IL GIUOCATORE, di Carlo Goldoni - pagina 2
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FLOR.
Oh, in quanto a questo poi, m'impegno che questi giuocatori li voglio spogliar tutti.
BRIGH.
Lustrissimo patron, no bisogna fidarse tanto della fortuna.
FLOR.
La fortuna mi vuol bene; fa a modo mio.
Anche l'anno passato averò vinto altri mille zecchini.
BRIGH.
Lo so benissimo; e la me permetta che diga, che so anca che la i ha spesi presto.
FLOR.
Benissimo, li ho spesi, e per questo? Denari vinti al giuoco si possono spendere allegramente.
BRIGH.
Za, quando i se vadagna, i se spende allegramente, e po co se perde, bisogna pagar, e s'intacca la cassa.
FLOR.
Oh via! Mi farete voi cattivo augurio? Sono un giuocator fortunato, ma sono anche un giuocatore che sa regolarsi, e vinco perché ho prudenza.
BRIGH.
Ma quel maledetto sette?
FLOR.
Oh quel sette, quel sette! Mai più tengo il sette.
BRIGH.
E l'altro zorno, che i l'ha sbancada do volte, che ponto avevela contrario?
FLOR.
L'altro giorno li avevo tutti contrari.
BRIGH.
Vedela, che no bisogna fidarse tanto della fortuna.
FLOR.
Oh, non mi state a seccare.
BRIGH.
No parlo più per cent'anni.
FLOR.
Tenete questi quattro zecchini, ve li dono per l'incomodo della notte.
BRIGH.
Grazie a vusustrissima.
FLOR.
Oggi voglio dar da desinare in casino.
BRIGH.
La sarà servida.
FLOR.
Ma voglio sia un desinare magnifico.
BRIGH.
Per quante persone?
FLOR.
Dieci, dodici, quattordici, e che so io.
BRIGH.
Quanti piatti?
FLOR.
Ora non ho volontà di discorrere, il sonno principia a molestarmi.
Per oggi fate voi da maestro di casa; spendete senza riguardo, ch'io pagherò.
BRIGH.
Benissimo, la lassa far a mi, che la sarà servida pulito.
FLOR.
Ho guadagnato, posso spendere.
Mandatemi il mio servitore Arlecchino.
BRIGH.
El dorme.
FLOR.
Svegliatelo, e fate che venga qui.
BRIGH.
E quei denari li portela via?
FLOR.
No; voglio meglio riscontrarli, e poi li consegnerò a voi.
Mandatemi Arlecchino.
(sbadiglia)
BRIGH.
(El casca dal sonno.
Nol pol più; el pol dormir quieto e senza travaggio, per el zogo el patisse.
Oh che bella vita!) (da sé, parte)
SCENA SECONDA
FLORINDO solo.
FLOR.
Vi sono dei zecchini che calano almeno sei o sette grani l'uno.
Li voglio separare, e metterli da parte.
(sbadigliando) Se perderò questi, saranno i primi.
Non posso tener gli occhi aperti.
Quattro e due sei.
Oh, questo è molto piccolo, sette e tre...
(insonnato) dieci...
Ora il sonno m'inquieta.
Dieci...
dieci...
e due...
dodici.
(s'addormenta sul tavolino)
SCENA TERZA
ARLECCHINO e detto.
ARL.
(Viene anch'egli assonnato) Gran vita miserabile xe questa, aver da servir un zogador, che fa patir la notte ai so poveri servitori.
Eccolo là, el dorme a st'ora quando i altri se leva dal letto.
Oh quanti bei quattrini su quel tavolin! Me vien squasi voia de far quel che non ho mai fatto.
Un per de quei zecchinetti i me darave la vita.
Me vôi provar.
Ma no vorave che el se desmissiasse.
(s'accosta bel bello, e fa diverse positure per osservare se dorme; allunga le mani, e Florindo dormendo si muove) Corpo de mi, el se sveia; ma nol se move più.
El s'averà insunià.
Pussibile che anca in sogno el me veda? Me vôi tornar a provar.
(torna ad accostarsi bel bello al tavolino.
Prende una manata di zecchini, li vuol nascondere, e non sa dove) Oh belli! oh cari! Veramente ghe n'è vegnù un po' troppi; ma no so cossa dir.
Quel che la sorte ha fatto, sia ben fatto.
Vorave sconderli, acciò nol me li trovasse, ma no so dove metterli.
Le scarselle le ho tutte rotte; i perderò.
Farò cussì, li metterò per adesso in te le scarpe; e po col tempo li logarò in qualche altro logo.
(li va mettendo nelle scarpe, ed in questo mentre Florindo si risveglia; Arlecchino s'intimorisce, e si lascia cadere due zecchini in terra.
Prestamente s'alza diritto, per non dar ombra al padrone, e col piede cuopre li due zecchini cadutigli)
FLOR.
Arlecchino, che cosa fai?
ARL.
Son qua pronto per servirla.
(senza muoversi dal suo posto)
FLOR.
Vieni qui; accostati, che ti ho da parlare.
ARL.
La parla pur.
La comandi che, grazie al cielo, ghe sento anca da lontan.
FLOR.
Ma voltati almeno verso di me, ascoltami.
ARL.
Son qua, l'ascolto.
(si volta un poco, senza levar il piede)
FLOR.
Io non ho volontà di alzar la voce.
Perché non ti avvicini qui al mio tavolino?
ARL.
Ghe dirò signor, mi son un omo assae delicato.
Gh'è quei denari sul tavolin.
Se m'accosto...
non vorria mai che se disesse...
basta, son un servitor onorato.
FLOR.
Eh, lascia queste scioccherie.
Accostati, dico.
ARL.
In verità, la prego a despensarme; la parla, la comandi, ma no me movo certo.
FLOR.
Che pazienza ci vuole con costui! Hai ragione che ho vinto.
Se avessi perso, ti bastonerei.
M'alzerò io, e verrò da vossignoria gentilissima.
(s'alza)
ARL.
La me farà una grazia singolarissima.
FLOR.
(Accostandosi ad Arlecchino) Vossignoria vada subito alla casa della signora Gandolfa, sorella del signor Pantalone de' Bisognosi.
Faccia sapere alla signora Rosaura, che io la riverisco, che desidero sapere come sta e mi porti subito la risposta.
ARL.
La sarà servida.
FLOR.
Animo, va subito a far quest'ambasciata.
ARL.
Adesso anderò.
Subito.
(si confonde per ragione delli due zecchini che tiene sotto il piede)
FLOR.
Ma fino che tu stai lì, non vai.
ARL.
È verissimo.
FLOR.
Dunque parti.
ARL.
Partirò.
FLOR.
Va subito.
ARL.
Adessadesso.
FLOR.
Va ora, che ti venga il malanno.
(gli dà una spinta, lo fa muovere, e vede in terra li due zecchini)
ARL.
(Timoroso per la scoperta)
FLOR.
Amico, quei due zecchini come si trovano lì?
ARL.
Mi no so niente da galantomo.
FLOR.
Ora capisco, perché non ti potevi muovere.
ARL.
Adesso la capisso anca mi; siccome la calamita tira el ferro, quell'oro el me tirava in t'una maniera che no me podeva mover de là.
FLOR.
Bravo, spiritoso! Briccone, dammi que' due zecchini.
ARL.
Oh! un signor della so sorte, che ha tanti bei zecchini su quel tavolin, el se degna d'una freddura che se trova in terra?
FLOR.
Dammeli, temerario.
ARL.
Ah! pazenzia.
(li leva da terra, e glieli dà)
FLOR.
(Finalmente ho vinto, posso anche usare una generosità con costui, che per me ha patito la notte.
Questi due zecchini mi saranno caduti in terra).
(da sé) Tieni.
(ad Arlecchino, dandogli i due zecchini)
ARL.
A mi?
FLOR.
Sì, a te.
Tieni.
ARL.
Cossa comandela che ghe ne fazza? (prendendoli)
FLOR.
Te li dono.
ARL.
Grazie alla so bontà.
La me li dona veramente?
FLOR.
Sì.
Acciò che tu sii attento e fedele.
ARL.
L'osserva.
Per non saver dove metterli, i metto drento de sta scarpa.
FLOR.
Non hai tasche da metterli?
ARL.
Le son tutte rotte, li metto qua per no perderli.
La favorissa.
Me donela veramente i zecchini, che ho messi drento de sta scarpa?
FLOR.
Sì.
Te li dono.
ARL.
Tutti?
FLOR.
Tutti.
ARL.
Grazie.
(Cussì sti zecchini poderò dir che el me li ha donadi, e che no i ho robadi).
(da sé, parte)
SCENA QUARTA
FLORINDO solo, che passeggia alquanto senza parlare, poi dice.
FLOR.
Ah quel sette, quel sette! Ecco qui, se non era quel sette, avrei questo tavolino pieno d'oro.
Ma quello che non ho fatto, lo farò.
Se arrivo a vincere diecimila zecchini, non giuoco più.
Dieci mila zecchini impiegarli al quattro per cento, fanno una rendita di quattrocento zecchini l'anno.
Ma che cosa sono quattrocento zecchini? Ottocento filippi; una minuzia.
Colla mia fortuna, colla mia buona regola posso vincere altro! Non potrei vincere trentamila zecchini? Centomila zecchini? Sì, facilmente.
Mettiamo solamente ch'io vinca un giorno per l'altro cento zecchini il giorno, in un anno sono più di trentaseimila zecchini, ma dei giorni vincerò altro che cento zecchini! Basta; in un anno io mi posso far ricco.
Voglio comprar un feudo, voglio acquistarmi un titolo, voglio fabbricar un palazzo magnifico e ammobiliarlo all'ultimo gusto; voglio farmi correr dietro tutte le femmine della città.
Giuoco da uomo, conosco il mio quarto d'ora, ed è impossibile che a lungo andare io non vinca.
SCENA QUINTA
BRIGHELLA e detto.
BRIGH.
Illustrissimo.
FLOR.
Che c'è, caro Brighella?
BRIGH.
Una maschera domanda de ella.
FLOR.
Una maschera? Vuol giuocare?
BRIGH.
L'è una maschera donna.
FLOR.
Donna? È sola?
BRIGH.
Veramente le son do: ma credo che una sia la padrona e l'altra la serva.
FLOR.
Chi diavolo possono essere?
BRIGH.
Mi credo che la sia la signora Rosaura colla so camariera.
FLOR.
Bisognava dirle ch'io non ci sono.
BRIGH.
Mo perché? No ela una, che ha da esser so muier?
FLOR.
Sì, e per questo non voleva che mi ritrovasse al casino.
BRIGH.
Za tutti sa che el zoga.
Nol se pol sconder.
FLOR.
Mah! Mi par impossibile che sia la signora Rosaura; a quest'ora in maschera una figlia savia e civile? Sua zia, alla quale l'ha data in custodia il signor Pantalone suo padre, non lo permetterebbe assolutissimamente.
Può esser che sia la signora Beatrice.
BRIGH.
Chi ela mo sta siora Beatrice?
FLOR.
Non la conoscete?
BRIGH.
Mi no, da galantomo.
FLOR.
È quella virtuosa di musica, che è venuta a cantare nell'opera tre anni sono, e a mio riguardo ha tralasciata la professione.
BRIGH.
Ah, l'è quella che ho sentido a dir tante volte che in tre anni averà costà a vusustrissima più de diesemille ducati.
FLOR.
Se ho speso qualche cosa per lei, l'ho fatto perché è una donna assai propria.
BRIGH.
Sento a chiamar; sarà le maschere.
Vólela che le fazza vegnir?
FLOR.
Fatele venire.
Vedremo chi sono.
BRIGH.
Vólela lassar quei bezzi sul tavolin?
FLOR.
No, tenete.
Questi cinquecento zecchini, in queste due borse, riponeteli; questi dugento li terrò io in tasca.
BRIGH.
Quelli la li vol perder.
FLOR.
Oh, questi hanno a servire per uccel da richiamo.
Con questi dugento zecchini non passano tre mesi che ne faccio almen trentamila.
BRIGH.
El ciel ghe daga la grazia; ma la guarda ben...
FLOR.
Non mi fate cattivo augurio.
BRIGH.
Oh, no digo gnente.
(Castelli in aria).
(da sé, parte)
SCENA SESTA
FLORINDO solo.
FLOR.
M'impegnerei con dieci zecchini farmi ricco in brevissimo tempo.
Basta andar sotto un banco grosso.
Metter quattro soli zecchini.
Fante a quattro zecchini; se me lo dà, paroli; subito paroli sono quattro, e quattro otto, e quattro dodici.
Sulla seconda tutti ventidue e paroli; ma no, è troppo; alla pace, alla pace.
Sì, alla pace, sono ventidue e ventidue quarantaquattro, e dodici cinquantasei.
Sul terzo punto venti zecchini; e se me lo dà, e se il punto è in fortuna, tutti sul quarto taglio.
Ma se me lo tiene? Oh, non lo può tenere; dice il proverbio: Si tertia venerit, de quarta non dubitabis.
Sono regole infallibili.
SCENA SETTIMA
ROSAURA e COLOMBINA mascherate, e detto.
ROS.
Si può riverire il signor Florindo? (si smaschera)
FLOR.
Oh signora Rosaura, voi qui? E chi è quell'altra maschera?
COL.
Colombina, per servirla.
(si smaschera)
FLOR.
Ma come a quest'ora? Che favori sono questi?
ROS.
Sono tre giorni che da me non vi lasciate vedere, ed io, impaziente di rivedervi, vengo in traccia di voi.
COL.
Guardate se è buona la mia padrona.
Correr dietro ad un uomo! Se si principiasse a usare questa bella moda, povere noi! Oh sì, che si metterebbero gli uomini in una maledetta superbia.
FLOR.
Signora Rosaura, io vi ringrazio infinitamente della bontà che avete per me, ma come avete fatto a uscir di casa a quest'ora?
ROS.
Ho detto a mia zia, che andar voleva a visitare stamane una sua figliuola maritata, ed ella mi ha data la permissione di uscire, e di andar a mio bell'agio con Colombina.
COL.
Signor sì, sotto la custodia mia.
Di me si possono fidare, perché sanno che donna prudente ch'io sono.
ROS.
Mia zia mi vuol bene, e sapete che vuol bene anche voi.
Ella ha penato in questi tre giorni, egualmente che io.
Vi nomina a ogni momento, e mi fa piangere sempre più.
FLOR.
Povera signora Gandolfa! È una vecchia di buon cuore.
COL.
Io credo sia innamorata di voi, più di sua nipote.
FLOR.
Fatemi la finezza d'accomodarvi.
(siedono)
ROS.
Crudele! Star tre giorni senza venirmi a vedere!
FLOR.
Credetemi, non ho potuto venire.
ROS.
Ma per che causa?
FLOR.
Gli affari miei me lo hanno impedito.
ROS.
Caro signor Florindo, possibile che non vogliate lasciar il giuoco?
FLOR.
Oh, l'ho lasciato, non giuoco più.
ROS.
Mi è stato detto che tutta la scorsa notte avete giuocato.
FLOR.
Ah! è stato un impegno.
Ma sentite, ho guadagnato cinquecento zecchini; ma zitto, che nol sappia nessuno.
COL.
Capperi! cinquecento zecchini?
ROS.
Godo della vostra fortuna, ma non vorrei che giuocaste più.
FLOR.
Oh, certamente non giuoco più.
COL.
Orsù, la mia padrona è venuta qui per bere la cioccolata.
ROS.
Oh, non badate...
FLOR.
Sì, volentieri, subito.
Ehi...
(chiama)
COL.
Lasciate, lasciate, anderò a ordinarla io.
ROS.
Io non voglio cioccolata.
COL.
Se non la volete voi, la beverò io.
(parte)
SCENA OTTAVA
ROSAURA e FLORINDO
ROS.
Caro Florindo, mi parete di poco buon umore.
FLOR.
No, anzi son allegro, ho vinto cinquecento zecchini.
ROS.
Ma averete patito la mala notte; siete un poco pallido, siete abbattuto.
FLOR.
Oibò, non è vero.
(sbadiglia)
ROS.
Voi avete sonno.
FLOR.
No davvero.
Prendiamo il tabacco.
(prende il tabacco, e ne dà a Rosaura)
ROS.
Buono assai questo rapè.
FLOR.
Tenete.
(le dà la scatola)
ROS.
No, vi ringrazio.
FLOR.
Tenete, vi dico.
ROS.
Non ve ne private voi.
FLOR.
Oh, che a me non mancano scatole.
Ne ho ordinate due d'oro; ne darò una a voi.
(sbadiglia)
ROS.
Vi ringrazio; la prendo perché ho da essere vostra sposa; ma quando si concluderanno queste nozze?
FLOR.
Presto.
(sbadiglia)
ROS.
Voi avete sonno.
FLOR.
No.
(strofinandosi gli occhi)
ROS.
Mio padre bramerebbe due cose.
La prima, che voi lasciaste il giuoco; la seconda, che si stabilisse il nostro matrimonio.
FLOR.
Sì, si stabilirà.
(appoggiandosi al tavolino)
ROS.
E il giuoco lo lascerete?
FLOR.
Sì.
(si va addormentando)
ROS.
Voi siete un giovane pieno d'ottime qualità, ma credetemi che il giuoco vi rovina.
Tutti dicono che non abbadate alla vostra casa, che trascurate i vostri interessi, che perdete i denari ed il tempo, ed io certamente per causa del giuoco non posso lodarmi di voi...
Signor Florindo...
Oh meschina me! Si è addormentato.
Poverino! Non avrà dormito la notte, non ho cuore di risvegliarlo.
FLOR.
Sette.
Non va altro.
(dormendo e sognandosi)
ROS.
Egli sogna.
FLOR.
Sette, no, no.
(come sopra)
ROS.
Anche dormendo il giuoco lo tormenta.
SCENA NONA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signor...
ROS.
Zitto.
(sottovoce a Brighella)
BRIGH.
Cossa vol dir? (sottovoce)
ROS.
Florindo dorme.
Poverino, non lo svegliate.
BRIGH.
E pur bisognerà desmissiarlo.
ROS.
Per qual causa?
BRIGH.
Per causa soa de ella.
Ho visto dal balcon vegnir verso de sto casin sior Pantalon so sior padre.
Se el vien qua e che el la trova, la vede che desordene.
ROS.
Oh povera me! Se mi trova, sono perduta.
BRIGH.
Desmissiemolo.
ROS.
No, no, lasciatelo dormire.
Io partirò.
E Colombina dov'è?
BRIGH.
In camera de mia muier.
ROS.
Presto, presto, vado via.
Se l'incontro colla maschera, non mi conoscerà.
BRIGH.
No la vol desmissiar sior Florindo?
ROS.
No, non vi è tempo da perdere.
Salutatelo da parte mia, e ditegli che, se mi vuol bene, venga da mia zia a ritrovarmi.
(si pone la maschera, e parte)
BRIGH.
Che putte de garbo! A torzio in maschera a trovar i morosi? Sior Pantalon crede de averla messa in seguro a metterla in casa d'una so zia, ma al dì d'ancuo le zie le son troppo caritatevoli per le ragazze.
SCENA DECIMA
BEATRICE mascherata, e detti.
BRIGH.
Come! Un'altra maschera?
BEAT.
Galantuomo.
BRIGH.
Signora?
BEAT.
Dov'è il signor Florindo?
BRIGH.
Eccolo là che el dorme.
BEAT.
Non ha dormito la scorsa notte?
BRIGH.
Oh, la se figura! L'ha studià tutta la notte.
BEAT.
Come ha studiato?
BRIGH.
Tutta la notte colle carte in man.
BEAT.
E chi è quella maschera, che ora è partita da questa camera?
BRIGH.
Mi no so gnente.
BEAT.
Non sapete nulla? Mi maraviglio di voi, che tenete mano a questa sorta di contrabbandi.
BRIGH.
Mi son un omo onorato, e quando la vol che ghe diga la verità, ghe la dirò, che no me ne importa un bezzo.
Chi no vol che le se sappia, no le ha da far.
Quella l'era una tal siora Rosaura Bisognosi, promessa co sior Florindo per muier.
BEAT.
Promessa in moglie a Florindo?
BRIGH.
Senz'altro; l'è cussì.
BEAT.
(Ah traditore! Mi tiene nella speranza di sposarmi e poi m'inganna?) (da sé)
BRIGH.
I me chiama.
Bisogna che vaga; comandela andar ancor ella?
BEAT.
Voglio parlar con Florindo.
BRIGH.
Poverazzo! La lo lassa un poco dormir.
BEAT.
Sì, lo lascierò dormire.
Aspetterò che si svegli.
BRIGH.
Se vien zente, no sta ben.
BEAT.
Se verrà gente, me n'anderò.
BRIGH.
No vorria che vegnisse sior Pantalon; anderò a veder, e se el vegnirà, l'avviserò.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
BEATRICE e FLORINDO che dorme.
BEAT.
Anima scellerata! Così mi manca di fede? Meriterebbe che io lo facessi passar dal sonno alla morte.
Ah, che ancor l'amo, ancor non posso credere ch'ei mi tradisca.
Mi ha promesso, mi ha giurato.
Voglio attendere ch'ei si risvegli, e mostrando non saper nulla, ricavare con arte da lui medesimo la verità.
(siede)
SCENA DODICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signora, la vada via.
BEAT.
Perché?
BRIGH.
L'è qua el socero de sior Florindo.
BEAT.
Il suocero?
BRIGH.
Signora sì: quello che ha da esser so socero.
BEAT.
Ah traditore! Non vo' scoprirmi.
BRIGH.
Sior Florindo, la se sveia.
FLOR.
I miei denari, i miei denari.
(svegliandosi)
BRIGH.
Cossa è stà?
FLOR.
Oimè, i miei denari.
BRIGH.
Coss'è, s'insonielo?
FLOR.
Sì, mi pareva che mi avessero sbancato, mi portavano via li denari.
BRIGH.
La se desmissia, che vien el sior Pantalon.
FLOR.
Il signor Pantalone?
BRIGH.
Sior sì, la destriga sta maschera, che intanto procurerò de trattegnirlo.
(parte)
FLOR.
Presto, non sentite che è qui vostro padre? Ritiratevi in quella camera.
(a Beatrice, credendola Rosaura)
BEAT.
(L'indegno non mi conosce).
(da sé)
FLOR.
Sì, mia cara Rosaura, nascondetevi.
Eccolo ch'egli viene.
BEAT.
(Lo seconderò, per meglio rilevare la verità).
(la chiude in una camera)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE e FLORINDO
PANT.
(Olà? Zogo e macchina? Ho trovà un bon zenero).
(da sé) Servitor obbligatissimo, mio patron.
FLOR.
Riverisco umilmente il signor Pantalone.
PANT.
Chi la vol trovar, bisogna vegnir al casin.
FLOR.
Perché? Io son qui per accidente.
PANT.
Xe tre zorni, che a casa soa no i la vede.
FLOR.
Sono stato in campagna.
PANT.
In campagna? A mi me xe stà dito che l'è stà sempre al casin, e che l'ha zogà zorno e notte, e che l'ha vadagnà per disgrazia una bona somma de zecchini.
FLOR.
Hanno detto male, non è vero; e poi non so chi sieno questi graziosi che misurano i miei passi, e vogliono entrare ne' fatti miei.
PANT.
Zente che ghe vol ben, zente alla qual preme la so reputazion, e ghe despiase che per causa del zogo el se rovina cussì miseramente.
FLOR.
Ma io non giuoco più.
PANT.
La senta, sior Florindo, mi son un omo che parla schietto, e no son capace né de simular, né de adular.
Ella m'ha fatto domandar mia fia, ho avudo qualche difficoltà a dir de sì, no per la so casa, che la stimo e la venero infinitamente, ma per causa del so zogar.
I nostri amici comuni, che ha trattà con mi per sto matrimonio, i m'ha assicurà che l'ha lassà assolutamente el zogo, e mi su sto riflesso me son lassà indur a sottoscriver el contratto, e a darghe mia fia, e a darghe quindesemille ducati de dota.
Sta mattina per el fresco me xe stà dito: sior Florindo zoga, sior Florindo fa la so vita al casin, sior Florindo xe tornà quel che el giera.
Mi non ho volesto cercar i amici, mi non ho volesto parlar co nissun.
Vegno da ella a drettura, e ghe digo che son seguro che l'ha zogà, che non occorre sconderse e dir de no; e che se el gh'ha intenzion de seguitar a zogar, strazzeremo el contratto, e mia fia no la voggio precipitar, e i mi bezzi no li voggio buttar via.
FLOR.
Signor Pantalone, anch'io son uomo sincero, e voglio dirvi la verità.
Questa notte ho giocato, ma vi prometto che non gioco mai più.
PANT.
Ste promesse, ste promesse la le ha fatte a centenera de volte, e sempre semo tornai da capo.
El vizio xe in te le vissere; e nol se pol lassar, e se dise colla bocca no zogherò più, ma nol se dise col cuor.
Za dei bezzi de zogo no se ghe ne cava costrutto; come che i vien, i va.
Co se guadagna, i se butta via; co se perde, se suspira.
I se tien per moltiplicarli, e in t'una sentada i se destruze.
Quel che se guadagna in diese volte, se perde in una, e le vincite che fa i zogadori, le xe pezo assae delle perdite; perché le perdite le serve per disingannarli, e le vincite le serve per allettarli, per lusingarli e per incantarli sul zogo.
Questo xe el destin solito dei zogadori: sempre inquieti, colla testa sempre confusa, pieni de speranze e pieni de vizi.
Collerichi, bestemmiadori, odiosi co i venze, ridicoli co i perde senza amici, circondai da stoccadori e da magnoni, negligenti, malinconici, malsani, e finalmente distruttori della so casa e traditori de se stessi, del proprio sangue e della propria fameggia.
FLOR.
Signor Pantalone, voi mi avete atterrito.
Voi mi avete posto dinanzi agli occhi uno specchio, in cui vedo chiaramente lo stato miserabile del giuocatore.
Vi protesto di non giuocar mai più; ora vi consegno li cinquecento zecchini, e non giuoco certamente mai più.
PANT.
Voggia el cielo che el diga la verità.
Se el lo farà sarà meggio per ello.
FLOR.
Mi preme infinitamente la vostra buona grazia e quella della mia cara sposa.
PANT.
A proposito della sposa.
Sior Florindo caro, vegnimo a un altro tomo.
Sè promesso con mia fia, disè de volerghe ben, la ve preme, e po tendè a delle frasche? Ve devertì colle donne al casin? Me maraveggio dei fatti vostri.
Zogo e donne? Do bone prerogative per un putto che se vol maridar.
El zogo xe mal, eppur me vorria lusingar, che volendo ben a mia fia, per amor lo lassessi, ma co gh'avè pratiche, a mia fia no ghe volè ben.
Sè un busiaro, sè un cabalon, sè un omo scavezzo che no farà mai ben; e mi ve digo a averta ciera, che mia fia no xe più per vu.
FLOR.
Ah signor Pantalone, voi mi avete in cattivo concetto, eppure non sono qual vi credete.
PANT.
Cossa me vorressi dar da intender? Non ho visto mi coi mi occhi a sconder una donna in quella camera? Neghemelo, se podè.
FLOR.
Non lo posso negare.
PANT.
Donca sè un discolo, un cabalon.
FLOR.
Se sapeste chi è quella maschera, non direste così.
PANT.
Via, chi xela?
FLOR.
Non lo posso dire.
PANT.
Perché sè un busiaro.
FLOR.
Voi m'incolpate a torto.
PANT.
Povero fantolin! Metteghe el deo in bocca.
Poveretto! A mi no se me struccola zeole in ti occhi, avè sconto la macchina.
Godevela, e mi strazzo el contratto, e no ve voggio più cognosser gnanca per prossimo.
FLOR.
Signor Pantalone, vi prego per amor del cielo.
PANT.
Cossa me pregheu? Che ve tegna terzo a rovinar mia fia?
FLOR.
Se non temessi la vostra collera, vi svelerei un arcano.
PANT.
Coss'è? Qualche panchiana?
FLOR.
Mi promettete da uomo d'onore di non andare in collera, se vi dico la verità?
PANT.
Via, se me disè la verità, ve prometto non andar in collera.
FLOR.
Giuratelo.
PANT.
Zuro da omo onorato.
FLOR.
Caro signor Pantalone, compatite un piccolo trasporto d'amore: quella maschera che è là dentro, è la signora Rosaura vostra figlia.
PANT.
Mia fia? (alterato)
FLOR.
Avete giurato di non andar in collera.
PANT.
Come xela qua sta desgraziada?
FLOR.
Sono tre giorni che non mi vede.
È venuta per un momento con la cameriera.
In quel punto siete arrivato voi, e la povera giovine per timor si è nascosta.
PANT.
Ah frasconazza! Ma stimo mia sorella lassarla vegnir.
FLOR.
Signor Pantalone, avete promesso non andar in collera.
PANT.
Sentì; me la lasso passar, perché l'ha da esser vostra muggier; ma che no la fazza mai più de ste cosse.
E vu no ghe dè motivo de farle; lassè el zogo e voggièghe ben.
FLOR.
Oh, lo lascio assolutamente.
PANT.
Fèla vegnir qua.
FLOR.
Siete in collera?
PANT.
Sior no.
FLOR.
Le griderete?
PANT.
Sior no.
FLOR.
Avvertite.
PANT.
Via, manco chiaccole, fèla vegnir qua.
FLOR.
Compatitela.
Ora la faccio venire.
(va alla camera)
PANT.
Vardè quella cara mia sorella.
Credeva averla messa in t'un retiro, la sta retirada come va.
La vôi tor colle bone e po a casa ghe dirò le parole.
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE mascherata, condotta da FLORINDO, e detto.
FLOR.
Via, signora Rosaura, fatevi animo.
Il vostro signor padre no
...
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