IL FILOSOFO INGLESE, di Carlo Goldoni - pagina 9
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Il ciel vi ha provveduto di asilo e protettore.
Entrate in quella casa.
JAC.
Madama...
il vostro onore?
M.BR.
Saixon, ch'è mio cognato, per voi così dispone.
JAC.
Il mondo non appaga sì debole ragione.
M.BR.
Temete di Milord? Saixon vi sarà scudo.
JAC.
Affronterei Milord armato, a petto ignudo.
Minacce non pavento; per lui non mi confondo.
Quel che timor mi reca, non è la morte, è il mondo.
Niun crederà, madama, ch'io sia nel vostro tetto
Per altro ricovrato, che per ragion di affetto.
Milord con più fermezza si chiamerebbe offeso.
L'onor di me, di voi, non anderebbe illeso.
Può ben vostro cognato aver pietà di me;
Ma avvezzo a pensar bene il popolo non è.
Si mormora pur troppo a torto, a discrezione;
Pensate, se vi fosse un'ombra di ragione.
Voi stessa esaminate, no, non vi aduli il cuore,
Quel che per me vi sprona, non è virtute, è amore.
Poc'anzi di attrazione interpretai la tesi,
Più assai che non diceste, a mio rossore intesi.
Mi onora il vostro affetto, di tanto io non son degno;
Ingrato non rispondo di amore al dolce impegno.
Solo desio, madama, che quanto più mi amate,
Sollecita e gelosa dell'onor mio voi siate.
Entrar fra quelle mura non deggio ad ogni costo;
Prima di porvi il piede, io morirò più tosto.
Deh, non abbiate a sdegno questi miei detti amari;
Amatemi, ma sia l'amor da vostra pari.
M.BR.
Ah Jacob, lo confesso, per voi, per me arrossisco;
Sdegnate il mio soccorso? Io taccio, e vi obbedisco.
Parto di dolor piena.
Non so quel che mi dica.
Ah, vi difenda il cielo, il ciel vi benedica.
(entra in casa piangendo.)
SCENA DICIASSETTESIMA
JACOBBE MONDUILL solo.
JAC.
Misera! compatisco in lei l'amor, la pena;
Mirarla bramerei tranquilla e più serena;
Ma se per me l'affanna barbaro duolo e rio,
Calmisi il di lei cuore, ma non si turbi il mio.
(va a sedere sopra una panca del libraio.)
Da me che vorrà mai Milord che mi rintraccia?
Perché sì stranamente l'ira dimostra in faccia?
La carta che io gli offersi, dovea disingannarlo.
Il denar rimandato potea forse irritarlo?
SCENA DICIOTTESIMA
Milord WAMBERT e il suddetto.
MIL.
Indegno.
(scoprendolo dopo qualche momento.)
JAC.
A me, signore? (si alza.)
MIL.
A te, lingua mendace.
JAC.
Voi mi scandalizzate.
MIL.
Perfido.
JAC.
Ancora?
MIL.
Audace!
Parti di Londra tosto.
L'imbarco è preparato;
O al bordo della nave ti fo condur legato.
JAC.
Farmi condur legato? La cosa è un poco strana;
Le mercanzie si legano, s'imballano in dogana.
MIL.
Anima vil, tu scherzi?
JAC.
Par che voi pur scherziate.
MIL.
Non provocarmi, indegno.
JAC.
Perché vi riscaldate?
MIL.
Quel sorriso mendace mi provoca a dispetto.
JAC.
M'odiate, m'insultate: io vi amo e vi rispetto.
MIL.
Sei traditor.
JAC.
Signore, non è ver; lo protesto...
MIL.
Perfido una mentita? (mette mano alla spada.)
JAC.
(Si alza furiosamente, e con intrepidezza, gettando il suo bastone via.)
Olà, che ardire è questo?
Mira il ciel, che ti vede.
A te con mano ardita,
Barbaro, non si aspetta togliere altrui la vita.
Sai chi ti vedi innanzi? Un uomo, una creatura,
Ch'è del supremo nume miracolo e fattura;
Un uom che, qual tu sei, vive soggetto al cielo,
Che spirito immortale rinchiude in uman velo;
Su cui l'arbitrio solo ha quel che l'ha creato,
E in terra l'hanno i regi, cui tal potere è dato.
Chi sei tu, che presumi di usar meco lo sdegno?
Sei tal, che per la colpa sei della vita indegno.
Vuoi tu ferirmi, audace? Vuoi bere il sangue mio?
Eccoti il petto inerme, ecco te l'offro anch'io.
Strano sarà che in Londra un uom cotanto ardisca;
Esclamano le leggi, che ogni uccisor perisca.
E se morir non temi, pur ch'io cada svenato,
Ferisci questo seno, carnefice spietato.
Come! Tu tremi? Abbassi per non mirarmi il ciglio?
Vergognati, paventa per te maggior periglio.
Temi che ad egual colpo ti renda il ciel soggetto;
Ma non avrai, crudele, la mia costanza in petto.
(Basta così, mi sembra il misero atterrito.
Troppo dissi.
L'offesi; quasi ne son pentito).
(Si accosta, gli prende la mano, e gliela bacia umilmente, e parte senz'altro dire, entrando nella bottega del libraio.)
MIL.
(Osserva un poco Jacobbe, e mostrandosi compunto, parte anch'esso senza parlare.)
ATTO QUINTO
Notte
SCENA PRIMA
BIRONE dall'interno della bottega viene accendendo i lumi.
GIOACCHINO con lume spento dalla sua bottega.
GIO.
Fammi il piacer, Birone, accendi questo lume.
BIR.
Eccomi, volentieri.
L'accendo per costume.
Per altro, se di giorno vengono pochi a spendere,
La sera molto meno si può sperar di vendere.
GIO.
Da noi frutta la sera più assai del chiaro giorno:
La notte abbiamo pieno di dentro e qui d'intorno.
BIR.
Utili infatti siete voi altri alle persone;
Fanno con poca spesa la lor conversazione.
Parlano se ne han voglia, bevono se hanno sete;
Stanno a sedere, e pagano pochissime monete.
GIO.
Aggiugni che taluno, più franco e più valente,
Ha la bontà di bevere, e non pagar niente.
BIR.
A certi anch'io talvolta dei libri venderò,
Che quando li avrò letti, dicon, li pagherò;
Ma perché legger essi non san poco, né assai,
Mantengon la parola, e non li pagan mai.
GIO.
Per tutto si riscontrano tai casi e tai costumi.
Biron, la buona sera.
Vado a accendere i lumi.
(Entra nella sua bottega, ed accende tutti i lumi che occorrono nella medesima.
Birone va nella sua bottega.)
SCENA SECONDA
Madama SAIXON e monsieur LORINO.
M.SA.
(Esce di casa, e si avvia alla bottega del caffè, in aria di sdegno.)
LOR.
Madama.
(seguitandola, e offerendole il braccio.)
M.SA.
Cosa ci è?
LOR.
Vi servo, se volete.
M.SA.
Ho altro per il capo.
(seguita a camminare.)
LOR.
Madama, cosa avete?
M.SA.
Per causa di Jacobbe ho da esser maltrattata?
Questa è la prima volta che Saixon mi ha sgridata.
Minaccie a una mia pari? Dirmi ch'io non comando?
Mostrarmi anche il bastone? L'affronto è memorando.
LOR.
Monsieur vostro marito alzò dunque il bastone?
M.SA.
Non l'alzò, l'ha mostrato.
(con ira.)
LOR.
Tutt'un...
M.SA.
Siete un buffone.(irata.)
LOR.
Madama è compitissima in tutti i detti suoi,
Ma vincere e lasciarmi?...
M.
SA.
Voglio un piacer da voi.
LOR.
Imponete.
Son qui...
M.
SA.
Dal vostro stile ardito
Una satira voglio contro di mio marito.
Fra gli altri sentimenti, dite che alzar le mani
Contro la propria moglie sono azion da villani.
LOR.
Dunque le mani alzò.
M.
SA.
Non è ver, non l'ha fatto;
Ma voglio dell'affronto vendetta ad ogni patto.
Monsieur Lorino, a voi.
LOR.
Madama, non vorrei...
cadesse la minaccia sul fil de' lombi miei.
M.SA.
Non si saprà.
LOR.
Badate.
M.SA.
Scrivete con del foco;
Mi scorderò per questo le tre ghinee del gioco.
LOR.
A tanta gentilezza non posso dir di no.
(Tre ghinee risparmiate, e poi profitterò).
(da sé.)
Un solito prodigio farò colla mia mente;
Vado a compor là dentro estemporaneamente.
(entra nella bottega del caffè.)
SCENA TERZA
Madama SAIXON, poi GIOACCHINO.
M.SA.
Bastami poter dire: l'affronto è vendicato.
Che importa se costui fosse anche bastonato?
Spiacemi restar sola.
Rosa? (chiama) Non sente.
Rosa?
Gioacchino? (chiama)
GIO.
Mia signora.
M.SA.
Vien qui, chiamami Rosa.
GIO.
Vi servo.
(va a picchiare.)
SCENA QUARTA
ROSA sulla loggia e detti.
ROSA
Chi è che picchia?
GIO.
Ascoltami, son io
ROSA
Ora le scale scendo.
Vengo, Gioacchino mio.
M.SA.
Viene? (a Gioacchino.)
GIO.
Signora sì.
(Discende allegramente.
Suppone ch'io la cerchi, e non l'ho neanche in mente).
(da sé.
Si accosta alla bottega.)
ROSA
Eccomi.
Chi mi vuole? Gioacchino, dove sei?
GIO.
Da me non sei cercata.
ROSA
Dunque da chi?
GIO.
Da lei.
(accenna alla Saixon, ed entra in bottega.)
ROSA
(Affé, se lo sapea, non ci venia per ora).
(da sé.)
M.SA.
Io son che la domanda.
Favorisca, signora.
(ironica.)
ROSA
Eccomi! (È pur graziosa!) (si accosta.)
M.SA.
Siedi vicino a me.
ROSA
Vuol farmi quest'onore? (siede.)
M.SA.
Sì, perché altri non c'è.
ROSA
(Miracolo che è sola!) (da sé.)
M.SA.
Saixon che fa?
ROSA
Le robbe
Dispone di due stanze, per alloggiar Jacobbe.
M.SA.
Jacobbe in quella casa?
ROSA
L'avete pur sentito.
M.SA.
Ad onta mia?
ROSA
Stavolta vuol farla da marito.
M.SA.
Che dici tu, ignorante? Che da marito? Che?
Prenda Jacobbe in casa: l'avrà da far con me.
ROSA
(Che bestia!) (da sé.)
M.SA.
Cosa dici?
ROSA
Nulla.
M.SA.
Sì baccellona.
Sarai di non tenere tu pur dalla padrona?
ROSA
Essere indifferente soglio io per ordinario;
Ma tengo questa volta da chi mi dà il salario.
M.SA.
Chi ti paga?
ROSA
Il padrone.
M.SA
Ed io non ti do nulla?
ROSA
Mi deste una gonnella, che usaste da fanciulla.
M.SA.
Via, in mezzo della strada scorgere mi farai?
ROSA
Quando non son cercata, per me non parlo mai.
SCENA QUINTA
Monsieur LORINO dal caffè, con un foglio in mano, e le suddette.
LOR.
Eccovi quattro versi, che vagliono un tesoro.
(La serva...).
(Piano alla Saixon, ritirando il foglio.)
M.SA.
(Non temete, ell'è una bocca d'oro).
(piano a Lorino.)
A me.
(gli chiede il foglio.)
LOR.
Migliori versi non feci in vita mia.
(piano alla Saixon, dandole il foglio.)
M.SA.
A Saixon questi versi reca per parte mia.
(dà il foglio a Rosa.)
LOR.
(Madama...)
M.SA.
(Non temete).
LOR.
Ragazza, io non li ho fatti.
ROSA
Io servo la padrona.
Voi siete il re de' matti.
(parte, ed entra in casa.)
SCENA SESTA
Madama SAIXON e monsieur LORINO
LOR.
Ma leggeteli almeno.
M.SA.
Sì, sì, li leggerò.
Una copia ne avrete.
LOR.
La mala copia io l'ho.
Eccola; favorite sentir che stile è questo.
Trovate chi, qual io, sappia far bene, e presto.
(le dà un altro foglio.)
M.SA.
(Legge.) Uomo non è che piaccia, non è condiscendente
Marito che minaccia la moglie impertinente.
A me?
LOR.
Nel far la rima, trovato ho un po' d'impaccio.
M.SA.
Ed io per far la rima, vi dico un asinaccio.
(legge.)
Quando la moglie tuona, si va per altra strada;
È vil chi la bastona, è un uom chi non le bada.
LOR.
Ah? che ne dite?
M.SA.
Bello.
Bel sentimento invero!
A donna non si bada? Bellissimo è il pensiero!
Pria soffrirei le busse, ch'esser non ascoltata.
Saixon mi offese, è vero, ma almen mi son sfogata.
Se meglio non sapete difendere i miei torti,
Andate alla malora, che il diavolo vi porti.
(parte, ed entra in casa.)
SCENA SETTIMA
Monsieur LORINO.
LOR.
Ecco ricompensati con sprezzo i versi miei;
Ma le ghinee non pago, non torno da colei.
Per me non vi è fortuna in questa patria inglese;
Voglio imbarcarmi adesso, voglio cambiar paese.
Ma vo', dovunque vado, cambiar la professione.
Le satire acquistata non mi han riputazione.
Pavento nuovi guai: tornar voglio a Parigi,
Tosto per imbarcarmi vo' correre al Tamigi.
Ma perché non si offenda dai tristi la mia gloria,
Vo' prima di partire lasciare una memoria.
(entra nel caffè.)
SCENA OTTAVA
Il signor SAIXON, poi BIRONE
SAI.
Mia moglie a non badarle con questi versi insegna.
Tarocca, non le bado, e poi meco si sdegna.
È pazza.
Ehi dal libraio.
(alla bottega del libraio.)
BIR.
Signor, che mi comanda?
SAI.
Dov'è Jacob? si sa?
BIR.
Chi è che lo domanda?
SAI.
Sono io.
BIR.
Se siete voi potete andar là dentro.
Milord morto lo vuole.
SAI.
Di Milord non pavento.
(entra nella bottega con Birone.)
SCENA NONA
Madama di BRINDÈ sulla loggia
M.BR.
Non vedesi Jacobbe, che mai sarà di lui?
Qual son per sua cagione, inquieta unqua non fui.
Posso cangiar la brama, posso frenar l'amore;
Ma dileguar dal seno non posso il mio timore.
Mi pesa e mi addolora l'essere di lui priva;
Almen per mio conforto resti Jacobbe, e viva.
SCENA DECIMA
Milord WAMBERT dalla parte del caffè, e la suddetta.
MIL.
Quanti pensieri in mente! quanti rimorsi al core!
M.BR.
(Milord giunge opportuno.
Gli parlerò).
Signore.
(a Milord.)
MIL.
Madama.
(inchinandosi.)
M.BR.
Bramerei, se lice, ragionarvi.
MIL.
Eccomi a' cenni vostri.
(vuole avviarsi verso la casa.)
M.BR.
Non voglio incomodarvi.
Verrò, se mi attendete, io stessa in su la strada.
MIL.
Capisco.
La Brindè non vuol che in casa io vada.
Qual nuovo pensamento le cade in fantasia?
Son fuori di me stesso, non so dove mi sia.
L'attenderò.
SCENA UNDICESIMA
Milord WAMBERT e madama di BRINDÈ dalla sua casa.
M.BR.
Signore.
Eccovi a voi dinante
Quella di cui diceste poc'anzi essere amante.
Se ciò fia ver, son pronta...
MIL.
Madama, permettete.
(passa alla sinistra con un complimento.)
M.BR.
Milord, troppo gentile.
(con una riverenza.)
MIL.
Fo il mio dover.
Sedete.
(siedono su due scagni.)
M.BR.
Io vi dicea...
MIL.
Che pronta siete a gradir l'affetto...
M.BR.
Tutto, Milord, dirovvi, se aspetterete.
MIL.
Aspetto.
M.BR.
Veggo per mia cagione un innocente oppresso.
Jacob è un uomo dotto; lo stimo, io lo confesso;
E confessar volendo tutto il mio core appieno,
Eguale alla mia stima è l'amor mio non meno.
Strano non è che il merto mi abbia ferito il petto.
MIL.
Concludasi, madama.
M.BR.
Se aspetterete...
MIL.
Aspetto.
M.BR.
Strano non è ch'io l'ami questo felice ingegno,
Ma l'amor mio non passa della ragione il segno.
Non vo' colla mia mano, non vo' coll'amor mio
Precipitare un uomo saggio, discreto e pio.
Al regno d'Inghilterra io sarò debitrice,
S'ei parte per me sola dall'Isola felice;
E se per me l'opprime di una vendetta il pondo,
Io son la debitrice della sua vita al mondo.
Milord, che d'ira acceso più che di amore ha il seno,
Lontan vuol ch'egli vada dall'anglico terreno.
Milord, di cui non vidi un'anima più ardita,
Minaccia, s'ei non parte, di togliergli la vita.
Amor ciò non risveglia, ma provoca il dispetto...
MIL.
Dunque mi odiate.
(altiero.)
M.BR.
Aspetti, chi vuol saperlo.
MIL.
Aspetto.
M.BR.
Signor, che da Jacobbe, che da me si pretende?
Oltre il confin del giusto vostro voler si estende;
Ma prevaler se deve l'ardir, la prepotenza,
In noi ritroverete rispetto ed obbedienza.
Jacob non sarà mio, di ciò ve ne assicuro.
Non sarò di Jacobbe, a tutti i numi il giuro.
Bastavi ancor? Non basta: deggio esser vostra, è vero?
Lo sarò, della mano vi concedo l'impero;
Ma il cuor se pretendete, voi lo sperate invano.
(si alza.)
Non merita il mio cuore un barbaro inumano.
Di nozze dispettose, signor, se siete vago,
Eccovi la mia destra, sposatemi, vi appago.
Sfogate dell'orgoglio l'irascibile foco:
Se vostra mi volete, vostra sarò per poco.
Se a forza strascinata vedrommi al vostro letto,
Mi ucciderà, lo spero, la pena ed il dispetto.
E se natura ingrata mi riserbasse in vita,
Milord, son nata inglese, son di alma forte e ardita.
So la via di sottrarmi.
Basta; voi m'intendete.
Pensateci.
Son vostra, se tal mi pretendete.
MIL.
Madama...
SCENA DODICESIMA
Il signor SAIXON dalla bottega del libraio, i suddetti, e poi BIRONE.
SAI.
Di Jacobbe non dassi un uom simile: (alla Brindè.)
Saggio, discreto, onesto, giusto, prudente, umile.
La casa gli offerisco, ei franco la ricusa,
E di Milord lo sdegno è l'unica sua scusa.
Milord, mi conoscete, io francamente parlo.
Jacobbe è un uom da bene.
Mi preme di salvarlo.
Giustizia mi facea raccorlo nel mio tetto;
Ei degl'insulti ad onta, per voi serba il rispetto.
Ma ovunque egli sen vada, ovunque egli sen stia,
Jacobbe, vel protesto, Jacobbe è cosa mia.
Merita ben che voi cambiate in sen lo sdegno;
Che abbiate maggior stima di un uom ch'è di amor degno.
Dovreste far con esso quello che ho fatto anch'io:
Cento ghinee gli ho date or con un foglio mio.
Se amor vi dà molestia, spiegatevi con lei:
Se io fossi innamorato, almen così farei.
Amore in vita mia però non mi diè pena.
Milord, ci siamo intesi.
Madama, io vado a cena.
(entra in casa.)
MIL.
Ehi.
(alla bottega del libraio.)
BIR.
Signor.
MIL.
Di' a Jacobbe che venga qui.
BIR.
Signore...
(con timidezza.)
M.BR.
Ditegli ch'egli venga; non abbia alcun timore.
(Birone parte.)
Milord, nel vostro cuore che dice ora l'affetto?
MIL.
Nol so.
M.BR.
Saper vorrei...
MIL.
Se aspetterete...
M.BR.
Aspetto.
MIL.
(va a sedere sopra una panca.)
M.BR.
(Ah, voglia il ciel che in lui cambisi il rio consiglio.
La pace a noi si renda; e tronchisi il periglio).
(da sé, e siede.)
SCENA TREDICESIMA
ROSA sulla loggia con due lumi di cera custoditi dal vetro, con un Servitore, col quale vanno preparando una tavola per la cena del signor Saixon; e detti.
ROSA
Presto, qui si prepari per il padrone il desco;
A cena vuole andare, e vuol mangiare al fresco.
M.BR.
(Tarda Jacobbe ancora! Lo avran pure avvisato).
(da sé.)
ROSA
Dite al padron che venga, che tutto è preparato.
Questo arrostito bove, questo bodino inglese,
Son le vivande eterne, che si usano in paese.
Stupisco che il padrone non se ne stufi mai;
Ma s'egli mangia poco, il ber gli piace assai.
SCENA QUATTORDICESIMA
Masdama di BRINDÈ, milord WAMBERT, poi BIRONE.
M.
BR.
Birone? (chiama.)
BIR.
Mia signora.
M.BR.
Di' a Jacob che si aspetta.
BIR.
Ora glielo dirò.
(parte.)
MIL.
(Madama ha una gran fretta).
(da sé.)
SCENA QUINDICESIMA
Il signor SAIXON sulla loggia, col Servitore per servire a tavola; ed i suddetti.
SAI.
Oh, qui con questo fresco stasera mi consolo,
Sto ben quando la moglie mi lascia mangiar solo.
È meco indiavolata.
Qui non dovria venire.
Milord, cognata mia, volete favorire?
MIL.
(Si cava il cappello senza parlare.)
M.BR.
Al vostro dolce invito, signor, sono obbligata.
SCENA SEDICESIMA
Madama SAIXON sulla loggia, e detti.
M.SA.
In pubblico si cena? Che novità sguaiata?
SAI.
(Eccola qui).
(da sé.)
M.SA.
E a quest'ora?
SAI.
Un tondo anche per lei.
(al Servitore.)
M.SA.
Scoperti, ed a quest'ora, sol cenano i plebei.
Pure sarò forzata mangiar per la paura
Che non facessi poi patir la creatura.
(Il Servitore dà una sedia a madama Saixon, e le porta l'occorrente.)
SCENA DICIASSETTESIMA
JACOBBE dal libraio, ed i suddetti; poi GIOACCHINO.
JAC.
Eccomi, chi mi cerca?
M.BR.
Milord è che vi vuole.
(si alza.)
JAC.
Signor, sono da voi.
MIL.
Brevissime parole.
Di questi versi indegni siete l'autor creduto.
Scolpatevi.
(gli dà il foglio con i versi scritti contro di lui.)
SAI.
Milord, io bevo e vi saluto.
MIL.
(Si cava il cappello.)
JAC.
(Legge piano i versi.)
M.BR.
(Stelle, che sarà mai?) (da sé.)
JAC.
Signor, io vi assicuro
Che tai versi non feci.
MIL.
Giuratelo.
JAC.
Lo giuro.
SAI.
Che ha Jacob, che mi pare turbato più che mai?
JAC.
Autor di versi indegni presso Milord passai.
SAI.
In materia di versi anch'io son fortunato;
In grazia di madama, son stato regalato.
(fa vedere un foglio.)
Volete divertirvi? Or ve li manderò.
M.SA.
Non vo' che li mandiate.
SAI.
Ed io li getterò.
(getta il foglio nella strada.)
JAC.
(Lo va a raccogliere, e lo porta a Milord.)
M.SA.
Vedrete dei spropositi scritti da un babbuino;
Basta dir che di quelli è autor monsieur Lorino.
MIL.
Lorino autor di questi? (a madama Saixon.)
M.SA.
Li ha fatti non è un'ora.
MIL.
Dunque l'autor Lorino è di quegli altri ancora.
Date quel foglio a me.
(a Jacobbe.) Confronta in eccellenza.
M.BR.
Anche in ciò di Jacobbe è nota l'innocenza.
Chi mai poté accusarlo di critico insolente?
MIL.
Attendete.
Gioacchino.
(chiama accostandosi al caffè.)
M.BR.
Che mai gli cade in mente? (A Jacobbe.)
JAC.
Si vedrà.
GIO.
Che comanda?
MIL.
Panich si è qui veduto?
GIO.
Egli è per l'altra parte questa sera venuto.
MIL.
Venga qui.
GIO.
Sta trattando delle faccende sue
Col vecchio Emanuelle.
MIL.
Vengano tutti due.
(Gioacchino parte.)
Madama, non diceste che questi versi arditi
Da un vil filosofastro furono partoriti? (a madama Saixon.)
Di chi parlaste allora?
M.SA.
Di quelle rime belle
L'autore io mi credea che fosse Emanuelle.
MIL.
Si sentirà.
M.BR.
Jacobbe che vi predice il cuore?
JAC.
Che tutto sarà salvo, se salvo fia l'onore.
M.SA
Io bevo alla salute di quei che nel paese
Diranno un po' di bene del Filosofo Inglese.
JAC.
Madama assai mi onora.
SCENA DICIOTTESIMA
EMANUEL BLUK e maestro PANICH dal caffè, coi loro mantelli, ed i suddetti; poi GIOACCHINO.
EMA.
Eccomi, chi mi chiama?
PAN.
Venga qui, se vi è alcuno che favellarci brama.
MIL.
Sì, vi verrò io stesso.
Chi disse a te, impostore,
Che di tai versi indegni Jacob fosse l'autore?
PAN.
Milord, tu sei un grand'uomo.
Ora mi piaci più.
Mi piaci, che principii a ragionar col tu.
EMA.
(Zitto.
Non dir che io...) (piano a maestro Panich.)
MIL.
Rispondimi a dovere.
PAN.
Risponderò.
Quel foglio lasciami un po' vedere.
Larich...
Tanai...
ghitton...
son tutte cose belle!
Jacobbe n'è l'autore.
L'ha detto Emanuelle.
M.SA.
Emanuel sapea ch'erano di Lorino.
Io finsi per ischerzo, ma quegli è un malandrino.
EMA.
(Si va toccando la barba senza parlare.)
MIL.
Torbida gente indegna...
Ma il perfido Lorino
Dove sarà?
SAI.
Colui si ha da punir.
MIL.
Gioacchino.
(chiama.)
GIO.
Signore.
MIL.
Hai tu veduto monsieur Lorino?
GIO.
Ei parte;
E prima di partire lasciate ha queste carte.
Tutti son fogli eguali, pregommi dispensarli,
E venderli per poco, piuttosto che donarli.
M.SA.
Sentiam.
SAI.
Curiosità.
MIL.
Partì dunque il Francese? (a Gioacchino.)
GIO.
L'intesi contrattare del nolo e delle spese.
(parte.)
MIL.
(Legge.) Parto, perché non ha la poesia buon lume,
Dove la serietà trionfa nel costume.
Andrò dove si ammette la satira più fina,
Andrò...
Va pur là dove il diavol ti destina;
Odiansi in Inghilterra i pessimi scrittori.
A voi ora mi volgo ridicoli impostori.
(a Emanuel Bluk e maestro Panich.)
EMA.
(Col suo mantello si copre fino agli occhi.)
MIL.
E tu, che di tua bocca meco mentire ardisti, (a maestro Panich.)
Anima scellerata, pessimo fra i più tristi...
PAN.
(Anch'egli, osservando Emanuelle, si cuopre col mantello.)
MIL.
Copritevi la faccia col manto o colla mano,
Siete già conosciuti, ed il coprirvi è vano.
Io stesso coi ritratti vo' far di voi palese
L'effigie ed il costume per l'anglico paese;
Ed insegnare altrui, col vostro indegno esempio,
Sotto le spoglie umili come si asconda un empio.
M.BR.
Perfidi, scellerati.
JAC.
Alme mendaci e nere.
SAI.
Che bravo calzolaro!
M.SA.
Che perfido argentiere!
EMA.
(Fa cenno a maestro Panich di andar via.)
PAN.
(Si scioglie il ferraiuolo per parlare.)
EMA.
(Gli fa cenno di stare zitto, e parte.)
PAN.
(Torna a inferraiolarsi, e parte.)
SCENA DICIANNOVESIMA
Madama di BRINDÈ, Milord WAMBERT, JACOBBE MONDUILL, madama SAIXON, il signor SAIXON.
M.BR.
Il rossor li confonde.
JAC.
Non san che replicare.
M.SA.
Son furbi.
SAI.
Son bricconi.
MIL.
Io li farò esiliare.
JAC.
Signor, sperar mi fate, che rendermi giocondo
Possa il perdono vostro? (a milord Wambert.)
MIL.
Per or non vi rispondo.
Madama, io deggio a voi una risposta certa.
Lo stil con cui parlaste, odio da me non merta.
Colpa è del mio destino, se me voi non amate;
Non voglio violentarvi, in libertà restate.
Torno ad aver per voi, tratto dal sen l'affetto,
Come risolsi un tempo, la stima ed il rispetto.
M.BR.
Meno da un cuor gentile sperar non si potea.
Signor, se egli vi offese, dunque son io la rea.
(accennando Jacobbe.)
Attende anch'ei da voi una risposta onesta,
Che l'animi e il consoli.
MIL.
La sua risposta è questa.
(porge una carta a Jacobbe, e parte.)
SAI.
Mangiato ho a sufficienza.
Non voglio mangiar frutti.
(parte.)
M.SA.
Anch'io sto ben così.
La buona sera a tutti.
(parte.)
SCENA VENTESIMA
JACOBBE MONDUIL e madama di BRINDÈ.
M.BR.
Che sarà mai, Jacobbe?
JAC.
Oh provvidenza eterna,
Che il mondo e gli elementi e gli animi governa!
Milord con questa carta vuol dir che mi perdona,
Se colla firma sua mille ghinee mi dona.
Queste accettar non sdegno, queste che in guisa strana
Mi vengono offerite dalla pietade umana.
M.BR.
Io che farò per voi, anima invitta e forte?
JAC.
Basta non mi obblighiate ad esservi consorte.
M.BR.
Sì, di non esser vostra preso ho il più forte impegno;
Milord, or ch'è un eroe, di tal rispetto è degno;
Ma se di voi, Jacobbe, la mano esser non puote,
Vostro sarà il mio cuore, e vostra la mia dote.
Di quel che sopravanza al mio mantenimento,
A voi di donazione vo' a fare un istrumento.
JAC.
No, madama, fermate.
A me non si compete...
M.BR.
Voglio così, lo voglio, e a me non si ripete.
Gradite un innocente atto dell'amor mio:
Di amor più non si parli; più non ci penso.
Addio.
(parte.)
SCENA ULTIMA
JACOBBE MONDUILL solo.
JAC.
Dolce Filosofia, mio nume e mio conforto,
Sei tu l'unica stella, che mi ha guidato al porto.
Misero me! se scosso delle passioni il freno,
Mi avessi abbandonato ai loro moti appieno,
L'ira potea condurmi de' precipizi al segno;
Questo de' miei nemici era il più forte impegno.
L'arte di rovinare un uom senza delitto,
È renderlo coi torti ingiustamente afflitto;
E far che i suoi disastri gli tolgan l'intelletto,
E perda per miseria la fede e il buon concetto.
Non così avviene a quelli che, in mezzo alle sventure,
A fronte agli inimici, sono anime sicure.
Trattano gl'insolenti con saggia indifferenza,
In guardia mantenendo l'onore e l'innocenza.
Ecco lo stil che giova, ecco lo stil che apprese
Per reggere se stesso un Filosofo Inglese.
Se agli uomini ben nati grata lezione è questa,
Le voci applaudiranno, le mani faran festa.
Fine della Commedia.
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