IL CONTRATTEMPO, di Carlo Goldoni - pagina 8
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I se tol della libertà; lu l'è delicato, e nol li pol sopportar.
BEATR.
Tutte le vostre scuse, tutte le vostre ragioni sono inutili.
BRIGH.
Donca l'ha rissolto de volerlo scazzar affatto?
BEATR.
No, non ho ancora risoluto di volerlo fare assolutamente.
Egli ha un altro difensore più tenero, che in suo favore mi parla.
BRIGH.
Chi èlo, signora?
BEATR.
Il mio cuore, il quale lo ha amato, e l'ama ancora pur troppo.
BRIGH.
Co la ghe vol ben, tutto se aggiusterà.
BEATR.
L'amo, è vero, ma non intendo che l'amor mio abbia da superare tutte le altre mie convenienze.
BRIGH.
Che vol mo dir, signora?
BEATR.
Vuol dire, che non soffrirò ch'egli mi perda il rispetto, che non verrà in casa mia se non colla condizione di conoscere i suoi doveri, e che non vi durerà lungamente, s'egli in Bologna non avrà un impiego conveniente, sicuro e durabile.
BRIGH.
Tutte ste cosse la le vederà in effetto.
Con ella el sarà umile e rispettoso, come se convien; in casa el starà con quella moderazion che se deve, e circa l'impiego, sior Pantalon m'ha assicurà, che senz'altro el lo averà quanto prima.
BEAT.
E il signor Lelio?
BRIGH.
Tutto è giustà.
BEAT.
Mi dispiace assaissimo l'inconveniente.
BRIGH.
Accidenti che nasce.
Ma ghe digo de certo, che tutto è accomodà.
BEATR.
Se il signor Ottavio avesse un poco più di prudenza, sarebbe adorabile.
BRIGH.
Qualcossa bisogna donar al temperamento delle persone.
Tutti avemo qualche difetto.
BEAT.
Ma i suoi sono troppo grandi.
BRIGH.
El se correggerà, no la se dubita.
La vederà.
SCENA SETTIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora padrona, un pazzo simile non l'ho mai veduto.
BEAT.
Di chi parli?
COR.
Del signor Ottavio.
BRIGH.
Coss'alo fatto?
COR.
Andate a vederlo, se volete aver gusto.
BEAT.
Dove?
COR.
È giù nella strada, che fa ridere quelli che passano.
Ha picchiato alla porta, e voleva entrare.
Io gli ho detto, per ordine vostro, che non gli doveva aprire...
BRIGH.
Una bella cossa! (a Corallina)
COR.
La padrona me lo ha comandato.
BEAT.
È vero, in atto di collera; e così, che cosa è stato?
COR.
Quest'uomo ha dato nelle smanie, si è messo a piangere...
BEAT.
In mezzo alla strada?
BRIGH.
Poverazzo! l'è innamorà.
COR.
Peggio; son passati di quelli che lo conoscono; gli hanno dimandato che cosa aveva, ed egli a tutti diceva: la signora Beatrice non mi vuole, mi ha scacciato di casa; son disperato.
BEAT.
Che pazzia è codesta?
BRIGH.
L'amor, signora, l'amor fa far de ste cosse.
Cara ella, per carità la permetta che el vegna su, la lo ascolta, la lo consola...
COR.
Eh, se è pazzo, vada a farsi legare.
BRIGH.
Vu no gh'intrè, siora.
Via, siora Beatrice, ghe va del so decoro, della so estimazion.
Finalmente cossa mai gh'alo fatto? La vede che l'è innamorà, poveretto, che per l'amor el fa de sta sorte de bestialità.
Vorla ridurlo all'ultima desperazion?
COR.
Con queste vostre ciarle...
BEAT.
Chetati.
Fatelo venire.
(a Brighella)
BRIGH.
Brava.
La usa st'altro atto de carità.
BEAT.
Sì, voglio usargli carità; ma per l'ultima volta.
Se torna ad irritarmi, ditegli che non vi sarà più rimedio.
BRIGH.
Ghe lo dirò.
La vederà.
No gh'è pericolo.
Vado subito.
(Anca questa ghe l'ho giustada, ma son debotto stufo anca mi).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
BEATRICE e CORALLINA
COR.
Signora padrona?
BEAT.
Che c'è?
COR.
Non ne avete avute abbastanza delle male grazie?
BEAT.
Bada a te.
COR.
Non parlo.
BEAT.
(Ancora l'amo ancora mi fa pietà).
(a sé)
COR.
(Ora si monterà in superbia).
(da sé)
BEAT.
Che dici?
COR.
Niente, signora.
Il signor Lelio è col braccio al collo.
BEAT.
Me ne dispiace.
Ma con il signor Ottavio si è pacificato.
COR.
Il signor Ottavio è fortunato.
SCENA NONA
OTTAVIO e dette.
OTT.
Signora, eccomi qui.
Vi domando perdono.
Scordatevi d'ogni mia debolezza.
Non mi private della vostra grazia, e se una volta mi faceste sperare le vostre nozze...
BEAT.
(Zitto, che diavolo dite?) (piano ad Ottavio, mostrandogli Corallina)
OTT.
(Maladetta costei! Non l'aveva veduta).
(da sé)
BEAT.
Vattene.
(a Corallina)
COR.
Sì, signora.
(Crede che non si sappiano i suoi pasticci: sì, sì, lo sposi, che le toccherà un bel terno).
(da sé, parte)
SCENA DECIMA
BEATRICE e OTTAVIO
BEAT.
V'ho pur detto, che niuno ha da sapere...
(ad Ottavio)
OTT.
Compatitemi: la passione, il dolore, la confusione mi avevano tolto la vista.
Eccomi qui, signora, eccomi nelle vostre braccia.
Voi mi potete dare la vita: voi mi potete dare la morte.
BEAT.
Se faceste capitale dell'amor mio, non sareste a questi passi venuto.
OTT.
Io vi amo colla maggior tenerezza del mondo.
BEAT.
Come si può accordar l'amor vostro colle insolenze che voi mi dite?
OTT.
Io non vi ho detto insolenze.
Siete voi, signora Beatrice, che interpretando le cose a rovescio...
BEAT.
Già, io sono una pazza.
OTT.
No...
compatitemi...
io sono uno stolido, che non sa parlare...
BEAT.
Orsù, lasciamo andare per ora.
Il signor Pantalone de' Bisognosi vi ha trovato l'impiego?
OTT.
Non l'ha trovato; ma lo troverà.
BEAT.
E intanto...
OTT.
Intanto vi dirò.
Sul dubbio che voi non mi voleste in casa, mi sono ad esso raccomandato, ed egli mi ha esibito l'alloggio, la tavola e tutto il mio bisognevole.
BEAT.
Dunque non avete più bisogno di me?
OTT.
Io? Sto con voi...
Quelle pietanze che mi potete dar voi, non me le può dare il signor Pantalone.
BEAT.
No, no, starete meglio coll'amabile compagnia della signora Rosaura.
OTT.
Eh, la signora Rosaura è andata...
BEAT.
Dov'è? In ritiro?
OTT.
Sì, altro che ritiro!
BEAT.
Vi è qualche novità?
OTT.
Novità non piccola.
È fuggita.
BEAT.
Quando? Come?
OTT.
Non sarà un'ora ch'ella è fuggita di casa, dietro certo Florindo degli Aretusi.
BEAT.
Lo conosco.
Oh diamine! Chi l'avesse mai detto, che quella giovane sì modesta, sì semplice...
OTT.
Se tanto fanno le semplici, figuriamoci poi che cosa faranno le spiritose.
BEAT.
(Mi pare impossibile).
(da sé)
OTT.
Ecco qui, anche questa ve la prendete per voi.
BEATR.
No, io non me lo sognava: ma voi mi mettete in malizia.
Dunque si può temer di peggio dalle spiritose.
OTT.
Da uno spirito regolato e prudente, siccome il vostro, non si può sperare che azioni buone, eroiche ed esemplari.
BEAT.
Grazie della burla.
OTT.
(Vorrei imparar a adulare, ma non ci ho grazia).
(da sé)
BEAT.
Che dice il povero signor Pantalone?
OTT.
Si dispera; ma suo danno.
BEAT.
Perché suo danno?
OTT.
Perché doveva maritarla.
Quando io l'ho esaminata a quattr'occhi, e le ho fatti certi discorsi, me ne sono avveduto benissimo, ch'ella voleva marito.
BEAT.
Avete avuto per lei dell'amore?
OTT.
Se avessi voluto! Ma! Non vi è pericolo.
Son tutto vostro.
BEAT.
(Non sono libera da' miei sospetti).
(da sé)
OTT.
Cara signora Beatrice, mi avete perdonato?
BEAT.
Sì, vi ho perdonato.
OTT.
Io, dopo che mi son veduta aprire la porta di casa, mi si è anche aperto il cuore, e giubbilo dall'allegrezza.
BEAT.
(Voglio assicurarmi).
(da sé)
OTT.
Ma voi siete lì ingrugnata, che parete la balia di Radamanto.
BEAT.
Grazioso al solito!
OTT.
Me la vo' mordere questa linguaccia del diavolo! (Non mi posso tenere).
(da sé)
BEAT.
(Anderò io dal signor Pantalone).
(da sé)
OTT.
Via, finalmente siamo soli.
Quando non vi è nessuno, datemi licenza ch'io possa dir qualche barzelletta.
BEAT.
Trattenetevi, signor Ottavio, che or ora torno.
OTT.
Andate fuori di casa?
BEAT.
Vo qui da una mia vicina.
Torno a momenti.
OTT.
Accomodatevi; ma non mi fate aspettar sino a sera.
BEAT.
Tornerò presto.
(Il cuor mi dice ch'io non gli creda).
(da sé, parte)
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO solo.
OTT.
Bisogna poi dirla, ch'io piuttosto son fortunato.
Per due o tre delle mie vivezze aveva perso in un giorno e la grazia di Beatrice, e quella del signor Pantalone; lode al cielo, ho ricuperata l'una e l'altra, e spero con questi due appoggi stabilire la mia fortuna.
Brighella in verità ha fatto assai per me, gli sono veramente obbligato.
A suo tempo lo saprò riconoscere.
Quando ne ho, non mi lascio vincer da nessuno.
Così avessi tenuto conto del mio, come ora sarei in grado di darne, e non di andare, si può dir, mendicando.
Eh, da qui innanzi averò giudizio; sarò cauto, sarò prudente.
SCENA DODICESIMA
CORALLINA e detto.
COR.
(Eccolo qui quel suggettaccio).
(da sé)
OTT.
Signora Corallina, la riverisco.
COR.
Serva sua divotissima.
(con ironia caricata)
OTT.
Padrona mia sguaiatissima.
COR.
È un signore molto grazioso vossignoria.
OTT.
I suoi riflessi signora.
COR.
Eh, io non sono né bella, né graziosa, né spiritosa.
OTT.
Ho tanto rispetto per lei, che non ardisco di darle contro.
COR.
Ma con tutto questo, ho più denari in tasca che lei.
OTT.
Oh senz'altro.
Fra il salario, gli avanzi di tavola, le chiavi della dispensa, quelle della cantina, qualche ambasciata, qualche viglietto amoroso, chi ha spirito fa denari.
COR.
Come! Io una ladra? Io una mezzana? Mi maraviglio di voi.
Sono una fanciulla onorata.
OTT.
Ditemi la verità, che cosa frutta più? La dispensa, la cantina, o l'acciarino? (fa il cenno di batter l'acciarino)
COR.
Cos'è questo battere l'acciarino? Con questa impertinenza offendete me, offendete la mia padrona.
OTT.
Ambasciate amorose a lei non ne avete mai fatte?
COR.
Signor no, mai.
OTT.
La vostra padrona è tanto sincera, che non le darebbe l'animo di dir così.
COR.
Sentite che impertinenza!
OTT.
Ma quando sarà mia moglie, vossignoria averà finito.
COR.
Si fanno dunque queste nozze?
OTT.
Si fanno, non si fanno...
Dico che se la signora Beatrice fosse mia moglie, le ambasciate sarebbero finite.
COR.
Eh sì, queste nozze si faranno senz'altro.
OTT.
Perché, signora?
COR.
Perché dice il proverbio, che le donne si attaccano sempre al peggio.
OTT.
Ella ha fatto così, quando ha preso voi per cameriera.
COR.
Povera padrona! se ne accorgerà.
OTT.
Non vi è pericolo che si accorga di niente.
COR.
No, perché?
OTT.
Non si è mai accorta d'avere una temeraria per serva.
COR.
È vero, è vero; non si accorge nemmeno d'avere alla sua tavola uno scroccone.
OTT.
Si accorgerà bene quando tu averai la testa in due pezzi.
COR.
Può essere che veda voi senza un occhio.
OTT.
Corallina! (minacciandola)
COR.
Signor Ottavio...
OTT.
Voglio usar prudenza.
COR.
Oh, la signora Prudenza voi non la conoscete.
OTT.
Sì, è vero, non sono stato prudente quando ho trattata voi da principio con troppa cortesia, con troppa confidenza.
Dice bene il proverbio: chi lava la testa all'asino, perde il ranno e il sapone.
COR.
È vero, la mia padrona ha fatto così con voi.
OTT.
Tu di questo pane ne mangerai poco più.
COR.
Se io non mangerò di questo, non me ne mancherà altrove.
Ma voi, se la padrona vi dà lo sbratto, anderete a far la birba.
OTT.
Povera sciocca! Io ho il signor Pantalone de' Bisognosi, che mi dà casa e tavola, e quanto voglio.
COR.
Io non vi credo una maladetta.
OTT.
A me non importa che tu lo creda o no.
COR.
Gli è che non lo crede nemmen la padrona.
OTT.
Sei una sciocca, ella lo crede, e lo sa di certo.
COR.
Se lo credesse, non anderebbe ella in persona dal signor Pantalone per assicurarsene.
OTT.
Vuol andar dal signor Pantalone?
COR.
Anzi vi è andata.
OTT.
Quando?
COR.
Ora in questo momento.
OTT.
(Diavolo! A far che?) (da sé)
COR.
(Oh, come è restato brutto!) (da sé) Avete paura che si scoprano le vostre bugie, eh!
OTT.
Sei un'impertinente.
Io non son capace di dir bugie.
COR.
Basta.
La padrona non vi crede.
OTT.
(Non vorrei ch'ella dicesse averle io confidato la fuga della signora Rosaura; ma non averà sì poca prudenza).
(da sé)
COR.
Certamente vi è qualche imbroglio.
OTT.
Presto, presto.
Anderò prima di lei.
(vuol partire)
COR.
Se ne va, signore?
OTT.
Padrona sì.
COR.
A rotta di collo.
OTT.
Giuro al cielo, ti romperò la testa.
COR.
Se ardirete toccarmi, povero voi.
OTT.
Lingua maladetta.
COR.
Scroccone, insolente.
(fugge sia)
OTT.
Eh, corpo di bacco.
(le corre dietro col bastone, glielo tira, e rompe lo specchio di dentro)
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO solo.
OTT.
Oh diamine! Ho rotto lo specchio grande.
Che dirà la signora Beatrice? Maladetta colei, per sua cagione...
Se potessi impedire che la signora Beatrice almeno non risapesse il modo...
ma intanto, se la signora Beatrice parla col signor Pantalone? Presto, ho perso del tempo soverchiamente.
Chi sa se arriverò più a tempo! Oh quant'imbrogli, quante disgrazie! piucché procuro di usar prudenza, sempre mi torna peggio.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE e ROSAURA
PANT.
Vien qua, vien qua, desgraziada.
Te vôi parlar a quattro occhi.
ROS.
Signor padre, non mi date.
Non lo farò più.
PANT.
Te par una bella azion quella che ti ha fatto? Andar fora de casa sola, co fa una matta, senza che mi, né nissun lo sappia? Andar a casa d'un zovene, che no xe to marìo? Lassar in t'un mar d'affanni el to povero pare? Metter a rischio la toa e la mia reputazion? Farte ridicola a tutto el mondo? Manco mal che nissun lo sa, che sior Florindo istesso, che gh'ha giudizio e fin de reputazion, t'ha tornà a menar da to pare, che col matrimonio se remedierà el desordene e quel che xe stà, xe stà.
Ma anca maridada che ti sarà, arrecordate che ste cosse le xe indegne de una donna onorata, che el respetto che prima ti portavi a to pare, da qua avanti ti l'ha da portar al marìo, che altri omeni no ti ghe n'ha da vardar, e sora tutto t'ha da premer l'amor del marìo, la pase della to casa, e la reputazion de tutta la to fameggia.
M'astu inteso? M'astu capìo?
ROS.
Il signor Florindo è restato di là?
PANT.
Sì! Tanto fa parlar con un legno.
Va là, el cielo te benediga, e el cielo ghe la manda bona a quel pampalugo che te sposerà.
ROS.
Signor padre, il mio sposo?
PANT.
El to sposo adesso el vegnirà.
(con caricatura)
ROS.
Mi burlate?
PANT.
Siben che la xe mia fia, la me fa una rabbia maledetta, e al sior Florindo la ghe piase: me par ancora impussibile.
SCENA QUINDICESIMA
Lo SPENDITORE e detti.
SPEND.
Signore, è qui il signor Lelio che vorrebbe riverirla.
PANT.
Patron, che el resta servido.
ROS.
Chi! Il mio sposo dov'è?
SPEND.
È andato fuori di casa.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
PANTALONE e ROSAURA
ROS.
Voglio andar ancor io.
PANT.
Estu matta?
ROS.
Ma io...
PANT.
Aspèttelo, che el vegnirà.
ROS.
Anderò intanto...
PANT.
A cossa far?
ROS.
A salutare la mia bambola.
PANT.
(Vardé che sesto de muggier!) Siora no.
Stè qua, (Se la lasso andar via, la fa qualche strambezzo.
No vedo l'ora che Florindo la sposa, e che el me leva sto spin dai occhi.
(da sé)
SCENA DICIASSETTESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Signore, scusate se vengo ad incomodarvi.
PANT.
Patron, me maraveggio.
In cossa la pòssio servir?
ROS.
(Signor padre).
(piano)
PANT.
(Cosse gh'è?)
ROS.
(Se il signor Florindo non torna, prenderò questo).
(piano)
PANT.
(Se pol sentir de pezo? Aspèttelo, che el tornerà).
(da sé) E cussì la diga, sior.
LEL.
Avete saputo l'insulto fattomi dal signor Ottavio?
PANT.
Ho savesto, e i m'ha anca dito, che tutto giera giustà.
LEL.
Io veramente ho donato tutto a un cavaliere che mi può comandare, ma colla condizione però, che Ottavio mi dovesse fare un atto di scusa in presenza del cavaliere medesimo e d'altri di lui amici.
Sono quattr'ore che sei cavalieri lo aspettano, ed egli non si è veduto.
Tutti sono irritati, ed hanno messo me in libertà di far qualunque risentimento.
So che voi proteggete codesto pazzo, e però, prima di risolvere cosa alcuna, per quel rispetto che a voi professo, vengo a dirvi, che se consigliato da voi non farà il suo dovere, farò io verso di lui quello che mi suggerirà il mio decoro.
ROS.
(Non ho inteso neanche una parola).
(da sé)
PANT.
Sior, la ringrazio della bontà che la gh'ha per mi.
Sior Ottavio l'ho assistìo e lo assisto per atto puro de bon amor, e col vegnirà, ghe parlerò, e quel che poderò far per la pase, per la giustizia, la se assicura che lo farò.
SCENA DICIOTTESIMA
Lo SPENDITORE e detti.
SPEND.
Signore, la signora Beatrice vorrebbe riverirla.
PANT.
Che la resta servida.
ROS.
È tornato il signor Florindo?
SPEND.
Signora no.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
ROSAURA, PANTALONE e LELIO
ROS.
Non torna mai.
Signore, siete sposo voi? (a Lelio)
PANT.
Zitta là.
(a Rosaura)
LEL.
No, signora, perché?
PANT.
La prego de parlar con mi.
La ferida xela cattiva?
LEL.
Il male della ferita è leggiero: ma l'azione è stata briccona.
Mi assaltò con una furia da disperato.
PANT.
E per cossa?
LEL.
Per gelosia di quella vedova, che ora viene da voi.
SCENA VENTESIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Perdonate, signore.
PANT.
La xe patrona.
BEAT.
(Come! Qui Rosaura? Ottavio dunque è bugiardo).
(da sé)
LEL.
Ecco, signora Beatrice: per causa vostra.
(le mostra il braccio)
BEAT.
Credetemi, che ho udito il caso col maggior dispiacere del mondo.
LEL.
Io sarò sempre in ogni modo adoratore del vostro merito.
BEAT.
Troppa bontà.
Favorisca, signor Pantalone: è vero che ella ha esibito al signor Ottavio la casa e la tavola?
PANT.
Siora sì, per atto de carità; perché scazzà da ella nol saveva più come far.
BEAT.
(Indegno! Voleva uscire da me, per avere la compagnia di Rosaura!) (da sé)
LEL.
Vi preme molto questo signor Ottavio.
BEAT.
Mi preme che il signor Pantalone gli dia ricovero, per liberarmene.
LEL.
Se così fosse...
PANT.
Ma mi non intendo farlo per sempre.
BEAT.
(Dica, signor Pantalone, perdoni la libertà.
È vero che la signora Rosaura sua figlia fosse fuggita di casa?) (piano a Pantalone)
PANT.
(Chi gh'ha dito sta cossa?) (piano a Beatrice)
BEAT.
(Mi è stata detta).
(come sopra)
PANT.
(Anca sì, che ghe l'ha dita sior Ottavio?) (come sopra)
BEAT.
(È la verità dunque?) (come sopra)
PANT.
(Oh tocco de desgrazià! Se pol far pezo! In casa mia no ghe lo voggio più).
(da sé)
BEATR.
(Ottavio non mi ha detto il falso.
Per questa parte non posso dir che sia reo).
(da sé)
LEL.
Cara signora Beatrice, se aveste della bontà per me.
BEAT.
A miglior tempo, signor Lelio.
(sostenuta)
PANT.
Oh che lengua! Oh che omo! Oh che desgrazià! Siora sì, za che el se sa, lo digo in pubblico, no scondo la verità.
Mia fia innamorada, debole de temperamento, e dolce de cuor, no vedendo el so sposo, la lo xe andada a trovar.
E per questo ala fatto un gran mal? El xe el so novizzo, e presto la lo sposerà.
E sto tocco de baron l'ha d'andar a disonorar mia fia e la mia casa, disendo che l'è scampada?
SCENA VENTUNESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Una parola, signora Beatrice.
PANT.
Cossa feu qua? Cossa voleu qua, sior chiachiaron, sior omo ingrato, senza prudenza e senza reputazion?
OTT.
A me?
PANT.
A vu, sior sì, a vu.
Cossa seu andà a dir a siora Beatrice?
OTT.
Di che?
PANT.
Che mia fia giera scampada via?
OTT.
V'era bisogno che lo veniste a dire al signor Pantalone? Ciarliera, imprudente.
(a Beatrice)
BEAT.
Indegno! A me si perde il rispetto?
OTT.
Se a voi ho fatto tal confidenza, non dovevate dirlo.
SCENA VENTIDUESIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora padrona.
Sapete che cosa ha fatto il signor Ottavio?
OTT.
Taci lì.
(a Corallina)
BEAT.
Che ha fatto?
COR.
Mi ha strapazzata.
Mi ha tirato un bastone, mi ha colpita nella testa, e poi ha rotto lo specchio.
BEAT.
Anche lo specchio?
OTT.
Ve lo pagherò.
COR.
Con quali denari?
OTT.
Maladetta! Me la pagherai.
SCENA VENTITREESIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Eccomi qui
ROS.
Eccolo, eccolo.
PANT.
Presto, deve la man da sposi.
FLOR.
Ma non volete aspettare...
(a Pantalone)
PANT.
No gh'è altro aspettar, subito deghe la man.
FLOR.
Per me son pronto.
Che dice la signora Rosaura?
ROS.
Io ve l'avrei data, che sarebbe un pezzo.
FLOR.
Ecco la mano.
ROS.
Sì, eccola.
PANT.
Sè mario e muggier.
Vedeu, siori? (a Lelio e a Beatrice) Per questo mia fia giera andada in traccia de lu, perché el doveva esser el so caro marìo.
E vu, sior tocco de desgrazià, che avè messo alla berlina do volte la mia reputazion, andè via de sta casa, e no ghe vegnì mai più, se no volè che ve fazza romper i brazzi.
OTT.
Signora Beatrice...
BEAT.
Beatrice non è più per voi.
La vostra temerità, la vostra audacia, scancella affatto ogni tenerezza che ho provata per voi: manderò qui le vostre robe.
PANT.
Qua no, la veda: qua nol ghe sta più.
COR.
Tutti i suoi mobili stanno in una calzetta.
BEATR.
Andiamo, signor Lelio.
(gli dà la mano) E voi, uomo ingrato, uomo di mal costume, che ardite vilipendere chi vi ha fatto del bene, non vi accostate più alla mia casa, se non volete ch'io vi faccia fare qualche brutto giuoco.
(Tremo nel dirlo, ma la mia reputazione lo vuole).
(da sé, parte)
LEL.
E degli insulti a me fatti, fuori di qui me ne renderai conto.
(parte)
COR.
Ah, ah, ah, signor scroccone! (ridendogli in faccia)
OTT.
Giuro al cielo, non mi insultare.
(le va contro; Pantalone lo tiene)
COR.
Eh chiacchierone, non mi cucchi più.
(parte)
FLOR.
Anche a me renderete conto...
PANT.
Gnente, lassè che el vaga; e no ve ne impazzè co sto matto.
FLOR.
Basta.
Ringraziate il signor Pantalone.
(parte)
ROS.
Sposo, Sposo, Sposo, (gli corre dietro, e parte)
OTT.
Ah signor Pantalone...
PANT.
No gh'è altro sior Pantalon.
Andè via de sta casa, se no volè che ve fazza portar.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
BRIGHELLA, PANTALONE ed OTTAVIO
BRIGH.
Cossa gh'è, coss'è stà? Sempre cosse nove.
OTT.
Ah Brighella, aiutatemi.
PANT.
Sì, aiutèlo sto omo grato, sto omo da ben, che po el dirà in premio dei vostri benefizi, che sè ignorante e ustinà.
BRIGH.
A mi sta roba?
PANT.
Brighella, menémelo via de qua; e za che vu sè stà quello che me l'ha introdotto, siè quello anca che lo fazza partir, se no volè véder un omo raccomandà da vu, andar via colla testa rotta.
Via, lengua de vacca.
(parte)
SCENA ULTIMA
OTTAVIO e BRIGHELLA
OTT.
Sono stordito.
Non so in qual mondo mi sia.
BRIGH.
Sior Ottavio, l'è finia.
Bisogna tor suso el bastonzello, e andarsene via da Bologna.
Per ultimo atto de carità, ve compagnerò mi fora della porta, acciò che chi avè offeso, no se vendica sora de vu, e siben che disè che son un avaro, ve darò anca qualche soldo, da viver tre o quattro dì.
OTT.
Ma che ho fatto di male? Non ho rubato, non ho ingannato il prossimo, non ho calunniato, anzi ho sempre detta la verità.
BRIGH.
Sior Ottavio, ve l'ho sempre dito, e ve lo digo per l'ultima volta.
Tutta la causa del vostro mal xe la vostra lengua imprudente.
OTT.
È vero: lo conosco, lo confesso, e mi merito peggio.
La natura mi ha dati doni bastanti per esser uomo di garbo.
La fortuna mi ha assistito per far comparsa nel mondo.
Ho avuti amici, ho avute protezioni ed aiuti; ma tutto ho perso per l'imprudente loquacità, la quale mi ha rovinato sempre con qualche miserabile Contrattempo.
Fine della Commedia
1 Il Museo d'Apollo, graziosissimo Poemetto di un dottissimo Cavaliere Veneziano, a cui è dedicata la Commedia trentesima di questa Edizione.
Per Francesco Pitteri.
Venezia 1754.
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