IL CAVALIER DI BUON GUSTO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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BRIGH.
Con un padron che cognosse, e premia, e benefica, bisogna esser fedeli per forza: ma chi tratta mal, ma chi è ingrato colla povera servitù, no se pol far amar, e poche volte trova zente fedel.
(parte)
SCENA SESTA
Il conte OTTAVIO ed il BIBLIOTECARIO, poi un altro CAMERIERE
BIBL.
Mi consolo ch'ella abbia fatta un'ottima scelta.
Brighella è un uomo di garbo.
OTT.
Lo conosco, e perciò lo rimunero.
Chi vuol tenere in dovere la servitù, è necessario farle sperare il premio alle sue fatiche.
Vedendo che il padrone benefica, ognuno lo serve con attenzione.
BIBL.
Comanda altro da me?
OTT.
Avete fatta la divisione de' libri antichi da' libri moderni?
BIBL.
Sì signore.
OTT.
Quai sono i più?
BIBL.
I moderni.
OTT.
In questo secolo tutti scrivono, tutti stampano.
BIBL.
I libri vecchi si sono resi inutili.
OTT.
Perché?
BIBL.
Perché gli autori moderni non hanno fatto che copiar dagli antichi, e abbiamo dagli scrittori del nostro secolo tutto quello che è stato detto e ridetto nei secoli oltrepassati.
OTT.
Sì, ma sono necessari gli autori antichi per ricorrere ad essi, e confrontare ed intendere le proposizioni dei moderni.
BIBL.
Sappia, signore, che sto ancor io facendo una piccola fatica.
OTT.
Sì? In che cosa vi divertite?
BIBL.
Fo un libro intitolato il Pasticcio.
Da tutti i libri della libreria prendo qualche cosa, e formo un'opera che potrà dirsi universale.
OTT.
Caro bibliotecario, non fate questa fatica.
Di tali opere il mondo è pieno.
Di questi pasticci ve n'è abbondanza.
BIBL.
Lo fo per impiegare con profitto le ore dell'ozio.
OTT.
Impiegatele a leggere.
Non vi fermate a imparare a memoria i frontespizi de' libri, gl'indici e le sentenze, per comparire fra gl'ignoranti un uomo di erudizione: studiate fondatamente, e con metodo, se volete essere un uomo dotto.
BIBL.
In oggi vi sono tanti bei dizionari, che facilmente un uomo si può erudire.
OTT.
In oggi non si studia più un'arte con fondamento.
Si ricorre al dizionario, si apprende la cosa superfizialmente, si fa un embrione nella fantasia, non si digerisce bene veruna cosa, e gli uomini stessi diventano indici e dizionari.
BIBL.
Dunque i dizionari non sono utili ed apprezzabili?
OTT.
Sì, lo sono per gli uomini che già sanno, non per quelli che hanno da apprendere, e lo fanno coi repertori.
BIBL.
Se non mi comanda altro, torno in libreria.
OTT.
Signor Indice, la riverisco.
BIBL.
Vado a divertirmi col mio Pasticcio.
(parte)
OTT.
Sarà un pasticcio di pasta a vento, fatto sul gusto della sua testa.
CAM.
Illustrissimo, il signor Pantalone de' Bisognosi.
OTT.
Venga, e fino ch'egli sta meco, non ricevo ambasciate.
CAM.
La signora contessa ha mandato a vedere se V.S.
illustrissima è impedita.
OTT.
Dite alla contessa mia cognata, che or ora sarò di sopra a prendere la cioccolata con lei.
(Cameriere parte) Mia cognata è una donna curiosa.
Pretende farsi rispettar assai per esser superba, e s'inganna di gran lunga.
Grandezza di nascita e umiltà di tratto costituiscono il vero merito della nobiltà.
SCENA SETTIMA
PANTALONE e detto.
PANT.
Servitor umilissimo a vusustrissima.
OTT.
Ben venga il mio amatissimo signor Pantalone, sedete qui presso di me.
PANT.
Come la comanda.
OTT.
Che cosa abbiamo di nuovo?
PANT.
Gieri ho vendù le volpe de Moscovia, e avemo vadagnà in sto negozio dusento zecchini, netti da capital e da spese.
OTT.
Buono, in due mesi non si poteva guadagnare di più.
PANT.
Se la comanda, gh'ho portà i cento zecchini della so parte.
OTT.
Sì, date qua.
Questi serviranno per fare un miglior accoglimento a mio nipote, che a momenti s'aspetta di ritorno da Roma.
PANT.
Comandela veder tutto el ziro del negozio, la compra, la vendita e le spese?
OTT.
Per ora no.
Facciamo così.
Notiamo che ho ricevuto da voi cento zecchini.
Da qui a qualche giorno faremo fra voi e me un poco di bilancio.
PANT.
(Cava il libro) Co la comanda, sarò sempre pronto.
Fin adesso tutti i nostri negozi i xe andai ben.
I quaranta mille ducati, che la m'ha dà da negoziar, unidi a altri vinti mille dei mii, i ha buttà pulito.
OTT.
Vi dirò, signor Pantalone; per vivere da mio pari, e per trattarmi in una maniera conveniente al mio grado, ho rendite sufficienti, e non ho bisogno di procacciarmi profitti; a me piace far qualche cosa di più.
Godo trattarmi nelle occasioni con qualche magnificenza; amo di farmi voler bene dalle persone, coltivarmi gli amici, godere il mondo, e per ciò fare, mi conviene eccedere le misure del mio patrimonio.
Se con imprudenza volessi intaccare i miei capitali, come pur troppo tanti fanno, sarei degno di riprensione, e col tempo mi renderei ridicolo.
Ho ritrovato pertanto questa miniera.
Negozio con voi e un capitale di quaranta mila ducati mi fa stare allegro, senza alterare il sistema della mia casa, senza sconvolgere l'economia.
PANT.
Ella xe un cavalier, che l'intende per el so verso.
Una volta la mercatura giera el meggio patrimonio delle case nobili.
Anca in ancuo(3) in qualche città corre sta massima, e el negoziar no tol gnente alla nobiltà.
Bisogna uniformarse al sistema del liogo dove se abita, e per el proprio decoro bisogna anca dissimular.
Onde la fa benissimo a far che i so bezzi ghe frutta e el frutto gòderlo e devertirse.
OTT.
Per altro sono assai fortunato, per aver ritrovato in voi un uomo di vera puntualità.
PANT.
Fazzo el mio debito, e gnente de più.
Donca l'aspetta so sior nevodo?
OTT.
Sì, il contino mio nipote è uscito di collegio, e si aspetta in Napoli con ansietà, dovendosi stabilire il contratto di nozze fra lui e la marchesina Rosaura.
PANT.
Un bon parentà.
Una putta ricca e unica, me ne consolo infinitamente.
Ma la supplico de perdon, perché no se maridela ella, invece de pensar a so nevodo?
OTT.
Caro signor Pantalone, voi mi volete poco bene.
PANT.
Perché disela cussì?
OTT.
Se mi voleste bene, non mi consigliereste a maritarmi.
Che cosa vorreste ch'io facessi di una donna al fianco?
PANT.
So pur, che star colle donne no ghe despiase.
OTT.
Sì, colle donne tratto e converso sempre volentieri, ma colla moglie mi annoierei in capo a tre giorni.
PANT.
Se la fusse una muggier bona, no la se stufaria.
OTT.
Trovatemi una moglie buona, e mi marito domani.
PANT.
Mo no la crede che ghe ne sia de bone?
OTT.
Sì, ve ne saranno, ma è come un terno al lotto.
Uno contro cento diciassettemila quattrocento ottanta.
PANT.
E pur m'impegneria de trovarghe una muggier bona e de so soddisfazion.
OTT.
Orsù, per farvi vedere che vi amo e vi stimo, voglio prender moglie; voglio prendere questa buona dama, che voi mi proponete; ma con questa condizione, che voi mi abbiate a fare la sicurtà che veramente sia buona, e buona si mantenga, e tale non riuscendo, che abbiate voi a pagarmi venti mila ducati.
PANT.
Mo sta sigurtà no la posso miga far.
OTT.
Dunque non siete sicuro che ella sia buona.
PANT.
La xe bona, ma la poderia deventar cattiva.
OTT.
Ed io col dubbio ch'ella sia buona, e col pericolo che possa diventar cattiva, l'ho da prendere? Signor Pantalone, pensiamo alle volpi di Moscovia, che profittano più delle femmine da marito.
PANT.
No so cossa dir.
La fazza quel che la crede meggio, ma a tutto Napoli despiase, che vusustrissima no se marida.
OTT.
Gente che invidia il mio bene.
PANT.
E quante dame aspira all'onor delle so nozze!
OTT.
Non credo a nessuna.
PANT.
E pur ghe ne xe assae, che ghe vuol ben.
OTT.
Mi vogliono bene? Povero signor Pantalone! quanto siete buono! Amano i miei poderi, la mia tavola, le mie carrozze.
Le conosco, le conosco, non mi lascio gabbare.
PANT.
La le tratta però volentiera.
OTT.
Sì; mi burlo di loro, come esse si burlano di me.
Fingo di non capire, per goder meglio la scena.
Mi vogliono bene? Maledette! Se arrivassero a innamorarmi, povero me!
PANT.
Ma perché donca le trattela?
OTT.
Con qualcuno si ha da conversare.
Poco più, poco meno, tutti al mondo vivono d'impostura, e chi è di buon gusto, dissimula quando occorre, gode quando può, crede quel che vuole, ride de' pazzi, e si figura un mondo a suo gusto.
PANT.
Vorla che ghe diga, che me piase assae sto modo de pensar?
OTT.
Signor Pantalone, avete nulla da comandarmi?
PANT.
Gnente, ghe levo l'incomodo.
OTT.
Via; approfittiamo del tempo, che è cosa preziosa.
Voi lo potrete impiegar bene co' vostri traffichi: io non lo getto inutilmente.
Lo distribuisco all'economia della casa, allo studio, al carteggio, alla lettura de' buoni libri, al maneggio di qualche affare serioso, alla tavola, alla conversazione, e qualche volta a far un poco all'amore.
PANT.
Donca la fa l'amor?
OTT.
Sì; io fo all'amore, come il gatto fa all'amore colla bragiuola, che sta cocendosi sulla gratella: la guarda, ma non la tocca.
PANT.
Oh, che caro sior conte...
OTT.
Chi è di là?
SCENA OTTAVA
Il CAMERIERE e detti.
OTT.
Servite il signor Pantalone.
(al Cameriere)
PANT.
Ghe fazzo umilissima reverenza.
OTT.
State sano.
PANT.
(Co vegno qua, no andarave mai via.
El gh'ha un descorso che incanta).
(da sé) Bondì a vusustrissima.
(parte, accompagnato fino alla porta dal Cameriere)
OTT.
Buon galantuomo! Non sa più di così.
Crede che la sua visita abbia a occuparmi una mezza giornata.
Cameriere.
CAM.
Signore.
OTT.
Il segretario ed il maestro di casa.
(al Cameriere)
CAM.
Sono in anticamera.
OTT.
Che vengano, e voi non partite.
(il Cameriere li fa entrare)
SCENA NONA
Il SEGRETARIO, BRIGHELLA s'inchinano; e detti.
OTT.
Segretario, rispondete a queste tre lettere.
Alla prima termini generali: che mi farò gloria nelle occasioni di servire il raccomandato.
Alla seconda con brio: che nel servire la virtuosa raccomandatami, non avrò merito alcuno, mentre il piacer di trattarla ricompenserà moltissimo le mie attenzioni.
Alla terza, grave: che mi dispiace esser prevenuto, e non soglio favorire che la giustizia.
Brighella, andrete a pagare due casse di vino che ho ricevuto.
Rivedrete il conto del sarto.
Per oggi, se vien mio nipote, duplicate la tavola.
Tenete, questi sono trenta zecchini.
Cameriere, andate dalla marchesina Rosaura, a vedere come ha riposato la scorsa notte.
Fate la stessa ambasciata a donna Eleonora, sua zia.
Segretario, leggete questo memoriale, e fate le due lettere di raccomandazione per l'oratore, a tenor dell'istanza.
Avvertite che il pranzo sia magnifico.
(a Brighella) Che l'ambasciata sia fatta a dovere, prima colla marchesina, e poi a donna Eleonora.
Accompagnatemi da mia cognata.
(al Cameriere, e parte)
BRIGH.
(Gran testa!) (parte)
CAM.
(Gran mente!) (parte)
SEGR.
(Gran cavaliere di buon gusto!) (parte)
SCENA DECIMA
Camera della contessa Beatrice.
La contessa BEATRICE e la baronessa CLARICE
BEAT.
Così è, cara cugina; oggi si aspetta mio figlio.
CLAR.
È vero che vi è trattato di nozze fra lui e la marchesina Rosaura?
BEAT.
Sì; vi è questo trattato, ma non si concluderà.
CLAR.
Per qual ragione? La marchesina è nobile e ricca.
BEAT.
Non si concluderà, perché ha preteso di voler fare questo partito il conte mio cognato.
CLAR.
Come zio del contino, lo doveva fare.
BEAT.
Lo doveva fare? Cugina ve ne intendete poco.
Io sono la madre di Florindo: a me tocca a trovargli una sposa; e se ha da venire una nuora in questa casa, io l'ho da sapere prima d'ogni altro.
CLAR.
Cara cugina, perdonatemi, se vi parlo con libertà.
Non vi piccate di ciò, mentre il conte Ottavio è un cavaliere prudente; e quello che ha fatto, l'avrà fatto per utile della famiglia.
BEAT.
Mio cognato è un uomo prudente? È uno scialacquatore, un prodigo, che rovina la casa e precipita suo nipote.
CLAR.
Tutto Napoli lo decanta per uomo savio.
BEAT.
Tutti non sanno quel che so io.
Le rendite della nostra casa non possono mantenere quei magnifici trattamenti, quelle grandiose spese ch'egli è solito a fare.
CLAR.
Ma che vorreste dire perciò?
BEAT.
Ch'egli intacca i capitali.
CLAR.
Non ha venduto alcun stabile.
BEAT.
Voglio che mi dia la mia dote.
CLAR.
Non si sa ch'egli abbia debiti.
BEAT.
Quando arriva Florindo, ha da render conto della sua amministrazione.
CLAR.
Credetemi, che v'ingannate.
BEAT.
Non lo può fare.
CLAR.
Voi non potete sapere i suoi interessi.
BEAT.
So tutto; e vi dico che manda in malora la casa, e glielo direi in faccia.
CLAR.
Cugina, non vi torna conto a disgustarlo.
BEAT.
Io non ho paura di lui.
CLAR.
È un cavaliere che non lo merita.
BEAT.
Sì, sì, è un cavaliere che non lo merita.
Ora me ne avveggo.
Da qualche tempo in qua il signor conte vi fa da cicisbeo.
CLAR.
Questo nome di cicisbeo riguardo a me non gli conviene.
I miei genitori non hanno pensato prima di morire a collocarmi; sono in un'età che so discernere il bene e il male, ma sono una fanciulla nobile, una dama onorata; non arrischierò in conto veruno il mio credito; ma se la fortuna mi offerirà le sue chiome, non sarò tarda nell'afferrarle.
BEAT.
Dunque se il conte Ottavio volesse far la pazzia di maritarsi, voi non avreste difficoltà d'accettar la sua mano.
CLAR.
Perché chiamate col titolo di pazzia un'inclinazione ch'egli aver potesse pel matrimonio?
BEAT.
Si ha da ammogliare mio figlio.
La nostra casa non può soffrire l'incomodo di due matrimoni.
CLAR.
Cugina, questa non è casa vostra.
BEAT.
Come! Non è casa mia?
CLAR.
Casa vostra è a Porta Capuana.
BEAT.
Qui c'è la mia dote.
CLAR.
Questa è una cosa che facilmente si porta da un luogo all'altro.
BEAT.
Vi è mio figlio.
CLAR.
Non è bambino, e poi il zio paterno è il custode legittimo del nipote.
BEAT.
A quel che sento, voi avete disposte le cose di questa casa; voi siete vicina ad esserne la padrona.
CLAR.
Io non ho alcuna sicurezza di ciò, ma quando l'avessi...
BEAT.
Ecco il signor conte, sarà venuto per lei.
(con ironia)
CLAR.
Per levarvi di pena, me n'anderò.
BEAT.
Oh, non commetta questo mal termine.
(come sopra)
SCENA UNDICESIMA
Il conte OTTAVIO e dette.
OTT.
Riverisco la signora cognata.
BEAT.
Serva sua.
(sostenuta)
OTT.
M'inchino alla signora baronessa Clarice.
CLAR.
Serva umilissima, signor conte.
OTT.
In che si divertono lor signore?
CLAR.
Io parto in questo momento.
OTT.
Forse perché sono venuto io?
BEAT.
Sì signore, perché siete venuto voi, la modestia la fa partire.
OTT.
Signora mia, non son venuto per far alterare la vostra modestia.
(a Clarice)
CLAR.
Mia cugina si prende spasso di me.
(al Conte)
BEAT.
Ed ella si prenderebbe spasso con voi.
(al Conte)
OTT.
La signora baronessa è una damina che merita tutto.
CLAR.
Voi mi mortificate.
BEAT.
Signor conte, mi rallegro con lei.
OTT.
Via, cara cognata, non m'invidiate questo poco di bene.
BEAT.
Anzi, per darvi piacere, me n'anderò.
(vuol partire)
OTT.
No, no, trattenetevi.
Siete troppo di buon carattere.
CLAR.
Signore, me n'anderò io.
OTT.
La contessa Beatrice non vi lascierà partire.
BEAT.
Per me, se vuol andare, si serva.
OTT.
Via, via, libertà di parentela.
Eh signora, quando vi fate sposa? (a Clarice)
CLAR.
Ah! non so che rispondere.
OTT.
Poverina! Mi dispiace vedervi perder il vostro tempo.
BEAT.
Se vi dispiace, consolatela.
OTT.
Sentite che cosa dice la contessa Beatrice? Sarei buono io per consolarvi?
CLAR.
Signor conte, a rivederla.
(s'incammina)
OTT.
Per amor del cielo, non partite sì presto.
BEAT.
Siete molto riscaldato, signor conte.
OTT.
Sì, sono sulle furie.
(a Beatrice, scherzando)
BEAT.
Vi piace la signora Clarice?
OTT.
Capperi! a chi non piacerebbe? Guardate che occhietti furbi!
CLAR.
(Se dicesse davvero, felice me!) (da sé)
BEAT.
Questo è un matrimonio che si potrebbe fare.
OTT.
(Zitto, non dite questa bestialità).
(a Beatrice) Ah baronessa! Mi volete bene?
CLAR.
Signore, a una figlia nubile non conviene rispondere.
OTT.
Sentite: se non mi rispondete colla bocca, capisco da' vostri occhi che cosa mi volete dire.
CLAR.
Siete troppo furbo.
OTT.
Da voi a me, non so chi ne sappia più.
CLAR.
Eh, signor conte...
OTT.
Via, terminate.
CLAR.
Cugina, a rivederci.
(vuol partire)
OTT.
Sentite, sentite.
CLAR.
Non voglio sentir altro.
OTT.
Una parola, una parola.
CLAR.
E così? (torna indietro)
OTT.
Cari quegli occhi!
CLAR.
Il diavolo che vi porti.
(Mi sento che non posso più).
(da sé, parte)
SCENA DODICESIMA
La contessa BEATRICE ed il conte OTTAVIO, poi un CAMERIERE
OTT.
Io crepo dalle risa.
BEAT.
Voi ridete, e Clarice si lusinga.
OTT.
(Ora le vuò dar gusto).
(da sé) Ma cara signora cognata, per questi umani riguardi vorreste permettere che un povero galantuomo avesse a patire?
BEAT.
Eh, non siete più ragazzo.
OTT.
Appunto per questo.
Quando io era ragazzo, poteva sperar qualche buona avventura; ora, se non mi marito, per me non vi è altro.
BEAT.
Dunque vi volete ammogliar davvero?
OTT.
Se trovassi chi mi volesse, perché no?
BEAT.
Trovereste anche troppo da rovinarvi.
OTT.
Si è rovinato anche il povero mio fratello, posso rovinarmi ancor io.
BEAT.
Mi maraviglio di voi.
Vostro fratello ha avuto una moglie savia.
OTT.
Oh perdonatemi, non mi ricordava che foste voi la vedova di mio fratello.
BEAT.
Volete empire questa casa di donne?
OTT.
Sì: più donne che vi saranno, avremo più amici che ci verranno a trovare.
BEAT.
Che caro signor cognato! L'avete trovata la sposa?
OTT.
Ne ho tre o quattro, e non so chi scegliere.
BEAT.
Prendetele tutte.
OTT.
Se potessi, perché no?
BEAT.
Volete che ve la dica: vi crescono gli anni, e vi scema il giudizio.
OTT.
Avanti che vada il resto, vo' prender moglie.
BEAT.
E mio figlio?
OTT.
La prenda anch'egli.
BEAT.
Due matrimoni in una volta?
OTT.
Io non entro nella sua camera, né egli nella mia.
BEAT.
Due spose in una casa?
OTT.
Vi sono dei letti anche per otto.
BEAT.
Mi sento rodere dalla rabbia.
OTT.
Poverina, vi compatisco.
Vorreste un pezzo di marito anche voi?
BEAT.
Meritereste ch'io lo facessi.
OTT.
Capperi! sarebbe un gran castigo.
BEAT.
Porterei la mia dote fuori di casa.
OTT.
Mi confido che vi andereste anche voi.
BEAT.
Mi dispiacerebbe per il mio figliuolo.
OTT.
Oh, grand'amore è quello dei genitori verso i figliuoli! Non vedo l'ora anch'io di vedermi d'intorno tre o quattro bambini, che mi consolino.
BEAT.
Voi lo fate per farmi arrabbiare.
OTT.
Voi vi arrabbierete, ed io mi goderò la bella sposina.
BEAT.
Ancora nol posso credere.
OTT.
Signora cognata, osservate questo bell'anello.
BEAT.
Questo è un anello da sposa.
OTT.
E de' belli!
BEAT.
L'avete comprato per vostro nipote?
OTT.
L'ho comprato per la mia sposa.
BEAT.
Mi vien un caldo, che non posso più.
OTT.
(Far arrabbiar le donne è la più bella cosa del mondo!) (da sé)
CAM.
Illustrissima, la signora donna Eleonora manda l'ambasciata che vorrebbe riverirla.
OTT.
Oh cara donna Eleonora! È una vedovina garbata.
BEAT.
Anche questa vi piace?
OTT.
A me piacciono tutte.
BEAT.
È sola? (al Cameriere)
CAM.
È colla marchesina sua nipote.
OTT.
La marchesina Rosaura, che sarà vostra nuora.
BEAT.
Mia nuora? Ditele che non ci sono.
(al Cameriere)
OTT.
Oh spropositi! Mi maraviglio di voi, signora cognata.
In questo c'entro ancor io.
Il partito di matrimonio è stato maneggiato da me, e se non la volete ricever voi, anderò nel mio quarto e la riceverò io.
BEAT.
Bene, bene, la riceverò.
Ditele che è padrona.
(Cameriere parte) Ma su questo matrimonio vi è molto da discorrere.
OTT.
Che obbietti potete avere contro di un tal matrimonio?
BEAT.
A me non è stato parlato nelle convenevoli forme.
OTT.
Ve n'ho parlato io.
BEAT.
Io, come madre, doveva essere la prima a saperlo.
OTT.
Perdonate, non ci ho pensato.
Ma correggerò l'errore.
Voi sarete la prima a saperlo, quando mi mariterò io.
SCENA TREDICESIMA
La marchesina ROSAURA, donna ELEONORA e detti.
ELEON.
Contessa mia, vi son serva.
BEAT.
Serva umilissima, donna Eleonora.
ROS.
Signora contessa, a lei m'inchino.
BEAT.
Serva, signora marchesina.
OTT.
Gentilissime dame.
ELEON.
Serva.
(siede)
ROS.
Serva.
(siede)
ELEON.
Siamo state colla marchesina mia nipote a ritrovar mia sorella, e nello stesso tempo l'ho condotta a far il suo dovere con voi.
BEAT.
Vi ringrazio che abbiate fatta per mia cagione una visita di più.
ROS.
Sono obbligata al signor conte, che mi ha favorito di mandar a vedere se ho riposato bene.
OTT.
È un'attenzione dovuta dal mio rispetto ad una dama di tanto merito.
ELEON.
Anch'io ho avuto la stessa finezza: non so se per grazia, o per accidente.
OTT.
Per la premura ch'io aveva d'aver nuove del vostro stato.
(ad Eleonora)
ELEON.
Non son degna delle vostre premure.
OTT.
Anzi niuna cosa mi preme più della vostra grazia.
BEAT.
(Maledetto quel mio cognato; s'attacca con tutte).
(da sé)
ELEON.
(Se dicesse davvero, felice me!) (da sé)
OTT.
Signora sposina, voi mi parete malinconica.
ROS.
Eppure internamente non lo sono.
BEAT.
È sposa la signora marchesina? Me ne rallegro.
ELEON.
Voi lo sapete meglio d'ogni altro.
(a Beatrice)
BEAT.
Io? Non so nulla.
ELEON.
Signor conte, donde nasce questa indolenza della signora contessa?
OTT.
Nasce dalla bizzaria del suo spirito.
Ella sa benissimo che si è verbalmente concluso il trattato di nozze fra la signora marchesina Rosaura ed il contino Florindo mio nipote; sa la dote stabilita; sa i patti concordati; sa che l'affare è nelle mie mani; tutto sa, di tutto è contenta, e intende fare uno scherzo alla sposa, mostrando che una tal nuova le rechi qualche sorpresa.
BEAT.
È vero; tutte queste cose le so, ma non per parte della signora marchesina.
ROS.
Perdoni, signora contessa, io sono in un grado da non dovermi impacciare in tali affari; ma quand'anche avessi potuto dispor di me stessa, non sarei venuta io a domandare lo sposo.
ELEON.
Si aspettava che la signora contessa Beatrice venisse a favorirci, e darci qualche segno del suo aggradimento.
BEAT.
Orsù, io non sono stata ricercata a principio, e non voglio saperne nulla in avvenire.
Della mia dote farò quello che mi parrà.
OTT.
Non crediate già, signora cognata, che si voglia assicurar la dote della sposa colla vostra.
Io mi obbligo ed io ne sarò responsabile unitamente al nipote.
BEAT.
Mio figlio non ha ancor prestato l'assenso.
OTT.
Lo presterà, lo presterà.
BEAT.
Forse sì, e forse no.
OTT.
Lo presterà, lo presterà.
BEAT.
(Mio cognato mi fa crepare di rabbia).
(da sé)
CAM.
Illustrissima, è arrivato il signor contino.
BEAT.
Mio figlio? (s'alza)
OTT.
Trattenetevi con queste dame.
Anderò io ad incontrarlo.
BEAT.
Signor no, signor no; è mio figliuolo, voglio io vederlo prima di tutti.
(parte col Cameriere)
SCENA QUATTORDICESIMA
Il conte OTTAVIO, donna ELEONORA e la marchesina ROSAURA.
OTT.
Buon viaggio a lei.
Signore mie, non fate caso del temperamento di mia cognata.
ROS.
Ma io sono in grado di doverne far caso; poiché se avessi a essere la di lei nuora, mi metterebbe in pensiero il soffrirla.
ELEON.
Signor conte, favorite, venite qui, sedete in mezzo di noi e discorriamola, giacché non vi è la contessa Beatrice.
OTT.
Oh, fortunatissima occasione d'essere fra due belle dame.
(siedono)
ELEON.
Che dite di mia nipote, non è una giovine di tutto garbo?
OTT.
Sì certamente, ha uno spirito delicato.
È una di quelle che innamorano più tacendo, che parlando.
ROS.
Avete ragione, poiché sono scipite le mie parole.
OTT.
No, signora, mi spiego.
Le vostre parole ripiene di modestia ponno mettere in soggezione un amante: ma i vostri occhi a dispetto vostro innamorano.
(Tutte le donne hanno piacere a sentir lodare i loro occhi).
(da sé)
ELEON.
Non dico per dire, ma il conte Florindo potrà chiamarsi felice, se avrà una sposa di tal carattere.
OTT.
Certamente, una sposa sì degna mi fa invidiare la sorte di mio nipote.
ROS.
Signore, voi vi prendete spasso di me.
ELEON.
Caro conte, dite il vero, vi ammogliereste voi?
OTT.
Io non ho giurato di non prender moglie.
ELEON.
Quanto sarebbe meglio per la vostra casa, che voi vi accompagnaste! Questo vostro nipote, non si sa come possa riuscire.
ROS.
Egli è nato dalla contessa Beatrice, non si può sperare che sia un agnello.
ELEON.
Voi siete un cavaliere pieno di ottime qualità.
ROS.
Felice quella sposa, che fosse degna d'un tal consorte.
OTT.
Signore mie, voi mi fate entrare in superbia.
In verità mi fate venire la voglia di matrimonio.
ELEON.
Se vi dichiarate, non vi mancheranno partiti.
ROS.
Voi meritate d'esser preferito ad ogni altro.
OTT.
Marchesina, mi preferireste voi a mio nipote?
ROS.
Signore, la mia età non mi permette rispondervi.
OTT.
Eh, avete detto tanto che basta.
ELEON.
No, conte, l'età di Rosaura non è proporzionata alla vostra.
A voi si conviene una dama che sappia conoscere il vostro merito.
OTT.
Una vecchia io non la voglio.
ELEON.
Non dico vecchia; ma non tanto giovane.
ROS.
(La cara signora zia parla per se medesima).
(da sé)
OTT.
Vorrebbe essere, per esempio, così della vostra età.
ELEON.
Per l'appunto.
Vi tornerebbe a maraviglia.
OTT.
E se fosse vedova, anderebbe bene?
ELEON.
Meglio per voi.
OTT.
Meglio per me? Di ciò, compatitemi, non sono intieramente persuaso.
ELEON.
Una vedova ha più giudizio di una ragazza.
OTT.
Che dite, signora Rosaura, siete persuasa di quello che dice la signora zia?
ROS.
Io dico che ognuno difende la propria causa.
OTT.
Via, ora tocca a voi a difender la vostra.
ROS.
A una fanciulla non è lecito parlare di queste cose.
OTT.
Se non la volete difender voi, la difenderò io.
Voi siete una giovine di tutto garbo; non è vero, signora donna Eleonora?
ELEON.
Oh! di garbo, per quanto che porta la sua età, e la scarsa educazione che ha avuto.
Per altro compatitemi, nipote, per un cavaliere di spirito non sareste il caso.
ROS.
Sarà come dite.
Io non ho né spirito, né autorità per sostenere il contrario.
OTT.
Ma, cara donna Eleonora, avete pur detto voi che il conte Florindo potrà chiamarsi felice con una sposa di tal carattere.
ELEON.
Oh! per un ragazzo è bella e buona; ma per un uomo non sarebbe il caso.
ROS.
(La signora zia mi fa delle buone raccomandazioni).
(da sé)
OTT.
Mio nipote è venuto a Napoli.
Fra lui e la marchesina si è trattato il matrimonio, ma non si è concluso.
Egli vi ha da prestare l'assenso, e mi dispiacerebbe infinitamente che non volesse ammogliarsi.
ELEON.
In quel caso ammogliatevi voi.
OTT.
Sì; in quel caso potrei io esibirmi alla marchesina.
ELEON.
Oh! la marchesina non è a proposito per voi.
ROS.
(Queste vedove sono invidiosissime delle fanciulle).
(da sé)
OTT.
(Donna Eleonora, istruitemi voi a chi in tal caso potessi io applicare).
(piano a donna Eleonora)
ELEON.
(Ad una donna che vi ama, ad una donna la quale, corretti i grilli della gioventù, sa conoscere il prezzo delle fiamme amorose).
(piano al Conte)
OTT.
(Dite bene; a suo tempo mi prevarrò del consiglio).
(come sopra)
ELEON.
(Parmi che il conte non mi disprezzi).
(da sé)
OTT.
Cara la mia marchesina, voi siete assai bella.
ELEON.
Via, non la burlate più, povera ragazza.
OTT.
In verità, mi piacete.
ELEON.
Conte Ottavio, voi vi prendete spasso di mia nipote.
ROS.
Signore, sentite che cosa dice la signora zia?
OTT.
Via, cara donna Eleonora, già ci siamo intesi; ma lasciate ch'io faccia giustizia al merito della marchesina.
ELEON.
Orsù, conosco che l'avete presa per mano, che la beffate.
Povera nipote, non ho cuore di vederla deridere.
Andiamo via.
(s'alza)
OTT.
Signora Rosaura, io non son capace di una mala azione.
ROS.
So di che siete capace voi, e di che è capace la signora zia.
ELEON.
Animo; andate avanti.
(a Rosaura)
ROS.
Serva umilissima.
OTT.
Addio, sposina adorabile.
ROS.
(Mia zia m'uccide cogli occhi).
(da sé, parte)
ELEON.
Che dite della sfacciataggine di mia nipote? Eh signor conte, felice quello che può sposare una donna di mezza età.
(parte)
OTT.
Oh che piacere! oh che divertimento! oh pazzi quelli che sospirano per le donne! Chi sa fare, se le fa correr dietro.
In oggi questa è la vera regola: scherzar con tutte e non accendersi di nessuna.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Gabinetto del conte Ottavio con libreria.
Il conte OTTAVIO, BRIGHELLA, poi il CAMERIERE
OTT.
Fate preparare nella camera verde.
BRIGH.
Illustrissimo sì.
OTT.
Il cuoco vi ha egli dato la nota de' piatti, che ha destinato per questa mattina?
BRIGH.
Illustrissimo no, nol me l'ha dada.
OTT.
Sappiate, per vostra regola, che io costumo così.
Voglio che il cuoco dia la nota de' piatti coll'ordine e distribuzione loro al maestro di casa, il quale ricercato da me opportunamente, può rendermene conto, s'io voglio.
In questa maniera non mi può succedere che un giorno il cuoco, per malinconia, mi faccia restare in vergogna con un pranzo cattivo.
BRIGH.
El cogo farà, spero, quel che ghe ordenerò mi.
OTT.
Per questa mattina voglio vedere io la lista de' piatti.
BRIGH.
Se la comanda, anderò a farmela dar.
OTT.
Sì, andate, ma fate che venga il cuoco.
BRIGH.
La sarà servida.
(Bisognerà veder, se sto sior cogo vorrà vegnir.
L'è un sior francese, che la ghe fuma).
(da sé, parte)
OTT.
Chi è di là?
CAM.
Illustrissimo.
OTT.
Il segretario.
(il Cameriere va alla porta, a ordinare che venga il Segretario)
CAM.
La signora marchesina Rosaura e la signora donna Eleonora ringraziano vossustrissima...
OTT.
Le ho vedute.
Non occorr'altro.
Andate a casa della baronessa Clarice da parte mia e di mia cognata e ditele che la preghiamo di favorire a pranzo questa mattina da noi.
CAM.
Illustrissimo sì.
OTT.
Ditele che se vi è suo fratello e suo cognato in città, o ha qualche forestiere in casa, venga con tutta la compagnia.
CAM.
Sarà obbedita.
(parte)
OTT.
Vo' far onore all'arrivo di mio nipote.
Ma ancor non fa grazia questo signor nipote.
SCENA SECONDA
Il SEGRETARIO e detto; poi il CAMERIERE, che parte e viene più volte.
SEGR.
Eccomi a' suoi comandi.
OTT.
Scrivete.
SEGR.
Obbedisco.
(siede e scrive)
OTT.
Madama.
(detta) Sempre care mi sono le vostre lettere, ma più d'ogni altra cara mi riuscì quella de' 10 corrente, poiché dandomi voi in essa un comando mi avete assicurato che fate qualche conto della mia servitù.
Senz'altro voi sarete obbedita.
Alle tenere espressioni vostre corrispondo col più sensibile aggradimento.
Dieci anni sono, mi avrebbero fatto prender le poste per esser a portata d'udirle più da vicino; ma se verrete a Napoli, come mi lusingate di voler fare, i vostri begli occhi mi daranno il vigore della più fervida età, e stupirete voi stessa de' prodigi della vostra bellezza.
Conservatemi quella porzione di grazia che avete sagrificata per me; mentre fra il numero de' vostri adoratori io mi vanto di essere con perfetta sincerità.
Madama
Vostro leale amico e serv.
obbligatiss.
(si sottoscrive)
Il Conte Astolfi.
Piegate la lettera.
A Madame-Madame la Comtesse Belvisi.
À Rome.
CAM.
Illustrissimo, vi è il medico che vorrebbe riverirla.
OTT.
Dite al signor dottore, che resterà a pranzo con noi.
Fatelo passare nell'altre stanze.
(Cameriere parte) Il medico lo vedo più volentieri quando son sano, che quando sono ammalato.
SEGR.
Perché, illustrissimo signore?
OTT.
Perché, quando son sano, lo ricevo come un amico, e quando sono ammalato, lo considero come un nemico.
SEGR.
Il signor dottore ha tutta la premura per la salute di V.S.
illustrissima.
OTT.
Non posso credere che mi desideri sano, poiché egli ricava più profitto dalle mie malattie che dalla mia salute.
Avete fatte le tre lettere che vi ho ordinato?
SEGR.
L'ho servita.
OTT.
Lasciatemele vedere.
SEGR.
Eccole.
OTT.
(Legge piano)
SEGR.
(Il mio padrone è adorabile, ma sa troppo, e mi pone nello scrivere in una gran soggezione).
(da sé)
OTT.
Più laconico, più laconico.
(leggendo)
SEGR.
(Dir tutto in poco non è così facile).
OTT.
Questi superlativi sono caricature.
(legge) Oibò, queste parole affettate non voglio che si usino.
Scrivete in buon italiano, senza cercar lo stile cruschevole.
CAM.
Illustrissimo, è il conte Lelio.
OTT.
Ditegli che è arrivato mio nipote, che oggi resterà a pranzo con noi.
Se si vuol trattenere, conducetelo nella galleria.
(Cameriere parte) Segretario, questi termini di tanta umiliazione lasciateli da parte.
(leggendo)
SEGR.
Sono i termini dei quali si serve ella parlando.
OTT.
Parlando è un conto, scrivendo è un altro.
Verba volant, scripta manent.
Regolatevi.
Questa lettera la rifaremo insieme.
SEGR.
Perdoni, illustrissimo signore.
OTT.
Sì, vi compatisco.
Con un poco di tempo mi servirete mirabilmente.
CAM.
Illustrissimo, la baronessa Clarice.
OTT.
Oh brava! Fate l'ambasciata alla contessa mia cognata.
Pregatela dispensarmi per ora, sarò a chiederle scusa.
(Cameriere vuol partire) Dite alla contessa Beatrice, che vi mando io: se non la riceve, avvisatemi.
(Cameriere parte) Caro segretario, a un gentiluomo di provincia date del padron colendissimo? (leggendo)
SEGR.
Cogli altri cavalieri ho costumato così.
OTT.
Alla francese, alla francese.
Monsieur.
CAM.
Il signor Pantalone de' Bisognosi.
(al Conte)
OTT.
Vi son altri in anticamera?
CAM.
Vi è il sarto e il tapezziere.
OTT.
Mandateli dal maestro di casa.
Il signor Pantalone fatelo passare per l'altro appartamento, e introducetelo per di qua.
CAM.
Sarà obbedita.
OTT.
La contessa ha ricevuta la baronessa?
CAM.
L'ha ricevuta coi denti stretti.
(parte)
OTT.
Già non allarga i denti, se non quando dice male del prossimo.
Segretario, rifate la prima lettera, e poi questa sera ci rivedremo.
SEGR.
E a quest'altra, Monsieur?
OTT.
Sì, poche cerimonie.
SEGR.
E a questa dama?
OTT.
Qualche vezzo, qualche parola brillante.
SEGR.
Non so se vi riuscirò.
OTT.
Avete mai fatto all'amore?
SEGR.
Illustrissimo no.
OTT.
Sarete sempre di poco spirito.
SEGR.
Io dubito, se m'innamorassi, che diventerei peggio.
OTT.
Altro è innamorarsi, altro è far all'amore.
SEGR.
Perdoni, non rilevo questa differenza.
OTT.
Né io vi voglio fare il maestro.
SEGR.
(In verità, che da un tal padrone vi è da imparar qualche cosa).
(da sé, parte)
OTT.
Il mio segretario non è tagliato sul gusto del gran mondo; ma non importa, pel mio servizio è meglio così.
SCENA TERZA
PANTALONE per un'altra porta, e detto.
PANT.
Servitor de vusustrissima.
OTT.
Buon giorno, signor Pantalone.
PANT.
I m'ha fatto vegnir per la porta da drio(4).
OTT.
Vi dirò; siccome ho ricusato ricevere altre persone, voglio evitare di essere criticato, preferendo agli altri la vostra persona.
PANT.
Son vegnù a avvisarla, che me xe capità un bon negozio.
OTT.
Fatelo; non avete bisogno di dirlo a me.
PANT.
Ma se tratta de una compra de diesemile ducati; ho piaser che la lo sappia.
OTT.
Per dir vero, è un colpo grosso.
Avete il contante?
PANT.
Ghe n'ho anca de più.
OTT.
Che cosa si tratta di comprare?
PANT.
Diamanti e perle.
OTT.
Chi è il venditore?
PANT.
Un persian.
OTT.
Buono; porta roba del suo paese; sarà venditore di prima mano.
PANT.
Certissimo; l'è de prima man.
OTT.
La roba è stata veduta da altri?
PANT.
L'è arrivà sta mattina, e mi son stà el primo a véderla.
OTT.
I diamanti sono di grandezza estraordinaria?
PANT.
Tutti mezzani.
OTT.
Si esiteranno più facilmente.
Le perle rotonde, bianche, uguali?
PANT.
Perfettissime.
OTT.
Vi par buon negozio?
PANT.
Da vadagnar el doppio.
OTT.
Andate subito a stabilire il contratto.
PANT.
Penseremo po a esitarle.
OTT.
Le perle si esiteranno per la Romagna.
I diamanti si manderanno a Venezia; ma prima sceglietemi una quadriglia di tre o quattrocento scudi.
PANT.
Per far qualche regaletto?
OTT.
La voglio donare a mio nipote.
PANT.
Credeva a qualche morosa.
OTT.
Oh, in materia di regalar donne, io non l'intendo.
Parole quante ne vogliono: riverenze, inchini, barzellette, protezione, qualche pranzo, qualche festa di ballo, va bene; ma regali non me ne cavano dalle mani.
Se prendono amore alla mia roba, perdono l'amore a me.
Se mi amano per interesse, non mi amano per affetto.
Se non mi amano per affetto, che cosa ho da fare del loro amore? Una donna che mi fa buona cera per un anello, la metto del pari con quella che mi farebbe lo stesso per quattro paoli.
PANT.
Bravo, me piase el so modo de pensar.
A mi, co giera zovene, le me ne ha magnà assae.
OTT.
E adesso che siete vecchio, come vi contenete?
PANT.
Adesso che son vecchio, son seguro che le me burla, e pur me piase d'esser burlà.
Se me vardo in specchio, vedo che son arso e ingrespà, e pur quando una donna me dise che paro zovene, ghe credo, e la me dà gusto, e procuro recompensar con qualche regaletto la burla che la me dà.
L'omo xe amante de se stesso, ghe piase sentirse adular, e facilmente se crede quello che se desidera.
Me par che el mio spirito sia l'istesso de za trenta anni.
No posso dir cussì delle forze.
Ma siccome regolo i mii desideri a misura della mia età, cussì no me par de aver descapità, perché no me vôi recordar le campagne della zoventù.
No fazzo però che el deve
...
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