IL GIUOCATORE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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FLOR.
Ah! è stato un impegno.
Ma sentite, ho guadagnato cinquecento zecchini; ma zitto, che nol sappia nessuno.
COL.
Capperi! cinquecento zecchini?
ROS.
Godo della vostra fortuna, ma non vorrei che giuocaste più.
FLOR.
Oh, certamente non giuoco più.
COL.
Orsù, la mia padrona è venuta qui per bere la cioccolata.
ROS.
Oh, non badate...
FLOR.
Sì, volentieri, subito.
Ehi...
(chiama)
COL.
Lasciate, lasciate, anderò a ordinarla io.
ROS.
Io non voglio cioccolata.
COL.
Se non la volete voi, la beverò io.
(parte)
SCENA OTTAVA
ROSAURA e FLORINDO
ROS.
Caro Florindo, mi parete di poco buon umore.
FLOR.
No, anzi son allegro, ho vinto cinquecento zecchini.
ROS.
Ma averete patito la mala notte; siete un poco pallido, siete abbattuto.
FLOR.
Oibò, non è vero.
(sbadiglia)
ROS.
Voi avete sonno.
FLOR.
No davvero.
Prendiamo il tabacco.
(prende il tabacco, e ne dà a Rosaura)
ROS.
Buono assai questo rapè.
FLOR.
Tenete.
(le dà la scatola)
ROS.
No, vi ringrazio.
FLOR.
Tenete, vi dico.
ROS.
Non ve ne private voi.
FLOR.
Oh, che a me non mancano scatole.
Ne ho ordinate due d'oro; ne darò una a voi.
(sbadiglia)
ROS.
Vi ringrazio; la prendo perché ho da essere vostra sposa; ma quando si concluderanno queste nozze?
FLOR.
Presto.
(sbadiglia)
ROS.
Voi avete sonno.
FLOR.
No.
(strofinandosi gli occhi)
ROS.
Mio padre bramerebbe due cose.
La prima, che voi lasciaste il giuoco; la seconda, che si stabilisse il nostro matrimonio.
FLOR.
Sì, si stabilirà.
(appoggiandosi al tavolino)
ROS.
E il giuoco lo lascerete?
FLOR.
Sì.
(si va addormentando)
ROS.
Voi siete un giovane pieno d'ottime qualità, ma credetemi che il giuoco vi rovina.
Tutti dicono che non abbadate alla vostra casa, che trascurate i vostri interessi, che perdete i denari ed il tempo, ed io certamente per causa del giuoco non posso lodarmi di voi...
Signor Florindo...
Oh meschina me! Si è addormentato.
Poverino! Non avrà dormito la notte, non ho cuore di risvegliarlo.
FLOR.
Sette.
Non va altro.
(dormendo e sognandosi)
ROS.
Egli sogna.
FLOR.
Sette, no, no.
(come sopra)
ROS.
Anche dormendo il giuoco lo tormenta.
SCENA NONA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signor...
ROS.
Zitto.
(sottovoce a Brighella)
BRIGH.
Cossa vol dir? (sottovoce)
ROS.
Florindo dorme.
Poverino, non lo svegliate.
BRIGH.
E pur bisognerà desmissiarlo.
ROS.
Per qual causa?
BRIGH.
Per causa soa de ella.
Ho visto dal balcon vegnir verso de sto casin sior Pantalon so sior padre.
Se el vien qua e che el la trova, la vede che desordene.
ROS.
Oh povera me! Se mi trova, sono perduta.
BRIGH.
Desmissiemolo.
ROS.
No, no, lasciatelo dormire.
Io partirò.
E Colombina dov'è?
BRIGH.
In camera de mia muier.
ROS.
Presto, presto, vado via.
Se l'incontro colla maschera, non mi conoscerà.
BRIGH.
No la vol desmissiar sior Florindo?
ROS.
No, non vi è tempo da perdere.
Salutatelo da parte mia, e ditegli che, se mi vuol bene, venga da mia zia a ritrovarmi.
(si pone la maschera, e parte)
BRIGH.
Che putte de garbo! A torzio in maschera a trovar i morosi? Sior Pantalon crede de averla messa in seguro a metterla in casa d'una so zia, ma al dì d'ancuo le zie le son troppo caritatevoli per le ragazze.
SCENA DECIMA
BEATRICE mascherata, e detti.
BRIGH.
Come! Un'altra maschera?
BEAT.
Galantuomo.
BRIGH.
Signora?
BEAT.
Dov'è il signor Florindo?
BRIGH.
Eccolo là che el dorme.
BEAT.
Non ha dormito la scorsa notte?
BRIGH.
Oh, la se figura! L'ha studià tutta la notte.
BEAT.
Come ha studiato?
BRIGH.
Tutta la notte colle carte in man.
BEAT.
E chi è quella maschera, che ora è partita da questa camera?
BRIGH.
Mi no so gnente.
BEAT.
Non sapete nulla? Mi maraviglio di voi, che tenete mano a questa sorta di contrabbandi.
BRIGH.
Mi son un omo onorato, e quando la vol che ghe diga la verità, ghe la dirò, che no me ne importa un bezzo.
Chi no vol che le se sappia, no le ha da far.
Quella l'era una tal siora Rosaura Bisognosi, promessa co sior Florindo per muier.
BEAT.
Promessa in moglie a Florindo?
BRIGH.
Senz'altro; l'è cussì.
BEAT.
(Ah traditore! Mi tiene nella speranza di sposarmi e poi m'inganna?) (da sé)
BRIGH.
I me chiama.
Bisogna che vaga; comandela andar ancor ella?
BEAT.
Voglio parlar con Florindo.
BRIGH.
Poverazzo! La lo lassa un poco dormir.
BEAT.
Sì, lo lascierò dormire.
Aspetterò che si svegli.
BRIGH.
Se vien zente, no sta ben.
BEAT.
Se verrà gente, me n'anderò.
BRIGH.
No vorria che vegnisse sior Pantalon; anderò a veder, e se el vegnirà, l'avviserò.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
BEATRICE e FLORINDO che dorme.
BEAT.
Anima scellerata! Così mi manca di fede? Meriterebbe che io lo facessi passar dal sonno alla morte.
Ah, che ancor l'amo, ancor non posso credere ch'ei mi tradisca.
Mi ha promesso, mi ha giurato.
Voglio attendere ch'ei si risvegli, e mostrando non saper nulla, ricavare con arte da lui medesimo la verità.
(siede)
SCENA DODICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signora, la vada via.
BEAT.
Perché?
BRIGH.
L'è qua el socero de sior Florindo.
BEAT.
Il suocero?
BRIGH.
Signora sì: quello che ha da esser so socero.
BEAT.
Ah traditore! Non vo' scoprirmi.
BRIGH.
Sior Florindo, la se sveia.
FLOR.
I miei denari, i miei denari.
(svegliandosi)
BRIGH.
Cossa è stà?
FLOR.
Oimè, i miei denari.
BRIGH.
Coss'è, s'insonielo?
FLOR.
Sì, mi pareva che mi avessero sbancato, mi portavano via li denari.
BRIGH.
La se desmissia, che vien el sior Pantalon.
FLOR.
Il signor Pantalone?
BRIGH.
Sior sì, la destriga sta maschera, che intanto procurerò de trattegnirlo.
(parte)
FLOR.
Presto, non sentite che è qui vostro padre? Ritiratevi in quella camera.
(a Beatrice, credendola Rosaura)
BEAT.
(L'indegno non mi conosce).
(da sé)
FLOR.
Sì, mia cara Rosaura, nascondetevi.
Eccolo ch'egli viene.
BEAT.
(Lo seconderò, per meglio rilevare la verità).
(la chiude in una camera)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE e FLORINDO
PANT.
(Olà? Zogo e macchina? Ho trovà un bon zenero).
(da sé) Servitor obbligatissimo, mio patron.
FLOR.
Riverisco umilmente il signor Pantalone.
PANT.
Chi la vol trovar, bisogna vegnir al casin.
FLOR.
Perché? Io son qui per accidente.
PANT.
Xe tre zorni, che a casa soa no i la vede.
FLOR.
Sono stato in campagna.
PANT.
In campagna? A mi me xe stà dito che l'è stà sempre al casin, e che l'ha zogà zorno e notte, e che l'ha vadagnà per disgrazia una bona somma de zecchini.
FLOR.
Hanno detto male, non è vero; e poi non so chi sieno questi graziosi che misurano i miei passi, e vogliono entrare ne' fatti miei.
PANT.
Zente che ghe vol ben, zente alla qual preme la so reputazion, e ghe despiase che per causa del zogo el se rovina cussì miseramente.
FLOR.
Ma io non giuoco più.
PANT.
La senta, sior Florindo, mi son un omo che parla schietto, e no son capace né de simular, né de adular.
Ella m'ha fatto domandar mia fia, ho avudo qualche difficoltà a dir de sì, no per la so casa, che la stimo e la venero infinitamente, ma per causa del so zogar.
I nostri amici comuni, che ha trattà con mi per sto matrimonio, i m'ha assicurà che l'ha lassà assolutamente el zogo, e mi su sto riflesso me son lassà indur a sottoscriver el contratto, e a darghe mia fia, e a darghe quindesemille ducati de dota.
Sta mattina per el fresco me xe stà dito: sior Florindo zoga, sior Florindo fa la so vita al casin, sior Florindo xe tornà quel che el giera.
Mi non ho volesto cercar i amici, mi non ho volesto parlar co nissun.
Vegno da ella a drettura, e ghe digo che son seguro che l'ha zogà, che non occorre sconderse e dir de no; e che se el gh'ha intenzion de seguitar a zogar, strazzeremo el contratto, e mia fia no la voggio precipitar, e i mi bezzi no li voggio buttar via.
FLOR.
Signor Pantalone, anch'io son uomo sincero, e voglio dirvi la verità.
Questa notte ho giocato, ma vi prometto che non gioco mai più.
PANT.
Ste promesse, ste promesse la le ha fatte a centenera de volte, e sempre semo tornai da capo.
El vizio xe in te le vissere; e nol se pol lassar, e se dise colla bocca no zogherò più, ma nol se dise col cuor.
Za dei bezzi de zogo no se ghe ne cava costrutto; come che i vien, i va.
Co se guadagna, i se butta via; co se perde, se suspira.
I se tien per moltiplicarli, e in t'una sentada i se destruze.
Quel che se guadagna in diese volte, se perde in una, e le vincite che fa i zogadori, le xe pezo assae delle perdite; perché le perdite le serve per disingannarli, e le vincite le serve per allettarli, per lusingarli e per incantarli sul zogo.
Questo xe el destin solito dei zogadori: sempre inquieti, colla testa sempre confusa, pieni de speranze e pieni de vizi.
Collerichi, bestemmiadori, odiosi co i venze, ridicoli co i perde senza amici, circondai da stoccadori e da magnoni, negligenti, malinconici, malsani, e finalmente distruttori della so casa e traditori de se stessi, del proprio sangue e della propria fameggia.
FLOR.
Signor Pantalone, voi mi avete atterrito.
Voi mi avete posto dinanzi agli occhi uno specchio, in cui vedo chiaramente lo stato miserabile del giuocatore.
Vi protesto di non giuocar mai più; ora vi consegno li cinquecento zecchini, e non giuoco certamente mai più.
PANT.
Voggia el cielo che el diga la verità.
Se el lo farà sarà meggio per ello.
FLOR.
Mi preme infinitamente la vostra buona grazia e quella della mia cara sposa.
PANT.
A proposito della sposa.
Sior Florindo caro, vegnimo a un altro tomo.
Sè promesso con mia fia, disè de volerghe ben, la ve preme, e po tendè a delle frasche? Ve devertì colle donne al casin? Me maraveggio dei fatti vostri.
Zogo e donne? Do bone prerogative per un putto che se vol maridar.
El zogo xe mal, eppur me vorria lusingar, che volendo ben a mia fia, per amor lo lassessi, ma co gh'avè pratiche, a mia fia no ghe volè ben.
Sè un busiaro, sè un cabalon, sè un omo scavezzo che no farà mai ben; e mi ve digo a averta ciera, che mia fia no xe più per vu.
FLOR.
Ah signor Pantalone, voi mi avete in cattivo concetto, eppure non sono qual vi credete.
PANT.
Cossa me vorressi dar da intender? Non ho visto mi coi mi occhi a sconder una donna in quella camera? Neghemelo, se podè.
FLOR.
Non lo posso negare.
PANT.
Donca sè un discolo, un cabalon.
FLOR.
Se sapeste chi è quella maschera, non direste così.
PANT.
Via, chi xela?
FLOR.
Non lo posso dire.
PANT.
Perché sè un busiaro.
FLOR.
Voi m'incolpate a torto.
PANT.
Povero fantolin! Metteghe el deo in bocca.
Poveretto! A mi no se me struccola zeole in ti occhi, avè sconto la macchina.
Godevela, e mi strazzo el contratto, e no ve voggio più cognosser gnanca per prossimo.
FLOR.
Signor Pantalone, vi prego per amor del cielo.
PANT.
Cossa me pregheu? Che ve tegna terzo a rovinar mia fia?
FLOR.
Se non temessi la vostra collera, vi svelerei un arcano.
PANT.
Coss'è? Qualche panchiana?
FLOR.
Mi promettete da uomo d'onore di non andare in collera, se vi dico la verità?
PANT.
Via, se me disè la verità, ve prometto non andar in collera.
FLOR.
Giuratelo.
PANT.
Zuro da omo onorato.
FLOR.
Caro signor Pantalone, compatite un piccolo trasporto d'amore: quella maschera che è là dentro, è la signora Rosaura vostra figlia.
PANT.
Mia fia? (alterato)
FLOR.
Avete giurato di non andar in collera.
PANT.
Come xela qua sta desgraziada?
FLOR.
Sono tre giorni che non mi vede.
È venuta per un momento con la cameriera.
In quel punto siete arrivato voi, e la povera giovine per timor si è nascosta.
PANT.
Ah frasconazza! Ma stimo mia sorella lassarla vegnir.
FLOR.
Signor Pantalone, avete promesso non andar in collera.
PANT.
Sentì; me la lasso passar, perché l'ha da esser vostra muggier; ma che no la fazza mai più de ste cosse.
E vu no ghe dè motivo de farle; lassè el zogo e voggièghe ben.
FLOR.
Oh, lo lascio assolutamente.
PANT.
Fèla vegnir qua.
FLOR.
Siete in collera?
PANT.
Sior no.
FLOR.
Le griderete?
PANT.
Sior no.
FLOR.
Avvertite.
PANT.
Via, manco chiaccole, fèla vegnir qua.
FLOR.
Compatitela.
Ora la faccio venire.
(va alla camera)
PANT.
Vardè quella cara mia sorella.
Credeva averla messa in t'un retiro, la sta retirada come va.
La vôi tor colle bone e po a casa ghe dirò le parole.
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE mascherata, condotta da FLORINDO, e detto.
FLOR.
Via, signora Rosaura, fatevi animo.
Il vostro signor padre non è in collera; vi perdona.
PANT.
Via, siora, cavève quella maschera.
BEAT.
Eccovi servito.
(si smaschera)
FLOR.
(Oh diavolo! Che cosa vedo?) (da sé)
PANT.
Come! Chi seu vu, siora?
BEAT.
Son una, a cui Florindo ha dato la fede di sposo.
PANT.
Xela questa mia fia? (a Florindo)
FLOR.
(Io non so che rispondere).
(da sé)
PANT.
Busiaro cabalon! Cussì ve burlè de mi? Cussì trattè un omo della mia sorte? Andè via, che ve scarto.
A casa mia non abbiè ardir de vegnir.
Mia fia no la stè a vardar, sier poco de bon, sier omo cattivo, zogador, discolo, malvivente, omo senza reputazion.
(parte)
BEAT.
Indegno, traditore, assassino.
Ho scoperte le tue menzogne, i tuoi tradimenti.
A tempo giunta sono per fare le mie vendette.
Le ho solamente principiate, ma giuro di terminarle; e ti farò pentir d'avermi scelleratamente ingannata.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Oh maledettissimo incontro! Come diavolo andò la faccenda? Frattanto ch'io dormiva, è partita Rosaura ed è venuta Beatrice? Oppresso dal sonno non l'ho riconosciuta; e poi quella veste nera e quel zendale mi ha fatto travedere.
Me infelice! Che sarà mai? Piuttosto che ritrovarmi in un caso tale, vorrei aver persi tutti i denari al giuoco.
Presto, convien rimediarvi.
Andrò a ritrovar qualche amico.
Farò parlare al signor Pantalone.
Procurerò vedere la signora Rosaura, le scriverò una lettera, l'avviserò di tutto.
Beatrice me la pagherà.
Non doveva mai farmi quest'azione.
Ma quello che si ha da fare, convien farlo presto.
Subito, immediatamente, non voglio perdere un momento di tempo.
SCENA SEDICESIMA
LELIO, TIBURZIO e detto.
LEL.
Amico, vi sono schiavo.
FLOR.
Padroni, vi riverisco.
LEL.
Mi rallegro con voi.
FLOR.
Di che?
LEL.
Dei cinquecento zecchini.
FLOR.
Eh bagattelle! Dite, avete saputo di quel maledetto sette?
LEL.
Sì, l'ho saputo; gran disgrazia!
FLOR.
Son veramente sfortunato.
LEL.
Ehi, vedete quel signore? (a Florindo, accennando Tiburzio)
FLOR.
(Chi è?)
LEL.
(Un cavalier forastiere.
Un gran giuocatore).
FLOR.
(Ha denari?)
LEL.
(Ha una borsa con quattro o cinquecento zecchini).
FLOR.
(Mi dispiace che ora non posso; ho un affar di premura).
LEL.
(Se perdete questa occasione, non vi capita mai più la vostra fortuna).
FLOR.
(Fatelo venir questa sera).
LEL.
(Dubito che questa sera vada via.
Fate quattro tagli, e se va bene, piantatelo).
FLOR.
(Volete che tagli io?)
LEL.
(Sì, tagliate voi).
FLOR.
(Via, ditegli qualche cosa).
Brighella.
(chiama)
SCENA DICIASSETTESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signor.
FLOR.
(Portate dei mazzi di carte).
(sottovoce a Brighella)
BRIGH.
(Gh'è dei gran sussurri).
(a Florindo, piano)
FLOR.
Animo; carte.
(come sopra)
BRIGH.
(Quando se tratta de zogar, nol s'arrecorda altro).
(da sé, parte)
LEL.
(Giuochiamo a metà?) (piano a Tiburzio)
TIB.
(Sì, a metà).
BRIGH.
Ecco le carte.
(La procura de giustarla col sior Pantalon).
(a Florindo)
FLOR.
Non mi seccate.
BRIGH.
Mi no lo seccherò più; sti siori ghe seccherà la scarsella.
(parte)
FLOR.
Signori, si vogliono divertire? Ecco un piccolo banco di dugento zecchini.
(vuota la borsa in tavola)
LEL.
Sì, divertiamoci un poco.
Animo, volete puntare? (a Tiburzio)
TIB.
Lo farò per compiacervi.
Per accompagnarvi il punto.
(siedono)
FLOR.
Animo, signori, ecco fatto il taglio.
TIB.
Sette, a due zecchini.
FLOR.
Cari signori, so che è cattivo giuoco; ma vi prego per finezza di non mettere il sette.
TIB.
Per qual ragione?
FLOR.
Perché da ieri in qua il sette mi costa un tesoro.
TIB.
Metterò un altro punto.
Tre, a due zecchini.
LEL.
Fante, a sei zecchini.
FLOR.
Tre e fante.
Tre ha vinto.
Fante ha vinto.
(paga, mescola, poi taglia)
TIB.
Tre.
(mettendo vari zecchini in tavola)
LEL.
Fante.
(facendo lo stesso)
FLOR.
Capperi! Avete ben cresciuta la posta.
TIB.
La nostra seconda.
FLOR.
Ecco il tre, avete vinto.
(sfogliando le carte)
TIB.
Paroli.
FLOR.
È andato.
Fante ha vinto.
Che diavolo ho in queste mani?
LEL.
Paroli.
FLOR.
Va subito.
Oh maledetto fante! Or ora conteremo.
Ecco il tre.
Per dar i paroli son fatto a posta.
Contiamo.
Il tre venti zecchini, tre via venti sessanta; il fante trenta zecchini, tre via trenta novanta in un taglio cento cinquanta zecchini, è qualche cosa.
Chi è di là?
BRIGH.
La comandi.
FLOR.
Portatemi una borsa di dugento zecchini.
(mescolando le carte)
BRIGH.
Subito.
(Quel che vien de tinche tanche, se ne va da ninche nanche).
(da sé, parte)
TIB.
Tre al banco.
FLOR.
(Fa il taglio)
LEL.
Fante al banco.
FLOR.
Maledettissimo fante! (straccia le carte, prende un altro mazzo)
LEL.
(Tira il banco)
BRIGH.
Son qua.
(colla borsa)
FLOR.
Presto denari.
BRIGH.
(Poveri bezzi, i me fà peccà!) (da sé) La se ricorda del sior Pantalon.
(piano a Florindo)
FLOR.
Non mi rompete il capo.
BRIGH.
(Magari che el perdesse anca la camisa).
(da sé, parte)
FLOR.
Animo; ecco tagliato.
LEL.
Cinque.
TIB.
Nove.
FLOR.
Cinque e nove.
(giuoca) Nove; il diavolo dorme, ne ho tirata una; cinque, eccolo qui; tutti i punti contrari.
(mescola e taglia)
LEL.
Cinque.
TIB.
Sette.
FLOR.
Il sette non lo tengo.
TIB.
Se non tenete il sette, non giuoco più.
FLOR.
Via, per questa volta lo terrò.
(giuoca) Cinque.
Oh diavolo, diavolo! Subito la seconda.
LEL.
Paroli.
FLOR.
Voglio perder la testa.
(giuoca) Ecco il sette.
Oh maledetto sette!
TIB.
Alla pace.
FLOR.
No, paroli.
TIB.
Benissimo, paroli.
FLOR.
Se do questi due paroli, mi voglio tagliar le mani.
(giuoca) Oh sette, sette! Oh, diavolo, portati questo sette.
Sudo tutto, non posso più; ecco il fante, ecco il fante; povero me! Li do tutti.
Brighella, Brighella.
SCENA DICIOTTESIMA
Un SERVITORE e detti.
SERV.
Illustrissimo, messer Brighella non c'è.
FLOR.
Dov'è andato?
SERV.
A provvedere alcune cose per il pranzo di vossignoria illustrissima.
FLOR.
Chi ha le chiavi del denaro?
SERV.
Messer Brighella non dà le chiavi a nessuno.
FLOR.
Presto, cercatelo...
Ma no, fermate...
Dove tiene i denari? Butterò giù la serratura.
SERV.
Io non lo so dove tenga i denari.
FLOR.
Presto, dico, a cercar Brighella subito.
Se non lo trovi, ti rompo la testa con un bastone.
SERV.
Vado subito.
(Il giuoco fa diventar tutti diavoli).
(da sé, parte)
FLOR.
Quando viene Brighella, gli voglio dare dei calci.
Se fosse qui, gli getterei un mazzo di carte nel viso.
LEL.
Amico, non v'inquietate.
Per ora basta così, giuocheremo un'altra volta.
FLOR.
Aspettate un momento.
Brighella.
(chiama)
TIB.
Verremo oggi a ritrovarvi.
FLOR.
Venite a pranzo da me.
LEL.
Via, verremo a pranzo con voi.
FLOR.
Anche voi, signore.
(a Tiburzio)
TIB.
Riceverò le vostre grazie.
FLOR.
Ma non mancate.
LEL.
Vengo infallibilmente, e giuocheremo.
FLOR.
Sì, giuocheremo fino a domani.
LEL.
(Se anderà bene, giuocherò; se anderà male, mi contenterò di questi).
(da sé, parte)
TIB.
Signor Florindo, a buon riverirla.
FLOR.
A pranzo v'aspetto, ma vi prego per grazia, non mettete il sette.
TIB.
Non lo metterò.
(Quando è riscaldato dal giuoco, tiene il sette, tiene tutto, perde come un disperato).
(da sé, parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
FLORINDO, poi BRIGHELLA
FLOR.
(Va smaniando per la camera, battendo i piedi, stracciando le carte, buttandosi sul canapè e alzandosi, parlando come segue) Quattrocento zecchini, quattrocento zecchini in tre o quattro tagli? Tutti i punti? Tutti i paroli? Quel maledetto sette! Ma che dico del sette? Il fante! E il cinque! Tutti, tutti! Diavolo, portami; tutti!
BRIGH.
Me domandavela?
FLOR.
Ora venite?
BRIGH.
Son andà a comprar della roba.
FLOR.
Foste andato a farvi impiccare.
BRIGH.
Cussì la parla con mi? Cossa gh'oio fatto?
FLOR.
Per causa vostra ho perso quattrocento zecchini.
BRIGH.
Per causa mia? Come?
FLOR.
Sì, per causa vostra.
Siete andato via; non ho potuto avere altri denari, non mi son potuto rimettere.
BRIGH.
Se ghe ne dava dei altri, la perdeva anca quelli.
FLOR.
Siete una bestia.
BRIGH.
Ma lustrissimo, non posso più sopportar d'esser strapazzà.
Son un galantomo.
Oltre el mio debito, la servo da fattor e da mistro de casa, e anca se occorre da staffier, e la me maltratta cussì?
FLOR.
Caro Brighella, compatitemi, la passione mi opprime, non so quello ch'io mi dica.
BRIGH.
E la vol seguitar a zogar?
FLOR.
Se posso rifarmi de' miei quattrocento zecchini, non giuoco mai più.
BRIGH.
E per refarse de quelli, la perderà quei altri.
FLOR.
Non mi fate cattivo augurio.
Voi mi avete detto così anche questa mattina, e per questo ho perso.
BRIGH.
Sì ben, mali auguri, superstizion, tutte cosse da zogadori.
FLOR.
Come anderà il pranzo?
BRIGH.
L'anderà ben, averò speso diese zecchini; anzi, se la me i favorisse, la me farà una finezza.
FLOR.
Ve li darò, avete paura che non ve li dia?
BRIGH.
Ma ghe ne averia bisogno per un mio interesse.
(Li vorria avanti che el li perda tutti).
(da sé)
FLOR.
Adesso non ne ho.
BRIGH.
Comandela che li toga fora del sacchetto?
FLOR.
Signor no.
Il sacchetto dei trecento zecchini non si ha da toccare per ora.
BRIGH.
Ah, la lo vol perder cussì bello e intiero.
FLOR.
Non mi parlate di perdere, che vi venga il malanno.
BRIGH.
Ecco qua, subito strapazza.
FLOR.
Per oggi non mi tormentate.
BRIGH.
La vada a trovar el sior Pantalon.
FLOR.
Vada al diavolo anche Pantalone.
BRIGH.
Siora Rosaura l'aspetta.
FLOR.
Maledette anche le donne.
BRIGH.
Tutte?
FLOR.
Lasciatemi stare.
BRIGH.
El zogo lo trasforma, e lo farà deventar matto.
FLOR.
Petulante, insolente, se non avrete creanza, adoprerò il bastone.
(parte)
BRIGH.
El baston? Anca el baston? A sta sorte de eccessi arriva un omo scaldà dal zogo? El signor Florindo l'è stà sempre dolce de temperamento, onesto, proprio e civil, e per el zogo l'è deventà insoffribile.
Aspetto che el fazza delle iniquità.
Gran vizio l'è quello del zogo, gran vizio! Donne e zogo i è do brutti vizi.
Però le donne, quando se vien vecchi, bisogna lassarle per forza, ma el zogo el se porta anca alla sepoltura.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada con casa di Pantalone
FLORINDO e BRIGHELLA
FLOR.
Caro Brighella, non mi abbandonate.
Ho bisogno di voi.
BRIGH.
La gh'ha bisogno de mi? La comandi.
(sostenuto)
FLOR.
Che c'è? Siete in collera?
BRIGH.
Mi ghe son servitor.
Cossa me comandela? (come sopra)
FLOR.
Ma non volete compatire un povero galantuomo, che in un'ora perde quattrocento zecchini?
BRIGH.
Se lo compatisso? E come!
FLOR.
Nel vostro casino avrete pur vedute delle stravaganze dai giuocatori.
BRIGH.
Oh, se ghe n'ho visto!
FLOR.
Non vi ricordate di quello che l'altro giorno ha gettata la parrucca fuori della finestra?
BRIGH.
Oh, quello el ghe n'ha fatte de belle.
Un zorno l'ha taià un otto in bocconcini, e el l'ha bevudo in t'una chiccara da caffè.
FLOR.
Io voglio bere il sette.
BRIGH.
Mi ghe dago un conseio, da so bon servitor.
La lassa star de zogar.
FLOR.
Se posso rifarmi de' miei zecchini, non giuoco mai più.
BRIGH.
Dusento ghe n'ho dà, onde no ghe ne resta altro che tresento.
FLOR.
E li ho in questa borsa per rifarmi.
BRIGH.
Diseva ben quel padre: no me despiase che mio fio abbia perso, ma me despiase che el se vorrà refar.
FLOR.
Per ora non penso al giuoco.
Penso a riconciliarmi col signor Pantalone, a giustificarmi colla mia cara Rosaura.
BRIGH.
Quel che è più difficile, l'è placar el sior Pantalon.
FLOR.
Se potessi parlar alla signora Gandolfa, zia di Rosaura, spererei col suo mezzo di accomodarla.
Ella mi vuol bene e vuol bene a Rosaura ancora, e sopra l'animo di suo fratello potrà più d'ogni altro.
BRIGH.
Qua no gh'è altro che provarse d'andar in casa.
FLOR.
E se vi è il signor Pantalone?
BRIGH.
Se informeremo, e se el gh'è, volteremo bordo.
FLOR.
E se viene, e mi trova?
BRIGH.
Co siora Gandolfa dise dasseno, l'aggiusterà tutto.
FLOR.
Via, proviamo d'entrare in casa.
BRIGH.
La lassa far a mi, batterò, e procurerò de veder Colombina.
FLOR.
Caro Brighella, a voi mi raccomando.
BRIGH.
Vado subito.
FLOR.
Dite, dite, come staremo di vino a pranzo?
BRIGH.
A pasto ghe darò del Padoan prezioso, e po ghe sarà del vin marzemin, del vin de Cipro, e una bottiglia de Canarie.
FLOR.
A quei due forestieri che mi hanno vinto, bisogna dar bene da bere, acciò si scaldino un poco la testa e giuochino con dell'allegria.
BRIGH.
Cussì i guadagnerà più presto.
FLOR.
Ma voi mi odiate, mi perseguitate, mi vorreste vedere in camicia.
BRIGH.
Anzi parlo, perché gh'ho premura del so ben, e no vorria che el perdesse.
FLOR.
Perdo forse qualche cosa del vostro?
BRIGH.
La gh'ha rason.
La zoga, la perda, mi no parlo mai più.
Vólela che batta?
FLOR.
Sì, battete e spicciamoci, perché non mi voglio far aspettare al casino.
BRIGH.
(Nol gh'ha altro in tel cor che el zogo).
(da sé) Oh de casa.
(batte)
SCENA SECONDA
COLOMBINA alla finestra, e detti.
COL.
Chi batte?
BRIGH.
Son mi, siora Colombina, se poderia dirghe una parola?
COL.
Siete padrone.
BRIGH.
Gh'è el sior Pantalon?
COL.
Questa mattina non si è ancora veduto.
BRIGH.
Se pol entrare?
COL.
Se potete, entrate.
BRIGH.
Ma se non ti averzi, non intrerò.
COL.
Signor Florindo, vorrebbe entrar ancor ella? (a Florindo)
FLOR.
Se potessi.
COL.
Tutti due è troppo.
BRIGH.
Via, prima uno e po l'altro.
COL.
Così mi contento.
BRIGH.
La fazza una cosa, la lassa che vaga mi.
Parlerò con siora Rosaura, sentirò se la sa gnente del negozio de siora Beatrice e del sior Pantalon, e vederò de far che entra anche vossignoria.
(a Florindo)
FLOR.
Via, ci vorrà pazienza.
BRIGH.
Siora Colombina, avèrzela?
COL.
A voi?
BRIGH.
A mi.
COL.
Volentieri.
Ora vi faccio entrare.
Signor Florindo la riverisco.
FLOR.
Ed io fuori? (a Colombina)
COL.
E lei di fuori.
FLOR.
Pazienza.
COL.
Intanto vada a divertirsi a giuocare.
FLOR.
Oh, non giuoco più!
COL.
Che cosa mi dona, che io gli do un punto da vincere sicuramente?
FLOR.
Oh il ciel volesse! Vi dono uno zecchino.
COL.
Giuocate il sette.
FLOR.
Maledetto il sette e anche chi lo nomina.
COL.
La volpe lascia il pelo, ma non il vizio.
(entra)
FLOR.
Il diavolo sempre mi tormenta col sette.
BRIGH.
Via, per ancuo no la pensa né al sette, né all'otto.
La lassa star, la zogherà doman.
FLOR.
Sì, dite bene.
Per oggi non voglio giuocare.
Il sabato mi è contrario.
BRIGH.
La porta l'è averta, vado a parlar colla siora Rosaura.
FLOR.
Sì, caro Brighella, procurate che io possa giustificarmi, prima che ella parli con suo padre.
BRIGH.
La se ferma qua, e presto ghe darò la risposta.
(entra)
FLOR.
Di qui non mi muovo; mi preme infinitamente la mia cara Rosaura.
L'amo con tutto il cuore, e il perderla mi costerebbe la vita.
Spiacemi l'impegno con Beatrice, ma da questo procurerò liberarmi.
Spiacemi ancora d'aver disgustato il signor Pantalone, ma spero placarlo.
La mia Rosaura e la signora Gandolfa lo acquieteranno.
Tutte due mi amano, tutte due s'impiegheranno per me.
SCENA TERZA
AGAPITO dal casino, e detto; poi MENICO
AGAP.
Oh maledetta fortuna!
FLOR.
Che cosa c'è, signor Agapito?
AGAP.
Li ho persi tutti.
FLOR.
Dove?
AGAP.
Qui, in questo casino.
FLOR.
Qui vi è un casino da giuoco?
AGAP.
Pur troppo, per mia disgrazia.
FLOR.
Da quando in qua vi è questo casino?
AGAP.
Sarà una settimana che l'hanno introdotto, e in una settimana mi costa un tesoro.
FLOR.
Avete messo o tagliato?
AGAP.
Ho tagliato.
Tutte le banche perdono.
Tutti i puntatori guadagnano.
FLOR.
(Oh se potessi mettere anch'io!) (da sé) Vi sono banche grosse?
AGAP.
Vi è una banca di più di mille zecchini.
FLOR.
E perde?
AGAP.
I puntatori vincono tutti.
FLOR.
Mettono belle poste?
AGAP.
Non sanno giuocare.
Se fossero giuocatori, lo avrebbero sbancato.
FLOR.
(Oh se giuocassi io! Lo sbancherei senz'altro).
(da sé)
AGAP.
Oh maledetta fortuna!
FLOR.
(Se venisse Brighella, e mi dicesse che non si può entrare, vorrei vedere questo nuovo casino).
(da sé)
AGAP.
(Sempre perdere!) (da sé)
FLOR.
(Quanto tarda a venir costui? Ma può darsi che siasi impegnato in un lungo discorso.
Non verrà per adesso).
(da sé)
AGAP.
(Perder tagliando è una gran fatalità!) (da sé)
FLOR.
Amico, vi trattenete qui?
AGAP.
Sì, mi trattengo fino che il mio servitore mi porta denari.
Prendo aria per farmi passare il caldo.
FLOR.
Vi prego d'una grazia se vedete uscir da quella casa Brighella...
Lo conoscete voi Brighella?
AGAP.
Oh, se lo conosco! Anche il suo casino mi costa qualche cosa.
FLOR.
Oh bene; se lo vedete uscire, fatemi il piacere di dirgli che l'aspetto in questo casino; che mi sono ritirato là dentro per non farmi vedere qui in istrada.
Intenderà egli il perché.
AGAP.
Volete giuocare?
FLOR.
No, vado per vedere.
AGAP.
E poi non vi potrete tenere.
FLOR.
Chi sa? Se vedrò che vi sia il mio conto, arrischierò la mia sorte.
Voi lo sapete; sono un giuocatore prudente.
(parte)
AGAP.
Con la sua prudenza ha perduto più oro che non pesa.
Ma i galantuomini per lo più sono sfortunati.
MEN.
Eccomi, signor padrone.
AGAP.
Sei stato tanto a venire?
MEN.
Non mi pare di aver tardato.
AGAP.
Animo; hai preso il denaro?
MEN.
Eccolo, cento filippi.
AGAP.
Andiamo a perdere anche questi.
(parte)
MEN.
Cento filippi li perderà volentieri, e a me non ne donerebbe uno, se cascassi morto.
(parte)
SCENA QUARTA
BRIGHELLA solo, che esce dalla casa di ROSAURA
BRIGH.
Oh son qua, sior Fiorindo, sior Florindo.
Oh bella! Dov'elo andà? El s'ha stuffà e l'è andà via.
Che el sia andà a zogar? No credo mai.
El gh'ha tanta premura per la siora Rosaura, e po senza aspettarme el va via? Qualche cossa de grando bisogna che sia successo; mi no so dove andarlo a cercar, adesso in casa no gh'è nissun, l'occasion no podeva esser meio per abboccarse colla siora Rosaura.
La lo aspetta lu, la me aspetta mi; bisogna che vada per civiltà a dirghe che nol gh'è più.
Vardè, tanta premura de intrar in casa, e po el va via.
Pazienza! Tornerò mi un'altra volta.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera di Rosaura
ROSAURA e COLOMBINA
ROS.
Tu mi vai rompendo il capo, tu vuoi che Florindo giuochi, ed io ti dico che non giuoca più.
COL.
Come potete assicurarvi che non giuochi più?
ROS.
Me l'ha promesso, me l'ha giurato.
Mi vuol bene e non giuocherà più.
COL.
Eppure or ora mi voleva donare un zecchino, s'io gli davo un punto da vincere.
ROS.
Non vedi, scioccherella, ch'ei scherza? Credi tu, se dicesse davvero, ch'ei ti volesse dare un zecchino per un punto che lo potrebbe far perdere?
COL.
Basta, ve n'accorgerete voi.
ROS.
Orsù, non mi star a parlare di queste cose.
COL.
Io ne so un'altra, ma non ve la dico per non inquietarvi.
ROS.
Che cosa sai? Cara Colombina, dimmela, ti prego.
COL.
Già, se ve la dico, non la crederete.
ROS.
Se me la dici tu, la crederò.
COL.
Egli ha l'amicizia di una cantatrice.
ROS.
Via, questo non può essere.
COL.
Ve lo dico con fondamento.
ROS.
Sei una pettegola, non può essere.
COL.
Ecco qui, questo me l'aspettava.
ROS.
Ma se dici cose che non si possono credere.
COL.
È cosa strana che un uomo abbia un'amicizia?
ROS.
L'amore che Florindo mostra avere per me, mi assicura ch'egli non l'abbia.
COL.
Lo vedremo.
SCENA SESTA
BRIGHELLA e dette.
ROS.
Bene, bene, lo vedremo.
BRIGH.
Con grazia, posso vegnir?
ROS.
Sì, sì, ecco qui il mio caro Florindo.
BRIGH.
Servitor umilissimo...
ROS.
Dov'è Florindo?
BRIGH.
Ma...
ROS.
Come?
BRIGH.
L'è andà in fumo d'acquavita.
ROS.
Ma dov'è andato?
BRIGH.
Mi no so cossa dir, son andà in strada, l'ho cercà e no lo trovo.
ROS.
Oh meschina me! Dove mai sarà andato?
COL.
Io lo so dove sarà andato.
ROS.
Via, dove?
COL.
A trafficare il talento.
(fa cenno con le mani, che giuocherà)
ROS.
Questo non può essere.
È vero, Brighella? Questo non può essere.
BRIGH.
Mi crederia de no.
ROS.
Ma dove mai sarà?
COL.
Oh, se non è a giuocare, sarà in un altro luogo.
ROS.
Dove?
COL.
Dall'amica.
ROS.
Via, mala lingua, non è possibile.
È vero, Brighella? Non è possibile.
BRIGH.
Certo me par difficile.
ROS.
Può essere che abbia ritrovato Pantalone mio padre.
BRIGH.
Pol esser.
ROS.
Sì, avrà ritrovato mio padre e sarà andato con lui.
Chi sa che ora non parlino del nostro sposalizio?
BRIGH.
(Poverazza! Se la savesse tutto!) (da sé)
COL.
In verità che ora la pensate bene.
Chi sa che il signor Pantalone non gli abbia dato qualche denaro a conto di dote.
ROS.
Potrebbe darsi.
COL.
Ed egli sapete che cosa farà?
ROS.
Che cosa farà?
COL.
Subito anderà al casino a dire: vada il tre, vada il resto.
ROS.
Tu sei una impertinente.
COL.
Ho sentito battere.
ROS.
Va a vedere chi è.
COL.
(Povera ragazza, mi fa compassione: ella crede tutto al suo caro Florindo, ed io non gli credo una maledetta).
(da sé, parte)
SCENA SETTIMA
ROSAURA, BRIGHELLA e COLOMBINA che torna.
ROS.
Quanto mi dispiace che ora non sia venuto Florindo! Miglior occasione di questa non si poteva sperare per dirgli quattro parole con libertà.
Mia zia è fuori di casa, mio padre quando viene a vedermi, viene assai tardi, e mi premeva moltissimo di dire a Florindo tre o quattro cose essenziali.
BRIGH.
Donca stamattina no la l'ha visto so sior padre?
ROS.
No, non è ancora venuto a ritrovarmi.
L'ho fuggito, come sapete, dal casino, e non l'ho più veduto.
BRIGH.
(No la pol saver gnente né del zogo, né della macchina).
(da sé)
ROS.
Non mi so dar pace, come Florindo non sia venuto.
COL.
Via via, non piangete.
È qui il signor Florindo.
ROS.
Vedi, mala lingua? Tu dicevi, sarà al giuoco, sarà coll'amica.
COL.
Chi sa dove sia stato sinora?
ROS.
Non vuoi lasciar questo vizio di mormorare.
Dov'è? Viene di sopra?
COL.
Io non gli ho aperto.
ROS.
Perché non gli hai aperto?
COL.
Or ora viene vostra zia.
ROS.
Mia zia è una buona donna, vuol bene a me, e vuol bene a Florindo; non dirà niente.
COL.
E se vien vostro padre?
ROS.
Per ora non v'è pericolo.
Sai che egli viene dopo mezzogiorno.
Presto, presto, aprigli e fa che egli venga.
COL.
Basta; ci penserete voi.
(parte)
ROS.
Costei vuol sempre far la dottora.
BRIGH.
Se mantienla ben la so siora zia?
ROS.
È prosperosa quanto una giovine.
BRIGH.
L'è stada una donna de bon gusto.
No la s'ha mai maridà, ma gh'ha piasso sempre esser servida.
ROS.
Le piace anche adesso.
BRIGH.
Anca adesso?
ROS.
E come!
BRIGH.
Ma in sta età no la troverà più nissun.
ROS.
Fra tanti adoratori che aveva, se n'è conservato uno, il quale si è invecchiato con lei, e ancora si voglion bene.
BRIGH.
L'è molto che una donna se sappia conservar per tanti anni un servente.
Ma chi elo sto bon omo?
ROS.
Un certo signor Pancrazio...
ma ecco Florindo.
BRIGH.
(El me par stralunà.
Ho in testa che l'abbia zogà).
(da sé)
SCENA OTTAVA
FLORINDO, ROSAURA e BRIGHELLA; poi COLOMBINA.
FLOR.
Riverisco la signora Rosaura.
ROS.
Ben venuto il mio caro Florindo.
Mi avete fatto fare de' cattivi giudizi.
FLOR.
(Fortuna indegna!) (da sé) Eccomi, son qua da voi.
ROS.
Mi parete turbato.
FLOR.
Oibò, non è vero.
(Povero me! Non ho più un soldo).
(da sé)
BRIGH.
(Come ela? L'ha zogà?) (piano a Florindo)
FLOR.
(Pur troppo).
(piano a Brighella)
ROS.
Eppure vi vedo agitato.
(a Florindo)
FLOR.
Ho paura di vostro padre.
BRIGH.
(Eli andadi tutti?) (piano a Florindo)
FLOR.
(Sii maledetto, sarai contento).
(piano a Brighella)
BRIGH.
(L'è meio che vaga via, perché debotto no me posso tegnir).
(parte)
ROS.
Mio padre non viene per ora.
FLOR.
No? Quando viene?
ROS.
Dopo il mezzogiorno.
FLOR.
(Gran sette, gran sette! Anche a puntare l'ho contrario).
(ha un sette nascosto nelle mani)
ROS.
Badate a parlar da voi solo, e non parlate con me.
FLOR.
Eccomi da voi.
Cara la mia Rosaura! (Cinque volte in faccia).
(da sé)
ROS.
Ditemi, avete voi parlato con mio padre?
FLOR.
Sì.
ROS.
Che cosa vi ha egli detto?
FLOR.
Che...
circa la dote ci aggiusteremo.
Che per il tempo, faremo le cose con ordine...
Gli abiti e le gioje mi pare...
che...
sì, dice che si faranno.
(va stracciando con i denti una carta da giuoco)
ROS.
Ma questo tempo quando sarà?
FLOR.
Figuratevi...
sarà...
(Oh maladetto!) (da sè)
ROS.
Tempo lungo?
FLOR.
Oibò.
ROS.
Corto?
FLOR.
Sì.
ROS.
In questo mese?
FLOR.
(Questo mese ho perduto de' bei danari).
(da sé)
ROS.
In questo mese?
FLOR.
Sì, in questo mese.
ROS.
Da qui a quanti giorni?
FLOR.
(Oh che seccatura!) (da sé)
ROS.
Da qui a sei o sette...
FLOR.
O sette, o sette! Come c'entra il sette?
ROS.
Via, non andate in collera.
(arriva Colombina)
COL.
Signora, è venuta vostra zia.
ROS.
È sola?
COL.
È col signor Pancrazio.
ROS.
Già il suo vecchio non la lascia mai.
Vorrei parlare a mia zia del nostro matrimonio; vorrei che le parlaste anche voi, ma quel vecchio mi dà soggezi
...
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