IL GELOSO AVARO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Presto, la voggio trovar sul fatto.
Ma no vorave entrar in qualche brutto impegno.
No so chi diavolo possa esser colù.
Traccagnin, presto, torna alla camera de mia muggier, procura de sentir; varda, séntime ben, varda una quarta in circa de sotto alla serraura, ti troverà un buso, e per de là ti vederà pulito.
TRACC.
Come savè che ghe sia sto buso? Mi no l'ho visto.
PANT.
El ghe xe; l'ho fatto mi.
Va subito, che te aspetto.
TRACC.
Vado.
(Vardè, se l'è maledetto: el va a far un buso in te la porta, per spiar i fatti de so muier; e sì, el pol far quel che el vol, che se la muier ghe n'ha voia, no serve né busi, né cadenazzi).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
PANTALONE, poi TRACCAGNINO che torna.
PANT.
Intanto finirò de pesar sti zecchini.
Maledetta! in camera con un omo? Questo el xe rotto, bisogna darlo via presto, avanti ch'el se rompa affatto.
Un omo in camera? Chi diavolo porlo esser? No crederave mai, che la me la fasse sui occhi.
Sti do i pol passar per de peso, no i voggio metter in ti scarsi.
Traccagnin no torna mai.
Son impaziente de saver...
Oh, questo cala pulito: questo bisognerà salvarlo per don Onofrio.
Quello xe un omo da ben; el tol tutto quello che se ghe dà.
TRACC.
Son qua.
Ho visto tutto.
(correndo)
PANT.
Férmete: non tanta furia.
(copre l'oro)
TRACC.
Indiviné mo chi l'è?
PANT.
Chi xelo? (mette via i denari nella borsa)
TRACC.
Indovinélo.
(s'accosta, guarda la borsa)
PANT.
Tirete in là.
TRACC.
Mo l'è giusto...
PANT.
Aspetta; (lega la borsa, e la ripone) adesso parla: chi elo colù che xe in camera con mia muggier? Presto, voggio saverlo.
TRACC.
L'è so pader.
PANT.
So padre?
TRACC.
Sior sì, el sior dottor Balanzoni.
PANT.
In casa mia no lo voggio.
El vien a sollevar so fia.
In casa soa, quando ghe gera Eufemia, se tegniva conversazion, e adesso el sarà capace quel vecchio matto de portarghe qualche saludo.
TRACC.
Oh diavolo! volì che el pader fazza el mezzan alla fiola?
PANT.
El poderave farlo anca innocentemente.
Qualchedun ghe dise: Sior Dottor, saludè vostra fia; e lu: Sior sì, la sarà servida.
Ella se mette in ardenza, e po...
so mi quel che digo.
No voggio el Dottor, no voggio nissun.
No voggio che mia muggier pratica con nissun.
Adesso in sto ponto voggio scazzarlo de casa mia in una maniera che no l'averà più ardir de vegnirghe.
TRACC.
Per amor del cielo, sior patron, no la fazza sussuri.
PANT.
Eh, che quel vecchio no me fa paura.
SCENA NONA
AGAPITO e detti.
AGAP.
Si può venire?
PANT.
Oh sior Agapito, ve reverisso.
AGAP.
Vi ho da parlare.
PANT.
Compatime, gh'ho un affar de premura.
AGAP.
Si tratta di guadagnare cento ducati in tre o quattro giorni.
PANT.
Oe, Traccagnin, va al solito buso, va a véder cossa che i fa, e sàppieme dir.
(piano a Traccagnino)
TRACC.
Sior sì, vado.
(Eh, co se tratta de quattrini, el se scorda la zelusia).
(da sé, parte)
SCENA DECIMA
PANTALONE e AGAPITO.
PANT.
Son qua: son da vu.
Cossa comandeu?
AGAP.
Vi è un amico mio, che ha bisogno di mille scudi, può essere per tre o per quattro giorni, e ancora per più, ma il mese non lo ha da passare; e a chi gli dà i mille scudi, ne donerà cento di regalo.
PANT.
Cento scudi de regalo per un mese? Ve preme, sior Agapito? Se ve preme, vederò de servirve.
AGAP.
Mi preme per l'amico, e mi preme per voi, il mio caro signor Pantalone.
Perché cento scudi in un mese...
PANT.
E chi xelo quello che vol i mille scudi?
AGAP.
Egli è il contino Giacinto, figlio di quel ricco signore.
PANT.
El xe fio de fameggia.
AGAP.
È vero, ma...
PANT.
No faremo gnente.
(Traccagnino no torna; quel vecchio sa el cielo quanti desegni el metterà in testa a mia muggier).
(da sé) Sior Agapito, con so licenza.
AGAP.
Ma sentite.
È vero che il contino è figlio di famiglia; ma vi è un mercante, che farà la sigurtà per lui.
PANT.
Un mercante seguro?
AGAP.
Sicurissimo.
Avete tutte le vostre cautele; sarete, come si suol dire, in una botte di ferro.
PANT.
Basta, se ve preme, quando che sia seguro, lo farò.
AGAP.
Andiamo nel vostro studio a far due righe di minuta per far il contratto.
PANT.
Sì, andemo.
Aveu carta? Perché mi ho paura de no averghene.
AGAP.
Ci sarà la carta, ci sarà ogni cosa.
Spero che non avrete difficoltà a dare a me un due per cento del vostro guadagno.
PANT.
Oh, mi po ve parlo schietto.
I cento scudi li voggio netti: de quelli no sperè un soldo.
Andemo.
Sè mio bon amigo, no ve voggio far aspettar.
AGAP.
Andiamo pure.
PANT.
Favorì.
Vago avanti per insegnarve la strada.
(parte)
AGAP.
Avarone! indiscreto! Eppure conviene cascarci per forza nelle mani di questi usurai.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera di donna Eufemia.
DONNA EUFEMIA, DOTTORE ed ARGENTINA.
DOTT.
Cara la mia figliuola, vi ho sempre voluto bene, e sempre ve ne vorrò.
EUF.
Non ho altro in questo mondo che mi consoli, che voi.
ARG.
Caro signor Dottore, io non credo niente che abbiate voluto bene alla padrona.
DOTT.
No? per qual cosa? È la mia figliuola, ed è il mio cuore, la mia contentezza.
ARG.
Se le aveste voluto bene, non l'avreste maritata con questo vecchio arrabbiato del signor Pantalone.
EUF.
Temeraria! così parli di mio marito? Se ti sento più a dire una simile impertinenza, ti caccio subito dalla mia casa.
ARG.
(Oh vi anderò, perché è impossibile ch'io taccia).
(da sé)
DOTT.
Dunque, per quel ch'io sento, questo vostro marito è un uomo cattivo.
EUF.
No, signor padre, non crediate a colei.
Ella non sa quello che si dica.
Mio marito è un uomo d'onore.
ARG.
(È usuraio, e tanto basta).
(sottovoce al Dottore)
EUF.
Che cosa dici?
ARG.
Niente, signora; diceva che è un uomo di garbo.
DOTT.
Mi dispiacerebbe assaissimo, che voi doveste patire.
Una figliuola unica ch'io avevo a questo mondo, alla quale ho dato dodicimila scudi di dote, e che avrà da esser erede di tutto ciò che possiedo, mi sarebbe un dolor troppo grande se la vedessi a star male.
Ho creduto di mettervi in una buona casa.
Un uomo solo, ricco, senza vizi, pontuale e onorato.
Tutti mi hanno detto che era la vostra fortuna, ed ho creduto di far bene; e mi mangiarei le dita, se credessi d'aver fatto male.
EUF.
No, signor padre, non vi rammaricate.
Voi non avete errato, ed io non mi dolgo di mio marito.
DOTT.
Siate benedetta; voi mi consolate.
EUF.
(Povero padre! non lo voglio inquietare).
(da sé)
ARG.
(Domandatele se suo marito è niente geloso).
(piano al Dottore)
DOTT.
Ditemi, figliuola mia, è geloso il vostro marito?
EUF.
Siccome egli mi ama, non sarebbe gran cosa che fosse anche geloso.
DOTT.
È vero: amore è padre della gelosia.
Ma vi tormenta? Vi strapazza? Cara la mia figliuola, ditemi la verità.
EUF.
Caro signor padre, che cosa volete ch'io vi dica? Non nego che qualche volta mio marito non dia in qualche impazienza.
Tutti hanno le loro stravaganze, ed io le averò più di tutti.
Mio marito, vi dico, non è cattivo, ma quando fosse anche pessimo, voi me l'avete dato, io l'ho preso, sarebbe pazzia il dolersene, e poca riputazione il pentirsi.
DOTT.
Brava; queste sono massime di donna savia e prudente.
In questo mondo bisogna soffrir qualche cosa.
Quando non manca il bisognevole in casa, per il resto si tira avanti.
ARG.
(Domandatele se ha nemmeno da comprarsi una carta di spille).
(piano al Dottore)
DOTT.
Ditemi un poco: m'immagino che vostro marito vi passerà un tanto per le piccole spese.
(a donna Eufemia)
EUF.
Quel che occorre, lo compra.
DOTT.
Vi dà denari?
EUF.
Io non gliene chiedo.
DOTT.
Una donna senza denari non sta bene.
Tutti i giorni fa di bisogno qualche cosa.
Si ha sempre d'andare dai mariti? Si vien loro in fastidio.
Venite qui, prendete questi quattro zecchini.
EUF.
Non v'incomodate, signor padre.
ARG.
Eh prendeteli, signora padrona, che ne avete bisogno.
EUF.
Tu non puoi tacere.
ARG.
Se mi cucite la bocca.
DOTT.
Via, fatemi questo piacere.
Prendeteli, e servitevi nelle vostre occorrenze.
EUF.
Quando così volete, li prenderò.
Vi ringrazio, signor padre.
DOTT.
(Poverina! è una colomba.
Mi è stato detto che suo marito è un avaro).
(da sé)
ARG.
Signor Dottore, non ci è niente per me?
DOTT.
Prendi questo ducato: servi con amore la tua padrona.
ARG.
Che siate benedetto! Voi almeno non siete avaro, come il padrone.
EUF.
E bada a seguitare, la disgraziata.
ARG.
Io vorrei tacere, ma ho un non so che di dentro, che mi caccia fuori le parole per forza.
EUF.
Quel non so che, lo mortificherò io.
DOTT.
Figliuola mia, non so cosa dire.
Se vostro marito vi vuol bene, ringraziate il cielo, se vi tratta bene, consolatevi; e se mai fosse un uomo cattivo, se vi trattasse male, abbiate pazienza, raccomandatevi al cielo, e considerate che ci saranno tante e tante che staranno peggio di voi.
EUF.
Io vi assicuro che non mi lamento della mia sorte.
DOTT.
Quando è così, sono contento.
Figliuola mia, state allegra, e se avete bisogno di qualche cosa, domandate liberamente; mandatemi a chiamare, che in tutto quello che posso, vi contenterò.
ARG.
Avrebbe bisogno d'una cosa la mia padrona.
DOTT.
Di cosa?
ARG.
Avrebbe bisogno che le faceste crepar il marito.
EUF.
Signor padre, io ho bisogno che mi ritrovate un'altra serva.
Costei non la posso più sopportare.
DOTT.
Taci, fraschetta, ed abbi giudizio.
Non si prende tanta confidenza.
EUF.
Ditele che moderi quella lingua, altrimenti la caccerò via sicuramente.
DOTT.
Senti? modera quella lingua.
ARG.
Caro signor Dottore, non posso.
DOTT.
Ma perché non puoi?
ARG.
Perché la mia lingua parla da sé, senza che io me ne accorga.
DOTT.
Eh, so ben io qual gastigo ci vorrebbe per te.
ARG.
Che cosa, signore?
DOTT.
Un marito che ti bastonasse.
ARG.
Oh, se il marito mi bastonasse, la vorressimo veder bella.
DOTT.
Alla larga con questa sorta di bestie.
Figliuola mia, vi saluto, ci rivedremo, conservatevi, e vogliatemi bene.
EUF.
Caro signor padre, ve lo dico con il cuor sulle labbra, non ho altra consolazione al mondo che voi.
DOTT.
Ed ancor io ho tutto il mio bene, ho tutto il mondo con voi.
Prego il cielo che stiate bene, che non abbiate disgrazie, che non abbiate travagli.
Se sapessi che stassivo male, se vi vedessi a patir, cara figliuola mia, mi creperebbe il cuore, piangerei dalla disperazione.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DONNA EUFEMIA, ARGENTINA, poi PANTALONE.
EUF.
(Povero padre, s'egli sapesse la vita che mi tocca soffrire)! (da sé)
PANT.
(Apre, ed entra zitto zitto)
ARG.
Oimè! mi avete fatto paura.
EUF.
Voi sempre venite così, zitto zitto.
Avete veduto mio padre?
PANT.
L'ho visto.
EUF.
È andato via in questo momento.
PANT.
El so.
ARG.
Eh già; non si può sputare, ch'ei non lo sappia.
PANT.
Tasi là, ti.
ARG.
(Gli si vede proprio la rabbia negli occhi).
(da sé)
EUF.
Che cosa avete, signor Pantalone?
PANT.
Gnente, siora.
EUF.
Mi parete alterato.
PANT.
No gh'ho gnente, ve digo.
(con asprezza)
ARG.
(Gli va colle buone! un maglio sulla coppa).
(da sé)
PANT.
Cossa xe vegnù a far qua vostro padre?
EUF.
È venuto un poco a vedermi.
PANT.
A véderve solamente?
EUF.
Sì: era tanto che non ci veniva.
PANT.
Manco ch'el vegnirà, el farà meggio.
EUF.
Che fastidio vi dà mio padre?
PANT.
No lo voggio.
EUF.
Pazienza.
Se non ce lo volete, non ci verrà.
PANT.
Certo che nol vegnirà.
ARG.
(Mi fa proprio rimescolar le budelle).
(da sé)
EUF.
Almeno fatemi un piacere.
PANT.
Sì, gioia mia! un piaser ve lo farò volentiera.
ARG.
(Gioia mia! Chi non lo conoscesse!) (da sé)
EUF.
Ditemi la cagione perché non volete in casa vostra mio padre.
PANT.
Quando no volè altro, ve la dirò.
ARG.
(Sentiamo).
(da sé)
EUF.
Via, ditemela: che sappia almeno il perché.
PANT.
Perché no lo voggio.
ARG.
(Che ti venga la rabbia!) (da sé)
EUF.
Questa non è ragione.
PANT.
Siora sì: questa xe la meggio rason de tutte.
In casa mia son paron mi; e quando no voggio uno, la mia volontà xe la mia rason.
EUF.
Ma questa è una picca senza proposito.
PANT.
Basta cussì; son stufo.
(arrabbiato)
EUF.
Via, non andate in collera.
ARG.
(Mi vien voglia di rompergli una seggiola sulla testa).
(da sé)
PANT.
Che bei saludi v'alo portà el sior padre?
EUF.
Saluti di chi?
PANT.
Saludi dei amici vecchi della conversazion de casa.
EUF.
Io non mi ricordo più di nessuno.
Dopo che sono in questa casa, vedete la bella vita ch'io faccio.
ARG.
Signor sì, stiamo qui che facciamo la muffa.
PANT.
Ma! cossa vorla far? In casa mia se vive all'antiga: no se fa conversazion; no se zioga; no se va a spasso coi cicisbei.
EUF.
Io di queste cose non me ne sono curata mai, e non me ne curo.
ARG.
Povera donna! si può ben dire sagrificata davvero.
PANT.
Mi te darò un schiaffo, che la terra te ne darà un altro.
(ad Argentina)
ARG.
Affé di bacco, signor padrone, se mi darete degli schiaffi non li prenderò.
PANT.
Ho inteso: fenio el mese, ti anderà a bon viazo.
ARG.
Anderò anche adesso, se volete.
PANT.
Desgraziada! Ti ha avù el salario anticipà.
Dame indrio undese zorni, che ghe manca a finir el mese, e po va quando che ti vol.
ARG.
Si può sentir di peggio?
PANT.
E po gh'è un altro no so che da discorrer, prima con donna Eufemia e po con ti.
Diseme un poco, patrona, cossa v'ha dà vostro padre?
EUF.
Mio padre? Niente.
PANT.
Come gnente? Ho visto che el v'ha dà qualcossa, e vu l'avè messo in scarsella.
Voggio saver cossa che el ve ha dà.
ARG.
Oh, quest'è bella! Viene a spiare tutti i fatti nostri.
PANT.
E anca ti, frasconcella, ti ha tolto e messo via.
Voggio véder; voggio saver.
ARG.
Marameo.
PANT.
Presto: diseme tutto, se no volè che ve metta le man in scarsella.
EUF.
Via, via, non andate in collera.
Ecco qui: mi ha dato questi quattro zecchini.
PANT.
Lassè véder.
EUF.
Eccoli.
PANT.
V'alo dà questi soli? Nol ve n'ha dà altri?
EUF.
No certo; se non credete ecco la tasca.
PANT.
E a ti cossa t'alo dà? (ad Argentina)
ARG.
Con me, signore, compatitemi, voi non ci entrate.
PANT.
Lo voggio saver.
EUF.
Via, ve lo dirò io: le ha dato un ducato.
PANT.
Lassa véder.
ARG.
Oh, questo non me lo pigliate.
PANT.
Baroncella! se tol i ducati, ah? Avézzate a far la mezzana.
ARG.
Oh cospetto di bacco! Me l'ha dato suo padre.
PANT.
Vostro padre donca v'ha dà sti quattro zecchini.
(ad Eufemia)
EUF.
Non l'avete veduto da voi medesimo?
PANT.
E per cossa ve li alo dai?
ARG.
Via, v'averà fatto un affronto il signor Dottore a dare quattro zecchini a vostra moglie?
PANT.
Mi no digo che el sia un affronto.
Ma perché ve li alo dai?
EUF.
Acciò mi compri dei nastri, delle spille, della polve di cipro e simile corbellerie.
PANT.
Cosse che con tre lire se provede per un anno.
Mi ve li impiegherò ben.
Vederè che figura che ve farò far con sti quattro zecchini.
EUF.
Li volete tener voi?
PANT.
Sì ben, i tegnirò mi.
Vu no savè custodir i bezzi.
ARG.
(Non glieli dà più).
(da sé)
EUF.
Se non mi lasciate quei denari, cosa volete che dica mio padre?
PANT.
Vostro padre v'ho dito che no lo voggio.
EUF.
Poverino! se mi dona qualche cosa, lo volete impedire?
PANT.
Se el vien in casa mia per comandar, no lo voggio.
Se el vien po per farne qualche finezza, per darne qualche segno d'affetto, lo sopporterò.
Ma in casa mia son paron mi, e nissun a mia muggier ha da portar ambasciate.
Ve serva de regola, e se semo intesi.
(va per partire)
ARG.
Eh via, date i suoi denari alla povera mia padrona.
PANT.
E se ti butterà via quel ducato, lo scriverò a to mare.
L'oro e l'arzento costa sudori.
El Dottor el vadagna i bezzi con poca fadiga, a forza de chiaccole e de scritture.
Ma mi so cossa che costa i bezzi: mi che li vadagno onoratamente.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
DONNA EUFEMIA e ARGENTINA.
EUF.
(Ma! è toccata a me).
(da sé)
ARG.
(Maledetto!...
non si può soffrire.
Ed ella sta lì come una marmotta).
(da sé)
EUF.
Cosa dici, Argentina, da te stessa?
ARG.
Niente; s'io parlo, sono una bestia.
EUF.
Parla, parla, che hai ragione di farlo.
ARG.
Siete troppo buona.
EUF.
Che vuoi ch'io faccia? Da una delle due non c'è scampo; o tacere, o andarmene da mio marito.
ARG.
Quest'ultima è la più bella di tutte.
EUF.
Vorrei pur vedere se ci fosse modo...
ARG.
È stato picchiato.
EUF.
Guarda chi è.
ARG.
Subito.
Oh, io a quest'ora, se fossi stata in vece vostra, una delle tre: o qui non ci sarei più, o la bestia saria cangiata, o lo avrei pelato come un cappone.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA EUFEMIA, poi ARGENTINA.
EUF.
Bella differenza che c'è da una donna civile a una donna ordinaria.
Argentina potrebbe condursi in una maniera che a me non conviene.
Io poi son di cuore assai tenero.
Il signor Pantalone mi ha preso sulle prime con amore e con tenerezza, me ne ricordo sempre, e sempre spero ch'ei ritorni com'era.
Se la rompiamo del tutto, non si accomoda più.
Soffrendo e dissimulando, posso sperare d'intenerirlo.
Alfine è mio marito, e sia o per un affetto che i primi giorni gli ho concepito; o sia perché il matrimonio medesimo infonda nelle mogli onorate un rispetto, una soggezione al marito; o sia una mia natural timidezza, di cui però non mi pento: so che io non sono capace d'una violente risoluzione, e mi ridurrò a morire sotto le mani di mio marito, prima che recare un'ombra di disonore al suo nome, alla sua famiglia, alla nostra riputazione.
ARG.
Signora, una visita.
EUF.
Una visita! chi è?
ARG.
La signora donna Aspasia.
EUF.
Che stravaganza! In casa mia non credo ci sia più stata.
ARG.
E così, che facciamo?
EUF.
Non vorrei che il signor Pantalone...
ARG.
Il signor Pantalone è uscito di casa.
E poi è una donna, non è già un uomo.
EUF.
Dille che è padrona.
ARG.
(Mi pare impossibile che si dia al mondo una donna che abbia tanta soggezione di suo marito).
(da sé, parte)
SCENA QUINDICESIMA
DONNA EUFEMIA, poi DONNA ASPASIA.
EUF.
Eppure, se viene mio marito, è capace d'adirarsi anche per questa visita.
Sono in una constituzione d'aver paura di tutto.
ASP.
Serva di donna Eufemia.
EUF.
Serva umilissima, donna Aspasia.
ASP.
Sono venuta a vedervi, desiderosa di star mezz'ora con voi.
EUF.
Sono finezze ch'io non merito.
Favorite d'accomodarvi.
(siedono)
ASP.
Cara amica, che vita è mai la vostra? Possono ben venire feste, carnevali, funzioni, donna Eufemia non si vede mai.
EUF.
Sapete il mio naturale: anche da fanciulla mi piaceva vivere ritirata.
ASP.
Da fanciulla va bene, ma da maritata poi qualche volta conviene farsi vedere.
In verità, credetemi, ne sento parlare da tutti con del dispiacere.
EUF.
Ringrazio infinitamente quei che di me si ricordano; ma non vorrei che si prendessero tanta pena.
ASP.
Sapete che cosa dicono? Dicono che non andate in nessun luogo, perché vostro marito è geloso.
EUF.
S'ingannano.
Mio marito non è geloso.
ASP.
Oh, ne dicono una più bella.
EUF.
Davvero, che cosa dicono?
ASP.
Che è avaro, che non vi fa il vostro bisogno...
che so io? Cose che fanno venir la rabbia.
EUF.
Mi pare che le dicerie di codeste persone che praticate, eccedano un poco troppo; e voi, compatitemi, non fate la miglior cosa del mondo a venirmele a riportare.
ASP.
Cara donna Eufemia, sapete se vi voglio bene e se vi sono amica di cuore.
Non intendo riportarvi queste ciarle né per mortificar voi, né per iscreditar chi le dice: ma sono venuta a posta per avvertirvi, perché mi preme il vostro decoro, la vostra estimazione, e voglio assolutamente che facciate questa volta a mio modo.
EUF.
Che cosa vorreste ch'io facessi?
ASP.
Voi mi avete a promettere di fare quello che vi dirò.
EUF.
Ditemi prima, che cosa intendete ch'io debba fare.
ASP.
Avete paura che vi proponga una cosa che non vi convenga? Avete un bel concetto di me! Obbligata, donna Eufemia, obbligata.
EUF.
Ma voi sapete ch'io sono maritata; che ho un marito, galantuomo certo, ma un poco difficile.
Non è geloso, ma ha sempre paura ch'io m'impegni in cose che non convengono allo stato nostro e al modo suo di pensare.
Ecco la ragione per cui non posso impegnarmi, senza prima intendere cosa vogliate da me.
ASP.
Via, ve lo dirò.
Voglio che questa sera veniate meco alla conversazione.
Questa non è una cosa che abbiate a dirmi di no.
EUF.
Oh certissimo.
È una cosa da niente.
Non potrei dire di no.
Ma...
sappiate, amica, che questa sera ho un impegno di restare in casa.
ASP.
Bene, e noi verremo alla conversazione da voi.
EUF.
Bisognerebbe che lo sapesse il signor Pantalone.
ASP.
Che? avete da dipendere dal marito per tenere un poco di conversazione? Siete ben particolare davvero! Nella nostra compagnia siamo otto donne, ognuna delle quali si vergognerebbe dir queste cose al marito.
Basta ch'egli lo sappia, quando paga la cera, il caffè, o le carte; e qualche volta lo sa, quando gli tocca pagare la perdita della consorte.
EUF.
Ciascheduna famiglia ha le sue regole particolari.
ASP.
Oh, la vostra regola non mi piace.
EUF.
Il mondo non sarebbe sì bello, se tutti fossero di un umore.
ASP.
Dunque in casa vostra non ci volete.
EUF.
Io non dico di non volervi, dico che lo ha da saper mio marito.
Potrei anch'io prendermi la libertà di far senza dirlo, e son certa che non oserebbe rimproverarmi; pure gli ho sempre usato questo rispetto e glielo userò sempre mai.
Credetemi, donna Aspasia, a lungo andare non è poi cosa tanto cattiva questa discreta soggezion della moglie.
Alla fine dell'anno si trova l'economia in bilancio e la riputazione al sicuro.
ASP.
Oh, oh, che massime antiche! Queste le avete studiate sui libri, non le avete certo imparate da veruna donna del nostro secolo.
EUF.
Queste sono massime che ho imparate da me medesima, e sarebbero le vostre ancora, se un altro mondo non vi occupasse.
ASP.
Per me son contenta così.
Ho un marito, grazie al cielo, che non sa dirmi di no di niente.
Vado dove voglio, e non glielo dico.
Lo faccio venir con me se sono sola, lo licenzio se sono accompagnata.
Invito a casa chi voglio; vado a pranzo fuori, quando mi pare.
Se spendo, egli non dice nulla; se perdo, egli paga: questo mi par che si chiami vivere.
EUF.
Sì; questo si chiama vivere alla vostra maniera.
ASP.
E la mia maniera è la più comune.
EUF.
Cara donna Aspasia, è dunque vero che di me si mormora?
ASP.
Sì; e me ne dispiace infinitamente.
EUF.
Si dice ch'io non pratico, perché ho il marito geloso; che non comparisco, perché ho il marito avaro.
ASP.
Cose che mi fanno arrossire per parte vostra.
EUF.
E di quelle che vivono come voi vivete, che cosa credete voi che si dica?
ASP.
Io non saprei che cosa si potesse dire.
EUF.
Ve lo dirò io quello che si dice.
La tale non fa stima di suo marito, suo marito non fa stima di lei, perché tutti e due hanno degli attacchi di cuore; quell'altra si serve di suo marito, come farebbe d'uno staffiere; l'altra rovina la casa; colei è una civetta, una vanarella...
ASP.
Di me si dice questo?
EUF.
Non dico che si dica di voi; ma di chi vive all'usanza vostra.
ASP.
Orsù, mutiamo discorso.
EUF.
Sì, mutiamolo, che mi farete piacere.
ASP.
Mio fratello vuol venirvi a fare una visita.
EUF.
Sono molto tenuta alla bontà che ha per me il signor don Luigi.
ASP.
Spero che voi lo riceverete.
EUF.
Se fossi in grado di non poterlo ricevere, è tanto gentile che mi compatirebbe senz'altro.
ASP.
Lo conoscete voi mio fratello?
EUF.
Ho avuto l'onor di vederlo più volte in casa di mio padre.
ASP.
In verità, per tutta la vostra casa non so che cosa non facesse.
EUF.
È pieno di bontà il signor don Luigi.
ASP.
Quante volte mi ha parlato di voi!
EUF.
(Donna Aspasia è una sorellina pietosa).
(da sé)
ASP.
Qualche volta così per ischerzo, diceva egli: è un peccato che il signor Pantalone lasci così sepolta una donna di spirito, come donna Eufemia.
EUF.
Don Luigi è compitissimo.
Lascierà che tutti vivano a modo loro.
ASP.
Guardate un regalo che mi ha fatto mio fratello.
EUF.
Bel ventaglio! veramente di buon gusto.
ASP.
Vi piace, donna Eufemia?
EUF.
Certamente, non si può negare che non sia bello.
ASP.
Se lo volete, siete padrona.
EUF.
No, no, vi ringrazio.
ASP.
Davvero, mi fate la maggior finezza di questo mondo.
EUF.
In verità, vi sono obbligata; sta bene nelle vostre mani.
ASP.
Se non lo prendete, mi fate torto.
EUF.
Eh via, fate più conto d'un regalo di vostro fratello.
ASP.
Don Luigi non mi darà dei rimproveri, se saprà che a voi l'ho donato, anzi si consolerà, intendendo che una sua finezza sia passata nelle vostre mani.
Prendetelo.
EUF.
Ma se vi dico di no.
ASP.
Mi fate venire la rabbia.
(s'alza)
EUF.
Mi dispiacerà vedervi arrabbiata, ma io non ne ho colpa.
ASP.
Donna Eufemia, vi levo l'incomodo.
EUF.
Voi mi levate le grazie.
ASP.
Il ventaglio non lo volete.
EUF.
No certamente, vi prego di compatirmi.
ASP.
Alla conversazione non volete venire! qui non si viene senza il passaporto di vostro marito! mio fratello non si sa se lo riceverete!
EUF.
Guardate che stravaganze si sentono in questa casa! Chi ha giudizio, non ci dovrebbe venire.
ASP.
Ma io vi voglio bene, e ci verrò.
Mi caccierete via, se ci verrò?
EUF.
Non son capace di un'azione cattiva.
ASP.
Addio, donna Eufemia.
EUF.
Serva, donna Aspasia.
ASP.
(Che diavolo mi sono ridotta a fare per mio fratello! Ma non faremo niente.
In questa casa si vive troppo all'antica).
(da sé, parte)
EUF.
Può sentirsi di peggio? Sotto pretesto di buona amicizia, viene una donna a sviarmi, vorrebbe introdurmi il fratello in casa, vorrebbe farmi prendere dei regali? Oh mondo, mondo, tu sei pur tristo! Cominciano a piacermi le stravaganze di mio marito, poiché queste affliggono, è vero, la persona in segreto, ma in pubblico non la fanno ridicola a questo segno.
Codesto si chiama vivere? Codesto si chiama impazzire.
Vera vita dell'uomo è quella che è regolata dallo spirito dell'onore.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di donna Eufemia.
ARGENTINA e TRACCAGNINO.
TRACC.
Vien qua, Argentina, che t'ho da contar una bella cossa.
ARG.
Eccomi; che cosa hai da raccontarmi?
TRACC.
M'è successo ozi quel che no m'è successo mai più.
ARG.
Che cosa mai ti è successo?
TRACC.
M'è stà regalà un ducato.
ARG.
(Oh bella! questo è il giorno delli ducati!) (da sé) Chi te lo ha regalato?
TRACC.
Me l'ha dà Brighella, me paesan, el servidor de sior don Luigi.
ARG.
Sì, sì, lo conosco.
Per qual causa ti ha regalato un ducato? Per il tuo bel viso no certo.
TRACC.
Se no fusse per certa ambassada che ho da far alla patrona, per un certo regaletto che i ghe vol mandar.
ARG.
Oh bravo davvero! c'è questa bagattella di mezzo e vai mendicando il perché?
TRACC.
Mo, se per ogni ambassada i donasse un ducato, el saria el più bel mestier de sto mondo.
ARG.
Traccagnino, ti ho da dire una cosa.
TRACC.
Cossa m'at da dir?
ARG.
Quel ducato è mio.
TRACC.
L'è to? mo per cossa?
ARG.
Le ambasciate alla padrona tocca a me a farle, e se quel ducato l'hanno dato per questa causa, il ducato è mio.
TRACC.
Donca no i me l'averà dà per sta causa.
ARG.
Senti, Traccagnino: non faccio già per mangiarti un ducato, che sai benissimo ch'io non sono interessata.
Ma quella moneta senz'altro te l'hanno data per questo; e se vuoi servire l'amico, hai da passare per le mie mani; e s'io m'incomodo, è giusto che le mie fatiche siano ricompensate.
TRACC.
Cossa intendet mo de dir? Mi no te capisso...
ARG.
Intendo dire, che se tu hai avuto un ducato, io non te lo levo, ma mettiti le mani al petto, me ne toccava uno anche a me.
TRACC.
Se me metto le man al petto, no me par che te tocca gnente.
ARG.
E l'ambasciata non si farà.
TRACC.
E se no se fa l'ambassada, m'ha dito Brighella che ducati no ghe ne vien più.
ARG.
Vedi dunque, se te l'hanno dato per questo? Ma senza un altro ducato a me, non si fa l'ambasciata.
TRACC.
Adesso anderò a dirgh'a Brighella, che el me daga un altro ducato per ti.
ARG.
No, facciamo così; non perdiamo tempo.
Dammi intanto quello che tu hai; poi lo dirai a Brighella, e te ne farai donare un altro per te.
TRACC.
E se nol me lo volesse dar?
ARG.
Fidati di me e non pensar altro.
Sai chi sono.
Non son ragazza capace di mangiarti un ducato.
TRACC.
Tiò, tel dago colle lagrime ai occhi.
ARG.
(Quanto ci ha voluto! Me lo son guadagnato a forza di parole).
(da sé)
TRACC.
El primo ducato che ho avù a sto mondo.
ARG.
Dimmi l'ambasciata che s'ha da fare alla nostra padrona.
TRACC.
L'ha dit cussì Brighella...
ARG.
Ecco la padrona.
Falle l'ambasciata, e non perder tempo.
TRACC.
Tocca a ti, che ti ha avù el ducato.
ARG.
Aiuterò la barca; seconderò l'intenzione, faciliterò il negozio.
Vedrai che questa moneta me l'averò guadagnata.
SCENA SECONDA
DONNA EUFEMIA e detti.
EUF.
Che fai tu in questa camera? Sai pure che il padrone non ti ci vuole.
(a Traccagnino)
ARG.
Signora, egli ha da farle un'ambasciata.
TRACC.
(Brava!) (da sé)
EUF.
Un'ambasciata? Per parte di chi?
ARG.
Via, di' alla padrona quello che tu devi dire.
TRACC.
Ghe dirò, signora.
Conossela Brighella, servidor de sior don Luigi?
EUF.
Lo conosco.
Lo manda forse donna Aspasia, di lui sorella?
TRACC.
Gnora no.
Lo manda proprio sior don Luigi con un bazil tanto fatto d'arzento, pien de cioccolata.
EUF.
Un bacile di cioccolata? A chi la manda? (alterata)
TRACC.
Tutta sta roba el dis cussì che la vien a vussoria.
EUF.
A me un regalo di cioccolata?
TRACC.
Eh, no la vaga miga in collera.
Nol ghe manda miga la cioccolata sola; m'ha dit Brighella, che el gh'ha ordene de lassar el bazil.
EUF.
Temerario! Di' a colui che se ne vada immediatamente.
Riporti il bacile, come sta, al suo padrone; e tu, frasconcella, tu che sai la mia delicatezza in simili cose, ardisci favorire un'ambasciata di tal natura?
ARG.
Signora, io non credeva...
EUF.
Sei una temeraria.
TRACC.
Poverazza, no la ghe staga a criar; no la l'ha fatt miga con nissuna malizia: la l'ha fatto per el ducato.
EUF.
Che dici tu di ducato? Avresti preso forse qualche moneta per sì bell'uffizio? Se me lo potessi sognare, ti caccierei via in questo momento.
ARG.
Possa morire, se ho neanche veduto in faccia colui che vi volea parlare.
EUF.
Va subito: fa che Brighella se ne vada immediatamente, prima che il signor Pantalone ritorni a casa.
(a Traccagnino)
TRACC.
Arzentina, me raccomando a ti.
ARG.
Dice bene la mia padrona.
Le signore della sua sorta non ricevono regali.
TRACC.
Recòrdete, Arzentina...
ARG.
Animo, obbedisci la tua padrona.
EUF.
Vattene, prima che colui ardisca passare avanti.
TRACC.
Ma! el ducato.
ARG.
Il ducato è mio.
Tu non ci entri.
TRACC.
Ghel dirò alla patrona.
ARG.
Sì, ora glielo dico io, e vedrai se ho ragione.
Signora, se viene il padrone e vede quell'uomo in casa, saranno guai.
EUF.
Presto, dico, vallo a licenziare, e poi torna qua.
TRACC.
Sia maledetto! Tolì, el ducato no lo vadagno più.
EUF.
Senti.
TRACC.
S'ela pentida?
EUF.
Di' a Brighella che ringrazi per me il suo padrone, che scusi se gli rimando indietro la cioccolata, perché mi fa male e non ne bevo.
TRACC.
Più tosto, per giustarla, la beverò mi.
EUF.
Mi hai inteso.
Vattene ed obbedisci.
TRACC.
(No m'arrecordo più cossa che gh'abbia da dir; quel ducato m'ha messo in confusion).
(da sé, parte)
SCENA TERZA
DONNA EUFEMIA ed ARGENTINA, poi TRACCAGNINO che torna.
EUF.
Bene, signorina, che vuol dire Traccagnino del suo ducato? Che mistero vi è sotto?
ARG.
Sentite che pretensione ridicola ha colui.
Il signor Dottore, come sapete, mi ha donato un ducato; l'ho detto così per modo di discorso a Traccagnino, e egli pretende ch'io gliene dia la metà.
EUF.
Con qual fondamento lo pretende?
ARG.
Perché è un sciocco; ma un sciocco malizioso.
EUF.
Quello mio padre l'ha dato a te, ed è roba tua.
TRACC.
Signora patrona, la me bastona, che la gh'ha rason.
EUF.
Perché? Che hai tu fatto?
TRACC.
No m'ho recordà gnanca una parola de quel che la m'ha dito de dir a Brighella.
EUF.
Bravissimo! al tuo solito.
Mio marito spende bene con te il suo denaro.
TRACC.
El ghe ne spende tanto pochetto.
EUF.
Ora con colui cosa si farà?
TRACC.
Mi diria debolmente, che ella in persona ghe disesse la so rason.
ARG.
Traccagnino non dice male; la risposta anderà più a dovere.
EUF.
Che infelicità con costoro! Fallo passare.
TRACC.
Gnora sì.
ARG.
Domanda, Traccagnino, alla padrona del ducato.
È vero, signora, che è tutto mio, che a Traccagnino non ne tocca?
EUF.
Certamente: questa è giustizia.
TRACC.
De sta sentenza me ne appello.
ARG.
A qual tribunale?
TRACC.
Al tribunal delle patrone che no recusa i regali.
(parte)
ARG.
(Maledetto!) (da sé) Costui è uno stolido.
Non sa che diavolo si dica.
EUF.
S'egli è sciocco, non l'esser tu.
Bada bene a non mi mettere in qualche impegno.
ARG.
Oh, signora mia, per me non c'è dubbio.
Sapete la mia delicatezza in proposito di queste cose.
Se vedessi l'oro tant'alto, non c'è dubbio che io vi parli.
SCENA QUARTA
BRIGHELLA con bacile, e dette.
BRIGH.
Servitore umilissimo.
Padrona mia riveritissima.
EUF.
Voi siete il servitore di don Luigi.
BRIGH.
Per servirla.
ARG.
(Oh peccato! tanta bella cioccolata!) (da sé)
BRIGH.
El me padron el ghe fa umilissima reverenza, e el la prega a degnarse de sentir un poca della so cioccolata.
ARG.
(Anche il bacile?) (piano a Brighella)
BRIGH.
(Sì).
(piano ad Argentina)
EUF.
Dite al vostro padrone che lo ringrazio infinitamente, che cioccolata io non ne bevo perché non mi conferisce allo stomaco; e riportatela dove l'avete presa.
BRIGH.
Cara signora, se la ghe fa mal, la beverà la so cameriera.
ARG.
Certo; a me non fa male.
EUF.
M'avete inteso? Ve ne potete andare.
BRIGH.
E al me padron la ghe vol far sto affronto? Poveretto mi, se ghe porto indrio sta cioccolata e sto bacil!...
EUF.
Anche il bacile era destinato per me?
ARG.
Sì, signora, che vi pare?
EUF.
È troppo compito il signor don Luigi.
Ditegli che la cioccolata mi fa male, ed il bacile mi offende.
ARG.
(In quanto a me non mi offenderebbe nemmeno se me lo dessero nella testa).
(da sé)
BRIGH.
Certo l'è un gran affronto, ma ghe vorrà pazienza.
EUF.
Meno ciarle, galantuomo.
Andate.
BRIGH.
Vado subito.
Pazienza.
Servitor umilissimo.
(va per andare, incontra Pantalone)
SCENA QUINTA
PANTALONE e detti.
PANT.
Cossa gh'è? (a Brighella)
BRIGH.
(Oh diavolo!) (da sé, sorpreso)
EUF.
Vedete, marito? Il signor don Luigi manda a voi quel bacile di cioccolata.
Io non lo volevo ricevere senza ordine vostro.
PANT.
Lo mandelo a mi, o lo mandelo a vu?
EUF.
Io credo lo mandi a voi.
Con me non ha niente che fare.
PANT.
Amigo, a chi mandelo el sior don Luigi tutta sta roba? A mi? o a mia muggier?
BRIGH.
(Ho inteso el zergo).
(da sé) El me padron la manda a vussoria, el ghe fa reverenza, e el lo prega de farghe l'onor de assagiar la so cioccolata.
PANT.
E el bacil?
BRIGH.
Se no la sa dove metterla, ho ordine de lassarghe anca el bacil.
PANT.
Veramente xe tutto pien in casa; no saveria dove metterla.
ARG.
(Questo l'intende bene; altro che la padrona!) (da sé)
PANT.
(M'immagino per cossa che don Luigi me manda sto regalo).
(a donna Eufemia, piano)
EUF.
(E perché mai?) (piano a Pantalone)
PANT.
(El vorrà domandarme dei bezzi in préstio, ma senza pegno no ghe ne dago).
(piano a donna Eufemia)
EUF.
(Povero mio marito, l'interesse l'accieca!) (da sé)
ARG.
(Che dite eh? Il marito è più discreto della moglie).
(piano a Brighella)
BRIGH.
(Me piase quelle muier che anca in ste cosse le vol dipender dai maridi).
(piano ad Argentina)
PANT.
Orsù, lassè qua, e ringraziè sior don Luigi.
Quando lo vederò, farò le mie parte.
(a Brighella)
BRIGH.
Consegnerò el bacil alla cameriera.
PANT.
No, no; dèmelo a mi.
Custìa la xe golosa, la la magneria mezza, e po la ghe farave mal.
ARG.
(Addio cioccolata.
Quella non si vede più).
(da sé)
PANT.
Ecco fatto.
Deme el bacil, e ve ringrazio.
BRIGH.
Signor...
PANT.
Cossa gh'è? Aveu gnente da dirme?
BRIGH.
Niente.
Ghe son servitor.
PANT.
Parlè, se me volè dir qualcossa.
BRIGH.
Diria, ma ho rossor.
PANT.
(Stè a veder).
(da sé) Parlè, parlè liberamente.
BRIGH.
Se la me donasse da bever l'acquavita.
PANT.
Che! stè qua per questo? Me rincresce che no gh'ho monea, no gh'ho gnente da darve; se volè un poco de cioccolata, ve la darò.
BRIGH.
Anca quella no la saria cattiva.
PANT.
Aspettè.
(da un bastone ne rompe un pezzo)
ARG.
(Non è poco, che usi questa generosità).
(da sé)
PANT.
Tolè, cerchéla anca vu.
(a Brighella)
BRIGH.
Grazie, grazie, la me fa mal.
(Avaro maledetto! se pol dar de pezo?) (da sé, parte)
SCENA SESTA
PANTALONE, DONNA EUFEMIA e ARGENTINA.
PANT.
Se nol la vol, a so danno; anca questa la sarà bona per una chicchera almanco.
ARG.
Datemelo a me quel pezzetto di cioccolata.
PANT.
La te farà mal, la te farà calor.
Ti xe una zovene, ti xe de sangue caldo.
La cioccolata no xe per ti.
ARG.
Oh benedetto il mio padrone, che ha tanta carità per me! (Affrica! maledetta!) (da sé)
EUF.
Povera ragazza! dategliene un pezzolino.
PANT.
No ghe voggio dar gnente.
Vu no ve n'impa
...
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