IL GIUOCATORE, di Carlo Goldoni - pagina 10
...
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GAND.
Ditemi, per qual cagione?
PANC.
Per mettermi in brio.
GAND.
Oh che caro vecchietto!
PANC.
Oh che graziosa sposina!
GAND.
Vi dirò, ho pensato che non ho veruno amico di cuore, e che quando sarò vecchia, non avrò alcuno che mi governi, e per questo ho risoluto di maritarmi.
PANC.
Sì, fate benissimo.
GAND.
Io ho della dote; sapete che avrò quasi tremila ducati d'entrata.
Quando morirò, non so a chi lasciare la mia roba; se potessi aver un figlio, avrei la maggior consolazione del mondo.
PANC.
Chi sa? Lo potete sperare.
GAND.
Non sono poi in età tanto avanzata, che non lo possa avere.
PANC.
E poi, se volete prole, vi è il suo rimedio.
GAND.
Come?
PANC.
Prendete le pillole.
GAND.
Sì, non dite male, le prenderò.
PANC.
E le prenderò ancor io, e le cose anderanno bene.
GAND.
Eh, per voi dubito che le pillole non gioveranno più.
PANC.
Perché?
GAND.
Perché la lucerna è vicina a spegnersi.
PANC.
Sentite, se è vicina a spegnersi la mia, è vicina a spegnersi anco la vostra.
GAND.
Che cosa dite? Da voi a me c'è una bella differenza.
PANC.
Che differenza c'è? Siamo nati quasi insieme, e siamo sempre stati insieme, e tanti sono i miei, quanti i vostri.
GAND.
Eh via, che siete pazzo.
Io era fanciulla, eravate un asino grande e grosso.
PANC.
Io son nato dell'anno mille seicento ottanta, e voi di che anno siete nata?
GAND.
Oh, vedete quanto son più giovine di voi.
Io son nata del mille seicento settantaquattro.
PANC.
Buono! Avete sei anni più di me.
GAND.
Come sei anni più di voi? Non è vero.
PANC.
Settantaquattro e sei ottanta, il conto non falla.
GAND.
Voi non sapete niente.
PANC.
Orsù, lasciamo andare questo discorso.
Voi per maritarvi siete al caso, ed io son qui, forte e lesto come un paladino.
GAND.
Oh, voi per maritarvi non siete più in tempo.
PANC.
No? Perché?
GAND.
Perché siete vecchio e pieno di malanni.
PANC.
E voi?
GAND.
Eh io mi mariterò.
PANC.
Voi sì, ed io no?
GAND.
Certo, guardate che maraviglie!
PANC.
E chi avete intenzion di volere?
GAND.
Un giovinotto di primo pelo.
PANC.
Un giovinotto?
GAND.
Signor sì, e per confidarvi tutto, sappiate che questi è il signor Florindo.
PANC.
Eh via, che burlate!
GAND.
Dico davvero.
PANC.
E non vi vergognate? Una vecchia di settantasei anni prendere un giovinotto?
GAND.
Settantasei diavoli che vi portino; signor sì, voglio un giovinotto.
PANC.
Vi prenderà per la dote.
GAND.
Certo! Per la dote?
PANC.
Dunque perché?
GAND.
Per le mie bellezze.
PANC.
Oh bellina!
GAND.
Avete invidia? Crepate.
PANC.
Vi mangerà tutto, e poi vi pianterà.
GAND.
Ho io delle maniere, che quando un uomo le conosce, non mi lascia più.
PANC.
Voi mi fate ridere.
GAND.
Vi fo ridere? Guardate se voi in tanti anni mi avete mai potuto lasciare!
PANC.
Vi ho sofferta.
GAND.
Sofferta? Bene, bene, parlate per gelosia.
PANC.
Vi ho sempre creduta una donna savia.
GAND.
E adesso che cosa sono?
PANC.
Siete...
quasi, quasi ve lo direi.
GAND.
Andate a prendere le pillole.
PANC.
Maritarsi di quell'età?
GAND.
Signor sì.
PANC.
Prender un giovinotto?
GAND.
Signor sì.
PANC.
Un giuocatore che manderà in rovina la casa?
GAND.
Giuocatore? Florindo è giuocatore?
PANC.
E come! Si è precipitato a causa del giuoco.
GAND.
Non è vero, la gelosia vi fa parlar così.
PANC.
Certo che io vi volevo bene.
GAND.
Via, caro signor Pancrazio, contuttociò potrete venir da me.
PANC.
Sì, ma il signor Florindo...
GAND.
Temete ch'ei sia geloso, è vero? Basta, mi regolerò con prudenza.
PANC.
Più tosto, se volevate maritarvi...
mi sarei offerto io.
GAND.
Per me siete troppo vecchio.
SCENA SEDICESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signora Gandolfa.
GAND.
Che cosa volete?
COL.
Vi è il signor Florindo...
GAND.
Florindo! Oh caro, oh vita mia!
COL.
È venuto in casa di nascosto a tutti, e mi ha pregata ch'io l'introduca da voi: volete che lo faccia venire?
GAND.
Sì, subito, fatelo venire.
Presto, presto, che venga.
COL.
(Vorrà mangiar qualche cosa a questa vecchia, mi ha promesso un filippo, se lo fo passare).
(da sé, parte)
GAND.
Se avete da fare qualche cosa, potete andare.
PANC.
Mi cacciate via, eh?
GAND.
Ma, caro voi, che cosa volete far qui?
PANC.
Pazienza.
(si asciuga gli occhi)
GAND.
Poverino! Non piangete, che già vi vorrò bene.
PANC.
Non credeva mai...
GAND.
Via, che fate piangere ancor me.
PANC.
Basta.
GAND.
Povero vecchio!
PANC.
Se mi voleste bene!...
GAND.
È qui il signor Florindo; andate via.
PANC.
Io certamente...
GAND.
Andate via.
PANC.
Non vi avrei mai lasciata.
GAND.
Andate via, che siate maledetto.
PANC.
A me?
GAND.
Andate, che il diavolo vi porti.
PANC.
Vado...
(Andatevi a fidar delle donne.
Non si può sperar fedeltà nemmeno di settantasei anni).
(da sé, parte)
GAND.
Oh che vecchio minchione! Vorrebbe ch'io prendessi lui, invece di un giovane? Oh, non fo di questi spropositi!
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO con un braccio al collo, e detta.
FLOR.
Riverisco la signora Gandolfa.
GAND.
Che c'è, figlio mio? Che cosa avete? Vi siete fatto male?
FLOR.
Son caduto e mi sono slogato un braccio.
GAND.
Poverino! Quanto mi dispiace!
FLOR.
(Non voglio che ella sappia che sono stato ferito).
(da sé)
GAND.
Vi duole assai?
FLOR.
Oh, non è niente.
(Scellerato Tiburzio! Egli è in carcere a pagare il fio).
(da sé)
GAND.
Mi parete sbattuto, avete avuto paura?
FLOR.
Sono agitatissimo.
GAND.
Per qual cagione? Confidatevi in me, vita mia, che vi consolerò.
FLOR.
Per causa della mia lite ho tutti i miei effetti sequestrati.
Ho dei debiti, e se non pago, mi vogliono cacciar prigione.
GAND.
Oh povero giovine! Non vi mancherebbe altro.
FLOR.
Voi mi potreste aiutare.
GAND.
Di quanto avreste bisogno?
FLOR.
In circa cento zecchini.
GAND.
Ah Florindo, se voleste, io rimedierei a tutto.
FLOR.
Oh me felice! Voi mi consolate; ditemi, che far deggio per meritarmi la vostra grazia?
GAND.
Volermi bene.
FLOR.
Io vi amo teneramente.
GAND.
Se ciò fosse vero, stareste bene voi e starei bene anch'io.
FLOR.
Io dico la verità, vi voglio bene assai.
GAND.
Caro figlio, mettete da parte il rossore, e ditemi se avreste difficoltà di sposarmi.
FLOR.
Sposarvi?
GAND.
Sentite, vi assegnerò mille ducati l'anno d'entrata, e mille ve ne sborserò subito, acciocché possiate fare i fatti vostri.
FLOR.
(Eppure per causa del giuoco mi converrà sposare una vecchia).
(da sé)
GAND.
Via, che cosa rispondete?
FLOR.
Signora, quanti anni avete?
GAND.
Veramente sono un poco avanzata, saranno ormai quarantaotto.
FLOR.
(Oh maledetta! Credo ne abbia ottanta).
(da sé)
GAND.
Se volete, facciamo presto.
FLOR.
(Che cosa farò?) (da sé)
GAND.
Malanni io non ne ho; avevo qualche piccolo incomodo, ma ho preso le pillole e son perfettamente guarita.
FLOR.
(Finalmente creperà presto).
(da sé) Signora Gandolfa, voi siete una donna assai ben conservata, vi amo teneramente, e se volete, vi sposerò.
GAND.
Oh caro! Siate benedetto! Mi sento consolata tutta.
FLOR.
Ma con patto che dei mille ducati l'anno, e dei mille che mi date subito, m'abbiate a far donazione.
GAND.
Sì, sì, ve la farò, ve la farò.
FLOR.
(Oh giuoco indegno! Per causa tua ho da sposar un cadavere?) (da sé)
GAND.
Quando faremo le nozze?
FLOR.
Quando volete.
GAND.
Io sono all'ordine anche adesso.
FLOR.
E i denari?
GAND.
Datemi la mano di sposo, e ve li do subito.
FLOR.
La mano?...
Sì, ecco la mano.
SCENA DICIOTTESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Signora zia, mi rallegro con lei.
GAND.
Che cosa c'è, signora, avete invidia?
FLOR.
Signora Rosaura, la vostra crudeltà mi fa fare una simile risoluzione; voi m'avete scacciato, ed io mi sposo per disperazione.
GAND.
Non gli credete, vedete; ei mi sposa perché mi vuol bene.
ROS.
Oh, so benissimo perché la sposate.
Perché il giuoco vi ha rovinato, perché il giuoco vi ha reso miserabile; avete giuocato tutto, siete pieno di debiti, non avete più il modo di giuocare, e voi venite ad ingannare questa povera vecchia, lusingandovi con i suoi denari poter continuare ne' vostri scelleratissimi vizi.
GAND.
Che cosa sento! Siete un giuocatore? Vi siete giuocato tutto? Siete pieno di debiti? Mi volete assassinare? Non vi voglio più per isposo.
FLOR.
Cara signora Gandolfa, non mi abbandonate per carità; ho giuocato, è vero, ma non vi è pericolo che io giuochi più.
GAND.
Non giuocherete più?
ROS.
Non gli credete; anche a me l'ha promesso, e poi ha mancato.
FLOR.
Sono disingannato.
Conosco che non posso vincere.
Per causa del giuoco ho avuto mille disgrazie; vedete questo braccio? Per causa del giuoco ho avuto una ferita.
GAND.
Oh poverino! Siete stato ferito a causa del giuoco? Non giuocherete più?
FLOR.
No certamente.
GAND.
Ma non mi fido.
FLOR.
Ve lo giuro sull'onor mio.
ROS.
Qual onore, perfido, qual onore! L'avete villanamente macchiato.
GAND.
Via, signora, non lo strapazzate.
FLOR.
Signora Gandolfa, a voi mi raccomando.
Eccovi la mia mano, se la volete.
GAND.
Date qua, caro.
FLOR.
E il denaro?
GAND.
Ci penserò.
SCENA DICIANNOVESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Cossa feu qua, sior? (a Florindo)
FLOR.
Perdonatemi...
GAND.
Via, signore, è in casa mia, voi non c'entrate.
(a Pantalone)
PANT.
Gh'intro, perché ghe xe mia fia.
GAND.
Vostra figlia conducetevela a casa vostra.
PANT.
Siora sì, siora sì, la menerò a casa mia.
Sior Florindo caro, za se semo intesi, co mia fia no ve n'avè più da impazzar.
FLOR.
Pazienza.
ROS.
(Ancora provo della pena, ancora internamente io l'amo).
(da sé)
PANT.
Un tal sior Lelio, che xe uno de quelli che i v'ha barà, m'ha dà sti tresento cinquanta zecchini, confessando averveli robai, e pregandome che ve li daga.
Tolè e andeli a zogar.
(a Florindo)
FLOR.
Signore, certamente io non giuoco più.
PANT.
La solita canzonetta: non giuoco più.
FLOR.
Questa volta il proponimento è immancabile.
GAND.
Signor no, signor no, non giuoca più; lo ha promesso a me, e non giuocherà più.
PANT.
Promesse da zogadori.
Tolè sti bezzi, e quanto scomettemo che doman no ghe n'è più?
FLOR.
Signor Pantalone, giacché avete avuta tanta bontà per me, vi prego di una grazia.
Tenete questi trecento cinquanta zecchini, vi darò la nota di alcuni miei debiti, vi pregherò di pagarli, non mi date che quanto può bastarmi a vivere, poiché io certamente non voglio giuocar mai più.
PANT.
(Se nol vol bezzi in te le man, se pol sperar ch'el diga dasseno de no zogar più).
(da sé) Basta, i tegnirò per farve servizio.
ROS.
(Florindo pare rassegnato).
(da sé)
GAND.
Vedete se egli è un buon giovane? Venite qua, Florindo; alla presenza di mio fratello, datemi la mano.
PANT.
Coss'è? Mia sorella deventa matta?
FLOR.
Signora Gandolfa, da voi non voglio altro: mi era ridotto a sposarvi per una estrema disperazione.
Ora che il cielo m'ha provveduto, e posso sperare col tempo di rimediare alle mie disgrazie, non voglio sagrificare la mia gioventù ad un cadavere puzzolente.
GAND.
Che cos'è questo cadavere puzzolente? Io non puzzo né punto, né poco; ma credo che voi burliate, e so che mi volete bene.
FLOR.
Vi rispetto, ma non vi amo.
Siete vecchia, e non fate per me.
Signor Pantalone, favorite darle cinquanta zecchini, che ella mi ha prestati.
PANT.
Volentiera, ve li darò, siora, ve li darò.
E no ve vergognè de sta etae...
SCENA VENTESIMA
PANCRAZIO e detti.
PANC.
Riverisco lor signori.
Signora Gandolfa, sono fatte queste nozze?
GAND.
(Oh caro il mio vecchietto, non ho cuore d'abbandonarvi.
Vi voglio troppo bene, e se mi volete, io sposerò voi).
(piano a Pancrazio)
PANC.
Questa sera prenderò le pillole, e domani vi darò risposta.
FLOR.
Signora Rosaura, voi mi avete con ragione scacciato, ma non credeva che l'amor vostro potesse tutt'ad un tratto in odio cangiarsi.
ROS.
Ah signor Florindo, lo dico alla presenza del mio genitore: il labbro vi sprezza, ma il cuore ancor vi ama, e se potessi lusingarmi che foste per cambiar vita non sarei lontana dal ridonarvi la fede.
PANT.
Anca mi v'ho volesto ben, e ve ne vorria ancora se muessi vita, se lassessi el zogo.
FLOR.
Prometto al cielo, prometto a voi, di non giuocar mai più.
PANT.
Staremo a véder.
Un anno de tempo ve dago per far prova del vostro proponimento, e se sarè costante, mia fia sarà vostra muggier.
FLOR.
Voi mi consolate: che dice la signora Rosaura?
ROS.
Siatemi fedele, ed io non amerò altri che voi.
GAND.
Volete aspettare un anno a sposarvi? Nipote mia, i miei confetti si mangieranno prima dei vostri.
È egli vero, signor Pancrazio?
PANC.
Dopo le pillole, ci parleremo.
FLOR.
Chiedo nuovamente perdono alla mia cara Rosaura e all'amorosissimo signor Pantalone de' miei passati trascorsi.
Spero che in quest'anno vedrete il mio cambiamento, e quale sarà quest'anno, saranno in appresso tutti gli altri della mia vita.
Lascierò sicuramente il giuoco, giacché il giuoco è la fonte di tutti i vizi peggiori, e non si dà vita più miserabile al mondo di quella del Giuocatore vizioso.
Fine della Commedia.
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