IL GELOSO AVARO, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Ma! l'ho stracciata senza sapere cosa contenga; la collera mi ha acciecato.
La leggerò alla meglio.
(la prende da terra) I pezzi si possono unire insieme.
Oh diamine! cosa vedo? L'ordine per le cento doppie che aspettavo con tanta ansietà: eccolo fatto in pezzi.
E mi si dovean pagar subito; e questo era il più valido fondamento per guadagnare il signor Pantalone.
Un buon regalo me lo potrebbe rendere amico.
Ed ora come farò? non ho denari.
Se torno a scrivere, ci vuol tempo.
Fortuna indegna, tu mi perseguiti, tu mi vuoi morto.
ASP.
Che cosa avete, signor fratello?
LUI.
Sorella mia, son disperato.
ASP.
Disperato? Perché?
LUI.
Per queste due bagattelle: sono innamorato, e non ho denari.
ASP.
Per quel ch'io sento, la vostra amante è una di quelle che fanno mercanzia della loro grazia.
LUI.
No, v'ingannate.
Ella è una onestissima moglie.
ASP.
Moglie? Siete pazzo andarvi a incapricciare con una femmina maritata?
LUI.
Pazzo! A incapricciarmi di una femmina maritata son pazzo? Signora sorella, voi avete marito.
ASP.
Bene, e per questo?
LUI.
E per questo, nessuno vi serve, nessuno vi vede volentieri?
ASP.
Chi sente voi, pare ch'io abbia un sortimento di cicisbei
LUI.
Se li avete, buon pro vi faccia.
Così il marito di donna Eufemia fosse docile come il vostro.
ASP.
Ora capisco.
Voi sospirate per donna Eufemia.
LUI.
Sì, cara sorella, io deliro per lei.
ASP.
Povero don Luigi, voi non farete niente.
LUI.
Non farò niente? Anche voi mi dite che non farò niente? Giuro al cielo! non farò niente?
ASP.
Ma non andate in bestia.
LUI.
Possa seccar la lingua a chi dice ch'io non farò niente.
ASP.
Se volete parlar voi solo, me n'anderò.
LUI.
Venite qui, non mi abbandonate per carità.
ASP.
Cosa pretendete da donna Eufemia?
LUI.
Niente altro che la sua amicizia.
ASP.
Niente altro?
LUI.
Niente altro.
ASP.
Ma vorrete andar in casa.
LUI.
Qualche volta.
ASP.
Servirla alle conversazioni.
LUI.
Sì, come si accostuma.
ASP.
Insomma essere il di lei servente.
LUI.
Questo, e non altro.
ASP.
Voi non farete niente.
LUI.
Il diavolo che vi porti.
ASP.
Io lo dico, perché so...
LUI.
Se mi dite più di quelle maledette parole non farete niente, giuro a Bacco, mi scorderò che mi siate sorella.
ASP.
(Povero mio fratello è innamorato come una bestia).
(da sé) Ma conoscete il di lei marito?
LUI.
Lo conosco: è geloso; e per questo? Sarebbe il primo geloso, che soffrisse veder la moglie servita?
ASP.
Egli non è portato per le conversazioni.
LUI.
È ben portato per l'interesse.
ASP.
Dunque lo vorreste vincere con i contanti.
LUI.
Non dico con i contanti, ma con i regali.
Se mi metto a regalare un avaro, direte voi ch'io non farò niente?
ASP.
Per questa via può essere che vi riesca.
Animo dunque, principiate a metter mano alla borsa.
LUI.
Il diavolo è, ch'io presentemente non ho denari.
ASP.
Non avete denari? Ora mi darete licenza ch'io dica: non farete niente.
LUI.
Donna Aspasia, non mi mettete alla disperazione.
ASP.
No, caro fratello; sapete ch'io vi amo teneramente.
Per l'amor ch'io vi porto, non so staccarmi da voi.
Per non lasciarvi solo, obbligo mio marito a star qui, ed abbandonare la propria casa.
LUI.
Felice voi, che avete un marito che tutto fa a modo vostro.
ASP.
Oh sì! di questo poi me ne posso vantare.
Non ha altro difetto, se non che è smemoriato.
LUI.
Ah, se ora gli faceste fare una cosa per me!
ASP.
Che cosa?
LUI.
Tutti due mi potreste aiutare.
ASP.
Via, dite il come.
LUI.
Voi dicendo due parole per me a donna Eufemia, che è vostra amica.
Vostro marito prestandomi cento scudi.
ASP.
I cento scudi fate conto d'averli.
Mio marito, solo ch'io gliene dica, ve li darà.
Ma che io poi parli per voi a donna Eufemia...
LUI.
Che difficoltà ci trovate?
ASP.
È un certo uffizio che non mi finisce.
LUI.
Per un fratello?
ASP.
Rispetto a voi va bene, ma non rispetto a donna Eufemia: che concetto formerebbe di me?
LUI.
Eh, fra voi altre donne questi servizi ve li cambiate.
ASP.
Donna Eufemia è una donna assai sostenuta.
LUI.
E per questo?
ASP.
Ho paura che non faremo...
LUI.
Niente.
ASP.
Questa parola non la voleva dire.
LUI.
Ed io non la voglio sentire.
ASP.
Dunque?
LUI.
Dunque parlate.
ASP.
E se poi...
LUI.
Parlatele in buona maniera.
Spiegatele il mio carattere ed il mio desiderio.
Io sono un uomo onesto, e da lei non voglio niente di male.
ASP.
Benissimo, cercherò l'occasione...
LUI.
Ecco vostro marito.
Ora sarebbe il tempo delli cento scudi.
SCENA TERZA
DON ONOFRIO e detti.
ONOF.
Donna Aspasia, non venite questa mattina a bevere la cioccolata?
ASP.
Non l'ho bevuta? Non vi ricordate che l'abbiamo bevuta insieme?
ONOF.
Oh veh! non me ne ricordavo.
Io l'ho bevuta anche adesso: dunque l'ho bevuta due volte.
LUI.
Non c'è male, signor cognato, la cioccolata fa bene allo stomaco.
ONOF.
Il medico me l'ha ordinata.
ASP.
Anzi il medico ve l'ha proibita.
ONOF.
Quando?
ASP.
Non ve ne ricordate? Saranno due settimane.
ONOF.
Io non me ne ricordo.
LUI.
Eh, non abbadate al medico.
Se vi dà piacere, bevetela.
ONOF.
Mio cognato mi piace.
È un uomo fatto come me.
Quando sto male, faccio a modo del medico; quando sto bene, faccio a modo mio.
ASP.
Dite, don Onofrio, vi hanno portato quei mille scudi del grano, che avete venduto ieri?
ONOF.
Non me ne ricordo.
ASP.
Se li averanno portati, ci saranno.
ONOF.
Sicuramente.
Ma non mi ricordo se li abbiano portati.
Aspettate...
è venuto ier di sera...
No, non è venuto il sensale.
Era...
chi diavolo era quello che è venuto ier di sera?
ASP.
Io ho veduto il signor Pantalone.
ONOF.
Ah sì, il signor Pantalone.
Mi pare che egli mi abbia portati li mille scudi.
LUI.
(Il fortunato posseditore di donna Eufemia).
(da sé) È vostro amico il signor Pantalone?
ONOF.
Oh sì, è mio amico.
Il mio grano quasi tutto lo vendo a lui.
Mi paga subito, ed io glielo do a buon prezzo.
ASP.
Signor consorte carissimo, vorrei pregarvi d'una finezza.
ONOF.
Comandate, cara consorte: voi sapete che non vi nego mai cosa alcuna.
Ella è così, signor cognato, mia moglie non può dire ch'io l'abbia mai scontentata in niente.
Saranno...
che so io?...
tre anni che siamo insieme, e sempre...
ASP.
Tre anni? Oh, sono ben sei.
ONOF.
Basta; a me par l'altro giorno.
ASP.
Vorrei che mi prestaste cento scudi.
Me li darete?
ONOF.
Ve li darò...
ma...
ASP.
Che cosa?
ONOF.
Non mi ricordo bene se io li abbia.
ASP.
Datemi le chiavi dello scrigno, che guarderò io.
ONOF.
Oh no, cara, le chiavi non le do mai.
Siccome ho poca memoria, le tengo sempre attaccate alla cintola de' calzoni.
ASP.
Andate dunque a vedere; e se ci sono, portatemi li cento scudi.
ONOF.
Cento scudi! Vado subito; e poi beveremo la cioccolata.
(parte)
SCENA QUARTA
DONNA ASPASIA, DON LUIGI, e poi DON ONOFRIO.
LUI.
Ah, se mi dà questi cento scudi, mi dà la vita.
Non passeranno però otto giorni, ch'io glieli renderò.
ASP.
Come pensate di volerli impiegare?
LUI.
Ci penserò.
Una guantiera d'argento per il signor Pantalone, con sopra della cioccolata, un ventaglio di Francia per donna Eufemia, non saranno princìpi tanto cattivi.
ASP.
Sperate voi che donna Eufemia voglia ricevere il ventaglio di Francia?
LUI.
Lo riceverà, se voi glielo presenterete con grazia.
ASP.
Io gliel'ho da esibire? Mi meraviglio.
LUI.
Ecco qui: in tutto vi ha da essere la sua difficoltà; sia maledetto quando parlo con voi.
ASP.
Zitto, acchetatevi.
Ecco qui mio marito.
LUI.
Il ventaglio glielo darete?
ASP.
Glielo darò.
ONOF.
Oh, i mille scudi vi sono.
Il signor Pantalone me li ha portati iersera.
ASP.
Ho piacere davvero.
ONOF.
Eccovi qui li cinquanta scudi.
LUI.
Cinquanta?
ONOF.
Sì, non mi avete detto cinquanta?
ASP.
Ho detto cento.
LUI.
Cento ha detto, e non cinquanta.
(adirato)
ONOF.
O cento, o cinquanta, voi non ci entrate, signor cognato.
LUI.
C'entro per mia sorella.
ASP.
Badate a me.
Vi ho pregato di cento.
ONOF.
Oh, sentite un poco questo signore che si scalda.
LUI.
Se siete uno stolido senza memoria.
ONOF.
Orsù, ve l'ho detto cento volte.
In questa casa non ci voglio stare.
ASP.
(Fratello, voi non avete prudenza).
LUI.
Via, signor cognato, compatitemi.
Il mio naturale è così di parlar forte; per altro ho per voi tutta la stima, tutto il rispetto.
ONOF.
Già lo sapete, chi mi piglia colle buone, mi cava anche la camicia.
ASP.
E così, mi date questi denari? Sì, o no?
ONOF.
Non ve li ho dati?
ASP.
Non m'avete dato nulla.
ONOF.
Come?
LUI.
(Che pazienza!) (da sé) Li avete messi in tasca.
ONOF.
Ah sì.
Ora me ne ricordo.
Eccoli.
LUI.
Ma quelli sono cinquanta, e non cento.
ONOF.
Se volete venir con me, ve li darò tutti cento.
ASP.
Sì, andiamo.
LUI.
Verrò anch'io, se mi volete.
ONOF.
Siete padrone.
LUI.
Caro signor cognato, siete il più buon uomo del mondo.
ONOF.
Io voglio bene a tutti.
Andiamo a contentar donna Aspasia.
LUI.
E poi beveremo la cioccolata.
ONOF.
E poi beveremo la cioccolata.
(ridendo parte)
ASP.
Oh che bernardone! (parte)
LUI.
Così li vorreste voi altre donne.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera di Pantalone con tavolino, bilanciette da oro, e varie monete.
PANTALONE e TRACCAGNINO.
PANT.
Traccagnin.
TRACC.
Signor.
PANT.
Va a véder cossa che fa mia muggier.
TRACC.
M'imagino che la starà ben.
PANT.
Va a véder se la laora, se la leze, se la scrive, se la sta alla fenestra.
TRACC.
E se la fusse al licet?
PANT.
Voggio saver cossa che la fa.
TRACC.
Gnor sì.
(Per el salari ch'el me dà, ho anca da far el spion).
(vuol partire)
PANT.
Senti, sora tutto varda ben se la parla segretamente con Argentina.
Ascolta tutto, e vienmelo a contar a mi.
TRACC.
Ma se quelle do donne le se n'accorze, le me sflazella.
PANT.
De cossa gh'astu paura?
TRACC.
Delle so ongie e della so lengua: colle ongie le sgraffia, e colla lengua le pela.
(parte)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
La donna xe per mi un gran intrigo.
Xe vero che la ne dà qualche diletto, ma el ne costa assae caro.
Una donna costa un tesoro.
Se gh'avesse tutti i bezzi che me costa mia muggier, ghe n'averave un sacco.
E perché songio andà a maridarme? Per quel poco de dota; m'ha lusingà dodesemile scudi de dota.
E no vedeva che li toleva a livello al diese per cento? Quando morirà donna Eufemia, bisognerà restituir la dota, e l'averò mantegnua per tanti anni.
Con ella stago pochissimo; ghe voggio ben: ma delle donne no me n'importa troppo; e no vorave spender mi l'osso del collo per mantegnirla, e che ella po se tolesse coi altri devertimento, e che altri i godesse el frutto delle mie fadighe.
E sì che in sta città de Napoli a vadagnar quattro carlini bisogna suar.
Pesemo un poco sti zecchini.
Vedemo se ho fatto bon negozio a comprarli.
Oh, quante volte sti zecchini i me sarà passai per le man! I taggiadori li vol scarsi, e mi ghe vadagno; chi venze, li scambia con dei boni, e mi ghe vadagno; onde in cao a qualche anno, fra i taggiadori e i pontadori, tra chi venze e chi perde, se raddoppia i zecchini.
Oh, l'oro xe molto bello! e pur ghe xe de quei che lo strapazza, che lo mette fina su le scarpe, che indora fina el logo comun.
Mi no, veh! caro el mio oro! che siestu benedetto!
SCENA SETTIMA
TRACCAGNINO e detto.
TRACC.
Sior padron, son qua.
PANT.
Cossa gh'è? Cossa vustu? Perché vienstu senza dir gnente? (nasconde l'oro)
TRACC.
Oh, gh'è delle novità, signor.
PANT.
Cossa fa mia muggier?
TRACC.
Cossa che la fazza mi nol so.
PANT.
No ti l'ha vista?
TRACC.
Signor no.
PANT.
Perché no l'astu vista?
TRACC.
Perché l'era serrada in camera.
PANT.
Sola?
TRACC.
Oh, signor no, sola.
PANT.
Colla serva?
TRACC.
Colla serva e con el servo.
PANT.
Come? Un omo in camera de mia muggier?
TRACC.
Alla voze el m'ha parso un omo sigura.
PANT.
Ah desgraziada! presto: l'astu cognossù alla ose?
TRACC.
Sior no, perché i parlava pian.
PANT.
Furbazzi! el mio onor; el mio pan: mi spendo, e i altri gode.
(va ponendo i denari in borsa) Allocco, no ti ha inteso gnente, gnente?
TRACC.
Non ho sentido altro che una parola sola.
PANT.
Coss'ela sta parola?
TRACC.
Ho sentido la padrona a dir: vogliatemi bene.
PANT.
Vogliatemi bene? La mazzerò...
Ma la Giustizia? La ripudierò: ah, ste lite le costa troppo! La bastonerò, la farò star in letto.
Presto, la voggio trovar sul fatto.
Ma no vorave entrar in qualche brutto impegno.
No so chi diavolo possa esser colù.
Traccagnin, presto, torna alla camera de mia muggier, procura de sentir; varda, séntime ben, varda una quarta in circa de sotto alla serraura, ti troverà un buso, e per de là ti vederà pulito.
TRACC.
Come savè che ghe sia sto buso? Mi no l'ho visto.
PANT.
El ghe xe; l'ho fatto mi.
Va subito, che te aspetto.
TRACC.
Vado.
(Vardè, se l'è maledetto: el va a far un buso in te la porta, per spiar i fatti de so muier; e sì, el pol far quel che el vol, che se la muier ghe n'ha voia, no serve né busi, né cadenazzi).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
PANTALONE, poi TRACCAGNINO che torna.
PANT.
Intanto finirò de pesar sti zecchini.
Maledetta! in camera con un omo? Questo el xe rotto, bisogna darlo via presto, avanti ch'el se rompa affatto.
Un omo in camera? Chi diavolo porlo esser? No crederave mai, che la me la fasse sui occhi.
Sti do i pol passar per de peso, no i voggio metter in ti scarsi.
Traccagnin no torna mai.
Son impaziente de saver...
Oh, questo cala pulito: questo bisognerà salvarlo per don Onofrio.
Quello xe un omo da ben; el tol tutto quello che se ghe dà.
TRACC.
Son qua.
Ho visto tutto.
(correndo)
PANT.
Férmete: non tanta furia.
(copre l'oro)
TRACC.
Indiviné mo chi l'è?
PANT.
Chi xelo? (mette via i denari nella borsa)
TRACC.
Indovinélo.
(s'accosta, guarda la borsa)
PANT.
Tirete in là.
TRACC.
Mo l'è giusto...
PANT.
Aspetta; (lega la borsa, e la ripone) adesso parla: chi elo colù che xe in camera con mia muggier? Presto, voggio saverlo.
TRACC.
L'è so pader.
PANT.
So padre?
TRACC.
Sior sì, el sior dottor Balanzoni.
PANT.
In casa mia no lo voggio.
El vien a sollevar so fia.
In casa soa, quando ghe gera Eufemia, se tegniva conversazion, e adesso el sarà capace quel vecchio matto de portarghe qualche saludo.
TRACC.
Oh diavolo! volì che el pader fazza el mezzan alla fiola?
PANT.
El poderave farlo anca innocentemente.
Qualchedun ghe dise: Sior Dottor, saludè vostra fia; e lu: Sior sì, la sarà servida.
Ella se mette in ardenza, e po...
so mi quel che digo.
No voggio el Dottor, no voggio nissun.
No voggio che mia muggier pratica con nissun.
Adesso in sto ponto voggio scazzarlo de casa mia in una maniera che no l'averà più ardir de vegnirghe.
TRACC.
Per amor del cielo, sior patron, no la fazza sussuri.
PANT.
Eh, che quel vecchio no me fa paura.
SCENA NONA
AGAPITO e detti.
AGAP.
Si può venire?
PANT.
Oh sior Agapito, ve reverisso.
AGAP.
Vi ho da parlare.
PANT.
Compatime, gh'ho un affar de premura.
AGAP.
Si tratta di guadagnare cento ducati in tre o quattro giorni.
PANT.
Oe, Traccagnin, va al solito buso, va a véder cossa che i fa, e sàppieme dir.
(piano a Traccagnino)
TRACC.
Sior sì, vado.
(Eh, co se tratta de quattrini, el se scorda la zelusia).
(da sé, parte)
SCENA DECIMA
PANTALONE e AGAPITO.
PANT.
Son qua: son da vu.
Cossa comandeu?
AGAP.
Vi è un amico mio, che ha bisogno di mille scudi, può essere per tre o per quattro giorni, e ancora per più, ma il mese non lo ha da passare; e a chi gli dà i mille scudi, ne donerà cento di regalo.
PANT.
Cento scudi de regalo per un mese? Ve preme, sior Agapito? Se ve preme, vederò de servirve.
AGAP.
Mi preme per l'amico, e mi preme per voi, il mio caro signor Pantalone.
Perché cento scudi in un mese...
PANT.
E chi xelo quello che vol i mille scudi?
AGAP.
Egli è il contino Giacinto, figlio di quel ricco signore.
PANT.
El xe fio de fameggia.
AGAP.
È vero, ma...
PANT.
No faremo gnente.
(Traccagnino no torna; quel vecchio sa el cielo quanti desegni el metterà in testa a mia muggier).
(da sé) Sior Agapito, con so licenza.
AGAP.
Ma sentite.
È vero che il contino è figlio di famiglia; ma vi è un mercante, che farà la sigurtà per lui.
PANT.
Un mercante seguro?
AGAP.
Sicurissimo.
Avete tutte le vostre cautele; sarete, come si suol dire, in una botte di ferro.
PANT.
Basta, se ve preme, quando che sia seguro, lo farò.
AGAP.
Andiamo nel vostro studio a far due righe di minuta per far il contratto.
PANT.
Sì, andemo.
Aveu carta? Perché mi ho paura de no averghene.
AGAP.
Ci sarà la carta, ci sarà ogni cosa.
Spero che non avrete difficoltà a dare a me un due per cento del vostro guadagno.
PANT.
Oh, mi po ve parlo schietto.
I cento scudi li voggio netti: de quelli no sperè un soldo.
Andemo.
Sè mio bon amigo, no ve voggio far aspettar.
AGAP.
Andiamo pure.
PANT.
Favorì.
Vago avanti per insegnarve la strada.
(parte)
AGAP.
Avarone! indiscreto! Eppure conviene cascarci per forza nelle mani di questi usurai.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera di donna Eufemia.
DONNA EUFEMIA, DOTTORE ed ARGENTINA.
DOTT.
Cara la mia figliuola, vi ho sempre voluto bene, e sempre ve ne vorrò.
EUF.
Non ho altro in questo mondo che mi consoli, che voi.
ARG.
Caro signor Dottore, io non credo niente che abbiate voluto bene alla padrona.
DOTT.
No? per qual cosa? È la mia figliuola, ed è il mio cuore, la mia contentezza.
ARG.
Se le aveste voluto bene, non l'avreste maritata con questo vecchio arrabbiato del signor Pantalone.
EUF.
Temeraria! così parli di mio marito? Se ti sento più a dire una simile impertinenza, ti caccio subito dalla mia casa.
ARG.
(Oh vi anderò, perché è impossibile ch'io taccia).
(da sé)
DOTT.
Dunque, per quel ch'io sento, questo vostro marito è un uomo cattivo.
EUF.
No, signor padre, non crediate a colei.
Ella non sa quello che si dica.
Mio marito è un uomo d'onore.
ARG.
(È usuraio, e tanto basta).
(sottovoce al Dottore)
EUF.
Che cosa dici?
ARG.
Niente, signora; diceva che è un uomo di garbo.
DOTT.
Mi dispiacerebbe assaissimo, che voi doveste patire.
Una figliuola unica ch'io avevo a questo mondo, alla quale ho dato dodicimila scudi di dote, e che avrà da esser erede di tutto ciò che possiedo, mi sarebbe un dolor troppo grande se la vedessi a star male.
Ho creduto di mettervi in una buona casa.
Un uomo solo, ricco, senza vizi, pontuale e onorato.
Tutti mi hanno detto che era la vostra fortuna, ed ho creduto di far bene; e mi mangiarei le dita, se credessi d'aver fatto male.
EUF.
No, signor padre, non vi rammaricate.
Voi non avete errato, ed io non mi dolgo di mio marito.
DOTT.
Siate benedetta; voi mi consolate.
EUF.
(Povero padre! non lo voglio inquietare).
(da sé)
ARG.
(Domandatele se suo marito è niente geloso).
(piano al Dottore)
DOTT.
Ditemi, figliuola mia, è geloso il vostro marito?
EUF.
Siccome egli mi ama, non sarebbe gran cosa che fosse anche geloso.
DOTT.
È vero: amore è padre della gelosia.
Ma vi tormenta? Vi strapazza? Cara la mia figliuola, ditemi la verità.
EUF.
Caro signor padre, che cosa volete ch'io vi dica? Non nego che qualche volta mio marito non dia in qualche impazienza.
Tutti hanno le loro stravaganze, ed io le averò più di tutti.
Mio marito, vi dico, non è cattivo, ma quando fosse anche pessimo, voi me l'avete dato, io l'ho preso, sarebbe pazzia il dolersene, e poca riputazione il pentirsi.
DOTT.
Brava; queste sono massime di donna savia e prudente.
In questo mondo bisogna soffrir qualche cosa.
Quando non manca il bisognevole in casa, per il resto si tira avanti.
ARG.
(Domandatele se ha nemmeno da comprarsi una carta di spille).
(piano al Dottore)
DOTT.
Ditemi un poco: m'immagino che vostro marito vi passerà un tanto per le piccole spese.
(a donna Eufemia)
EUF.
Quel che occorre, lo compra.
DOTT.
Vi dà denari?
EUF.
Io non gliene chiedo.
DOTT.
Una donna senza denari non sta bene.
Tutti i giorni fa di bisogno qualche cosa.
Si ha sempre d'andare dai mariti? Si vien loro in fastidio.
Venite qui, prendete questi quattro zecchini.
EUF.
Non v'incomodate, signor padre.
ARG.
Eh prendeteli, signora padrona, che ne avete bisogno.
EUF.
Tu non puoi tacere.
ARG.
Se mi cucite la bocca.
DOTT.
Via, fatemi questo piacere.
Prendeteli, e servitevi nelle vostre occorrenze.
EUF.
Quando così volete, li prenderò.
Vi ringrazio, signor padre.
DOTT.
(Poverina! è una colomba.
Mi è stato detto che suo marito è un avaro).
(da sé)
ARG.
Signor Dottore, non ci è niente per me?
DOTT.
Prendi questo ducato: servi con amore la tua padrona.
ARG.
Che siate benedetto! Voi almeno non siete avaro, come il padrone.
EUF.
E bada a seguitare, la disgraziata.
ARG.
Io vorrei tacere, ma ho un non so che di dentro, che mi caccia fuori le parole per forza.
EUF.
Quel non so che, lo mortificherò io.
DOTT.
Figliuola mia, non so cosa dire.
Se vostro marito vi vuol bene, ringraziate il cielo, se vi tratta bene, consolatevi; e se mai fosse un uomo cattivo, se vi trattasse male, abbiate pazienza, raccomandatevi al cielo, e considerate che ci saranno tante e tante che staranno peggio di voi.
EUF.
Io vi assicuro che non mi lamento della mia sorte.
DOTT.
Quando è così, sono contento.
Figliuola mia, state allegra, e se avete bisogno di qualche cosa, domandate liberamente; mandatemi a chiamare, che in tutto quello che posso, vi contenterò.
ARG.
Avrebbe bisogno d'una cosa la mia padrona.
DOTT.
Di cosa?
ARG.
Avrebbe bisogno che le faceste crepar il marito.
EUF.
Signor padre, io ho bisogno che mi ritrovate un'altra serva.
Costei non la posso più sopportare.
DOTT.
Taci, fraschetta, ed abbi giudizio.
Non si prende tanta confidenza.
EUF.
Ditele che moderi quella lingua, altrimenti la caccerò via sicuramente.
DOTT.
Senti? modera quella lingua.
ARG.
Caro signor Dottore, non posso.
DOTT.
Ma perché non puoi?
ARG.
Perché la mia lingua parla da sé, senza che io me ne accorga.
DOTT.
Eh, so ben io qual gastigo ci vorrebbe per te.
ARG.
Che cosa, signore?
DOTT.
Un marito che ti bastonasse.
ARG.
Oh, se il marito mi bastonasse, la vorressimo veder bella.
DOTT.
Alla larga con questa sorta di bestie.
Figliuola mia, vi saluto, ci rivedremo, conservatevi, e vogliatemi bene.
EUF.
Caro signor padre, ve lo dico con il cuor sulle labbra, non ho altra consolazione al mondo che voi.
DOTT.
Ed ancor io ho tutto il mio bene, ho tutto il mondo con voi.
Prego il cielo che stiate bene, che non abbiate disgrazie, che non abbiate travagli.
Se sapessi che stassivo male, se vi vedessi a patir, cara figliuola mia, mi creperebbe il cuore, piangerei dalla disperazione.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DONNA EUFEMIA, ARGENTINA, poi PANTALONE.
EUF.
(Povero padre, s'egli sapesse la vita che mi tocca soffrire)! (da sé)
PANT.
(Apre, ed entra zitto zitto)
ARG.
Oimè! mi avete fatto paura.
EUF.
Voi sempre venite così, zitto zitto.
Avete veduto mio padre?
PANT.
L'ho visto.
EUF.
È andato via in questo momento.
PANT.
El so.
ARG.
Eh già; non si può sputare, ch'ei non lo sappia.
PANT.
Tasi là, ti.
ARG.
(Gli si vede proprio la rabbia negli occhi).
(da sé)
EUF.
Che cosa avete, signor Pantalone?
PANT.
Gnente, siora.
EUF.
Mi parete alterato.
PANT.
No gh'ho gnente, ve digo.
(con asprezza)
ARG.
(Gli va colle buone! un maglio sulla coppa).
(da sé)
PANT.
Cossa xe vegnù a far qua vostro padre?
EUF.
È venuto un poco a vedermi.
PANT.
A véderve solamente?
EUF.
Sì: era tanto che non ci veniva.
PANT.
Manco ch'el vegnirà, el farà meggio.
EUF.
Che fastidio vi dà mio padre?
PANT.
No lo voggio.
EUF.
Pazienza.
Se non ce lo volete, non ci verrà.
PANT.
Certo che nol vegnirà.
ARG.
(Mi fa proprio rimescolar le budelle).
(da sé)
EUF.
Almeno fatemi un piacere.
PANT.
Sì, gioia mia! un piaser ve lo farò volentiera.
ARG.
(Gioia mia! Chi non lo conoscesse!) (da sé)
EUF.
Ditemi la cagione perché non volete in casa vostra mio padre.
PANT.
Quando no volè altro, ve la dirò.
ARG.
(Sentiamo).
(da sé)
EUF.
Via, ditemela: che sappia almeno il perché.
PANT.
Perché no lo voggio.
ARG.
(Che ti venga la rabbia!) (da sé)
EUF.
Questa non è ragione.
PANT.
Siora sì: questa xe la meggio rason de tutte.
In casa mia son paron mi; e quando no voggio uno, la mia volontà xe la mia rason.
EUF.
Ma questa è una picca senza proposito.
PANT.
Basta cussì; son stufo.
(arrabbiato)
EUF.
Via, non andate in collera.
ARG.
(Mi vien voglia di rompergli una seggiola sulla testa).
(da sé)
PANT.
Che bei saludi v'alo portà el sior padre?
EUF.
Saluti di chi?
PANT.
Saludi dei amici vecchi della conversazion de casa.
EUF.
Io non mi ricordo più di nessuno.
Dopo che sono in questa casa, vedete la bella vita ch'io faccio.
ARG.
Signor sì, stiamo qui che facciamo la m
...
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