IL CAVALIER DI BUON GUSTO, di Carlo Goldoni - pagina 6
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No fazzo però che el devertimento me roba el tempo ai negozi.
E che sia la verità, lasso in sto momento la più bella conversazion del mondo, per andar a concluder el negozio col mercante persian; dopo tornerò da ella, e ghe vôi contar quanto ho navegà in tel mar de Cupido, quante borrasche ho passà, in quanti scoggi ho urtà, quante poche volte ho chiappà porto; e quante volte, credendo de navegar con un bon bastimento, ho fatto naufragio, e ho squasi perso el timon.
(parte)
OTT.
Che vecchietto lepido e grazioso! Con queste persone di spirito tratto assai volentieri.
Ciò non ostante io penso diversamente da lui, poiché egli narra essere stato dalle donne burlato, ed io fo professione di burlarmi di loro.
SCENA QUARTA
Il contino FLORINDO e detto.
FLOR.
M'inchino al signor zio.
OTT.
Benvenuto il mio caro nipote.
Avete fatto buon viaggio?
FLOR.
Buonissimo.
OTT.
Mi hanno detto che siete di poche parole; è egli vero?
FLOR.
Parlo poco per timor di parlar male.
OTT.
Questa è una massima di collegio; è salvatico chi fa carestia di parole; e chi parla molto, vien preso per uomo di spirito.
FLOR.
Signore, mi hanno insegnato a distinguere gli uomini di spirito da quelli di giudizio; ed ho appreso che gli uomini di spirito parlano molto, e parlano a caso, e gli uomini di giudizio parlano poco, e parlano bene.
OTT.
La distinzione è verissima; le massime non possono essere migliori.
Ma se voi volete passare per un uomo di giudizio, farete la conversazione da voi solo, mentre durerete fatica a ritrovare compagni.
Per uno che abbia da esigere venerazione, per uno che voglia far il mestiere della serietà, va benissimo l'ostentazione del poco e bene; ma per un giovane ricco, come siete voi che ha da vivere nel gran mondo, è necessaria un poco di scioltezza di lingua.
Chi parla molto, col tempo impara a parlar bene.
Chi parla poco, sempre dubita di parlar male.
FLOR.
Signore, mi lascerò regolare dalla vostra prudenza.
OTT.
Se foste un ignorante, vorrei che taceste eternamente; ma so che avete studiato, e che di voi i maestri si contentavano.
FLOR.
Ho procurato di non perdere il tempo.
OTT.
Avete studiata bene la filosofia?
FLOR.
Ho fatto di quella l'intiero corso.
OTT.
Ma avete studiata la filosofia degli uomini?
FLOR.
Ho studiata quella che chiamasi peripatetica.
OTT.
Filosofia da ragazzi.
Quella degli uomini ve l'insegnerò io.
Buon discernimento delle cose umane.
Conoscer bene i caratteri delle persone.
Argomentare sugli accidenti che accadono.
Amare, e procurare di essere amato...
Eh! m'intendo dell'amor di amicizia; non crediate ch'io vi voglia insinuare quello di che vi dovrei correggere.
Benché per altro, senza far torto alle massime rigorose che vi saranno state insinuate, posso parlarvi di un'altra specie d'amore.
Contino mio, già saprete ch'io vi ho preparata una sposa.
Che? Diventate rosso? Oh che buon ragazzo! Ma perché arrossire? In verità, mi vien voglia di filosofare sul vostro rossore.
L'alterazione de' colori del vostro viso proviene certamente da un estraordinario movimento del cuore, che al pronunciar delle mie parole si è scosso, e ha dato un moto più vigoroso al sangue, il quale è comparso in maggior copia sul viso.
Se il cuore si è scosso alle mie parole, e le ha intese a tal segno, ha tutta la malizia che vi vuol per intenderle.
Dunque nipote mio, nell'atto medesimo che arrossite per simulata modestia, arguisco che siete ben provveduto dell'umana malizia.
FLOR.
Signore zio, voi mi mortificate.
OTT.
Poverino! È una gran mortificazione in vero balzar dal collegio al talamo nuziale.
Quando vedrete la sposa, vi scorderete di tutta la scolastica filosofia.
Per bacco! Vedrete che giovinotta di garbo! Ah! ridete eh? Signore innocentino, ridete eh? Gran madre natura! Ella insegna le più belle cose del mondo.
FLOR.
Se mi vedete taciturno e confuso è ancora perché mia madre mi ha imbarazzato la mente in una quantità di fastidiosissime cose.
OTT.
Che vi ha ella detto? Che la sposa l'ho ritrovata io, ch'ella non acconsente, ch'ella non la crede degna di voi? Vi ha detto questo?
FLOR.
Questo e altro che importa di più.
OTT.
Vi ha ella detto ch'io dilapido il vostro patrimonio? Ch'io spendo più di quel che permettono le nostre entrate? Ch'io rovino la casa?
FLOR.
Signore...
OTT.
Ditemelo liberamente.
Vi ha detto ella così?
FLOR.
Non posso negarlo.
OTT.
Nipote, sapete fare i conti? Avete studiato niente di abaco?
FLOR.
Ne so quanto mi può bastare.
OTT.
In due ore di tempo vi farò toccar con mano, che dopo la morte di mio fratello ho pagati seimila ducati di debiti, ed ho migliorato tutti i nostri effetti.
FLOR.
Se così è, sono consolatissimo.
OTT.
Lo toccherete con mano.
FLOR.
Mia madre perché dice questo?
OTT.
Perché è donna.
FLOR.
Come, perché è donna?
OTT.
Se foste stato in un collegio di donne, e non di uomini, avreste appreso che le donne per lo più pensano sempre al male; giudicano a seconda di quel che pensano, e vogliono effettivamente che sia tutto quello che hanno pensato.
Contino mio, lo proverete.
FLOR.
Voi mi fate passare la volontà di ammogliarmi.
OTT.
Oh, se tutti dicessero così, povero mondo!
FLOR.
Voi però non vi siete ammogliato.
OTT.
E non mi ammoglierò.
FLOR.
E volete fare questo regalo a me?
OTT.
L'avete a fare per conservar la famiglia.
FLOR.
Perché non potreste conservarla voi?
OTT.
Orsù, andiamo subito a far una visita alla marchesina vostra sposa che sta qui vicina di casa.
Se vi va a genio, prendetela; se no, a dirvela poi, non me n'importa.
Circa alla casa, io penso a me, voi pensate a voi.
Ognuno pensa per sé.
V'è chi si dispera per non aver eredi, v'è chi dice: morto io, morto il mondo.
Io sono uno di questi.
Andiamo dalla marchesina.
(parte)
FLOR.
Che stravaganza! Passar dalla serietà del collegio al brio del gran mondo! Che vario modo di pensare hanno gli uomini! Mio zio in un quarto d'ora mi ha fatto dieci diverse proposizioni, ognuna delle quali mi sarebbe costata in altro tempo un anno di applicazione.
Orsù, andiamo a veder la sposa.
Questo per ora è il più bello studio, a cui mi possa applicare.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera in casa di donna Eleonora.
Donna ELEONORA e la marchesina ROSAURA
ELEON.
Signora nipote, se farete così, non vi condurrò in nessun luogo.
ROS.
Io non vi ho pregato di farlo.
ELEON.
Parlate cogli uomini con un poco troppo di libertà.
Arrossisco per causa vostra.
ROS.
Voi mi avete più volte detto, che mi vorreste più disinvolta, che vi vergognate a condurmi nelle conversazioni a far la figura della marmotta.
Mi avete insegnato dei concetti spiritosi e brillanti, ed ora per aver unicamente risposto con civiltà al conte Ottavio, mi riprendete?
ELEON.
Bisogna distinguere le occasioni.
ROS.
Sì, è vero, bisogna distinguere le occasioni.
La nipote non ha da parlare, quando la signora zia fa le grazie.
ELEON.
Voi siete un'impertinente.
ROS.
Mia madre non me l'ha mai detto, e la signora zia potrebbe risparmiare di dirmelo.
ELEON.
Gran pazzia ho fatto a prendermi la briga di custodirvi.
ROS.
Prego il cielo di liberarvi presto da questo fastidio.
ELEON.
Eh già, spasimate per volontà di maritarvi.
ROS.
Non so da voi a me chi spasimi più.
ELEON.
S'io avessi voluto maritarmi non sarei stata tre giorni vedova.
ROS.
Ma se il conte Ottavio volesse...
ELEON.
Il conte Ottavio lo nominate molto spesso, vi è restato molto impresso nella memoria.
ROS.
Ogni volta che vedo voi, mi ricordo del conte Ottavio.
ELEON.
Come sarebbe a dire?
ROS.
Zitto, che viene il servitore.
ELEON.
(Insolente!) (da sé)
SCENA SESTA
Il SERVITORE e dette.
SERV.
Illustrissime, il conte Ottavio vorrebbe riverirle.
ELEON.
Il conte Ottavio?
ROS.
Il conte Ottavio?
(tutte e due in una volta)
ELEON.
Ih, ih, signora nipote, siete sulle furie.
ROS.
Siete venuta molto rossa, signora zia.
ELEON.
Passi, è padrone.
SERV.
Vi è con esso lui il signor contino suo nipote.
ELEON.
Suo nipote? È venuto?
ROS.
È venuto il contino? (freddamente)
SERV.
Che passino.
ELEON.
Sì, sì, passino.
(Questa visita non è per me).
(Servitore parte)
ROS.
(La visita del nipote guasta quella dello zio).
(da sé)
ELEON.
Mi rallegro con lei, signora sposa.
ROS.
Ed io con lei.
ELEON.
Il signor contino verrà ad offerirle la mano.
ROS.
E il signor conte verrà a lei a offerire il cuore.
ELEON.
Se ciò fosse, avreste invidia?
ROS.
Quando avrò veduto il contino, ve lo saprò dire.
SCENA SETTIMA
Il conte OTTAVIO, FLORINDO.
SERVITORE accomoda le sedie, e poi va, e torna; e dette.
OTT.
Servitore umilissimo di queste dame.
Ecco qui il contino mio nipote, il quale arrivato due ore sono in Napoli, non ha voluto preterire un momento ad esercitar seco loro gli atti del suo rispettoso dovere.
ELEON.
Il signor contino è gentile, quanto manieroso ed obbligante è il conte suo zio.
FLOR.
Fortunati posso chiamare i primi momenti del mio arrivo a questa città, poiché ho il vantaggio di conoscere e di riverire due dame di tanto merito.
ELEON.
Signore, voi abbondate di gentilezza.
ROS.
Le generose vostre espressioni tanto più mi confondono, quanto meno son certa di meritarle.
ELEON.
(Che vi pare? Vi dà nel genio?) (a Rosaura)
ROS.
(Ha qualche cosa del zio, ma poco).
(a Eleonora)
ELEON.
(Anche a lei piace più il zio del nipote).
(da sé; siedono)
OTT.
Che dite, signor nipotino, di queste due belle dame?
FLOR.
Sono entrambe adorabili.
ELEON.
Ella mi burla.
(con vezzo)
ROS.
(Si vede che è ragazzo, non distingue l'una dall'altra).
(da sé)
OTT.
Questa è la signora donna Eleonora, vedova di un gran cavaliere, colonnello di S.M., il quale morì gloriosamente in battaglia.
ELEON.
Ah, pur troppo morì!
OTT.
Povera vedovella, non piangete.
S'è morto il colonnello, non sono morti tutti gli uomini; ve ne sarà anche per voi.
State allegra, non piangete.
ELEON.
Voi mi fate ridere.
OTT.
(Tutte le vedove che piangono il morto, si rallegrano quando pensano al vivo).
(da sé)
ROS.
(È innamorata morta del conte Ottavio).
(da sé)
OTT.
E questa è la signora marchesina Rosaura.
Il marchese suo padre morì ch'ella era bambina; la povera sua genitrice morì l'anno passato, e la signora donna Eleonora sua zia le fa da madre.
ELEON.
Oh! signor conte, le fa da madre? Ella mi fa troppo onore; non ho ancora l'età per saper fare da madre.
ROS.
(Che ti venga la rabbia.
Vuol far la bambina).
(da sé)
OTT.
Se non avete l'età, avete il giudizio; e poi siete stata maritata, sapete il viver del mondo.
ELEON.
Non so nemmeno di essere stata maritata.
Il povero colonnello, appena mi ha sposata, ha dovuto marciare, e non l'ho più veduto.
OTT.
(Costei vuol passar per fanciulla).
(da sé) Ma voi, nipote mio, non parlate? Vi compatisco.
Un giovane che ritorna dagli studi, si confonde in una conversazione di dame.
E che sì, ch'io vi fo parlare? Questa è la signora Rosaura, la quale...
ROS.
Via, signor conte, non dite altro.
OTT.
Oh bella! Vi vergognate anche voi? (a Rosaura)
ROS.
Non mancherà tempo di discorrere con più comodo.
ELEON.
Il tempo è opportuno, e non si ha da perdere inutilmente.
Signor contino, già lo saprete essere mia nipote la vostra sposa.
FLOR.
Un eccesso di giubbilo...
m'impedisce che possa dire...
quello che per ragione del cuore...
vorrei esprimere...
(stentatamente)
ROS.
(Ragazzaccio senza garbo!) (da sé)
OTT.
Povero collegiale, bisogna compatirlo.
Vuol dire che il cuore gli suggerisce delle espressioni di giubbilo, ma la sorpresa fa sì che non può esprimer col labbro quello che concepisce coll'animo.
ROS.
(Che brio, che sveltezza di dire!) (da sé)
ELEON.
Il signor contino a poco a poco s'anderà facendo spiritoso e brillante.
Sotto un zio di questa sorta non può che riuscire perfettamente.
FLOR.
Signora, perdonate la mia confusione, la quale mi fa passare per zotico e male educato.
Il mio spirito non suole sì facilmente abbandonarmi, e quando avrò accomodato l'animo mio a trattar colle belle dame, troverò forse i veri termini per corrispondere alle loro finezze.
OTT.
Bravo nipote! Evviva.
ELEON.
Viva, viva; bravo, bravissimo.
ROS.
(Parole gettate lì senza grazia) (da sé)
ELEON.
Che dite, marchesina? Il vostro sposo non è spiritoso?
ROS.
Spiritosissimo.
(con ironia)
OTT.
Con licenza di lor signore, mi sono scordato domandare una cosa importante a mio nipote.
Contino, sentite una parola.
(si alza)
FLOR.
Con permissione.
(s'alza)
ELEON.
(Che dite? Non è galantino?) (a Rosaura)
ROS.
(Signora zia, se aveste a scegliere per voi stessa, chi scegliereste, il zio o il nipote?) (a Eleonora)
ELEON.
(Per voi, che siete ragazza, è meglio il nipote, per me sarebbe più adattato lo zio).
ROS.
(Da voi a me non vi è differenza.
Non vi ricordate nemmeno di essere maritata).
OTT.
(Ditemi il vero.
Vi piace la marchesina?) (a Florindo)
FLOR.
(Mi piace).
(ridente)
OTT.
(La prendereste volentieri per moglie?)
FLOR.
(Sì signore).
(ridente)
OTT.
(Ve la ridete?)
FLOR.
(Questa non è cosa da farmi piangere).
OTT.
(Ridi, ridi fin che puoi, che un giorno non riderai).
(da sé)
FLOR.
(Non so in che mondo mi sia, mi par di sognare).
(da sé)
OTT.
Eccoci a loro; perdonino per amor del cielo.
(siedono) Ho chiesto a mio nipote una cosa che mi premeva.
FLOR.
Quello che mi ha chiesto mio zio, preme più a me che a lui.
ELEON.
Si può sapere che cosa gli avete chiesto? (al Conte)
OTT.
Domandatelo a lui.
ELEON.
Io non ho questa libertà col signor contino.
ROS.
Ella non ha libertà col nipote, ma collo zio.
OTT.
Sì signora, voi discorretela col contino, e noi la discorreremo qui fra di noi.
Giovani con giovani, e vecchi con vecchi.
ELEON.
Piano con questi vecchi.
OTT.
Io son vecchio.
ELEON.
Non è vero: ma quando lo foste voi, non lo sono io.
OTT.
Se siete giovine, non fate per me.
ELEON.
Per qual causa?
OTT.
Perché non mi piacciono le ragazzate.
ELEON.
Via, fino che diceste donna di mezza età, ma vecchia poi..
OTT.
Cara adorabile mezza età, mi volete bene? (ad Eleonora)
ROS.
Signor conte, mi rallegro con lei.
OTT.
Eh, badate ai fatti vostri, lasciateci stare.
FLOR.
Oh che caro signor zio!
OTT.
Testa di legno! Avete la sposa al fianco e non le dite quattro dolci parole? Sì! Che caro signor zio! Che caro signor nipote! Gioventù scipita! Vedete, cara donna Eleonora, che cosa è la gioventù dei giorni nostri? E per questo a me piace la mezza età.
Cara la mia mezza età! (a donna Eleonora)
SERV.
Illustrissimo signor conte: la signora contessa Beatrice ha mandato l'ambasciata, dicendo che l'ora è tarda e che li aspetta a pranzo.
OTT.
Sì, andiamo, signora donna Eleonora, facciamo una burla a mia cognata; venite anche voi.
(il Servitore parte)
ELEON.
Non vorrei che questa burla spiacesse alla contessa Beatrice.
OTT.
O piaccia, o dispiaccia, si mangia nelle mie camere.
Signora marchesina, volete venire con noi?
ELEON.
Oh! a una fanciulla non è lecito.
OTT.
Sì, dite bene.
Una fanciulla a una tavola! Oh no certo! Io non voglio fanciulle, voglio donne di mezz'età.
(verso donna Eleonora)
ROS.
Sicché, signora zia, ella anderà, ed io resterò sola.
ELEON.
Che volete ch'io vi faccia? Voi non potete venire.
ROS.
Pazienza! resterò sola.
ELEON.
Non voglio ricusare le grazie del conte Ottavio.
ROS.
Bene, andate, io resterò sola.
(Bella convenienza).
(da sé)
FLOR.
Signor zio, potrei restar io a tener compagnia alla signora Rosaura? (ridendo)
OTT.
Oh che giovine di garbo! Ci restereste volentieri?
FLOR.
Se potessi.
OTT.
Si sveglia mio nipote.
Ci starete, ci starete.
Andiamo, non facciamo aspettare i nostri commensali.
ELEON.
Marchesina, abbiate pazienza.
OTT.
Nipote, servite la signora donna Eleonora.
ELEON.
Oh, mi perdoni.
Non voglio dar gelosia alla marchesina.
Mi favorisca ella, signor conte.
OTT.
Sì, sì.
Venite qui, la mia graziosissima mezza età.
Mezza età voi, mezza età io, fra tutti due faremo un secolo.
(parte con donna Eleonora e Florindo)
ROS.
Mia zia si è tirato a sé il conte Ottavio, e sopra di questo non vi è per me da discorrere.
Sposerò dunque il contino Florindo? Sì, lo sposerò.
Ma non è tanto spiritoso, non è tanto grazioso! Non importa: per marito è bello e buono.
Col marito non vi è bisogno di fare la conversazione briosa.
(parte)
SCENA OTTAVA
Camera del conte Ottavio.
Il conte LELIO, il DOTTORE e il CAMERIERE
CAM.
Favoriscano; si trattengano qui, che può tardar poco il padrone a ritornare.
(parte)
DOTT.
Le budella principiano a lamentarsi.
LEL.
Io non ceno la sera, onde sto benissimo d'appetito.
DOTT.
Perché non cena la sera? Il mangiar molto è malsano, ma il non mangiar niente niente, non è lodabile.
LEL.
Vi dirò: ogni giorno si va a pranzo da qualche amico.
Un giorno da uno, un giorno dall'altro; si mangia tardi; la conversazione fa mangiar molto, la sera non si può cenare.
DOTT.
Qui dal signor conte Ottavio ci viene frequentemente V.S.?
LEL.
Spessissimo; due o tre volte la settimana.
DOTT.
M'immagino che manderà a invitarla, pregarla e supplicarla.
LEL.
Oibò, vengo quando voglio, mi metto a tavola senza dirlo.
DOTT.
Ma se le cagiona incomodo il pranzare fuori di casa, potrebbe tralasciar di venire.
LEL.
Vi dirò, il conte è un uomo che ha vanità d'avere alla sua tavola delle persone di qualche riguardo, e perciò mi tormenta sempre ch'io venga da lui.
DOTT.
(Che scroccone impertinente!) (da sé)
LEL.
Siete stato altre volte a pranzo dal conte Ottavio?
DOTT.
Per grazia sua, ci sono stato qualche altra volta.
LEL.
Che dite? Non fa una tavola magnifica?
DOTT.
Fa una tavola principesca.
LEL.
Sentite.
Per dirla a voi, che siete un galantuomo, io non so come faccia; le sue entrate non rendono tanto.
Io so tutti i fatti suoi.
DOTT.
Se non potesse farla, non la farebbe.
LEL.
Eh, quante cose si fanno, e non si possono fare.
Ce ne accorgeremo quanto prima.
DOTT.
Questo, vossignoria mi perdoni, è un discorrere senza fondamento.
LEL.
Io parlo come l'intendo.
Dal conte Ottavio non ho salario.
DOTT.
V.S.
però mangia alla di lui tavola.
LEL.
Se mangio alla sua tavola, pretendo di fargli una finezza.
DOTT.
(Ma! Pur troppo è vero.
Codesti gran signori si fanno mangiare la roba loro da gente ingrata, da gente che vilipende il proprio benefattore).
(da sé)
SCENA NONA
PANTALONE, il CAMERIERE e detti.
PANT.
Sì ben, caro, sì ben; aspetterò che el vegna, starò anca mi a disnar con ello.
(al Cameriere)
CAM.
Si accomodi, che or ora viene.
(parte)
LEL.
Signor Pantalone, la riverisco.
PANT.
Servitor obbligato.
DOTT.
Vi saluto, il mio caro amico.
(a Pantalone)
PANT.
Oh! Dottor caro, sioria vostra.
LEL.
Anche voi, signor Pantalone, a pranzo col conte Ottavio?
PANT.
Anca mi, a gòder delle grazie de sto cavalier.
LEL.
Sì, il conte Ottavio è di buon cuore, riceve alla sua tavola ogni sorta di persone.
PANT.
Come parlela, patron? Se el me riceve mi, son un galantomo, son un marcante onorato, e i omeni della mia sorte no i va alle tavole dei cavalieri a scroccar.
A casa mia boggie la pignatta ogni zorno, sala? Ogni zorno se impizza fogo, e tratto anca mi alla mia tola galantomeni e amici.
Se vago a disnar da qualche cavalier, lo fazzo perché son ben visto, perché me piase la conversazion, ma no distribuisso i zorni della settimana do da un, do da un altro, tre da un altro, per sparagnar la mesata, e impir la panza alle spalle dei gonzi.
(con calore)
LEL.
Signor Dottore, che dite della libreria del conte Ottavio?
DOTT.
Ha molti libri, e buoni.
LEL.
Tutta roba cattiva.
Sono stato io che gli ho fatto comprare qualche buon libro, per altro egli non se ne intende.
DOTT.
(Il signor Pantalone lo ha fatto discorrere della libreria).
(da sé)
PANT.
(Se el gh'ha recchie sto sior, el m'averà inteso).
(da sé)
SCENA DECIMA
La contessa BEATRICE e la baronessa CLARICE, e detti.
BEAT.
Signori, sarete annoiati.
Vi compatisco.
L'ora è tarda, non si pranza mai.
LEL.
Per me, signora, non vi prendete pena, la mia cioccolata mi tien sazio per tutta la giornata.
DOTT.
Dice bene il signor conte Lelio.
La cioccolata del signor conte Ottavio è preziosa.
Ne abbiamo bevuto una chicchera per ciascheduno.
BEAT.
Questo signor conte Ottavio ha poca creanza.
LEL.
Veramente far aspettare due dame è poca civiltà.
CLAR.
Con me il conte Ottavio non ha da prendersi soggezione.
BEAT.
In quanto a questo, molto meno con me, che son sua cognata.
LEL.
Il conte Ottavio ha un'aria troppo superiore.
CLAR.
Vi ha fatto forse qualche mal termine?
LEL.
No; ma gli voglio bene, e mi dispiace sentirlo criticare.
PANT.
Mi, la me perdona, lo sento anzi lodar, e amar, e respettar da tutti.
LEL.
Eh, cosa sapete voi, che siete un ignorante?
PANT.
Responderia de trionfo(5), se no fussimo dove che semo.
DOTT.
Il signor conte Ottavio, per dirla, è l'idolo di Napoli.
LEL.
Eh, andate a tastare il polso ai morti.
DOTT.
Padron mio, ella parla male di molto.
SCENA UNDICESIMA
Il conte OTTAVIO dando di braccio a donna ELEONORA, e detti; poi il CAMERIERE.
OTT.
Per amor del cielo, compatite se vi ho fatto aspettare.
L'appetito vi farà riuscire men cattivo il pranzo.
Mangeremo con gusto, se ce ne sarà.
CLAR.
È scusabile il signor conte se ha tardato mentre aveva da servire una dama.
ELEON.
Se avesse egli saputo che la signora baronessa lo attendeva, sarebbe venuto più presto.
OTT.
(Oh che scena oggi mi vo' godere!) (da sé) Signore mie, i vostri complimenti interessano ancora me, ed io sono in obbligo di giustificarmi con tutte due.
La signora donna Eleonora aveva de' motivi da trattenermi.
La signora baronessa ha delle ragioni da rimproverarmi.
Chi è al di sotto, mi scusi, e chi è al di sopra, ci stia.
CLAR.
(Che razza di parlare ch'io non intendo!) (da sé)
ELEON.
(Chi sa dirmi, s'io sia al di sopra o al di sotto?) (da sé)
BEAT.
(Non mi aspettavo che conducesse seco donna Eleonora).
(da sé)
OTT.
Signor Lelio, vi ringrazio infinitamente che abbiate favorito questa mattina di venire a mangiare la zuppa con noi.
Che novità abbiamo?
LEL.
Delle novità ne ho diverse, ma discorreremo a tavola.
OTT.
Chi è di là? (viene il Cameriere) Quando viene il contino in tavola? (Cameriere parte) Voglio poi far vedere a voi, che siete dilettante di cavalli, un cavallo di maneggio che ho comprato ieri, che vi piacerà moltissimo.
(a Lelio)
LEL.
Di che razza è?
OTT.
È cavallo di Spagna.
LEL.
Di che mantello?
OTT.
Sauro e balzano.
LEL.
È polledro?
OTT.
Non ha più di tre anni.
LEL.
L'avete provato?
OTT.
Ieri l'ho cavalcato più di tre ore.
Galleggia d'una grazia mirabile.
È rotondo di groppa, corto di vita, e di testa piccola; quando s'alza, innamora, quando s'incurva, è un piacere.
Dolce di bocca, obbediente al cenno.
Passeggia, danza, galoppa; muta tempo senza scomporsi; non ha vizi, non ha difetti, è una gioia.
LEL.
Quanto l'avete pagato?
OTT.
Ottanta zecchini, ma non lo darei per cento doppie.
LEL.
Certamente non l'avete pagato caro.
BEAT.
(E i zecchini vanno, e il pupillo si assassina.
Li rivedremo questi conti).
(da sé)
ELEON.
Signor conte, noi di cavalli non ce ne intendiamo; parlate di cose delle quali possiamo godere anche noi.
OTT.
Volentieri.
Signor Pantalone, avete delle belle stoffe di Francia?
PANT.
Ghe n'ho de bellissime.
OTT.
Mandatemene quattro o sei pezze.
Voglio sceglierne un paio, e voglio che queste dame vedano s'io son di buon gusto.
PANT.
La perdoni; vorla far un regalo alla novizza del sior contin?
OTT.
Oh! per questo lascio che ci pensi da sé.
Anch'io, signor Pantalone, faccio i miei regaletti.
Anch'io ho i miei amoretti.
(guarda Clarice ed Eleonora)
CLAR.
(Mi guarda, pare che intenda di me).
(da sé)
ELEON.
(Questa stoffa dovrebbe esser mia).
(da sé)
OTT.
Signor Dottore, se voi aveste a disporre di un uomo, di che età lo consigliereste a prender moglie?
DOTT.
Così...
di mezza età.
OTT.
Bravo! di mezza età.
E la donna di che anni dovrebbe essere?
DOTT.
Anch'ella.
Così...
all'incirca...
OTT.
Di mezza età.
Viva la mezza età.
ELEON.
Sì, né troppo giovine, né troppo attempata.
CLAR.
Di ventisei anni o ventisette; è vero, signor Dottore?
DOTT.
Per l'appunto.
ELEON.
Quando una fanciulla arriva a quell'età, è segno che non ha trovato da maritarsi.
CLAR.
Per altro, signor Dottore, ho sentito dire che una vedova sia sempre più vecchia, non è vero?
DOTT.
Scusi: in questa sorta di decisioni non apro bocca.
SCENA DODICESIMA
Il contino FLORINDO, il CAMERIERE e detti.
FLOR.
Servitor di lor signori.
OTT.
Oh bravo, nipote.
Presto, in tavola.
(al Cameriere)
BEAT.
Dove siete stato sinora? (a Florindo)
FLOR.
Nella mia camera.
OTT.
Eh, che le madri prudenti non domandano queste cose.
È stato dalla sposa.
Animo, signori, favoriscano.
Levate le spade, i cappelli; libertà, libertà.
Via, signori, vadano.
Maledette le cerimonie.
Non ancora? Chi ha fame, vada, chi non ha fame, resti.
Damine, andiamo.
(dà il braccio a Clarice ed a Eleonora, e partono)
BEAT.
Dove sei stato, disgraziato? (a Florindo)
FLOR.
Nella mia camera.
BEAT.
Dopo pranzo ci parleremo.
(parte)
FLOR.
Mia madre non mi gode; vengo a star con mio zio.
(parte)
DOTT.
Dunque anderò io.
(facendo le cerimonie con Pantalone)
LEL.
Con sua buona grazia, tocca a me.
DOTT.
Dice bene, perché è più affamato degli altri.
LEL.
Dottor ignorante.
(parte)
DOTT.
Che dite, Pantalone amatissimo, di questo parassito insolente?
PANT.
Mi digo che un cavalier de bon gusto nol l'averia da sopportar.
DOTT.
Il conte lo soffre, perché credo se ne serva nelle sue occorrenze.
PANT.
Ghe battelo l'azzalin?
DOTT.
Quando viene l'occasione, codesti scrocconi fanno di tutto un poco.
(parte)
PANT.
Ma! questa xe la zente che gh'ha fortuna.
Buffoni e batti canaffio(6).
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera, in cui si prepara per il caffè ecc.
BRIGHELLA, ARLECCHINO ed altri SERVITORI
BRIGH.
Animo, portè qua sta tavola, e parecchiemo el caffè e el rosolin: mettè le luse(7), perché deboto(8) l'è sera.
(servi preparano il tutto) Via, sior Arlecchin, la fazza anca ella qualcossa.
ARL.
Mi, sior mistro de casa, ho fatto in cusina quel che aveva da far, e no voi far altro.
BRIGH.
Come, no volè far altro? Cussì se responde a un mistro de casa?
ARL.
Comandeme quel che me tocca a far, e vederè se lo farò volentiera.
BRIGH.
Ti ha da far tutto quello che voio mi.
Ti ha da aiutar a parecchiar sta tavola.
ARL.
Ma fin che fazzo sta cossa, no posso far quell'altra.
BRIGH.
Coss'ela mo quell'altra cossa che ti ha da far?
ARL.
Ghe zogo mi, che no savì quale sia la mia obbligazion.
BRIGH.
Pol esser che no la sappia.
Dimmela, caro ti.
ARL.
Oh, se vede che sì grezzo! El mistro de casa, no sto ultimo, ma quell'altro passà, lu el saveva comandar, e mi bisognava che l'obbedisse.
BRIGH.
Via, cossa te comandavelo?
ARL.
Quand andava a spender con lu la mattina, el me fava tor una sportella separada da quelle de casa.
Co l'aveva tolto la carne, el vedèlo, el pollame e i frutti, de tutto el metteva una porzion in te la sportella, e el me diseva: Arlecchin, porta sta roba; indovinè mo a chi?
BRIGH.
A chi?
ARL.
A so comare.
Quand el cogo aveva fatto i pastizzetti, el ghe ne toleva una mezza dozena, e el me diseva: Arlecchin, porta sti pastizzetti.
Savì mo a chi?
BRIGH.
A chi?
ARL.
A so comare.
Fenida la tavola dei patroni, el taiava un pezzo de rosto, una mezza torta, un mezzo pastizzo; e subito: Arlecchin.
Sior? Porta sta roba.
Indovinè mo questa a chi l'andava?
BRIGH.
A chi?
ARL.
A so comare.
Dopo disnar, tutti i avanzi dei fiaschi e delle bottiglie, e dei fiaschi pieni, e delle bottiglie intiere, el piava(9) su; e po: Arlecchin.
Sior? Porta sto vin.
Oh, questo mo no ve imagineressi mai dove el lo mandava.
BRIGH.
Dove, caro ti?
ARL.
A so comare.
BRIGH.
Tutto a so comare?
ARL.
Sior sì, e mi l'obbediva con tutta fedeltà.
Savì mo perché? Perché, co l'occasion della comare, anca mi robava col sior compare.
BRIGH.
Sto mistro de casa l'era un galantomo.
ARL.
Oh, el me voleva un gran ben! La mattina a bonora l'andava mi a desmissiar(10).
BRIGH.
Dove dormivelo?
ARL.
In casa de so comare.
BRIGH.
Pulito.
ARL.
Una volta l'era ammalà, e se credeva che el morisse, che mi aveva un dolor terribile.
Ho dà più maledizion a chi l'ha fatto ammalar.
BRIGH.
Chi l'ha fatto ammalar?
ARL.
So comare.
BRIGH.
Sto mistro de casa me l'arrecordo, che no l'è gran tempo che l'è andà via.
ARL.
Mi so per cossa che l'è andà via.
BRIGH.
Via mo, per cossa?
ARL.
Per so comare, e adesso so cossa che el fa.
BRIGH.
Cossa falo, caro ti?
ARL.
El batte l'azzalin(11); e savìu(12) a chi?
BRIGH.
A chi?
ARL.
A so comare.
BRIGH.
Oh vedistu mo, mi no gh'ho comare, mi no mando gnente a nissun, servo el mio padron onoratamente.
La servitù la impiego in cosse lecite e oneste, e voio esser obbedio.
Animo, tira avanti quelle careghe.
ARL.
Via, tira avanti quelle careghe.
(a' servitori)
BRIGH.
Digo a ti.
ARL.
E mi a ti.
BRIGH.
Come, tocco de sguattaro(13) maledetto!
ARL.
Se me perderì el respetto, ricorrerò.
BRIGH.
A chi ricorrerastu?
ARL.
Ai mi protettori.
BRIGH.
E chi èli sti protettori?
ARL.
Ricorrerò a siora comare.
BRIGH.
Ti ricorrerà a siora comare? E questo intanto sarà sior compare.
(gli dà un calcio)
ARL.
(Senza parlare va disponendo le sedie, e di quando in quando va dicendo a Brighella) Reverisso el sior compare.
(e poste le sedie, replica) Fazzo una reverenza al sior compare.
(parte)
BRIGH.
Sti baroni, quando i trova chi ghe fa far delle baronade, i xe tutti contenti.
Me par che i padroni vegna.
SCENA SECONDA
Il conte OTTAVIO servendo donna ELEONORA, FLORINDO, CLARICE, LELIO,
BEATRICE, PANTALONE, DOTTORE e BRIGHELLA
OTT.
Oh, con i lumi ci vedremo meglio.
Favorite d'accomodarvi.
Beviamo il caffè.
(siedono)
PANT.
Dopo el vin de Canarie, xe necessario un poco de caffè.
DOTT.
Ci vuol altro che caffè a smorzar i calori.
Acqua vuol essere, Pantalone.
OTT.
Care le mie damine, quanto vi sono obbligato dell'onore che mi avete fatto questa mattina! (versa il caffè) Io non ho altro bene al mondo che l'allegria, la compagnia de' buoni amici, l'onore che mi fanno queste adorabili dame.
Cara baronessina, questo è per voi.
(a Clarice)
CLAR.
Obbligatissima.
Caffè non ne bevo quasi mai.
OTT.
Eh via.
CLAR.
Davvero, non mi conferisce.
OTT.
Ve lo do io.
CLAR.
Via, perché me lo date voi, lo prenderò.
ELEON.
(Ha servito prima lei).
(da sé)
OTT.
A voi, la mia carissima mezza età.
(ad Eleonora)
ELEON.
Orsù, io non voglio esser posta in ridicolo.
OTT.
Che? L'avete per male?
ELEON.
Io non sono qui per far ridere la conversazione.
OTT.
Via, compatitemi, nol dirò più.
Prendete questa tazza di caffè.
ELEON.
Non ne voglio.
(irata)
OTT.
Via, prendetelo.
ELEON.
Signor no.
OTT.
Via, carina.
(con grazia)
ELEON.
Siete un gran diavolo! (prende il caffè ridendo)
OTT.
Fra voi e me far potremmo una bella razza di diavoli.
CLAR.
(Quando parla con donna Eleonora, s'incanta, non la finisce mai).
(da sé)
OTT.
Signor Lelio, e voi non dite nulla?
LEL.
Io godo lo spirito di queste graziose dame.
OTT.
Via, fino che godete lo spirito, mi contento.
LEL.
Che? ci pretendete voi sopra di esse?
OTT.
Non voglio dire in pubblico i fatti miei.
LEL.
Avvertite che sono due.
OTT.
E per questo? Io non mi confondo.
LEL.
Volete tutto per voi?
CLAR.
Il signor conte Ottavio non si può dividere in due.
ELEON.
È vero; sarà tutto della signora baronessa.
CLAR.
Eh, io non ho questo merito.
OTT.
Orsù, signore mie, voglio svelarvi la verità.
Ho già fissato qual debba esser la mia sposa.
Lo dirò pubblicamente, e tutti saranno contenti.
BEAT.
Bisogna vedere se noi la conosciamo questa vostra sposa.
OTT.
Se la conoscete? La mia sposa è a questa tavola.
CLAR.
Come?
ELEON.
A questa tavola?
OTT.
Senz'altro.
CLAR.
Chi è?
ELEON.
Chi è?
OTT.
A suo tempo lo saprete.
ELEON.
(Ah, dubito sia la baronessa!).
(da sé)
CLAR.
(Sarà donna Eleonora senz'altro).
(da sé)
ELEON.
Vorrei dirvi una parola, ma non so come fare.
(ad Ottavio)
OTT.
Con permissione.
(si copre il viso dalla parte di Clarice) Non abbiate gelosia.
(a Clarice) Son qua, parlate.
(ad Eleonora)
ELEON.
(Voi sposerete la baronessa Clarice).
OTT.
(Se ho intenzione di sposarla, il diavolo mi porti).
ELEON.
(Dunque la sposa son io).
(da sé)
CLAR.
Signor conte, potrei io aver la grazia di dirle una parola?
OTT.
Volentieri.
Con vostra buona licenza.
(ad Eleonora, e fa lo stesso) Eccomi a voi.
(a Clarice) Non prendete ombra.
(ad Eleonora)
CLAR.
(Lo so che avete donato il cuore a donna Eleonora).
OTT.
(Se sposo donna Eleonora, ditemi ch'io sono un cavaliere indegno).
CLAR.
(Dunque posso lusingarmi d'essere io la prediletta).
(da sé)
BEAT.
Signor cognato, giacché oggi si costuma parlar nell'orecchio, potrei anch'io dirvi una parola?
OTT.
Volentieri.
Con permissione di queste dame.
(s'alza, e va da Beatrice)
BEAT.
(Potrei sapere ancor io chi volete sposare di quelle due?)
OTT.
(Nessuna).
BEAT.
(Eh via).
OTT.
(No, da uomo di onore).
BEAT.
(Ma se dite che la vostra sposa è a questa tavola?)
OTT.
(È vero).
BEAT.
(E non è nessuna di queste due?)
OTT.
(No, da cavaliere).
BEAT.
(Oh, questa è bella!)
OTT.
(Fra poco lo saprete ancor voi).
Vi occorre altro?
BEAT.
Niente altro.
OTT.
Vado al mio posto.
BEAT.
(Questa è bellissima.
Che avesse la pazzia in capo di credere di poter sposar la cognata?) (da sé)
OTT.
Eccomi, garbatissime dame: compatite di grazia.
Che vuol dire che mi parete sospese?
CLAR.
Io vado pensando chi mai può essere questa vostra sposa.
ELEON.
Potreste dirlo, e levarci di pena.
OTT.
Voglio un poco farmi pregare.
Intanto favorite, beviamo il rosolio alla salute della mia sposa.
(versa il rosolio, e tutti bevono alla salute della sposa)
FLOR.
Signor zio, noi abbiamo bevuto alla salute della vostra sposa; e alla salute della mia non si beverà?
OTT.
Avete ragione.
Presto, subito.
Alla salute della marchesina Rosaura.
Viva la sposa di mio nipote.
TUTTI Viva.
BEAT.
Che cos'è questa sposa? Che cos'è quest'istoria? Io non ne so nulla.
OTT.
Eh via, signora cognata.
Bevete ancor voi alla salute di vostra nuora.
BEAT.
Oh, questo poi no.
FLOR.
Sì, cara signora madre, se mi volete bene, fatelo per amor mio.
OTT.
Sì, sì; evviva.
Bevete, bevete; evviva.
(a Beatrice)
FLOR.
Cara mamma, evviva.
BEAT.
Bricconi, bricconi quanti siete.
OTT.
Viva la sposa.
FLOR.
Viva la sposa.
BEAT.
Viva, viva.
Siete contenti? (beve)
OTT.
Maestro di casa?
BRIGH.
Lustrissimo.
OTT.
Presto, andate subito a portar un'ambasciata alla marchesina Rosaura.
Fatele sapere che tutta la conversazione ha bevuto alla sua salute, e specialmente la contessa Beatrice ha bevuto alla salute di sua nuora.
BEAT.
Io non ho detto...
OTT.
Subito, subito.
Fate l'ambasciata, e non pensate ad altro.
BRIGH.
La sarà servida.
(parte)
OTT.
Facciamo una cosa.
Andiamo tutti a ritrovare la marchesina.
Che dite, signora donna Eleonora?
ELEON.
Per me sono tutti padroni.
OTT.
Via, signora cognata, andiamo.
BEAT.
Voi mi volete mettere in qualche impegno.
OTT.
Sì, in un impegno che in due parole si scioglie.
FLOR.
Cara signora madre, se mi volete bene, andiamo.
BEAT.
Tu mi vuoi far fare ogni cosa a tuo modo.
FLOR.
Via; viene, viene.
OTT.
Brava, brava, andiamo.
Anche voi, signora baronessa.
CLAR.
Io non ho confidenza colla marchesina.
OTT.
La contessa Beatrice è vostra cugina.
ELEON.
Se volete venire, mi farete onore.
(Verrà a mortificarsi).
(da sé)
CLAR.
Accetterò le vostre grazie.
(Poi le dispiacerà che vi sia andata).
(da sé)
SCENA TERZA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Illustrissimo, la signora marchesina ringrazia tutta sta nobile conversazion per i brindesi che ghe son stà fatti, e principalmente la ringrazia l'illustrissima siora contessa Beatrice del brindese cortesissimo che la gh'ha fatto, degnandose de chiamarla col nome de niora, e la protesta d'esserghe serva devota, e come fia obbediente.
OTT.
Bravo; questa è un'ambasciata fatta con buonissima grazia.
Il mio maestro di casa si porta bene.
Che dite, signora cognata, siete contenta dell'espressioni della marchesina?
BEAT.
Ha poi ella detto veramente così? (a Brighella)
BRIGH.
Cussì, da omo d'onor, da mistro de casa onorato.
OTT.
Fate avvisare la marchesina, ch'or ora saremo tutti da lei.
(a Brighella)
BRIGH.
Subito la servo.
(parte)
OTT.
Signora baronessa, favorisca.
(offre la mano a Clarice)
ELEON.
Signor conte, a venir qui ha favorito me.
OTT.
È vero, non posso disertare.
Conte Lelio, servite voi la baronessa.
CLAR.
Qua, qua, contino, favoritemi voi.
(parte col Contino)
LEL.
(Sgarbata! senza civiltà! Mi tratta così, perché non mi fo mangiare il mio).
(da sé)
OTT.
Via, servite mia cognata.
Contessa, andiamo.
(parte con Eleonora)
LEL.
Comanda? (a Beatrice)
BEAT.
Mi fa grazia.
LEL.
(Manco male.
Da questa posso sperare quel che non posso sperar da quell'altra.
In occasione di nozze si faranno de' buoni pranzi).
(parte con Beatrice; Pantalone e Dottore seguono)
SCENA QUARTA
Camera della marchesina Rosaura.
La marchesina ROSAURA ed il PAGGIO
ROS.
Venite qui, tornate a dire come ha detto il maestro di casa del conte Ottavio.
PAGG.
Ha detto così, che il signor conte Ottavio riverisce la signora marchesina, e le fa sapere che or ora sarà qui con tutta la conversazione.
ROS.
Anche la signora contessa Beatrice?
PAGG.
Non ha detto altro.
ROS.
Presto, correte, domandategli se viene la contessa Beatrice.
PAGG.
Signora sì.
(vuol partire)
ROS.
Sentite, domandategli se viene anche il contino.
PAGG.
Signora sì.
(come sopra)
ROS.
Ehi; sappiatemi dire se vi sono dame.
PAGG.
La mi fa girar come un arcolaio.
(parte)
ROS.
Io non so che cosa voglia dire questa novità.
La contessa Beatrice mi ha fatto un brindesi, e ora vengono a ritrovarmi; il matrimonio mio probabilmente sarà concluso.
Ne ho d'aver piacere o dispiacere? Eh così, così; mezzo e mezzo.
SCENA QUINTA
Il PAGGIO e detta.
PAGG.
Signora, signora, ho veduto dalla finestra le torce.
Sono qui che vengono.
ROS.
Vi è la contessa Beatrice?
PAGG.
Signora sì.
ROS.
Vi è il contino?
PAGG.
Signora sì.
ROS.
(È fatta).
(da sé) Chi dà mano a mia zia?
PAGG.
Il conte Ottavio.
ROS.
(Carina! sarà contenta che la serve il conte Ottavio).
(da sé) Andate; fateli passare.
PAGG.
Signora padrona, mi è stato detto ch'ella si fa sposa.
ROS.
E per questo?
PAGG.
Se si fa sposa, voglio sposarmi ancor io.
ROS.
Di codesta età?
PAGG.
Il mio cane si è sposato assai più giovine di me.
(parte)
ROS.
Bella semplicità! Ma eccoli che vengono.
SCENA ULTIMA
Conte OTTAVIO servendo donna ELEONORA, FLORINDO, CLARICE, LELIO e BEATRICE,
DOTTORE e PANTALONE.
OTT.
M'inchino alla marchesina.
ELEON.
Buona sera, nipotina.
FLOR.
Riverisco la mia adorabile marchesina.
CLAR.
Serva divota.
Perdonate l'incomodo.
La compagnia è stata causa.
BEAT.
Tutti, tutti da voi.
LEL.
Anch'io ho l'onore d'inchinarmi.
DOTT.
Viva la signora marchesina, viva centomila anni.
PANT.
Anca mi con tutto el cuor.
El cielo la benediga.
ROS.
Ih, ih, grand'allegria, gran brio! Il conte Ottavio infonde l'allegria in tutti.
LEL.
Sapete chi ci ha infusa l'allegria?
ROS.
Chi mai?
LEL.
Dieci bottiglie di Canarie squisito.
ROS.
Oh, non voglio credere che siate spiritosi per questa ragione.
OTT.
No, ragazza mia, non siamo allegri per questo; abbiamo bevuto da uomini, e non da bestie.
Quello che ci fa essere allegri, è la buona compagnia che abbiamo goduta.
Una tavola parca e sobria, ma con buona armonia di tutti, e data veramente di cuore.
Queste dame gentili, questi cavalieri brillanti, tutto ha contribuito a farci godere una buona giornata.
Ma quello che ci colma di giubbilo, ed ora ci presenta a voi col riso sulle labbra, siete voi stessa, adorabile marchesina.
Abbiamo bevuto alla vostra salute.
Mia cognata ha detto (testimoni tutti questi signori), ha detto: viva la marchesina mia nuora.
Ecco il contino Florindo, che vi offerisce la mano.
Ecco la contessa Beatrice, che come figlia vi accetta.
Ecco un vostro servo, che onorerete col titolo di vostro zio.
ROS.
Conte Ottavio, non posso rispondere alle vostre insinuazioni che coll'accettarle.
Bacio la mano alla contessa Beatrice, che si degna di accettarmi per figlia.
Giuro la mia fede al contino Florindo; e a voi, amorosissimo zio, rendo le più umili grazie, poiché mi ammettete all'onore di essere imparentata con voi.
BEAT.
Marchesina, non so che dire.
Se il cielo ha destinato un tal matrimonio, è giusto che si faccia.
Se amerete mio figlio, io amerò voi egualmente.
(Ho detto di sì, senza avvedermi di dirlo).
(da sé)
ROS.
(Il complimento è curioso, ma non importa).
(da sé)
FLOR.
Amatissima sposa, vi accerto del più perfetto amor mio, e per assicurarvi della mia fede, vi giuro che non saprò mai distaccarmi dal vostro fianco.
ROS.
(Troppe grazie).
(da sé)
ELEON.
Nipote, mi rallegro con voi.
Sarete contenta.
ROS.
Credo che non anderà molto, che anch'io dovrò rallegrarmi con voi.
ELEON.
Chi sa? Può anch'esser di sì: conte Ottavio, vi ricordate del vostro impegno?
OTT.
Di qual impegno, signora?
ELEON.
Avete promesso manifestare la vostra sposa.
CLAR.
Sì appunto.
Levateci questa curiosità.
OTT.
Son galantuomo.
Ho promesso, manterrò la parola.
ROS.
Anche il signor conte è sposo?
OTT.
Sì, signora.
ROS.
Due spose in una casa?
OTT.
La mia sposa non vi darà fastidio.
BEAT.
Anch'essa vorrà il trattamento da dama, e qualunque ella siasi, compatitemi, signor cognato, è un'imprudenza il farlo.
OTT.
È un'imprudenza?
BEAT.
Ma voi siete uno stolido? Non parlate? Non dite nulla? (a Florindo)
OTT.
Via, dite anche voi la vostra ragione (a Florindo)
FLOR.
Io non saprei che dire.
BEAT.
Se non sapete che dire, vi suggerirò io qualche cosa.
Dite al signor zio che la nostra casa è in disordine, che i suoi magnifici trattamenti l'hanno precipitata, e che altro non manca che il di lui matrimonio per terminare di rovinarla.
OTT.
Avete inteso? Animo, dite su.
(a Florindo)
FLOR.
Ma...
Se la cosa fosse così...
ELEON.
Eh, che il nipote non ha da impacciarsi negli affari del zio.
CLAR.
Sarebbe bella che il zio avesse a dipendere dal nipote.
BEAT.
Queste due signore si riscaldano.
Ognuna aspira a sì gran fortuna.
Levatele di pena.
Nominate la vostra sposa.
OTT.
Orsù, vi vo' dar a tutti questo sì gran piacere.
Signor Pantalone, queste dame desiderano ch'io faccia loro conoscere la mia sposa, ho promesso di farlo, ed è giusto che lo faccia.
Signore mie, la sposa che ho scelta, la sposa ch'io amo, la sposa che ho sposata, sapete chi è? È una società col signor Pantalone de' Bisognosi: osservate il contratto delle nostre nozze.
Colla presente Scrittura ecc.
Resta stabilita una Società per dieci anni fra il nobile signor Conte Ottavio Astolfi e il signor Pantalone de' Bisognosi, avendo posto il primo Ducati 40.000 di capitale, ed il secondo 20.000, acciò sieno questi impiegati in negozio, e l'utile sia a porzione de' sopraddetti compagni; e perché il signor Pantalone deve prestar il nome e l'assistenza al negozio, avrà di più sopra gl'intieri utili un dieci per cento.
Avete sentito? Ecco la mia sposa, ecco il mio contratto.
In questa maniera si disingannerà chi parla di me con poco rispetto, e perché mi vede spendere più di quel che rendono l'entrate della famiglia, crede ch'io dissipi, giudica ch'io rovini la casa.
Ecco la miniera donde ricavo il modo di mantenere i miei onesti piaceri, senza pregiudizio del patrimonio.
La mercatura non disdice ad un cavaliere, ma per ragione dei pregiudizi degli uomini, mi è convenuto trattarla segretamente.
Dame mie riverite, vi chiedo perdono della graziosa burla che ho preteso di farvi.
Non crediate già ch'io l'abbia fatto per mancanza di stima e di rispetto verso di voi, ma per rendere ameno il vostro divertimento.
Io non vo' moglie.
Tratterò tutte egualmente; converserò con chi mi vorrà ammettere alla sua conversazione; ma in avvenire mi guarderò molto bene da dir parole che possano lusingare, mentre ho veduto per esperienza, quanto male possono produrre gli scherzi che si dicono nelle conversazioni.
CLAR.
Io per me ho sempre riso delle vostre parole; le ho sempre prese per barzellette, e mi maravigliava di donna Eleonora, che si lusingava che parlaste per lei.
ELEON.
Io? Mi maraviglio di voi.
Credete ch'io non conosca il conte Ottavio? Egli è avvezzo a burlare, ed io lo secondava per vedere la bella scena.
OTT.
Lode al cielo, avendo queste dame perfettamente inteso ch'io scherzava, non ho verun rimorso d'aver loro recata alcuna lusinga.
Signora cognata, siete anche voi disingannata ch'io sia la rovina di questa casa, ch'io abbia dilapidato il patrimonio di vostro figlio?
BEAT.
Caro cognato, vi chiedo scusa de' miei cattivi giudizi, e raccomando a voi l'economia della casa.
OTT.
Se altri vi sono che pensino come voi, ora resteranno della mia puntualità persuasi.
LEL.
Chi mai volete che pensi sinistramente di voi?
DOTT.
Corpo di bacco! Io non posso tacere.
Queste facce doppie non le posso soffrire.
Sì, voglio parlare.
Il signor Lelio è stato il primo a dire che il signor conte Ottavio fa di più di quello che far potrebbe, che è pieno di debiti e che anderà in rovina.
LEL.
Mi maraviglio, non è vero.
BEAT.
Pur troppo è vero; l'ha detto anche a me, e che siete altero e superbo.
OTT.
Ingrato, incivile! Così parlate di chi vi fa padrone della sua tavola? Se fossi in casa mia, vi farei cacciar fuori dell'uscio da' miei servidori.
LEL.
Ho detto quello ch'io sentiva dire dagli altri.
OTT.
Ora siete in obbligo di disdirvi.
LEL.
Sì, lo farò, e lo saprete s'io lo farò.
Intanto vi chiedo scusa, e nella vostra casa non ardirò mai più metter piede.
(parte)
OTT.
Gente perfida! gente indiscreta! Ma non facciamo che un uomo tristo turbi il sereno della nostra pace.
Abbiamo a terminare la sera con allegria.
In casa mia ho ordinata una piccola festa di ballo.
Ora la sposa potrà venire.
Donna Eleonora la condurrà.
ELEON.
Vi prego a dispensarmi, mi duole il capo.
OTT.
Verrà con mia cognata e colla baronessa Clarice.
CLAR.
Vi rendo grazie, ho premura di ritornare a casa.
OTT.
Eh via! Che sono queste malinconie? Abbiamo riso tutto il giorno; vogliamo ridere ancor la sera.
Via, cara damina, venite.
(a Clarice) Via venite, o mia mezz'età.
(ad Eleonora) Presto, andiamo.
Florindo, date mano alla sposa.
Andiamo un poco a ballare.
ELEON.
Non posso dir di no.
CLAR.
Il conte Ottavio fa far le donne a suo modo.
BEAT.
Marchesina, andiamo.
ROS.
Eccomi tutta lieta e contenta.
OTT.
Andiamo a divertirci, andiamo a godere di quel bene che il cielo e la fortuna ci danno.
Goder il mondo onestamente, con buona allegria, senza offender nessuno, senza macchine e senza mormorazioni, è quella vita felice, che costituisce il Cavalier di buon gusto.
Fine della Commedia.
NOTE:
(1) Le opere del Conte Gasparo Gozzi.
(2) Se n'è andato.
(3) Anche in oggi.
(4) Di dietro.
(5) Lo stesso che rispondere alle rime o per le rime.
(6) Vuol dire mezzani.
(7) I lumi.
(8) Or ora.
(9) Prendeva.
(10) A svegliare
(11) Fa il mezzano.
(12) E sapete.
(13) Guattero.
...
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