IL GELOSO AVARO, di Carlo Goldoni - pagina 10
...
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ASP.
Lo vedremo: ecco il ventaglio.
Donna Eufemia, non son io che ve lo dà, è mio fratello che ve lo manda.
EUF.
Se prima l'ho ricusato soltanto, ora vi dico che mi meraviglio di voi.
ASP.
Ed io mi meraviglio di voi, che dalle mani di mio fratello vi degnate ricevere ed aggradire qualche segno della sua stima, e meco vi affrontiate per un ventaglio.
EUF.
Donna Aspasia, voi siete male informata.
ASP.
Don Luigi non è capace di dirmi delle bugie.
EUF.
Don Luigi, se è uomo d'onore, dirà il modo con cui le cose da lui a me offerte sieno in questa casa restate.
ASP.
Sì, me l'ha detto che vi avete fatto pregare.
EUF.
Né le sue preci mi hanno indotto a riceverle.
ASP.
Saranno stati i buoni uffizi di vostro marito.
EUF.
Se mio marito li ha ricevuti per atto di civiltà...
ASP.
Oh che uomo civile!
EUF.
Signora, in casa mia parlate con più rispetto.
ASP.
Mi riscaldo, perché con me voi non siete sincera.
EUF.
Sono una donna onorata.
ASP.
Io non pregiudico il vostro onore.
SCENA NONA
DON LUIGI, il DOTTORE e dette.
DOTT.
Cosa è questo strepito?
LUI.
Che altercazioni sono queste?
EUF.
(Mio padre con don Luigi?) (da sé)
DOTT.
Ma, caro signore, come c'entra in questa casa? Le ho pur detto che mi lasciasse venir solo, che per condurre a casa mia figliuola non ho bisogno di vossignoria.
EUF.
(Condurmi a casa?) (da sé)
LUI.
Vi faccio disonore a venir con voi? (al Dottore)
ASP.
Venite, don Luigi, presentatelo voi il ventaglio a donna Eufemia; dalle vostre mani lo prenderà.
EUF.
Signor padre, io sono insultata; in casa mia si viene a posta per insultarmi.
DOTT.
Donna Eufemia, andiamo, venite con me.
EUF.
Dove?
DOTT.
A casa vostra.
EUF.
La casa mia non è questa?
DOTT.
No, figliuola, questa è la casa d'un barbaro privo di umanità.
Tutto mi è noto.
Non è più tempo di ascondere i trattamenti che offendono la riputazione.
Venite via con me.
EUF.
Lasciatemi prender fiato; datemi tempo a pensare: non so a qual risoluzione appigliarmi.
LUI.
Via, donna Eufemia, risolvete.
Uscite di questa casa, fintanto che non vi è vostro marito.
Finalmente vostro padre vi guida, ed io vi sarò di scorta.
EUF.
Se mio padre voleva seco condurmi, avea da venir solo, e non in compagnia di uno che sa poco trattare colle persone civili.
DOTT.
Sente, signore? Vada a buon viaggio.
ASP.
Caro fratello, voi non sapete trattare colle persone civili.
La boccetta d'oro doveva essere di diamanti.
EUF.
Mi meraviglio di voi.
SCENA DECIMA
GIANNINO e detti.
GIANN.
Presto, signor padrone
DOTT.
Che vi è di nuovo?
GIANN.
Mi manda il notaro Malazzucchi...
Lo conosce il notaro Malazzucchi?
DOTT.
Sì, lo conosco; che vuole da me?
GIANN.
Presto, non vi è tempo da perdere
DOTT.
Ma dimmi che vi è di nuovo.
GIANN.
M'ha detto ch'io cerchi di vossignoria, che lo trovi subito: manco male che l'ho trovato.
DOTT.
E bene?
GIANN.
Mi lasci prendere un poco di fiato
DOTT.
Ma sbrigati, se vi è qualche cosa di premura.
GIANN.
M'ha detto che avvisi vossignoria subito, ma subito, subito.
DOTT.
Subito?
GIANN.
Che in questa casa...
La padrona averà paura.
DOTT.
Di chi?
GIANN.
Il signor notaro Malazzucchi manda ad avvisare il padrone, che in questa casa ora, subito, in questo punto, vengono trenta sbirri.
EUF.
Birri in casa mia? Ah povera me! (parte)
DOTT.
Sentite, fermatevi.
I sbirri? E tanto vi voleva a dirlo a Eufemia? (parte)
LUI.
Son qui, non vi abbandono, sono in vostro soccorso.
(parte)
ASP.
Sono venuta a tempo per vedere una bella scena.
(parte)
GIANN.
Capperi! la cosa preme.
Ho fatto bene io a dirglielo presto; quando preme, so far le cose come van fatte.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Altra camera di Pantalone, con armadio e scrigno.
PANTALONE e TRACCAGNINO.
PANT.
Aiuto!
TRACC.
Misericordia!
PANT.
Vien i zaffi.
TRACC.
Salveve.
PANT.
Salvemo el scrigno.
TRACC.
Pensè a salvar la patrona.
PANT.
Me preme i bezzi.
TRACC.
Sento zente.
PANT.
Me sconderò qua dentro.
(s'asconde)
SCENA DODICESIMA
DONNA EUFEMIA, TRACCAGNINO e il DOTTORE.
EUF.
Dov'è mio marito?
TRACC.
Mi no so gnente.
DOTT.
Dov'è Pantalone?
TRACC.
Mi nol so, ma el doverave esser poco lontan.
EUF.
Sento gente.
TRACC.
Salva, salva.
(parte)
DOTT.
Non abbiate paura.
SCENA TREDICESIMA
DON LUIGI e BRIGHELLA con gente armata.
LUI.
Che bricconata è questa? I sbirri si prendono una simile libertà? Giuro al cielo, se non usciranno da questa casa, li farò saltare dalle finestre.
SCENA QUATTORDICESIMA
ARGENTINA e detti.
ARG.
Oh cospetto di bacco! Si può vedere una bricconata più indegna?
EUF.
Oimè! Cos'è stato?
ARG.
Quei disgraziati dei sbirri hanno voluto visitare tutta la roba mia; hanno messo le mani per tutto; mi hanno rovinato tutte le mie bagattelle.
BRIGH.
Se i gh'ha rovinà qualcossa, ghe la faremo pagar.
SCENA QUINDICESIMA
DONNA ASPASIA e detti.
ASP.
Don Luigi, non fate il pazzo: è qui il signor auditore Pandolfi.
EUF.
Il signor auditore?
ASP.
Sì, egli in persona.
EUF.
Lode al cielo, è venuto a tempo.
SCENA SEDICESIMA
DON GISMONDO e detti.
EUF.
Ah signore auditore, vedete la mia casa, è piena di birri.
ARG.
Illustrissimo signore auditore.
GIS.
Che cosa c'è?
ARG.
I birri mi hanno fatto un'impertinenza.
GIS.
Che cosa vi hanno fatto?
ARG.
Hanno guardato in un luogo, ch'io non voleva che vi guardassero.
EUF.
Sta cheta.
GIS.
Donna Eufemia, il vostro viglietto mi fu recato in istrada poco lungi da questa casa; sono venuto a ricevere gli ordini vostri.
Vi ho trovato in un sconcerto assai grande.
Ditemi il bisogno vostro, ed io, fin dove può estendersi l'arbitrio mio senza offesa della giustizia, ve lo esibisco di cuore.
EUF.
Signore, le lingue malediche hanno caricato d'imposture il povero mio consorte.
GIS.
No, donna Eufemia, non sono imposture le accuse contro vostro marito.
Egli è pur troppo noto alla curia, alla Corte, e a tutto Napoli ancora.
DOTT.
Illustrissimo signore auditore, la povera mia figliuola è tormentata e assassinata.
LUI.
Signore, liberate quella virtuosa donna dalle mani di un barbaro, che non merita di possederla.
Egli, con una gelosia indiscreta, l'affligge, la macera, la tormenta.
ASP.
E con tutta la sua gelosia, prende i regali, se gliene portano.
EUF.
Ah signore auditore, se liberarmi volete da quelle persone che mi tormentano, scacciate dalla mia casa questi due che m'insultano.
Don Luigi ardisce sollecitarmi; donna Aspasia in favore del di lei fratello m'infastidisce; ambi insidiano l'onor mio, e prevalendosi di qualche debolezza di mio marito, calpestano la riputazione di questa casa, strapazzano il nome mio per le conversazioni, e tentano di macchiar quel decoro, che con tanti stenti ho procurato sempre di conservare.
ASP.
Ridete, signor auditore, ch'ella è da ridere.
Crede che un poco di servitù possa macchiare il decoro?
LUI.
Pare a voi ch'io l'offenda, esibendomi di servirla?
GIS.
Pare a me che a troppo in faccia mia vi avanziate.
Sono informato delle persecuzioni vostre a questa moglie onorata.
I servi ne parlano, il vicinato ne mormora, le conversazioni vi si trattengono sopra.
Don Luigi, la servitù d'un uomo onesto verso una donna onorata non è condannabile: ma non può credersi servitù onesta in colui che tenta con violenza servire.
Allontanatevi da questa casa; non ardite più di venirci; desistete affatto da ogni pensiero contro l'onestà di questa virtuosa donna; consideratela sotto la protezione mia, sotto quella della Corte medesima, a cui è nota la di lei prudenza, la di lei onestà; e guardatevi che note io non faccia le vostre insidie, le vostre persecuzioni.
Fate più conto della riputazion delle donne, consideratene il pregio; e siccome ogni ombra di sospetto può denigrarla, togliete sin da questo momento il pericolo coll'allontanarvi da lei, e dimostrate a me nella vostra rassegnazione, che se una cieca passione vi aveva sedotto, siete poi ragionevole nel pentirvi, siete discreto nel moderarvi, siete saggio e prudente nell'intendere, nel risolvere e nel tacere.
LUI.
(Resta sospeso)
EUF.
(Il cielo lo ha qui fatto venire in tempo.
Don Luigi dovrebbe lasciar di perseguitarmi).
(da sé)
ASP.
(Che fa don Luigi, che non risponde? L'hanno forse avvilito le parole di questo signore auditore? Se toccasse a me, gli vorrei rispondere per le rime).
(da sé)
LUI.
Signori, vi riverisco.
DOTT.
Padrone riveritissimo.
ASP.
Così partite, senza dir nulla?
LUI.
Sì, parto, e in questa casa non ci verrò mai più.
EUF.
(Voglia il cielo ch'egli dica la verità).
(da sé)
GIS.
Siete voi persuaso dalle mie ragioni?
LUI.
Le vostre ragioni per una parte, l'ostinazioni di donna Eufemia per l'altra, mi convincono che persistendo in amarla sarei un pazzo.
A chi ha merito, non mancano occasioni di servir donne.
Se lascio una che mi disprezza, posso scegliere fra le tante che mi sospirano; e se mi aveva tentato il demonio di servire una che ha il marito geloso, ne troverò mille i di cui mariti faranno pregio della mia amicizia, della mia servitù e della mia protezione.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA EUFEMIA, DON GISMONDO, DONNA ASPASIA ed il DOTTORE.
ASP.
Poteva anche aggiungere: della sua borsa.
EUF.
Voi non parlate senza offendere le persone onorate.
ASP.
Le persone onorate non ricevono i bacili d'argento, le boccette d'oro.
EUF.
Ah signore auditore, sappiate...
GIS.
So tutto, sono informato di tutto.
Donna Aspasia, assicuratevi che donna Eufemia non ha ricevuto i regali de' quali parlate.
Rispettatela e formate miglior concetto di lei.
ASP.
Eh signore auditore, ci conosciamo.
GIS.
Che cosa vorreste dire?
ASP.
A buon intenditor poche parole.
GIS.
Spiegatevi.
ASP.
Voglio trovarmelo anch'io.
GIS.
Che cosa?
ASP.
Un protettore che mi difenda.
GIS.
Voi ne avreste bisogno per la vostra imprudenza; ma niuno sarà cotanto sciocco di proteggere una donna di tal carattere.
Vergognatevi di voi stessa, e temete che dicasi di voi con giustizia ciò che d'altrui sognate senza ragione.
ASP.
La non si scaldi, padron mio, la non si scaldi.
Non dubiti che donna Eufemia non la toccheranno.
Farò conto di non averla mai conosciuta, e se il signore auditore mi perderà il rispetto...
GIS.
Cosa farete, signora?
ASP.
Lo dirò a mio marito, e ci faremo bandir di Napoli, se bisogna.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA EUFEMIA, DON GISMONDO ed il DOTTORE; poi PANTALONE.
GIS.
La compatisco; la passione la fa parlare.
EUF.
Voi mi avete sollevata dal maggior peso di questo mondo, levandomi d'attorno queste due persone moleste.
DOTT.
Adesso che questa gente è andata via, e che siamo soli, pensiamo a noi, signore auditore.
Mia figliuola non può vivere con suo marito, ho risoluto di condurla a casa mia.
Che mi consiglia ch'io faccia?
GIS.
Sì, è necessario di far conoscere al signor Pantalone il pregio di una moglie di tanto merito, col minacciarlo di levargliela dalle mani; staccandola per qualche tempo dal di lui fianco, può essere che si ravveda.
Donna Eufemia, andate per qualche giorno a vivere con vostro padre.
DOTT.
Venite con me, Eufemia; e dopo ci faremo restituire la dote.
GIS.
Non sarebbe mal fatto di minacciarlo anche di questo.
DOTT.
Eccolo qui quel maledetto scrigno.
Facciamolo sequestrare, assicuriamoci dei dodeci mila scudi di questa mia sventurata figliuola.
(in questo Pantalone esce dall'armadio)
PANT.
Oimei! Muggier, no me abbandonè.
Ah sior auditor, no me la levè per carità! Sior Dottor, vostra fia sarà ben trattada, no la tormenterò più.
No, cara la mia zoggia, no ve tormenterò più.
V'ho sempre volesto ben, e adesso che ho sentio la vostra fedeltà, el vostro amor, m'avè fatto pianzer per tenerezza.
Eufemia, no me abbandonè.
Siori, per carità, no me assassinè.
GIS.
Conoscete voi di averla maltrattata contro giustizia?
PANT.
Sior sì, lo conosso.
GIS.
Mi promettete di meglio trattarla per l'avvenire?
PANT.
Sì, lo prometto.
Eufemia, no se crierà più; no se crierà più, sior Dottor.
DOTT.
Il ciel lo voglia.
PANT.
Vien qua, muggier, dame un abbrazzo.
EUF.
(Cielo, ti ringrazio, sarò libera da una gran pena).
(da sé)
DOTT.
Caro signor genero, se è vero che avete superata la gelosia, bisognerebbe che superaste anche un'altra cosa.
PANT.
Coss'oio da superar?
DOTT.
L'avarizia.
PANT.
Mi no son avaro.
GIS.
Su questo particolare so ancor io qualche cosa.
Signor Pantalone, dov'è lo scrigno?
PANT.
Mi no gh'ho scrigno.
GIS.
Aprite quella cassa di ferro.
PANT.
Ah! me volè ammazzar.
(grida forte)
GIS.
Convien rendere il mal acquistato.
PANT.
Ah! che sieu maledetti.
(si getta sullo scrigno)
GIS.
Se continuate così, non meritate pietà.
Vostra moglie tornerà con suo padre.
PANT.
Andè al diavolo quanti che sè.
GIS.
Questo è l'amore che avete per vostra moglie?
PANT.
Sì, ghe voggio ben.
GIS.
Pagate i vostri debiti.
PANT.
No gh'ho debiti, no gh'ho bezzi.
(stringe lo scrigno)
EUF.
(Signore, abbiate carità del povero mio marito.
Questa passione non la può superare.
La gelosia pare che l'abbia superata, ma l'interesse è impossibile).
(a don Gismondo)
GIS.
Dunque non dovrà rendere la roba d'altri?
EUF.
La renderà; con il tempo la renderà.
Fidatevi di me, signore, e non dubitate.
DOTT.
(Signore auditore, m'ascolti: io pagherò tutti e quieterò tutti; sagrificherei anche il mio sangue per veder quieta la mia figliuola).
(a don Gismondo)
GIS.
(Ma usure non ne ha da far più).
EUF.
(Ci baderò ancor io.
Non ne farà più).
PAN.
(Maledetti! i me vol cavar el cuor).
(da sé, sopra lo scrigno)
GIS.
Signor Pantalone, vi si lascia lo scrigno, ma avvertite bene, la prima volta che voi prestate denari con pegno, o senza pegno, con un denaro d'usura, vi farò marcire in una prigione.
PANT.
Se impresto più un soldo a nissun, che el diavolo me porta via.
GIS.
Orsù, rasserenatevi.
Eccovi vostra moglie.
PANT.
Sior sì.
(tiene lo scrigno avvinto)
GIS.
Abbracciatela almeno.
PANT.
No mancherà tempo.
DOTT.
Andiamo via da questa camera; qui dentro sento serrarmi il cuore.
PANT.
Andè dove che volè.
DOTT.
Andiamo, Eufemia.
EUF.
Venite con noi, marito mio.
PANT.
Andè, che vegnirò.
GIS.
Vi servirò io, signora.
(dà braccio a donna Eufemia)
PANT.
(Guarda un poco donna Eufemia, poi seguita ad abbracciare lo scrigno)
GIS.
Non avete già dispiacere ch'io serva vostra moglie?
PANT.
Sior no, no son zeloso.
EUF.
Marito mio, vi prego volermi bene.
PANT.
Sì, ve ne voggio, ve ne vorrò, ma lasseme un poco in quiete per carità.
EUF.
Andiamo, signor don Gismondo, lasciamolo in pace; qualche cosa conviene ancora soffrire; ma s'egli non mi tormenta più colla gelosia, sono la più contenta donna del mondo.
Benedirò le lagrime che ho versate, se queste mi hanno acquistato il bel tesoro della pace, della tranquillità, dell'amore.
(parte)
GIS.
Bel carattere di moglie onesta.
Misero Pantalone, aveva egli in due passioni diviso il cuore, ora una sola con maggior empito lo tiranneggia.
(parte)
DOTT.
Genero amato, venite con noi.
Non lasciate sola la vostra consorte.
PANT.
Mia muggier no gh'ha bisogno de mi.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo! ha lasciato una volta la gelosia; se poi è avaro, pazienza.
Almeno non tormenterà più la mia figliuola.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Mia muggier coll'auditor...
e per questo? mia muggier xe una donna onorata.
L'ho scoverta, l'ho cognossua; no ghe voggio pensar.
Povero scrigno! questo xe quello che me sta sul cuor.
Mi gera combattù da do passion: dalla zelosia e dall'amor dell'oro.
La maledetta zelosia la me xe passada, l'amor dell'oro me cresse.
Ho venzo la zelosia per rason del disinganno, chi poderà disingannarme che l'oro no sia adorabile? Sì, l'amerò in eterno.
In eterno? Ah no, bisognerà lassarlo quando s'averà da morir.
Morir? lassar l'oro, lassar l'arzento? Sì, doverò lassarlo! Caro el mio scrigno, che ti me costi tanti spasemi, tanti suori, doverò lassarte? E quando te lasserò, de ti cossa averoggio godesto? che pro m'averastu fatto? Rimorsi, affanni, desperazion.
Ti, ti m'ha fatto perder la reputazion; ti me farà perder la vita, ti me farà perder ogni bella speranza: e mi te amerò? e mi te coltiverò? Oro, cossa mai gh'astu de bello? Che incanto xe el too, che innamora la zente! Lassete un poco véder.
(apre lo scrigno) Sì, ti xe bello, ti xe lusente, ti xe raro: ma se te devo lassar? Ti ti provvedi a tutti i nostri bisogni: ma se de ti no me servo, ma se quando morirò ti me sarà de peso, ti me sarà de tormento! Maledettissimo oro! Va al diavolo.
Voggio abbandonarte avanti che ti me abbandoni.
Va là, prezzo infame delle mie tirannie.
Va, va, che el diavolo te porta via.
(getta lo scrigno in terra, e spande il denaro) Oimè! el mio oro, el mio cuor, le mie vissere.
Me sento morir; no posso più.
Aiuto! (gridando si getta a sedere svenuto)
SCENA VENTESIMA
DONNA EUFEMIA, DON GISMONDO, il DOTTORE, ARGENTINA e detto.
EUF.
Oimè!
DOTT.
Cosa è stato?
ARG.
Quant'oro, quant'argento per terra!
GIS.
Pantalone è svenuto?
EUF.
Povero mio marito!
DOTT.
Il scrigno in terra! Ho paura che sia diventato matto.
EUF.
Signor Pantalone, marito mio, sollevatevi per carità.
PANT.
Amici, muggier, no me abbandonè.
EUF.
Perché non siete venuto con vostra moglie?
PANT.
Perché una muggier onorata no gh'ha bisogno della custodia de so mario.
DOTT.
Perché buttare in terra lo scrigno ed i denari?
PANT.
Perché se mor; e un zorno el s'ha da lassar.
GIS.
Amico, parmi di vedere in voi una gran mutazione.
(a Pantalone)
PANT.
Muggier, (bacia la mano a donna Eufemia) sior missier, sior auditor, compatime, aiuteme, lasseme respirar.
(va per andar via, si ferma a guardar lo scrigno, poi gli dà un calcio e parte)
DOTT.
Grazie al cielo, è cambiato del tutto.
GIS.
Donna Eufemia, ringraziate il cielo.
EUF.
Sì lo ringrazio di cuore.
La mutazione è totale; io spero di vivere più felice.
Questo suo cambiamento sollecito, e quasi instantaneo, è cosa strana, è cosa che non sarebbe forse creduta, se altrui si narrasse e si rappresentasse sopra una scena.
Ma niente è impossibile alla provvidenza del cielo, e molte cose accadono portentose nell'ordine istesso della natura.
Vinse la mia costanza del marito la gelosia; vinsero i pericoli ed i rimorsi la sua avarizia.
Ecco disingannato e convinto il più affascinato geloso, il più tenace avaro.
Ecco resa contenta e felice la più sventurata donna del mondo, in grazia dell'onestà e in virtù della tolleranza.
Fine della Commedia.
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