IL CAVALIER DI BUON GUSTO, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
.
Eccola, Lettor carissimo, qual ella è; te la offerisco di cuore; considera tu saggiamente, s'ella era poi necessaria a tal segno, che non se ne potesse il mio amorosissimo Correttore dispensare.
Confrontala colla Scena I dell'Atto Terzo, e vedrai che la critica del Maestro di Casa fu da me medesimo lavorata, non già collo spirito del Correttore, ma con quel poco di sale che ho in zucca; ed egli ha creduto ben fatto, e indispensabile ad ogni costo, prevenir tal proposito nell'Atto Primo.
SCENA UNDICESIMA
ARLECCHINO e BRIGHELLA
BRIGH.
Felici quei servitori, che gh'ha la fortuna de star con sta sorte de padroni! Vardè quanti ordini che l'ha dà in t'un momento.
Adesso me tocca a mi a radoppiar la tavola sta mattina.
Ma me preme che anca el cogo fazza la so parte.
Oh! l'è qua el sottocogo, ghe dirò do parole.
ARL.
Oh sior mistro de casa, vegnì a dar i ordeni in cusina, perché mi gh'ho fame, e voria dirve una cossa.
BRIGH.
Che vol mo dir?
ARL.
Che se el mistro de casa, che è andà via, no guardava tanto per sutilo in cusina, e sì mi nol cognosseva gnanca, vu mo, che sì me paesan, sarì ancora più galantomo.
BRIGH.
Cossa s'intende mo sto esser più galantomo?
ARL.
Lassar che el povero sottocogo magna qualche bocconcin del bon e del meggio, e se tegna sempre qualche poca de provision da parte.
BRIGH.
Della roba del patron? No femo gnente.
Fin ch'averò mi la sopra intendenza, e ch'averò l'impiego de mistro de casa, la roba del patron gh'ha da esser intatta e segura.
ARL.
Mo i altri no fa miga cussì, e quel che è andà via, serrava un occhio in ste cosse.
BRIGH.
E per questo el gh'ha durà poco.
Caro paesan, ti vedi pur la generosità del patron, e quanto ch'el benefica i so servitori.
Mi de povero staffier son deventà mistro de casa in dodese anni de servitù, onde se ti sarà fedel, col tempo ti pol sperar d'avanzarte anche ti.
ARL.
Mi l'è de più che lo servo.
BRIGH.
Matto! se no l'è un anno, che ti è in casa.
ARL.
L'è vero, ma gh'ho ben intenzion d'esserghe stà altri vinti anni avanti.
BRIGH.
Eh, che i paroni no i paga l'intenzion, i paga i fatti.
ARL.
Mo magari volesselo pagar i mi fatti, che vorave rancurarli tutti.
(Questa puzza).
BRIGH.
Oh, mi perdo el tempo con ti e gh'ho da far.
No te digo altro se no che colla fedeltà e col bon tratto se avanza più de quel che pretende de far qualche servitor, col procurarse dei utili che no ghe convien.
(Queste sono cose che le ha dette il Conte Ottavio).
(via)
ARL.
Al veder, co sto me paesan ghe xe pochi incerti.
Ma n'importa, farò quel ch'el me dise, che se lu a far cussì l'è deventà mistro de casa pol esser che el patron, vedendome attento, me fazza mistro dei coppi.
(via)
Ecco terminata la bella Scena, di cui non potevasi far a meno, forse per fare una finezza all'Arlecchino, il quale certamente averà campo di farsi onore.
Se io l'avessi fatta, non avrei poi condotto, nella maniera come si legge, la Scena I dell'Atto Terzo; e convien dire che non abbia letto la mia, quegli che ha fatto questa.
L'averei lodato però molto più, se alla Scena I dell'Atto Primo, ove il Conte Ottavio legge un libro, e meritamente lo loda, e molti forse non intenderanno di qual libro egli parli, se avesse con una delle sue annotazioni svelato esser questo il Libro Primo delle Lettere del Conte Gasparo Gozzi, opera veramente degna di un Cavaliere di buon gusto.
PERSONAGGI
Il conte OTTAVIO cavalier di buon gusto;
La contessa BEATRICE vedova, sua cognata;
Il contino FLORINDO di lei figliuolo;
La marchesina ROSAURA dama di qualità, promessa sposa al contino Florindo;
Donna ELEONORA dama vedova, zia e tutrice della marchesina;
La baronessa CLARICE dama nubile, cugina della contessa Beatrice;
Il conte LELIO amico del conte Ottavio;
PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano;
Il DOTTORE ANSELMI medico;
BRIGHELLA staffiere, poi maestro di casa del conte Ottavio;
ARLECCHINO sottocuoco del conte;
Il BIBLIOTECARIO del conte;
Il SEGRETARIO del conte;
Due CAMERIERI del conte;
Un PAGGIO della marchesina;
Un SERVITORE di donna Eleonora;
La Scena si rappresenta in Napoli.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera del conte Ottavio.
Il conte OTTAVIO in veste da camera e parrucca, sedendo ad un tavolino, leggendo un libro.
OTT.
Convien poi dire, che in questo secolo piucché mai fioriscono gl'ingegni peregrini in Italia.
Questo libro è sì bene scritto, ch'io lo reputo testo di lingua(1), e in oggi certamente pochi Italiani scrivono in questo stile.
Questo sogno è un capo d'opera, e il dialogo fra il calamaio e la lucerna è una cosa molto graziosa.
Ma il sole principia a riscaldare la terra.
Or ora verranno visite; non voglio lasciarmi trovare in quest'abito di confidenza.
Chi vuole esiger rispetto, deve anche in casa propria prendersi qualche piccola soggezione.
Chi è di là?
SCENA SECONDA
BRIGHELLA, CAMERIERE e detto.
BRIGH.
Illustrissimo.
OTT.
Chiamatemi il maestro di casa.
BRIGH.
Illustrissimo, gh'è una novità.
OTT.
Che cosa c'è di nuovo?
BRIGH.
El maestro de casa no se trova.
OTT.
Come non si trova?
BRIGH.
In camera nol gh'è, e no gh'è più né i so bauli, né gnente della so roba.
El s'ha cercà per mezzo Napoli, e nol se trova.
OTT.
Ha portato via qualche cosa?
BRIGH.
Per quanto el credenzier, el cogo e mi abbiemo fatto diligenza, no podemo dir che manca gnente.
OTT.
Perché dunque credete voi se ne sia andato, dopo otto giorni ch'egli era al mio servizio?
BRIGH.
Mi, lustrissimo, ghe dirò el perché.
Perché l'ha ordenà al sior segretario de revederghe i conti della settimana.
OTT.
Ma io costumo così.
Ogni settimana fo i conti al maestro di casa.
BRIGH.
E lu, che sta cossa no ghe comodava, el se l'è sbignada(2).
OTT.
Ho piacere che se ne sia andato.
Mi avrà portato via qualche zecchino, ma non importa.
Se io era uno di quelli che fanno i conti una volta al mese, mi avrebbe portato via molto più.
Mi converrà provvederne un altro.
Ma frattanto chi supplirà alle di lui veci?
BRIGH.
Vusustrissima cognosse i so servitori.
La sa de tutti l'abilità, la sa de chi la se pol fidar, onde no la pol fallar.
CAM.
Illustrissimo; io ho servito tre anni per maestro di casa.
OTT.
Dove?
CAM.
In una città che si chiama Vipacco.
OTT.
Vipacco? Dov'è questo Vipacco?
CAM.
Nel principio della Germania, fra il Friuli tedesco e la Stiria.
OTT.
Io ho viaggiato quasi tutta l'Europa, e non mi sovviene questa città.
Parmi aver sentito dire, che Vipacco sia una piccola villa.
CAM.
Oh illustrissimo no; è una città.
(L'ho detta, bisogna sostenerla).
(da sé)
OTT.
Bene, sarà.
Chiamatemi il bibliotecario.
(a Brighella)
BRIGH.
La servo.
(parte)
SCENA TERZA
Il conte OTTAVIO ed il CAMERIERE, poi il BIBLIOTECARIO e BRIGHELLA.
OTT.
Chi avete servito? (al Cameriere)
CAM.
Un cavaliere di quel paese.
OTT.
Quanto vi dava di salario?
CAM.
Tre zecchini il mese, e le spese.
BIBL.
Eccomi a' suoi comandi.
OTT.
Portatemi il tomo di Martiniè, lettera V.
BIBL.
La servo subito.
(parte)
CAM.
(Ora leggerà, e non si ricorderà più di Vipacco).
(da sé)
OTT.
Da vestire.
BRIGH.
Subito.
(parte)
OTT.
A Napoli, avete servito da cameriere?
CAM.
L'ho fatto per necessità.
SCENA QUARTA
BRIGHELLA con l'abito, va per metterlo ad OTTAVIO, e detti.
CAM.
Date qua, non tocca a voi.
BRIGH.
Son servitor anca mi.
CAM.
Gli staffieri non mettono le mani addosso ai padroni.
(gli prende l'abito e veste Ottavio)
BRIGH.
(Chi sa che un zorno la fortuna no me fazza buttar zo sta livrea).
(da sé)
SCENA QUINTA
Il BIBLIOTECARIO col libro, e detti.
BIBL.
Eccola servita.
OTT.
(Prende il libro, lo mette sul tavolino, siede e legge)
CAM.
(Se io arrivo a esser maestro di casa, voglio far abbassar l'albagìa a questi staffieri).
(a Brighella)
BRIGH.
(Me confido che el padron l'è un cavalier de giustizia).
(al Cameriere)
OTT.
Signor maestro di casa.
(al Cameriere)
CAM.
Illustrissimo.
OTT.
Venga qua, signor maestro di casa.
CAM.
Grazie alla bontà di V.S.
illustrissima.
OTT.
Ella ha servito a Vipacco.
CAM.
Illustrissimo sì.
OTT.
Vipacco, borgo d'Italia nel Friuli, nella Contea di Gorizia, vicino alla sorgente d'un fiume da cui prende il nome.
(leggendo)
CAM.
Mi creda, illustrissimo...
OTT.
Siete un briccone.
Andate via subito dal mio servizio.
CAM.
Ma perché?...
OTT.
Andate in questo momento.
CAM.
La supplico per carità.
OTT.
Meno repliche.
CAM.
Pazienza! Me ne anderò.
BRIGH.
(Signor maestro di casa, la reverisco).
(al Cameriere)
CAM.
(Sian maledetti i libri, e quei che li stampano).
(da sé, parte)
BRIGH.
(Questa la godo, da galantomo).
(da sé)
OTT.
Un servitore bugiardo non fa per me.
BIBL.
V.S.
illustrissima è di buon gusto in tutte le cose, e lo è ancora nella scelta dei servitori.
OTT.
Sì, i miei servitori li pago bene.
Do loro un salario che difficilmente avranno da un altro; li premio e li regalo, ma voglio che abbiano tre ottime qualità: puntualità, attenzione e pulizia.
BRIGH.
(L'è un padron adorabile! Per lu me butteria nel fogo.
Bel servir un padron generoso!) (da sé)
OTT.
Brighella.
BRIGH.
Illustrissimo.
OTT.
Quanti anni sono, che siete in casa mia?
BRIGH.
Sarà dodes'anni, e me par dodese zorni.
Ho sempre ringrazià el cielo d'esser al servizio d'un cavalier tanto benigno come V.S.
illustrissima, e spero de terminar in sta benedetta casa i mi zorni.
OTT.
Io non ho mai avuto a dolermi del vostro servizio; siete un uomo fedele, siete onorato e civile; perciò destino appoggiare a voi il carico di maestro di casa.
BRIGH.
Illustrissimo, no so cossa dir; resto attonito e mortificà; la consolazion me leva el respiro, e no trovo termini per ringraziarla.
OTT.
Il ringraziamento che avete a farmi, sarà l'attenzione e la fedeltà del vostro servizio.
BRIGH.
Spero che V.S.
illustrissima non averà da dolerse della mia mala volontà; circa l'abilità, farò tutto per ben servirla.
OTT.
Oh via, andate a deporre la livrea.
Dite alla donna di governo, che vi dia due abiti da campagna del mio guardaroba.
BRIGH.
Grazie alla carità de V.S.
illustrissima.
OTT.
Come state di biancheria?
BRIGH.
Grazie al cielo, gh'ho el mio bisogno.
OTT.
Ricordatevi di tenere in soggezione quei della famiglia bassa.
Trattateli bene, ma fateli servire.
Io do ai miei staffieri e ai miei lacchè, come sapete, danari per le cibarie; ma quello che avanza alla tavola, ho piacere che si distribuisca a quella povera gente.
Questa distribuzione fatela voi, e fatevi merito presso di loro, acciò vi amino e vi rispettino, poiché a me non è lecito invigilare sulle minute cose della famiglia, e un buon maestro di casa può regolarla mirabilmente.
BRIGH.
Circa al trattamento della tavola, comandela che seguita sul piede solito?
OTT.
Sì, già lo sapete.
Alla mia tavola hanno da poter venire gli amici senza essere invitati.
Dodici coperte ordinariamente si preparano dal credenziere, e se cresce il numero delle persone, si aggiungono de' tavolini.
Due portate di sei piatti l'una è il mio ordinario.
Qualche volta si levano le zuppe e si cambiano i laterali, e i dodici piatti si fanno diventar sedici; ma una tavola di dodici piatti caldi è cosa discreta per un pranzo di tutti i giorni.
Il vino della mia cantina per pasteggiare è assai buono.
Due fiaschi e due bottiglie si daranno ogni giorno, e all'ultimo il rosolio ed il caffè.
La sera non si fa cena.
Chi vuol mangiare, ordini a voi ciò che vuole; e fateli servire nella loro camera.
Questo è il mio ordinario.
Nelle occasioni di trattamento, vi darò io le commissioni, a misura dell'impegno in cui mi troverò.
Siate economo nello spendere, insinuate al cuoco di variar sempre nei piatti, di farli saporiti e di gusto, ma che non getti superfluamente; mentre tutto quello che io spendo, ho piacere che si goda, e se spendo sei, desidero, se si può, farlo comparire per dieci.
BRIGH.
Ho inteso benissimo, e V.S.
illustrissima sarà servida.
OTT.
Sentite, se volete fare la vostra fortuna, se volete migliorar condizione, se volete stabilirvi un pane per la vecchiaia, non cercate di farlo con mala arte da voi medesimo, ma portandovi bene, datemi campo che lo possa far io, per rimunerazione della vostra fedel servitù.
BRIGH.
Con un padron che cognosse, e premia, e benefica, bisogna esser fedeli per forza: ma chi tratta mal, ma chi è ingrato colla povera servitù, no se pol far amar, e poche volte trova zente fedel.
(parte)
SCENA SESTA
Il conte OTTAVIO ed il BIBLIOTECARIO, poi un altro CAMERIERE
BIBL.
Mi consolo ch'ella abbia fatta un'ottima scelta.
Brighella è un uomo di garbo.
OTT.
Lo conosco, e perciò lo rimunero.
Chi vuol tenere in dovere la servitù, è necessario farle sperare il premio alle sue fatiche.
Vedendo che il padrone benefica, ognuno lo serve con attenzione.
BIBL.
Comanda altro da me?
OTT.
Avete fatta la divisione de' libri antichi da' libri moderni?
BIBL.
Sì signore.
OTT.
Quai sono i più?
BIBL.
I moderni.
OTT.
In questo secolo tutti scrivono, tutti stampano.
BIBL.
I libri vecchi si sono resi inutili.
OTT.
Perché?
BIBL.
Perché gli autori moderni non hanno fatto che copiar dagli antichi, e abbiamo dagli scrittori del nostro secolo tutto quello che è stato detto e ridetto nei secoli oltrepassati.
OTT.
Sì, ma sono necessari gli autori antichi per ricorrere ad essi, e confrontare ed intendere le proposizioni dei moderni.
BIBL.
Sappia, signore, che sto ancor io facendo una piccola fatica.
OTT.
Sì? In che cosa vi divertite?
BIBL.
Fo un libro intitolato il Pasticcio.
Da tutti i libri della libreria prendo qualche cosa, e formo un'opera che potrà dirsi universale.
OTT.
Caro bibliotecario, non fate questa fatica.
Di tali opere il mondo è pieno.
Di questi pasticci ve n'è abbondanza.
BIBL.
Lo fo per impiegare con profitto le ore dell'ozio.
OTT.
Impiegatele a leggere.
Non vi fermate a imparare a memoria i frontespizi de' libri, gl'indici e le sentenze, per comparire fra gl'ignoranti un uomo di erudizione: studiate fondatamente, e con metodo, se volete essere un uomo dotto.
BIBL.
In oggi vi sono tanti bei dizionari, che facilmente un uomo si può erudire.
OTT.
In oggi non si studia più un'arte con fondamento.
Si ricorre al dizionario, si apprende la cosa superfizialmente, si fa un embrione nella fantasia, non si digerisce bene veruna cosa, e gli uomini stessi diventano indici e dizionari.
BIBL.
Dunque i dizionari non sono utili ed apprezzabili?
OTT.
Sì, lo sono per gli uomini che già sanno, non per quelli che hanno da apprendere, e lo fanno coi repertori.
BIBL.
Se non mi comanda altro, torno in libreria.
OTT.
Signor Indice, la riverisco.
BIBL.
Vado a divertirmi col mio Pasticcio.
(parte)
OTT.
Sarà un pasticcio di pasta a vento, fatto sul gusto della sua testa.
CAM.
Illustrissimo, il signor Pantalone de' Bisognosi.
OTT.
Venga, e fino ch'egli sta meco, non ricevo ambasciate.
CAM.
La signora contessa ha mandato a vedere se V.S.
illustrissima è impedita.
OTT.
Dite alla contessa mia cognata, che or ora sarò di sopra a prendere la cioccolata con lei.
(Cameriere parte) Mia cognata è una donna curiosa.
Pretende farsi rispettar assai per esser superba, e s'inganna di gran lunga.
Grandezza di nascita e umiltà di tratto costituiscono il vero merito della nobiltà.
SCENA SETTIMA
PANTALONE e detto.
PANT.
Servitor umilissimo a vusustrissima.
OTT.
Ben venga il mio amatissimo signor Pantalone, sedete qui presso di me.
PANT.
Come la comanda.
OTT.
Che cosa abbiamo di nuovo?
PANT.
Gieri ho vendù le volpe de Moscovia, e avemo vadagnà in sto negozio dusento zecchini, netti da capital e da spese.
OTT.
Buono, in due mesi non si poteva guadagnare di più.
PANT.
Se la comanda, gh'ho portà i cento zecchini della so parte.
OTT.
Sì, date qua.
Questi serviranno per fare un miglior accoglimento a mio nipote, che a momenti s'aspetta di ritorno da Roma.
PANT.
Comandela veder tutto el ziro del negozio, la compra, la vendita e le spese?
OTT.
Per ora no.
Facciamo così.
Notiamo che ho ricevuto da voi cento zecchini.
Da qui a qualche giorno faremo fra voi e me un poco di bilancio.
PANT.
(Cava il libro) Co la comanda, sarò sempre pronto.
Fin adesso tutti i nostri negozi i xe andai ben.
I quaranta mille ducati, che la m'ha dà da negoziar, unidi a altri vinti mille dei mii, i ha buttà pulito.
OTT.
Vi dirò, signor Pantalone; per vivere da mio pari, e per trattarmi in una maniera conveniente al mio grado, ho rendite sufficienti, e non ho bisogno di procacciarmi profitti; a me piace far qualche cosa di più.
Godo trattarmi nelle occasioni con qualche magnificenza; amo di farmi voler bene dalle persone, coltivarmi gli amici, godere il mondo, e per ciò fare, mi conviene eccedere le misure del mio patrimonio.
Se con imprudenza volessi intaccare i miei capitali, come pur troppo tanti fanno, sarei degno di riprensione, e col tempo mi renderei ridicolo.
Ho ritrovato pertanto questa miniera.
Negozio con voi e un capitale di quaranta mila ducati mi fa stare allegro, senza alterare il sistema della mia casa, senza sconvolgere l'economia.
PANT.
Ella xe un cavalier, che l'intende per el so verso.
Una volta la mercatura giera el meggio patrimonio delle case nobili.
Anca in ancuo(3) in qualche città corre sta massima, e el negoziar no tol gnente alla nobiltà.
Bisogna uniformarse al sistema del liogo dove se abita, e per el proprio decoro bisogna anca dissimular.
Onde la fa benissimo a far che i so bezzi ghe frutta e el frutto gòderlo e devertirse.
OTT.
Per altro sono assai fortunato, per aver ritrovato in voi un uomo di vera puntualità.
PANT.
Fazzo el mio debito, e gnente de più.
Donca l'aspetta so sior nevodo?
OTT.
Sì, il contino mio nipote è uscito di collegio, e si aspetta in Napoli con ansietà, dovendosi stabilire il contratto di nozze fra lui e la marchesina Rosaura.
PANT.
Un bon parentà.
Una putta ricca e unica, me ne consolo infinitamente.
Ma la supplico de perdon, perché no se maridela ella, invece de pensar a so nevodo?
OTT.
Caro signor Pantalone, voi mi volete poco bene.
PANT.
Perché disela cussì?
OTT.
Se mi voleste bene, non mi consigliereste a maritarmi.
Che cosa vorreste ch'io facessi di una donna al fianco?
PANT.
So pur, che star colle donne no ghe despiase.
OTT.
Sì, colle donne tratto e converso sempre volentieri, ma colla moglie mi annoierei in capo a tre giorni.
PANT.
Se la fusse una muggier bona, no la se stufaria.
OTT.
Trovatemi una moglie buona, e mi marito domani.
PANT.
Mo no la crede che ghe ne sia de bone?
OTT.
Sì, ve ne saranno, ma è come un terno al lotto.
Uno contro cento diciassettemila quattrocento ottanta.
PANT.
E pur m'impegneria de trovarghe una muggier bona e de so soddisfazion.
OTT.
Orsù, per farvi vedere che vi amo e vi stimo, voglio prender moglie; voglio prendere questa buona dama, che voi mi proponete; ma con questa condizione, che voi mi abbiate a fare la sicurtà che veramente sia buona, e buona si mantenga, e tale non riuscendo, che abbiate voi a pagarmi venti mila ducati.
PANT.
Mo sta sigurtà no la posso miga far.
OTT.
Dunque non siete sicuro che ella sia buona.
PANT.
La xe bona, ma la poderia deventar cattiva.
OTT.
Ed io col dubbio ch'ella sia buona, e col pericolo che possa diventar cattiva, l'ho da prendere? Signor Pantalone, pensiamo alle volpi di Moscovia, che profittano più delle femmine da marito.
PANT.
No so cossa dir.
La fazza quel che la crede meggio, ma a tutto Napoli despiase, che vusustrissima no se marida.
OTT.
Gente che invidia il mio bene.
PANT.
E quante dame aspira all'onor delle so nozze!
OTT.
Non credo a nessuna.
PANT.
E pur ghe ne xe assae, che ghe vuol ben.
OTT.
Mi vogliono bene? Povero signor Pantalone! quanto siete buono! Amano i miei poderi, la mia tavola, le mie carrozze.
Le conosco, le conosco, non mi lascio gabbare.
PANT.
La le tratta però volentiera.
OTT.
Sì; mi burlo di loro, come esse si burlano di me.
Fingo di non capire, per goder meglio la scena.
Mi vogliono bene? Maledette! Se arrivassero a innamorarmi, povero me!
PANT.
Ma perché donca le trattela?
OTT.
Con qualcuno si ha da conversare.
Poco più, poco meno, tutti al mondo vivono d'impostura, e chi è di buon gusto, dissimula quando occorre, gode quando può, crede quel che vuole, ride de' pazzi, e si figura un mondo a suo gusto.
PANT.
Vorla che ghe diga, che me piase assae sto modo de pensar?
OTT.
Signor Pantalone, avete nulla da comandarmi?
PANT.
Gnente, ghe levo l'incomodo.
OTT.
Via; approfittiamo del tempo, che è cosa preziosa.
Voi lo potrete impiegar bene co' vostri traffichi: io non lo getto inutilmente.
Lo distribuisco all'economia della casa, allo studio, al carteggio, alla lettura de' buoni libri, al maneggio di qualche affare serioso, alla tavola, alla conversazione, e qualche volta a far un poco all'amore.
PANT.
Donca la fa l'amor?
OTT.
Sì; io fo all'amore, come il gatto fa all'amore colla bragiuola, che sta cocendosi sulla gratella: la guarda, ma non la tocca.
PANT.
Oh, che caro sior conte...
OTT.
Chi è di là?
SCENA OTTAVA
Il CAMERIERE e detti.
OTT.
Servite il signor Pantalone.
(al Cameriere)
PANT.
Ghe fazzo umilissima reverenza.
OTT.
State sano.
PANT.
(Co vegno qua, no andarave mai via.
El gh'ha un descorso che incanta).
(da sé) Bondì a vusustrissima.
(parte, accompagnato fino alla porta dal Cameriere)
OTT.
Buon galantuomo! Non sa più di così.
Crede che la sua visita abbia a occuparmi una mezza giornata.
Cameriere.
CAM.
Signore.
OTT.
Il segretario ed il maestro di casa.
(al Cameriere)
CAM.
Sono in anticamera.
OTT.
Che vengano, e voi non partite.
(il Cameriere li fa entrare)
SCENA NONA
Il SEGRETARIO, BRIGHELLA s'inchinano; e detti.
OTT.
Segretario, rispondete a queste tre lettere.
Alla prima termini generali: che mi farò gloria nelle occasioni di servire il raccomandato.
Alla seconda con brio: che nel servire la virtuosa raccomandatami, non avrò merito alcuno, mentre il piacer di trattarla ricompenserà moltissimo le mie attenzioni.
Alla terza, grave: che mi dispiace esser prevenuto, e non soglio favorire che la giustizia.
Brighella, andrete a pagare due casse di vino che ho ricevuto.
Rivedrete il conto del sarto.
Per oggi, se vien mio nipote, duplicate la tavola.
Tenete, questi sono trenta zecchini.
Cameriere, andate dalla marchesina Rosaura, a vedere come ha riposato la scorsa notte.
Fate la stessa ambasciata a donna Eleonora, sua zia.
Segretario, leggete questo memoriale, e fate le due lettere di raccomandazione per l'oratore, a tenor dell'istanza.
Avvertite che il pranzo sia magnifico.
(a Brighella) Che l'ambasciata sia fatta a dovere, prima colla marchesina, e poi a donna Eleonora.
Accompagnatemi da mia cognata.
(al Cameriere, e parte)
BRIGH.
(Gran testa!) (parte)
CAM.
(Gran mente!) (parte)
SEGR.
(Gran cavaliere di buon gusto!) (parte)
SCENA DECIMA
Camera della contessa Beatrice.
La contessa BEATRICE e la baronessa CLARICE
BEAT.
Così è, cara cugina; oggi si aspetta mio figlio.
CLAR.
È vero che vi è trattato di nozze fra lui e la marchesina Rosaura?
BEAT.
Sì; vi è questo trattato, ma non si concluderà.
CLAR.
Per qual ragione? La marchesina è nobile e ricca.
BEAT.
Non si concluderà, perché ha preteso di voler fare questo partito il conte mio cognato.
CLAR.
Come zio del contino, lo doveva fare.
BEAT.
Lo doveva fare? Cugina ve ne intendete poco.
Io sono la madre di Florindo: a me tocca a trovargli una sposa; e se ha da venire una nuora in questa casa, io l'ho da sapere prima d'ogni altro.
CLAR.
Cara cugina, perdonatemi, se vi parlo con libertà.
Non vi piccate di ciò, mentre il conte Ottavio è un cavaliere prudente; e quello che ha fatto, l'avrà fatto per utile della famiglia.
BEAT.
Mio cognato è un uomo prudente? È uno scialacquatore, un prodigo, che rovina la casa e precipita suo nipote.
CLAR.
Tutto Napoli lo decanta per uomo savio.
BEAT.
Tutti non sanno quel che so io.
Le rendite della nostra casa non possono mantenere quei magnifici trattamenti, quelle grandiose spese ch'egli è solito a fare.
CLAR.
Ma che vorreste dire perciò?
BEAT.
Ch'egli intacca i capitali.
CLAR.
Non ha venduto alcun stabile.
BEAT.
Voglio che mi dia la mia dote.
CLAR.
Non si sa ch'egli abbia debiti.
BEAT.
Quando arriva Florindo, ha da render conto della sua amministrazione.
CLAR.
Credetemi, che v'ingannate.
BEAT.
Non lo può fare.
CLAR.
Voi non potete sapere i suoi interessi.
BEAT.
So tutto; e vi dico che manda in malora la casa, e glielo direi in faccia.
CLAR.
Cugina, non vi torna conto a disgustarlo.
BEAT.
Io non ho paura di lui.
CLAR.
È un cavali
...
[Pagina successiva]