB.
Avete ragione, signore.
Ella merita tutto.
Zelinda, vi domando scusa, e vi prometto di non inquietarvi mai più.
(Bisogna farsi un merito della necessità.) (parte)
ZEL.
Oh quante grazie! Oh quante obbligazioni! Oh quanta bontà che voi avete per me!
ROB.
Non so che dire.
Voi persistete a voler Lindoro.
Io lo faccio mal volentieri.
ZEL.
Perchè, signore, mal volentieri? Oh se sapeste quanto egli è amabile! quanto è egli buono...
Ma oh cieli! Ecco qui la padrona.
(timorosa)
ROB.
Non temete di nulla.
Spero che la troverete più docile, e meno austera.
SCENA XVI
Donna Eleonora, Don Federico e detti.
FED.
Venite, signora, che il signor Don Roberto desidera di abbracciarvi.
ELE.
S'ei lo desidera...
(Ma qui ancora costei!)
ROB.
Consorte carissima, è inutile l'esaminare se voi od io lo desideriamo.
In ogni caso facciamo tutti due il nostro dovere.
Una sola condizione io pongo al piacer della nostra unione, ed è che tolleriate in pace questa buona, questa savia, quest'onorata fanciulla.
ELE.
(Il sottomettermi è cosa dura, ma la necessità mi consiglia.)
FED.
Che dite, signora mia? avete obietti in contrario?
ELE.
No, sono ragionevole...
sono umana...
Mi fido del buon carattere di mio consorte...
la credo onesta...
la credo innocente...
Resti pure, ch'io ne sono contenta.
(dissimulando)
ZEL.
Lodato il cielo.
Vi ringrazio di cuore, e vi promett
...
[Pagina successiva]