IL FU MATTIA PASCAL, di Luigi Pirandello - pagina 26
...
.
Si chiamava Manuel Bernaldez e parlava correttamente l'italiano; non ci fu verso però di fargli pronunciare l'esse del mio cognome: pareva che ogni volta, nell'atto di proferirla, avesse paura che la lingua gliene restasse ferita.
- Adriano Mei, - diceva, come se tutt'a un tratto fossimo diventati amiconi.
- Adriano Tui, - mi veniva quasi di rispondergli.
Entrarono le donne: Pepita, la governante, la signorina Caporale, Adriana.
- Anche tu? Che novità? - le disse Papiano con mal garbo.
Non se l'aspettava quest'altro tiro.
Io intanto, dal modo con cui era stato accolto il Bernaldez, avevo capito che il marchese Giglio non doveva saper nulla dell'intervento di lui alla seduta, e che doveva esserci sotto qualche intrighetto con la Pepita.
Ma il gran Terenzio non rinunziò al suo disegno.
Disponendo intorno al tavolino la catena medianica, si fece sedere accanto Adriana e pose accanto a me la Pantogada.
Non ero contento? No.
E Pepita neppure.
Parlando tal quale come il padre, ella si ribellò subito:
- Gracie tanto, asì no puede ser! Ió voglio estar entre el segnor Paleari e la mia governante, caro segnor Terenzio!
La semioscurità rossastra permetteva appena di discernere i contorni; cosicché non potei vedere fino a qual punto rispondesse al vero il ritratto che della signorina Pantogada m'aveva abbozzato Papiano; il tratto però, la voce e quella sùbita ribellione s'accordavano perfettamente all'idea che m'ero fatta di lei, dopo quella descrizione.
Certo, rifiutando cosi sdegnosamente il posto che Papiano le aveva assegnato accanto a me, la signorina Pantogada m'offendeva; ma io non solo non me n'ebbi a male, ma anzi me ne rallegrai.
- Giustissimo! - esclamò Papiano.
- E allora, si può far così: accanto al signor Meis segga la signora Candida; poi prenda posto lei, signorina.
Mio suocero rimanga dov'è: e noi altri tre pure così, come stiamo.
Va bene?
E no! non andava bene neanche così: né per me, né per la signorina Caporale, né per Adriana e né - come si vide poco dopo - per la Pepita, la quale stette molto meglio in una nuova catena disposta proprio dal genialissimo spirito di Max.
Per il momento, io mi vidi accanto quasi un fantasima di donna, con una specie di collinetta in capo (era cappello? era cuffia? parrucca? che diavolo era?).
Di sotto quel carico enorme uscivan di tratto in tratto certi sospiri terminati da un breve gemito.
Nessuno aveva pensato a presentarmi a quella signora Candida : ora, per far la catena, dovevamo tenerci per mano; e lei sospirava.
Non le pareva ben fatto, ecco.
Dio, che mano fredda!
Con l'altra mano tenevo la sinistra della signorina Caporale seduta a capo del tavolino, con le spalle contro il lenzuolo appeso all'angolo; Papiano le teneva la destra.
Accanto ad Adriana, dall'altra parte, sedeva il pittore; il signor Anselmo stava all'altro capo del tavolino, dirimpetto alla Caporale.
Papiano disse:
- Bisognerebbe spiegare innanzi tutto al signor Meis e alla signorina Pantogada il linguaggio...
come si chiama?
- Tiptologico, - suggerì il signor Anselmo.
- Prego, anche a me, - si rinzelò la signora Candida, agitandosi su la seggiola.
- Giustissimo! Anche alla signora Candida, si sa!
- Ecco, - prese a spiegare il signor Anselmo.
- Due colpi vogliono dir sì...
- Colpi? - interruppe Pepita.
- Che colpi?
- Colpi, - rispose Papiano, - o battuti sul tavolino o su le seggiole o altrove o anche fatti percepire per via di toccamenti.
- Ah no-no-no-no-nó!! - esclamò allora quella a precipizio, balzando in piedi.
- Ió non ne amo, tocamenti.
De chi?
- Ma dello spirito di Max, signorina, - le spiegò Papiano.
- Gliel'ho accennato, venendo: non fanno mica male, si rassicuri.
- Tittologichi, - aggiunse con aria di commiserazione, da donna superiore, la signora Candida.
- E dunque, - riprese il signor Anselmo, - due colpi, sì; tre colpi, no; quattro, bujo cinque, parlate; sei, luce.
Basterà così.
E ora concentriamoci, signori miei.
Si fece silenzio.
Ci concentrammo.
XIV
Le prodezze di Max
Apprensione? No.
Neanche per ombra.
Ma una viva curiosità mi teneva e anche un certo timore che Papiano stésse per fare una pessima figura.
Avrei dovuto goderne; e, invece, no.
Chi non prova pena, o piuttosto, un frigido avvilimento nell'assistere a una commedia mal rappresentata da comici inesperti?
« Tra due sta, » pensavo: « o egli è molto abile, o l'ostinazione di tenersi accanto Adriana non gli fa veder bene dove si mette, lasciando il Bernaldez e Pepita, me e Adriana disillusi e perciò in grado d'accorgerci senza alcun gusto, senz'alcun compenso, della sua frode.
Meglio di tutti se n'accorgerà Adriana che gli sta più vicina; ma lei già sospetta la frode e vi è preparata.
Non potendo starmi accanto, forse in questo momento ella domanda a se stessa perché rimanga lì ad assistere a una farsa per lei non solamente insulsa, ma anche indegna e sacrilega.
E Ia stessa domanda certo, dal canto loro, si rivolgono il Bernaldez e Pepita.
Come mai Papiano non se ne rende conto, or che s'è visto fallire il colpo d'allogarmi accanto la Pantogada? Si fida dunque tanto della propria abilità? Stiamo a vedere.
»
Facendo queste riflessioni, io non pensavo affatto alla signorina Caporale.
A un tratto, questa si mise a parlare, come in un leggero dormiveglia.
- La catena, - disse, - la catena va mutata...
- Abbiamo già Max? - domandò premurosamente quel buon uomo del signor Anselmo.
La risposta della Caporale si fece attendere un bel po'.
- Sì, - poi disse penosamente, quasi con affanno.
- Ma siamo in troppi, questa sera...
- E' vero sì! - scattò Papiano.
- Mi sembra però, che così stiamo benone.
- Zitto! - ammonì il Paleari.
- Sentiamo che dice Max.
- La catena, - riprese la Caporale, - non gli par bene equilibrata.
Qua, da questo lato (e sollevò la mia mano), ci sono due donne accanto.
Il signor Anselmo farebbe bene a prendere il posto della signorina Pantogada, e viceversa.
- Subito! - esclamò il signor Anselmo, alzandosi.
- Ecco, signorina, segga qua!
E Pepita, questa volta, non si ribellò.
Era accanto al pittore.
- Poi, - soggiunse la Caporale, - la signora Candida...
Papiano la interruppe:
- Al posto d'Adriana, è vero? Ci avevo pensato.
Va benone!
Io strinsi forte, forte, forte, la mano di Adriana fino a farle male, appena ella venne a prender posto accanto a me.
Contemporaneamente la signorina Caporale mi stringeva l'altra mano, come per domandarmi: « E' contento così? ».
« Ma sì, contentone! » le risposi io con un'altra stretta, che significava anche: « E ora fate pure, fate pure quel che vi piace ! ».
- Silenzio ! - intimò a questo punto il signor Anselmo.
E chi aveva fiatato? Chi? Il tavolino! Quattro colpi: - Bujo!
Giuro di non averli sentiti.
Se non che, appena spento il lanternino, avvenne tal cosa che scompigliò d'un tratto tutte le mie supposizioni.
La signorina Caporale cacciò uno strillo acutissimo, che ci fece sobbalzar tutti quanti dalle seggiole.
- Luce! luce!
Che era avvenuto?
Un pugno! La signorina Caporale aveva ricevuto un pugno su la bocca, formidabile: le sanguinavano le gengive.
Pepita e la signora Candida scattarono in piedi, spaventate.
Anche Papiano s'alzò per riaccendere il lanternino.
Subito Adriana ritrasse dalla mia mano la sua.
Il Bernaldez col faccione rosso, perché teneva tra le dita un fiammifero, sorrideva, tra sorpreso e incredulo, mentre il signor Anselmo, costernatissimo, badava a ripetere:
- Un pugno! E come si spiega?
Me lo domandavo anch'io, turbato.
Un pugno? Dunque quel cambiamento di posti non era concertato avanti tra i due.
Un pugno? Dunque la signorina Caporale s'era ribellata a Papiano.
E ora?
Ora, scostando la seggiola e premendosi un fazzoletto su la bocca, la Caporale protestava di non voler più saperne.
E Pepita Pantogada strillava:
- Gracie, segnori! gracie! Aqui se dano cachetes!
- Ma no! ma no! - esclamò il Paleari.
- Signori miei, questo è un fatto nuovo, stranissimo! Bisogna chiederne spiegazione.
- A Max? - domandai io.
- A Max, già! Che lei, cara Silvia, abbia male interpretato i suggerimenti di lui nella disposizione della catena?
- E probabile! è probabile! - esclamò il Bernaldez, ridendo.
- Lei, signor Meis, che ne pensa? - mi domandò il Paleari, a cui il Bernaldez non andava proprio a genio.
- Eh, di sicuro, questo pare, - dissi io.
Ma la Caporale negò recisamente col capo.
- E allora? - riprese il signor Anselmo.
- Come si spiega? Max violento! E quando mai? Che ne dici tu, Terenzio?
Non diceva nulla, Terenzio, protetto dalla semioscurità: alzò le spalle, e basta.
- Via - diss'io allora alla Caporale.
- Vogliamo contentare il signor Anselmo, signorina? Domandiamo a Max una spiegazione: che se poi egli si dimostrerà di nuovo spirito...
di poco spirito, lasceremo andare.
Dico bene, signor Papiano?
- Benissimo! - rispose questi.
- Domandiamo, domandiamo pure.
Io ci sto.
- Ma non ci sto io, così! - rimbeccò la Caporale, rivolta proprio a lui.
- Lo dice a me? - fece Papiano.
- Ma se lei vuol lasciare andare...
- Sì, sarebbe meglio, - arrischiò timidamente Adriana.
Ma subito il signor Anselmo le diede su la voce:
- Ecco la paurosa! Son puerilità, perbacco! Scusi, lo dico anche a lei, Silvia! Lei conosce bene lo spirito che le è familiare, e sa che questa è la prima volta che...
Sarebbe un peccato, via! perché - spiacevole quanto si voglia quest'incidente - i fenomeni accennavano questa sera a manifestarsi con insolita energia.
- Troppa! - esclamò il Bernaldez, sghignazzando e promovendo il riso degli altri.
- E io, - aggiunsi, - non vorrei buscarmi un pugno su quest'occhio qui...
- Ni tampoco ió! - aggiunse Pepita.
- A sedere! - ordinò allora Papiano, risolutamente.
- Seguiamo il consiglio del signor Meis.
Proviamoci a domandare una spiegazione.
Se i fenomeni si rivelano di nuovo con troppa violenza, smetteremo.
A sedere!
E soffiò sul lanternino.
Io cercai al bujo la mano di Adriana, ch'era fredda e tremante.
Per rispettare il suo timore, non gliela strinsi in prima; pian piano, gradatamente, gliela premetti, come per infonderle calore, e, col calore, la fiducia che tutto adesso sarebbe proceduto tranquillamente.
Non poteva esser dubbio, infatti, che Papiano, forse pentito della violenza a cui s'era lasciato andare, aveva cangiato avviso.
A ogni modo avremmo certo avuto un momento di tregua; poi forse, io e Adriana, in quel bujo, saremmo stati il bersaglio di Max.
« Ebbene, » dissi tra me, « se il giuoco diventerà troppo pesante, lo faremo durar poco.
Non permetterò che Adriana sia tormentata.
»
Intanto il signor Anselmo s'era messo a parlare con Max, proprio come si parla a qualcuno vero e reale, lì presente.
- Ci sei?
Due colpi, lievi, sul tavolino.
C'era!
- E come va, Max, - domandò il Paleari, in tono d'amorevole rimprovero, - che tu, tanto buono tanto gentile, hai trattato così malamente la signorina Silvia? Ce lo vuoi dire?
Questa volta il tavolino si agitò dapprima un poco, quindi tre colpi secchi e sodi risonarono nel mezzo di esso.
Tre colpi: dunque, no: non ce lo voleva dire.
- Non insistiamo! - si rimise il signor Anselmo.
- Tu sei forse ancora un po' alterato, eh, Max? Lo sento, ti conosco...
ti conosco...
Vorresti dirci almeno se la catena così disposta ti accontenta?
Non aveva il Paleari finito di far questa domanda, ch'io sentii picchiarmi rapidamente due volte su la fronte, quasi con la punta di un dito.
- Sì! - esclamai subito, denunciando il fenomeno; e strinsi la mano d'Adriana.
Debbo confessare che quel « toccamento » inatteso mi fece pure, lì per li, una strana impressione.
Ero sicuro che, se avessi levato a tempo la mano avrei ghermito quella di Papiano, e tuttavia...
La delicata leggerezza del tocco e la precisione erano state, a ogni modo, meravigliose.
Poi, ripeto, non me l'aspettavo.
Ma perché intanto Papiano aveva scelto me per manifestar la sua remissione? Aveva voluto con quel segno tranquillarmi, o era esso all'incontro una sfida e significava: « Adesso vedrai se son contento »?
- Bravo, Max! - esclamò il signor Anselmo.
E io, tra me:
« (Bravo, sì! Che fitta di scapaccioni ti darei!) »
- Ora, se non ti dispiace - riprese il padron di casa, - vorresti darci un segno del tuo buon animo verso di noi?
Cinque colpi sul tavolino intimarono: - Parlate!
- Che significa? - domandò la signora Candida, impaurita.
- Che bisogna parlare, - spiegò Papiano, tranquillamente.
E Pepita :
- A chi?
- Ma a chi vuol lei, signorina! Parli col suo vicino, per esempio.
- Forte?
- Sì, - disse il signor Anselmo.
- Questo vuol dire, signor Meis, che Max ci prepara intanto qualche bella manifestazione.
Forse una luce...
chi sa! Parliamo, parliamo...
E che dire? Io già parlavo da un pezzo con la mano d'Adriana, e non pensavo, ahimè, non pensavo più a nulla! Tenevo a quella manina un lungo discorso intenso, stringente, e pur carezzevole, che essa ascoltava tremante e abbandonata; già! l'avevo costretta a cedermi le dita, a intrecciarle con le mie.
Un'ardente ebbrezza mi aveva preso, che godeva dello spasimo che le costava lo sforzo di reprimer la sua foga smaniosa per esprimersi invece con le maniere d'una dolce tenereza, come voleva il candore di quella timida anima soave.
Ora, in tempo che le nostre mani facevano questo discorso fitto fitto, io cominciai ad avvertire come uno strofinio alla traversa, tra le due gambe posteriori della seggiola; e mi turbai.
Papiano non poteva col piede arrivare fin là; e, quand'anche, la traversa fra le gambe anteriori gliel'avrebbe impedito.
Che si fosse alzato dal tavolino e fosse venuto dietro alla mia seggiola? Ma, in questo caso, la signora Candida, se non era proprio scema, avrebbe dovuto avvertirlo.
Prima di comunicare a gli altri il fenomeno, avrei voluto in qualche modo spiegarmelo; ma poi pensai che, avendo ottenuto ciò che mi premeva, ora, quasi per obbligo, mi conveniva secondar la frode, senz'altro indugio, per non irritare maggiormente Papiano.
E avviai a dire quel che sentivo.
- Davvero? - esclamò Papiano, dal suo posto, con una meraviglia che mi parve sincera.
Né minor meraviglia dimostrò la signorina Caporale.
Sentii rizzarmi i capelli su la fronte.
Dunque, quel fenomeno era vero?
- Strofinìo? - domandò ansiosamente il signor Anselmo.
- Come sarebbe? come sarebbe?
- Ma sì! - confermai, quasi stizzito.
- E séguita! Come se ci fosse qua dietro un cagnolino...
ecco!
Un alto scoppio di risa accolse questa mia spiegazione.
- Ma è Minerva! è Minerva! - gridò Pepita Pantogada.
- Chi è Minerva? - domandai, mortificato.
- Ma la mia cagnetta! - riprese quella, ridendo ancora.
- La viechia mia, segnore, che se grata asì soto tute le sedie.
Con permisso! con permisso!
Il Bernaldez accese un altro fiammifero, e Pepita s'alzò per prendere quella cagnetta, che si chiamava Minerva, e accucciarsela in grembo.
- Ora mi spiego, - disse contrariato il signor Anselmo, - ora mi spiego la irritazione di Max.
C'è poca serietà, questa sera, ecco!
Per il signor Anselmo, forse, sì: ma - a dir vero - non ce ne fu molta di più per noi nelle sere successive, rispetto allo spiritismo, s'intende.
Chi poté più badare alle prodezze di Max nel buio? Il tavolino scricchiolava, si moveva, parlava con picchi sodi o lievi; altri picchi s'udivano su le cartelle delle nostre seggiole e, or qua or là, su i mobili della camera, e raspamenti, strascichii e altri rumori; strane luci fosforiche, come fuochi fatui, si accendevano nell'aria per un tratto, vagolando, e anche il lenzuolo si rischiarava e si gonfiava come una vela; e un tavolinetto porta-sigari si fece parecchie passeggiatine per la camera e una volta finanche balzò sul tavolino intorno al quale sedevamo in catena; e la chitarra come se avesse messo le ali, volò dal cassettone su cui era posata e venne a strimpellar su noi...
Mi parve però che Max manifestasse meglio le sue eminenti facoltà musicali coi sonaglioli d'un collaretto da cane che a un certo punto fu messo al collo della signorina Caporale; il che parve al signor Anselmo uno scherzo affettuoso e graziosissimo di Max; ma la signorina Caporale non lo gradì molto.
Era entrato evidentemente in iscena, protetto dal bujo, Scipione, il fratello di Papiano, con istruzioni particolarissime.
Costui era davvero epilettico, ma non così idiota come il fratello Terenzio e lui stesso volevano dare a intendere.
Con la lunga abitudine dell'oscurità, doveva aver fatto l'occhio a vederci al bujo.
In verità, non potrei dire fino a che punto egli si dimostrasse destro in quelle frodi congegnate avanti col fratello e con la Caporale; per noi, cioè per me e per Adriana, per Pepita e il Bernaldez, poteva far quello che gli piaceva e tutto andava bene, comunque lo facesse: lì, egli non doveva contentare che il signor Anselmo e la signora Candida; e pareva vi riuscisse a meraviglia.
E vero bensì, che né l'uno né l'altra erano di difficile contentatura.
Oh, il signor Anselmo gongolava di gioja; pareva in certi momenti un ragazzetto al teatrino delle marionette; e a certe sue esclamazioni puerili io soffrivo, non solo per l'avvilimento che mi cagionava il vedere un uomo, non certamente sciocco, dimostrarsi tale fino all'inverosimile; ma anche perché Adriana mi faceva comprendere che provava rimorso a godere così, a scapito della serietà del padre, approfittandosi della ridicola dabbenaggine di lui.
Questo solo turbava di tratto in tratto la nostra gioja.
Eppure, conoscendo Papiano, avrebbe dovuto nascermi il sospetto che, se egli si rassegnava a lasciarmi accanto Adriana e, contrariamente a' miei timori, non ci faceva mai disturbare dallo spirito di Max, anzi pareva che ci favorisse e ci proteggesse, doveva aver fatto qualche altra pensata.
Ma era tale in quei momenti la gioja che mi procurava la libertà indisturbata nel bujo, che questo sospetto non mi s'affacciò affatto.
- No! - strillo a un certo punto la signorina Pantogada.
E subito il signor Anselmo:
- Dica, dica, signorina! che è stato? che ha sentito?
Anche il Bernaldez la spinse a dire, premurosamente; e allora Pepita:
- Aquì, su un lado, una carecia...
- Con la mano? - domandò il Paleari.
- Delicata, è vero? Fredda, furtiva e delicata...
Oh, Max, se vuole, sa esser gentile con le donne! Vediamo un po', Max, potresti rifar la carezza alla signorina?
- Aquì està! aquì está! - si mise a gridare subito Pepita ridendo.
- Che vuol dire? - domando il signor Anselmo.
- Rifà, rifà...
m'acareccia!
- E un bacio, Max? - propose allora il Paleari.
- No! - strillò Pepita, di nuovo.
Ma un bel bacione sonoro le fu scoccato su la guancia.
Quasi involontariamente io mi recai allora la mano di Adriana alla bocca; poi, non contento, mi chinai a cercar la bocca di lei, e così il primo bacio, bacio lungo e muto, fu scambiato fra noi.
Che seguì? ci volle un pezzo, prima ch'io smarrito di confusione e di vergogna, potessi riavermi in quell'improvviso disordine.
S'erano accorti di quel nostro bacio? Gridavano.
Uno, due fiammiferi, accesi; poi anche la candela, quella stessa che stava entro il lanternino dal vetro rosso.
E tutti in piedi! Perché? Perché? Un gran colpo, un colpo formidabile, come vibrato da un pugno di gigante invisibile, tonò sul tavolino, così, in piena luce.
Allibimmo tutti e, più di ogni altro, Papiano e la signorina Caporale.
- Scipione! Scipione! - chiamò Terenzio.
L'epilettico era caduto per terra e rantolava stranamente.
- A sedere! - gridò il signor Anselmo.
- E caduto in trance anche lui! Ecco, ecco, il tavolino si muove, si solleva, si solleva...
La levitazione! Bravo, Max! Evviva !
E davvero il tavolino, senza che nessuno lo toccasse, si levò alto più d'un palmo dal suolo e poi ricadde pesantemente.
La Caporale, livida, tremante, atterrita, venne a nascondere la faccia sul mio petto.
La signorina Pantogada e la governante scapparono via dalla camera, mentre il Paleari gridava irritatissimo:
- No, qua, perbacco! Non rompete la catena! Ora viene il meglio! Max! Max!
- Ma che Max! - esclamò Papiano, scrollandosi alla fine dal terrore che lo teneva inchiodato e accorrendo al fratello per scuoterlo e richiamarlo in sé.
Il ricordo del bacio fu per il momento soffocato in me dallo stupore per quella rivelazione veramente strana e inesplicabile, a cui avevo assistito.
Se, come sosteneva il Paleari, la forza misteriosa che aveva agito in quel momento, alla luce, sotto gli occhi miei, proveniva da uno spirito invisibile, evidentemente, questo spirito non era quello di Max: bastava guardar Papiano e la signorina Caporale per convincersene.
Quel Max, lo avevano inventato loro.
Chi dunque aveva agito? chi aveva avventato sul tavolino quel pugno formidabile?
Tante cose lette nei libri del Paleari mi balzarono in tumulto alla mente; e, con un brivido, pensai a quello sconosciuto che s'era annegato nella gora del molino alla Stìa, a cui io avevo tolto il compianto de' suoi e degli estranei.
« Se fosse lui! » dissi tra me.
« Se fosse venuto a trovarmi, qua, per vendicarsi, svelando ogni cosa...
»
Il Paleari intanto, che - solo - non aveva provato né meraviglia né sgomento, non riusciva ancora a capacitarsi come un fenomeno così semplice e comune, quale la levitazione del tavolino, ci avesse tanto impressionato, dopo quel po' po' di meraviglie a cui avevamo precedentemente assistito.
Per lui contava ben poco che il fenomeno si fosse manifestato alla luce.
Piuttosto non sapeva spiegarsi come mai Scipione si trovasse là, in camera mia, mentr'egli lo credeva a letto.
- Mi fa specie, - diceva - perché di solito questo poveretto non si cura di nulla.
Ma si vede che queste nostre sedute misteriose gli han destato una certa curiosità: sarà venuto a spiare, sarà entrato furtivamente, e allora...
pàffete, acchiappato! Perché e innegabile, sa, signor Meis, che i fenomeni straordinarii della medianità traggono in gran parte origine dalla nevrosi epilettica, catalettica e isterica.
Max prende da tutti, sottrae anche a noi buona parte d'energia nervosa, e se ne vale per la produzione dei fenomeni.
E' accertato! Non si sente anche lei, difatti, come se le avessero sottratto qualche cosa?
- Ancora no, per dire la verità.
Quasi fino all'alba mi rivoltai sul letto, fantasticando di quell'infelice, sepolto nel cimitero di Miragno, sotto il mio nome.
Chi era? Donde veniva? Perché si era ucciso? Forse voleva che quella sua triste fine si sapesse: era stata forse riparazione, espiazione...
e io me n'ero approfittato! Più d'una volta, al bujo - lo confesso - gelai di paura.
Quel pugno, lì, sul tavolino, in camera mia, non lo avevo udito io solo.
Lo aveva scagliato lui? E non era egli ancor lì, nel silenzio, presente e invisibile, accanto a me? Stavo in orecchi, se m'avvenisse di cogliere qualche rumore nella camera.
Poi m'addormentai e feci sogni paurosi.
Il giorno appresso aprii le finestre alla luce.
XV
Io e l'ombra mia
Mi è avvenuto più volte, svegliandomi nel cuor della notte (la notte, in questo caso, non dimostra veramente d'aver cuore), mi è avvenuto di provare al bujo, nel silenzio, una strana meraviglia, uno strano impaccio al ricordo di qualche cosa fatta durante il giorno, alla luce, senz'abbadarci; e ho domandato allora a me stesso se, a determinar le nostre azioni, non concorrano anche i colori, la vista delle cose circostanti, il vario frastuono della vita.
Ma sì, senza dubbio; e chi sa quant'altre cose! Non viviamo noi, secondo il signor Anselmo, in relazione con l'universo? Ora sta a vedere quante sciocchezze questo maledetto universo ci fa commettere, di cui poi chiamiamo responsabile la misera coscienza nostra, tirata da forze esterne, abbagliata da una luce che è fuor di lei.
E, all'incontro, quante deliberazioni prese, quanti disegni architettati, quanti espedienti macchinati durante la notte non appajono poi vani e non crollano e non sfumano alla luce del giorno? Com'altro è il giorno, altro la notte, così forse una cosa siamo noi di giorno, altra di notte: miserabilissima cosa, ahimè, così di notte come di giorno.
So che, aprendo dopo quaranta giorni le finestre della mia camera, io non provai alcuna gioja nel riveder la luce.
Il ricordo di ciò che avevo fatto in quei giorni al bujo me la offuscò orribilmente.
Tutte le ragioni e le scuse e le persuasioni che in quel bujo avevano avuto il loro peso e il loro valore, non ne ebbero più alcuno, appena spalancate le finestre, o ne ebbero un altro al tutto opposto.
E invano quel povero me che per tanto tempo se n'era stato con le finestre chiuse e aveva fatto di tutto per alleviarsi la noja smaniosa della prigionia, ora - timido come un cane bastonato - andava appresso a quell'altro me che aveva aperte le finestre e si destava alla luce del giorno, accigliato, severo, impetuoso; invano cercava di stornarlo dai foschi pensieri, inducendolo a compiacersi piuttosto, dinanzi allo specchio, del buon esito dell'operazione e della barba ricresciuta e anche del pallore che in qualche modo m'ingentiliva l'aspetto.
« Imbecille, che hai fatto? che hai fatto? »
Che avevo fatto? Niente, siamo giusti! Avevo fatto all'amore.
Al bujo - era colpa mia? - non avevo veduto più ostacoli, e avevo perduto il ritegno che m'ero imposto.
Papiano voleva togliermi Adriana; la signorina Caporale me l'aveva data, me l'aveva fatta sedere accanto, e s'era buscato un pugno sulla bocca, poverina; io soffrivo, e - naturalmente - per quelle sofferenze credevo com'ogni altro sciagurato (leggi uomo) d'aver diritto a un compenso, e - poiché l'avevo allato - me l'ero preso; lì si facevano gli esperimenti della morte, e Adriana, accanto a me, era la vita, la vita che aspetta un bacio per schiudersi alla gioja; ora Manuel Bernaldez aveva baciato al bujo la sua Pepita, e allora anch'io...
- Ah!
Mi buttai su la poltrona, con le mani su la faccia.
Mi sentivo fremere le labbra al ricordo di quel bacio.
Adriana! Adriana! Che speranze le avevo acceso in cuore con quel bacio? Mia sposa, è vero? Aperte le finestre, festa per tutti!
Rimasi, non so per quanto tempo, li su quella poltrona, a pensare, ora con gli occhi sbarrati, ora restringendomi tutto in me, rabbiosamente, come per schermirmi da un fitto spasimo interno.
Vedevo finalmente: vedevo in tutta la sua crudezza la frode della mia illusione: che cos'era in fondo ciò che m'era sembrata la più grande delle fortune, nella prima ebbrezza della mia liberazione.
Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m'era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m'ero anche accorto ch'essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri; ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, foss'anche debolissimamente, le fila recise, a che era valso? Ecco: s'erano riallacciate da sé, quelle fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, mi fossi opposto, la vita mi aveva trascinato, con la sua foga irresistibile: la vita che non era più per me.
Ah, ora me n'accorgevo veramente, ora che non potevo più con vani pretesti, con infingimenti quasi puerili, con pietose, meschinissime scuse impedirmi di assumer coscienza del mio sentimento per Adriana, attenuare il valore delle mie intenzioni, delle mie parole, de' miei atti.
Troppe cose, senza parlare, le avevo detto, stringendole la mano, inducendola a intrecciar con le mie le sue dita; e un bacio, un bacio infine aveva suggellato il nostro amore.
Ora, come risponder coi fatti alla promessa? Potevo far mia Adriana? Ma nella gora del molino, là alla Stìa, ci avevano buttato me quelle due buone donne, Romilda e la vedova Pescatore,- non ci s'eran mica buttate loro! E libera dunque era rimasta lei, mia moglie; non io, che m'ero acconciato a fare il morto, lusingandomi di poter diventare un altro uomo, vivere un'altra vita.
Un altr'uomo, sì ma a patto di non far nulla.
E che uomo dunque? Un'ombra d'uomo! E che vita? Finché m'ero contentato di star chiuso in me e di veder vivere gli altri, sì, avevo potuto bene o male salvar l'illusione ch'io stessi vivendo un'altra vita; ma ora che a questa m'ero accostato fino a cogliere un bacio da due care labbra, ecco, mi toccava a ritrarmene inorridito, come se avessi baciato Adriana con le labbra d'un morto, d'un morto che non poteva rivivere per lei! Labbra mercenarie, sì, avrei potuto baciarne; ma che sapor di vita in quelle labbra? Oh, se Adriana, conoscendo il mio strano caso...
Lei? No...
no...
che! neanche a pensarci! Lei, così pura, così timida...
Ma se pur l'amore fosse stato in lei più forte di tutto, più forte d'ogni riguardo sociale...
ah povera Adriana, e come avrei potuto io chiuderla con me nel vuoto della mia sorte, farla compagna d'un uomo che non poteva in alcun modo dichiararsi e provarsi vivo? Che fare? che fare?
Due colpi all'uscio mi fecero balzar dalla poltrona.
Era lei, Adriana
Per quanto con uno sforzo violento cercassi di arrestare in me il tumulto dei sentimenti, non potei impedire che non le apparissi almeno turbato.
Turbata era anche lei, ma dal pudore, che non le consentiva di mostrarsi lieta, come avrebbe voluto, di rivedermi finalmente guarito, alla luce, e contento...
No? Perché no?...
Alzò appena gli occhi a guardarmi; arrossì; mi porse una busta:
- Ecco, per lei...
- Una lettera?
- Non credo.
Sarà la nota del dottor Ambrosini.
Il servo vuol sapere se c'è risposta.
Le tremava la voce.
Sorrise.
- Subito, - diss'io; ma un'improvvisa tenerezza mi prese,- comprendendo ch'ella era venuta con la scusa di quella nota per aver da me una parola che la raffermasse nelle sue speranze; un'angosciosa, profonda pietà mi vinse, pietà di lei e di me, pietà crudele, che mi spingeva irresistibilmente a carezzarla, a carezzare in lei il mio dolore, il quale soltanto in lei, che pur ne era la causa, poteva trovar conforto.
E pur sapendo che mi sarei compromesso ancor più, non seppi resistere: le porsi ambo le mani.
Ella, fiduciosa, ma col volto in fiamme, alzò pian piano sue e le pose sulle mie.
Mi attirai allora la sua testina bionda sul petto e le passai una mano su i capelli.
- Povera Adriana!
- Perché? - mi domandò, sotto la carezza.
- Non siamo contenti?
- Sì...
- E allora perché povera?
Ebbi in quel momento un impeto di ribellione, fui tentato di svelarle tutto, di risponderle: « Perché? senti io ti amo, e non posso, non debbo amarti! Se tu vuoi però...
».
Ma dàlli! Che poteva volere quella mite creatura? Mi premetti forte sul petto la sua testina, e sentii che sarei stato molto più crudele se dalla gioja suprema a cui ella, ignara, si sentiva in quel punto inalzata dall'amore, io l'avessi fatta precipitare nell'abisso della disperazione ch'era in me.
- Perché, - dissi, lasciandola, - perché so tante cose, per cui lei non può esser contenta...
Ebbe come uno smarrimento penosissimo, nel vedersi, cosi d'un tratto, sciolta dalle mie braccia.
Si aspettava forse, dopo quelle carezze, che io le dessi del tu? Mi guardò e, notando la mia agitazione, domandò esitante:
- Cose...
che sa lei...
per sé, o qui...
di casa mia?
Le risposi col gesto: « Qui, qui » per togliermi la tentazione che di punto in punto mi vinceva, di parlare, di aprirmi con lei.
L'avessi fatto! Cagionandole subito quell'unico, forte dolore, gliene avrei risparmiato altri, e io non mi sarei cacciato in nuovi e più aspri garbugli.
Ma troppo recente era allora la mia triste scoperta, avevo ancor bisogno d'approfondirla bene, e l'amore e la pietà mi toglievano il coraggio d'infrangere così d'un tratto le speranze di lei e la mia vita stessa, cioè quell'ombra d'illusione che di essa, finché tacevo, poteva ancora restarmi.
Sentivo poi quanto odiosa sarebbe stata la dichiarazione che avrei dovuto farle, che io, cioè, avevo moglie ancora.
Sì! sì! Svelandole che non ero Adriano Meis io tornavo ad essere Mattia Pascal, MORTO E ANCORA AMMOGLIATO! Come si possono dire siffatte cose? Era il colmo, questo, della persecuzione che una moglie possa esercitare sul proprio marito: liberarsene lei, riconoscendolo morto nel cadavere d'un povero annegato, e pesare ancora, dopo la morte.
su lui, addosso a lui, così.
Io avrei potuto ribellarmi è vero, dichiararmi vivo, allora...
Ma chi, al posto mio, non si sarebbe regolato come me? Tutti, tutti, come me, in quel punto, nei panni miei, avrebbero stimato certo una fortuna potersi liberare in un modo così inatteso, insperato, insperabile, della moglie, della suocera, dei debiti, d'un'egra e misera esistenza come quella mia.
Potevo mai pensare, allora, che neanche morto mi sarei liberato della moglie? lei, sì, di me, e io no di lei? e che la vita che m'ero veduta dinanzi libera libera libera, non fosse in fondo che una illusione, la quale non poteva ridursi in realtà, se non superficialissimamente, e più schiava che mai, schiava delle finzioni, delle menzogne che con tanto disgusto m'ero veduto costretto a usare, schiava del timore d'essere scoperto, pur senza aver commesso alcun delitto?
Adriana riconobbe che non aveva in casa, veramente, di che esser contenta; ma ora...
E con gli occhi e con un mesto sorriso mi domandò se mai per me potesse rappresentare un ostacolo ciò che per lei era cagione di dolore.
« No, è vero? » chiedeva quello sguardo e quel mesto sorriso.
- Oh, ma paghiamo il dottor Ambrosini! - esclamai, fingendo di ricordarmi improvvisamente della nota e del servo che attendeva di là.
Lacerai la busta e, senza por tempo in mezzo, sforzandomi d'assumere un tono scherzoso: - Seicento lire! dissi.
- Guardi un po', Adriana: la Natura fa una delle sue solite stramberie; per tanti anni mi condanna a portare un occhio, diciamo così, disobbediente; io soffro dolori e prigionia per correggere lo sbaglio di lei, e ora per giunta mi tocca a pagare.
Le sembra giusto?
Adriana sorrise con pena.
- Forse, - disse, - il dottor Ambrosini non sarebbe contento se lei gli rispondesse di rivolgersi alla Natura per il pagamento.
Credo che si aspetti anche d'esser ringraziato, perché l'occhio...
- Le par che stia bene?
Ella si sforzò a guardarmi, e disse piano, riabbassando subito gli occhi:
- Sì...
Pare un altro...
- Io o l'occhio?
- Lei.
- Forse con questa barbaccia...
- No...
Perché? Le sta bene...
Me lo sarei cavato con un dito, quell'occhio! Che m'importava più d'averlo a posto?
- Eppure, - dissi, - forse esso, per conto suo, era più contento prima.
Ora mi dà un certo fastidio...
Basta.
Passerà!
Mi recai allo stipetto a muro, in cui tenevo il denaro.
Allora Adriana accennò di volersene andare; io stupido, la trattenni; ma, già, come potevo prevedere? In tutti gl'impicci miei, grandi e piccini, sono stato, come s'è visto, soccorso sempre dalla fortuna.
Ora ecco com'essa, anche questa volta, mi venne in ajuto.
Facendo per aprire lo stipetto, notai che la chiave non girava entro la serratura: spinsi appena appena e, subito, lo sportellino cedette: era aperto!
- Come! - esclamai.
- Possibile ch'io l'abbia lasciato così?
Notando il mio improvviso turbamento, Adriana era diventata pallidissima.
La guardai, e:
- Ma qui...
guardi, signorina, qui qualcuno ha dovuto metter le mani!
C'era dentro lo stipetto un gran disordine: i miei biglietti di banca erano stati tratti dalla busta di cuojo, in cui li tenevo custoditi, ed erano lì sul palchetto sparpagliati.
Adriana si nascose il volto con le mani, inorridita.
Io raccolsi febbrilmente quei biglietti e mi diedi a contarli.
- Possibile? - esclamai, dopo aver contato, passandomi le mani tremanti su la fronte ghiaccia di sudore.
Adriana fu per mancare, ma si sorresse a un tavolinetto lì presso e domandò con una voce che non mi parve più la sua :
- Hanno rubato?
- Aspetti...
aspetti...
Com'è possibile? - dissi io.
E mi rimisi a contare, sforzando rabbiosamente le dita e la carta, come se, a furia di stropicciare, potessero da quei biglietti venir fuori gli altri che mancavano.
- Quanto? - mi domandò ella, scontraffatta dall'orrore, dal ribrezzo, appena ebbi finito di contare.
- Dodici...
dodici mila lire...
- balbettai.
- Erano sessantacinque...
sono cinquantatré! Conti lei...
Se non avessi fatto a tempo a sorreggerla, la povera Adriana sarebbe caduta per terra, come sotto una mazzata.
Tuttavia, con uno sforzo supremo, ella poté riaversi ancora una volta, e singhiozzando, convulsa, cercò di sciogliersi da me che volevo adagiarla su la poltrona e fece per spingersi verso l'uscio:
- Chiamo il babbo! chiamo il babbo!
- No! - le gridai, trattenendola e costringendola a sedere.
- Non si agiti così, per carità! Lei mi fa più male...
Io non voglio, non voglio! Che c'entra lei? Per carità, si calmi.
Mi lasci prima accertare, perché...
sì, lo stipetto era aperto, ma io non posso, non voglio credere ancora a un furto così ingente...
Stia buona, via!
E daccapo, per un ultimo scrupolo, tornai a contare i biglietti; pur sapendo di certo che tutto il mio denaro stava lì, in quello stipetto, mi diedi a rovistare da per tutto, anche dove non era in alcun modo possibile ch'io avessi lasciato una tal somma, tranne che non fossi stato colto da un momento di pazzia.
E per indurmi a quella ricerca che m'appariva a mano a mano sempre più sciocca e vana, mi sforzavo di credere inverosimile l'audacia del ladro.
Ma Adriana, quasi farneticando, con le mani sul volto, con la voce rotta dai singhiozzi:
- E inutile! è inutile! - gemeva.
- Ladro...
ladro...
anche ladro!...
Tutto congegnato avanti...
Ho sentito, nel bujo...
m'è nato il sospetto...
ma non volli credere ch'egli potesse arrivare fino a tanto...
Papiano, sì: il ladro non poteva esser altri che lui; lui, per mezzo del fratello, durante quelle sedute spiritiche...
- Ma come mai, - gemette ella, angosciata, - come mai teneva lei tanto denaro, cosi, in casa?
Mi voltai a guardarla, inebetito.
Che risponderle? Potevo dirle che per forza, nella condizione mia dovevo tener con me il denaro? potevo dirle che mi era interdetto d'investirlo in qualche modo, d'affidarlo a qualcuno? che non avrei potuto neanche lasciarlo in deposito in qualche banca, giacché, se poi per caso fosse sorta qualche difficoltà non improbabile per ritirarlo, non avrei più avuto modo di far riconoscere il mio diritto su esso?
E, per non apparire stupito, fui crudele:
- Potevo mai supporre? - dissi.
Adriana si coprì di nuovo il volto con le mani, gemendo, straziata:
- Dio! Dio! Dio!
Lo sgomento che avrebbe dovuto assalire il ladro nel commettere il furto, invase me, invece, al pensiero di ciò che sarebbe avvenuto.
Papiano non poteva certo supporre ch'io incolpassi di quel furto il pittore spagnuolo o il signor Anselmo, la signorina Caporale o la serva di casa o lo spirito di Max: doveva esser certo che avrei incolpato lui, lui e il fratello: eppure, ecco, ci s'era messo, quasi sfidandomi.
E io? che potevo far io? Denunziarlo? E come? Ma niente, niente, niente! io non potevo far niente! ancora una volta, niente! Mi sentii atterrato, annichilito.
Era la seconda scoperta, in quel giorno! Conoscevo il ladro, e non potevo denunziarlo.
Che diritto avevo io alla protezione della legge? Io ero fuori d'ogni legge.
Chi ero io? Nessuno! Non esistevo io, per la legge.
E chiunque, ormai, poteva rubarmi; e io, zitto!
Ma, tutto questo, Papiano non poteva saperlo.
E dunque?
- Come ha potuto farlo? - dissi quasi tra me.
- Da che gli è potuto venire tanto ardire?
Adriana levò il volto dalle mani e mi guardò stupita, come per dire: « E non lo sai? ».
- Ah, già! - feci, comprendendo a un tratto.
- Ma lei lo denunzierà! - esclamò ella, levandosi in piedi.
- Mi lasci, la prego, mi lasci chiamare il babbo...
Lo denunzierà subito!
Feci in tempo a trattenerla ancora una volta.
Non ci mancava altro, che ora, per giunta, Adriana mi costringesse a denunziare il furto! Non bastava che mi avessero rubato, come niente, dodici mila lire? Dovevo anche temere che il furto si conoscesse; pregare, scongiurare Adriana che non lo gridasse forte, non lo dicesse a nessuno, per carità? Ma che! Adriana - e ora lo intendo bene - non poteva assolutamente permettere che io tacessi e obbligassi anche lei al silenzio, non poteva in verun modo accettare quella che pareva una mia generosità, per tante ragioni: prima per il suo amore, poi per l'onorabilità della sua casa, e anche per me e per l'odio ch'ella portava al cognato.
Ma in quel frangente, la sua giusta ribellione mi parve proprio di più: esasperato, le gridai:
- Lei si starà zitta: gliel'impongo! Non dirà nulla a nessuno, ha capito? Vuole uno scandalo?
- No! no! - s'affrettò a protestare, piangendo, la povera Adriana.
- Voglio liberar la mia casa dall'ignominia di quell'uomo!
- Ma egli negherà! - incalzai io.
- E allora, lei, tutti di casa innanzi al giudice...
Non capisce?
- Si, benissimo! - rispose Adriana con fuoco, tutta vibrante di sdegno.
- Neghi, neghi pure! Ma noi, per conto nostro, abbiamo altro, creda, da dire contro di lui.
Lei lo denunzii, non abbia riguardo, non tema per noi...
Ci farà un bene, creda, un gran bene! Vendicherà la povera sorella mia...
Dovrebbe intenderlo, signor Meis, che mi offenderebbe, se non lo facesse.
Io voglio, voglio che lei lo denunzii.
Se non lo fa lei, lo farò io! Come vuole che io rimanga con mio padre sotto quest'onta! No! no! no! E poi...
Me la strinsi fra le braccia: non pensai più al denaro rubato, vedendola soffrire così, smaniare, disperata: e le promisi che avrei fatto com'ella voleva purché si calmasse.
No, che onta? non c'era alcuna onta per lei, né per il suo babbo; io sapevo su chi ricadeva la colpa di quel furto; Papiano aveva stimato che il mio amore per lei valesse bene dodicimila lire, e io dovevo dimostrargli di no? Denunziarlo? Ebbene, sì, l'avrei fatto, non per me, ma per liberar la casa di lei da quel miserabile: sì, ma a un patto: che ella prima di tutto si calmasse, non piangesse più così, via! via! e poi, che mi giurasse su quel che aveva di più caro al mondo, che non avrebbe parlato a nessuno, a nessuno, di quel furto, se prima io non consultavo un avvocato per tutte le conseguenze che, in tanta sovreccitazione, né io né lei potevamo prevedere.
- Me lo giura? Su ciò che ha di più caro?
Me lo giurò, e con uno sguardo, tra le lagrime, mi fece intendere su che cosa me lo giurava, che cosa avesse di più caro.
Povera Adriana!
Rimasi lì, solo, in mezzo alla camera, sbalordito, vuoto, annientato, come se tutto il mondo per me si fosse fatto vano.
Quanto tempo passò prima ch'io mi riavessi? E come mi riebbi? Scemo...
scemo!...
Come uno scemo, andai a osservare lo sportello dello stipetto, per vedere se non ci fosse qualche traccia di violenza.
No: nessuna traccia: era stato aperto pulitamente, con un grimaldello, mentr'io custodivo con tanta cura in tasca la chiave.
- E non si sente lei, - mi aveva domandato il Paleari alla fine dell'ultima seduta, - non si sente lei come se le avessero sottratto qualche cosa?
Dodici mila lire!
Di nuovo il pensiero della mia assoluta impotenza, della mia nullità, mi assalì, mi schiacciò.
Il caso che potessero rubarmi e che io fossi costretto a restar zitto e finanche con la paura che il furto fosse scoperto, come se l'avessi commesso io e non un ladro a mio danno, non mi s'era davvero affacciato alla mente.
Dodici mila lire? Ma poche! poche! Possono rubarmi tutto, levarmi fin la camicia di dosso; e io, zitto! Che diritto ho io di parlare? La prima cosa che mi domanderebbero, sarebbe questa: « E voi chi siete? Donde vi era venuto quel denaro? ».
Ma senza denunziarlo...
vediamo un po'! se questa sera io lo afferro per il collo e gli grido: « Qua subito il denaro che hai tolto di là, dallo stipetto, pezzo di ladro! ».
Egli strilla; nega; può forse dirmi: « Sissignore, eccolo qua, I'ho preso per isbaglio...
»? E allora? Ma c'è il caso che mi dia anche querela per diffamazione.
Zitto, dunque, zitto! M'è sembrata una fortuna l'esser creduto morto? Ebbene, e sono morto davvero.
Morto? Peggio che morto; me l'ha ricordato il signor Anselmo: i morti non debbono più morire, e io sì: io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita.
Che vita infatti può esser più la mia? La noja di prima, la solitudine, la compagnia di me stesso?
Mi nascosi il volto con le mani; caddi a sedere su la poltrona.
Ah, fossi stato almeno un mascalzone! avrei potuto forse adattarmi a restar così, sospeso nell'incertezza della sorte, abbandonato al caso, esposto a un rischio continuo, senza base, senza consistenza.
Ma io? Io, no.
E che fare, dunque? Andarmene via? E dove? E Adriana? Ma che potevo fare per lei? Nulla...
nulla...
Come andarmene però così, senz'alcuna spiegazione, dopo quanto era accaduto? Ella ne avrebbe cercato la causa in quel furto; avrebbe detto: « E perché ha voluto salvare il reo, e punir me innocente? ».
Ah no, no, povera Adriana! Ma, d'altra parte, non potendo far nulla come sperare di rendere men trista la mia parte verso di lei? Per forza dovevo dimostrarmi inconseguente e crudele.
L'inconseguenza, la crudeltà erano della mia stessa sorte, e io per il primo ne soffrivo.
Fin Papiano, il ladro, commettendo il furto, era stato più conseguente e men crudele di quel che pur troppo avrei dovuto dimostrarmi io.
Egli voleva Adriana, per non restituire al suocero la dote della prima moglie: io avevo voluto togliergli Adriana? e dunque la dote bisognava che la restituissi io, al Paleari.
Per ladro, conseguentissimo!
Ladro? Ma neanche ladro: perché la sottrazione, in fondo, sarebbe stata più apparente che reale: infatti, conoscendo egli l'onestà di Adriana, non poteva pensare ch'io volessi farne la mia amante: volevo certo farla mia moglie: ebbene allora avrei riavuto il mio denaro sotto forma di dote d'Adriana, e per di più avrei avuto una mogliettina saggia e buona: che cercavo di più?
Oh, io ero sicuro che, potendo aspettare, e se Adriana avesse avuto la forza di serbare il segreto, avremmo veduto Papiano attener la promessa di restituire, anche prima dell'anno di comporto, la dote della defunta moglie.
Quel denaro, è vero, non poteva più venire a me, perché Adriana non poteva esser mia: ma sarebbe andato a lei, se ella ora avesse saputo tacere, seguendo il mio consiglio, e se io mi fossi potuto trattenere ancora per qualche po' di tempo lì.
Molta arte, molta arte avrei dovuto adoperare, e allora Adriana, se non altro, ci avrebbe forse guadagnato questo: la restituzione della sua dote.
M'acquietai un po', almeno per lei, pensando così.
Ah, non per me! Per me rimaneva la crudezza della frode scoperta, quella de la mia illusione, di fronte a cui era nulla il furto delle dodici mila lire, era anzi un bene, se poteva risolversi in un vantaggio per Adriana.
Io mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza possibilità di rientrarvi.
Con quel lutto nel cuore, con quell'esperienza fatta, me ne sarei andato via, ora, da quella casa, a cui mi ero già abituato, in cui avevo trovato un po' di requie, in cui mi ero fatto quasi il nido; e di nuovo per le strade, senza meta, senza scopo, nel vuoto.
La paura di ricader nei lacci della vita, mi avrebbe fatto tenere più lontano che mai dagli uomini, solo, solo' affatto solo, diffidente, ombroso; e il supplizio di Tantalo si sarebbe rinnovato per me.
Uscii di casa, come un matto.
Mi ritrovai dopo un pezzo per la via Flaminia, vicino a Ponte Molle.
Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno; poi gli occhi mi s'affisarono su l'ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa.
Ma io no, io non potevo calpestarla, l'ombra mia.
Chi era più ombra di noi due? io o lei?
Due ombre!
Là, là per terra; e ciascuno poteva passarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore: e io, zitto; l'ombra, zitta.
L'ombra d'un morto: ecco la mia vita...
Passò un carro: rimasi lì fermo, apposta: prima il cavallo, con le quattro zampe, poi le ruote del carro.
- Là, cosi! forte, sul collo! Oh, oh, anche tu, cagnolino? Sù, da bravo, si: alza un'anca! alza un'anca!
Scoppiai a ridere d'un maligno riso; il cagnolino scappò via, spaventato; il carrettiere si voltò a guardarmi.
Allora mi mossi; e l'ombra, meco, dinanzi.
Affrettai il passo per cacciarla sotto altri carri, Sotto i piedi de' viandanti, voluttuosamente.
Una smania mala mi aveva preso, quasi adunghiandomi il ventre; alla fine non potei più vedermi davanti quella mia ombra; avrei voluto scuotermela dai piedi.
Mi voltai; ma ecco; la avevo dietro, ora.
« E se mi metto a correre, » pensai, « mi seguirà! »
Mi stropicciai forte la fronte, per paura che stessi per ammattire, per farmene una fissazione.
Ma si! così era! il simbolo, lo spettro della mia vita era quell'ombra: ero io, là per terra, esposto alla mercé dei piedi altrui.
Ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla Stìa: la sua ombra per le vie di Roma.
Ma aveva un cuore, quell'ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell'ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch'era la testa di un'ombra, e non l'ombra d'una testa.
Proprio cosi!
Allora la sentii come cosa viva, e sentii dolore per essa, come il cavallo e le ruote del carro e i piedi de' viandanti ne avessero veramente fatto strazio.
E non volli lasciarla più lì, esposta, per terra.
Passò un tram, e vi montai.
Rientrando in casa...
XVI
Il ritratto di Minerva
Già prima che mi fosse aperta la porta, indovinai che qualcosa di grave doveva essere accaduto in casa: sentivo gridare Papiano e il Paleari.
Mi venne incontro, tutta sconvolta, la Caporale:
- E dunque vero? Dodici mila lire?
M'arrestai, ansante, smarrito.
Scipione Papiano, l'epilettico, attraversò in quel momento la saletta d'ingresso, scalzo, con le scarpe in mano, pallidissimo, senza giacca; mentre il fratello strillava di là:
- E ora denunzii! denunzii!
Subito una fiera stizza m'assalì contro Adriana che, non ostante il divieto, non ostante il giuramento, aveva parlato.
- Chi l'ha detto? - gridai alla Caporale.
- Non è vero niente: ho ritrovato il denaro!
La Caporale mi guardò stupita:
- Il denaro? Ritrovato? Davvero? Ah, Dio sia lodato! - esclamò, levando le braccia; e corse, seguìta da me, ad annunziare esultante nel salotto da pranzo, dove Papiano e il Paleari gridavano e Adriana piangeva: - Ritrovato! ritrovato! Ecco il signor Meis! Ha ritrovato il denaro!
- Come!
- Ritrovato?
- Possibile?
Restarono trasecolati tutti e tre; ma Adriana e il padre, col volto in fiamme; Papiano, all'incontro, terreo, scontraffatto.
Lo fissai per un istante.
Dovevo essere più pallido di lui, e vibravo tutto.
Egli abbassò gli occhi, come atterrito, e si lasciò cader dalle mani la giacca del fratello.
Gli andai innanzi, quasi a petto, e gli tesi la mano.
- Mi scusi tanto; lei, e tutti...
mi scusino, - dissi.
- No! - gridò Adriana, indignata; ma subito si premé il fazzoletto su la bocca.
Papiano la guardò, e non ardì di porgermi la mano.
Allora io ripetei:
- Mi scusi...
- e protesi ancor più la mano, per sentire la sua, come tremava.
Pareva la mano d'un morto, e anche gli occhi, torbidi e quasi spenti, parevano d'un morto.
- Sono proprio dolente, - soggiunsi, - dello scompiglio, del grave dispiacere che, senza volerlo, ho cagionato.
- Ma no...
cioè, sì...
veramente, - balbettò il Paleari, - ecco, era una cosa che...
sì, non poteva essere, perbacco! Felicissimo, signor Meis, sono proprio felicissimo che lei abbia ritrovato codesto denaro, perché...
Papiano sbuffò, si passò ambo le mani su la fronte sudata e sul capo e, voltandoci le spalle, si pose a guardare verso il terrazzino.
- Ho fatto come quel tale...
- ripresi, forzandomi a sorridere.
- Cercavo l'asino e c'ero sopra.
Avevo le dodici mila lire qua, nel portafogli, con me.
Ma Adriana, a questo punto, non poté più reggere:
- Ma se lei, - disse, - ha guardato, me presente, da per tutto, anche nel portafogli; se lì, nello stipetto...
- Sì, signorina, - la interruppi, con fredda e severa fermezza.
- Ma ho cercato male, evidentemente, dal punto che le ho ritrovate...
Chiedo anzi scusa a lei in special modo, che per la mia storditaggine, ha dovuto soffrire più degli altri.
Ma spero che...
- No! no! no! - gridò Adriana, rompendo in singhiozzi e uscendo precipitosamente dalla stanza, seguita dalla Caporale.
- Non capisco...
- fece il Paleari, stordito.
Papiano si voltò, irosamente:
- Io me ne vado lo stesso, oggi...
Pare che, ormai, non ci sia più bisogno di...
di...
S'interruppe, come se si sentisse mancare il fiato; volle volgersi a me, ma non gli bastò l'animo di guardarmi in faccia:
- Io...
io non ho potuto, creda, neanche dire di no...
quando mi hanno...
qua, preso in mezzo...
Mi son precipitato su mio fratello che...
nella sua incoscienza...
malato com'è...
irresponsabile, cioè, credo...
chi sa! si poteva immaginare, che...
L'ho trascinato qua...
Una scena selvaggia! Mi son veduto costretto a spogliarlo...
a frugargli addosso...
da per tutto...
negli abiti, fin nelle scarpe...
E lui...
ah!
Il pianto, a questo punto, gli fece impeto alla gola; gli occhi gli si gonfiarono di lagrime; e, come strozzato dall'angoscia, aggiunse:
- Così hanno veduto che...
Ma già, se lei...
Dopo questo, io me ne vado!
- Ma no! Nient'affatto! - diss'io allora, - Per causa mia? Lei deve rimanere qua! Me n'andrò io piuttosto!
- Che dice mai, signor Meis? - esclamò dolente, il Paleari.
Anche Papiano, impedito dal pianto che pur voleva soffocare, negò con la mano; poi disse:
- Dovevo...
dovevo andarmene; anzi, tutto questo è accaduto perché io...
così, innocentemente...
annunziai che volevo andarmene, per via di mio fratello che non si può più tenere in casa...
Il marchese, anzi, mi ha dato...
- l'ho qua - una lettera per il direttore di una casa di salute a Napoli, dove devo recarmi anche per altri documenti che gli bisognano...
E mia cognata allora, che ha per lei...
meritatamente, tanto...
tanto riguardo...
è saltata sù a dire che nessuno doveva muoversi di casa...
che tutti dovevamo rimanere qua...
perché lei...
non so...
aveva scoperto...
A me, questo! al proprio cognato!...
l'ha detto proprio a me...
forse perché io, miserabile ma onorato, debbo ancora restituire qua, a mio suocero...
- Ma che vai pensando, adesso! - esclamò, interrompendolo, il Paleari.
- No! - raffermò fieramente Papiano.
- Io ci penso! ci penso bene, non dubitate! E se me ne vado...
Povero, povero, povero Scipione!
Non riuscendo più a frenarsi, scoppiò in dirotto pianto.
- Ebbene, - fece il Paleari, intontito e commosso.
- E che c'entra più adesso?
- Povero fratello mio! - seguitò Papiano, con tale schianto di sincerità, che anch'io mi sentii quasi agitare le viscere della misericordia.
Intesi in quello schianto il rimorso, ch'egli doveva provare in quel momento per il fratello, di cui si era servito, a cui avrebbe addossato la colpa del furto, se io lo avessi denunziato, e a cui poc'anzi aveva fatto patir l'affronto di quella perquisizione.
Nessuno meglio di lui sapeva ch'io non potevo, aver ritrovato il danaro ch'egli mi aveva rubato.
Quella mia inattesa dichiarazione, che lo salvava proprio nel punto in cui, vedendosi perduto, egli accusava il fratello o almeno lasciava intendere - secondo il disegno che doveva aver prima stabilito - che soltanto questi poteva essere l'autore del furto, lo aveva addirittura schiacciato.
Ora piangeva per un bisogno irrefrenabile di dare uno sfogo all'animo così tremendamente percosso, e fors'anche perché sentiva che non poteva stare, se non così, piangente, di fronte a me.
Con quel pianto egli mi si prostrava, mi s'inginocchiava quasi ai piedi, ma a patto ch'io mantenessi la mia affermazione, d'aver cioè ritrovato il denaro: che se io mi fossi approfittato di vederlo ora avvilito per tirarmi indietro, mi si sarebbe levato contro, furibondo.
Egli - era già inteso - non sapeva e non doveva saper nulla di quel furto, e io, con quella mia affermazione, non salvavo che suo fratello, il quale, in fin de' conti, ov'io l'avessi denunziato, non avrebbe avuto forse a patir nulla, data la sua infermità; dal canto suo, ecco, egli s'impegnava, come già aveva lasciato intravedere, a restituir la dote al Paleari.
Tutto questo mi parve di comprendere da quel suo pianto.
Esortato dal signor Anselmo e anche da me, alla fine egli si quietò; disse che sarebbe ritornato presto da Napoli, appena chiuso il fratello nella casa di salute, liquidate le sue competenze in un certo negozio che ultimamente aveva avviato colà in società con un suo amico, e fatte le ricerche dei documenti che bisognavano al marchese.
- Anzi, a proposito, - conchiuse, rivolgendosi a me.
- Chi ci pensava più? Il signor marchese mi aveva detto che, se non le dispiace, oggi...
insieme con mio suocero e con Adriana...
- Ah, bravo, sì! - esclamò il signor Anselmo, senza lasciarlo finire.
- Andremo tutti...
benissimo! Mi pare che ci sia ragione di stare allegri, ora, perbacco! Che ne dice, signor Adriano?
- Per me...
- feci io, aprendo le braccia.
- E allora, verso le quattro...
Va bene? - propose Papiano, asciugandosi definitivamente gli occhi.
Mi ritirai in camera.
Il mio pensiero corse subito ad Adriana, che se n'era scappata singhiozzando, dopo quella mia smentita.
E se ora fosse venuta a domandarmi una spiegazione? Certo non poteva credere neanche lei, ch'io avessi davvero ritrovato il denaro.
Che doveva ella dunque supporre? Ch'io, negando a quel modo il furto, avevo voluto punirla del mancato giuramento.
Ma perché? Evidentemente perché dall'avvocato, a cui le avevo detto di voler ricorrere per consiglio prima di denunziare il furto, avevo saputo che anche lei e tutti di casa sarebbero stati chiamati responsabili di esso.
Ebbene, e non mi aveva ella detto che volentieri avrebbe affrontato lo scandalo? Sì: ma io - era chiaro - io non avevo voluto: avevo preferito di sacrificar così dodici mila lire...
E dunque, doveva ella credere che fosse generosità da parte mia, sacrifizio per amor di lei? Ecco a quale altra menzogna mi costringeva la mia condizione: stomachevole menzogna, che mi faceva bello di una squisita, delicatissima prova d'amore, attribuendomi una generosità tanto più grande, quanto meno da lei richiesta e desiderata.
Ma no! Ma no! Ma no! Che andavo fantasticando? A ben altre conclusioni dovevo arrivare, seguendo la logica di quella mia menzogna necessaria e inevitabile.
Che generosità! che sacrifizio! che prova d'amore! Avrei potuto forse lusingare più oltre quella povera fanciulla? Dovevo soffocarla, soffocarla, la mia passione; non rivolgere più ad Adriana né uno sguardo né una parola d'amore.
E allora? Come avrebbe potuto ella mettere d'accordo quella mia apparente generosità col contegno che d'ora innanzi dovevo impormi di fronte a lei.
Io ero dunque tratto per forza a profittar di quel furto ch'ella aveva svelato contro la mia volontà e che io avevo smentito, per troncare ogni relazione con lei.
Ma che logica era questa? delle due l'una: o io avevo patito il furto, e allora per qual ragione, conoscendo il ladro, non lo denunziavo, e ritraevo invece da lei il mio amore, come se anch'ella ne fosse colpevole? o io avevo realmente ritrovato il denaro, e allora perché non seguitavo ad amarla?
Sentii soffocarmi dalla nausea, dall'ira, dall'odio per me stesso.
Avessi almeno potuto dirle che non era generosità la mia; che io non potevo, in alcun modo, denunziare il furto...
Ma dovevo pur dargliene una ragione...
Eran forse denari rubati, i miei? Ella avrebbe potuto supporre anche questo...
O dovevo dirle ch'ero un perseguitato, un fuggiasco compromesso, che doveva viver nell'ombra e non poteva legare alla sua sorte quella d'una donna? Altre menzogne alla povera fanciulla...
Ma, d'altra parte, la verità ch'ora appariva a me stesso incredibile, una favola assurda, un sogno insensato, Ia verità potevo io dirgliela? Per non mentire anche adesso, dovevo confessarle d'aver mentito sempre? Ecco a che m'avrebbe condotto la rivelazione del mio stato.
E a che pro? Non sarebbe stata né una scusa per me, né un rimedio per lei.
Tuttavia, sdegnato, esasperato com'ero in quel momento, avrei forse confessato tutto ad Adriana, se lei, invece di mandare la Caporale, fosse entrata di persona in camera mia a spiegarmi perché era venuta meno al giurarnento.
La ragione m'era già nota: Papiano stesso me l'aveva detta.
La Caporale soggiunse che Adriana era inconsolabile.
- E perché? - domandai, con forzata indifferenza.
- Perché non crede, - mi rispose, - che lei abbia davvero ritrovato il danaro.
Mi nacque lì per lì l'idea (che s'accordava, del resto, con le condizioni dell'animo mio, con la nausea che provavo di me stesso) l'idea di far perdere ad Adriana ogni stima di me, perché non mi amasse più dimostrandomele falso, duro, volubile, interessato...
Mi sarei punito così del male che le avevo fatto.
Sul momento, sì, le avrei cagionato altro male, ma a fin di bene, per guarirla.
- Non crede? Come no? - dissi, con un tristo riso, alla Caporale.
- Dodici mila lire, signorina...
e che son rena? crede ella che sarei così tranquillo, se davvero me le avessero rubate?
- Ma Adriana mi ha detto...
- si provò ad aggiungere quella.
- Sciocchezze! sciocchezze! - troncai io.
- E vero, guardi...
sospettai per un momento...
Ma dissi pure alla signorina Adriana che non credevo possibile il furto...
E difatti, via! Che ragione, del resto, avrei io a dire che ho ritrovato il denaro, se non l'avessi davvero ritrovato?
La signorina Caporale si strinse ne le spalle.
- Forse Adriana crede che lei possa avere qualche ragione per...
- Ma no! ma no! - m'affrettai a interromperla.
- Si tratta, ripeto, di dodici mila lire, signorina.
Fossero state trenta, quaranta lire, eh via!...
Non ho di queste idee generose, creda pure...
Che diamine! ci vorrebbe un eroe...
Quando la signorina Caporale andò via, per riferire ad Adriana le mie parole, mi torsi le mani, me le addentai.
Dovevo regolarmi proprio così? Approfittarmi di quel furto, come se con quel denaro rubato volessi pagarla, compensarla delle speranze deluse? Ah, era vile questo mio modo d'agire! Avrebbe certo gridato di rabbia, ella, di là, e mi avrebbe disprezzato...
senza comprendere che il suo dolore era anche il mio.
Ebbene, cosi doveva essere! Ella doveva odiarmi, disprezzarmi, com'io mi odiavo e mi disprezzavo.
E anzi per inferocire di più contro me stesso, per far crescere il suo disprezzo, mi sarei mostrato ora tenerissimo verso Papiano, verso il suo nemico, come per compensarlo a gli occhi di lei del sospetto concepito a suo carico.
Sì, sì, e avrei stordito così anche il mio ladro, sì, fino a far credere a tutti ch'io fossi pazzo...
E ancora più, ancora più: non dovevamo or ora andare in casa del marchese Giglio? ebbene, mi sarei messo, quel giorno stesso, a far la corte alla signorina Pantogada.
- Mi disprezzerai ancor più, cosi, Adriana! gemetti, rovesciandomi sul letto.
- Che altro, che altro posso fare per te?
Poco dopo le quattro, venne a picchiare all'uscio della mia camera il signor Anselmo.
- Eccomi, - gli dissi, e mi recai addosso il pastrano.
- Son pronto.
- Viene cosi? - mi domandò il Paleari, guardandomi meravigliato.
- Perché? - feci io.
Ma mi accorsi subito che avevo ancora in capo il berrettino da viaggio, che solevo portare per casa.
Me lo cacciai in tasca e tolsi dall'attaccapanni il cappello, mentre il signor Anselmo rideva, rideva come se lui...
- Dove va, signor Anselmo?
- Ma guardi un po' come stavo per andare anch'io - rispose tra le risa, additandomi le pantofole ai piedi.
- Vada, vada di là; c'è Adriana...
- Viene anche lei? - domandai.
- Non voleva venire, - disse, avviandosi per la sua camera, il Paleari.
- Ma l'ho persuasa.
Vada: è nel salotto da pranzo, già pronta...
Con che sguardo duro, di rampogna, m'accolse in quella stanza la signorina Caporale! Ella, che aveva tanto sofferto per amore e che s'era sentita tante volte confortare dalla dolce fanciulla ignara, ora che Adriana sapeva, ora che Adriana era ferita, voleva confortarla lei a sua volta, grata, premurosa; e si ribellava contro di me, perché le pareva ingiusto ch'io facessi soffrire una così buona e bella creatura.
Lei, sì, lei non era bella e non era buona, e dunque se gli uomini con lei si mostravano cattivi, almeno un'ombra di scusa potevano averla.
Ma perché far soffrire cosi Adriana?
Questo mi disse il suo sguardo, e m'invitò a guardar colei ch'io facevo soffrire.
Com'era pallida! Le si vedeva ancora negli occhi che aveva pianto.
Chi sa che sforzo, nell'angoscia, le era costato il doversi abbigliare per uscire con me...
Non ostante l'animo con cui mi recai a quella visita, la figura e la casa del marchese Giglio d'Auletta mi destarono una certa curiosità.
Sapevo che egli stava a Roma perché, ormai, per la restaurazione del Regno delle Due Sicilie non vedeva altro espediente se non nella lotta per il trionfo del potere temporale: restituita Roma al Pontefice, l'unità d'Italia si sarebbe sfasciata, e allora...
chi sa! Non voleva arrischiar profezie, il marchese.
Per il momento, il suo cómpito era ben definito: lotta senza quartiere, là, nel campo clericale.
E la sua casa era frequentata dai più intransigenti prelati della Curia, dai paladini più fervidi del partito nero.
Quel giorno, però, nel vasto salone splendidamente arredato non trovammo nessuno.
Cioè, no.
C'era, nel mezzo, un cavalletto, che reggeva una tela a metà abbozzata, la quale voleva essere il ritratto di Minerva, della cagnetta di Pepita, tutta nera, sdrajata su una poltrona tutta bianca, la testa allungata su le due zampine davanti.
- Opera del pittore Bernaldez, - ci annunziò gravemente Papiano, come se facesse una presentazione, che da parte nostra richiedesse un profondissimo inchino.
Entrarono dapprima Pepita Pantogada e la governante, signora Candida.
Avevo veduto l'una e l'altra nella semioscurità della mia camera: ora, alla luce, la signorina Pantogada mi parve un'altra; non in tutto veramente, ma nel naso...
Possibile che avesse quel naso in casa mia? Me l'ero figurata con un nasetto all'insù, ardito, e invece aquilino lo aveva, e robusto.
Ma era pur bella così: bruna, sfavillante negli occhi, coi capelli lucidi, nerissimi e ondulati; le labbra fine taglienti, accese.
L'abito scuro, punteggiato di bianco, le stava dipinto sul corpo svelto e formoso.
La mite bellezza bionda d'Adriana, accanto a lei, impallidiva.
E finalmente potei spiegarmi che cosa avesse in capo la signora Candida! Una magnifica parrucca fulva, riccioluta, e - su la parrucca - un ampio fazzoletto di seta cilestrina, anzi uno scialle, annodato artisticamente sotto il mento.
Quanto vivace la cornice, tanto squallida la faccina magra e floscia, tuttoché imbiaccata, lisciata, imbellettata.
Minerva, intanto, la vecchia cagnetta, co' suoi sforzati rochi abbajamenti, non lasciava fare i convenevoli.
La povera bestiola però non abbajava a noi; abbajava al cavalletto, abbajava alla poltrona bianca, che dovevano esser per lei arnesi di tortura: protesta e sfogo d'anima esasperata.
Quel maledetto ordegno dalle tre lunghe zampe avrebbe voluto farlo fuggire dal salone; ma poiché esso rimaneva lì, immobile e minaccioso, si ritraeva lei, abbajando, e poi gli saltava contro, digrignando i denti, e tornava a ritrarsi, furibonda.
Piccola, tozza, grassa su le quattro zampine troppo esili, Minerva era veramente sgraziata; gli occhi già appannati dalla vecchiaja e i peli della testa incanutiti; sul dorso poi, presso l'attaccatura della coda, era tutta spelata per l'abitudine di grattarsi furiosamente sotto gli scaffali, alle traverse delle seggiole, dovunque e comunque le venisse fatto.
Ne sapevo qualche cosa.
Pepita tutt'a un tratto la afferrò pel collo e la gettò in braccio alla signora Candida, gridandole:
- Cito!
Entrò, in quella, di furia don Ignazio Giglio d'Auletta.
Curvo, quasi spezzato in due, corse alla sua poltrona presso la finestra, e - appena seduto - ponendosi il bastone tra le gambe, trasse un profondo respiro e sorrise alla sua stanchezza mortale.
Il volto estenuato, solcato tutto di rughe verticali, raso, era d'un pallore cadaverico, ma gli occhi, all'incontro, eran vivacissimi, ardenti, quasi giovanili.
Gli s'allungavano in guisa strana su le gote, su le tempie, certe grosse ciocche di capelli, che parevan lingue di cenere bagnata.
Ci accolse con molta cordialità, parlando con spiccato accento napoletano; pregò quindi il suo segretario di seguitare a mostrarmi i ricordi di cui era pieno il salone e che attestavano la sua fedeltà alla dinastia dei Borboni.
Quando fummo innanzi a un quadretto coperto da un mantino verde, su cui era ricamata in oro questa leggenda: « Non nascondo; riparo; alzami e leggi » egli pregò Papiano di staccar dalla parete il quadretto e di recarglielo.
C'era sotto, riparata dal vetro e incorniciata, una lettera di Pietro Ulloa che, nel settembre del 1860, cioè agli ultimi aneliti del regno, invitava il marchese Giglio d'Auletta a far parte del Ministero che non si poté poi costituire: accanto c'era la minuta della lettera d'accettazione del marchese: fiera lettera che bollava tutti coloro che s'erano rifiutati di assumere la responsabilità del potere in quel momento di supremo pericolo e d'angoscioso scompiglio, di fronte al nemico, al filibustiere Garibaldi già quasi alle porte di Napoli.
Leggendo ad alta voce questo documento, il vecchio s'accese e si commosse tanto, che, sebbene ciò ch'ei leggeva fosse affatto contrario al mio sentimento, pure mi destò ammirazione.
Era stato anch'egli, dal canto suo, un eroe.
N'ebbi un'altra prova, quando egli stesso mi volle narrar la storia di un certo giglio di legno dorato, ch'era pur lì, nel salone.
La mattina del 5 settembre 1860 il Re usciva dalla Reggia di Napoli in un legnetto scoperto insieme con la Regina e due gentiluomini di corte: arrivato il legnetto in via di Chiaja dovette fermarsi per un intoppo di carri e di vetture innanzi a una farmacia che aveva su l'insegna i gigli d'oro.
Una scala, appoggiata all'insegna, impediva il transito.
Alcuni operaj, saliti su quella scala, staccavano dall'insegna i gigli.
Il Re se n'accorse e additò con la mano alla Regina quell'atto di vile prudenza del farmacista, che pure in altri tempi aveva sollecitato l'onore di fregiar la sua bottega di quel simbolo regale.
Egli, il marchese d'Auletta, si trovava in quel momento a passare di là: indignato, furente, s'era precipitato entro la farmacia, aveva afferrato per il bavero della giacca quel vile, gli aveva mostrato il Re ll fuori, gli aveva poi sputato in faccia e, brandendo uno di quei gigli staccati, s'era messo a gridare tra la ressa: « Viva il Re! ».
Questo giglio di legno gli ricordava ora, lì nel salotto, quella triste mattina di settembre, e una delle ultime passeggiate del suo Sovrano per le vie di Napoli; ed egli se ne gloriava quasi quanto della chiave d'oro di gentiluomo di camera e dell'insegna di cavaliere di San Gennaro e di tant'altre onorificenze che facevano bella mostra di sé nel salone, sotto i due grandi ritratti a olio di Ferdinando e di Francesco II.
Poco dopo, per attuare il mio tristo disegno, io lasciai il marchese col Paleari e Papiano, e m'accostai a Pepita.
M'accorsi subito ch'ella era molto nervosa e impaziente.
Volle per prima cosa saper l'ora da me.
- Quattro e meccio? Bene! bene!
Che fossero però le quattro e meccio non aveva certamente dovuto farle piacere: lo argomentai da quel « Bene! bene! » a denti stretti e dal volubile e quasi aggressivo discorso in cui subito dopo si lanciò contro l'Italia e più contro Roma così gonfia di sé per il suo passato.
Mi disse, tra l'altro, che anche loro, in Ispagna, avevano tambien un Colosseo come il nostro, della stessa antichità; ma non se ne curavano né punto né poco:
- Piedra muerta!
Valeva senza fine di più, per loro, una Plaza de toros.
Sì, e per lei segnatamente, più di tutti i capolavori dell'arte antica, quel ritratto di Minerva del pittore Manuel Bernaldez che tardava a venire.
L'impazienza di Pepita non proveniva da altro, ed era già al colmo.
Fremeva, parlando; si passava rapidissimamente, di tratto in tratto, un dito sul naso; si mordeva il labbro; apriva e chiudeva le mani, e gli occhi le andavano sempre lì, all'uscio.
Finalmente il Bernaldez fu annunziato dal cameriere, e si presentò accaldato, sudato, come se avesse corso.
Subito Pepita gli voltò le spalle e si sforzò d'assumere un contegno freddo e indifferente; ma quando egli, dopo aver salutato il marchese, si avvicinò a noi, o meglio a lei e, parlandole nella sua lingua, chiese scusa del ritardo, ella non seppe contenersi più e gli rispose con vertiginosa rapidità:
- Prima de tuto lei parli taliano, porqué aquì siamo a Roma, dove ci sono aquesti segnori che no comprendono lo espagnolo, e no me par bona crianza che lei parli con migo espagnolo.
Poi le digo che me ne importa niente del su' retardo e che podeva pasarse de la escusa.
Quegli, mortificatissimo, sorrise nervosamente e s'inchinò; poi le chiese se poteva riprendere il ritratto, essendoci ancora un po' di luce.
- Ma comodo! - gli rispose lei con la stessa aria e lo stesso tono.
- Lei puede pintar senza de mi o tambien borrar lo pintado, come glie par.
Manuel Bernaldez tornò a inchinarsi e si rivolse alla signora Candida che teneva ancora in braccio la cagnetta.
Ricominciò allora per Minerva il supplizio.
Ma a un supplizio ben più crudele fu sottoposto il suo carnefice: Pepita, per punirlo del ritardo, prese a sfoggiar con me tanta civetteria, che mi parve anche troppa per lo scopo a cui tendevo.
Volgendo di sfuggita qualche sguardo ad Adriana, m'accorgevo di quant'ella soffrisse.
Il supplizio non era dunque soltanto per il Bernaldez e per Minerva; era anche per lei e per me.
Mi sentivo il volto in fiamme, come se man mano mi ubriacasse il dispetto che sapevo di cagionare a quel povero giovane, il quale tuttavia non m'ispirava pietà: pietà, lì dentro, m'ispirava soltanto Adriana; e, poiché io dovevo farla soffrire, non m'importava che soffrisse anche lui della stessa pena: anzi quanto più lui ne soffriva, tanto meno mi pareva che dovesse soffrirne Adriana.
A poco a poco, la violenza che ciascuno di noi faceva a se stesso crebbe e si tese fino a tal punto, che per forza doveva in qualche modo scoppiare.
Ne diede il pretesto Minerva.
Non tenuta quel giorno in soggezione dallo sguardo della padroncina, essa, appena il pittore staccava gli occhi da lei per rivolgerli alla tela, zitta zitta, si levava dalla positura voluta, cacciava le zampine e il musetto nell'insenatura tra la spalliera e il piano della poltrona, come se volesse ficcarsi e nascondersi lì, e presentava al pittore il di dietro, bello scoperto, come un o, scotendo quasi a dileggio la coda ritta.
Già parecchie volte la signora Candida la aveva rimessa a posto.
Aspettando, il Bernaldez sbuffava, coglieva a volo qualche mia parola rivolta a Pepita e la commentava borbottando sotto sotto fra sé.
Più d'una volta, essendomene accorto, fui sul punto d'intimargli: « Parli forte! ».
Ma egli alla fine non ne poté più, e gridò a Pepita:
- Prego: faccia almeno star ferma la bestia!
- Vestia, vestia, vestia...
- scattò Pepita, agitando le mani per aria, eccitatissima.
- Sarà vestia, ma non glie se dice!
- Chi sa che capisce, poverina...
- mi venne da osservare a mo' di scusa, rivolto al Bernaldez.
La frase poteva veramente prestarsi a una doppia interpretazione; me ne accorsi dopo averla proferita.
Io volevo dire: « Chi sa che cosa immagina che le si faccia ».
Ma il Bernaldez prese in altro senso le mie parole, e con estrema violenza, figgendomi gli occhi negli occhi, rimbeccò:
- Ciò che dimostra di non capir lei!
Sotto lo sguardo fermo e provocante di lui, nell'eccitazione in cui mi trovavo anch'io, non potei fare a meno di rispondergli:
- Ma io capisco, signor mio, che lei sarà magari un gran pittore...
- Che cos'è? - domandò il marchese, notando il nostro fare aggressivo.
Il Bernaldez, perdendo ogni dominio su se stesso s'alzò e venne a piantarmisi di faccia:
- Un gran pittore...
Finisca!
- Un gran pittore, ecco...
ma di poco garbo, mi pare; e fa paura alle cagnette, - gli dissi io allora, risoluto e sprezzante.
- Sta bene, - fece lui.
- Vedremo se alle cagnette soltanto!
E si ritirò.
Pepita improvvisamente ruppe in un pianto strano, convulso, e cadde svenuta tra le braccia della signora Candida e di Papiano.
Nella confusione sopravvenuta, mentr'io con gli altri mi facevo a guardar la Pantogada adagiata sul canapè, mi sentii afferrar per un braccio e mi vidi sopra di nuovo il Bernaldez, ch'era tornato indietro.
Feci in tempo a ghermirgli la mano levata su me e lo respinsi con forza, ma egli mi si lanciò contro ancora una volta e mi sfiorò appena il viso con la mano.
Io mi avventai, furibondo; ma Papiano e il Paleari accorsero a trattenermi, mentre il Bernaldez si ritraeva gridandomi:
- Se l'abbia per dato! Ai suoi ordini!...
Qua conoscono il mio indirizzo!
Il marchese s'era levato a metà dalla poltrona, tutto fremente, e gridava contro l'aggressore; io mi dibattevo intanto fra il Paleari e Papiano, che mi impedivano di correre a raggiungere colui.
Tentò di calmarmi anche il marchese, dicendomi che, da gentiluomo, io dovevo mandar due amici per dare una buona lezione a quel villano, che aveva osato di mostrar così poco rispetto per la sua casa.
Fremente in tutto il corpo, senza più fiato gli chiesi appena scusa per lo spiacevole incidente e scappai via, seguito dal Paleari e da Papiano.
Adriana rimase presso la svenuta, ch'era stata condotta di là.
Mi toccava ora a pregare il mio ladro che mi facesse da testimonio: lui e il Paleari: a chi altri avrei potuto rivolgermi?
- Io? - esclamò, candido e stupito, il signor Anselmo.
- Ma che! Nossignore! Dice sul serio? - (e sorrideva).
- Non m'intendo di tali faccende, io, signor Meis...
Via, via, ragazzate, sciocchezze, scusi...
- Lei lo farà per me, - gli gridai energicamente, non potendo entrare in quel momento in discussione con lui.
- Andrà con suo genero a trovare quel signore, e...
- Ma io non vado! Ma che dice! - m'interruppe.
- Mi domandi qualunque altro servizio: son pronto a servirla; ma questo, no: non è per me, prima di tutto; e poi, via, glie l'ho detto: ragazzate! Non bisogna dare importanza...
Che c'entra...
- Questo, no! questo, no! - interloquì Papiano vedendomi smaniare.
- C'entra benissimo! Il signor Meis ha tutto il diritto d'esigere una soddisfazione; direi anzi che è in obbligo, sicuro! deve, deve...
- Andrà dunque lei con un suo amico, - dissi, non aspettandomi anche da lui un rifiuto.
Ma Papiano apri le braccia addoloratissimo.
- Si figuri con che cuore vorrei farlo!
- E non lo fa? - gli gridai forte, in mezzo alla strada.
- Piano, signor Meis, - pregò egli, umile.
- Guardi...
Senta: mi consideri...
consideri la mia infelicissima condizione di subalterno...
di miserabile segretario del marchese...
servo, servo, servo...
- Che ci ha da vedere? Il marchese stesso...
ha sentito?
- Sissignore! Ma domani? Quel clericale...
di fronte al partito...
col segretario che s'impiccia in questioni cavalleresche...
Ah, santo Dio, lei non sa che miserie! E poi, quella fraschetta, ha veduto? è innamorata, come una gatta, del pittore, di quel farabutto...
Domani fanno la pace, e allora io, scusi, come mi trovo? Ci vado di mezzo! Abbia pazienza, signor Meis, mi consideri...
E proprio così.
- Mi vogliono dunque lasciar solo in questo frangente? - proruppi ancora una volta, esasperato.
- Io non conosco nessuno, qua a Roma!
-...Ma c'è il rimedio! C'è il rimedio! - s'affrettò a consigliarmi Papiano.
- Glielo volevo dir subito...
Tanto io, quanto mio suocero, creda, ci troveremmo imbrogliati; siamo disadatti...
Lei ha ragione, lei freme, lo vedo: il sangue non è acqua.
Ebbene, si rivolga subito a due ufficiali del regio esercito: non possono negarsi di rappresentare un gentiluomo come lei in una partita d'onore.
Lei si presenta, espone loro il caso...
Non è la prima volta che càpita loro di rendere questo servizio a un forestiere.
Eravamo arrivati al portone di casa; dissi a Papiano: - Sta bene! - e lo piantai lì, col suocero, avviandomi solo, fosco, senza direzione.
Mi s'era ancora una volta riaffacciato il pensiero schiacciante della mia assoluta impotenza.
Potevo fare un duello nella condizione mia? Non volevo ancora capirlo ch'io non potevo far più nulla? Due ufficiali? Sì, Ma avrebbero voluto prima sapere, e con fondamento, ch'io mi fossi.
Ah, pure in faccia potevano sputarmi, schiaffeggiarmi, bastonarmi: dovevo pregare che picchiassero sodo, sì, quanto volevano, ma senza gridare, senza far troppo rumore...
Due ufficiali! E se per poco avessi loro scoperto il mio vero stato, ma prima di tutto non m'avrebbero creduto, chi sa che avrebbero sospettato; e poi sarebbe stato inutile, come per Adriana: pur credendomi, m'avrebbero consigliato di rifarmi prima vivo, giacché un morto, via, non si trova nelle debite condizioni di fronte al codice cavalleresco...
E dunque dovevo soffrirmi in pace l'affronto, come già il furto? Insultato, quasi schiaffeggiato, sfidato, andarmene via come un vile, sparir così, nel bujo dell'intollerabile sorte che mi attendeva, spregevole, odioso a me stesso?
No, no! E come avrei potuto più vivere? come sopportar la mia vita? No, no, basta! basta! Mi fermai.
Mi vidi vacillar tutto all'intorno; sentii mancarmi le gambe al sorgere improvviso d'un sentimento oscuro, che mi comunicò un brivido dal capo alle piante.
« Ma almeno prima, prima...
» dissi tra me, vaneggiando, « almeno prima tentare...
perché no? se mi venisse fatto...
Almeno tentare...
per non rimaner di fronte a me stesso così vile...
Se mi venisse fatto...
avrei meno schifo di me...
Tanto, non ho più nulla da perdere...
Perché non tentare? »
Ero a due passi dal Caffè Aragno.
« Là, là, allo sbaraglio! » E, nel cieco orgasmo che mi spronava, entrai.
Nella prima sala, attorno a un tavolino, c'erano cinque o sei ufficiali d'artiglieria e, come uno d'essi, vedendomi arrestar lì presso torbido, esitante, si voltò a guardarmi, io gli accennai un saluto, e con voce rotta dall'affanno:
- Prego...
scusi...
- gli dissi.
- Potrei dirle una parola?
Era un giovanottino senza baffi, che doveva essere uscito quell'anno stesso dall'Accademia, tenente.
Si alzò subito e mi s'appressò, con molta cortesia.
- Dica pure, signore...
- Ecco, mi presento da me: Adriano Meis.
Sono forestiere, e non conosco nessuno...
Ho avuto una...
una lite, sì...
Avrei bisogno di due padrini...
Non saprei a chi rivolgermi...
Se lei con un suo compagno volesse...
Sorpreso, perplesso, quegli stette un po' a squadrarmi, poi si voltò verso i compagni, chiamò:
- Grigliotti!
Questi, ch'era un tenente anziano, con un pajo di baffoni all'insù, la caramella incastrata per forza in un occhio, lisciato, impomatato, si levò, seguitando a parlare coi compagni (pronunziava l'erre alla francese) e ci s'avvicinò, facendomi un lieve, compassato inchino.
Vedendolo alzare, fui sul punto di dire al tenentino: « Quello, no, per carità! quello, no! ».
Ma certo nessun altro del crocchio, come riconobbi poi, poteva esser più designato di colui alla bisogna.
Aveva su la punta delle dita tutti gli articoli del codice cavalleresco.
Non potrei qui riferire per filo e per segno tutto ciò che egli si compiacque di dirmi intorno al mio caso, tutto ciò che pretendeva da me...
dovevo telegrafare, non so come, non so a chi, esporre, determinare, andare dal colonnello ça va sans dire...
come aveva fatto lui, quando non era ancora sotto le armi, e gli era capitato a Pavia lo stesso mio caso...
Perché, in materia cavalleresca...
e giù, giù, articoli e precedenti e controversie e giurì d'onore e che so io.
Avevo cominciato a sentirmi tra le spine fin dal primo vederlo: figurarsi ora, sentendolo sproloquiare così! A un certo punto, non ne potei più: tutto il sangue m'era montato alla testa: proruppi:
- Ma sissignore! ma lo so! Sta bene...
lei dice bene; ma come vuole ch'io telegrafi, adesso? Io son solo! Io voglio battermi, ecco! battermi subito, domani stesso, se è possibile...
senza tante storie! Che vuole ch'io ne sappia? Io mi son rivolto a loro con la speranza che non ci fosse bisogno di tante formalità, di tante inezie, di tante sciocchezze, mi scusi!
Dopo questa sfuriata, la conversazione diventò quasi diverbio e terminò improvvisamente con uno scoppio di risa sguajate di tutti quegli ufficiali.
Scappai via, fuori di me, avvampato in volto, come se mi avessero preso a scudisciate.
Mi recai le mani alla testa, quasi per arrestar la ragione che mi fuggiva; e, inseguito da quelle risa, m'allontanai di furia, per cacciarmi, per nascondermi in qualche posto...
Dove? A casa? Ne provai orrore.
E andai, andai all'impazzata; poi, man mano rallentai il passo e alla fine, arrangolato, mi fermai, come se non potessi più trascinar l'anima, frustata da quel dileggio, fremebonda e piena d'una plumbea tetraggine angosciosa.
Rimasi un pezzo attonito; poi mi mossi di nuovo, senza più pensare, alleggerito d'un tratto, in modo strano, d'ogni ambascia, quasi istupidito; e ripresi a vagare, non so per quanto tempo, fermandomi qua e là a guardar nelle vetrine delle botteghe, che man mano si serravano, e mi pareva che si serrassero per me, per sempre; e che le vie a poco a poco si spopolassero, perché io restassi solo, nella notte, errabondo, tra case tacite, buje, con tutte le porte, tutte le finestre serrate, serrate per me, per sempre: tutta la vita si rinserrava, si spegneva, ammutoliva con quella notte; e io già la vedevo come da lontano, come se essa non avesse più senso né scopo per me.
Ed ecco, alla fine, senza volerlo, quasi guidato dal sentimento oscuro che mi aveva invaso tutto, maturandomisi dentro man mano, mi ritrovai sul Ponte Margherita, appoggiato al parapetto, a guardare con occhi sbarrati il fiume nero nella notte.
« Là? »
Un brivido mi colse, di sgomento, che fece d'un subito insorgere con impeto rabbioso tutte le mie vitali energie armate di un sentimento d'odio feroce contro coloro che, da lontano, m'obbligavano a finire, come avevan voluto, là, nel molino della Stìa.
Esse Romilda e la madre, mi avevan gettato in questi frangenti: ah, io non avrei mai pensato di simulare un suicidio per liberarmi di loro.
Ed ecco, ora, dopo essermi aggirato due anni, come un'ombra, in quella illusione di vita oltre la morte, mi vedevo costretto, forzato, trascinato pei capelli a eseguire su me la loro condanna.
Mi avevano ucciso davvero! Ed esse esse sole si erano liberate di me...
Un fremito di ribellione mi scosse.
E non potevo io vendicarmi di loro, invece d'uccidermi? Chi stavo io per uccidere? Un morto...
nessuno...
Restai, come abbagliato da una strana luce improvvisa.
Vendicarmi! Dunque, ritornar lì, a Miragno? uscire da quella menzogna che mi soffocava divenuta ormai insostenibile; ritornar vivo per loro castigo, col mio vero nome, nelle mie vere condizioni, con le mie vere e proprie infelicità? Ma le presenti? Potevo scuotermele di dosso, così, come un fardello esoso che si possa gettar via? No, no, no! Sentivo di non poterlo fare.
E smaniavo lì, sul ponte ancora incerto della mia sorte.
Frattanto, ecco, nella tasca del mio pastrano palpavo, stringevo con le dita irrequiete qualcosa che non riuscivo a capir che fosse.
Alla fine, con uno scatto di rabbia, la trassi fuori.
Era il mio berrettino da viaggio, quello che, uscendo di casa per far visita al marchese Giglio, m'ero cacciato in tasca, senza badarci.
Feci per gittarlo al fiume, ma - sul punto - un'idea mi balenò; una riflessione, fatta durante il viaggio da Alenga a Torino, mi tornò chiara alla memoria.
« Qua, » dissi, quasi inconsciamente, tra me, « su questo parapetto...
il cappello...
il bastone...
Sì! Com'esse là, nella gora del molino, Mattia Pascal; io, qua, ora, Adriano Meis...
Una volta per uno! Ritorno vivo; mi vendicherò! »
Un sussulto di gioja, anzi un impeto di pazzia m'investì, mi sollevò.
Ma sì! ma sì! Io non dovevo uccider me, un morto, io dovevo uccidere quella folle, assurda finzione che m'aveva torturato, straziato due anni, quell'Adriano Meis, condannato a essere un vile, un bugiardo, un miserabile; quell'Adriano Meis dovevo uccidere, che essendo, com'era, un nome falso, avrebbe dovuto aver pure di stoppa il cervello, di cartapesta il cuore, di gomma le vene, nelle quali un po' d'acqua tinta avrebbe dovuto scorrere, invece di sangue: allora sì! Via, dunque, giù, giù, tristo fantoccio odioso! Annegato, là, come Mattia Pascal Una volta per uno! Quell'ombra di vita, sorta da una menzogna macabra, si sarebbe chiusa degnamente, così, con una menzogna macabra! E riparavo tutto! Che altra soddisfazione avrei potuto dare ad Adriana per il male che le avevo fatto? Ma l'affronto di quel farabutto dovevo tenermelo? Mi aveva investito a tradimento, il vigliacco! Oh, io ero ben sicuro di non aver paura di lui.
Non io, non io, ma Adriano Meis aveva ricevuto l'insulto.
Ed ora, ecco, Adriano Meis s'uccideva.
Non c'era altra via di scampo per me!
Un tremore, intanto, mi aveva preso, come se io dovessi veramente uccidere qualcuno.
Ma il cervello mi s'era d'un tratto snebbiato, il cuore alleggerito, e godevo d'una quasi ilare lucidità di spirito.
Mi guardai attorno.
Sospettai che di là, sul Lungotevere, ci potesse essere qualcuno, qualche guardia, che - vedendomi da un pezzo sul ponte - si fosse fermata a spiarmi.
Volli accertarmene: andai, guardai prima nella Piazza della Libertà, poi per il Lungotevere dei Mellini.
Nessuno! Tornai allora indietro; ma, prima di rifarmi sul ponte, mi fermai tra gli alberi, sotto un fanale: strappai un foglietto dal taccuino e vi scrissi col lapis: Adriano Meis.
Che altro? Nulla.
L'indirizzo e la data.
Bastava così.
Era tutto lì, Adriano Meis, in quel cappello, in quel bastone.
Avrei lasciato tutto, là, a casa, abiti, libri...
Il denaro, dopo il furto, l'avevo con me.
Ritornai sul ponte, cheto, chinato.
Mi tremavano le gambe, e il cuore mi tempestava in petto.
Scelsi il posto meno illuminato dai fanali, e subito mi tolsi il cappello, infissi nel nastro il biglietto ripiegato, poi lo posai sul parapetto, col bastone accanto; mi cacciai in capo il provvidenziale berrettino da viaggio che m'aveva salvato, e via, cercando l'ombra, come un ladro, senza volgermi addietro.
XVII
Rincarnazione
Arrivai alla stazione in tempo per il treno delle dodici e dieci per Pisa.
Preso il biglietto, mi rincantucciai in un vagone di seconda classe, con la visiera del berrettino calcata fin sul naso, non tanto per nascondermi, quanto per non vedere.
Ma vedevo lo stesso, col pensiero: avevo l'incubo di quel cappellaccio e di quel bastone, lasciati lì, sul parapetto del ponte.
Ecco, forse qualcuno, in quel momento, passando di là, li scorgeva...
o forse già qualche guardia notturna era corsa in questura a dar l'avviso...
E io ero ancora a Roma! Che s'aspettava? Non tiravo più fiato...
Finalmente il convoglio si scrollò.
Per fortuna ero rimasto solo nello scompartimento.
Balzai in piedi, levai le braccia, trassi un interminabile respiro di sollievo, come se mi fossi tolto un macigno di sul petto.
Ah! tornavo a esser vivo, a esser io, io Mattia Pascal.
Lo avrei gridato forte a tutti, ora: « Io, io, Mattia Pascal! Sono io! Non sono morto! Eccomi qua! ».
E non dover più mentire, non dover più temere d'essere scoperto! Ancora no, veramente: finché non arrivavo a Miragno...
Là, prima, dovevo dichiararmi, farmi riconoscer vivo, rinnestarmi alle mie radici sepolte...
Folle! Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici? Eppure, eppure, ecco, ricordavo l'altro viaggio, quello da Alenga a Torino: m'ero stimato felice, allo stesso modo, allora.
Folle! La liberazione! dicevo...
M'era parsa quella la liberazione! Sì, con la cappa di piombo della menzogna addosso! Una cappa di piombo addosso a un'ombra...
Ora avrei avuto di nuovo la moglie addosso, è vero, e quella suocera...
Ma non le avevo forse avute addosso anche da morto? Ora almeno ero vivo, e agguerrito.
Ah, ce la saremmo veduta!
Mi pareva, a ripensarci, addirittura inverosimile la leggerezza con cui, due anni addietro, m'ero gettato fuori d'ogni legge, alla ventura.
E mi rivedevo nei primi giorni, beato nell'incoscienza, o piuttosto nella follia, a Torino, e poi man mano nelle altre città, in pellegrinaggio, muto, solo, chiuso in me, nel sentimento di ciò che mi pareva allora la mia felicità; ed eccomi in Germania, lungo il Reno, su un piroscafo: era un sogno? no, c'ero stato davvero! ah, se avessi potuto durar sempre in quelle condizioni; viaggiare, forestiere della vita...
Ma a Milano, poi...
quel povero cucciolotto che volevo comperare da un vecchio cerinajo...
Cominciavo già ad accorgermi...
E poi...
ah poi!
Ripiombai col pensiero a Roma; entrai come un'ombra nella casa abbandonata.
Dormivano tutti? Adriana, forse, no...
m'aspetta ancora, aspetta che io rincasi; le avranno detto che sono andato in cerca di due padrini, per battermi col Bernaldez; non mi sente ancora rincasare, e teme e piange...
Mi premetti forte le mani sul volto, sentendomi stringere il cuore d'angoscia.
- Ma se io per te non potevo esser vivo, Adriana, - gemetti, - meglio che tu ora mi sappia morto! morte le labbra che colsero un bacio dalla tua bocca, povera Adriana...
Dimentica! Dimentica!
Ah, che sarebbe avvenuto in quella casa, nella prossima mattina, quando qualcuno della questura si sarebbe presentato a dar l'annunzio? A qual ragione, passato il primo sbalordimento, avrebbero attribuito il mio suicidio? Al duello imminente? Ma no! Sarebbe stato, per lo meno, molto strano che un uomo, il quale non aveva mai dato prova d'essere un codardo, si fosse ucciso per paura di un duello...
E allora? Perché non potevo trovar padrini? Futile pretesto! O forse...
chi sa! era possibile che ci fosse sotto, in quella mia strana esistenza, qualche mistero...
Oh, sì: l'avrebbero senza dubbio pensato! M'uccidevo così, senz'alcuna ragione apparente, senza averne prima dimostrato in qualche modo l'intenzione.
Sì: qualche stranezza, più d'una, l'avevo commessa in quegli ultimi giorni: quel pasticcio del furto, prima sospettato, poi improvvisamente smentito...
Oh che forse quei denari non erano miei? dovevo forse restituirli a qualcuno? m'ero indebitamente appropriato d'una parte di essi e avevo tentato di farmi credere vittima d'un furto, poi m'ero pentito, e, in fine, ucciso? Chi sa! Certo ero stato un uomo misteriosissimo: non un amico, non una lettera, mai, da nessuna parte...
Quanto avrei fatto meglio a scrivere qualche cosa in quel bigliettino, oltre il nome, la data e l'indirizzo: una ragione qualunque del suicidio.
Ma in quel momento...
E poi, che ragione?
« Chi sa come e quanto, » pensai, smaniando, « strilleranno adesso i giornali di questo Adriano Meis misterioso...
Salterà certo fuori quel mio famoso cugino, quel tal Francesco Meis torinese, ajuto-agente, a dar le sue informazioni alla questura: si faranno ricerche, su la traccia di queste informazioni, e chi sa che cosa ne verrà fuori.
Sì, ma i danari? l'eredità? Adriana li ha veduti, tutti que' miei biglietti di banca...
Figuriamoci Papiano! Assalto allo stipetto! Ma lo troverà vuoto...
E allora, perduti? in fondo al fiume? Peccato! peccato! Che rabbia non averli rubati tutti a tempo! La questura sequestrerà i miei abiti, i miei libri...
A chi andranno? Oh! almeno un ricordo alla povera Adriana! Con che occhi guarderà ella, ormai, quella mia camera deserta? »
Così, domande, supposizioni, pensieri, sentimenti tumultuavano in me, mentre il treno rombava nella notte.
Non mi davano requie.
Stimai prudente fermarmi qualche giorno a Pisa per non stabilire una relazione tra la ricomparsa di Mattia Pascal a Miragno e la scomparsa di Adriano Meis a Roma, relazione che avrebbe potuto facilmente saltare a gli occhi, specie se i giornali di Roma avessero troppo parlato di questo suicidio.
Avrei aspettato a Pisa i giornali di Roma, quelli de la sera e quelli del mattino; poi, se non si fosse fatto troppo chiasso, prima che a Miragno, mi sarei recato a Oneglia, da mio fratello Roberto, a sperimentare su lui l'impressione che avrebbe fatto la mia resurrezione.
Ma dovevo assolutamente vietarmi di fare il minimo accenno alla mia permanenza in Roma, alle avventure, ai casi che m'erano occorsi.
Di quei due anni e mesi d'assenza avrei dato fantastiche notizie, di lontani viaggi...
Ah, ora, ritornando vivo, avrei potuto anch'io prendermi il gusto di dire bugie, tante, tante, tante, anche della forza di quelle del cavalier Tito Lenzi, e più grosse ancora!
Mi restavano più di cinquantadue mila lire.
I creditori, sapendomi morto da due anni, s'erano certo contentati del podere della Stìa col mulino.
Venduto l'uno e l'altro, s'erano forse aggiustati alla meglio: non mi avrebbero più molestato.
Avrei pensato io, se mai, a non farmi più molestare.
Con cinquantadue mila lire, a Miragno, via, non dico grasso, avrei potuto vivere discretamente.
Lasciato il treno a Pisa, prima di tutto mi recai a comperare un cappello, della forma e della dimensione di quelli che Mattia Pascal ai suoi dì soleva portare; subito dopo mi feci tagliar la chioma di quell'imbecille d'Adriano Meis.
- Corti, belli corti, eh? - dissi al barbiere.
M'era già un po' ricresciuta la barba, e ora, coi capelli corti, ecco che cominciai a riprender il mio primo aspetto, ma di molto migliorato, più fino, già...
ma sì, ringentilito.
L'occhio non era più storto, eh! non era più quello caratteristico di Mattia Pascal.
Ecco, qualche cosa d'Adriano Meis mi sarebbe tuttavia rimasta in faccia.
Ma somigliavo pur tanto a Roberto, ora; oh, quanto non avrei mai supposto.
Il guajo fu, quando - dopo essermi liberato di tutti quei capellacci - mi rimisi in capo il cappello comperato poc'anzi: mi sprofondò fin su la nuca! Dovetti rimediare, con l'ajuto del barbiere, ponendo un giro di carta sotto la fodera.
Per non entrare così, con le mani vuote, in un albergo, comperai una valigia: ci avrei messo dentro, per il momento, l'abito che indossavo e il pastrano.
Mi toccava rifornirmi di tutto, non potendo sperare che, dopo tanto tempo, là a Miragno, mia moglie avesse conservato qualche mio vestito e la biancheria.
Comperai l'abito bell'e fatto, in un negozio, e me lo lasciai addosso; con la valigia nuova, scesi all'Hotel Nettuno.
Ero già stato a Pisa quand'ero Adriano Meis, ed ero sceso allora all'Albergo di Londra.
Avevo già ammirato tutte le meraviglie d'arte della città; ora, stremato di forze per le emozioni violente, digiuno dalla mattina del giorno avanti, cascavo di fame e di sonno.
Presi qualche cibo, e quindi dormii quasi fino a sera.
Appena sveglio, però, caddi in preda a una fosca smania crescente.
Quella giornata quasi non avvertita da me, tra le prime faccende e poi in quel sonno di piombo in cui ero caduto, chi sa intanto com'era passata lì, in casa Paleari! Rimescolìo, sbalordimento, curiosità morbosa di estranei, indagini frettolose, sospetti, strampalate ipotesi, insinuazioni, vane ricerche; e i miei abiti e i miei libri, là, guardati con quella costernazione che ispirano gli oggetti appartenenti a qualcuno tragicamente morto.
E io avevo dormito! E ora, in questa impazienza angosciosa, avrei dovuto aspettare fino alla mattina del giorno seguente, per saper qualche cosa dai giornali di Roma.
Frattanto, non potendo correre a Miragno, o almeno a Oneglia, mi toccava a rimanere in una bella condizione, dentro una specie di parentesi di due, di tre giorni e fors'anche più: morto di là, a Miragno, come Mattia Pascal; morto di qua, a Roma, come Adriano Meis.
Non sapendo che fare, sperando di distrarmi un po' da tante costernazioni, portai questi due morti a spasso per Pisa.
Oh, fu una piacevolissima passeggiata! Adriano Meis, che c'era stato, voleva quasi quasi far da guida e da cicerone a Mattia Pascal; ma questi oppresso da tante cose che andava rivolgendo in mente, si scrollava con fosche maniere, scoteva un braccio come per levarsi di torno quell'ombra esosa, capelluta, in abito lungo, col cappellaccio a larghe tese e con gli occhiali.
« Va' via! va'! Tornatene al fiume, affogato! »
Ma ricordavo che anche Adriano Meis, passeggiando due anni addietro per le vie di Pisa, s'era sentito importunato, infastidito allo stesso modo dall'ombra, ugualmente esosa, di Mattia Pascal, e avrebbe voluto con lo stesso gesto cavarsela dai piedi, ricacciandola nella gora del molino, là, alla Stìa.
Il meglio era non dar confidenza a nessuno dei due.
O bianco campanile, tu potevi pendere da una parte; io, tra quei due, né di qua né di là.
Come Dio volle, arrivai finalmente a superare quella nuova interminabile nottata d'ambascia e ad avere in mano i giornali di Roma.
Non dirò che, alla lettura, mi tranquillassi: non potevo.
La costernazione che mi teneva, fu però presto ovviata dal vedere che alla notizia del mio suicidio i giornali avevano dato le proporzioni d'uno dei soliti fatti di cronaca.
Dicevano tutti, sù per giù, la stessa cosa: del cappello, del bastone trovati sul Ponte Margherita, col laconico bigliettino; ch'ero torinese, uomo alquanto singolare, e che s'ignoravano le ragioni che mi avevano spinto al triste passo.
Uno però avanzava la supposizione che ci fosse di mezzo una « ragione intima », fondandosi sul « diverbio con un giovane pittore spagnuolo, in casa di un notissimo personaggio del mondo clericale ».
Un altro diceva « probabilmente per dissesti finanziarii ».
Notizie vaghe, insomma, e brevi.
Solo un giornale del mattino, solito di narrar diffusamente i fatti del giorno, accennava « alla sorpresa e al dolore della famiglia del cavalier Anselmo Paleari, caposezione al Ministero della pubblica istruzione, ora a riposo, presso cui il Meis abitava, molto stimato per il suo riserbo e pe' suoi modi cortesi ».
- Grazie! - Anche questo giornale, riferendo la sfida corsa col pittore spagnuolo M.
B., lasciava intendere che la ragione del suicidio dovesse cercarsi in una segreta passione amorosa.
M'ero ucciso per Pepita Pantogada, insomma.
Ma, alla fine, meglio così.
Il nome d'Adriana non era venuto fuori, né s'era fatto alcun cenno de' miei biglietti di banca.
La questura dunque, avrebbe indagato nascostamente.
Ma su quali tracce?
Potevo partire per Oneglia.
Trovai Roberto in villa, per la vendemmia.
Quel ch'io provassi nel rivedere la mia bella riviera, in cui credevo di non dover più metter piede, sarà facile intendere.
Ma la gioja m'era turbata dall'ansia d'arrivare, dall'apprensione d'esser riconosciuto per via da qualche estraneo prima che dai parenti, dall'emozione di punto in punto crescente che mi cagionava il pensiero di ciò che avrebbero essi provato nel rivedermi vivo, d'un tratto, innanzi a loro.
Mi s'annebbiava la vista, a pensarci, mi s'oscuravano il cielo e il mare, il sangue mi frizzava per le vene, il cuore mi batteva in tumulto.
E mi pareva di non arrivar mai!
Quando, finalmente, il servo venne ad aprire il cancello della graziosa villa, recata in dote a Berto dalla moglie, mi sembrò, attraversando il viale, ch'io tornassi veramente dall'altro mondo.
- Favorisca, - mi disse il servo, cedendomi il passo su l'entrata della villa.
- Chi debbo annunziare?
Non mi trovai più in gola la voce per rispondergli.
Nascondendo lo sforzo con un sorriso, balbettai:
- Di'...
dite...
ditegli che...
sì, c'è...
c'è...
un suo amico...
intimo, che...
che viene da lontano...
Così...
Per lo meno quel servo dovette credermi balbuziente.
Depose la mia valigia accanto all'attaccapanni e m'invitò a entrare nel salotto lì presso.
Fremevo nell'attesa, ridevo, sbuffavo, mi guardavo attorno, in quel salottino chiaro, ben messo, arredato di mobili nuovi di lacca verdina.
Vidi a un tratto, su la soglia dell'uscio per cui ero entrato un bel bimbetto, di circa quattr'anni, con un piccolo annaffiatojo in una mano e un rastrellino nell'altra.
Mi guardava con tanto d'occhi.
Provai una tenerezza indicibile: doveva essere un mio nipotino, il figlio maggiore di Berto; mi chinai, gli accennai con la mano di farsi avanti; ma gli feci paura; scappò via.
Sentii in quel punto schiudere l'altro uscio del salotto.
Mi rizzai, gli occhi mi s'intorbidarono dalla commozione, una specie di riso convulso mi gorgogliò in gola.
Roberto era rimasto innanzi a me, turbato, quasi stordito.
- Con chi...? - fece.
- Berto! - gli gridai, aprendo le braccia.
- Non mi riconosci?
Diventò pallidissimo, al suono della mia voce, si passò rapidamente una mano su la fronte e su gli occhi, vacillò, balbettando:
- Com'è...
com'è...
com'è?
Ma io fui pronto a sorreggerlo, quantunque egli si traesse indietro, quasi per paura.
- Son io! Mattia! non aver paura! Non sono morto...
Mi vedi? Toccami! Sono io, Roberto.
Non sono mai stato più vivo d'adesso! Sù, sù, sù...
- Mattia! Mattia! Mattia! - prese a dire il povero Berto, non credendo ancora agli occhi suoi.
- Ma com'è? Tu? Oh Dio...
com'è? Fratello mio! Caro Mattia!
E m'abbracciò forte, forte, forte.
Mi misi a piangere come un bambino.
- Com'è? - riprese a domandar Berto che piangeva anche lui.
- Com'è? com'è?
- Eccomi qua...
Vedi? Son tornato...
non dall'altro mondo, no...
sono stato sempre in questo mondaccio...
Sù...
Ora ti dirò...
Tenendomi forte per le braccia, col volto pieno di lagrime, Roberto mi guardava ancora trasecolato:
- Ma come...
se là...?
- Non ero io...
Ti dirò.
M'hanno scambiato...
lo ero lontano da Miragno e ho saputo, come l'hai saputo forse tu, da un giornale, il mio suicidio alla Stìa.
- Non eri dunque tu? - esclamò Berto.
- E che hai fatto?
- Il morto.
Sta' zitto.
Ti racconterò tutto.
Per ora non posso.
Ti dico questo soltanto, che sono andato di qua e di là, credendomi felice, dapprima, sai?: poi, per...
per tante vicissitudini, mi sono accorto che avevo sbagliato, che fare il morto non è una bella professione: ed eccomi qua: mi rifaccio vivo .
- Mattia, l'ho sempre detto io, Mattia, matto...
Matto! matto! matto! - esclamò Berto.
- Ah che gioja m'hai dato! Chi poteva aspettarsela? Mattia vivo...
qua! Ma sai che non ci so credere ancora? Lasciati guardare...
Mi sembri un altro!
- Vedi che mi sono aggiustato anche l'occhio?
- Ah già, sì...
per questo mi pareva...
non so...
ti guardavo, ti guardavo...
Benone! Sù, andiamo di là, da mia moglie...
Oh! Ma aspetta...
tu...
Si fermò improvvisamente e mi guardò, sconvolto:
- Tu vuoi tornare a Miragno?
- Certamente, stasera.
- Dunque non sai nulla?
Si coprì il volto con le mani e gemette:
- Disgraziato! Che hai fatto...
che hai fatto...? Ma non sai che tua moglie...?
- Morta? - esclamai, restando.
- No! Peggio! Ha...
ha ripreso marito!
Trasecolai.
- Marito?
- Sì, Pomino! Ho ricevuto la partecipazione.
Sarà più d'un anno.
- Pomino? Pomino, marito di...
- balbettai; ma subito un riso amaro, come un rigurgito di bile, mi saltò alla gola, e risi, risi fragorosamente.
Roberto mi guardava sbalordito, forse temendo che fossi levato di cervello.
- Ridi?
- Ma si! ma sì! ma sì! - gli gridai, scotendolo per le braccia.
- Tanto meglio! Questo è il colmo della mia fortuna!
- Che dici? - scattò Roberto, quasi rabbiosamente.
- Fortuna? Ma se tu ora vai lì...
- Subito ci corro, figùrati!
- Ma non sai dunque che ti tocca a riprendertela?
- Io? Come!
- Ma certo! - raffermò Berto, mentre sbalordito lo guardavo io, ora, a mia volta.
- Il secondo matrimonio s'annulla, e tu sei obbligato a riprendertela.
Sentii sconvolgermi tutto.
- Come! Che legge è questa? - gridai.
- Mia moglie si rimarita, ed io..
Ma che? Sta' zitto! Non è possibile!
- E io ti dico invece che è proprio così! - sostenne Berto.
- Aspetta: c'è di là mio cognato.
Te lo spiegherà meglio lui, che è dottore in legge.
Vieni...
o meglio, no: attendi un po' qua: mia moglie è incinta; non vorrei che, per quanto ti conosca poco, le potesse far male un'impressione troppo forte...
Vado a prevenirla...
Attendi, eh?
E mi tenne la mano fin sulla soglia dell'uscio, come se temesse ancora, che - lasciandomi per un momento - io potessi sparir di nuovo.
Rimasto solo, mi misi a fare in quel salottino le volte del leone.
« Rimaritata! con Pomino! Ma sicuro...
Anche la stessa moglie.
Lui - eh già! - la aveva amata prima.
Non gli sarà parso vero! E anche lei...
figuriamoci! Ricca, moglie di Pomino...
E mentre lei qua s'era rimaritata, io là a Roma...
E ora devo riprendermela! Ma possibile? »
Poco dopo, Roberto venne a chiamarmi tutto esultante.
Ero ormai però tanto scombussolato da questa notizia inattesa, che non potei rispondere alla festa che mi fecero mia cognata e la madre e il fratello di lei.
Berto se n'accorse, e interpellò subito il cognato su ciò che mi premeva soprattutto di sapere.
- Ma che legge è questa? - proruppi ancora una volta.
- Scusi! Questa è legge turca!
Il giovane avvocato sorrise, rassettandosi le lenti sul naso, con aria di superiorità.
- Ma pure è così, - mi rispose.
- Roberto ha ragione.
Non rammento con precisione l'articolo, ma il caso è previsto dal codice: il secondo matrimonio diventa nullo, alla ricomparsa del primo coniuge.
- E io devo riprendermi, - esclamai irosamente, - una donna che, a saputa di tutti, è stata per un anno intero in funzione di moglie con un altr'uomo, il quale...
- Ma per colpa sua, scusi, caro signor Pascal! - m'interruppe l'avvocatino, sempre sorridente.
- Per colpa mia? Come? - feci io.
- Quella buona donna sbaglia, prima di tutto, riconoscendomi nel cadavere d'un disgraziato che s'annega, poi s'affretta a riprender marito, e la colpa è mia? e io devo riprendermela?
- Certo, - replicò quegli, - dal momento che lei, signor Pascal, non volle correggere a tempo, prima cioè del termine prescritto dalla legge per contrarre un secondo matrimonio, lo sbaglio di sua moglie, sbaglio che poté anche - non nego - essere in mala fede.
Lei lo accettò, quel falso riconoscimento, e se ne avvalse...
Oh, badi: io la lodo di questo: per me ha fatto benissimo.
Mi fa specie, anzi, che lei ritorni a ingarbugliarsi nell'intrico di queste nostre stupide leggi sociali.
Io, ne' panni suoi, non mi sarei fatto più vivo.
La calma, la saccenteria spavalda di questo giovanottino laureato di fresco m'irritarono.
- Ma perché lei non sa che cosa voglia dire! - gli risposi, scrollan