IL CONTRATTEMPO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Metti colla padrona delle buone parole per me; e se fai qualche scoperta, avvisami, confidami tutto; e non dubitare, che hai da fare con un uomo grato, con un uomo prudente.
(parte)
SCENA OTTAVA
CORALLINA sola.
COR.
Sì, in verità egli è il padre della prudenza.
Si può far peggio? Ha bisogno della padrona, e egli la maledice, le dà gelosia e la disprezza.
In questa maniera non la durerà in nessun luogo.
SCENA NONA
LELIO e la suddetta.
LEL.
Corallina, vi do il buon giorno.
COR.
Serva umilissima, signor Lelio.
LEL.
Dov'è la vostra padrona?
COR.
È in camera ritirata.
LEL.
Ha qualche cosa che la disturba?
COR.
Io credo di no, signore.
LEL.
Ed io credo di sì.
COR.
Che cosa crede possa ella avere?
LEL.
Disgusti col signor Ottavio.
COR.
Oh, pensi lei.
LEL.
Sì, è così senz'altro: ella lo ama, ed ei se ne ride; basta dire, che per farla disperare, le loda in faccia una ragazza più vezzosa e più giovanetta di lei.
COR.
Chi ve l'ha detto, signore?
LEL.
Chi? Egli medesimo.
COR.
Come? Quando?
LEL.
Ora, in questo momento; l'incontro in sala, gli domando che fa la signora Beatrice, ed egli mi racconta questa bella istoriella.
COR.
Oh che uomo senza giudizio!
LEL.
Mi maraviglio che la signora Beatrice lo soffra.
COR.
Gliene fa tante, che dovrebbe alfine stufarsene.
LEL.
E il mondo dice che lo voglia sposare.
COR.
Ma!
LEL.
Che dite voi? Credete che ciò possa succedere?
COR.
S'ella non averà giudizio, succederà pur troppo.
LEL.
La signora Beatrice merita miglior fortuna.
COR.
Caro signor Lelio, come si potrebbe fare a far che la mia padrona aprisse gli occhi, e lo mandasse al diavolo?
LEL.
Se la signora Beatrice facesse stima di me, come io faccio stima di lei, troverebbe meco le sue convenienze.
COR.
Volete che io gliene parli?
LEL.
Sì, ditele qualche cosa; mi farete piacere.
COR.
Per voi lo farò volentieri, ma per il signor Ottavio non lo farei nemmeno se mi regalasse.
LEL.
Vi ha detto anche lui qualche cosa?
COR.
Potete immaginarvelo; mi ha detto: parla per me alla tua padrona, che ti donerò due zecchini.
LEL.
Due zecchini? Se non ne ha...
COR.
Me li ha mostrati.
Ma io niente.
Per lui no, ma per il signor Lelio sì.
LEL.
(Costei mi vorrebbe mangiar due zecchini).
(da sé)
COR.
(È duro).
(da sé)
LEL.
Via dunque, giacché avete tanta bontà per me, parlatele, e poi saprò il mio dovere.
COR.
Oh sì, volentieri, piuttosto uno zecchino da lei, che due dal signor Ottavio.
LEL.
Il zecchino vi sarà, parlatele.
COR.
Sì signore, le parlerò.
(freddamente)
LEL.
Ma quando?
COR.
Uno di questi giorni.
(come sopra)
LEL.
Bisogna sollecitare.
COR.
Così diceva anche il signor Ottavio, e mi poneva in mano i due zecchini, ma io niente.
LEL.
Ma per me, se vi porrò in mano uno zecchino, lo farete?
COR.
Per lei che diamine non farei?
LEL.
(La sa lunga.
Bisogna darglielo).
(da sé)
COR.
(Se non l'ho adesso, non l'ho mai più).
(da sé)
LEL.
Tenete.
(le vuol dar il zecchino)
COR.
Che fa ella?
LEL.
Tenete.
COR.
Eh via.
(mostra ricusarlo)
LEL.
Tenete, dico.
COR.
No davvero.
LEL.
Se poi nol volete...
(lo ritira)
COR.
Ma che cosa è?
LEL.
Un zecchino.
COR.
In verità, avevo paura che fossero due.
LEL.
No, non vi farei questo torto.
COR.
Senta, lo prendo per non parere superba, ma non si avvezzi a dirmi di queste cose.
Quando mi parlano di regali, vengo rossa.
LEL.
E quando ve li danno senza parlare?
COR.
Oh, allora poi è un altro conto.
Vado subito dalla padrona.
(parte)
SCENA DECIMA
LELIO solo.
LEL.
Non è niente farmi mangiare dieci o dodici zecchini da costei per acquistar, se posso, la signora Beatrice.
Ho piacere d'avere scoperto quello che passa fra lei ed Ottavio, e una tal notizia mi farà invigilare, perché non seguano clandestinamente le loro nozze.
Colui era vicino a conseguire con un tal matrimonio una ricca dote, ma non la merita, perché non sa custodire un arcano, da cui dipende la sua fortuna.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera di negozio in casa di Pantalone, con tavolino, scritture, libri ecc.
PANTALONE e FLORINDO
PANT.
Caro sior Florindo, mi no so cossa dir.
Me despiase de no poderve consolar.
Se ve nego mia fia, no lo fazzo per poca stima della vostra persona, ma credème, lo fazzo anca per vostro ben.
Rosaura no la xe putta da maridar.
La xe troppo semplice.
Nol xe negozio per vu.
FLOR.
Ma io, signore, son contentissimo di pigliarla così.
Ho piacere che sia di temperamento modesto e quieto.
PANT.
No, caro fio, no la xe solamente modesta, ma la xe gnocchetta.
Per una casa no la xe bona, ghe l'ho dito anca a mio compare che me l'ha domandada in nome vostro, e l'istesso ve digo a vu, che no contento della risposta del mediator, vegnì in persona a domandarmela la segonda volta.
FLOR.
Sono venuto io in persona, per dirvi che la prenderò in ogni forma.
PANT.
Vu, compatime, gh'avè poco cervello; fio mio, a dir de sì se fa presto, e po se se pente, co no ghe xe più remedio.
Se avessi da far con un pare de bon stomego, el ve la petterave senza difficoltà: ma mi son galantomo, son un omo de onor, e non intendo de precipitar una casa.
FLOR.
Ma, signore, mia moglie non averà da far niente in casa.
Vi sono le serve, che fanno tutto.
PANT.
Eh putto caro, co la parona no gh'ha giudizio, le serve no gh'ha cuor de tegnir una casa in piè.
L'economia, la bona regola xe quella che mantien le fameggie.
E po, caro fio, i fioi che nasse, co i nasse da una mare allocchetta, se va a rischio che i butta sempiotti.
Bisogna pensar a tutto.
FLOR.
Dunque la signora Rosaura non la volete maritare?
PANT.
Sior no, no la vôi maridar.
La vol andarse a retirar colle so àmie; la gh'ha sta inclinazion, e mi lasso che la ghe vaga, e no ghe vôi più pensar.
FLOR.
Basta; volendola maritare, spero che non farete a me questo torto.
PANT.
Co l'avesse da maridar, la daria più tosto a vu che a un altro.
FLOR.
Non so che dire.
Vi vuol pazienza.
PANT.
Aveu paura che ve manca putte? Ghe ne troverè de quelle poche.
FLOR.
Ma questa mi dava tanto nel genio! Mi piace tanto la sua modestia, la sua bontà!
PANT.
Xe vero, la xe bona, la xe modesta, ma no la xe da marìo.
FLOR.
Eccola che viene qui.
Mi permette che io resti per un momento?
PANT.
Restè pur; ghe son mi; no ghe xe gnente de mal.
SCENA DODICESIMA
ROSAURA con una bambola, e detti.
ROS.
Signor padre, guardate la bella cosa che mi ha mandato a donare la signora zia.
(gli mostra la bambola)
PANT.
Sì, fia, bella; devertive.
(Oe, la zoga alle piavole).
(a Florindo)
FLOR.
(Che bella innocenza!) (da sé)
ROS.
E mi ha mandato a dire che mi aspetta; che vada, che giocheremo all'oca.
PANT.
Sentìu? (a Florindo)
FLOR.
Dunque la signora Rosaura vuole andare a stare colle signore zie?
ROS.
Sì, signore, vuol venire ancor lei?
PANT.
Ah, ah, ah, cossa diseu? (a Florindo, ridendo)
FLOR.
Se potessi, verrei.
ROS.
Lo dirò alla signora zia, giocheremo all'oca.
PANT.
Via via, basta cussì.
Andè in te la vostra camera.
ROS.
Signor padre, vi vorrei dire una cosa.
PANT.
Cossa me voleu dir?
ROS.
Non voglio che il signor Florindo senta.
PANT.
Caro sior, con grazia.
(a Florindo, scostandosi)
FLOR.
Vi leverò l'incomodo.
PANT.
Tutto quel che volè.
FLOR.
Servo signor Pantalone.
PANT.
Ve reverisso.
El cielo ve daga ben.
FLOR.
Signora, le son servo.
(a Rosaura)
ROS.
Padrone riverito.
FLOR.
(Mi piace tanto, che ad ogni costo la sposerei).
(da sé, parte)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE e ROSAURA
PANT.
E cussì, fia mia, cossa me voleu dir?
ROS.
Non me ne ricordo più.
PANT.
Oh bella! Gh'avè sta bona memoria.
ROS.
Ah sì, ora me ne ricordo.
Ho fame.
PANT.
Xelo questo quel che m'avè da dir?
ROS.
Questo, questo.
PANT.
E no se podeva dirlo in presenza de quel sior?
ROS.
Mi vergogno.
PANT.
Va là, va là, marzocca, va da to àmie, che ti starà ben.
ROS.
Oh, un'altra cosa, signor padre, ma in verità questa preme assai.
PANT.
Cossa xela?
ROS.
Ho bisogno di quattro baiocchi per giocare all'oca.
PANT.
(Da una banda la me fa rider).
(da sé) Tolè, ve ne dago diese.
ROS.
Oh belli, oh cari! Li voglio mettere nella mia borsetta.
Questa bambola m'intrica, e non la vorrei guastare.
Sta lì, carina, e aspettami, che or ora ti vengo a pigliare, sai? Cara, com'è bellina! (la mette sul tavolino)
PANT.
(Vardè se la par mai una putta de disdott'anni! Gnanca una fantolina da latte.
E quel putto el la voleva per muggier: el stava fresco).
(da sé)
ROS.
Li voglio mettere nella mia borsetta.
Uno...
e due tre, e due sei...
(conta i baiocchi, mettendoli nella borsa)
PANT.
No, e do cinque.
ROS.
Cinque e due sei...
PANT.
No, e do sette...
ROS.
Sette, otto, nove; oh, non ce ne sono altri.
PANT.
Ti ha fallà, cara ti, i xe diese: el sette ti l'ha messo do volte.
ROS.
Il sette due volte? Di questi qual è il sette? (li tira fuori e li mostra)
PANT.
Oh che sempia! Va via, va via, che vien zente.
ROS.
Signor padre, ve l'ho detto?
PANT.
Cossa?
ROS.
Che ho fame?
PANT.
Sì, ti me l'ha dito.
Va dalla donna, fatte dar da marenda.
ROS.
E dei quattro baiocchi ve l'ho detto?
PANT.
No te n'oggio dà diese?
ROS.
Ah sì, dieci son più di quattro?
PANT.
Me par de sì.
ROS.
Eh, lo so io.
So contar fino al venti.
PANT.
Va via te digo, che vien zente.
ROS.
Oggi mi condurrete dalla signora zia?
PANT.
Sì, te menerò.
ROS.
Giocheremo all'oca.
PANT.
Vastu via? (con voce alta)
ROS.
Oimè.
(trema)
PANT.
Mo via, destrighete.
ROS.
Vado, vado.
Uno, due, e due cinque...
(parte contando i baiocchi)
PANT.
Mi no so cossa dir; per mi, aver una fia cussì gnocca la xe una disgrazia, ma per ella la xe felice, perché no conossendo quel che conosse i altri, la xe esente da quelle passion, che per el più ne fa pianzer e suspirar.
SCENA QUATTORDICESIMA
OTTAVIO e detto.
OTT.
Servitore umilissimo, signor Pantalone.
PANT.
Oh, gh'ho caro che siè vegnù, avanti che vaga fora de casa.
Me preme de far sto conto.
El xe un poco difficile, e no me fido de mi medesimo.
Lo farò mi; felo anca vu, e l'incontreremo.
OTT.
Sì signore.
(lo prende franco, senza guardarlo)
PANT.
(Cussì vederò cossa che el sa far).
(da sé)
OTT.
(Lo capisco.
Mi vuol dar la prova come si fa coi ragazzi).
(da sé)
PANT.
Vardèlo quel conto, e diseme se ve compromettè de farlo come el va fatto.
OTT.
Eh, caro signor Pantalone, crede che io non sappia far conti? So sommare, sottrarre, partire, moltiplicare, col sette, col nove, coi rotti; eh via, si lasci servire.
(va al tavolino)
PANT.
Non occorr'altro.
Fe pulito, e debotto torno.
(El xe un francon, el doveria saver far).
(da sé, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
OTTAVIO solo.
OTT.
A me se so far conti? Vediamo un poco.
(apre) Ih! quanta roba! Leggiamo.
Tizio in Londra ha posto sopra un vascello mercantile un capitale di mille sterline.
Caio in Cadice, sei mesi dopo, ha caricato sul vascello medesimo tremila pezze da otto.
Fabio a Genova, dopo altri quattro mesi, vi ha caricato sopra duemila cinquecento scudi d'argento.
Il vascello è arrivato, dopo un anno che partì di Londra, in Venezia, ed esitate le mercanzie per conto di società dei tre medesimi, si sono ricavati, netti di spese, trentamila ducati veneziani.
Si domanda quanto toccherà di utile a Tizio di Londra, a Caio di Cadice, a Fabio di Genova.
Cospetto, che conto maladetto è mai questo? Ora mi trovo imbarazzato davvero.
Non so come principiarlo.
Non mi credeva mai, che si dessero conti di questa sorta: ma son nell'impegno, bisogna farlo.
Tizio in Londra duemila lire sterline.
Bisognerebbe che io sapessi quanto vale la lira sterlina.
Oh! maladettissimo conto! Caio in Cadice tremila pezze da otto: di queste si fa presto il conto; ma se le ha caricate sei mesi dopo, doverà lucrar tanto meno di quello che ha messo il suo capitale sei mesi prima.
Fin qui ci arrivo e capisco la ragione; ma non ho la regola per farlo.
Io mi credeva che bastasse, per fare il mercante, saper fare i conti che fanno tutti; e per quello riguarda le lettere, non ho paura.
Queste società, questi ragguagli, queste monete m'imbrogliano; eppure ne va della mia riputazione se non lo faccio.
Mi proverò.
(scrive borbottando)
SCENA SEDICESIMA
ROSAURA ed il suddetto.
ROS.
(Vorrei la mia bambola.
Mi dispiace che vi sia quell'uomo).
(da sé) La mia bambola.
(a mezza voce verso Ottavio)
OTT.
(Non faremo niente).
(da sé, scrivendo)
ROS.
No? Pazienza.
(credendo abbia detto a lei)
OTT.
Eh! Sia maladetto! (dà una botta al tavolino, e getta la bambola in terra)
ROS.
Oh poverina! (la leva di terra e l'accarezza)
OTT.
(Piuttosto che fare il conto, mi divertirei con questa ragazza).
(da sé, osservandola)
ROS.
Poverina! (accarezza la bambola)
OTT.
Poverina! che vi è di male?
ROS.
Me l'avete buttata in terra.
(lamentandosi)
OTT.
Compatite; non l'ho fatto apposta.
ROS.
Voglio dirlo alla signora zia.
OTT.
Venite qua, signorina bella, non fuggite.
ROS.
Ho da andare dalla signora zia.
OTT.
Dove sta la vostra signora zia?
ROS.
La signora zia sta colle sue sorelle.
OTT.
Sono sorelle di vostro padre, o della vostra signora madre?
ROS.
Mia madre è morta.
OTT.
Ha fatto altri figliuoli la vostra signora madre?
ROS.
Dopo che è morta no.
OTT.
E prima?
ROS.
Non lo so.
OTT.
Ma siete voi figlia sola?
ROS.
Oh signor no, con le signore zie vi sono dell'altre figliuole.
OTT.
Sorelle vostre?
ROS.
No sorelle, compagne.
OTT.
(Con questa semplice io ci ho il maggior gusto del mondo).
(da sé)
ROS.
Voi chi siete, signore?
OTT.
Io sono il primo ministro del negozio di vostro padre.
ROS.
Non intendo.
Non so che cosa sia.
OTT.
Sono il suo complimentario.
ROS.
Oh sì, insegnatemi dei complimenti.
Quando vado dalla signora zia, me ne fanno tanti, ed io sto lì come una marmotta, e mi dicono che non so fare i complimenti.
Se me l'insegnate, vi dono questa bambola.
OTT.
Ve ne insegnerò quanti volete, senza interesse, perché siete bellina, perché siete graziosa.
ROS.
Oh, lo voglio dire alla signora zia.
OTT.
Non le dite nulla.
Non andate, restate qui.
ROS.
Mi aspettano, e poi vi anderò del tutto, e non tornerò più a casa.
OTT.
Ho sentito dire, che vi vogliono cacciare in un ritiro.
Ragazza mia, non vi consiglio a andarvi.
ROS.
No? Perché?
OTT.
Perché starete meglio con uno sposo al fianco.
ROS.
Davvero?
OTT.
Sì davvero.
ROS.
Oh, lo voglio dire alla signora zia.
OTT.
No, badate; se glielo dite, non fate niente.
ROS.
Uno sposo?
OTT.
Sì, uno sposo.
ROS.
E che cosa si fa dello sposo?
OTT.
(Oh bella innocenza!) (da sé) Si passa il tempo con pace, con allegria, si va con lui ai teatri, alle conversazioni, ai festini: altro che star lì tutto il giorno a piangere il morto colla signora zia!
ROS.
Se ne trovano degli sposi?
OTT.
Certo che se ne trovano.
ROS.
Me ne troverete uno?
OTT.
Perché no? Lo diremo al vostro signor padre.
ROS.
Costerà assai?
OTT.
Eh, voi averete tanto che basta per trovarlo.
ROS.
Io non ho altro che dieci baiocchi.
OTT.
No, carina, gli uomini non costano così poco.
ROS.
Eh! Lo sposo...
è un uomo?
OTT.
Sì, un uomo
ROS.
Oh, non ho bisogno di spender denari a comprarlo; posso valermi del signor padre.
OTT.
Eh ragazza mia, il padre non serve.
ROS.
Voi servireste?
OTT.
Potrebbe darsi di sì.
Ma io sono dato via.
Sono impegnato.
ROS.
Oh, mi dispiace.
OTT.
(Eppure, se non avessi data la parola a Beatrice, questa ragazza sarebbe il mio caso.
Ma sono un galantuomo, sono un uomo d'onore).
(da sé)
ROS.
Me lo troverà la signora zia.
OTT.
Fate a mio modo, dalla zia non vi andate più.
Se vi andate, non vi è più sposo.
ROS.
Oh, voglio lo sposo; non vi anderò.
OTT.
(Povera ragazza! ha volontà di marito, e le signore zie la vogliono sagrificare.
Avviserò io suo padre, che badi bene...
Oh eccolo...
Il conto...
Diavolo! non ho fatto niente).
(da sé)
SCENA DICIASSETTESIMA
PANTALONE ed i suddetti.
PANT.
Cossa feu qua, siora? (a Rosaura)
ROS.
Son venuta a prendere la mia bambola.
PANT.
Aveu fatto el conto, sior Ottavio?
OTT.
Vi dirò, signore...
Per dire il vero, è venuta qui la signora vostra figlia, mi ha dette tante cose graziose, che ho perduto il tempo, e non ho fatto niente.
PANT.
Me despiase.
L'ho fatto mi, vardè mo se el va ben?
OTT.
(Legge piano, borbottando) Bene.
Bravo.
Va benissimo.
PANT.
Via, adesso mo felo anca vu.
OTT.
Eh, caro signor Pantalone, che serve? Quando l'ha fatto lei!
PANT.
Ho gusto, co l'è fatto, de confrontarlo.
OTT.
Se vuol vedere se io so fare i conti, è un altro discorso.
Adesso è ora di andare a pranzo; se mi permette, lo porto con me, e oggi lo avrà fatto.
PANT.
Benissimo, son contento.
OTT.
All'onore di riverirla.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
PANTALONE e ROSAURA
PANT.
Stè a véder, che costù el va a farse far el conto.
Basta, avanti de torlo, ghe penserò.
El gh'ha delle chiaccole assae, ma bisogna véder se i fatti corrisponde.
E cussì, siora, cossa ve disevelo el sior Ottavio?
ROS.
Chi è il signore Ottavio?
PANT.
Quello col qual avè parlà fin adesso.
ROS.
Oh, mi ha dette tante belle cose.
PANT.
Circa mo?
ROS.
Dalla signora zia non ci vado più.
PANT.
No? Per cossa?
ROS.
Perché la signora zia non mi vorrà trovare lo sposo, e lui me lo troverà.
PANT.
Sposo? Cossa xe sto sposo?
ROS.
Ah, non lo sapete che cosa sia lo sposo? Ve lo dirò io, signore.
PANT.
(Oh poveretto mi! Cossa alo fatto costù con sta povera putta?) (da sé)
ROS.
Lo sposo è quello che mena agli spassi, ai festini...
PANT.
Via, via, siora, no savè cossa che ve disè.
Sior Ottavio ha dito cussì per rider, el v'ha burlà, perché sè una sempia.
Parecchieve subito, e andemo da vostra àmia.
ROS.
Oh, non vi vado certo.
PANT.
No? Mo perché?
ROS.
Perché voglio lo sposo.
PANT.
Senti, sa, se ti dirà più ste parole, te darò una man in tel muso.
ROS.
(Getta via la bambola con rabbia)
PANT.
Cussì ti fa? Xelo questo el respetto che ti gh'ha per to pare? Xeli questi i boni documenti, che t'ha dà la to povera mare? No ti gh'ha paura che el cielo te castiga? Ah desgraziada! El to povero pare ti lo tratti cussì.
ROS.
(Piange forte)
PANT.
Tiò su quella piavola.
ROS.
(La prende)
PANT.
Bàseme la man.
ROS.
(Obbedisce)
PANT.
Andè in te la vostra camera.
ROS.
(Senza dir nulla cogli occhi bassi parte)
PANT.
Come! Sior Ottavio sta sorte de descorsi el fa con mia fia? Èlo fursi vegnù per sedurla, per sassinarla? Coss'è sta cossa? El gh'ha bisogno de impiego, e el primo zorno che el vien in casa mia, el fa le carte colla mia putta? Questa, oltre una malizia barona, la xe mo anca una imprudenza massizza.
L'ho scoverto a tempo.
Nol fa per mi.
Povero desgrazià! Nol farà mai ben a sto mondo.
No val virtù, no val spirito, no val talento per aver fortuna; ma ghe vol bontà de cuor, onoratezza de man, e prudenza de lengua.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Beatrice.
BEATRICE e CORALLINA
BEAT.
Non ne vuò più saper nulla.
Vedo che egli è un ingrato.
COR.
Se tanto fa ora, che ha bisogno di voi, figuratevi poi che cosa farebbe quando foste sua moglie.
BEAT.
Io non ho detto di volerlo sposare.
(alterata)
COR.
Non l'avete detto, ma si conosce...
BEAT.
Che cosa si conosce? Voi altre serve sempre pensate il peggio.
COR.
Gran disgrazia è la mia! Quel ch'io dico, signora, lo dico perché vi amo.
E voi, che avete tanto sofferto per uno che viene di casa del diavolo, non volete tollerare ch'io vi parli per zelo.
BEAT.
Cara Corallina, lasciami stare: son fuori di me.
COR.
Vi compatisco, signora, le vostre inquietudini hanno il loro fondamento.
BEAT.
Prepara la tavola, voglio desinare.
COR.
Per quanti ho da prepararla?
BEAT.
Che domande!
COR.
Ho da preparare per due?
BEAT.
Tu mi vorresti far dire...
Vattene.
COR.
Compatitemi, è vero: non son domande da farsi.
Siete sola, e la preparerò per voi sola.
Il signor Ottavio ha mangiato anche troppo in questa casa.
(mostrando partire)
BEAT.
Dove vai?
COR.
A preparare.
BEAT.
Per quanti?
COR.
Per uno; siete sola.
BEAT.
E se viene Ottavio?
COR.
Lo volete ancora alla vostra tavola?
BEAT.
Non voglio che egli dica, ch'io l'ho scacciato con una mala grazia.
Lo licenzierò.
COR.
Sì, signora, preparerò anche per lui.
Dategli campo che vi dica dell'altre insolenze.
(andando)
BEAT.
Temerario! Hai ragione; se viene a picchiare, non gli aprire la porta.
COR.
Volete che egli venga dentro per la finestra?
BEAT.
A far che ha da venire?
COR.
A pranzo.
BEAT.
Ma se non lo voglio!
COR.
Ah! non lo volete? Ho capito.
(La testa della padrona fa le giravolte).
(da sé, parte)
SCENA SECONDA
BEATRICE sola.
BEAT.
Chi mai l'avrebbe creduto che Ottavio dovesse essere di sì mal cuore? Finché ha avuto di me bisogno, era umile, amoroso, gentile; ora che spera altronde la sua fortuna, mi disprezza, m'insulta.
Io non so intendere perché vantasse in faccia mia il merito di Rosaura; che cosa spera da lei? Sposarla? No certamente.
Suo padre non gliela darebbe.
Potrebbe anche darsi, ch'egli l'avesse lodata così per capriccio, senza pensare ch'io di ciò mi potessi offendere.
E quel maledirmi e quel dire a Corallina che i miei dispiaceri sono pazzie? Saranno ingiurie, o che? Potrebbero anche essere inavvertenze.
Egli è solito parlare senza riflettere.
Questo è il suo difetto, e l'ho corretto più volte.
Non mi pare poi ch'egli abbia un fondo cattivo.
Mi ha protestata cento volte la sua gratitudine, l'amor suo.
SCENA TERZA
CORALLINA con un SERVITORE che porta un piccolo tavolino,
con sopra la tovaglia ed una posata; e detta.
COR.
Ecco preparato, signora, comanda in tavola?
BEAT.
E Ottavio è venuto? (al Servitore)
COR.
Signora no; ma se verrà...
Ehi, sentite, se viene il signor Ottavio, non gli aprite.
(al Servitore)
BEAT.
Chi dà questi ordini?
COR.
Ma voi, signora...
BEAT.
Non le badare, aprigli quando viene.
(al Servitore)
COR.
(È una bella testina!) (da sé)
BEAT.
Queste cose non si dicono ai servitori.
(a Corallina)
COR.
Ma se viene?...
BEAT.
Essi parlano, e mettono le padrone in ridicolo.
COR.
Ma se viene il signor Ottavio?...
BEAT.
Se viene, venga.
Metti l'altra posata.
COR.
L'altra posata?
BEAT.
Sì, non voglio scene.
COR.
E viva il signor Ottavio.
BEAT.
Ottavio deve andarsene di casa mia.
COR.
Quando?
BEAT.
Quando vorrò io.
COR.
Eh, non anderà poi altrimente.
BEAT.
Sì, se n'anderà.
COR.
Mi creda, che non se n'anderà.
BEAT.
Temeraria, non fare ch'io mi sfoghi con te.
COR.
(Non ci mancherebbe altro).
(da sé)
BEAT.
Senti, è stato battuto.
COR.
(Sarà lo scroccone).
(da sé, forte)
BEAT.
Che dici?
COR.
Niente, signora, vado a vedere.
(parte, poi ritorna)
BEAT.
Parmi però, che senza un forte motivo non avesse dovuto esaltare cotanto la beltà, il vezzo della signora Rosaura.
Costui n'è innamorato.
E ardisce in faccia mia di vantarlo?
COR.
Signora.
(portando l'altra posata)
BEAT.
È forse quel temerario d'Ottavio?
COR.
No, signora.
Non è lui.
BEAT.
E perché porti quella posata?
COR.
Perché me l'avete comandato.
BEAT.
Se non è lui, non occorre.
COR.
La porterò via.
BEAT.
Aspetta...
mettila lì.
COR.
(Per verità, la mi vuol far impazzire).
(da sé)
BEAT.
Chi ha picchiato?
COR.
Il signor Lelio.
BEAT.
A quest'ora?
COR.
Credeva aveste pranzato.
BEAT.
Che cosa voleva egli da me?
COR.
Farvi una visita.
BEAT.
L'hai tu licenziato?
COR.
Avendogli detto che siete per andar a tavola se n'è andato.
BEAT.
Credi tu che ritornerà?
COR.
Egli ha della stima per voi.
BEAT.
Sì, il signor Lelio ha della bontà per me, e le sue visite mi sono care.
COR.
Quello sarebbe a proposito signora padrona...
Ma non si può parlare.
BEAT.
Parla, chi te lo impedisce?
COR.
Oh signora, siete troppo prevenuta in favore del signor Ottavio.
BEAT.
Non è vero.
Mi sono quasi disingannata.
COR.
Se fosse vero, mi azzarderei a dirvi un non so che a proposito del signor Lelio.
BEAT.
Parla liberamente.
Sono in istato di sentir tutto con pienissima indifferenza.
COR.
Egli mi ha confidato, signora, che ha dell'amore per voi.
BEAT.
Per me? (dolce)
COR.
E ve lo farebbe sapere con maggior fondamento, s'ei non temesse un rivale nel signor Ottavio.
BEAT.
Tutti credono ch'io sia schiava di Ottavio, ma il mio cuore è un cuor libero.
Il signor Lelio è un giovane che non mi dispiace.
COR.
Più che ci penso, più lo trovo al caso vostro.
BEAT.
Sì, ha delle circostanze buone: non lo nego.
COR.
Volete che così dolcemente gli dia qualche buona speranza?
BEAT.
Non t'impegnare.
Digli qualche parola studiata, che non significhi, ma che si possa interpretare...
tu mi capisci.
COR.
Vi capisco, ma capisco anche...
non vo' dir altro.
BEAT.
Parla.
COR.
Ecco il degnissimo signor Ottavio.
(con ironia)
BEAT.
(In veggendolo, mi si rimescola il sangue).
(da sé)
COR.
Vuole in tavola? (a Beatrice)
BEAT.
Aspetta.
(con collera)
SCENA QUARTA
OTTAVIO e le suddette.
OTT.
Perdonate, signora, se vi ho fatto un poco aspettare.
BEAT.
Sarete stato sinora dal signor Pantalone.
OTT.
Sì, sono stato, ma non sinora.
BEAT.
L'avete veduta la signora Rosaura?
OTT.
L'ho veduta.
(ridendo) Oh che sciocca!
BEAT.
Prima la lodaste tanto, ed ora la disprezzate?
OTT.
Io ho lodato la sua beltà, la sua grazia: cose tutte che sono vere, e che cogli occhi si vedono.
Ma poi, a parlar con lei, è una scimunitella.
Non sa niente.
Giuoca colla bambola.
Sono cose da crepar di ridere.
BEAT.
Voi direte così, credendo di farmi piacere.
OTT.
Oibò, dico la verità.
BEAT.
Io per altro non son da metter a confronto con lei.
OTT.
Perbacco, val più una dramma del vostro spirito, che non vale tutta la sua bellezza.
BEAT.
Corallina.
COR.
Signora.
BEAT.
In tavola.
COR.
(Via, via, ho capito.) (da sé, vuol partire)
OTT.
Aspettate.
(a Corallina)
COR.
Ha da comandarmi qualcosa, signore? (con ironia)
OTT.
Signora, vi domando scusa se mi sono presa una libertà.
(a Beatrice)
BEAT.
Dite pure.
OTT.
Venendo a casa, ho trovato l'amico Lelio che voleva farvi una visita.
Mi è scappato detto, se voleva pranzar con noi.
Egli ha accettato l'invito, ed io, senza avvedermene, mi sono arrogato una libertà che non mi conviene.
COR.
(Eh sì, il signor padrone!) (da sé)
BEAT.
Non so che dire.
Quando ha accettato da voi l'invito, non deggio esser io quella che lo discaccia.
Dov'è il signor Lelio?
OTT.
È in sala, che non ardisce...
BEAT.
Corallina, fallo passare, metti un'altra posata, e fa che mettano in tavola.
COR.
(Può essere che tu abbia introdotto il signor Lelio per tuo malanno).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
OTTAVIO e BEATRICE
BEAT.
Voi avete detto a Corallina, ch'io sono una pazza.
OTT.
Io ho detto questo?
BEAT.
Sì, certamente, ed ella è pronta a sostenerlo anche in faccia vostra.
OTT.
Signora Beatrice, vi giuro sull'onor mio, non me ne ricordo.
BEAT.
Voi parlate senza pensare.
OTT.
Io non credo d'averlo detto.
BEAT.
L'avete detto.
(alterata)
OTT.
Non l'avrò detto con animo d'oltraggiarvi.
BEAT.
Così non si parla di chi si ama.
OTT.
Ditemi, signora Beatrice, in via d'onore, avete mai detto voi, fra voi stessa almeno, ch'io sono un pazzo?
BEAT.
Se l'ho detto fra me medesima, non lo ha sentito nessuno.
OTT.
Dunque il male non è, ch'io l'abbia detto, ma che voi lo abbiate saputo.
Corallina ha la colpa.
BEAT.
Signor Ottavio, voi vi prendete spasso di me.
OTT.
Sentite, vi amo tanto, conosco tanto i benefizi che voi mi fate, che se dovessi diventare un principe senza di voi, giuro a tutti i numi del cielo, rinunzierei qualunque fortuna; e se quel che io vi dico, non lo dico di cuore, prego il cielo che mi fulmini, che mi incenerisca, e non mi lasci mai aver bene.
BEAT.
(Povero Ottavio, è di buon cuore).
(da sé)
SCENA SESTA
LELIO ed i suddetti.
LEL.
Scusate, signora, se per cagione del signor Ottavio sono ad incomodarvi.
BEAT.
Spiacemi, che avrete un misero trattamento.
OTT.
Via, senza cerimonie.
Qua il cappello, la spada.
In tavola.
(prende la spada ed il cappello, lo ripone)
LEL.
(Grande autorità ha costui in questa casa).
(da sé)
SCENA SETTIMA
Il SERVITORE con la zuppa, CORALLINA colla posata, e detti.
COR.
Quando comanda, è in tavola.
(a Beatrice)
BEAT.
Favorite.
(a Lelio)
LEL.
(Vuol prendere l'ultimo posto)
OTT.
Qui, qui, presso la padrona di casa.
(siedono)
COR.
(Mi fa una rabbia colui, che lo scannerei).
(da sé)
OTT.
(Dando la zuppa) Avete saputo, signor Lelio, che io sono impiegato nel negozio Bisognosi?
LEL.
Me ne rallegro.
OTT.
Io con quel vecchio ci starò volentieri.
È una casa all'antica; egli ha più del pescatore, che del mercante: ma è buon uomo, di buon cuore.
LEL.
(Fa un bell'onore al suo principale!) (da sé)
BEAT.
Via, signor Ottavio, mangiate, e non discorrete.
LEL.
Questa zuppa è preziosa.
OTT.
Oibò, è insipida.
In questa casa non si mangia mai una cosa saporita.
O insipida, o salata.
COR.
Ma vossignoria con tutto questo tira di lungo.
OTT.
Oh, oh, la cameriera si risente.
Non l'avete già fatta voi.
COR.
Se non l'ho fatta io...
BEAT.
Zitto lì.
Caro signor Ottavio, se non vi piace, lasciate stare, ma non disprezzate...
OTT.
Compatitemi, signora, ho qualche cosa per il capo.
Caro amico, non mi abbadate.
Qualche volta sono una bestia.
COR.
(Oh cara quella bocca! Ha detto una volta la verità).
(da sé)
LEL.
Io non sono qui per criticare le azioni vostre.
Son favorito...
OTT.
Oh via, stiamo allegri.
In tavola.
(chiama)
COR.
Subito, Eccellenza.
(parte)
SCENA OTTAVA
OTTAVIO, LELIO, BEATRICE; poi il SERVITORE che porta in tavola.
BEAT.
Vorrei che aveste un poco di prudenza.
(piano ad Ottavio)
OTT.
Perdoni, signora Beatrice, oggi sono di gala.
SERV.
(Con un piatto, e lo mette in tavola)
OTT.
Questa roba che cosa è? (al Servitore)
SERV.
Agnello, signore.
OTT.
Agnello? È pecora.
(assaggiandolo) Alla signora Beatrice non gliene do.
BEAT.
Perché, signore?
OTT.
Cane non mangia del cane.
(ridendo)
BEAT.
Questo vostro barzellettare...
LEL.
(Ottavio ha una gran confidenza).
(da sé)
OTT.
È agnello, o pecora? (al Servitore)
SERV.
Pare a lei ch'io le volessi dar della pecora? È agnello, le dico.
OTT.
Via, quand'è così, prenda.
(ne dà a Beatrice) Prenda dell'agnellino innocentino come lei.
(ridendo)
BEAT.
Bravo! spiritoso! (con ironia)
LEL.
(No, no, non ci vengo più).
(da sé)
OTT.
Da bere.
(il Servitore va per prenderne) Con licenza della padrona di casa, portate di quel vino che ho mandato io ieri mattina.
Sentirete un bicchier di vino prelibato.
(a Lelio)
BEAT.
Parrà, signor Ottavio, che in casa mia non ci sia del vino.
Voi non provvedete la mia cantina.
OTT.
Oh, si sa bene; non lo dico già per questo; sentirete.
(a Lelio)
BEAT.
(Mi fa venire i rossori sul viso).
(da sé)
SERV.
(Porta da bere a Lelio e ad Ottavio)
OTT.
Questo è vino vecchio.
LEL.
Sarà buono.
OTT.
Sì, piace anche alla signora Beatrice.
È di quello che mette forza,
"Declinando l'età matura e frale"
BEAT.
Come?
OTT.
Niente.
(ridendo forte)
LEL.
Signor Ottavio, voi prendete troppo la mano colla signora Beatrice.
OTT.
Io? Oh, la mia padroncina, e poi non più.
BEAT.
Meno spirito e più prudenza, signore.
OTT.
Non posso essere che prudente, se sto con lei.
BEAT.
Perché, padrone?
OTT.
"Della matura età prudenza è figlia" (recita il verso con caricatura)
BEAT.
Voi vi abusate della mia tolleranza.
(s'alza)
OTT.
Come? Perché?
BEAT.
Siete un temerario.
(parte)
SCENA NONA
OTTAVIO e LELIO
OTT.
Avete sentito? (a Lelio)
LEL.
In fatti, la pungete un po' troppo.
OTT.
Io scherzo.
Lo fo per ridere.
LEL.
Questi scherzi sono troppo avanzati.
OTT.
Voi le date la ragione per farmi dire.
LEL.
Le do la ragione, perché la merita.
OTT.
Eh via! Vi conosco; volete farmi taroccare.
LEL.
Alle donne conviene portar rispetto.
OTT.
Niuno più di me rispetta e stima la signora Beatrice.
LEL.
I vostri motteggi non lo dimostrano.
OTT.
Io lo fo per allegria, per bizzarria, per gala.
Son di questo naturale.
Quando mi viene un frizzo in bocca, non lo perderei per cento doppie.
LEL.
Voi così vi rovinerete.
OTT.
Eh, minchionerie.
SCENA DECIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signor Lelio.
LEL.
Che c'è, Corallina?
COR.
La mia padrona desidera parlarvi, e vi aspetta nella camera
LEL.
Eccomi.
(s'alza)
OTT.
Sì, andiamo ad accomodarla.
(vuol andar con Lelio)
COR.
Vuole il signor Lelio, non vuole voi.
(ad Ottavio)
OTT.
Eh, che sei pazza! Andiamo.
COR.
Per me obbedisco il comando.
(entra nella stanza)
OTT.
Son qui con voi.
(vuol entrare, in questo)
SCENA UNDICESIMA
BEATRICE sulla porta, e detti.
BEAT.
Andate.
Di voi non cerco.
(chiudendo la porta in faccia ad Ottavio)
OTT.
A me un tale affronto?
COR.
Vostro danno.
Meritate peggio.
Ora vi ha serrato fuori di camera, e fra poco vi serrerà fuori di questa casa.
(parte)
OTT.
A me un affronto simile? Cacciarmi fuori di camera? E perché? Per averle dette due barzellette.
Ma non m'importa.
Me n'anderò di questa casa.
Amo Beatrice, ho ricevuto del bene, le sono grato; ma giuro al cielo, non soffrirò un'ingiuria nemmen per ischerzo, a costo di rovinarmi, di esser povero per tutto il tempo di vita mia: in questa casa non ci verrò mai più.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Strada con bottega da caffè.
FLORINDO, LEANDRO e CAFFETTIERE
FLOR.
Caro amico Leandro, dispensatemi.
LEAN.
Avrei piacere che mi diceste la vostra opinione.
FLOR.
Ho la mente confusa, non sono in caso di giudicare.
LEAN.
Un sonetto si legge presto.
Lo leggerò io.
Favoritemi di sentirlo.
FLOR.
(Questi poeti sono pure i gran seccatori).
(da sé)
LEAN.
Può essere che non vi dispiaccia.
FLOR.
Lo so che siete bravo, ma ora non ho la mente serena.
LEAN.
Che cosa avete, che vi dà fastidio?
FLOR.
Ve lo dirò, acciò non crediate che io per disprezzo ricusi di sentire il vostro sonetto.
LEAN.
Eh, so che altre volte avete sentite delle composizioni mie assai più lunghe.
FLOR.
(Pur troppo).
(da sé) Sappiate, amico...
LEAN.
E le avete compatite.
FLOR.
Sì, meritamente applaudite.
Ora sappiate...
LEAN.
Questo sonetto non dovrebbe esser cattivo.
FLOR.
Oh, a rivederci.
(in atto di partire)
LEAN.
Come! così mi piantate? Mi promettete dirmi un non so che, e poi...
FLOR.
Se vorrete ascoltarmi, ve lo dirò.
LEAN.
Dite, dite, che se vi trovo materia a proposito...
FLOR.
Che cosa farete?
LEAN.
Un sonetto, subito.
FLOR.
Per descrivere il mio infortunio, non basterebbe un canto.
LEAN.
Anche un poema, se bisogna.
I versi mi cadono dalla penna.
"Come il liquido umor scorre dal monte".
FLOR.
Alle corte.
Voi conoscete il signor Pantalone de' Bisognosi.
LEAN.
Sì, è uno de' miei mecenati.
FLOR.
Sappiate che egli ha una figlia.
LEAN.
Lo so, le ho fatto il suo ritratto.
FLOR.
Il suo ritratto? Come?
LEAN.
In quattordici versi.
FLOR.
Oh bene, io nel vederla più volte, di lei mi sono invaghito.
Parlarle non ho potuto, poiché in casa la tengono con una grandissima e somma gelosia.
L'ho fatta chiedere al padre, ed egli me l'ha negata.
LEAN.
E per questo vi disperate? V'insegnerò io.
FLOR.
Che cosa m'insegnerete?
LEAN.
Fatele fare un sonetto.
FLOR.
Sarebbe inutile.
Ella non ascolta..
LEAN.
Se resiste a uno de' miei sonetti, la stimo la donna più crudele del mondo; sapete quante ne ho io convertite con i miei versi?
FLOR.
I vostri versi servono a un bell'uffizio.
LEAN.
Sentite questo sonetto.
FLOR.
Voi mi tormentate.
LEAN.
Sentitelo: può essere ch'egli faccia a proposito per il caso vostro.
Vi è un poco di analogia.
FLOR.
Via, sentiamolo.
LEAN.
Sediamo.
Avete bevuto il caffè?
FLOR.
Non ancora.
(sedendo)
LEAN.
Ordinatelo, che lo beveremo.
FLOR.
Sì, come volete.
Ehi, due caffè.
(al Caffettiere)
LEAN.
Eccolo.
Amante tenero a bella donna ch'è di cuor duro.
SONETTO.
Donna, del vostro cor l'irato sdegno
Nel mio povero sen fa strage assai.
Dal momento primier ch'io vi mirai,
Rimasi come un duro sasso, un legno.
Di pensieri amorosi io son sì pregno,
Che la testa e il cervello io mi gonfiai;
E non ho speme di guarir giammai,
Se di dolce triaca io non son degno.
Va l'Asia tutta, e va l'Europa in guerra,
Ed io sol resterò misero amante,
Cogli occhi al cielo, e con i piedi in terra?
Oh nemica di fè macchina errante!
Ecco amor che v'innalza e che vi afferra.
Globo voi siete, ed è Cupido Atlante.
Ah? Che vi pare? Caffè.
FLOR.
(Oh che roba!) (da sé)
LEAN.
Avete avuto piacere a sentirlo?
FLOR.
Sì, molto.
LEAN.
Eppure non mi costa che cinque o sei ore di tempo.
FLOR.
Si vede che avete della facilità.
LEAN.
Se credeste che presentandolo alla signora Rosaura...
FLOR.
No, no, vi ringrazio.
(Non ci mancherebbe altro).
(da sé)
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
(Serrarmi la porta in faccia?) (da sé)
LEAN.
Chi è questo? (a Florindo)
FLOR.
Non lo conosco.
LEAN.
Ehi.
(al Caffettiere) Questo signore chi è?
CAFF.
È un forestiere.
È un uomo dotto, che parla bene.
LEAN.
È dotto sì?
CAFF.
Almeno ho sentito dirlo.
LEAN.
Fategli leggere questo sonetto, così come la cosa venisse da voi, senza dirgli che sono io.
CAFF.
Sarà servita.
LEAN.
Voglio sentire che cosa dice.
(a Florindo)
FLOR.
Ben
...
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