IL CONTRATTEMPO, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
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(da sé) La mia bambola.
(a mezza voce verso Ottavio)
OTT.
(Non faremo niente).
(da sé, scrivendo)
ROS.
No? Pazienza.
(credendo abbia detto a lei)
OTT.
Eh! Sia maladetto! (dà una botta al tavolino, e getta la bambola in terra)
ROS.
Oh poverina! (la leva di terra e l'accarezza)
OTT.
(Piuttosto che fare il conto, mi divertirei con questa ragazza).
(da sé, osservandola)
ROS.
Poverina! (accarezza la bambola)
OTT.
Poverina! che vi è di male?
ROS.
Me l'avete buttata in terra.
(lamentandosi)
OTT.
Compatite; non l'ho fatto apposta.
ROS.
Voglio dirlo alla signora zia.
OTT.
Venite qua, signorina bella, non fuggite.
ROS.
Ho da andare dalla signora zia.
OTT.
Dove sta la vostra signora zia?
ROS.
La signora zia sta colle sue sorelle.
OTT.
Sono sorelle di vostro padre, o della vostra signora madre?
ROS.
Mia madre è morta.
OTT.
Ha fatto altri figliuoli la vostra signora madre?
ROS.
Dopo che è morta no.
OTT.
E prima?
ROS.
Non lo so.
OTT.
Ma siete voi figlia sola?
ROS.
Oh signor no, con le signore zie vi sono dell'altre figliuole.
OTT.
Sorelle vostre?
ROS.
No sorelle, compagne.
OTT.
(Con questa semplice io ci ho il maggior gusto del mondo).
(da sé)
ROS.
Voi chi siete, signore?
OTT.
Io sono il primo ministro del negozio di vostro padre.
ROS.
Non intendo.
Non so che cosa sia.
OTT.
Sono il suo complimentario.
ROS.
Oh sì, insegnatemi dei complimenti.
Quando vado dalla signora zia, me ne fanno tanti, ed io sto lì come una marmotta, e mi dicono che non so fare i complimenti.
Se me l'insegnate, vi dono questa bambola.
OTT.
Ve ne insegnerò quanti volete, senza interesse, perché siete bellina, perché siete graziosa.
ROS.
Oh, lo voglio dire alla signora zia.
OTT.
Non le dite nulla.
Non andate, restate qui.
ROS.
Mi aspettano, e poi vi anderò del tutto, e non tornerò più a casa.
OTT.
Ho sentito dire, che vi vogliono cacciare in un ritiro.
Ragazza mia, non vi consiglio a andarvi.
ROS.
No? Perché?
OTT.
Perché starete meglio con uno sposo al fianco.
ROS.
Davvero?
OTT.
Sì davvero.
ROS.
Oh, lo voglio dire alla signora zia.
OTT.
No, badate; se glielo dite, non fate niente.
ROS.
Uno sposo?
OTT.
Sì, uno sposo.
ROS.
E che cosa si fa dello sposo?
OTT.
(Oh bella innocenza!) (da sé) Si passa il tempo con pace, con allegria, si va con lui ai teatri, alle conversazioni, ai festini: altro che star lì tutto il giorno a piangere il morto colla signora zia!
ROS.
Se ne trovano degli sposi?
OTT.
Certo che se ne trovano.
ROS.
Me ne troverete uno?
OTT.
Perché no? Lo diremo al vostro signor padre.
ROS.
Costerà assai?
OTT.
Eh, voi averete tanto che basta per trovarlo.
ROS.
Io non ho altro che dieci baiocchi.
OTT.
No, carina, gli uomini non costano così poco.
ROS.
Eh! Lo sposo...
è un uomo?
OTT.
Sì, un uomo
ROS.
Oh, non ho bisogno di spender denari a comprarlo; posso valermi del signor padre.
OTT.
Eh ragazza mia, il padre non serve.
ROS.
Voi servireste?
OTT.
Potrebbe darsi di sì.
Ma io sono dato via.
Sono impegnato.
ROS.
Oh, mi dispiace.
OTT.
(Eppure, se non avessi data la parola a Beatrice, questa ragazza sarebbe il mio caso.
Ma sono un galantuomo, sono un uomo d'onore).
(da sé)
ROS.
Me lo troverà la signora zia.
OTT.
Fate a mio modo, dalla zia non vi andate più.
Se vi andate, non vi è più sposo.
ROS.
Oh, voglio lo sposo; non vi anderò.
OTT.
(Povera ragazza! ha volontà di marito, e le signore zie la vogliono sagrificare.
Avviserò io suo padre, che badi bene...
Oh eccolo...
Il conto...
Diavolo! non ho fatto niente).
(da sé)
SCENA DICIASSETTESIMA
PANTALONE ed i suddetti.
PANT.
Cossa feu qua, siora? (a Rosaura)
ROS.
Son venuta a prendere la mia bambola.
PANT.
Aveu fatto el conto, sior Ottavio?
OTT.
Vi dirò, signore...
Per dire il vero, è venuta qui la signora vostra figlia, mi ha dette tante cose graziose, che ho perduto il tempo, e non ho fatto niente.
PANT.
Me despiase.
L'ho fatto mi, vardè mo se el va ben?
OTT.
(Legge piano, borbottando) Bene.
Bravo.
Va benissimo.
PANT.
Via, adesso mo felo anca vu.
OTT.
Eh, caro signor Pantalone, che serve? Quando l'ha fatto lei!
PANT.
Ho gusto, co l'è fatto, de confrontarlo.
OTT.
Se vuol vedere se io so fare i conti, è un altro discorso.
Adesso è ora di andare a pranzo; se mi permette, lo porto con me, e oggi lo avrà fatto.
PANT.
Benissimo, son contento.
OTT.
All'onore di riverirla.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
PANTALONE e ROSAURA
PANT.
Stè a véder, che costù el va a farse far el conto.
Basta, avanti de torlo, ghe penserò.
El gh'ha delle chiaccole assae, ma bisogna véder se i fatti corrisponde.
E cussì, siora, cossa ve disevelo el sior Ottavio?
ROS.
Chi è il signore Ottavio?
PANT.
Quello col qual avè parlà fin adesso.
ROS.
Oh, mi ha dette tante belle cose.
PANT.
Circa mo?
ROS.
Dalla signora zia non ci vado più.
PANT.
No? Per cossa?
ROS.
Perché la signora zia non mi vorrà trovare lo sposo, e lui me lo troverà.
PANT.
Sposo? Cossa xe sto sposo?
ROS.
Ah, non lo sapete che cosa sia lo sposo? Ve lo dirò io, signore.
PANT.
(Oh poveretto mi! Cossa alo fatto costù con sta povera putta?) (da sé)
ROS.
Lo sposo è quello che mena agli spassi, ai festini...
PANT.
Via, via, siora, no savè cossa che ve disè.
Sior Ottavio ha dito cussì per rider, el v'ha burlà, perché sè una sempia.
Parecchieve subito, e andemo da vostra àmia.
ROS.
Oh, non vi vado certo.
PANT.
No? Mo perché?
ROS.
Perché voglio lo sposo.
PANT.
Senti, sa, se ti dirà più ste parole, te darò una man in tel muso.
ROS.
(Getta via la bambola con rabbia)
PANT.
Cussì ti fa? Xelo questo el respetto che ti gh'ha per to pare? Xeli questi i boni documenti, che t'ha dà la to povera mare? No ti gh'ha paura che el cielo te castiga? Ah desgraziada! El to povero pare ti lo tratti cussì.
ROS.
(Piange forte)
PANT.
Tiò su quella piavola.
ROS.
(La prende)
PANT.
Bàseme la man.
ROS.
(Obbedisce)
PANT.
Andè in te la vostra camera.
ROS.
(Senza dir nulla cogli occhi bassi parte)
PANT.
Come! Sior Ottavio sta sorte de descorsi el fa con mia fia? Èlo fursi vegnù per sedurla, per sassinarla? Coss'è sta cossa? El gh'ha bisogno de impiego, e el primo zorno che el vien in casa mia, el fa le carte colla mia putta? Questa, oltre una malizia barona, la xe mo anca una imprudenza massizza.
L'ho scoverto a tempo.
Nol fa per mi.
Povero desgrazià! Nol farà mai ben a sto mondo.
No val virtù, no val spirito, no val talento per aver fortuna; ma ghe vol bontà de cuor, onoratezza de man, e prudenza de lengua.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Beatrice.
BEATRICE e CORALLINA
BEAT.
Non ne vuò più saper nulla.
Vedo che egli è un ingrato.
COR.
Se tanto fa ora, che ha bisogno di voi, figuratevi poi che cosa farebbe quando foste sua moglie.
BEAT.
Io non ho detto di volerlo sposare.
(alterata)
COR.
Non l'avete detto, ma si conosce...
BEAT.
Che cosa si conosce? Voi altre serve sempre pensate il peggio.
COR.
Gran disgrazia è la mia! Quel ch'io dico, signora, lo dico perché vi amo.
E voi, che avete tanto sofferto per uno che viene di casa del diavolo, non volete tollerare ch'io vi parli per zelo.
BEAT.
Cara Corallina, lasciami stare: son fuori di me.
COR.
Vi compatisco, signora, le vostre inquietudini hanno il loro fondamento.
BEAT.
Prepara la tavola, voglio desinare.
COR.
Per quanti ho da prepararla?
BEAT.
Che domande!
COR.
Ho da preparare per due?
BEAT.
Tu mi vorresti far dire...
Vattene.
COR.
Compatitemi, è vero: non son domande da farsi.
Siete sola, e la preparerò per voi sola.
Il signor Ottavio ha mangiato anche troppo in questa casa.
(mostrando partire)
BEAT.
Dove vai?
COR.
A preparare.
BEAT.
Per quanti?
COR.
Per uno; siete sola.
BEAT.
E se viene Ottavio?
COR.
Lo volete ancora alla vostra tavola?
BEAT.
Non voglio che egli dica, ch'io l'ho scacciato con una mala grazia.
Lo licenzierò.
COR.
Sì, signora, preparerò anche per lui.
Dategli campo che vi dica dell'altre insolenze.
(andando)
BEAT.
Temerario! Hai ragione; se viene a picchiare, non gli aprire la porta.
COR.
Volete che egli venga dentro per la finestra?
BEAT.
A far che ha da venire?
COR.
A pranzo.
BEAT.
Ma se non lo voglio!
COR.
Ah! non lo volete? Ho capito.
(La testa della padrona fa le giravolte).
(da sé, parte)
SCENA SECONDA
BEATRICE sola.
BEAT.
Chi mai l'avrebbe creduto che Ottavio dovesse essere di sì mal cuore? Finché ha avuto di me bisogno, era umile, amoroso, gentile; ora che spera altronde la sua fortuna, mi disprezza, m'insulta.
Io non so intendere perché vantasse in faccia mia il merito di Rosaura; che cosa spera da lei? Sposarla? No certamente.
Suo padre non gliela darebbe.
Potrebbe anche darsi, ch'egli l'avesse lodata così per capriccio, senza pensare ch'io di ciò mi potessi offendere.
E quel maledirmi e quel dire a Corallina che i miei dispiaceri sono pazzie? Saranno ingiurie, o che? Potrebbero anche essere inavvertenze.
Egli è solito parlare senza riflettere.
Questo è il suo difetto, e l'ho corretto più volte.
Non mi pare poi ch'egli abbia un fondo cattivo.
Mi ha protestata cento volte la sua gratitudine, l'amor suo.
SCENA TERZA
CORALLINA con un SERVITORE che porta un piccolo tavolino,
con sopra la tovaglia ed una posata; e detta.
COR.
Ecco preparato, signora, comanda in tavola?
BEAT.
E Ottavio è venuto? (al Servitore)
COR.
Signora no; ma se verrà...
Ehi, sentite, se viene il signor Ottavio, non gli aprite.
(al Servitore)
BEAT.
Chi dà questi ordini?
COR.
Ma voi, signora...
BEAT.
Non le badare, aprigli quando viene.
(al Servitore)
COR.
(È una bella testina!) (da sé)
BEAT.
Queste cose non si dicono ai servitori.
(a Corallina)
COR.
Ma se viene?...
BEAT.
Essi parlano, e mettono le padrone in ridicolo.
COR.
Ma se viene il signor Ottavio?...
BEAT.
Se viene, venga.
Metti l'altra posata.
COR.
L'altra posata?
BEAT.
Sì, non voglio scene.
COR.
E viva il signor Ottavio.
BEAT.
Ottavio deve andarsene di casa mia.
COR.
Quando?
BEAT.
Quando vorrò io.
COR.
Eh, non anderà poi altrimente.
BEAT.
Sì, se n'anderà.
COR.
Mi creda, che non se n'anderà.
BEAT.
Temeraria, non fare ch'io mi sfoghi con te.
COR.
(Non ci mancherebbe altro).
(da sé)
BEAT.
Senti, è stato battuto.
COR.
(Sarà lo scroccone).
(da sé, forte)
BEAT.
Che dici?
COR.
Niente, signora, vado a vedere.
(parte, poi ritorna)
BEAT.
Parmi però, che senza un forte motivo non avesse dovuto esaltare cotanto la beltà, il vezzo della signora Rosaura.
Costui n'è innamorato.
E ardisce in faccia mia di vantarlo?
COR.
Signora.
(portando l'altra posata)
BEAT.
È forse quel temerario d'Ottavio?
COR.
No, signora.
Non è lui.
BEAT.
E perché porti quella posata?
COR.
Perché me l'avete comandato.
BEAT.
Se non è lui, non occorre.
COR.
La porterò via.
BEAT.
Aspetta...
mettila lì.
COR.
(Per verità, la mi vuol far impazzire).
(da sé)
BEAT.
Chi ha picchiato?
COR.
Il signor Lelio.
BEAT.
A quest'ora?
COR.
Credeva aveste pranzato.
BEAT.
Che cosa voleva egli da me?
COR.
Farvi una visita.
BEAT.
L'hai tu licenziato?
COR.
Avendogli detto che siete per andar a tavola se n'è andato.
BEAT.
Credi tu che ritornerà?
COR.
Egli ha della stima per voi.
BEAT.
Sì, il signor Lelio ha della bontà per me, e le sue visite mi sono care.
COR.
Quello sarebbe a proposito signora padrona...
Ma non si può parlare.
BEAT.
Parla, chi te lo impedisce?
COR.
Oh signora, siete troppo prevenuta in favore del signor Ottavio.
BEAT.
Non è vero.
Mi sono quasi disingannata.
COR.
Se fosse vero, mi azzarderei a dirvi un non so che a proposito del signor Lelio.
BEAT.
Parla liberamente.
Sono in istato di sentir tutto con pienissima indifferenza.
COR.
Egli mi ha confidato, signora, che ha dell'amore per voi.
BEAT.
Per me? (dolce)
COR.
E ve lo farebbe sapere con maggior fondamento, s'ei non temesse un rivale nel signor Ottavio.
BEAT.
Tutti credono ch'io sia schiava di Ottavio, ma il mio cuore è un cuor libero.
Il signor Lelio è un giovane che non mi dispiace.
COR.
Più che ci penso, più lo trovo al caso vostro.
BEAT.
Sì, ha delle circostanze buone: non lo nego.
COR.
Volete che così dolcemente gli dia qualche buona speranza?
BEAT.
Non t'impegnare.
Digli qualche parola studiata, che non significhi, ma che si possa interpretare...
tu mi capisci.
COR.
Vi capisco, ma capisco anche...
non vo' dir altro.
BEAT.
Parla.
COR.
Ecco il degnissimo signor Ottavio.
(con ironia)
BEAT.
(In veggendolo, mi si rimescola il sangue).
(da sé)
COR.
Vuole in tavola? (a Beatrice)
BEAT.
Aspetta.
(con collera)
SCENA QUARTA
OTTAVIO e le suddette.
OTT.
Perdonate, signora, se vi ho fatto un poco aspettare.
BEAT.
Sarete stato sinora dal signor Pantalone.
OTT.
Sì, sono stato, ma non sinora.
BEAT.
L'avete veduta la signora Rosaura?
OTT.
L'ho veduta.
(ridendo) Oh che sciocca!
BEAT.
Prima la lodaste tanto, ed ora la disprezzate?
OTT.
Io ho lodato la sua beltà, la sua grazia: cose tutte che sono vere, e che cogli occhi si vedono.
Ma poi, a parlar con lei, è una scimunitella.
Non sa niente.
Giuoca colla bambola.
Sono cose da crepar di ridere.
BEAT.
Voi direte così, credendo di farmi piacere.
OTT.
Oibò, dico la verità.
BEAT.
Io per altro non son da metter a confronto con lei.
OTT.
Perbacco, val più una dramma del vostro spirito, che non vale tutta la sua bellezza.
BEAT.
Corallina.
COR.
Signora.
BEAT.
In tavola.
COR.
(Via, via, ho capito.) (da sé, vuol partire)
OTT.
Aspettate.
(a Corallina)
COR.
Ha da comandarmi qualcosa, signore? (con ironia)
OTT.
Signora, vi domando scusa se mi sono presa una libertà.
(a Beatrice)
BEAT.
Dite pure.
OTT.
Venendo a casa, ho trovato l'amico Lelio che voleva farvi una visita.
Mi è scappato detto, se voleva pranzar con noi.
Egli ha accettato l'invito, ed io, senza avvedermene, mi sono arrogato una libertà che non mi conviene.
COR.
(Eh sì, il signor padrone!) (da sé)
BEAT.
Non so che dire.
Quando ha accettato da voi l'invito, non deggio esser io quella che lo discaccia.
Dov'è il signor Lelio?
OTT.
È in sala, che non ardisce...
BEAT.
Corallina, fallo passare, metti un'altra posata, e fa che mettano in tavola.
COR.
(Può essere che tu abbia introdotto il signor Lelio per tuo malanno).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
OTTAVIO e BEATRICE
BEAT.
Voi avete detto a Corallina, ch'io sono una pazza.
OTT.
Io ho detto questo?
BEAT.
Sì, certamente, ed ella è pronta a sostenerlo anche in faccia vostra.
OTT.
Signora Beatrice, vi giuro sull'onor mio, non me ne ricordo.
BEAT.
Voi parlate senza pensare.
OTT.
Io non credo d'averlo detto.
BEAT.
L'avete detto.
(alterata)
OTT.
Non l'avrò detto con animo d'oltraggiarvi.
BEAT.
Così non si parla di chi si ama.
OTT.
Ditemi, signora Beatrice, in via d'onore, avete mai detto voi, fra voi stessa almeno, ch'io sono un pazzo?
BEAT.
Se l'ho detto fra me medesima, non lo ha sentito nessuno.
OTT.
Dunque il male non è, ch'io l'abbia detto, ma che voi lo abbiate saputo.
Corallina ha la colpa.
BEAT.
Signor Ottavio, voi vi prendete spasso di me.
OTT.
Sentite, vi amo tanto, conosco tanto i benefizi che voi mi fate, che se dovessi diventare un principe senza di voi, giuro a tutti i numi del cielo, rinunzierei qualunque fortuna; e se quel che io vi dico, non lo dico di cuore, prego il cielo che mi fulmini, che mi incenerisca, e non mi lasci mai aver bene.
BEAT.
(Povero Ottavio, è di buon cuore).
(da sé)
SCENA SESTA
LELIO ed i suddetti.
LEL.
Scusate, signora, se per cagione del signor Ottavio sono ad incomodarvi.
BEAT.
Spiacemi, che avrete un misero trattamento.
OTT.
Via, senza cerimonie.
Qua il cappello, la spada.
In tavola.
(prende la spada ed il cappello, lo ripone)
LEL.
(Grande autorità ha costui in questa casa).
(da sé)
SCENA SETTIMA
Il SERVITORE con la zuppa, CORALLINA colla posata, e detti.
COR.
Quando comanda, è in tavola.
(a Beatrice)
BEAT.
Favorite.
(a Lelio)
LEL.
(Vuol prendere l'ultimo posto)
OTT.
Qui, qui, presso la padrona di casa.
(siedono)
COR.
(Mi fa una rabbia colui, che lo scannerei).
(da sé)
OTT.
(Dando la zuppa) Avete saputo, signor Lelio, che io sono impiegato nel negozio Bisognosi?
LEL.
Me ne rallegro.
OTT.
Io con quel vecchio ci starò volentieri.
È una casa all'antica; egli ha più del pescatore, che del mercante: ma è buon uomo, di buon cuore.
LEL.
(Fa un bell'onore al suo principale!) (da sé)
BEAT.
Via, signor Ottavio, mangiate, e non discorrete.
LEL.
Questa zuppa è preziosa.
OTT.
Oibò, è insipida.
In questa casa non si mangia mai una cosa saporita.
O insipida, o salata.
COR.
Ma vossignoria con tutto questo tira di lungo.
OTT.
Oh, oh, la cameriera si risente.
Non l'avete già fatta voi.
COR.
Se non l'ho fatta io...
BEAT.
Zitto lì.
Caro signor Ottavio, se non vi piace, lasciate stare, ma non disprezzate...
OTT.
Compatitemi, signora, ho qualche cosa per il capo.
Caro amico, non mi abbadate.
Qualche volta sono una bestia.
COR.
(Oh cara quella bocca! Ha detto una volta la verità).
(da sé)
LEL.
Io non sono qui per criticare le azioni vostre.
Son favorito...
OTT.
Oh via, stiamo allegri.
In tavola.
(chiama)
COR.
Subito, Eccellenza.
(parte)
SCENA OTTAVA
OTTAVIO, LELIO, BEATRICE; poi il SERVITORE che porta in tavola.
BEAT.
Vorrei che aveste un poco di prudenza.
(piano ad Ottavio)
OTT.
Perdoni, signora Beatrice, oggi sono di gala.
SERV.
(Con un piatto, e lo mette in tavola)
OTT.
Questa roba che cosa è? (al Servitore)
SERV.
Agnello, signore.
OTT.
Agnello? È pecora.
(assaggiandolo) Alla signora Beatrice non gliene do.
BEAT.
Perché, signore?
OTT.
Cane non mangia del cane.
(ridendo)
BEAT.
Questo vostro barzellettare...
LEL.
(Ottavio ha una gran confidenza).
(da sé)
OTT.
È agnello, o pecora? (al Servitore)
SERV.
Pare a lei ch'io le volessi dar della pecora? È agnello, le dico.
OTT.
Via, quand'è così, prenda.
(ne dà a Beatrice) Prenda dell'agnellino innocentino come lei.
(ridendo)
BEAT.
Bravo! spiritoso! (con ironia)
LEL.
(No, no, non ci vengo più).
(da sé)
OTT.
Da bere.
(il Servitore va per prenderne) Con licenza della padrona di casa, portate di quel vino che ho mandato io ieri mattina.
Sentirete un bicchier di vino prelibato.
(a Lelio)
BEAT.
Parrà, signor Ottavio, che in casa mia non ci sia del vino.
Voi non provvedete la mia cantina.
OTT.
Oh, si sa bene; non lo dico già per questo; sentirete.
(a Lelio)
BEAT.
(Mi fa venire i rossori sul viso).
(da sé)
SERV.
(Porta da bere a Lelio e ad Ottavio)
OTT.
Questo è vino vecchio.
LEL.
Sarà buono.
OTT.
Sì, piace anche alla signora Beatrice.
È di quello che mette forza,
"Declinando l'età matura e frale"
BEAT.
Come?
OTT.
Niente.
(ridendo forte)
LEL.
Signor Ottavio, voi prendete troppo la mano colla signora Beatrice.
OTT.
Io? Oh, la mia padroncina, e poi non più.
BEAT.
Meno spirito e più prudenza, signore.
OTT.
Non posso essere che prudente, se sto con lei.
BEAT.
Perché, padrone?
OTT.
"Della matura età prudenza è figlia" (recita il verso con caricatura)
BEAT.
Voi vi abusate della mia tolleranza.
(s'alza)
OTT.
Come? Perché?
BEAT.
Siete un temerario.
(parte)
SCENA NONA
OTTAVIO e LELIO
OTT.
Avete sentito? (a Lelio)
LEL.
In fatti, la pungete un po' troppo.
OTT.
Io scherzo.
Lo fo per ridere.
LEL.
Questi scherzi sono troppo avanzati.
OTT.
Voi le date la ragione per farmi dire.
LEL.
Le do la ragione, perché la merita.
OTT.
Eh via! Vi conosco; volete farmi taroccare.
LEL.
Alle donne conviene portar rispetto.
OTT.
Niuno più di me rispetta e stima la signora Beatrice.
LEL.
I vostri motteggi non lo dimostrano.
OTT.
Io lo fo per allegria, per bizzarria, per gala.
Son di questo naturale.
Quando mi viene un frizzo in bocca, non lo perderei per cento doppie.
LEL.
Voi così vi rovinerete.
OTT.
Eh, minchionerie.
SCENA DECIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signor Lelio.
LEL.
Che c'è, Corallina?
COR.
La mia padrona desidera parlarvi, e vi aspetta nella camera
LEL.
Eccomi.
(s'alza)
OTT.
Sì, andiamo ad accomodarla.
(vuol andar con Lelio)
COR.
Vuole il signor Lelio, non vuole voi.
(ad Ottavio)
OTT.
Eh, che sei pazza! Andiamo.
COR.
Per me obbedisco il comando.
(entra nella stanza)
OTT.
Son qui con voi.
(vuol entrare, in questo)
SCENA UNDICESIMA
BEATRICE sulla porta, e detti.
BEAT.
Andate.
Di voi non cerco.
(chiudendo la porta in faccia ad Ottavio)
OTT.
A me un tale affronto?
COR.
Vostro danno.
Meritate peggio.
Ora vi ha serrato fuori di camera, e fra poco vi serrerà fuori di questa casa.
(parte)
OTT.
A me un affronto simile? Cacciarmi fuori di camera? E perché? Per averle dette due barzellette.
Ma non m'importa.
Me n'anderò di questa casa.
Amo Beatrice, ho ricevuto del bene, le sono grato; ma giuro al cielo, non soffrirò un'ingiuria nemmen per ischerzo, a costo di rovinarmi, di esser povero per tutto il tempo di vita mia: in questa casa non ci verrò mai più.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Strada con bottega da caffè.
FLORINDO, LEANDRO e CAFFETTIERE
FLOR.
Caro amico Leandro, dispensatemi.
LEAN.
Avrei piacere che mi diceste la vostra opinione.
FLOR.
Ho la mente confusa, non sono in caso di giudicare.
LEAN.
Un sonetto si legge presto.
Lo leggerò io.
Favoritemi di sentirlo.
FLOR.
(Questi poeti sono pure i gran seccatori).
(da sé)
LEAN.
Può essere che non vi dispiaccia.
FLOR.
Lo so che siete bravo, ma ora non ho la mente serena.
LEAN.
Che cosa avete, che vi dà fastidio?
FLOR.
Ve lo dirò, acciò non crediate che io per disprezzo ricusi di sentire il vostro sonetto.
LEAN.
Eh, so che altre volte avete sentite delle composizioni mie assai più lunghe.
FLOR.
(Pur troppo).
(da sé) Sappiate, amico...
LEAN.
E le avete compatite.
FLOR.
Sì, meritamente applaudite.
Ora sappiate...
LEAN.
Questo sonetto non dovrebbe esser cattivo.
FLOR.
Oh, a rivederci.
(in atto di partire)
LEAN.
Come! così mi piantate? Mi promettete dirmi un non so che, e poi...
FLOR.
Se vorrete ascoltarmi, ve lo dirò.
LEAN.
Dite, dite, che se vi trovo materia a proposito...
FLOR.
Che cosa farete?
LEAN.
Un sonetto, subito.
FLOR.
Per descrivere il mio infortunio, non basterebbe un canto.
LEAN.
Anche un poema, se bisogna.
I versi mi cadono dalla penna.
"Come il liquido umor scorre dal monte".
FLOR.
Alle corte.
Voi conoscete il signor Pantalone de' Bisognosi.
LEAN.
Sì, è uno de' miei mecenati.
FLOR.
Sappiate che egli ha una figlia.
LEAN.
Lo so, le ho fatto il suo ritratto.
FLOR.
Il suo ritratto? Come?
LEAN.
In quattordici versi.
FLOR.
Oh bene, io nel vederla più volte, di lei mi sono invaghito.
Parlarle non ho potuto, poiché in casa la tengono con una grandissima e somma gelosia.
L'ho fatta chiedere al padre, ed egli me l'ha negata.
LEAN.
E per questo vi disperate? V'insegnerò io.
FLOR.
Che cosa m'insegnerete?
LEAN.
Fatele fare un sonetto.
FLOR.
Sarebbe inutile.
Ella non ascolta..
LEAN.
Se resiste a uno de' miei sonetti, la stimo la donna più crudele del mondo; sapete quante ne ho io convertite con i miei versi?
FLOR.
I vostri versi servono a un bell'uffizio.
LEAN.
Sentite questo sonetto.
FLOR.
Voi mi tormentate.
LEAN.
Sentitelo: può essere ch'egli faccia a proposito per il caso vostro.
Vi è un poco di analogia.
FLOR.
Via, sentiamolo.
LEAN.
Sediamo.
Avete bevuto il caffè?
FLOR.
Non ancora.
(sedendo)
LEAN.
Ordinatelo, che lo beveremo.
FLOR.
Sì, come volete.
Ehi, due caffè.
(al Caffettiere)
LEAN.
Eccolo.
Amante tenero a bella donna ch'è di cuor duro.
SONETTO.
Donna, del vostro cor l'irato sdegno
Nel mio povero sen fa strage assai.
Dal momento primier ch'io vi mirai,
Rimasi come un duro sasso, un legno.
Di pensieri amorosi io son sì pregno,
Che la testa e il cervello io mi gonfiai;
E non ho speme di guarir giammai,
Se di dolce triaca io non son degno.
Va l'Asia tutta, e va l'Europa in guerra,
Ed io sol resterò misero amante,
Cogli occhi al cielo, e con i piedi in terra?
Oh nemica di fè macchina errante!
Ecco amor che v'innalza e che vi afferra.
Globo voi siete, ed è Cupido Atlante.
Ah? Che vi pare? Caffè.
FLOR.
(Oh che roba!) (da sé)
LEAN.
Avete avuto piacere a sentirlo?
FLOR.
Sì, molto.
LEAN.
Eppure non mi costa che cinque o sei ore di tempo.
FLOR.
Si vede che avete della facilità.
LEAN.
Se credeste che presentandolo alla signora Rosaura...
FLOR.
No, no, vi ringrazio.
(Non ci mancherebbe altro).
(da sé)
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
(Serrarmi la porta in faccia?) (da sé)
LEAN.
Chi è questo? (a Florindo)
FLOR.
Non lo conosco.
LEAN.
Ehi.
(al Caffettiere) Questo signore chi è?
CAFF.
È un forestiere.
È un uomo dotto, che parla bene.
LEAN.
È dotto sì?
CAFF.
Almeno ho sentito dirlo.
LEAN.
Fategli leggere questo sonetto, così come la cosa venisse da voi, senza dirgli che sono io.
CAFF.
Sarà servita.
LEAN.
Voglio sentire che cosa dice.
(a Florindo)
FLOR.
Bene, bene.
Accomodatevi.
OTT.
Caffè.
(sedendo)
CAFF.
Eccola servita.
(gli porta il caffè) Se vuol divertirsi, gli darò una bella composizione.
OTT.
Lasciate vedere.
(prende il sonetto, e legge) Sonetto di Leandro Zucconi.
Sì, sì, di quell'asino di Leandro: ne ho veduti degli altri.
(legge piano)
LEAN.
Avete sentito? (a Florindo)
FLOR.
Vi vuol prudenza.
(a Leandro) (Meglio è ch'io parta).
(da sé, e parte)
LEAN.
(Pagherei uno scudo a non esser qui.
Me ne anderei, ma non vorrei perdere il mio sonetto).
(da sé)
OTT.
Che bestia! Oh che ignorantaccio! Si può far peggio? (legge piano)
LEAN.
Signor mio...
OTT.
Avete sentito questo sonetto?
LEAN.
Sì, l'ho sentito.
OTT.
Si è mai intesa una simile bestialità?
LEAN.
Eppure...
OTT.
Basta dire che sia di quel somaraccio di Leandro Zucconi.
LEAN.
(Or ora gli metto le mani addosso).
(da sé)
SCENA QUATTORDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Servo de lor signori; sior Leandro, ghe son servitor.
OTT.
Chi è quello? (a Brighella)
BRIGH.
El sior Leandro Zucconi, quel bravo poeta.
OTT.
(Oh corpo del diavolo!) (da sé) Signor Leandro, vi domando scusa.
LEAN.
Non si strapazzano così i galantuomini.
OTT.
Non vi aveva conosciuto.
LEAN.
E non conoscendomi ancora, perché dirmi le impertinenze che mi avete dette?
OTT.
Compatitemi.
LEAN.
Pare a voi che questo sonetto sia da lacerare così? (glielo leva di mano)
OTT.
Sarà bello, io sarò di cattivo gusto.
LEAN.
Io sono un asino?
OTT.
Non sarà vero.
Averò fallato.
LEAN.
Mi maraviglio di voi, e saprò vendicarmi.
OTT.
Fatelo.
LEAN.
"Farò co' versi miei giusta vendetta
"Di questa qual si sia virtù negletta." (parte)
SCENA QUINDICESIMA
OTTAVIO, LELIO, BRIGHELLA e CAFFETTIERE
BRIGH.
Coss'è stà, signor? (ad Ottavio)
OTT.
Niente; non lo conoscevo; ho letto un suo sonetto, e non conoscendolo, mi è scappato dalla bocca una barzelletta.
Una barzelletta graziosa.
Gli ho detto dell'asino tre o quattro volte.
BRIGH.
Védela, sior Ottavio? Queste le son quelle cosse che gh'ho dito mi tante volte.
L'è solito vossignoria a far de sti marroni.
In loghi pubblici bisogna vardar come che se parla, co gh'è zente che no se conosse, bisogna saverse contegnir; succede spesso sti casi, che se parla de uno che se crede lontan, e el se gh'ha da visin.
Ghe vol prudenza, signor, se no un zorno o l'altro la troverà quello del formaggio.
OTT.
Oh caro Brighella, quello che mi dà pena, non è il signor Leandro.
Ho qualche cosa di peggio.
BRIGH.
Coss'è stà, qualche altra disgrazia?
OTT.
La signora Beatrice mi ha serrata la porta in faccia, e non vuol più vedermi.
BRIGH.
Cossa gh'aveu fatto?
OTT.
Io non le ho fatto niente.
Ho detto delle barzellette, ed ella è montata in collera.
BRIGH.
Eh, quella vostra lengua! Basta; andemo, vegnì con mi.
OTT.
Dove?
BRIGH.
Subito da siora Beatrice.
OTT.
A far che?
BRIGH.
Ve dirò per strada.
Andemo.
OTT.
Atti di viltà non ne fo sicuramente.
BRIGH.
Gh'è un in casa con ella.
So che i parla de certe cosse...
L'è ben che andemo a interromper.
OTT.
Sì, andiamo.
Sto a vedere che Lelio mi tradisca.
BRIGH.
Ho paura de sì.
OTT.
Giuro al cielo, lo ammazzerò.
Dopo averlo io introdotto, invitato a pranzo, che mi facesse una sì nera azione!
BRIGH.
Mo perché invidarlo?
OTT.
Andiamo.
(prova se la spada esce dal fodero)
BRIGH.
No, non faremo gnente.
Ghe vol flemma.
Femo cussì, andemo prima da sior Pantalon.
OTT.
No, voglio andare da Beatrice.
BRIGH.
Sior Pantalon aspetta quel conto.
OTT.
Ecco il conto.
Portateglielo voi per me.
BRIGH.
Mo sior no, non va ben.
OTT.
Quegli...
è Lelio.
BRIGH.
Sior sì, l'è lu.
OTT.
Per bacco, voglio che mi renda conto.
(parte)
BRIGH.
Fermeve; sentì.
Oh che testa! Oh che omo! Oh che bestia senza giudizio! (va dietro ad Ottavio)
SCENA SEDICESIMA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE e ROSAURA
PANT.
Cara siora, vegnì qua che nissun ne senta.
Cossa me andeu disendo?
ROS.
Dico così che vorrei fare anch'io quello che hanno fatto la signora Flamminia, la signora Luisa e la signora Costanza.
PANT.
Vorressi donca maridarve anca vu, come le ha fatto elle?
ROS.
Maritarmi? Non dico questo io.
PANT.
Mo donca cossa?
ROS.
Vorrei avere uno sposo.
PANT.
Mo sposo e marìo no xelo l'istessa cossa?
ROS.
Sarà, io non me n'intendo.
PANT.
E cossa vorressi far del sposo? Cossa vorressi far del marìo?
ROS.
Oh bella! Quello che fanno la signora Flamminia, la signora Luisa e la signora Costanza.
PANT.
Cara fia, avè pur sempre dito, che volè andar co le vostre àmie; perché mo ve voleu muar de opinion?
ROS.
Il signor Ottavio mi ha detto...
PANT.
Sappiè, che tutto quel che v'ha dito sior Ottavio, le xe tutte busie.
ROS.
Non è vero che lo sposo sia una bella cosa?
PANT.
No, fia mia, no xe vero.
ROS.
Datemene uno, e se non è vero, anderò dalla signora zia.
PANT.
(Ah poveretto mi! In che intrigo che m'ha messo quel desgrazià).
(da sé)
ROS.
Uno solo.
PANT.
Mo no ti sa, che quando s'ha tolto un sposo, un marìo, nol se lassa più fina alla morte?
ROS.
Bene, dopo che sarà morto, anderò dalle signore zie.
PANT.
Ti pol morir ti avanti de élo.
ROS.
Allora quello che averei da far io, lo farà lui.
PANT.
Mo va là, che ti xe una gran sempia!
ROS.
Oh già, sempre mi dice così.
PANT.
Chi vusto che te toga, chi vusto che te voggia?
ROS.
Cosa m'importa a me, se nessuno mi vuole?
PANT.
Se nissun te vol, no ti pol sperar de sposarte.
ROS.
Lo sposo lo voglio io.
PANT.
Ben, ma se élo...
Son più matto mi a badarte.
ROS.
Se viene il signore Ottavio, vi farò dire quel che mi ha detto a me.
Ha parlato così bene, che in verità neanche la fattora parla come ha parlato lui.
PANT.
(Se el vien sto furbazzo, lo voggio consolar).
(da sé)
ROS.
E poi...
sì, ora me ne ricordo.
Mi ha detto dei teatri, dei festini.
Oh, le signore zie non mi cuccano.
PANT.
(Alo mo fatto una bella cossa?) (da sé) Mi no so cossa dir.
Co to àmie mi non ho dito de volerte metter per forza; se ti ghe vol andar, vaghe, se ti vol star in casa, staghe, e se ti te vol maridar, co capiterà l'occasion, te contenterò.
ROS.
Oh non mi basta, signor padre.
PANT.
Cossa vorressistu de più?
ROS.
Lo sposo lo voglio presto.
PANT.
E cossa vustu che mi te fazza?
ROS.
Trovatene uno.
PANT.
Dove vusto che el trova?
ROS.
Compratelo.
PANT.
Via, gnocca, i marii se compra?
ROS.
Io non so come si faccia.
Verrà il signor Ottavio.
PANT.
E se vegnirà el sior Ottavio, l'anderà via per l'istessa strada che el vien; e vu, siora, coi omeni no ve n'avè da impazzar.
Perché no ve divertìu colla piavola?
ROS.
La bambola non parla, non si muove.
È meglio uno sposo.
Me l'ha detto anche il signor Ottavio.
PANT.
Maledetto sia el sior Ottavio.
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO di dentro e detti.
FLOR.
O di casa.
Vi è nessuno? (di dentro)
PANT.
Vien zente.
Presto, andè via de qua.
(a Rosaura)
ROS.
Oh, questo lo conosco.
PANT.
Come lo cognosseu?
ROS.
Ogni volta che mi vede, mi saluta.
FLOR.
Si può venire? (di dentro)
PANT.
Adess'adesso.
(a Florindo) Animo; andè via, ve digo.
(a Rosaura)
ROS.
E una volta mi voleva dare...
PANT.
Cossa ve volevelo dar?
ROS.
Non andate in collera.
PANT.
Via, disè suso.
ROS.
Mi voleva dare...
PANT.
Cossa?
ROS.
Un bamboccio.
PANT.
Via, via presto.
ROS.
Ma io, se vorrò dei bambocci, farò come hanno fatto la signora Flamminia, la signora Luisa e la signora Costanza.
(parte)
PANT.
Oh che pampalughetta: ma per altro...
SCENA DICIOTTESIMA
PANTALONE e FLORINDO
FLOR.
Tornerò, se ha da fare.
(di dentro)
PANT.
No, no, la resta servida.
Squasi, squasi, se el la volesse, ghe la daria; ma no gh'ho cuor de farlo.
FLOR.
Perdoni, signor Pantalone, se gli sono importuno.
(esce)
PANT.
La perdona ella, se l'ho fatta aspettar.
FLOR.
Son qui per un affare curioso.
PANT.
La diga pur, che l'ascolto.
FLOR.
Questa mattina voi avete detto di non volermi concedere la vostra figliuola in isposa, perché ella è destinata per un ritiro, e non ha inclinazione per il matrimonio, non è la verità?
PANT.
Sior sì, xe vero.
FLOR.
Ed io, con vostra buona grazia, ho saputo che ella è dispostissima a maritarsi, e non vede l'ora di farlo.
PANT.
Chi v'ha dito sta cossa?
FLOR.
L'ha detto alla servitù di casa, e l'hanno già pubblicato.
PANT.
No, sior.
Mia fia no xe in stato...
SCENA DICIANNOVESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Lo voglio, lo voglio, lo voglio.
PANT.
Andè via de qua.
FLOR.
Signora, se vi degnaste...
PANT.
La parla con mi, sior, e vu andè via.
(a Rosaura)
ROS.
Vado, vado.
(si scosta) Signor padre.
(di lontano)
PANT.
Cossa gh'è?
ROS.
Lo voglio.
(parte)
SCENA VENTESIMA
PANTALONE e FLORINDO
PANT.
Me vien i suori freddi.
FLOR.
La sentite, signor Pantalone?
PANT.
Quella xe una gazziòla, fio caro; la dise quel che la sente a dir, ma no la sa gnente.
FLOR.
Ma, caro signor Pantalone, se ella dice voglio lo sposo, può parlar più schietto?
PANT.
Bisogna véder se la sa gnanca cossa che sia sto sposo che la domanda.
FLOR.
Eh, signore queste cose vi vuol poco a farle capire a chi per sorte non le intendesse.
Dite piuttosto che per fini vostri particolari non la volete accasare, o che io non sono degno d'averla.
PANT.
Sior Florindo, vu ve ingannè; no la xe cussì da galantomo.
FLOR.
Io credo che sia così; ma voi nel primo caso sarete un padre tiranno, e nel secondo un mancator di parola.
PANT.
Mi son un omo d'onor, sior, e se no ve dago mia fia, lo fazzo per una delicatezza da galantomo, acciò un ziorno no ve ne abbiè da pentir.
FLOR.
Ma se io mi contento, ma se la prendo com'è, se con tutti li vostri avvertimenti non averò mai cagione di lamentarmi di voi! Dopo tutto questo, credetemi signor Pantalone, la vostra ostinazione o è barbara o è misteriosa.
PANT.
Sior Florindo, la voleu?
FLOR.
Sì, la desidero.
PANT.
Animo, se ve ne pentirè, sarà vostro danno; se Rosaura ve vol, ve la dago.
SCENA VENTUNESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Lo voglio, lo voglio, lo voglio.
PANT.
Lo voglio, lo voglio, lo voglio.
Cossa farastu col sarà to marìo? Zogherastu alle piavole?
ROS.
M'informerò.
PANT.
Con chi? Col sior Ottavio?
ROS.
Colla signora Flamminia, colla signora Luisa...
PANT.
E colla signora Costanza?
FLOR.
Niente, signora Rosaura, se mi amate, da voi non esigo di più.
ROS.
Io voglio bene a tutti, e vorrò bene anche a voi.
PANT.
Sentìu? (a Florindo)
FLOR.
Questa sua innocenza mi piace assaissimo, e col tempo la ridurrò a mio modo.
PANT.
(Vardè ben el fatto vostro, perché una donna pol più pericolar per semplicità, che no xe per malizia).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Lasciate il pensiere a me).
Voi dunque sarete la mia sposa.
ROS.
Io? Signor no.
PANT.
Oh bella!
FLOR.
Come no?
ROS.
Voi sarete mio.
FLOR.
Sì, sì, vi ho capito.
Io sarò vostro.
ROS.
Quando sarete mio?
FLOR.
Lo sono fin da questo momento.
ROS.
Andiamo, andiamo.
(a Florindo)
FLOR.
Dove, signora?
ROS.
Voglio farvi vedere le mie bambole.
(parte con Florindo)
PANT.
Eh via, siora, no gh'è giudizio! (parte con loro)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE e BRIGHELLA
BRIGH.
Caro sior Pantalon, la prego, agiutemo sto poveromo, e se se pol, no lo lassemo perir.
PANT.
Da cossa deriva sta premura che gh'avè per sto sior Ottavio? Xelo vostro parente? Che interessi gh'aveu con élo?
BRIGH.
No l'è gnente del mio: interessi con lu no ghe n'ho; ma quel che me move a assisterlo, a agiutarlo, no l'è altro che amicizia, gratitudine e bon amor.
A Napoli giera senza padron; el m'ha tegnù in casa soa tre mesi, el m'ha assistido in t'una malattia pericolosa, el m'ha dà bezzi per far el viazo e tornar in ti mi paesi; un fradello no podeva far più de quel che lu l'ha fatto per mi.
Son poveromo, ma son galantomo.
Me ricordo el ben che ho recevesto, e procuro, se posso, recompensarlo.
Se le mie forze podesse, ghe daria mi da magnar.
Ma son un povero servitor, gh'ho fameggia, e no lo posso agiutar.
Procuro in qualche altra maniera de darghe stato, lo raccomando a tutti e specialmente a sior Pantalon, che avendo viscere de pietà, e essendo inclinà per natura a far del ben l'agiuterà, el soccorrerà sto povero forastier.
Sior Pantalon farà col sior Ottavio quello che sior Ottavio ha fatto con mi, per quella rason che al mondo semo tutti fradelli, e se agiutemo un con l'altro, e chi gh'ha la fortuna de star meggio, gh'ha anca l'obbligo de far de più.
PANT.
Caro Brighella, no so cossa dir.
Savè se son inclinà a far del ben, co posso, e savè che impegno aveva tolto per st'omo; ma el xe un strambazzo.
Nol gh'ha giudizio, nol gh'ha prudenza.
BRIGH.
Questo l'è el so difetto; el gh'ha poca prudenza.
Per altro l'è de un ottimo cuor, incapace de una baronada, disinteressà, virtuoso, e capace de tutto.
PANT.
Gnente, caro vu, co nol gh'ha prudenza, nol farà gnente.
Vardè che pezzo de matto, andar per spasso a tirar zoso mia fia! El vedeva pur che la giera una povera creatura innocente; el saverà pur che a una testa debole se fa presto delle cattive impression.
Orsù, Brighella, in casa mia no lo voggio assolutamente.
BRIGH.
Se no la lo vol in casa, pazenzia; ma almanco no la lo abbandona affatto.
La lo aggiusta in piazza, la lo spalleggia a far qualche negozietto, tanto ch'el possa tirar avanti per un poco, perché coll'ombra della so assistenza, della so protezion, se pol dar che ghe tocca una fortuna, che non è tanto ordinaria.
PANT.
Che vol dir mo?
BRIGH.
Ghe dirò, signor, la signora Beatrice, quella signora vedova dove che l'è allozà, la gh'ha della stima de lu, e credo anca dell'amor, e so che la lo sposeria volentiera, ma la vorria che l'avesse qualche ombra d'impiego, qualche principio de fondamento per stabilirse in Bologna: caro sior Pantalon, con poco la lo pol aiutar.
PANT.
Ma come sarala co sior Lelio? El dise che el l'ha ferìo.
La Giustizia lo cerca.
BRIGH.
Niente, signor, avemo giustà ogni cossa.
Ho messo de mezzo el mio padron, che la sa che cavalier de impegno che l'è.
Sior Lelio se contenta de una piccola sodisfazion, e per la Giustizia la cossa l'è accomodada.
PANT.
Cossa voleu che fazza per ello?
BRIGH.
La lo impiega in qualcossa.
L'è un omo pien d'abilità.
PANT.
De conti ho paura che nol ghe ne sappia.
BRIGH.
L'è capace de tutto, ghe digo, e po a sior Pantalon no ghe manca el modo.
O in t'una casa, o in t'un'altra, col vol, el lo impiegherà.
In verità, sior, se la fa sta opera de pietà, el cielo la ricompenserà con usura.
PANT.
No so cossa dir.
Fèmelo vegnir qua.
BRIGH.
Subito el vien, cara ella, ghe lo raccomando.
PANT.
Che el me parla schietto, che el me diga la verità, e vederò de assisterlo, de impiegarlo.
BRIGH.
No la se dubita, che no l'è capace de dir busie; anzi el so mal maggior l'è quello de dir troppo la verità.
PANT.
Certo, che co se xe chiamai a parlar, bisogna dir la verità più tosto che la busia; ma la prudenza insegna a taser, quando la verità ne pol far del mal.
BRIGH.
La ghe daga anche ella qualchedun de sti boni arrecordi.
PANT.
No ve dubitè; lo tratterò come se el fusse un mio fio.
BRIGH.
Sielo benedetto, el me consola.
Vado a consolarlo anca lu, e lo mando qua.
(E po subito corro da siora Beatrice, a remediar, se posso, quell'altro mal).
(da sé) Mi per natura son inclinà a far del ben, e a chi m'ha fatto del ben a mi, ghe daria per gratitudine anca el sangue delle mie vene.
(parte)
SCENA SECONDA
PANTALONE solo.
PANT.
Brighella xe un omo de cuor, e l'esempio dei boni dispone i altri a far ben; anca mi son inclinà a soccorrer i bisognosi, e l'ho fatto volentiera co sior Ottavio, ma le so male grazie me l'aveva fatto scartar.
Brighella me torna a pregar, e me torna a mover a compassion; dove che posso l'agiuterò, ma in casa mia no certo.
SCENA TERZA
OTTAVIO e detto.
OTT.
Servitor umilissimo, signor Pantalone.
(mortificato)
PANT.
Coss'è, sior? Seu mortificà?
OTT.
Assai.
PANT.
Vostro danno.
Chi v'ha insegnà a parlar co le putte cussì da matto?
OTT.
Sono una bestia, lo confesso.
L'ho però fatto senza malizia, ve ne domando scusa.
PANT.
Vardè se gh'avè giudizio: in tempo che geri qua per far un conto che v'aveva dà da far, lassè el conto da banda, e ve perdè in pettegolezzi?
OTT.
Per carità, non mi mortificate d'avvantaggio.
Il conto, signore, eccolo qui.
PANT.
Elo fatto? (lo prende)
OTT.
È fatto.
PANT.
(Osserva, e legge piano, borbottando, poi dice) Bon, pulito, el conto va ben: diseme, caro sior Ottavio, da galantomo e da omo d'onor.
Sto conto l'aveu veramente fatto vu?
OTT.
Da galantuomo? Da uomo d'onore? Con questi scongiuri? Non l'ho fatto io.
PANT.
Ma donca, con che idea ve seu esebìo de vegnir in tel mio negozio, se no sè franco de sta sorte de conti?
OTT.
Vi dirò.
Di conti ho qualche infarinatura.
Qualche talento io l'ho, sperava in poco tempo francarmi, e non credeva che così subito mi dovesse arrivar addosso un conteggio sì stravagante.
PANT.
Vedeu, sior Ottavio? Anca questa la xe poca prudenza esponerse a far una cossa che no se sa, sul fondamento de dir gh'ho del spirito, imparerò.
OTT.
E pure col tempo imparerò.
PANT.
Sì, imparerè, e invece de pagar el maestro, vorressi trovar un minchion che ve pagasse vu.
OTT.
Ma caro signor Pantalone, se voi mi abbandonate, io son disperato.
Brighella vi avrà detto...
PANT.
Brighella m'ha dito tutto, e el m'ha parlà de vu con tanto amor, e el m'ha tanto savesto dir, che m'ho impegnà de assisterve in quel che posso.
OTT.
Signore, per amor del cielo.
PANT.
Gran obligazion gh'avè con Brighella, el xe un gran bon omo.
OTT.
Sì, è vero.
È un uomo di buonissimo cuore.
Ha i suoi difetti, ma il fondo è buono.
PANT.
Ma che difetti gh'alo?
OTT.
È ignorante, ostinato, per altro poi è un buonissimo galantuomo.
PANT.
Vu però de un vostro benefattor no doveressi gnanca parlar cussì.
OTT.
A dir i suoi difetti, non fo torto alle sue virtù; quel ch'è buono, è buono, quel ch'è cattivo, è cattivo, e non si può nascondere la verità.
PANT.
Ma vol la prudenza, che se loda el ben, e che se tasa o che se dissimula el mal.
OTT.
È vero, avete ragione; da qui avanti lo voglio fare.
Voglio mettermi anch'io sull'aria dell'adulare.
PANT.
No dell'adular, ma del parlar con cautela, con civiltà, con respetto.
OTT.
Lo farò, lo farò certamente.
PANT.
Se lo farè, sarà ben per vu.
OTT.
Caro signor Pantalone, che cosa farete per me? In che cosa m'impiegherete?
PANT.
Diseme un poco, se ve mettesse per fattor con un mio amigo, ghe anderessi?
OTT.
Oh sì, sarebbe un impiego tagliato al mio dosso.
PANT.
Come stemio d'economia?
OTT.
Oh signore, ho imparato a mie spese: per non abbadare all'economia, ho distrutto un patrimonio di quattromila scudi d'entrata.
PANT.
Bon negozio!
OTT.
Ma ho imparato a mie spese.
Mi regolerò.
PANT.
Eh fio caro, chi no ha savesto deriger la roba soa, no saverà gnanca deriger quella dei altri.
Ve diletteu gnente de zogar?
OTT.
Oh, non giuoco più.
PANT.
Ma avè zogà.
OTT.
Pur troppo.
Il giuoco mi ha rovinato.
PANT.
Quanto xe che no zoghè più.
OTT.
Un pezzo.
Saranno...
quattro mesi.
PANT.
Che vol dir da dopo che no gh'avè bezzi.
OTT.
Oh, non giuoco più.
PANT.
Sior Ottavio caro, no so se abbia da dirve in sto proposito, che siè sincero o imprudente, ma la descrizion che andè facendo da vu medesimo, fa cognosser che no sè omo da manizzar.
OTT.
Certo che avrei piacer d'un impiego, in cui non si maneggiasse denaro.
L'occasione alle volte fa prevaricare.
PANT.
Bravo.
Za v'ho capio.
Ma in cossa ve poderessi impiegar? I vostri studi quai xeli stadi? A cossa aveu applicà?
OTT.
Io ho studiato di tutto.
Ho applicato a tutto, e so un poco di tutto.
PANT.
Vedeu? Anca questo xe mal.
Savè un poco de tutto, ma no saverè gnente che staga ben; l'omo che gh'ha giudizio, el studia ben una cossa sola, el se applica a quella principalmente, e se l'impara qualche altra cossa, el se la fa servir de divertimento, e nol confonde le profession.
OTT.
Io applicherei volentieri alla letteratura.
PANT.
Anderessi per segretario?
OTT.
Oh sì, volentierissimamente.
PANT.
Lassè far a mi, parlerò al conte Asdrubale: lo conosseu?
OTT.
Lo conosco, egli ha bisogno di segretario.
PANT.
Savè che el ghe n'ha bisogno?
OTT.
E come! È un ignorantaccio che non sa né leggere né scrivere; anderò con lui.
PANT.
E cussì parlè de ello?
OTT.
Lo dico a voi in confidenza; non mi sente nessuno.
PANT.
Oh, voleu che ve la diga? Vedo che sè un pezzo de matto, e de vu no ghe ne vôi più saver.
OTT.
Ah signor Pantalone, se voi mi abbandonate, io mi do alla disperazione.
PANT.
Cossa voleu che fazza? No vôi per causa vostra aver dei disgusti più grandi de quei che ho abuo.
OTT.
Che cosa ho io da fare al mondo, se tutti mi discacciano, se mi disprezzano tutti?
PANT.
No gh'aveu siora Beatrice che vi assiste, che ve vol ben?
OTT.
Se voi mi abbandonate, anch'essa mi discaccia; son disperato.
PANT.
(Coss'oggio da far?) (da sé) Sentì...
femo cussì...
Se intanto ve contentè de quel poco che ve pol dar casa mia...
OTT.
Sì, signore, mi contenterò dell'avanzo dei vostri servi.
PANT.
Via, quieteve.
No ve manderò via: se el cielo no ve provvede, magnerè quel poco che ghe sarà.
OTT.
Oh siate benedetto! Mi contenterò d'ogni cosa.
In casa non vi sarò disutile.
Avrò gli occhi alla vostra economia, alla vostra servitù.
PANT.
No, vu no ve n'avè da impazzar.
OTT.
Signore, voi ne avete di bisogno.
Il vostro spenditore vi ruba; lo so di certo.
PANT.
Ma come lo saveu?
OTT.
Giuoca, ha una pratica, è un briccone, e so che certamente vi ruba.
PANT.
Furbazzo! Lo cazzerò via.
OTT.
E il cuoco va d'accordo con lui, e tutti vi rubano.
PANT.
Vu me mettè in t'una gran agitazion.
OTT.
In fatti è una cosa dura.
Voi siete un uomo così sottile che, come si suol dire, scortichereste il pidocchio per avanzar la pelle, e quei bricconi vi rubano!
PANT.
Sior Ottavio, questa xe un'insolenza.
Mi scortegar el peocchio?
OTT.
Per amor del cielo, non ve ne offendete.
Questo è un proverbio che si usa per ispiegare l'economia.
PANT.
Basta; per far ben, no vorave aver dei disgusti.
SCENA QUARTA
Lo SPENDITORE di Pantalone, e detti.
SPEND.
Signor...
(a Pantalone)
PANT.
Sior spenditor, sè vegnù a tempo.
SPEND.
Signore, presto, per amor del cielo...
PANT.
Coss'è stà?
SPEND.
La signora Rosaura...
Oimè!
PANT.
Presto, cossa xe stà?
SPEND.
È fuggita di casa, e non si sa dove sia; solo si è rilevato aver ella chiesto ad un bottegaio dove sta di casa il signor Florindo.
PANT.
Oh poveretto mi! Presto, mandèghe drio.
SPEND.
Subito.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE ed OTTAVIO
PANT.
Sentìu? Per causa vostra.
(ad Ottavio)
OTT.
Io non l'ho più veduta.
PANT.
Ah desgraziada! Se la trovo, la scanno.
OTT.
Prudenza, signor Pantalone, prudenza.
PANT.
Bisogna trovarla, e far che subito sior Florindo la sposa.
Questa xe la maniera de salvar la reputazion della casa.
OTT.
Ma non convien che si sappia; badate bene che nessuno lo dica.
PANT.
Avviserò tutti che i tasa.
Vu, sior Ottavio, che sè facile de lengua, no lo disè a nissun.
OTT.
Non vi è pericolo.
Sono un uomo, e non sono un ragazzo.
PANT.
Voggio andar mi a cercarla.
OTT.
Anderò ancor io.
PANT.
Chi mai avesse dito, che quella putta così innocente...
OTT.
Che innocenza! È maliziosissima.
PANT.
No xe vero.
La opera con semplicità.
OTT.
Voi la credete semplice, ed io dico ch'ella è finta e doppia, di mal cuore e di pessima inclinazione.
(parte)
PANT.
Sentì come el parla de mia fia.
Ma dove sarala andada? Gran pericoli, gran suggizion xe le putte in casa! Spiritose mal, ignoranti pezo.
Brutte, desgrazia; belle, travaggi.
Oh donne, desperazion dei padri, tormento dei marii, precipizio della povera zoventù! (parte)
SCENA SESTA
Camera di Beatrice.
BEATRICE e BRIGHELLA
BRIGH.
Siora Beatrice, la creda sicuramente che sior Ottavio gh'ha per ella tutta la stima, tutto el rispetto e tutto l'amor.
BEAT.
S'egli avesse della stima e dell'amore per me, non mi porrebbe in ridicolo com'egli fa.
BRIGH.
El gh'ha quel natural cattivo de dir la barzelletta co la vien, senza pensarghe suso.
Ma finalmente queste no le son cosse da far perder el merito a un omo de quella sorte.
BEAT.
In casa mia vuol far troppo da padrone, comanda con troppa autorità, strapazza troppo la servitù.
BRIGH.
Questo succede perché la servitù no fa stima de ello, finalmente l'è un omo civil; l'è abattù dalle disgrazie, ma l'è nato ben.
Le serve e i servitori gh'ha invidia, perché i lo vede dalla padrona amà e ben accolto.
I se tol della lib
...
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