IL FILOSOFO INGLESE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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(Ah, mi pone in sospetto).
(da sé.)
EMA.
Egli, quell'uom sì saggio, molle del pari e avaro,
Della vedova insidia il cuore ed il danaro.
E l'ignorante volgo, che a tutto presta fede,
Quel ch'è passione in loro, virtù figura e crede.
MIL.
Qual fondamento avete per sostener tai detti?
EMA.
Lo so.
Questo ti basti.
MIL.
Ponn'essere sospetti.
EMA.
Non mentono i miei pari.
Quando per noi si dice
Questa tal cosa è vera, nessun ci contradice.
Una parola nostra val più di un istrumento,
La fè che a noi si presta, prevale al giuramento.
Jacobbe è un menzognero.
È ver, perché io lo dico.
(Jacobbe è un temerario.
Jacobbe è un mio nemico).
(da sé; entra nella bottega del caffè.)
SCENA QUINTA
Milord WAMBERT
MIL.
Jacob fosse mendace? fosse mentito il zelo?
La sua passion coperta della virtù col velo?
Emanuel è villano, stimato sol dai sciocchi;
Ma in caso tal può darsi ch'ei sappia e mi apra gli occhi.
Più che ci penso, il temo.
Madama di Brindè
Per esser letterata, donna non fia per me?
M'insulta, mi disprezza, e con sereno ciglio
Un tradimento infame maschera col consiglio?
Ah, se ne fossi certo...
ma non lo sono ancora
Di assicurarmi il modo ritroverò in breve ora,
E se egli fia maestro d'inganni e tradimenti,
Termineran, lo giuro, le tesi e gli argomenti.
(parte.)
SCENA SESTA
Il signor SAIXON dalla porta della di lui casa, poi GIOACCHINO.
SAI.
(Dalla porta della sua casa esce, e va a sedere sopra una panca della bottega del caffè.)
GIO.
(Gli porta una pipa da fumare, e senza dir nulla, ritorna in bottega.)
SAI.
(Fuma e non parla.)
SCENA SETTIMA
Madama SAIXON, sopra la loggia, e detto; poi GIOACCHINO.
M.SA.
Caro signor marito, parte senza dir nulla,
Esce di casa, e tosto col fumo si trastulla?
SAI.
Che volete?
M.SA.
Due doppie.
SAI.
Gioacchino.
(chiama.)
GIO.
Signor mio.
SAI.
A madama mia moglie.
(dà due doppie a Gioacchino.)
M.SA.
Vi rendo grazie.
SAI.
Addio.
M.SA.
Impiegar io le voglio...
SAI.
Non vi domando in che.
M.SA.
In un ventaglio indiano.
SAI.
Lo raccontate a me?
M.SA.
Ora per Gioacchino vel mando, e voi direte
Se faccio buona spesa, se val queste monete.
Sostiene mia sorella ch'è brutto, e la ragione
Fonda perché gli manca disegno e proporzione.
Ella le cose dotte soltanto approva e loda,
Io soglio lodar tutto, basta che sia alla moda.
(si ritira.)
SCENA OTTAVA
Il signor SAXON, poi BONVIL marinaio.
SAI.
Gran donne! i lor pensieri, le cure ed i travagli
Consiston nelle cuffie, nei nastri e nei ventagli.
Prenda il danaro, e taccia: io bado ai fatti miei;
Se la mia moglie è pazza, non vo impazzir con lei.
BON.
Signor.
(al signor Saixon.)
SAI.
Che ci è?
BON.
Le botti son tutte caricate.
Le polizze di carico?
SAI.
Son qui, le ho preparate.
BON.
Speditemi, signore, il capitan vi prega.
SAI.
Andiam, farò più presto qui dentro la bottega.
(si alza per entrare in bottega.)
SCENA NONA
GIOACCHINO di casa e detti.
GIO.
Dite, signor...
(al signor Saixon.)
SAI.
Che vuoi?
GIO.
Ecco il ventaglio.
SAI
È quello?
GIO.
Sì, signore.
SAI.
A madama di' che lo compri, è bello.
(entra, senza guardarlo, con Bonvil nel caffè.)
SCENA DECIMA
GIOACCHINO, poi ROSA nella loggia.
GIO.
Bello senza vederlo! Mi piace, non vi è male;
Ma io per riportarlo non voglio far le scale.
All'uscio picchierò.
(batte alla porta.)
ROSA
Chi picchia così forte?
GIO.
Son io, bella Rosina.
ROSA
Il diavol che vi porte.
Che vuoi?
GIO.
Questo ventaglio dare alla tua padrona.
ROSA
A quale delle due?
GIO.
Io credo alla men buona.
ROSA
Non lo darò a nessuna, se ben non vi spiegate,
Perché son tutte due cattive indiavolate.
Una colla dottrina la servitù confonde;
L'altra minaccia e sgrida chi presto non risponde.
Guardate se trovaste per me qualche partito.
GIO.
Casa, vorrete dire.
ROSA
O casa, ovver marito.
GIO.
S'io fossi di altra etade, accetterei l'impegno;
Ma far queste fatture per altri non mi degno.
SCENA UNDICESIMA
Madama SAIXON sulla loggia, e detti.
M.SA.
Con chi ciarli? (a Rosa.)
ROSA
Gioacchino dee rendere un ventaglio;
Prendendolo, temea commettere uno sbaglio.
M.SA.
Prendilo, ch'egli è mio.
ROSA
Calerò giù il cestino.
(Cala il cesto.)
GIO.
Eccolo.
(mette il ventaglio nel cesto.)
ROSA
Un'altra volta vieni un po' su, carino.
(sottovoce a Gioacchino.)
M.SA.
Lo vide mio marito? che disse? gli è piaciuto?
GIO.
Disse ch'egli era bello, ma inver non l'ha veduto.
M.SA.
Non l'ha veduto, e il loda? Mi burla e mi deride?
Questa sua flemma indegna è quella che mi uccide.
Voglio stracciarlo in pezzi.
(straccia il ventaglio.)
ROSA
Signora, oh che peccato!
M.SA.
Or che mi son sfogata, lo sdegno mi è passato.
(si ritira.)
ROSA
Gioacchino, ti saluto.
Ricordati di me.
GIO.
Son troppo ragazzetto; non sono ancor per te.
ROSA
Voglimi bene, e cresci, che io ti aspetterò.
GIO.
Quando sarò cresciuto, allor risponderò.
ROSA
A costo di aspettare, voglio pregare il cielo,
Che in sposo mi conceda un uom di primo pelo.
(si ritira.)
SCENA DODICESIMA
Madama di BRINDÈ dalla propria casa.
Maestro PANICH calzolaio la incontra,
con un paio di scarpe in mano
M.BR.
(nell'uscire incontra Panich.)
PAN.
Il cielo ti consoli, madama di Brindè:
Eccoti le tue scarpe, venivo ora da te.
M.BR.
Panich, il mio costume superbo unqua non fu;
Ma è strano a un calzolaio complimentar col tu.
PAN.
Compatisci, madama, questo è lo stile mio;
Sono, se non lo sai, filosofo ancor io.
M.BR.
Filosofo anche voi? Me ne rallegro assai,
Voi sosterrete in Londra l'onor de' calzolai.
A forza di argomenti difender col grembiale
Potrete, che il far scarpe sia un'arte liberale.
PAN.
Per tale la sostengo in teorica e in pratica:
Convien per far le scarpe saper di matematica.
Il cuoio si dispone con peso e con misura,
E nell'unir le parti ci vuol l'architettura.
M.BR.
È vero, non lo nego, lo dice anche Platone:
Architettura è ogni arte che ha forma e proporzione.
Mostratemi le scarpe, che avete a me portate.
PAN.
(Le mostra le scarpe.)
M.BR.
Oh signor Archimede, son male architettate.
Una è di ordin toscano, e l'altra è di composito:
Vitruvio non insegna a far questo sproposito.
PAN.
Questa è una nuova moda, ed è invenzione mia
Paion fra lor discordi, ma sono in armonia.
Cotesta alza un pochino, quell'altra un po' degrada;
Ma fanno un bel vedere di giorno in sulla strada.
Basta avvertir che sempre si deve nel cammino
Alzar prima il piè dritto, e poscia il piè mancino.
M.BR.
Dovrei prender maestro di musica e di ballo,
Per andar a battuta, senza por piede in fallo?
Caro maestro mio, filosofo e architetto,
Lodo l'invenzion vostra, ma per me non l'accetto.
Voglio una scarpa buona, che al piede ben mi stia,
Che abbia delle altre scarpe l'usata simetria.
(gli rende le scarpe.)
PAN.
Sì, sì, l'ho sempre detto, che far le scarpe a donna
Lo stesso è che di fango dorare una colonna.
Non vagliono puntelli, non vagliono ornamenti,
Se guasto è il capitello, la base e i fondamenti.
M.BR.
Olà, che ardire è il vostro? Portatemi rispetto.
PAN.
Un uom della mia sorte ha il ius di parlar schietto;
Un uom che la tomaia misura colla squadra,
Che del tallon di cuoio anche il circolo quadra,
Che insegna col compasso le regole ai garzoni,
Che sa da un punto all'altro serbar le proporzioni;
Un uom, che su tale arte ha scritto due volumi,
Esente va per tutto da incomodi costumi.
Col tu parla con tutti, va e vien quando gli pare,
Ed ha la sua licenza ancor di strapazzare.
M.BR.
Ma non avrà per questo la firma o la patente,
Che vaglia a mantenerlo dalle disgrazie esente.
Potrebbe un che le cose a misurar si è dato,
Essere da un bastone sul dorso misurato.
(entra nella bottega del libraio.)
SCENA TREDICESIMA
Jacobbe Monduill dal libraio incontra madama Brindè con cui si ferma alcun poco ragionando e complimentando, e nel medesimo modo si avanzano, mentre maestro PANICH favella.
PAN.
Azion sarebbe questa da gente ardita e stolta,
Ma non sarebbe poi per me la prima volta.
Spiacemi che gettate ho invano le parole:
Le scarpe son mal fatte, madama non le vuole.
Ma troverò alcun'altra, che avrà la tolleranza
Di prenderle e stroppiarsi, credendole all'usanza.
Ah, ah, la vedovella col satrapo di Atene!
Non voglio esser veduto, andarmene conviene.
Colui di me si ride, sostien ch'io non so nulla;
Ma affé, la faccio bella, se il capo un dì mi frulla;
La lesina adoprando, se altra ragion non vale,
Gli fo toccar con mano, che la natura è frale;
Che piccola puntura, che piccola ferita
Ad un filosofone può togliere la vita.
Vuò ritirarmi intanto a leggere i foglietti,
Oggi più non lavoro, e chi ha ordinato, aspetti.
(entra nella bottega del caffè, e s'interna.)
SCENA QUATTORDICESIMA
JACOBBE MONDUILL e madama BRINDÈ.
JAC.
Madama, un vostro cenno mi avrebbe a voi portato,
Senza che il vostro piede si avesse incomodato.
Esser certa potete che ogni momento, ogni ora,
Madama di Brindè fia di Jacob signora.
M.BR.
Con voi già lo sapete se io parlo volentieri:
Starei, se lo potessi, con voi de' giorni intieri;
Ma temo che il distorvi da' vostri studi gravi,
Saggio, discreto amico, vi scomodi e vi aggravi.
Non vi credea stamane ancor quivi arrivato,
Ed era al vostro studio il passo mio addrizzato.
JAC.
Che avete a comandarmi?
M.BR.
Un dubbio mi frastorna:
Il calcolo del sole di Newton non mi torna.
In quello di Cartesio vi trovo più ragione:
Vorrei che mi dicesse Jacob la sua opinione.
JAC.
Madama, voi sapete che tutti a braccia aperte
Hanno approvato in Londra di Newton le scoperte;
E tanto il suo sistema pel mondo si è diffuso,
Che le dottrine antiche sono di pochi in uso.
Anche del sesso vostro, per contentar le brame,
Evvi il Newtonianismo formato per le dame:
Opera peregrina di un veneto talento,
Della filosofia decoro ed ornamento.
M.BR.
Il calcolo de' cieli trattiene i miei pensieri,
Mi piace con un quattro levar sessanta zeri.
Sento che un ciel dall'altro lontano è più milioni,
Ma ancor della distanza non trovo le ragioni.
JAC.
Piacemi che madama nello studiar s'impieghi,
E di tante altre a scorno, l'ozio detesti e neghi:
Ma perdonate, il cielo troppo è da noi distante;
Filosofar possiamo sull'erbe e sulle piante.
La terra, il mar, la luce, il mondo e gli elementi
Di studio e di scoperte ci porgon gli argomenti;
E rende più contento, e reca più diletto,
Allor che esperienza si unisce coll'effetto.
Tolgon macchine e vetri alla natura il velo.
Troppo da noi distante, troppo, madama, è il cielo.
M.BR.
Questo calcolo solo spianar vorrei; venite.
Poi le question dei cieli per me saran finite.
JAC.
Verrò.
Di compiacervi ho troppa obbligazione.
(Donna è alfin, benché dotta.
Ha un po' di ostinazione).
M.BR.
Favorite in mia casa.
JAC.
Ben volentier.
Madama,
Ho da narrarvi poi...
Evvi un milord che vi ama,
Che vi desia per moglie.
M.BR.
Questo signor chi è?
JAC.
È Milord Wambert.
M.BR.
Milord non è per me:
Non studia, non intende, non ha filosofia.
Per or di maritarmi non faccio la pazzia.
Ma quando la facessi...
Ho il cuor di virtù amico...
Basta, Jacob, andiamo.
Io so quel che mi dico.
(entra in casa.)
JAC.
Se mai di me parlasse, ella s'inganna assai.
Perder la libertade? No, non sarà giammai.
In lei virtude apprezzo, in lei beltà mi piace,
Ma quel che più mi preme, è del mio cor la pace;
E per quanto di donna discrete sian le voglie,
Sempre ad uomo che studia incomoda è la moglie.
(entra dalla Brindè.)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
JACOBBE MONDUILL dalla casa del signor Saixon, milord WAMBERT dalla strada s'incontrano
MIL.
Jacob, donde si viene?
JAC.
Dalla Brindè, signore.
MIL.
A far l'innamorato, o a farle il precettore?
JAC.
Né l'un, né l'altro.
In me di amar non vi è desio,
Né della donna saggia il precettor son io.
MIL.
Madama di Brindè sol nata è per gli eroi.
Non è per me.
JAC.
Vel dissi.
MIL.
Sarà dunque per voi.
JAC.
Perdonate...
MIL.
Scoperto finalmente ho l'arcano.
Jacob, la passion vostra voi nascondete invano.
Strano non è che il core vi abbian ferito e colto
Gli occhi di bella donna: chi non li teme, è stolto.
Mi maraviglio solo che ardite in faccia mia
Di mascherar l'affetto, di dirmi una bugia;
Che con mentito zelo, fingendo consigliarmi,
Da lei mi allontaniate a costo d'ingiuriarmi;
E col chiamarmi indegno di femmina sapiente,
Tacciate me di stolto, di uom che non sa niente.
Solita frase audace di voi filosofastri,
Che per follia credendo discendere dagli astri,
A chi vi rende onore, a chi vi ammira e crede,
Parlate con disprezzo, tradite sulla fede.
JAC.
Milord, molto diceste, voi m'insultaste assai;
Bastami che le ingiurie però non meritai.
Esamino me stesso, ho la coscienza illesa;
Questa è la mia ragione, questa è la mia difesa.
MIL.
Bella morale in bocca di chi a ragion s'incolpa:
Affetta la costanza, e reo non si discolpa.
JAC.
Di che son reo, signore?
MIL.
D'amor colla Brindè.
JAC.
Non l'amo, e s'io l'amassi, colpa l'amar non è.
MIL.
Colpa è l'amarla allora che di un amico il foco
Si ascolta, si consiglia, e poi si prende a gioco.
JAC.
Di audacia o di menzogna rimorsi al cuor non sento.
Calmi soltanto il vero; lo dissi, e non mi pento.
MIL.
Farò ben io pentirvi d'ogni mentita cura,
Se più vedrovvi audace andar fra quelle mura.
JAC.
In ciò di soddisfarvi, Milord, io non ricuso;
Mi avrò, per compiacervi, da quella casa escluso;
Ma una ragion che salvi l'onor mio, la mia fama,
Si ha da saper dal mondo, l'ha da saper madama.
Dicasi che Milord comanda che io non vada;
Non passerò, se il vieta, nemmen per questa strada.
MIL.
L'amor, lo sdegno mio non irritar cercate;
Scegliete il vostro meglio, e me non nominate.
JAC.
Deh lasciate che possa, Milord, senza sdegnarvi,
A pro dell'onor vostro l'amor mio ragionarvi.
Della vedova in casa andar più non degg'io;
Voi l'imponete, e questo bastar dee al dover mio.
Ma se il comando vostro nascondere cercate,
Di un tal comando è segno che voi vi vergognate.
Doppia di tal vergogna può esser la ragione:
O perché voi non siete della Brindè il padrone;
O perché, per esporre ai torti un uomo onesto,
Scarsissimo è il motivo, ridicolo è il pretesto.
Signore, in ogni guisa io taccio, e vi obbedisco;
Ma ingiusto è il voler vostro, ma per voi arrossisco.
MIL.
Jacob, qui non è d'uopo di argomentar sul fatto;
Giusto, sincero, onesto vi crederò ad un patto.
L'accesso con madama facile avete ogn'ora;
Ditele che Milord la venera e l'adora.
Ma no, megli' è ch'io stesso le dica i sensi miei.
Andiamo; in questo punto guidatemi da lei.
Voi, se fia ver che amiate più il mio che il vostro bene,
Datele quel consiglio che all'amor mio conviene.
Per me colle ragioni svegliate in lei l'affetto;
Parlate al di lei cuore, parlate all'intelletto.
Se in voi costanza vera in tal cimento i' vedo,
Dileguasi il sospetto; Jacob, tutto vi credo.
JAC.
Rispondere, signore, a ciò mi fia permesso,
Che un cavalier per tutto ha libero l'accesso.
Di essere bene accolto da lei sicuro siete,
Di scorta e introduzione bisogno non avete.
Quella è la porta sua; si picchia, e poi si sale;
Sono, se nol sapete, brevissime le scale.
Madama è gentilissima, spiegatevi con lei.
Milord, cotali uffizi non son da pari miei.
(entra nella bottega del libraio.)
SCENA SECONDA
Milord WAMBERT solo.
MIL.
Né son per i tuoi pari, simulatore insano,
Di madama Brindè la stima, il cuor, la mano.
È ver, del merto mio la sola unica scorta,
Di quell'audace ad onta, può farmi aprir la porta.
Né chiesi a lui per questo di procurar l'accesso;
Ma per potergli il cuore esaminar dappresso.
Scaltro ricusa, e sfugge il periglioso impegno;
Ecco della sua colpa, ecco verace il segno.
(passa alla bottega del caffè.)
SCENA TERZA
EMANUEL BLUK, maestro PANICH dal caffè, ed il suddetto.
EMA.
Critica in questo foglio sol noi lo Spettatore.
PAN.
Gioco un paio di scarpe, che n'è Jacob l'autore.
MIL.
Merita una vendetta l'affronto del ribaldo;
La penserò, ma prima vo' che si scemi il caldo.
Decidere saprei qual merta in sul momento,
Ma su la mia passione le satire pavento.
Oggi non puossi in Londra trarsi un capriccio solo
Che dalla città tutta non sappiasi di volo.
Sonovi stipendiati de' scaltri osservatori,
Che stampano di tutti le favole e gli errori.
Util costume, è vero, che al pubblico ha giovato,
Ma che in angustia pone l'arbitrio del privato.
EMA.
Milord, buon giorno a te.
MIL.
Buon giorno, Emanuel mio.
PAN.
Milord, voltati in qua.
Ti do il buon giorno anch'io.
MIL.
Oh, signor calzolaro, gli son bene obbligato.
PAN.
Tu burli, e noi di cuore ti abbiamo salutato.
MIL.
Qual novità vi porta uniti in questo loco?
So pur, che accompagnati andar solete poco.
EMA.
Amiamo l'andar soli per acuir l'ingegno;
Ora ci siamo uniti per ben del nostro regno.
Vi sono cose grandi stampate in queste carte:
Milord, te pur vogliamo del nostro zelo a parte.
In mezzo ti prendiamo, non già per complimento.
Speriam che tu sarai del nostro sentimento,
Che un uomo ad un altro uomo usando un van rispetto,
Lo faccia per ischerno, o faccial con dispetto.
PAN.
Ti abbiamo preso in mezzo, Milord, perché siam due;
Ognun senza fatica vuol dir le cose sue.
Per altro già si sa, che siam tutti del paro,
L'orefice, il milord, il sarto...
MIL.
Ed il somaro.
PAN.
Se avesse come noi l'interno e la ragione,
Sarebbe anche il somaro di pari condizione.
MIL.
La coda, gli orecchioni, gl'irsuti peli suoi,
Non lo distingueriano da Emanuel e da voi?
PAN.
Sì, lo distinguerebbe...
EMA.
Basta così, parliamo
Di quel che preme, e il tempo prezioso non perdiamo.
Questo stampato foglio, lo dissi e lo ridico,
Offende il nostro regno, e il Re ch'è nostro amico.
Distruggere vorrebbe l'economia perfetta;
Esalta delle mode la pratica scorretta.
Condanna il vestir soglio de' nostri cittadini,
Consiglia il mal esempio seguir de' Parigini.
Dice che non conviene ai nobili e agli artieri
(Che già vuol dir lo stesso) vestir come i staffieri;
E trova gli argomenti, e trova la ragione,
Che ai sciocchi persuada la gala e l'ambizione.
Questo velen, pur troppo, serpe di tanti in seno,
Bisogno ha di riforma, di regola e di freno.
Noi fatichiam per questo, noi sparsi abbiam sudori,
Del lusso e delle mode noi siam riformatori.
Costui col nome falso di Filosofo Inglese,
Corrompe il buon costume, precipita il paese;
L'empio che il nome usurpa fra noi di Spettatore,
Jacobbe è Monduill, filosofo impostore.
MIL.
Dunque colui...
PAN.
Ti accheta.
Tocca parlare a me.
L'autor di questi fogli ora si sa chi è.
Tra le altre cose indegne, per suscitar litigi,
Accenna che son belle le scarpe di Parigi.
Le donne che aman sempre le cose forestiere,
Andranno anche le scarpe in Francia a provvedere;
E poscia, dalle piante passando agli altri arnesi
Le donne d'Inghilterra saran tutte francesi.
MIL.
Amici, se le mode, se il lusso detestate,
Se amate il ben comune, se gli usi riformate,
Perché da voi medesmi ricchi lavor si fanno,
Che recano dispendio, e apportano del danno?
Voi coll'argento e l'oro vi guadagnate il pane; (ad Emanuele.)
Voi nel formar le scarpe studiate mode strane.
(a Panich.)
Dunque dannoso è il lusso, saggi prudenti eroi,
Sol quando i compratori non spendono da voi!
EMA.
Questa ragion non vale: io sudo e mi affatico
In un metal di cui sono mortal nemico.
PAN.
A forza e per dispetto faccio le scarpe all'uso;
Detesto e maledico dei stolidi l'abuso;
Se in pratica tornasse la grossa scarpa antica
Maggior sarebbe il lucro, minore la fatica.
MIL.
Dunque...
EMA.
Rispondi a me.
Hai tu amicizia in Corte?
MIL.
A me, quando vi giungo, non chiudonsi le porte.
EMA.
Se sei buon cittadino, esponi al ministero
Il danno che alla patria può fare un menzognero.
Dall'isola si scacci costui che vuol dar legge,
Che sa palliare il vizio, e odiar chi lo corregge.
Avrai dai nostri amici pronto segreto aiuto.
Il ciel per me ti parla.
Pensaci.
Ti saluto.
(parte.)
MIL.
Addio.
SCENA QUARTA
Milord WAMBERT e maestro PANICH.
PAN.
Se a poco a poco si estirpano dal regno
Questi filosofoni, felici noi, m'impegno.
Noi siamo una brigata famosa ed erudita,
Che la filosofia l'abbiamo sulle dita:
Col mio grembial di cuoio, franco qual tu mi vedi,
Talor salir io soglio su scagno di tre piedi.
E stralunando gli occhi, e dimenando il collo,
Parlo qual s'io parlassi dal tripode di Apollo.
Mi odono a bocca aperta le femmine e i ragazzi;
Ho fatto più di cento finor diventar pazzi.
E dico, e lo sostengo, che al mondo non si dia
Più bel divertimento di quel della pazzia.
Impazzirai tu ancora, sol che colà mi veda.
Milord, io ti saluto.
Il ciel te lo conceda.
(parte.)
SCENA QUINTA
Milord WAMBERT solo.
MIL.
Che altri impazzir tu faccia, non è strano portento.
Verissimo è il proverbio: un pazzo ne fa cento.
Empi, maligni, astuti, mi porgono costoro
La via di vendicarmi con arte e con decoro.
Se a lor secrete trame unisco un caldo uffizio,
Vedrassi il mio nemico andare in precipizio.
Ma no, non fia mai vero, son cavaliere alfine,
Non deve la vendetta eccedere il confine.
Della Brindè io stesso voglio tentare il cuore.
Son vendicato assai, se mi promette amore.
Bastami che Jacobbe più oltre non ardisca;
Che l'opra coi consigli a me non impedisca.
Se con la bella unito a suo dispetto i' sono,
Bastami ch'egli peni, e ogni onta gli perdono.
Madama non dovrebbe sprezzar gli affetti miei;
Ragione ho di sperarlo.
Provisi.
Andiam da lei.
(s'avvia verso la casa.)
SCENA SESTA
Madama SAIXON di casa, servita di braccio da monsieur LORINO,
vecchio francese, ed il suddetto; poi GIOACCHINO.
MIL.
Oh, madama.
(incontrandosi colla Saixon, s'inchina.)
M.SA.
Milord.
(inchinandosi.)
LOR.
Vostro buon servitore.
(a Milord.)
MIL.
Monsieur Lorin.
(salutandolo.)
LOR.
Non siete, Milord, di buon umore.
M.SA.
Vedetelo, Milord, questo Francese antico,
Vecchio, senza denari, e del buon tempo è amico.
LOR.
Anche in età cadente, spogliato di ogni arnese,
Ha sempre il cuor brillante un nazional francese.
MIL.
E voi che l'allegria sopra ogni cosa amate,
Sol perché vien di Francia, da lui servir vi fate.
M.SA.
Povero vecchiarello, mi piace perché è fido,
Non se n'ha mal per niente, quando lo burlo e rido.
Io son così, mi piace talor prendermi gioco.
MIL.
I vostri adoratori con voi dureran poco.
M.SA.
Li cambio volentieri, e non ne sento affanno;
Monsieur Lorin, per altro, durato ha più di un anno.
MIL.
Un uom che va ramingo, lontan dal suo paese,
Soffre gl'insulti ancora, in grazia delle spese.
LOR.
Milord, mi maraviglio, non sono un disperato.
In Londra, come gli altri, anch'io sono impiegato.
Anch'io sono un di quelli che scrivono gazzette,
Che formano i Mercuri, che fan le novellette.
Coi critici miei fogli spesso mi faccio onore,
Li stampo sotto il nome anch'io di Spettatore.
Un ne ho stampato ieri, che un dì farà prodigi:
Ei parla delle mode che vengon da Parigi.
Colà si veste bene, colà ben si lavora,
E veniran fra poco di là le scarpe ancora.
MIL.
(Dunque del foglio ardito Jacob non è l'autore!
In ciò de' suoi nemici conoscesi il livore).
(da sé.)
M.SA.
Per me son persuasa.
Di Francia han da mandarmi
La seta per cucire, e l'acqua da lavarmi.
MIL.
Monsieur, del foglio vostro di già parlar s'intese:
Si vede, si conosce ch'è lo scrittor francese.
Londra non abbisogna di mode forestiere,
Ciascun degli operari sa fare il suo mestiere.
Nascono in Inghilterra nuovi lavori e strani,
Noi provediamo al lusso de' popoli lontani;
Ma l'aborrire il fasto, le gale e l'ambizione
Opra è del moderato spirto della nazione.
LOR.
Eh via, che l'Inghilterra...
M.SA.
Basta vecchietto mio,
Parlate con rispetto: son d'Inghilterra anch'io.
Milord, voi eravate vicino al nostro tetto.
Qual ragion vi conduce?
MIL.
La stima ed il rispetto.
M.SA.
Oh signor, troppo onore fate a una vostra serva, (inchinandosi.)
Che stima, che rispetto egual per voi conserva.
Se favorir volete, torniam; monsieur Lorino
Potrà, se ha qualche affare, andar pel suo cammino.
MIL.
Madama, tante grazie mi onorano non poco;
Ma io non soffrirei che mi prendeste a gioco.
Vi parlerò sincero.
Diretti i passi miei
Erano alla Brindè.
M.SA.
Bene, andate da lei.
Monsieur Lorino, a voi: fate il piacere, andiamo.
(si fa servire e passa al caffè.)
LOR.
Sì, madama, vi servo.
(le dà il braccio.)
M.SA.
Porta il caffè.
Sediamo.
(siedono con monsieur Lorino.)
MIL.
(Costei da me vorrebbe due grazie adulatrici:
Presso della Brindè non voglio altri nemici).
(passa al caffè.)
Madama, andar sospendo, se voi ve ne offendete;
Anzi col mezzo vostro...
M.SA.
Venite qui, sedete.
MIL.
Obbedisco.
(siede, restando Madama in mezzo.)
M.SA.
Il caffè.
Non lo portate a noi? (gridando forte.)
Con vostra buona grazia, lo pagherete voi.
(a Milord,; viene il caffè, e lo bevono.)
MIL.
Questo è un onor, madama.
M.SA.
Dunque la vedovella,
Milord, per quel ch'io sento, il cuore vi martella?
MIL.
Apprezzo il di lei merto, la sua virtude io lodo.
M.SA.
L'amate?
MIL.
Sì, il confesso.
M.SA.
Bravo, Milord, ne godo.
Voi siete di buon gusto, amate una gran gioia;
Scommetto che in tre giorni Brindè vi viene a noia.
MIL.
Perché?
M.SA.
Perché di lei stranissimo è il costume.
Svegliasi a mezza notte, si rizza e accende il lume.
Di libri è circondata, or prende questo, or quello;
Talor scrive nel letto, e suona il campanello:
La cameriera crede le sia venuto male,
Corre, ed ella le chiede un libro di morale.
Se di colei marito voi foste per destino
In letto vi farebbe servir di lettorino.
MIL.
Donna nel buon costume avvezza e addottrinata,
Potria quel che fa sola, non fare accompagnata.
LOR.
In Francia di tai donne non se ne trovan molte;
Non voglion per soverchio studiar divenir stolte.
Il giorno allegramente lo passan con piacere;
La notte cogli sposi san fare il lor dovere.
M.SA.
Viva monsieur Lorino.
LOR.
Viva madama in pace.
M.SA.
Milord, ridete un poco.
MIL.
Ridiam, come vi piace.
SCENA SETTIMA
Il signor SAIXON dalla bottega del caffè, con BONVIL marinaio; e detti.
SAI.
Va presto.
Il vento è buono.
Che sarpino a drittura.
BON.
Vado, signor.
SAI.
Buon viaggio.
BON.
Noi non abbiam paura.
(parte.)
SAI.
(andando verso casa vede sua moglie, e non dice nulla.)
M.SA.
Dove, signor marito?
SAI.
A desinare.
M.SA.
Ed io?
SAI.
Venite, se volete.
M.SA.
Non mi aspettate?
SAI.
Addio.
(parte ed entra in casa.)
M.SA.
Vedete? Ei non s'inquieta.
MIL.
Saixon è buono inglese.
LOR.
In questo va d'accordo la moda anche francese.
MIL.
È ver, ma con diversi principi di ragione:
Da noi si fa per comodo, da voi per soggezione.
SCENA OTTAVA
Madama di BRINDÈ dalla sua casa, BIRONE dalla bottega sua, e detti.
M.
BR.
(Esce di casa e senza osservare dalla parte del caffè, s'introduce in quella del libraio.)
M.SA.
Ecco la vedovella.
(A Milord.)
MIL.
Andrò, se il permettete...
(s'alza.)
M.SA.
Bella creanza!
MIL.
Io torno.
M.SA.
No, vi dico, sedete.
MIL.
(Soffro per poco ancora).
(da sé, e siede.)
M.
BR.
Digli che qui l'aspetto.
(a Birone.)
BIR.
Glielo dirò.
(entra in bottega.)
M.BR.
(Ridotto ho il calcolo perfetto).
(siede sulla panca dirimpetto al caffè.)
MIL.
(Si alza, e riverisce la Brindè.)
M.
BR.
(Si alza, e fa la sua riverenza.)
LOR.
(Si alza anche lui, e fa la riverenza alla Brindè.)
M.SA.
Eccola lì la vostra saggia filosofessa.
(a Milord.)
SCENA NONA
JACOBBE MONDUILL dal libraio, e detti.
M.SA.
Ma quel che più le piace, è quel che a lei si appressa.
(accenna Jacobbe a Milord.)
JAC.
Eccomi a voi, madama.
(alla Brindè.)
M.BR.
Il calcolo vedrete
Ridotto a perfezione.
(gli dà un foglio.)
JAC.
Ne avrò piacer.
M.BR.
Sedete.
JAC.
(Siede, e scuopre in faccia a lui Milord; s'alza, e lo saluta.
Lui non gli risponde, ma bensì la Saixon e Lorino.)
M.BR.
Milord non vi saluta.
(a Jacobbe.)
JAC.
D'altro sarà occupato.
(alla Brindè, e legge piano.)
M.SA.
Milord, che avete voi? parete stralunato.
MIL.
Nulla, madama.
M.SA.
Io gioco che siete un po' geloso.
LOR.
Ho scritto in tal proposito un foglio portentoso.
Faccio toccar con mano, ch'è pazzo quel meschino
Che sente gelosia.
M.SA.
Bravo, monsieur Lorino.
Udiste? (a Milord.)
MIL.
(Sono stanco).
Madama, perdonate.
(s'alza.)
M.SA.
Dove, Milord?
MIL.
Passeggio.
LOR.
Eh, via non gli badate.
(A madama Saixon.)
MIL.
(Passeggia, si accosta all'altra panca, e siede colla schiena verso la Brindè.
Poi si alza, la saluta, e torna a sedere.)
M.SA.
Ehi, che caricatura! (piano a Lorino.)
LOR.
(Mi serve di un articolo,
Per mettere in un foglio che ha da riuscir ridicolo).
JAC.
Bravissima; si vede ridotto a perfezione
Il calcolo di altezza, e quel di dimensione.
MIL.
(Si volta osservando la Brindè e Jacobbe, e poi torna come prima.)
M.BR.
Torvo Milord vi guarda.
(a Jacobbe.)
JAC.
Vel dissi, egli è invaghito.
M.BR.
Di chi?
JAC.
Di voi.
M.
BR.
Che grazia! Sarebbe un bel marito!
M.SA.
Milord, per quel ch'io vedo, soffrite troppa pena;
Riguardo non abbiate a volgermi la schiena.
Se amate mia sorella, voltatele la faccia,
Per me, se vi gradisce, dirò: buon pro vi faccia.
MIL.
(Oh lingua maledetta!) (si alza.)
M.BR.
Milord, di mia sorella,
Benché di me si parli mi è oscura la favella.
Voi che intendete dire? (alla Saixon.)
M.SA.
Milord ve lo dirà
M.BR.
Spiegatemi il mistero.
(a Milord.)
MIL.
Jacob lo spiegherà.
M.BR.
A voi.
(a Jacobbe.)
M.SA.
No, poverino, non lo può far davvero.
JAC.
Vi ama Milord, madama; spiegato ecco il mistero.
(alla Brindè.)
M.BR.
Un fenomeno è questo da me non preveduto.
MIL.
È ver, del vostro merto il mio cuore è un tributo.
M.SA.
Bravo, bravo, l'ha detto.
MIL.
Madama, a voi non parlo.
(volgendosi con isdegno alla Saixon.)
M.BR.
(Che dir mi consigliate?) (piano a Jacobbe.)
JAC.
(Convien disingannarlo).
(piano a madama Brindè.)
M.BR.
Milord, del vostro affetto grata vi sono, il giuro; (s'alza.)
Ma di novelle nozze, credetemi, non curo.
Incomodo provai la prima volta il nodo,
Ora tranquillamente la libertade io godo.
Chiedo perdono a voi, se vi rispondo audace;
Più caro mi sarete, se mi lasciate in pace.
(siede.)
M.SA.
Oh bella, oh bella affé! (ridendo.)
LOR.
Oh bella! (ridendo.)
MIL.
Non ridete.
(alla Saixon a Lorino.)
Ché, giuro al ciel, dei scherni or or vi pentirete.
Madama, loderei di cauto un tal pensiero, (alla Brindè.)
Se cogli accenti vostri voi mi diceste il vero;
Ma avendo di altre fiamme già prevenuto il core,
Conosco che ponete la maschera all'amore.
Col precettore ardito voi siete in ciò di accordo
Parlo con te, Jacob, che ora fai meco il sordo.
JAC.
Signor...
(si alza.)
M.BR.
Non l'irritate.
(a Jacobbe.)
M.SA.
È bella sempre più.
SCENA DECIMA
ROSA sulla loggia, e detti.
ROSA
Signore, si dà in tavola, presto venite su.
(alla Brindè e alla Saixon.)
M.SA.
E ben, chi l'ha ordinato?
ROSA
Monsieur, vostro marito.
M.SA.
Che aspetti.
ROSA
Non aspetta; è tardi, ed ha appetito.
(parte.)
MIL.
Madama, stranamente con voi mi ho dichiarato;
Ne ha colpa la germana, che ardita ha favellato.
Quel che dovea svelarvi a tempo in altro loco,
Voi l'intendeste adesso così, quasi per gioco;
Ma seriamente appresi da voi con mio rossore,
Che di me non curate il mio sincero amore.
Noto è il disprezzo vostro, mi è nota la cagione;
Non soffre un tale insulto la mia riputazione.
Quel che tacer faceami, era un uman rispetto;
Or che si sa l'arcano, sfogarmi anch'io prometto.
Contro di voi non parlo; con donna io non mi sdegno.
Ma tema il mio potere un perfido, un indegno.
(parte.)
M.SA.
(Zitto).
(a Lorino.)
LOR.
(Non parlo).
M.BR.
Udiste? (a Jacobbe.)
JAC.
Madama, a pranzo andate.
M.BR.
Ah non vorrei, Jacobbe...
JAC.
Per me non dubitate.
Fu il vero e l'innocenza ognor lo scudo mio.
Ite, madama, a pranzo; faccio lo stesso anch'io.
(parte.)
SCENA UNDICESIMA
Il signor SAIXON sulla loggia col tovagliolo sulla spalla, e detti.
SAI.
Venite, o non venite?
M.SA.
Son qui, vengo di volo.
(si avvia verso la casa, servita da monsieur Lorino.)
SAI.
Ditel, se non venite, che mangerò io solo.
M.BR.
Spiacemi ch'ei dovesse provar qualche disgusto.
Difenderallo il cielo: Jacobbe è un uomo giusto.
(parte.)
M.SA.
Monsieur Lorin, son grata al vostro complimento.
(vicino alla casa.)
LOR.
Vi servo sulle scale.
M.SA.
No, no, qui mi contento.
Oggi ci rivedremo.
(si stacca da lui colla mano.)
LOR.
Madama.
(inchinandosi.)
M.SA.
Vi saluto.
(entra.)
LOR.
Speravo un desinare.
Per oggi l'ho perduto.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
GIOACCHINO e BIRONE
GIO.
Birone, hai desinato?
BIR.
Ho terminato or ora.
E tu, Gioacchino?
GIO.
Ed io non ho pranzato ancora.
BIR.
Perché mangi sì tardi?
GIO.
Perché? Perché il padrone,
Per quello che si vede, ha poca discrezione.
Va a casa colla moglie, ch'è una rabbiosa vecchia:
Ella cucina, ed egli la tavola apparecchia.
Son ricchi, e sono avari, compran ossi spolpati,
E a me li mandan poi, quando li han rosicchiati.
BIR.
Col mio padron, per dirla, ci cavo maggior frutto;
Ei molto non guadagna, ma gode e mangia tutto.
SCENA SECONDA
Maestro PANICH con un altro paio di scarpe, e detti.
PAN.
Buon giorno, giovinotti.
GIO.
Maestro, vi saluto.
PAN.
E tu non mi rispondi?
BIR.
Che siate il benvenuto.
Ma vi ho sentito fare di molte querimonie
Contro color che usano di far le cerimonie.
PAN.
La cerimonia, è vero, è un vizio ed un difetto;
Ma inchinansi i miei pari per obbligo e rispetto.
BIR.
(È meglio ch'io men vada, pria che gli ammacchi il muso.
Questo degl'impostori, questo degli empi è l'uso.
Insegnan le virtudi, insegnan la morale,
E credon che a lor soli sia lecito far male.) (entra nella bottega.)
SCENA TERZA
Maestro PANICH e GIOACCHINO.
PAN.
Colui è un temerario.
Pregiudica al padrone.
Non stamperà il mio libro senza scacciar Birone.
(a Gioacchino.)
GIO.
Signor, questa mi pare che chiamisi vendetta.
PAN.
È un atto di giustizia.
Cosa sai tu, fraschetta?
GIO.
Signor, non strapazzate.
PAN.
In faccia mia si tace.
Via, portami del ponce, che poi farem la pace.
GIO.
Se 'l porto, il pagherete?
PAN.
Portal, son conosciuto.
GIO.
Oh, vi conosco anch'io: siete ignorante e astuto.
(entra in bottega.)
PAN.
Eh ragazzaccio...
no, c'insegna la morale,
Che a chi ci fa del bene, noi non facciam del male.
Se il ponce che dà gusto, senza quattrini io bevo,
Soffrir per umiltade qualche cosuccia io devo.
GIO.
Ecco il ponce, vel porto, se irato più non siete.
(di lontano.)
PAN.
Portalo, Gioacchino.
Ti voglio ben.
GIO.
Prendete.
(gli dà la tazza del ponce, ed egli beve.)
PAN.
Questo paio di scarpe portar deggio a colei
Che abita in quella casa.
Se ci è, saper vorrei.
GIO.
La serva? l'ho veduta.
PAN.
No, la padrona io dico.
GIO.
Colei alla padrona?
PAN.
Io non la stimo un fico.
(Stimata non l'ho mai, ma dopo la lezione
Di uno de' miei compagni, le donne ho in avversione).
Credi che ella sia in casa?
GIO.
Sì, vi sarà, cred'io.
PAN.
Prendi dunque la tazza.
GIO.
E chi mi paga?
PAN.
Addio.
GIO.
Pagatemi, ch'io deggio render conto al padrone.
Vi prenderò le scarpe.
(gli leva le scarpe.)
PAN.
Lasciale star, briccone.
SCENA QUARTA
JACOBBE dalla parte del libraio, BIRONE dalla bottega; e detti.
JAC.
Birone.
BIR.
Signor mio.
JAC.
Porta questo viglietto
A madama Brindè.
Qui la risposta aspetto.
BIR.
Vi servirò.
(entra dalla Brindè.)
GIO.
Signore, fatemi voi giustizia.
Non vuol pagarmi il ponce.
PAN.
Nol faccio per malizia.
Ma un poco di acqua calda col valor di un quattrino
Fra zucchero, limone e spirito di vino,
Si paga troppo cara a questi bottegai:
E poi non ho danari, e non ne porto mai.
JAC.
Dunque, signor maestro, filosofo da bene,
A ber per le botteghe senza denar si viene?
PAN.
Ma tu che qualche cosa sai di filosofia,
Puoi approvar nel mondo una cotal pazzia?
Nati siam tutti eguali, quel ch'è nel mondo, è nostro,
E dir non si dovrebbe: questo è mio, questo è vostro.
Se l'uomo dell'altro uomo si serve ed abbisogna,
Pretender pagamento mi sembra una vergogna.
Io vengo da costui a ber senza denari;
Quando ha le scarpe rotte, le acconcio, e siam del pari.
GIO.
Non so di tante scarpe; mi viene uno scellino.
Vi pagherò ancor io, maestro ciabattino.
PAN.
A me?
JAC.
Taci; ha ragione, e la ragione è vaga:
Fra gli uomini di vaglia la roba non si paga.
Si cambia.
Avrò bisogno di scarpe immantinente.
Panich farà ch'io le abbia, e le averò per niente.
(a Gioacchino.)
PAN.
Adagio; se le scarpe ti do, che mi darai?
JAC.
Nulla, poiché mestiero non fo, come tu fai.
PAN.
Se tu non fai mestiero, io faccio qualche cosa.
Non cambio le mie scarpe con una mano oziosa.
JAC.
Con voi, per ragion pari, non cambierà Gioacchino
Il prezzo di un Perù con quel di uno scellino.
PAN.
Non sai quel che tu dica; voglio le scarpe mie.
GIO.
Pagatemi.
PAN.
Coteste si chiaman tirannie.
Voler che paghi a forza un uom senza monete,
O pur contro natura abbia a morir di sete?
JAC.
È ver, saziar la sete esige la natura;
Ma quando no
...
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