IL FILOSOFO INGLESE, di Carlo Goldoni - pagina 10
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Se ciò fia ver, son pronta...
MIL.
Madama, permettete.
(passa alla sinistra con un complimento.)
M.BR.
Milord, troppo gentile.
(con una riverenza.)
MIL.
Fo il mio dover.
Sedete.
(siedono su due scagni.)
M.BR.
Io vi dicea...
MIL.
Che pronta siete a gradir l'affetto...
M.BR.
Tutto, Milord, dirovvi, se aspetterete.
MIL.
Aspetto.
M.BR.
Veggo per mia cagione un innocente oppresso.
Jacob è un uomo dotto; lo stimo, io lo confesso;
E confessar volendo tutto il mio core appieno,
Eguale alla mia stima è l'amor mio non meno.
Strano non è che il merto mi abbia ferito il petto.
MIL.
Concludasi, madama.
M.BR.
Se aspetterete...
MIL.
Aspetto.
M.BR.
Strano non è ch'io l'ami questo felice ingegno,
Ma l'amor mio non passa della ragione il segno.
Non vo' colla mia mano, non vo' coll'amor mio
Precipitare un uomo saggio, discreto e pio.
Al regno d'Inghilterra io sarò debitrice,
S'ei parte per me sola dall'Isola felice;
E se per me l'opprime di una vendetta il pondo,
Io son la debitrice della sua vita al mondo.
Milord, che d'ira acceso più che di amore ha il seno,
Lontan vuol ch'egli vada dall'anglico terreno.
Milord, di cui non vidi un'anima più ardita,
Minaccia, s'ei non parte, di togliergli la vita.
Amor ciò non risveglia, ma provoca il dispetto...
MIL.
Dunque mi odiate.
(altiero.)
M.BR.
Aspetti, chi vuol saperlo.
MIL.
Aspetto.
M.BR.
Signor, che da Jacobbe, che da me si pretende?
Oltre il confin del giusto vostro voler si estende;
Ma prevaler se deve l'ardir, la prepotenza,
In noi ritroverete rispetto ed obbedienza.
Jacob non sarà mio, di ciò ve ne assicuro.
Non sarò di Jacobbe, a tutti i numi il giuro.
Bastavi ancor? Non basta: deggio esser vostra, è vero?
Lo sarò, della mano vi concedo l'impero;
Ma il cuor se pretendete, voi lo sperate invano.
(si alza.)
Non merita il mio cuore un barbaro inumano.
Di nozze dispettose, signor, se siete vago,
Eccovi la mia destra, sposatemi, vi appago.
Sfogate dell'orgoglio l'irascibile foco:
Se vostra mi volete, vostra sarò per poco.
Se a forza strascinata vedrommi al vostro letto,
Mi ucciderà, lo spero, la pena ed il dispetto.
E se natura ingrata mi riserbasse in vita,
Milord, son nata inglese, son di alma forte e ardita.
So la via di sottrarmi.
Basta; voi m'intendete.
Pensateci.
Son vostra, se tal mi pretendete.
MIL.
Madama...
SCENA DODICESIMA
Il signor SAIXON dalla bottega del libraio, i suddetti, e poi BIRONE.
SAI.
Di Jacobbe non dassi un uom simile: (alla Brindè.)
Saggio, discreto, onesto, giusto, prudente, umile.
La casa gli offerisco, ei franco la ricusa,
E di Milord lo sdegno è l'unica sua scusa.
Milord, mi conoscete, io francamente parlo.
Jacobbe è un uom da bene.
Mi preme di salvarlo.
Giustizia mi facea raccorlo nel mio tetto;
Ei degl'insulti ad onta, per voi serba il rispetto.
Ma ovunque egli sen vada, ovunque egli sen stia,
Jacobbe, vel protesto, Jacobbe è cosa mia.
Merita ben che voi cambiate in sen lo sdegno;
Che abbiate maggior stima di un uom ch'è di amor degno.
Dovreste far con esso quello che ho fatto anch'io:
Cento ghinee gli ho date or con un foglio mio.
Se amor vi dà molestia, spiegatevi con lei:
Se io fossi innamorato, almen così farei.
Amore in vita mia però non mi diè pena.
Milord, ci siamo intesi.
Madama, io vado a cena.
(entra in casa.)
MIL.
Ehi.
(alla bottega del libraio.)
BIR.
Signor.
MIL.
Di' a Jacobbe che venga qui.
BIR.
Signore...
(con timidezza.)
M.BR.
Ditegli ch'egli venga; non abbia alcun timore.
(Birone parte.)
Milord, nel vostro cuore che dice ora l'affetto?
MIL.
Nol so.
M.BR.
Saper vorrei...
MIL.
Se aspetterete...
M.BR.
Aspetto.
MIL.
(va a sedere sopra una panca.)
M.BR.
(Ah, voglia il ciel che in lui cambisi il rio consiglio.
La pace a noi si renda; e tronchisi il periglio).
(da sé, e siede.)
SCENA TREDICESIMA
ROSA sulla loggia con due lumi di cera custoditi dal vetro, con un Servitore, col quale vanno preparando una tavola per la cena del signor Saixon; e detti.
ROSA
Presto, qui si prepari per il padrone il desco;
A cena vuole andare, e vuol mangiare al fresco.
M.BR.
(Tarda Jacobbe ancora! Lo avran pure avvisato).
(da sé.)
ROSA
Dite al padron che venga, che tutto è preparato.
Questo arrostito bove, questo bodino inglese,
Son le vivande eterne, che si usano in paese.
Stupisco che il padrone non se ne stufi mai;
Ma s'egli mangia poco, il ber gli piace assai.
SCENA QUATTORDICESIMA
Masdama di BRINDÈ, milord WAMBERT, poi BIRONE.
M.
BR.
Birone? (chiama.)
BIR.
Mia signora.
M.BR.
Di' a Jacob che si aspetta.
BIR.
Ora glielo dirò.
(parte.)
MIL.
(Madama ha una gran fretta).
(da sé.)
SCENA QUINDICESIMA
Il signor SAIXON sulla loggia, col Servitore per servire a tavola; ed i suddetti.
SAI.
Oh, qui con questo fresco stasera mi consolo,
Sto ben quando la moglie mi lascia mangiar solo.
È meco indiavolata.
Qui non dovria venire.
Milord, cognata mia, volete favorire?
MIL.
(Si cava il cappello senza parlare.)
M.BR.
Al vostro dolce invito, signor, sono obbligata.
SCENA SEDICESIMA
Madama SAIXON sulla loggia, e detti.
M.SA.
In pubblico si cena? Che novità sguaiata?
SAI.
(Eccola qui).
(da sé.)
M.SA.
E a quest'ora?
SAI.
Un tondo anche per lei.
(al Servitore.)
M.SA.
Scoperti, ed a quest'ora, sol cenano i plebei.
Pure sarò forzata mangiar per la paura
Che non facessi poi patir la creatura.
(Il Servitore dà una sedia a madama Saixon, e le porta l'occorrente.)
SCENA DICIASSETTESIMA
JACOBBE dal libraio, ed i suddetti; poi GIOACCHINO.
JAC.
Eccomi, chi mi cerca?
M.BR.
Milord è che vi vuole.
(si alza.)
JAC.
Signor, sono da voi.
MIL.
Brevissime parole.
Di questi versi indegni siete l'autor creduto.
Scolpatevi.
(gli dà il foglio con i versi scritti contro di lui.)
SAI.
Milord, io bevo e vi saluto.
MIL.
(Si cava il cappello.)
JAC.
(Legge piano i versi.)
M.BR.
(Stelle, che sarà mai?) (da sé.)
JAC.
Signor, io vi assicuro
Che tai versi non feci.
MIL.
Giuratelo.
JAC.
Lo giuro.
SAI.
Che ha Jacob, che mi pare turbato più che mai?
JAC.
Autor di versi indegni presso Milord passai.
SAI.
In materia di versi anch'io son fortunato;
In grazia di madama, son stato regalato.
(fa vedere un foglio.)
Volete divertirvi? Or ve li manderò.
M.SA.
Non vo' che li mandiate.
SAI.
Ed io li getterò.
(getta il foglio nella strada.)
JAC.
(Lo va a raccogliere, e lo porta a Milord.)
M.SA.
Vedrete dei spropositi scritti da un babbuino;
Basta dir che di quelli è autor monsieur Lorino.
MIL.
Lorino autor di questi? (a madama Saixon.)
M.SA.
Li ha fatti non è un'ora.
MIL.
Dunque l'autor Lorino è di quegli altri ancora.
Date quel foglio a me.
(a Jacobbe.) Confronta in eccellenza.
M.BR.
Anche in ciò di Jacobbe è nota l'innocenza.
Chi mai poté accusarlo di critico insolente?
MIL.
Attendete.
Gioacchino.
(chiama accostandosi al caffè.)
M.BR.
Che mai gli cade in mente? (A Jacobbe.)
JAC.
Si vedrà.
GIO.
Che comanda?
MIL.
Panich si è qui veduto?
GIO.
Egli è per l'altra parte questa sera venuto.
MIL.
Venga qui.
GIO.
Sta trattando delle faccende sue
Col vecchio Emanuelle.
MIL.
Vengano tutti due.
(Gioacchino parte.)
Madama, non diceste che questi versi arditi
Da un vil filosofastro furono partoriti? (a madama Saixon.)
Di chi parlaste allora?
M.SA.
Di quelle rime belle
L'autore io mi credea che fosse Emanuelle.
MIL.
Si sentirà.
M.BR.
Jacobbe che vi predice il cuore?
JAC.
Che tutto sarà salvo, se salvo fia l'onore.
M.SA
Io bevo alla salute di quei che nel paese
Diranno un po' di bene del Filosofo Inglese.
JAC.
Madama assai mi onora.
SCENA DICIOTTESIMA
EMANUEL BLUK e maestro PANICH dal caffè, coi loro mantelli, ed i suddetti; poi GIOACCHINO.
EMA.
Eccomi, chi mi chiama?
PAN.
Venga qui, se vi è alcuno che favellarci brama.
MIL.
Sì, vi verrò io stesso.
Chi disse a te, impostore,
Che di tai versi indegni Jacob fosse l'autore?
PAN.
Milord, tu sei un grand'uomo.
Ora mi piaci più.
Mi piaci, che principii a ragionar col tu.
EMA.
(Zitto.
Non dir che io...) (piano a maestro Panich.)
MIL.
Rispondimi a dovere.
PAN.
Risponderò.
Quel foglio lasciami un po' vedere.
Larich...
Tanai...
ghitton...
son tutte cose belle!
Jacobbe n'è l'autore.
L'ha detto Emanuelle.
M.SA.
Emanuel sapea ch'erano di Lorino.
Io finsi per ischerzo, ma quegli è un malandrino.
EMA.
(Si va toccando la barba senza parlare.)
MIL.
Torbida gente indegna...
Ma il perfido Lorino
Dove sarà?
SAI.
Colui si ha da punir.
MIL.
Gioacchino.
(chiama.)
GIO.
Signore.
MIL.
Hai tu veduto monsieur Lorino?
GIO.
Ei parte;
E prima di partire lasciate ha queste carte.
Tutti son fogli eguali, pregommi dispensarli,
E venderli per poco, piuttosto che donarli.
M.SA.
Sentiam.
SAI.
Curiosità.
MIL.
Partì dunque il Francese? (a Gioacchino.)
GIO.
L'intesi contrattare del nolo e delle spese.
(parte.)
MIL.
(Legge.) Parto, perché non ha la poesia buon lume,
Dove la serietà trionfa nel costume.
Andrò dove si ammette la satira più fina,
Andrò...
Va pur là dove il diavol ti destina;
Odiansi in Inghilterra i pessimi scrittori.
A voi ora mi volgo ridicoli impostori.
(a Emanuel Bluk e maestro Panich.)
EMA.
(Col suo mantello si copre fino agli occhi.)
MIL.
E tu, che di tua bocca meco mentire ardisti, (a maestro Panich.)
Anima scellerata, pessimo fra i più tristi...
PAN.
(Anch'egli, osservando Emanuelle, si cuopre col mantello.)
MIL.
Copritevi la faccia col manto o colla mano,
Siete già conosciuti, ed il coprirvi è vano.
Io stesso coi ritratti vo' far di voi palese
L'effigie ed il costume per l'anglico paese;
Ed insegnare altrui, col vostro indegno esempio,
Sotto le spoglie umili come si asconda un empio.
M.BR.
Perfidi, scellerati.
JAC.
Alme mendaci e nere.
SAI.
Che bravo calzolaro!
M.SA.
Che perfido argentiere!
EMA.
(Fa cenno a maestro Panich di andar via.)
PAN.
(Si scioglie il ferraiuolo per parlare.)
EMA.
(Gli fa cenno di stare zitto, e parte.)
PAN.
(Torna a inferraiolarsi, e parte.)
SCENA DICIANNOVESIMA
Madama di BRINDÈ, Milord WAMBERT, JACOBBE MONDUILL, madama SAIXON, il signor SAIXON.
M.BR.
Il rossor li confonde.
JAC.
Non san che replicare.
M.SA.
Son furbi.
SAI.
Son bricconi.
MIL.
Io li farò esiliare.
JAC.
Signor, sperar mi fate, che rendermi giocondo
Possa il perdono vostro? (a milord Wambert.)
MIL.
Per or non vi rispondo.
Madama, io deggio a voi una risposta certa.
Lo stil con cui parlaste, odio da me non merta.
Colpa è del mio destino, se me voi non amate;
Non voglio violentarvi, in libertà restate.
Torno ad aver per voi, tratto dal sen l'affetto,
Come risolsi un tempo, la stima ed il rispetto.
M.BR.
Meno da un cuor gentile sperar non si potea.
Signor, se egli vi offese, dunque son io la rea.
(accennando Jacobbe.)
Attende anch'ei da voi una risposta onesta,
Che l'animi e il consoli.
MIL.
La sua risposta è questa.
(porge una carta a Jacobbe, e parte.)
SAI.
Mangiato ho a sufficienza.
Non voglio mangiar frutti.
(parte.)
M.SA.
Anch'io sto ben così.
La buona sera a tutti.
(parte.)
SCENA VENTESIMA
JACOBBE MONDUIL e madama di BRINDÈ.
M.BR.
Che sarà mai, Jacobbe?
JAC.
Oh provvidenza eterna,
Che il mondo e gli elementi e gli animi governa!
Milord con questa carta vuol dir che mi perdona,
Se colla firma sua mille ghinee mi dona.
Queste accettar non sdegno, queste che in guisa strana
Mi vengono offerite dalla pietade umana.
M.BR.
Io che farò per voi, anima invitta e forte?
JAC.
Basta non mi obblighiate ad esservi consorte.
M.BR.
Sì, di non esser vostra preso ho il più forte impegno;
Milord, or ch'è un eroe, di tal rispetto è degno;
Ma se di voi, Jacobbe, la mano esser non puote,
Vostro sarà il mio cuore, e vostra la mia dote.
Di quel che sopravanza al mio mantenimento,
A voi di donazione vo' a fare un istrumento.
JAC.
No, madama, fermate.
A me non si compete...
M.BR.
Voglio così, lo voglio, e a me non si ripete.
Gradite un innocente atto dell'amor mio:
Di amor più non si parli; più non ci penso.
Addio.
(parte.)
SCENA ULTIMA
JACOBBE MONDUILL solo.
JAC.
Dolce Filosofia, mio nume e mio conforto,
Sei tu l'unica stella, che mi ha guidato al porto.
Misero me! se scosso delle passioni il freno,
Mi avessi abbandonato ai loro moti appieno,
L'ira potea condurmi de' precipizi al segno;
Questo de' miei nemici era il più forte impegno.
L'arte di rovinare un uom senza delitto,
È renderlo coi torti ingiustamente afflitto;
E far che i suoi disastri gli tolgan l'intelletto,
E perda per miseria la fede e il buon concetto.
Non così avviene a quelli che, in mezzo alle sventure,
A fronte agli inimici, sono anime sicure.
Trattano gl'insolenti con saggia indifferenza,
In guardia mantenendo l'onore e l'innocenza.
Ecco lo stil che giova, ecco lo stil che apprese
Per reggere se stesso un Filosofo Inglese.
Se agli uomini ben nati grata lezione è questa,
Le voci applaudiranno, le mani faran festa.
Fine della Commedia.
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