GLI AMORI DI ZELINDA E LINDORO, di Carlo Goldoni - pagina 9
...
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LIN.
Ha lasciato la borsa...
FAB.
Questo danaro servirà a miglior uso.
(parte)
SCENA VIII
Zelinda e Lindoro
ZEL.
(a Lindoro) Con quale intenzione volevate voi raccogliere quella borsa?
LIN.
(mortificato) Il danno che colui ci ha recato non merita forse un qualche risarcimento?
ZEL.
Ah! Lindoro, Lindoro, pur troppo è vero.
La miseria talvolta fa commettere delle bassezze.
LIN.
Sì, è vero; ma non è per me che io cerchi i sovvenimenti.
Siete voi che mi fate pietà.
ZEL.
Oh cieli! cosa sarà di noi? Se la fortuna continua a perseguitarci, a quali pericoli andremo incontro? Credetemi, quest'esempio mi fa tremare: il bisogno ci può lusingare; e come fidarci della buona intenzione di chi benefica senza conoscerne il fondo?
LIN.
È vero, Zelinda, è verissimo.
Ma facciamo così.
Mi viene ora un pensiero.
Credo che il cielo me lo suggerisca.
Andiamo a Genova, andiamo a presentarci a mio padre.
Possibile ch'egli mi scacci villanamente, ch'egli non si mova a pietà?
ZEL.
Questo è un passo che si potrebbe tentare, ma come intraprendere il viaggio? Sono novanta miglia, si dee passar la Bocchetta, vi sono delle altre montagne incomode.
A piedi, io non ho coraggio di farle, e per calesse ci manca il modo.
LIN.
Poveri noi! il nostro male non ha rimedio.
ZEL.
Ve ne sarebbe uno, un solo ve ne sarebbe per noi.
LIN.
E quale, mia cara Zelinda?
ZEL.
Eccolo qui, ascoltatemi.
Non vi è altro caso, non vi è altra speranza per noi, se non che io vada a gettarmi nelle braccia del signor Don Roberto.
Sapete l'amore, la bontà che ha per me, e siete sicuro ch'egli pensa da uomo onesto, e colla più rigorosa delicatezza.
Don Flaminio e Fabrizio sono scoperti, li temo meno, ed il padrone saprà assicurarmi dalle loro molestie.
La padrona, o non è più in casa, o se vi torna, sarà probabilmente con delle condizioni che la renderanno meno orgogliosa.
Tutta la difficoltà è per voi.
Non posso lusingarmi che il signor Don Roberto vi riceva in casa con me, ma posso bene colla roba mia, col mio danaro e co' miei profitti, soccorrervi fin che ne avete bisogno, finchè sappiate le ultime risoluzioni di vostro padre, o che troviate un onesto impiego in Pavia.
Saprò almeno che siete qui, vi vedrò qualche volta, mi può riuscir di persuader il padrone in vostro favore.
S'ei venisse a morire, che il cielo non lo voglia, mi ha promesso beneficarmi.
(con tenerezza) Così, il mio caro, il mio adorato Lindoro, soccorriamo decentemente la nostra miseria, metto in sicuro il mio decoro e la mia onestà.
Vi amerò sempre colla sola pena di non vedervi, e colla dolce speranza che possiamo essere un dì contenti.
LIN.
(piange, e non risponde)
ZEL.
Anima mia, che dite? Oh Dio! piangete? Non rispondete.
LIN.
Che volete che io dica? Avete ragione; andate, che il ciel vi benedica.
ZEL.
Ah no, se ciò vi fa tanta pena, non anderò, resterò con voi.
LIN.
E a far che? Poverina! a penare? a patire? Ah no, andate, ne son contento, ma non m'impedite almeno di piangere il mio destino.
ZEL.
Ma io non ho cuor di lasciarvi in uno stato sì doloroso.
LIN.
No, cara, non vi affliggete, non vi arrestate per me.
So che mi amate, e ciò mi basta per consolarmi.
(procura di rasserenarsi)
ZEL.
Andrò dunque...
(parte)
SCENA IX
Lindoro, poi Zelinda
LIN.
Misero me! non so in che mondo mi sia.
Come mai potrò vivere da lei lontano? Numi, assistetemi per pietà.
ZEL.
(affannata) Ah Lindoro, Lindoro.
LIN.
(con forza) Che ci è, mia vita? Siete voi cangiata di sentimento?
ZEL.
Ho veduto Don Flaminio da quella parte, mi ha scoperta.
Tremo, pavento, vorrei nascondermi, e non so dove.
LIN.
Là, là, non temete.
ZEL.
Là, nel Corpo di guardia?
LIN.
No, diavolo, fra i soldati; colà fra quegli alberi dietro di quella catasta di legna.
Se ardirà seguirvi avrà che far con me.
ZEL.
Non vi esponete, per amor del cielo...
LIN.
Non temete di nulla; eccolo, eccolo, andate.
ZEL.
Quando mai finirò di tremare? (parte)
SCENA X
Lindoro, poi Don Flaminio
LIN.
Ecco la ragione de' miei timori.
FLA.
(correndo dietro a Zelinda) Crede ella che non mi dia l'animo di arrivarla?
LIN.
Dove andate, signore?
FLA.
Voi in disposizione d'impedirmi il passo?
LIN.
Sì, signore.
Io qui, disposto di tutto perdere, piuttostochè abbandonarvi Zelinda.
FLA.
Presuntuoso che siete! Io mi rido di voi, e la raggiungerò vostro malgrado.
(si avanza)
LIN.
(mette mano alla spada) Giuro al cielo! voi passerete per questa spada.
FLA.
(mette mano per difendersi) Temerario! in faccia al Corpo di Guardia?
SCENA XI
Caporale con sei soldati.
CAP.
Alto, alto.
Cosa è quest'impertinenza?
FLA.
Io non fo che difendermi dagl'insulti d'un forsennato.
CAP.
Lo so benissimo.
(a Lindoro) E voi, sugli occhi medesimi della sentinella?...
LIN.
Ah signore, scusate l'amore, il timore, la disperazione.
CAP.
Rendete la spada.
LIN.
(dà la spada ad un soldato) Eccola.
CAP.
(ai soldati) Conduciamolo alla gran Guardia.
LIN.
Numi, vi raccomando la mia Zelinda.
(parte scortato dai soldati e dal caporale)
SCENA XII
Don Flaminio, poi Zelinda
FLA.
Suo danno, non m'impedirà più di rintracciare Zelinda...
Ma eccola a questa volta.
ZEL.
Ah barbaro! sarete ora contento? Il povero mio Lindoro è arrestato.
Ma che credete perciò? di avermi in vostra balìa? V'ingannate.
Morirò piuttosto che soffrire la vista di un oggetto che io abborrisco, che io odio.
Non vi lusingate di trionfare di me, e non isperate d'andar esente da quella pena che meritate.
Sì, donna qual mi vedete, avrò spirito, avrò coraggio per ricorrere, per farmi intendere, per domandare per ottenere giustizia.
Sarà il mio primo giudice vostro padre; s'ei non mi ascolta, saprò ricorrere a' tribunali, e se tutto il mondo mi manca, colla mia mano, sì colla mia mano medesima, vendicherò Lindoro, vendicherò me stessa, punirò un ingiusto, punirò un persecutore dell'onestà, del decoro, dell'innocenza.
(parte)
SCENA XIII
Don Flaminio solo.
Costei è una vipera, è una furia, è un demonio, e tal la rende un vero amore, una perfetta costanza.
Che dirà mio padre di me e della mia condotta, dopo le proibizioni ch'egli mi ha fatte? Sono perduto, se io non impetro il di lui perdono.
Ma convien meritarlo.
Sì, andrò io stesso a gettarmi a' suoi piedi.
Gli prometterò il pentimento, il cambiamento di vita, l'abbandono totale d'ogni pensiero sopra Zelinda...
Ma sarò io in istato di mantenerlo? Sì, certo, lo manterrò.
L'ho detto, son galantuomo, non vi penserò più.
Ma un'altra cosa mi sta sul cuore.
Il trattamento villano che ho usato alla cantatrice.
Ella non lo merita, ed io ne sono mortificato; ma andrò a vederla, farò seco lei il mio dovere, e cercherò ogni strada per compensare colle attenzioni la pena che a quella buona giovane ho cagionata.
Amore mi avea acciecato.
La ragione m'illumina, e mi consiglia.
(parte)
SCENA XIV
Camera di Don Roberto.
Don Roberto e Don Federico
ROB.
Orsù, signor Don Federico, non voglio parere ostinato.
Mia moglie non merita ch'io mi scordi sì presto le inquietudini che mi ha dato, ma son di buon cuore, e in grazia vostra son pronto a riceverla, e a perdonarle.
FED.
Vi lodo e vi ringrazio per conto mio.
Mi permettete ch'io vada a prenderla, e che ve la conduca immediatamente?
ROB.
Sì, tutto quel che volete.
FED.
Circa alle scuse ch'ella vi dovrebbe fare...
ROB.
No, no, la dispenso da questo cerimoniale; venga con animo d'esser buona, e mi troverà amoroso per lei.
FED.
Bravo, così va bene.
(Manco male che l'ha esentata dagli atti di sommissione.
È la miglior donna del mondo, ma è un poco troppo ostinata.) (parte)
SCENA XV
Don Roberto, poi Zelinda, poi Fabrizio
ROB.
Tutto potrei sopportare.
Ma l'astio, la persecuzione a quella povera figlia, mi passa l'anima, mi affligge infinitamente.
ZEL.
(da sé indietro, piangendo) (Eccolo.
Oh cieli! non ho coraggio di presentarmi.)
ROB.
Dove mai sarà la povera mia Zelinda? che farà la povera sfortunata? (Zelinda piange) Chi sa, se la vedrò più! Chi sa che quell'ardito di Lindoro non abbia finito di precipitarla!
ZEL.
(piange forte, e Don Roberto si volta)
ROB.
Oh cieli! eccola qui.
Eccola, eccola, la mia Zelinda.
(le corre incontro con allegrezza)
ZEL.
Signore vi domando perdono.
(piangendo)
ROB.
Sì, cara figliuola, vi perdono assai volentieri.
Ero in pena per voi; mi consolo di rivedervi.
Il cielo finalmente vi ha illuminata.
Siete ritornata con me, spero che non mi abbandonerete mai.
ZEL.
Ah signore, le mie disavventure si aumentano, la mia miseria è estrema; per colmo della mia disgrazia, il mio povero Lindoro è prigione.
ROB.
In prigione Lindoro! Che cosa ha fatto quel disgraziato?
ZEL.
Non ha altra colpa il meschino che avermi difesa dalle persecuzioni di vostro figlio.
ROB.
Ah figlio indegno, disobbediente, ribaldo!
ZEL.
Se avete ancora della pietà per me, accordatemi una sola grazia, vi prego.
ROB.
Povera figlia! dite, che posso fare per voi?
ZEL.
Datemi il mio poco danaro, datemi la mia roba, per carità.
ROB.
E che vorreste voi farne?
ZEL.
Vender tutto, impiegar tutto, per liberare Lindoro.
ROB.
Ed è possibile che non vogliate disingannarvi? che vogliate amarlo ostinatamente? perdervi per sua cagione? perdere l'amor mio, le speranze ch'avete sopra di me, la vostra pace, la vostra tranquillità?
ZEL.
Perderei me stessa per liberare Lindoro.
(piange)
ROB.
(Che amore è questo! che costanza inaudita, che tenerezza, che fedeltà! Ed io sarò sì barbaro per oppormi ad un tal legame? Diffiderò che la provvidenza non sia per favorire un affetto sì puro, sì costante, sì virtuoso?)
ZEL.
Eccomi a' vostri piedi, signore...
(s'inginocchia)
ROB.
Alzatevi.
(inquieto) In qual prigione è Lindoro?
ZEL.
Non lo so, signore.
ROB.
Chi l'ha arrestato? (inquieto)
ZEL.
La guardia ch'è destinata al Ticino.
ROB.
Quanto tempo sarà?
ZEL.
Mezz'ora appena.
ROB.
Sarà tuttavia alla gran Guardia...
Il capitano è mio amico.
Ma che ha egli fatto contro mio figlio? lo ha insultato? lo ha ferito? lo ha maltrattato?
ZEL.
Nulla di ciò, signore; non ha che messo mano alla spada.
Deh! perdonategli questo giovanile trasporto.
(vuole inginocchiarsi)
ROB.
Fermatevi.
(Non ho cuor di resistere più lungamente.) Ehi, chi è di là?
FAB.
Signore.
ROB.
Andate subito alla gran Guardia.
Riverite il capitano per parte mia, e se Lindoro è tuttavia in suo potere, ditegli...
Sì, ch'egli è il mio segretario, ch'io ne sarò responsabile, e che mi rendo cauzione per lui.
FAB.
Sì signore...
ZEL.
(a Fabrizio) Oh me felice! Ditegli ch'è il segretario del signor Don Roberto, del mio caro padrone, che perdona a me, che perdona a lui, che si è mosso a pietà delle mie lagrime, e delle nostre sventure.
ROB.
(a Fabrizio) Chi può resistere a una sì bella passione?
FAB.
Avete ragione, signore.
Ella merita tutto.
Zelinda, vi domando scusa, e vi prometto di non inquietarvi mai più.
(Bisogna farsi un merito della necessità.) (parte)
ZEL.
Oh quante grazie! Oh quante obbligazioni! Oh quanta bontà che voi avete per me!
ROB.
Non so che dire.
Voi persistete a voler Lindoro.
Io lo faccio mal volentieri.
ZEL.
Perchè, signore, mal volentieri? Oh se sapeste quanto egli è amabile! quanto è egli buono...
Ma oh cieli! Ecco qui la padrona.
(timorosa)
ROB.
Non temete di nulla.
Spero che la troverete più docile, e meno austera.
SCENA XVI
Donna Eleonora, Don Federico e detti.
FED.
Venite, signora, che il signor Don Roberto desidera di abbracciarvi.
ELE.
S'ei lo desidera...
(Ma qui ancora costei!)
ROB.
Consorte carissima, è inutile l'esaminare se voi od io lo desideriamo.
In ogni caso facciamo tutti due il nostro dovere.
Una sola condizione io pongo al piacer della nostra unione, ed è che tolleriate in pace questa buona, questa savia, quest'onorata fanciulla.
ELE.
(Il sottomettermi è cosa dura, ma la necessità mi consiglia.)
FED.
Che dite, signora mia? avete obietti in contrario?
ELE.
No, sono ragionevole...
sono umana...
Mi fido del buon carattere di mio consorte...
la credo onesta...
la credo innocente...
Resti pure, ch'io ne sono contenta.
(dissimulando)
ZEL.
Lodato il cielo.
Vi ringrazio di cuore, e vi prometto tutta l'attenzione e il rispetto...
Sento gente.
Sarebbe mai il mio Lindoro?...
(da sè) (Ah no, è quell'importuno di Don Flaminio.)
SCENA XVII
Don Flaminio e detti
FLA.
Deh caro padre...
ROB.
Temerario! ardisci ancora comparirmi dinanzi?
FLA.
Vi domando perdono.
So che non lo merito, ma siete troppo buono per negarlo ad un figlio ch'è di cuore pentito, e che vi giura di non disgustarvi per l'avvenire.
ROB.
Vedi tu questa giovane? (accennando Zelinda)
FLA.
La veggo, la rispetto, la stimo, e vi prometto di non molestarla mai più.
ROB.
Se è così, ti perdono.
ZEL.
Oh quante consolazioni per me! ma quando verrà la maggiore? Quando verrà il mio caro...
Ecco Fabrizio.
Oh cieli! non vi è Lindoro.
SCENA XVIII
Fabrizio, il Caporale e detti.
FAB.
(a Don Roberto) Ecco qui il caporale che ha arrestato Lindoro.
ZEL.
(a Fabrizio) Oh Dio! cos'è di lui? Dov'è? non lo vedo.
Perchè non viene?
FAB.
Aspettate un momento, e lo vedrete.
ZEL.
Lo vedrò? (con allegrezza)
FAB.
Lo vedrete.
ZEL.
Oh cieli! non vedo l'ora.
ROB.
Ebbene, signor caporale?
CAP.
Quando mi lasceranno parlare, parlerò.
Il signor capitano, che vi stima e rispetta, vi manda il segretario sulla vostra parola.
ZEL.
(al Caporale) Ma dov'è?
CAP.
(a Zelinda) Un momento di tempo.
(a Don Roberto) Basta che voi promettiate di rimetterlo, se bisogna, per gli effetti della Giustizia.
ROB.
Sì, signore, prometto.
ZEL.
(a Don Roberto, agitata) Di rimetterlo alla Giustizia?
ROB.
(a Zelinda) Non dubitate, lasciate la cura a me.
(al Caporale) Prometto di rimetterlo, se bisognerà.
CAP.
Quand'è così, ve lo rilascio subito in libertà.
Elà, soldati, lasciate libero il prigioniero.
(alla scena)
ZEL.
Eccolo, eccolo.
(gli corre incontro)
SCENA XIX
Lindoro e detti.
LIN.
Ah cara Zelinda!
ZEL.
Ah il mio adorato Lindoro! (si abbracciano modestamente)
LIN.
Che piacere!
ZEL.
Che consolazione! (piangono d'allegrezza, e restano ammutoliti)
ROB.
(a Donna Eleonora, a Don Flaminio e a Fabrizio) E avrete cuore d'insultarli? d'offenderli? di perseguitarli?
ZEL.
(a Lindoro ,accennando Don Roberto) Eccolo, eccolo il nostro protettore, e il nostro amorosissimo padre, il nostro liberale benefattore.
LIN.
Ah signore...
(s'inginocchia a' piedi di Don Roberto)
ZEL.
Ah il mio caro padrone...
(s'inginocchia dall'altra parte)
ROB.
Non posso trattenere le lagrime.
(s'asciuga gli occhi) Alzatevi, figliuoli miei, alzatevi.
Veggo benissimo che i vostri amori sono innocenti, sono approvati dal cielo, e mi sento mosso a favorire la vostra unione.
Non so chi sia vostro padre.
(a Lindoro) Voi me lo confiderete, ed io m'impegno di scrivergli, e di persuaderlo.
Restate meco frattanto, riprendete l'uno e l'altro il posto in casa, nell'amor mio, e nel mio cuore.
Amatevi sempre, e poichè pare che il cielo vi voglia uniti, sposatevi, ch'io v'acconsento.
ZEL.
Caro Lindoro!
LIN.
(Oh amor mio!) (s'abbracciano)
ROB.
(a Donna Eleonora e a Don Flaminio) E voi rispettate il decreto del cielo, e l'opera della mia mano.
ELE.
Ne sono anch'io penetrata, ve l'assicuro.
FLA.
Contribuirò anch'io, quanto posso, alla loro felicità.
ZEL.
Benedetto il cielo che ci ha assistiti, benedetto il padrone che ci ha protetti! Signori miei, voi che siete sì teneri e sì gentili, consolatevi del lieto fine degli amori di Zelinda e Lindoro, ed onorateli, se ne sono degni, della vostra umanissima approvazione.
FINE DELLA COMMEDIA
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