IL GELOSO AVARO, di Carlo Goldoni - pagina 7
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Me faressi la grazia de darmene do giozze sole?
LUI.
Per donna Eufemia?
PANT.
Sior no, le vorria bever mi.
Me sento debole assae.
LUI.
Servitevi, siete padrone.
(gli dà la boccettina)
PANT.
(L'apre, vuol bevere, poi si ferma ).
Xela d'oro sta bozzetta?
LUI.
Sì, d'oro.
PANT.
(Povero oro! vardè in cossa che l'impiega quei matti che no lo cognosse!) (da sé, assaggia)
LUI.
Che vi pare di quello spirito? Non è grato? non è gentile?
PANT.
Credo che a mia muggier nol farave mal.
LUI.
Anzi vi assicuro che le farebbe benissimo.
Volete che gliel'andiamo a presentare?
PANT.
Bisognerave che la me permettesse, che ghe ne mettesse un puoco in t'una mia bozzetta.
LUI.
Oibò, madama si servirà di questa.
Favorirà di tenerla.
Io ne ho delle altre.
PANT.
La vuol favorir mia muggier anca della bozzetta?
LUI.
È una piccola cosa; mi onorerà, se si compiacerà di riceverla.
PANT.
Cancarazzo! la la riceverà seguro, e la ghe sarà obligada.
Vago, se la se contenta, a portarghe le so grazie.
LUI.
Oh, in quanto a questo poi, favorisca.
(gli leva la boccetta) Voglio aver io quest'onore di presentarla a madama.
PANT.
(Diavolo! son imbroggià: no vorria perder quella bozzetta).
(da sé)
LUI.
Padron mio, che difficoltà ha vossignoria ch'io faccia una visita alla signora?
PANT.
Oh! la vede ben...
LUI.
Io sono un galantuomo, un uomo onesto e civile, e so trattare colle persone di garbo, e non son capace di prendermi quelle libertà che non si convengono.
PANT.
Son persuasissimo.
LUI.
E questo che vossignoria mi fa, è un affronto.
PANT.
No la se scalda...
LUI.
Cosa crede? ch'io le voglia rubar la moglie? Per la signora donna Eufemia ho tutto il rispetto.
Ella è una signora piena di merito; ma io so le mie convenienze.
PANT.
No gh'ho gnente in contrario.
LUI.
E se crede ch'io le abbia mandata quella cioccolata per qualche secondo fine, s'inganna.
L'ho fatto per un atto di buona amicizia.
Perché la signora donna Eufemia ho avuto l'onor di conoscerla prima che fosse moglie di vossignoria, e col bacile non intendo affrontarvi.
So che non avete bisogno di queste cose.
Siete padrone di rimandarlo.
PANT.
Via, sior don Luigi, no la me creda cussì incivil che no sappia aggradir una finezza.
Queste le xe cosse che se passa, in grazia della bona amicizia.
LUI.
Ma voi non mi trattate da amico, vietandomi di usare un atto di stima e di rispetto verso vostra consorte.
PANT.
La ghe vorria dar quella bozzetta?
LUI.
Sì, per soccorrerla, se le duole il capo.
PANT.
E lassarghe el remedio per i so futuri bisogni?
LUI.
Certamente; amo la salute delle persone di merito.
PANT.
Via, la lassa che vaga a véder cossa fa donna Eufemia.
LUI.
E io dunque?...
PANT.
La se lassa servir; o anderemo da ella, o la farò vegnir qua.
In ogni maniera voggio che sior don Luigi gh'abbia el piaser de darghe quella bozzetta con quel prezioso liquor, che per la so testa sarà una manna.
LUI.
Tutto quel che da me dipende, sarà sempre a vostra disposizione, non meno che della signora.
PANT.
Obligatissimo alle so finezze.
Oe, Traccagnin.
SCENA QUATTORDICESIMA
TRACCAGNINO e detti.
TRACC.
Sior.
PANT.
(Resta qua, fin che torno: varda che sto sior no portasse via qualcossa).
(parte)
LUI.
Traccagnino, che ha la tua padrona?
TRACC.
La sta ben, per servirla.
LUI.
(Pantalone bugiardo!) (da sé) Sai che le dolga il capo?
TRACC.
Mi credo de no.
LUI.
(Se continua a burlarsi di me, voglio che se ne penta).
(da sé)
TRACC.
No so se vossignoria sia informada de un certo ducato.
LUI.
So che Brighella ti ha donato un ducato.
TRACC.
No so se la sappia, che quel ducato no l'era mio.
LUI.
E di chi era dunque?
TRACC.
I dise cussì che l'era de Arzentina, cameriera della patrona; e mi poveromo son restà senza.
LUI.
Chi ha detto che quel ducato non fosse tuo, ma si dovesse alla cameriera?
TRACC.
L'ha dit la patrona; l'è stada li che ha fatto sta giustizia.
LUI.
(Dunque donna Eufemia sa le mance ch'io do, sa la premura che ho per lei, e l'approva; non occorr'altro, siamo a cavallo).
(da sé)
TRACC.
E cussì, sior, mi son restà senza el ducato.
LUI.
Eccone un altro, e di più se vuoi.
TRACC.
La fazza ella; mi no dirò mai basta.
L'è qua el patron.
Vago via, ghe son servitor.
(parte)
LUI.
Ecco Pantalone con donna Eufemia.
Per quel ch'io vedo, il denaro può tutto.
Quasi, quasi, questa troppa facilità mi raffredda.
La credeva più sostenuta; e quei stolti dicevano: non farete niente.
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE, DONNA EUFEMIA e detto.
PANT.
Ecco qua siora donna Eufemia, che vuol riverir el sior don Luigi.
EUF.
(Imprudentissimo uomo! Vuol farmi fare di quelle figure che non mi convengono).
(da sé)
LUI.
Signora, ho l'onore di rassegnarvi la mia umilissima servitù.
EUF.
Sono tenuta alle generose finezze.
PANT.
(Pronta! la responde con spirito ai complimenti).
(da sé)
LUI.
Mi aveva fatto credere il signor Pantalone, che aveste un eccessivo dolor di capo; ciò mi recava una pena infinita.
EUF.
Grazie al cielo...
PANT.
Grazie al cielo la sta qualcossa meggio, ma ancora el dolor xe ustinà.
El gh'ha un spirito eccellente el sior don Luigi per el mal de testa.
(a donna Eufemia)
LUI.
Sì signora; per dir il vero, questo mio spirito è un cefalico esperimentato.
EUF.
Occorrendo vi pregherò.
PANT.
Occorrendo? In ste cosse no ghe vol complimenti.
Le medesìne no se recusa.
LUI.
Ecco, signora, se vi degnate.
EUF.
In verità non mi occorre.
PANT.
Che smorfiosa! ghe diol la testa come una bestia, e per suggizion no la vol el remedio.
La me fa una rabbia che la coperia.
LUI.
Via, signora, compiacetevi...
PANT.
Via, gradì, tolèla.
Se tratta della vostra salute.
No me fe andar in collera.
EUF.
Per compiacervi; ne beverò due sorsi.
PANT.
Sior don Luigi ve la lassa per quando ghe n'averè bisogno; no xe vero? (a don Luigi)
LUI.
Verissimo; così desidero.
EUF.
Non permetterò certamente...
PANT.
Via, tolèla.
Queste le xe cosse lecite e oneste.
Se tratta d'un medicamento.
Se fusse qualcoss'altro, no lo permetteria.
Dè qua, la metterò via mi, acciocché no la perdè, acciocché no i ve la roba.
(gliela prende)
EUF.
(Oh, questo mio marito diventa ogni dì peggio).
(da sé)
LUI.
Signora, non voglio vedervi in piedi.
Ecco, mi prenderò l'ardire di presentarvi una sedia.
PANT.
(El principia a voler far da padron).
(da sé)
EUF.
Sono tenuta alle vostre grazie.
(siede)
PANT.
(Maledetta! l'accetta, e la se senta).
(da sé)
LUI.
Mia sorella m'ha imposto di riverirvi.
EUF.
Obbligatissima alla signora donna Aspasia.
Ma voi, signore, state in piedi?
LUI.
Sederò anch'io, se mi permettete.
(prende una sedia)
PANT.
(Meggio!) (da sé) Donna Eufemia, faressi meggio a andarve a ripossar.
El spirito opera più, quando se repossa.
EUF.
Anderò dove comandate.
(s'alza)
LUI.
Averò l'onore a servirvi alle vostre stanze.
PANT.
No la s'incomoda, signor, la servirò mi.
LUI.
Signor Pantalone, per quel ch'io vedo, voi siete geloso.
Non parmi di meritare un simile trattamento.
EUF.
(Arrossisco per lui e per me).
(da sé)
PANT.
Mi zeloso? v'ingannè.
(Sto senza creanza el vorrà rimproverarme quelle freddure che el m'ha donà).
(da sé) Mi no son zeloso, e che sia la verità, vago a far un interesse; restè qua co mia muggier.
(a don Luigi)
EUF.
No, no; andiamo.
PANT.
Restè, ve digo.
(a donna Eufemia)
EUF.
Ma se io...
PANT.
Ma se mi voggio che restè.
Quando voggio, no se responde.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DONNA EUFEMIA, DON LUIGI, PANTALONE sotto la portiera.
EUF.
(Gran pazienza è la mia!) (da sé)
LUI.
Donna Eufemia, permettetemi ch'io dica che voi meritereste un migliore marito.
EUF.
Signore, io ne sono contenta: e voi, perdonatemi, non avete ragione di parlar così.
LUI.
Certamente; non dovrei dolermi di lui, se mi concede di poter restare da solo a sola con voi.
EUF.
Egli l'ha fatto per disingannarvi del mal concetto che avete del suo costume.
LUI.
Lodo una moglie che sa difendere il suo marito.
EUF.
Ed io non lodo quelli che del marito parlano con poco rispetto alla moglie.
LUI.
Non temete ch'io voglia più dispiacervi per questa parte.
Troppo vi stimo, per non evitare il pericolo di non disgustarvi.
EUF.
Effetto della vostra bontà.
PANT.
(Vela qua, parole tenere).
(da sé, di lontano)
LUI.
Perdonate, signora, se ho ardito stamane farvi a parte della nuova mia cioccolata.
EUF.
Non era necessario che v'incomodaste per favorirmi.
PANT.
(El l'ha mandada a ella, e no a mi).
(come sopra)
LUI.
Mi consolo per altro, che spero le mie attenzioni gradite.
EUF.
Io non voglio usare degli atti d'inciviltà; però non credo avervi dato verun segno di essermi di ciò compiaciuta.
LUI.
È vero che voi non avete voluto insuperbirmi con espressioni di troppa bontà; per altro la fortuna ha voluto beneficarmi, assicurandomi che non sono da voi sprezzate le mie premure.
EUF.
Di grazia, don Luigi, chi vi ha fatto credere che i vostri regali non mi dispiacciano?
LUI.
Signora, non parlo de' miei regali, perché sono cose delle quali mi vergogno parlarne; ma trattandosi della premura che per voi nutro, so che vi degnate gradirla.
Non vi sdegnate: me ne assicurano i vostri servi.
EUF.
Costoro non possono dirlo...
PANT.
Siora sì, i saverà quel che i dise.
E se no basta l'asserzion dei servitori, anca mi assicurerò sior don Luigi della sa bona grazia.
Sfazzada! Me maraveggio che se parla cussì.
(verso don Luigi)
LUI.
Come? che impertinenza è la vostra? Così vi rivoltate contro di me?
PANT.
Mi no la gh'ho con ella, patron.
De ella parlo colla bocca per terra.
Un zovene lo compatisso, se el cerca de devertirse.
Me maraveggio de sta matta de donna, che no gh'ha gnente de reputazion.
EUF.
Se non avessi riputazione, vi risponderei come meritate.
Il tacere ch'io faccio, è la maggior prova della mia onestà, della mia prudenza.
Esaminate voi stesso, e troverete di chi è la colpa e di chi è l'innocenza.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
DON LUIGI e PANTALONE.
LUI.
Giuro al cielo, mi avete fatta un'azione indegna.
PANT.
Mi? cossa gh'oio fatto? No l'ho lassà qua con mia muggier? Mi no son zeloso.
LUI.
Siete stato ad udirci dietro d'una portiera.
PANT.
No xe vero.
LUI.
Non è vero? Uomo incivile! Non siete degno d'una moglie di quella sorta; e giuro al cielo, voi non la possederete più lungamente.
PANT.
Vorla fursi...
LUI.
Voglio farvi vedere chi son io, chi è vostra moglie, e chi siete voi.
Sì, io sono un uomo d'onore, vostra moglie è una savissima donna, e voi...
PANT.
E mi?
LUI.
E voi siete un indegno.
(parte)
PANT.
Corpo de bacco! le xe cosse che le me fa vegnir rabbia.
Se el precipitar no costasse bezzi, vorria far véder chi son.
Sento che la collera me soffega.
Presto, un poco de sto spirito.
Sta bozzetta che la sia d'oro? Voggio andarla a toccar colla piera de paragon.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Camera di don Onofrio.
DON ONOFRIO e AGAPITO.
ONOF.
Così è, signor Agapito, qui mi mancano cento scudi.
Non occorre sospettare che mi sieno stati rubati.
Le chiavi le tengo sempre attaccate qui alla cintola.
AGAP.
Dunque, come pensa che sieno andati li cento scudi?
ONOF.
Ho venduto mille cinquecento tumoli di grano a dieci carlini il tumolo a Pantalone de' Bisognosi, ed ecco qui la polizza che parla chiaro.
Ieri sera mi ha portati Pantalone i denari.
Li ha contati da lui medesimo.
Io aveva sonno, non ci ho abbadato; ora conto li mille scudi, e trovo che ne mancano cento.
AGAP.
Ergo il signor Pantalone le averà dato cento scudi di meno.
ONOF.
La conseguenza va in forma.
Qui non ci è stato nessuno.
AGAP.
Quell'avarone è capace di questo e d'altro.
E poi, favorisca, vossignoria vende il grano a questo prezzo?
ONOF.
Mi ha fatto credere Pantalone che se tardavo una settimana, sarebbe calato molto di più.
Dice che se ne aspetta una gran quantità dalla Puglia.
AGAP.
Non è vero niente, anzi di giorno in giorno va crescendo di prezzo, e vossignoria l'ha dato per un terzo meno di quello che lo averebbe venduto in piazza.
ONOF.
E poi mi ha gabbato di cento scudi.
AGAP.
Mi faccia una grazia, mi lasci vedere le monete che le ha date il signor Pantalone, perché è solito anche nelle monete a fare il più bel negozio del mondo.
ONOF.
Ecco qui: doppie e zecchini.
AGAP.
Le ha pesate queste monete?
ONOF.
Pesate? non mi ricordo, ma mi pare di no.
AGAP.
Questi sono tutti zecchini che calano almeno sei o sette grani l'uno.
ONOF.
Dunque mi ha gabbato in tre o quattro maniere.
AGAP.
Sicuramente.
Io, se fossi in lei, non vorrei passarmela con questa bella disinvoltura.
ONOF.
Certamente voglio i miei cento scudi.
AGAP.
Benissimo, lasci operare a me.
Vado alla Vicarìa.
È un pezzo che ho volontà di far scorgere questo usuraio.
Egli presta col pegno, fa degli scrocchi, e vuol tutto per lui.
Se un galantuomo gli va a proporre un negozio da guadagnar un centinaio di scudi, non si vergogna a negargli una ricognizione d'un carlino.
È un cane, lo vogliamo precipitare.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
DON ONOFRIO e poi DONNA ASPASIA.
ONOF.
Darmi cento scudi di meno? Oh, questa non gliela perdono mai più.
Pazienza il calo delle monete, il prezzo basso pazienza! Ma i cento scudi sono una trufferia.
ASP.
Signor don Onofrio, che interessi avete col signor Agapito? Lo vedo partir frettoloso.
Vi è accaduto qualche inconveniente?
ONOF.
Mi è accaduto che Pantalone mi ha gabbato di cento scudi.
Ho riscontrati li mille che mi ha portati ieri sera, e trovo che ne mancano cento.
ASP.
Vi mancano cento scudi?
ONOF.
Certo mi mancano.
ASP.
Oltre a quelli che avete dati a me stamattina?
ONOF.
Ho dato a voi cento scudi?
ASP.
Sì, non vi ricordate?
ONOF.
Oh! saranno quelli dunque.
ASP.
Voi non avete memoria.
ONOF.
Ho tante cose per il capo.
ASP.
Se il signor Agapito fa qualche passo per i cento scudi, vi renderete ridicolo.
ONOF.
Gli anderò dietro.
Farò che non faccia altro.
ASP.
Caro signor don Onofrio, non vi fidate della vostra memoria.
Qualche volta dite a me i vostri interessi, chiamatemi quando fate qualche contratto, e quando vi portano dei denari.
In verità, se tirerete di lungo così, vi rovinerete.
ONOF.
Ecco qui: mi ha dato delle monete tutte calanti.
ASP.
E i cento scudi che mi avete dati in oro, calavano sei zecchini.
ONOF.
Dice il signor Agapito, che il grano me l'ha pagato un terzo meno.
ASP.
Peggio! Bisogna che vi facciate risarcire.
ONOF.
Lasciate fare al notaro.
ASP.
Ma per i cento scudi levategli l'ordine.
ONOF.
Ah sì, vado subito a vedere se lo ritrovo.
ASP.
Per l'avvenire regolatevi meglio; fidatevi di me, più che di voi medesimo.
ONOF.
Lasciate fare a me, che uno di questi giorni voglio darvi il maneggio di tutto.
ASP.
(Non sarebbe cattiva cosa per me).
(da sé)
ONOF.
Vado a cercar il notaro.
Ehi, ricordatevi che i cento scudi li avete avuti voi.
ASP.
Sì, li ho avuti io.
ONOF.
Badate bene che non vi sparisse dalla memoria.
(parte)
SCENA VENTESIMA
DONNA ASPASIA, poi DON LUIGI.
ASP.
In tutti gli stati vi è il suo male e il suo bene.
Un marito che non ha memoria, che non abbada, che lascia fare, non è certamente cattiva cosa per una moglie; ma se la sua stolidezza pregiudica la famiglia, anche la moglie se ne risente.
Non c'è altro rimedio che questo: prender io il maneggio, l'economia della casa; e quello che ora si manda a male per l'inavvertenza di mio marito, impiegarlo con più proposito in qualche gioja, in qualche divertimento per me.
LUI.
Sorella mia, son disperato!
ASP.
Non ve l'ho detto io, che non farete niente?
LUI.
Voi avete detto una bestialità.
ASP.
Dunque avete fatto.
LUI.
Ho fatto il diavolo che vi porti.
ASP.
Chi v'intende, è bravo.
Come è andata con donna Eufemia?
LUI.
Con lei non anderebbe male: ma suo marito è insoffribile.
ASP.
La cioccolata l'ha ricevuta?
LUI.
Sì, la cioccolata, il bacile, una boccetta d'oro, tutto.
ASP.
Dunque va bene.
LUI.
Va malissimo.
Pantalone accetta i regali, poi strapazza la moglie, mortifica le persone, e tira a cimento di precipitare.
ASP.
Dunque è finita.
LUI.
È finita? principia ora.
Sono impuntato, e non son chi sono, se a colui non gliela faccio vedere.
ASP.
Ma come?
LUI.
Ditemi, ditemi: il ventaglio a donna Eufemia l'avete dato?
ASP.
Non vi è stato rimedio, non l'ha voluto.
LUI.
L'ho detto: non siete buona da niente.
ASP.
Oh bella! ma se...
LUI.
Ma se ha preso da me una boccetta d'oro, poteva molto meglio prendere da voi un ventaglio.
ASP.
Ha presa dunque una boccetta d'oro?
LUI.
Sì, l'ha presa.
ASP.
Colle sue proprie mani?
LUI.
Colle sue proprie mani.
S'è fatta un poco pregare, poi l'ha accettata.
ASP.
Oh falsa bacchettona sguaiata! e meco fa tanti fichi per un ventaglio? Vo' che mi senta, vo' dirle quel che si merita.
LUI.
Ecco qui: voi non guarderete per un puntiglio precipitarmi.
ASP.
Voi che cosa avete divisato di fare?
LUI.
Mille cose mi passano per la mente; ma la migliore di tutte mi sembra questa.
Vi è il dottor Balanzoni, padre di donna Eufemia, che credo non sappia niente degli strapazzi che soffre la sua figliuola.
ASP.
Non volete che il padre li sappia?
LUI.
Tutto non sa certamente.
Ho parlato con lui più volte, e convien dire che non lo sappia.
Donna Eufemia per timor di quel cane non parlerà.
Ma io l'informerò d'ogni cosa, e mi unirò seco lui per levargliela dalle mani.
ASP.
Voi per questa strada non farete niente.
LUI.
Maledetta voi ed il vostro niente.
(parte)
SCENA VENTUNESIMA
DONNA ASPASIA sola.
ASP.
È una gran bestia.
Subito si riscalda.
Io gli voglio bene: gli presto denari, gli faccio quasi la mezzana, e per una parola mi maltratta.
Non farà niente, lo dico e lo manterrò; per questa strada non farà niente.
Se donna Eufemia vuol l'amicizia di don Luigi, troverà ella il modo di coltivarla; ma s'ella non la desidera, ogni cosa è buttata via.
Noi altre donne siamo così, per genio siamo capaci pur troppo di qualche debolezza, ma quando non vogliamo, non vagliono né monti d'oro, né catene di ferro; e ci pregiamo qualche volta di chiamare col titolo di costanza una patentissima ostinazione.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa di Pantalone.
ARGENTINA, SANDRA, GIULIA, PASQUINA e FELICINA.
ARG.
Cosa fate qui, donne mie? Cosa volete? Chi domandate?
SAN.
Aspettiamo il vostro padrone.
GIU.
Che diamine fa oggi, che non si vede?
ARG.
Contro il suo solito, appena ha finito di desinare, è escito subito.
Ma cosa volete da lui?
SAN.
Non lo sapete? Siamo qui per fare dei pegni.
ARG.
Pegni? anche voialtre ragazze siete venute a fare dei pegni? (a Pasquina e Felicina)
FEL.
Signora sì; mi ha mandato mia madre.
PASQ.
Non le credete: è venuta di nascosto di sua madre.
FEL.
(Via, non mi fate vergognare).
(piano a Pasquina)
ARG.
(Già, queste ragazze fanno i loro contrabbandetti).
(da sé)
GIU.
Vorrei che venisse: povera me! il tempo passa.
ARG.
Avete qualche gran premura?
GIU.
Premura grandissima.
Si tratta a drittura di cambiare stato.
ARG.
Cambiare lo stato? E che sì, che siete una che gioca al lotto?
GIU.
Sì signora, sono una che gioca al lotto, e che cambierà questi stracci in vesti d'oro e d'argento.
ARG.
Avete guadagnato molto dunque.
GIU.
Non ho guadagnato, ma guadagnerò.
Questa sera chiudono, e se non viene il signor Pantalone, e se non mi dà uno scudo su questa gonnella, povera me, io perdo la mia fortuna.
ARG.
(Fanno così queste donne.
Colla speranza di vincere impegnano quel che hanno).
(da sé) E voi, quella giovine, fate pegni per giocare al lotto? (a Sandra)
SAN.
Io non son qui per me; sono mandata da una persona.
ARG.
Che cosa avete di bello da impegnare?
SAN.
Una scatola d'argento dorata.
ARG.
Si può vedere?
SAN.
Non vorrei, mostrandola, che si venisse a sapere chi la manda a impegnare.
Io sono una donna delicatissima in queste cose; quando mi fanno una confidenza, non vi è dubbio che da veruno si sappia.
ARG.
Fate benissimo; ma io, se vedo la scatola, non vi è pericolo che la conosca.
SAN.
Eccola, osservate: è nuova, nuova.
ARG.
Sì, ed è bella; averà costato almeno sei zecchini.
SAN.
A chi l'ha avuta, ha costato poco.
ARG.
Sì? lo sapete voi come l'abbia avuta?
SAN.
Vi dirò.
Era da lei l'altro giorno un mercante che conoscerete anche voi, perché l'ho veduto qui qualche volta
ARG.
Quel mercante di panni.
SAN.
Oh, non dico poi niente di più.
Non voglio palesar le persone.
E così si trovava in compagnia di questa signora, caccia fuori la scatola, e le dà del tabacco.
Ella subito dice: Gran bella scatola, signor Odoardo! Ed egli: A' suoi comandi, signora Costanza...
ARG.
E che sì, che questa è la signora Costanza che sta sul canto della strada?
SAN.
La conoscete?
ARG.
E come!
SAN.
Zitto; non dite niente a nessuno.
ARG.
Ora so chi è il signore Odoardo.
SAN.
Basta; le ha detto: a' suoi comandi; ella l'ha accettata, e s'è pigliata la tabacchiera con questo bel garbo.
ARG.
Oh che cara signora Costanza!
SAN.
Zitta, per amor del cielo, non lo fate sapere a nessuno.
Quando confidano una cosa a me, ho piacere che per bocca mia non si sappia.
Voi la conoscete, non è gran cosa; ma se qualcheduno non la conosce...
Non so se mi capite...
Basta, la segretezza è sempre una cosa buona.
ARG.
(Bella segretezza! ecco qui: chi si fida di queste donnette, pubblica i fatti suoi.
Credono di far le cose segretamente, e tutto il mondo le sa).
(da sé) E voialtre ragazze, che cosa avete di bello da impegnare?
FEL.
Ho un anellino.
ARG.
E voi? (a Pasquina)
PASQ.
Eh, io non ho niente; sono in compagnia di Felicina.
Sono ancor troppo ragazza per aver degli anelli.
ARG.
Sì eh? verrà il vostro tempo.
Dov'è l'anellino che volete impegnare? (a Felicina)
FEL.
Eccolo qui.
ARG.
Bello!
FEL.
È vero, non è bellino?
ARG.
Ehi! chi ve l'ha donato? (a Felicina)
FEL.
La signora madre.
PASQ.
Eh sì, la signora madre! (ridendo)
FEL.
Via! (le fa cenno che taccia)
ARG.
Dite, dite, chi gliel'ha donato? (a Pasquina)
FEL.
Via, dico.
(a Pasquina, come sopra)
PASQ.
Quell'anellino! gliel'ha donato un bel parigino.
ARG.
Brava! (a Felicina)
FEL.
(Mi fa una rabbia!) (da sé)
GIU.
Sentite? una compagna per invidia scopre quell'altra.
(a Sandra)
SAN.
Sono ragazze che non sanno tacere.
(a Giulia)
ARG.
E perché lo volete impegnare quell'anellino? (a Felicina)
FEL.
Me l'ha detto mia madre.
ARG.
È vero? (a Pasquina)
PASQ.
Oh, sua madre! (ridendo)
ARG.
Dite, dite.
(a Pasquina)
FEL.
Vado via, veh! (a Pasquina)
PASQ.
Cosa serve? non è roba vostra? Si dice la verità.
FEL.
(Mi fa venir rossa, rossa).
(da sé)
PASQ.
Vuol comprare un paio di manichini, per donarli a quello che le ha dato l'anello.
FEL.
(Linguacciona!) (da sé) Con me non ci vieni più.
(a Pasquina)
ARG.
Ecco il padrone: figliuole, vi riverisco.
Donna Sandra, vi raccomando la segretezza.
(parte)
SCENA SECONDA
PANTALONE e dette.
PANT.
Cossa feu qua? Cossa voleu? Andè via.
SAN.
Vorrei su questa scatola...
GIU.
Caro signore, uno scudo su questa gonnella.
PANT.
Andè via, qua no se fa pegni.
SAN.
Come non si fanno pegni? È questa la prima volta?
PANT.
Se qualche volta v'ho fatto la carità, adesso no ve la posso più far.
SAN.
Sì, la carità! Un dodici per cento col pegno in mano.
PANT.
Andè via, ve digo.
(Maledetti.
Accusarme che fazzo pegni! che togo l'usura! Metterme in desgrazia della Giustizia!) (da sé)
PASQ.
(Ditegli dell'anello).
(a Felicina)
FEL.
(Mi fa paura).
(a Pasquina)
PASQ.
(Via, spicciatevi).
(a Felicina)
FEL.
Signore...
(a Pantalone)
PANT.
Andè via.
(gridando)
FEL.
Oimè! vado.
(parte tremando)
PASQ.
Vecchiaccio rabbioso.
(a Pantalone)
PANT.
Via de qua, impertinente.
PASQ.
Eh! (gli fa una boccaccia, e parte)
PANT.
E vu cossa feu, che no andè via?
GIU.
Per carità, vi prego...
PANT.
No ghe xe carità che tegna.
Andè via, se no volè che ve cazza zo dalla scala.
GIU.
Se mi fate perdere la mia fortuna, povero voi! Corro al Monte; se perdo al lotto per causa vostra, da donna onorata, vengo a darvi fuoco alla casa.
(parte)
PANT.
Ghe mancarave anca questa.
E vu, no andè?
SAN.
Signor Pantalone, vede questa scatola?
PANT.
No fazzo pegni, no dago bezzi.
SAN.
Eppure questa scatola si potrebbe guadagnare con poco.
PANT.
Come!
SAN.
Vogliono impegnarla per due zecchini; e v'assicuro che chi l'impegna non la riscuote più.
Mi faccia questo piacere.
PANT.
Se credesse che no se savesse...
se fusse sicuro che no parlessi...
vorria anca farve sta carità.
SAN.
Io non parlo, signor Pantalone.
Sa che donna ch'io sono, non vi è pericolo.
PANT.
Do zecchini? lassè véder.
SAN.
Eccola.
PANT.
El sarà arzento basso.
(lo tocca colla pietra)
SAN.
Queste scatole si sa cosa sono.
PANT.
No i vol manco de do zecchini?
SAN.
No certamente; e poi, se credesse mai...
la scatola è qui della signora Costanza.
Basta, non si ha da sapere.
PANT.
Mi no so altro; ve cognosso vu, e no cognosso altri.
Tolè do ongari, perché zecchini no ghe n'ho.
SAN.
Vagliono qualche cosa meno.
PANT.
La imbatte in puoco.
Sentì, tegno la scatola otto zorni; se dopo i otto zorni no me portè do zecchini, la scatola xe persa.
SAN.
Così presto?
PANT.
Tant'è, la scatola xe persa.
SAN.
Quand'è così, piuttosto mi dia la scatola...
PANT.
El contratto xe fatto; ma trattandose de vu, aspetterò qualche zorno de più.
SAN.
(Oh che usuraio del diavolo!) (da sé)
PANT.
Sora tutto ve raccomando la segretezza.
SAN.
Non dubiti, che sarà servito.
(Creperei se non lo dicessi).
(da sé)
PANT.
Via, andè, destrigheve.
SAN.
Serva sua.
PANT.
Co vegnì, vegnì sempre segretamente.
SAN.
Non occorr'altro.
(La scatola è andata.
La signora Costanza non la riscuote più.
Dice bene il proverbio: la farina del diavolo va tutta in crusca).
(da sé, parte)
SCENA TERZA
PANTALONE, poi TRACCAGNINO.
PANT.
A sto mondo no se pol più far servizio.
Quel maledetto Agapito, che tante volte ha avù bisogno de mi, che sui stocchi che l'ha fatto far ai fioi de famegia l'averà vadagnà più de mi, colù el me accusa, el me perseguita, el me fa formar un processo.
Questa la xe la mia rovina.
Bisognerave che gh'avesse un mezzo con qualche auditor della Vicarìa.
Quando mia muggier gera putta, so che el sior auditor Pandolfi andava in casa soa, el gera amigo de so pare.
Poderia pregar sior Dottor; ma con quel vecchio fastidioso no tratto volentiera; e po el vorrà saver la mia premura, e mi no voggio che se sappia i fatti mii.
Mia muggier ghe poderave parlar...
Si ben! mia muggier? mandarla in bocca al lovo?
TRACC.
Sior patron.
PANT.
Cossa gh'è?
TRACC.
Cattive nove.
PANT.
Nove cattive? de cossa?
TRACC.
Per dirghela in confidenza, ho trovà Brighella me paesan, e el m'ha dit certe cosse che no capisso, de querela, de quattrin, de lusuria...
PANT.
D'usura?
TRACC.
Gnor sì, e i dis cussì che a vussignoria i ghe forma un possesso.
PANT.
Come un possesso? Ti vorrà fursi dir un processo.
TRACC.
Sior sì; za mi no so cossa che el voggia dir.
PANT.
Poveretto mi! Presto, dighe a mia muggier che la vegna qua.
TRACC.
Com'ala da far a vegnir, se l'è serrada in camera?
PANT.
Ah sì: tien le chiave.
Averzi, e dighe che la vegna qua.
TRACC.
(Vardè che matto! El serra la muggier in camera per paura dell'onor.
Nol sa che l'onor l'è come el vento, che el va fora per tutti i busi).
(da sé, parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE, poi DONNA EUFEMIA.
PANT.
Mi no dago fastidio a nissun, e tutti me vol mal.
Se i se lamenta che fazzo qualche vadagno sulle imprestanze dei mi bezzi, perché vienli a seccarme per levarmeli dalle man? I vorria che ghe donasse el frutto, el capital, el cuor, la coraella, e el diavolo che li porta quanti che i xe, sti avari malignazi.
EUF.
Son qui, signor consorte: la ringrazio che mi ha fatto aprire.
(con un poco di sdegno ironico)
PANT.
Le cosse preziose le se custodisse con zelusia.
EUF.
Questo torto io non me l'aspettava.
PANT.
L'ho fatto...
So mi perché l'ho fatto.
EUF.
Una moglie onorata non ha bisogno d'esser rinchiusa.
Questo, signor Pantalone, è il maggior dispiacere che dato mi abbiate, dopo che siete mio marito.
PANT.
Vegnì qua, ho bisogno de vu.
EUF.
Non merito certamente di essere così trattata.
PANT.
Finimola, ve digo.
Ho bisogno de vu.
EUF.
Soffrirò tutto; ma non mi toccate nell'onore.
PANT.
L'onor semo in procinto de perderlo, se no se demo le man d'attorno.
EUF.
Come! vi è qualche cosa di nuovo?
PANT.
Ghe xe che certi baroni, fursi in vendetta de no aver mi serrà un occhio, per rabbia de no poder cicisbear co mia muggier, i vol véderme precipità.
EUF.
Voi non ci avete colpa; son io che non voglio codesti ganimedi d'intorno.
PANT.
La conclusion xe questa, i m'ha accusà...
Baroni! I xe andai a dir che fazzo pegni, che togo l'usura, che compro la roba con inganno, che inchieto el gran, e altre falsità de sta sorte!
EUF.
Dunque non vi accusano per la moglie.
PANT.
Qua bisogna remediar: se no, va la reputazion, va la roba, i bezzi, e per conseguenza la vita.
EUF.
Rimediateci dunque.
PANT.
Ho bisogno de vu.
EUF.
Eccomi; che posso fare io povera donna?
PANT.
Cognosseu el sior Pandolfi, auditor della Vicarìa?
EUF.
Lo conosco.
È un amico di mio padre.
PANT.
Nol vegniva in casa, quando geri putta?
EUF.
Sì, ci veniva.
PANT.
El sarà stà anca ello uno dei vostri adoratori.
EUF.
Appena gli parlavo, lo salutavo appena.
PANT.
Za, chi ve sente vu, no avè praticà nissun.
EUF.
E chi sente voi, sono stata di mal costume.
PANT.
Lassemo andar.
Ho bisogno della protezion del sior auditor.
Mi no gh'ho mai parlà, e no voggio andar senza un poco d'introduzion.
Vu che lo conossè, vu me podè introdur.
EUF.
Ditelo piuttosto a mio padre.
PANT.
Vostro pare no ha da saver gnente.
Voggio che lo fe vu.
EUF.
Ma io, compatitemi, col signor auditore non posso prendermi questo ardire.
PANT.
Za, co se tratta del mario, no la se vol incomodar.
Se vede l'amor che avè per mi.
Sì, se vede che xe vero quel che mi diseva.
Sarè d'accordo con vostro pare; vorrè véderme precipità.
EUF.
Ma voi giudicate troppo barbaramente di me.
Son qui, farò tutto quello che voi volete.
Andiamo dal signor auditore.
PANT.
Siora no, no la s'incomoda, no voggio che la vaga ella dal sior auditor.
Altro che dir: no ghe voggio dar confidenza! Senza difficoltà l'anderave a trovarlo a casa...
in so poder a drettura: bella reputazion!
EUF.
Io non so più in che mondo mi sia.
Tutto dico male, tutto s'interpreta male.
Ditemi cosa devo fare, e farò.
PANT.
Siora sì, adesso ghe lo dirò.
(tira innanzi un tavolino)
EUF.
(Oh cielo! dammi pazienza con quest'uomo indiscreto).
(da sé)
PANT.
Scrivè un viglietto al sior auditor.
EUF.
Scrivetelo voi.
PANT.
L'avè da scriver vu.
Ve par gran fadiga a scriver per mi do righe?
EUF.
Non vorrei poi che diceste...
PANT.
El tempo passa, e me sento i zaffi alle spalle.
Scrivè subito.
EUF.
Povera me! scriviamo.
(siede al tavolino) Cosa volete ch'io scriva?
PANT.
Preghèlo, se el vol vegnir da vu a sentir do parole.
EUF.
Da me?
PANT.
Sì, da vu.
EUF.
Eh via!
PANT.
Fe quel che ve digo.
No me fe andar in collera.
EUF.
Scriverò.
(scrive )
PANT.
(Se el vegnirà qua, el pregheremo con più libertà.
Se se va alla Vicarìa, i ministri vede, e i vorrà magnar).
(da sé) E cussì cossa aveu scritto?
EUF.
Guardate se così va bene.
PANT.
Affidata alla di lei esperimentata bontà.
Coss'è sta bontà esperimentada? (stracciando la carta) L'aveu esperimentà el sior auditor?
EUF.
Io non so come scrivere.
PANT.
Ve detterò mi; scrivè.
EUF.
(Pazienza, non mi abbandonare).
(da sé, e scrive)
PANT.
Illustrissimo Signore...
EUF.
Signore.
PANT.
Avendo un'ardente brama di riverirla...
EUF.
Questo mi pare qualche cosa di più.
PANT.
Scrivè.
EUF.
Di riverirla.
PANT.
Son a pregarla teneramente...
EUF.
(Cosa mai mi fa scrivere!) (da sé) Teneramente.
PANT.
Scassè quel teneramente.
EUF.
Sì, voleva dirvelo: non mi piaceva.
Cosa vi ho da mettere?
PANT.
Metteghe umilmente.
EUF.
Piuttosto: sono a pregarla umilmente.
PANT.
Degnarsi di favorire in mia casa...
EUF.
In mia casa.
PANT.
Questo la l'ha scritto senza difficoltà.
Quando se tratta de recever zente in casa, no la se fa pregar.
EUF.
Orsù, non voglio scriver altro.
(s'alza)
PANT.
Scrivè, ve digo.
EUF.
Siete...
ah!
PANT.
Cossa songio?
EUF.
Non voglio dir niente.
PANT.
Voggio che disè cossa che son.
EUF.
Non posso più.
Siete un marito cattivo.
PANT.
Scrivè.
(con pacatezza)
EUF.
(Or ora m'aspetto qualche insulto novello).
(da sé, siede)
PANT.
Scrivè.
(come sopra)
EUF.
(Quanto più finge, tanto più lo temo).
(da sé)
PANT.
So che ella ha della bontà per me...
EUF.
Per me.
PANT.
Scassè dove dise per me, metteghe per la mia casa.
EUF.
Per la mia casa.
PANT.
Onde son certa...
EUF.
Son certa.
PANT.
Ch'ella verrà a favorirmi...
Aspettè ch'ella verrà a graziarmi...
xe l'istesso; ch'ella verrà ad onorare questa mia casa.
EUF.
Questa mia casa.
PANT.
Sottoscrivè.
Devotissima, obbligatissima serva...
No, quel obbligatissima no va ben.
EUF.
Obbligatissima è il solito termine...
PANT.
Se po gh'avè delle obbligazion, scrivè: obbligatissima.
EUF.
Ma io...
PANT.
Via, presto! Obbligatissima serva...
el vostro nome
EUF.
Eufemia Bisognosi.
PANT.
Bravissima.
Se vede la franchezza.
EUF.
(Piega la lettera)
PANT.
Brava: che pulizia! che franchezza! Se vede chi è solito a scriver viglietti.
EUF.
Avete ancor finito di tormentarmi? (s'alza)
PANT.
La mansion.
(con flemma)
EUF.
La mia sofferenza non ha più limiti da contenersi.
Il cuore manca, e le lagrime non mi permettono di far di più.
Barbaro! Il cielo ve lo perdoni.
(parte)
PANT.
La sorascritta...
la farò mi.
All'illustrissimo signore, signore, padrone colendissimo.
Il signore...
No me recordo el nome.
Eufemia.
No la sente, o no la vol sentir.
Bisognerà che m'incomoda mi, e che vada da ella.
Gran pazienza co ste donne.
Varda el cielo che mi fusse un mario cattivo! (parte)
SCENA QUINTA
Camera di donna Eufemia.
DONNA EUFEMIA ed ARGENTINA.
ARG.
Che c'è, signora padrona? Vi vedo più del solito addolorata.
EUF.
Lasciami stare, per carità.
ARG.
Ditemi ciò che vi molesta, se mi volete bene.
EUF.
Dammi da sedere.
ARG.
Subito.
(Oh, vi è del male: quel suo marito la vuol far crepare, la poverina).
(da sé)
EUF.
Posso essere tormentata più di quello che sono?
ARG.
Ecco la sedia.
EUF.
(Sarò poi sforzata a raccomandarmi a mio padre).
(da sé)
ARG.
A pranzo non avete né meno mangiato.
EUF.
(Che cosa finalmente può dire il mondo, se vado a stare con mio padre?...
Non lo vorrei fare...
Ma questa vita non si può durare).
(da sé)
SCENA SESTA
DONNA ASPASIA e dette.
ASP.
Amica, compatitemi se vengo innanzi.
EUF.
(Ci mancava costei).
(da sé)
ARG.
Signora, se avesse chiamato, sarei venuta a servirla.
ASP.
Ho chiamato benissimo, e nessuno ha risposto.
ARG.
Se avesse chiamato, non siamo sorde.
EUF.
Chetati.
ASP.
Donna Eufemia, avete una cameriera insolente.
ARG.
Se non le piaccio, non mi dia il salario.
(a donna Aspasia)
EUF.
Sta in cervello, ragazzaccia.
ASP.
Mi meraviglio come la soffrite.
EUF.
Animo.
Dalle da sedere.
ARG.
(La farei seder volentieri sulla cima d'un campanile).
(da sé)
ASP.
Mi parete turbata donna Eufemia.
EUF.
Sì, sono turbata assaissimo.
ARG.
Servita della seggiola.
(sostenuta, a donna Aspasia)
ASP.
Scusi, signora, se l'ho incomodata.
(ad Argentina)
ARG.
(E meglio ch'io vada via.
Mi sento troppo la gran volontà di pettinarla).
(da sé, e parte)
SCENA SETTIMA
Le dette, e poi PANTALONE.
EUF.
Che vuol dir, donna Aspasia, che siete venuta ad incomodarvi per me?
ASP.
Sono venuta per quel ventaglio sì fatto.
EUF.
Vi ho pur detto, signora...
(Ecco mio marito).
(da sé)
ASP.
(Gran brutta creatura!) (da sé)
PANT.
(Guarda donna Aspasia e non dice niente)
ASP.
Serva sua.
(a Pantalone)
PANT.
La reverisso.
Saveu vu el nome del sior auditor Pandolfi? (a donna Eufemia)
EUF.
Non lo so.
(sostenuta)
PANT.
Non lo sa.
(caricandola)
ASP.
Ve lo dirò io.
Don Gismondo.
(a Pantalone)
PANT.
Ho inteso.
(a donna Aspasia)
ASP.
Ecco, io l'ho servita.
(a Pantalone)
PANT.
Obbligatisslmo alle sue grazie.
(Cossa fala qua sta seccaggine?) (piano ad Eufemla)
EUF.
(Io non lo so).
(piano a Pantalone)
PANT.
(Gnanca questo non lo sa! pulito!) (da sé, in atto di partire)
ASP.
Serva sua, signor Pantalone.
PANT.
La reverisso.
(parte)
SCENA OTTAVA
DONNA EUFEMIA e donna ASPASIA.
ASP.
È grazioso quel vostro marito!
EUF.
Ha questo difetto: in casa non vede volentieri nessuno.
Mi dispiace che siate venuta a ricevere una mala grazia.
ASP.
Io poi di queste cose mi prendo spasso.
Sono venuta, come io diceva, per questo ventaglio.
EUF.
Che volete dirmi di quel ventaglio?
ASP.
Voglio dire, che se questa mattina l'avete ricusato, oggi averete la bontà di riceverlo.
EUF.
Cara donna Aspasia, io non sono volubile a questo segno.
Torno a pregarvi che mi dispensiate.
ASP.
Bisognerà ch'io studi la maniera di farvelo prendere.
EUF.
Sarà difficile.
ASP.
Lo vedremo: ecco il ventaglio.
Donna Eufemia, non son io che ve lo dà, è mio fratello che ve lo manda.
EUF.
Se prima l'ho ricusato soltanto, ora vi dico che mi meraviglio di voi.
ASP.
Ed io mi meraviglio di voi, che dalle mani di mio fratello vi degnate ricevere ed aggradire qualche segno della sua stima, e meco vi affrontiate per un ventaglio.
EUF.
Donna Aspasia, voi siete male informata.
ASP.
Don Luigi non è capace di dirmi delle bugie.
EUF.
Don Luigi, se è uomo d'onore, dirà il modo con cui le cose da lui a me offerte sieno in questa casa restate.
ASP.
Sì, me l'ha detto che vi avete fatto pregare.
EUF.
Né le sue preci mi hanno indotto a riceverle.
ASP.
Saranno stati i buoni uffizi di vostro marito.
EUF.
Se mio marito li ha ricevuti per atto di civiltà...
ASP.
Oh che uomo civile!
EUF.
Signora, in casa mia parlate con più rispetto.
ASP.
Mi riscaldo, perché con me voi non siete sincera.
EUF.
Sono una donna onorata.
ASP.
Io non pregiudico il vostro onore.
SCENA NONA
DON LUIGI, il DOTTORE e dette.
DOTT.
Cosa è questo strepito?
LUI.
Che altercazioni sono queste?
EUF.
(Mio padre con don Luigi?) (da sé)
DOTT.
Ma, caro signore, come c'entra in questa casa? Le ho pur detto che mi lasciasse venir solo, che per condurre a casa mia figliuola non ho bisogno di vossignoria.
EUF.
(Condurmi a casa?) (da sé)
LUI.
Vi faccio disonore a venir con voi? (al Dottore)
ASP.
Venite, don Luigi, presentatelo voi il ventaglio a donna Eufemia; dalle vostre mani lo prenderà.
EUF.
Signor padre, io sono insultata; in casa mia si viene a posta per insultarmi.
DOTT.
Donna Eufemia, andiamo, venite con me.
EUF.
Dove?
DOTT.
A casa vostra.
EUF.
La casa mia non è questa?
DOTT.
No, figliuola, questa è la casa d'un barbaro privo di umanità.
Tutto mi è noto.
Non è più tempo di ascondere i trattamenti che offendono la riputazione.
Venite via con me.
EUF.
Lasciatemi prender fiato; datemi tempo a pensare: non so a qual risoluzione appigliarmi.
LUI.
Via, donna Eufemia, risolvete.
Uscite di questa casa, fintanto che non vi è vostro marito.
Finalmente vostro padre vi guida, ed io vi sarò di scorta.
EUF.
Se mio padre voleva seco condurmi, avea da venir solo, e non in compagnia di uno che sa poco trattare colle persone civili.
DOTT.
Sente, signore? Vada a buon viaggio.
ASP.
Caro fratello, voi non sapete trattare colle persone civili.
La boccetta d'oro doveva essere di diamanti.
EUF.
Mi meraviglio di voi.
SCENA DECIMA
GIANNINO e detti.
GIANN.
Presto, signor padrone
DOTT.
Che vi è di nuovo?
GIANN.
Mi manda il notaro Malazzucchi...
Lo conosce il notaro Malazzucchi?
DOTT.
Sì, lo conosco; che vuole da me?
GIANN.
Presto, non vi è tempo da perdere
DOTT.
Ma dimmi che vi è di nuovo.
GIANN.
M'ha detto ch'io cerchi di vossignoria, che lo trovi subito: manco male che l'ho trovato.
DOTT.
E bene?
GIANN.
Mi lasci prendere un poco di fiato
DOTT.
Ma sbrigati, se vi è qualche cosa di premura.
GIANN.
M'ha detto che avvisi vossignoria subito, ma subito, subito.
DOTT.
Subito?
GIANN.
Che in questa casa...
La padrona averà paura.
DOTT.
Di chi?
GIANN.
Il signor notaro Malazzucchi manda ad avvisare il padrone, che in questa casa ora, subito, in questo punto, vengono trenta sbirri.
EUF.
Birri in casa mia? Ah povera me! (parte)
DOTT.
Sentite, fermatevi.
I sbirri? E tanto vi voleva a dirlo a Eufemia? (parte)
LUI.
Son qui, non vi abbandono, sono in vostro soccorso.
(parte)
ASP.
Sono venuta a tempo per vedere una bella scena.
(parte)
GIANN.
Capperi! la cosa preme.
Ho fatto bene io a dirglielo presto; quando preme, so far le cose come van fatte.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Altra camera di Pantalone, con armadio e scrigno.
PANTALONE e TRACCAGNINO.
PANT.
Aiuto!
TRACC.
Misericordia!
PANT.
Vien i zaffi.
TRACC.
Salveve.
PANT.
Salvemo el scrigno.
TRACC.
Pensè a salvar la patrona.
PANT.
Me preme i bezzi.
TRACC.
Sento zente.
PANT.
Me sconderò qua dentro.
(s'asconde)
SCENA DODICESIMA
DONNA EUFEMIA, TRACCAGNINO e il DOTTORE.
EUF.
Dov'è mio marito?
TRACC.
Mi no so gnente.
DOTT.
Dov'è Pantalone?
TRACC.
Mi nol so, ma el doverave esser poco lontan.
EUF.
Sento gente.
TRACC.
Salva, salva.
(parte)
DOTT.
Non abbiate paura.
SCENA TREDICESIMA
DON LUIGI e BRIGHELLA con gente armata.
LUI.
Che bricconata è questa? I sbirri si prendono una simile libertà? Giuro al cielo, se non usciranno da questa casa, li farò saltare dalle finestre.
SCENA QUATTORDICESIMA
ARGENTINA e detti.
ARG.
Oh cospetto di bacco! Si può vedere una bricconata più indegna?
EUF.
Oimè! Cos'è stato?
ARG.
Quei disgraziati dei sbirri hanno voluto visitare tutta la roba mia; hanno messo le mani per tutto; mi hanno rovinato tutte le mie bagattelle.
BRIGH.
Se i gh'ha rovinà qualcossa, ghe la faremo pagar.
SCENA QUINDICESIMA
DONNA ASPASIA e detti.
ASP.
Don Luigi, non fate il pazzo: è qui il signor auditore Pandolfi.
EUF.
Il signor auditore?
ASP.
Sì, egli in persona.
EUF.
Lode al cielo, è venuto a tempo.
SCENA SEDICESIMA
DON GISMONDO e detti.
EUF.
Ah signore auditore, vedete la mia casa, è piena di birri.
ARG.
Illustrissimo signore auditore.
GIS.
Che cosa c'è?
ARG.
I birri mi hanno fatto un'impertinenza.
GIS.
Che cosa vi hanno fatto?
ARG.
Hanno guardato in un luogo, ch'io non voleva che vi guardassero.
EUF.
Sta cheta.
GIS.
Donna Eufemia, il vostro viglietto mi fu recato in istrada poco lungi da questa casa; sono venuto a ricevere gli ordini vostri.
Vi ho trovato in un sconcerto assai grande.
Ditemi il bisogno vostro, ed io, fin dove può estendersi l'arbitrio mio senza offesa della giustizia, ve lo esibisco di cuore.
EUF.
Signore, le lingue malediche hanno caricato d'imposture il povero mio consorte.
GIS.
No, donna Eufemia, non sono imposture le accuse contro vostro marito.
Egli è pur troppo noto alla curia, alla Corte, e a tutto Napoli ancora.
DOTT.
Illustrissimo signore auditore, la povera mia figliuola è tormentata e assassinata.
LUI.
Signore, liberate quella virtuosa donna dalle mani di un barbaro, che non merita di possederla.
Egli, con una gelosia indiscreta, l'affligge, la macera, la tormenta.
ASP.
E con tutta la sua gelosia, prende i regali, se gliene portano.
EUF.
Ah signore auditore, se liberarmi volete da quelle persone che mi tormentano, scacciate dalla mia casa questi due che m'insultano.
Don Luigi ardisce sollecitarmi; donna Aspasia in favore del di lei fratello m'infastidisce; ambi insidiano l'onor mio, e prevalendosi di qualche debolezza di mio marito, calpestano la riputazione di questa casa, strapazzano il nome mio per le conversazioni, e tentano di macchiar quel decoro, che con tanti stenti ho procurato sempre di conservare.
ASP.
Ridete, signor auditore, ch'ella è da ridere.
Crede che un poco di servitù possa macchiare il decoro?
LUI.
Pare a voi ch'io l'offenda, esibendomi di servirla?
GIS.
Pare a me che a troppo in faccia mia vi avanziate.
Sono informato delle persecuzioni vostre a questa moglie onorata.
I servi ne parlano, il vicinato ne mormora, le conversazioni vi si trattengono sopra.
Don Luigi, la servitù d'un uomo onesto verso una donna onorata non è condannabile: ma non può credersi servitù onesta in colui che tenta con violenza servire.
Allontanatevi da questa casa; non ardite più di venirci; desistete affatto da ogni pensiero contro l'onestà di questa virtuosa donna; consideratela sotto la protezione mia, sotto quella della Corte medesima, a cui è nota la di lei prudenza, la di lei onestà; e guardatevi che note io non faccia le vostre insidie, le vostre persecuzioni.
Fate più conto della riputazion delle donne, consideratene il pregio; e siccome ogni ombra di sospetto può denigrarla, togliete sin da questo momento il pericolo coll'allontanarvi da lei, e dimostrate a me nella vostra rassegnazione, che se una cieca passione vi aveva sedotto, siete poi ragionevole nel pentirvi, siete discreto nel moderarvi, siete saggio e prudente nell'intendere, nel risolvere e nel tacere.
LUI.
(Resta sospeso)
EUF.
(Il cielo lo ha qui fatto venire in tempo.
Don Luigi dovrebbe lasciar di perseguitarmi).
(da sé)
ASP.
(Che fa don Luigi, che non risponde? L'hanno forse avvilito le parole di questo signore auditore? Se toccasse a me, gli vorrei rispondere per le rime).
(da sé)
LUI.
Signori, vi riverisco.
DOTT.
Padrone riveritissimo.
ASP.
Così partite, senza dir nulla?
LUI.
Sì, parto, e in questa casa non ci verrò mai più.
EUF.
(Voglia il cielo ch'egli dica la verità).
(da sé)
GIS.
Siete voi persuaso dalle mie ragioni?
LUI.
Le vostre ragioni per una parte, l'ostinazioni di donna Eufemia per l'altra, mi convincono che persistendo in amarla sarei un pazzo.
A chi ha merito, non mancano occasioni di servir donne.
Se lascio una che mi disprezza, posso scegliere fra le tante che mi sospirano; e se mi aveva tentato il demonio di servire una che ha il marito geloso, ne troverò mille i di cui mariti faranno pregio della mia amicizia, della mia servitù e della mia protezione.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA EUFEMIA, DON GISMONDO, DONNA ASPASIA ed il DOTTORE.
ASP.
Poteva anche aggiungere: della sua borsa.
EUF.
Voi non parlate senza offendere le persone onorate.
ASP.
Le persone onorate non ricevono i bacili d'argento, le boccette d'oro.
EUF.
Ah signore auditore, sappiate...
GIS.
So tutto, sono informato di tutto.
Donna Aspasia, assicuratevi che donna Eufemia non ha ricevuto i regali de' quali parlate.
Rispettatela e formate miglior concetto di lei.
ASP.
Eh signore auditore, ci conosciamo.
GIS.
Che cosa vorreste dire?
ASP.
A buon intenditor poche parole.
GIS.
Spiegatevi.
ASP.
Voglio trovarmelo anch'io.
GIS.
Che cosa?
ASP.
Un protettore che mi difenda.
GIS.
Voi ne avreste bisogno per la vostra imprudenza; ma niuno sarà cotanto sciocco di proteggere una donna di tal carattere.
Vergognatevi di voi stessa, e temete che dicasi di voi con giustizia ciò che d'altrui sognate senza ragione.
ASP.
La non si scaldi, padron mio, la non si scaldi.
Non dubiti che donna Eufemia non la toccheranno.
Farò conto di non averla mai conosciuta, e se il signore auditore mi perderà il rispetto...
GIS.
Cosa farete, signora?
ASP.
Lo dirò a mio marito, e ci faremo bandir di Napoli, se bisogna.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA EUFEMIA, DON GISMONDO ed il DOTTORE; poi PANTALONE.
GIS.
La compatisco; la passione la fa parlare.
EUF.
Voi mi avete sollevata dal maggior peso di questo mondo, levandomi d'attorno queste due persone moleste.
DOTT.
Adesso che questa gente è andata via, e che siamo soli, pensiamo a noi, signore auditore.
Mia figliuola non può vivere con suo marito, ho risoluto di condurla a casa mia.
Che mi consiglia ch'io faccia?
GIS.
Sì, è necessario di far conoscere al signor Pantalone il pregio di una moglie di tanto merito, col minacciarlo di levargliela dalle mani; staccandola per qualche tempo dal di lui fianco, può essere che si ravveda.
Donna Eufemia, andate per qualche giorno a vivere con vostro padre.
DOTT.
Venite con me, Eufemia; e dopo ci faremo restituire la dote.
GIS.
Non sarebbe mal fatto di minacciarlo anche di questo.
DOTT.
Eccolo qui quel maledetto scrigno.
Facciamolo sequestrare, assicuriamoci dei dodeci mila scudi di questa mia sventurata figliuola.
(in questo Pantalone esce dall'armadio)
PANT.
Oimei! Muggier, no me abbandonè.
Ah sior auditor, no me la levè per carità! Sior Dottor, vostra fia sarà ben trattada, no la tormenterò più.
No, cara la mia zoggia, no ve tormenterò più.
V'ho sempre volesto ben, e adesso che ho sentio la vostra fedeltà, el vostro amor, m'avè fatto pianzer per tenerezza.
Eufemia, no me abbandonè.
Siori, per carità, no me assassinè.
GIS.
Conoscete voi di averla maltrattata contro giustizia?
PANT.
Sior sì, lo conosso.
GIS.
Mi promettete di meglio trattarla per l'avvenire?
PANT.
Sì, lo prometto.
Eufemia, no se crierà più; no se crierà più, sior Dottor.
DOTT.
Il ciel lo voglia.
PANT.
Vien qua, muggier, dame un abbrazzo.
EUF.
(Cielo, ti ringrazio, sarò libera da una gran pena).
(da sé)
DOTT.
Caro signor genero, se è vero che avete superata la gelosia, bisognerebbe che superaste anche un'altra cosa.
PANT.
Coss'oio da superar?
DOTT.
L'avarizia.
PANT.
Mi no son avaro.
GIS.
Su questo particolare so ancor io qualche cosa.
Signor Pantalone, dov'è lo scrigno?
PANT.
Mi no gh'ho scrigno.
GIS.
Aprite quella cassa di ferro.
PANT.
Ah! me volè ammazzar.
(grida forte)
GIS.
Convien rendere il mal acquistato.
PANT.
Ah! che sieu maledetti.
(si getta sullo scrigno)
GIS.
Se continuate così, non meritate pietà.
Vostra moglie tornerà con suo padre.
PANT.
Andè al diavolo quanti che sè.
GIS.
Questo è l'amore che avete per vostra moglie?
PANT.
Sì, ghe voggio ben.
GIS.
Pagate i vostri debiti.
PANT.
No gh'ho debiti, no gh'ho bezzi.
(stringe lo scrigno)
EUF.
(Signore, abbiate carità del povero mio marito.
Questa passione non la può superare.
La gelosia pare che l'abbia superata, ma l'interesse è impossibile).
(a don Gismondo)
GIS.
Dunque non dovrà rendere la roba d'altri?
EUF.
La renderà; con il tempo la renderà.
Fidatevi di me, signore, e non dubitate.
DOTT.
(Signore auditore, m'ascolti: io pagherò tutti e quieterò tutti; sagrificherei anche il mio sangue per veder quieta la mia figliuola).
(a don Gismondo)
GIS.
(Ma usure non ne ha da far più).
EUF.
(Ci baderò ancor io.
Non ne farà più).
PAN.
(Maledetti! i me vol cavar el cuor).
(da sé, sopra lo scrigno)
GIS.
Signor Pantalone, vi si lascia lo scrigno, ma avvertite bene, la prima volta che voi prestate denari con pegno, o senza pegno, con un denaro d'usura, vi farò marcire in una prigione.
PANT.
Se impresto più un soldo a nissun, che el diavolo me porta via.
GIS.
Orsù, rasserenatevi.
Eccovi vostra moglie.
PANT.
Sior sì.
(tiene lo scrigno avvinto)
GIS.
Abbracciatela almeno.
PANT.
No mancherà tempo.
DOTT.
Andiamo via da questa camera; qui dentro sento serrarmi il cuore.
PANT.
Andè dove che volè.
DOTT.
Andiamo, Eufemia.
EUF.
Venite con noi, marito mio.
PANT.
Andè, che vegnirò.
GIS.
Vi servirò io, signora.
(dà braccio a donna Eufemia)
PANT.
(Guarda un poco donna Eufemia, poi seguita ad abbracciare lo scrigno)
GIS.
Non avete già dispiacere ch'io serva vostra moglie?
PANT.
Sior no, no son zeloso.
EUF.
Marito mio, vi prego volermi bene.
PANT.
Sì, ve ne voggio, ve ne vorrò, ma lasseme un poco in quiete per carità.
EUF.
Andiamo, signor don Gismondo, lasciamolo in pace; qualche cosa conviene ancora soffrire; ma s'egli non mi tormenta più colla gelosia, sono la più contenta donna del mondo.
Benedirò le lagrime che ho versate, se queste mi hanno acquistato il bel tesoro della pace, della tranquillità, dell'amore.
(parte)
GIS.
Bel carattere di moglie onesta.
Misero Pantalone, aveva egli in due passioni diviso il cuore, ora una sola con maggior empito lo tiranneggia.
(parte)
DOTT.
Genero amato, venite con noi.
Non lasciate sola la vostra consorte.
PANT.
Mia muggier no gh'ha bisogno de mi.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo! ha lasciato una volta la gelosia; se poi è avaro, pazienza.
Almeno non tormenterà più la mia figliuola.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Mia muggier coll'auditor...
e per questo? mia muggier xe una donna onorata.
L'ho scoverta, l'ho cognossua; no ghe voggio pensar.
Povero scrigno! questo xe quello che me sta sul cuor.
Mi gera combattù da do passion: dalla zelosia e dall'amor dell'oro.
La maledetta zelosia la me xe passada, l'amor dell'oro me cresse.
Ho venzo la zelosia per rason del disinganno, chi poderà disingannarme che l'oro no sia adorabile? Sì, l'amerò in eterno.
In eterno? Ah no, bisognerà lassarlo quando s'averà da morir.
Morir? lassar l'oro, lassar l'arzento? Sì, doverò lassarlo! Caro el mio scrigno, che ti me costi tanti spasemi, tanti suori, doverò lassarte? E quando te lasserò, de ti cossa averoggio godesto? che pro m'averastu fatto? Rimorsi, affanni, desperazion.
Ti, ti m'ha fatto perder la reputazion; ti me farà perder la vita, ti me farà perder ogni bella speranza: e mi te amerò? e mi te coltiverò? Oro, cossa mai gh'astu de bello? Che incanto xe el too, che innamora la zente! Lassete un poco véder.
(apre lo scrigno) Sì, ti xe bello, ti xe lusente, ti xe raro: ma se te devo lassar? Ti ti provvedi a tutti i nostri bisogni: ma se de ti no me servo, ma se quando morirò ti me sarà de peso, ti me sarà de tormento! Maledettissimo oro! Va al diavolo.
Voggio abbandonarte avanti che ti me abbandoni.
Va là, prezzo infame delle mie tirannie.
Va, va, che el diavolo te porta via.
(getta lo scrigno in terra, e spande il denaro) Oimè! el mio oro, el mio cuor, le mie vissere.
Me sento morir; no posso più.
Aiuto! (gridando si getta a sedere svenuto)
SCENA VENTESIMA
DONNA EUFEMIA, DON GISMONDO, il DOTTORE, ARGENTINA e detto.
EUF.
Oimè!
DOTT.
Cosa è stato?
ARG.
Quant'oro, quant'argento per terra!
GIS.
Pantalone è svenuto?
EUF.
Povero mio marito!
DOTT.
Il scrigno in terra! Ho paura che sia diventato matto.
EUF.
Signor Pantalone, marito mio, sollevatevi per carità.
PANT.
Amici, muggier, no me abbandonè.
EUF.
Perché non siete venuto con vostra moglie?
PANT.
Perché una muggier onorata no gh'ha bisogno della custodia de so mario.
DOTT.
Perché buttare in terra lo scrigno ed i denari?
PANT.
Perché se mor; e un zorno el s'ha da lassar.
GIS.
Amico, parmi di vedere in voi una gran mutazione.
(a Pantalone)
PANT.
Muggier, (bacia la mano a donna Eufemia) sior missier, sior auditor, compatime, aiuteme, lasseme respirar.
(va per andar via, si ferma a guardar lo scrigno, poi gli dà un calcio e parte)
DOTT.
Grazie al cielo, è cambiato del tutto.
GIS.
Donna Eufemia, ringraziate il cielo.
EUF.
Sì lo ringrazio di cuore.
La mutazione è totale; io spero di vivere più felice.
Questo suo cambiamento sollecito, e quasi instantaneo, è cosa strana, è cosa che non sarebbe forse creduta, se altrui si narrasse e si rappresentasse sopra una scena.
Ma niente è impossibile alla provvidenza del cielo, e molte cose accadono portentose nell'ordine istesso della natura.
Vinse la mia costanza del marito la gelosia; vinsero i pericoli ed i rimorsi la sua avarizia.
Ecco disingannato e convinto il più affascinato geloso, il più tenace avaro.
Ecco resa contenta e felice la più sventurata donna del mondo, in grazia dell'onestà e in virtù della tolleranza.
Fine della Commedia.
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