IL GIUOCATORE, di Carlo Goldoni - pagina 9
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BEAT.
Se credessi che potesse esser malizioso il vostro trasporto; se immaginar mi potessi che aveste voluto levarmi di mano la ragione di pretendere sopra il cuor di Florindo, vi farei pentire di un sì temerario attentato.
ROS.
No, v'ingannate.
Amai Florindo quanto me stessa, l'amai col più tenero amore che amar si possa, ma poiché lo conosco bugiardo, infedele, l'amor mio si è convertito in fierissimo sdegno, e per darvi una riprova della verità, ecco la scrittura di quel perfido mentitore, ridotta in pezzi come la vostra.
(straccia la sua scrittura)
BEAT.
Vendichiamoci dunque della sua infedeltà coll'abbandonarlo.
ROS.
Per me non lo amerò più certamente.
BEAT.
Né io sarò più sì debole per credere ad un mendace.
ROS.
Eccolo ch'ei ritorna.
BEAT.
Batte i piedi e si morde le dita.
ROS.
Il perfido avrà giuocato.
BEAT.
Se ha perduto i denari, ha perduto quanto aveva di buono.
ROS.
Ritiriamoci, ed osserviamo che cosa sa fare.
(si ritirano)
SCENA NONA
FLORINDO e le suddette, ritirate.
FLOR.
Perché non viene un fulmine a incenerirmi? Perché non viene il carnefice a strozzarmi? Anche gli otto zecchini sono andati, e quel ch'è peggio, venti ne ho persi sulla parola: e questi come li pagherò?
BEAT.
Signor Florindo...
FLOR.
Maledetta voi, per causa vostra ho giuocato, per causa vostra ho perduto.
BEAT.
Per causa mia?
FLOR.
Sì, voi mi avete detto che giuocavano...
ROS.
Povero signor Florindo, lo fanno giuocare per forza.
FLOR.
(Oh diavolo!) Signora Rosaura, la vostra pioggia...
Il gioielliere...
oggi la porterà.
ROS.
Non v'è bisogno che il gioielliere s'incomodi, poiché l'ha ricuperata mio padre.
Ecco, signor Florindo, svelate tutte le vostre belle virtù.
Mi avete promesso di non giuocare, e mi avete mantenuta esattamente la vostra parola; mi avete data la fede di sposo, senza ricordarvi dell'impegno che avete colla signora Beatrice.
Mi avete carpita dalle mani una gioja, e l'avete sagrificata al vostro dilettissimo giuoco: siete un indegno, siete un perfido, un mancatore.
Confesso avervi amato, e l'amor mio pur troppo mi ha fatto far dei passi falsi, sino a venire due volte in un giorno a ritrovarvi al casino.
Ci venni, sperando in voi un uomo onorato, uno sposo fedele, ma poiché siete un'anima scellerata, vi abbandono, v'odio; e assicuratevi che a voi più non penso.
Mi avete stamane regalata una tabacchiera, tenetela, ch'io non voglio di voi memoria.
(la getta in terra) Vergognatevi dei vostri inganni, arrossite delle vostre infedeltà, e imparate ad essere più onorato, se non volete terminare i giorni vostri con una sì grande infamia.
Perfido, scellerato, impostore, vi odio quanto v'amai, e vi abborrirò fin che io viva.
(parte)
BEAT.
(Ora che si è sfogata Rosaura, tocca a me dirgli l'animo mio).
(da sé)
FLOR.
(Prende da terra la scatola)
BEAT.
Dopo aver formata scrittura meco, avete ardire di promettere fede ad un'altra? Rispondetemi.
Con qual faccia avete potuto farlo?
FLOR.
(Questa scatola potrebbe essere la mia fortuna).
(da sé, parte)
BEAT.
Indegno! Così mi lascia? Ma il rossor lo ha fatto partire.
Non ha coraggio di sostenere i miei giusti rimproveri.
Poco però m'importa.
Già di lui io era oramai nauseata.
L'amavo perché era ricco, amavo l'onore di divenire sposa d'un uomo di conto, ma poiché il giuoco l'ha rovinato, poiché divenuto è miserabile, di lui non mi curo, ed incomincio da questo momento a figurarmi di non averlo mai conosciuto.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO, inseguito da AGAPITO
AGAP.
Voglio i miei denari.
FLOR.
Son galantuomo, vi pagherò.
AGAP.
Io non voglio aspettare.
Quando perdo, pago; e quando vinco, voglio esser pagato.
FLOR.
Datemi tempo sino a domani.
Dentro le ventiquattro ore pagherò.
AGAP.
Signor no, prima di giuocare avete detto di pagar subito, e io ho giuocato con questo patto.
FLOR.
Venite qui, facciamo altri due tagli.
Guadagnatemi sino a cinquanta zecchini, e vi pagherò.
AGAP.
Datemi prima li venti, e poi taglierò.
FLOR.
Mantenetemi giuoco.
AGAP.
Fuori denari, e ve lo manterrò.
FLOR.
Denari ora non ne ho.
AGAP.
Se non avete denari, assicurate il mio credito con della roba.
FLOR.
Che roba volete che io vi dia? Ho perso anche la tabacchiera.
AGAP.
Quella non l'avete persa con me.
Al mio banco non si giuoca che coi denari.
FLOR.
Domani vi pagherò.
AGAP.
Siete un uomo senza fede e senza parola.
FLOR.
Mi maraviglio, son un uomo d'onore.
AGAP.
Siete un uomo indegno.
Avete giuocato per vincere, senza poter pagare perdendo.
Chi giuoca in questa maniera, può dirsi un ladro.
Meritereste ch'io vi facessi spogliare; ma sono un galantuomo, e non lo voglio fare.
Vi do tempo sino a domani, e se domani non mi pagate, vi fo romper l'ossa con un bastone.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Questo ci mancherebbe per coronare la mia buona fortuna.
Ma che diavolo ho io in queste mani? Sempre perdere, sempre perdere? Che fogli son questi? Paiono di mio carattere.
(trova le scritture stracciate) Questa è la scrittura ch'io ho fatto a Beatrice: stracciata? Questa è quella ch'io ho fatto a Rosaura: anche questa in pezzi? Rosaura mi piacerebbe, le volevo bene; ma ora che ha scoperte le mie debolezze, è meglio che mi abbia fatto il regalo della scrittura stracciata.
Qualche cosa bisognerà pensare per rimediare alle mie piaghe.
Ricorrerò a quella buona vecchia di Gandolfa.
Mi preme pagar il debito de' venti zecchini.
Procurerò di andar in casa, senza che la signora Rosaura lo sappia.
SCENA DODICESIMA
TIBURZIO e detto.
TIB.
Una parola, signor Florindo.
FLOR.
Che cosa comandate?
TIB.
Favorite di pagarmi cento zecchini.
FLOR.
A che motivo vi ho da dare cento zecchini?
TIB.
Io ho arrischiato il mio denaro.
La pioggia non era vostra, si è trovato il padrone, ho dovuto restituirla, e voi mi siete debitore di cento zecchini.
FLOR.
Chi v'ha detto, che deste via la pioggia che mi avete vinto? Ella era roba mia, e non si doveva dare senza di me.
TIB.
Orsù meno ciarle, voi sapete la cosa com'è; ed io voglio i miei cento zecchini.
O roba, o denaro.
FLOR.
Come? Siamo noi alla strada?
TIB.
Che strada? Sono un galantuomo, ho vinto, e voglio esser pagato.
FLOR.
Contentatevi di quello che avete portato via.
TIB.
Ho arrischiato il mio sangue.
Se perdevo, pagavo.
Ho vinto, mi avete dato una gioja che non è vostra; o pagatemi, o mi pagherò colle mie mani.
FLOR.
Che prepotenza è questa? Così si tratta con gli uomini onorati?
TIB.
Siete un truffatore.
FLOR.
Voi siete un ladro.
TIB.
A me ladro! Ah giuro al cielo, ti caverò il cuore.
(mette mano alla spada)
FLOR.
Ah traditore! coll'armi alla mano? (si difende colla spada)
TIB.
O pagami coi denari, o mi pagherai col tuo sangue.
(battendosi partono)
SCENA TREDICESIMA
Strada
PANTALONE e BRIGHELLA
PANT.
Brighella, son desperà, Brighella, son morto.
Brighella, no posso più.
BRIGH.
Cos'è stà, sior Pantalon?
PANT.
Non trovo in nessun logo mia fia.
Da mia sorella no la xe più tornada; a casa mia no la xe vegnua; da so zermana no la xe mai stada, xe do ore che la manca co quella desgraziada de Colombina; no se sa dove che le sia andae, no se pol saver dove che le sia.
Poveretto mi! Rosaura, fia mia, dove xestu, anema mia? Ah, che daria per recuperarla el mio sangue, el mio scrigno, el mio cuor.
BRIGH.
Sior Pantalon, me maraveio che la daga in tutte ste smanie.
Adesso in sto ponto vegno mi da casa de siora Gandolfa, e la siora Rosaura l'è in casa, e l'ho vista mi coi mi occhi.
PANT.
Diseu dasseno? Oh cielo, te rengrazio! Ma la sarà vegnua a casa, dopo che mi son andà via.
BRIGH.
Oh giusto! l'è stada sempre in casa.
PANT.
Ma dove gierela, che non l'ho trovada in nissun logo?
BRIGH.
L'era in soffitta.
PANT.
Cossa favela?
BRIGH.
Mi no so gnente.
Le donne gh'ha delle ore, che no le vol che se sappia cossa che le fazza.
PANT.
E Colombina?
BRIGH.
L'era in compagnia della so patrona.
PANT.
Ho chiamà, e no le m'ha sentìo?
BRIGH.
Le ha sentido.
PANT.
Mo perché non ale resposo?
BRIGH.
Perché le no doveva poder responder.
PANT.
Vu me mettè in qualche sospetto.
BRIGH.
Vólela so fia?
PANT.
La voggio certo.
BRIGH.
La vada a casa, che la la troverà.
PANT.
Ma disè...
BRIGH.
Servitor umilissimo.
PANT.
Vegnì qua, respondème.
BRIGH.
La reverisso devotamente.
(parte)
PANT.
Vardè che sesti! Cussì el me impianta? Basta, se mia fia xe a casa, son contento.
Pol esser che la se sia sconta per paura della pioggia; non ho gnancora podesto saver come che la sia.
Quella alocca de mia sorella no xe bona da gnente.
Mia fia no ghe la voi più lassar.
Vago subito a veder se posso rilevar...
SCENA QUATTORDICESIMA
LELIO e detto.
LEL.
Di lei appunto, signor Pantalone, andavo in traccia.
PANT.
Coss'è, patron? Gh'ala qualch'altro zogiello da far stimar?
LEL.
Voi avete fatto metter prigione il signor Tiburzio.
PANT.
Sior sì; gh'elo in cottego? Gh'ho piaser.
LEL.
Vi è pur troppo; i birri lo hanno preso in questo momento, e senz'altro anderà in galera.
Io per mia disgrazia sono stato in sua compagnia.
Sono un uomo d'onore, e per sua cagione ho fatta una trista figura.
Abbiamo giuocato a metà; abbiamo vinto al signor Florindo trecento cinquanta zecchini per uno.
Tiburzio l'ha ingannato, ed io ora solamente ho saputo esser egli un giuocator di vantaggio, ed arrossisco per essermi accompagnato con lui.
Egli proverà la pena, ed io provo il pentimento.
In questa borsa vi sono li trecento cinquanta zecchini; a voi li ritorno, che siete per essere il suocero del signor Florindo, come poc'anzi solamente ho saputo.
Spero che gradirete quest'atto di mia onestà, che contro di me non farete passo nessuno, e mi permetterete ch'io parta da questa città, dove non avrò coraggio di presentarmi mai più.
PANT.
Sior Lelio, sto atto de giustizia che ella fa, prova che ella non ha operà mal per costume, ma per accidente.
Le male pratiche le conduse al precipizio, e l'esempio cattivo fa cattivi anca i boni.
Accetto i tresento cinquanta zecchini.
La ringrazio ancora in nome del sior Florindo, al quale darò sti bezzi, anca sibben che no l'è mio zenero.
La vaga senza paura, che el cielo la benediga.
Ma la diga, cara ella, la pioggia l'ha veramente persa el sior Florindo?
LEL.
Sì, ve lo giuro sull'onor mio.
PANT.
Furbazzo! e el sostegniva de no.
LEL.
Niuno confessa volentieri aver commesso un delitto; anzi non vi è reo, per isfacciato ch'egli sia, il quale non procurasse, potendo, di celar la sua colpa.
Per questa parte dovete compatirlo, e stabilire la massima, che il giuocatore vizioso impara facilmente ad essere mancatore e bugiardo.
(parte)
PANT.
Ah, pur troppo el dise la verità; e sto desgrazià de Florindo per el zogo el s'ha precipità.
Sti tresento cinquanta zecchini ghe li darò, perché mi no i posso tegnir, ma ghe li darò malvolentiera, perché za el li tornerà a zogar.
Chi gh'ha sto vizio in ti ossi, difficilmente lo pol lassar.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Camera
GANDOLFA e PANCRAZIO
GAND.
Venite qua, signor Pancrazio, so che mi volete bene; venite qua, che voglio confidarvi una cosa in segreto.
PANC.
Sì, signora Gandolfa, son qui ad ascoltarvi.
Confidatevi in me; sapete che vi voglio bene.
GAND.
State bene? Avete prese le pillole?
PANC.
Sì, le ho prese questa mattina, e mi pare di star meglio.
GAND.
Ancor io da questa mattina in qua sto meglio assai.
PANC.
Voi le avete prese?
GAND.
Non le ho prese, ma le prenderò.
PANC.
Prendete le pillole, che vi sentirete ringiovinire.
GAND.
Oh signor Pancrazio, ho una pillola nel cuore, che mi fa diventar giovane di vent'anni.
PANC.
Una pilloletta? Chi l'ha fatta?
GAND.
Un bravo speziale.
PANC.
Come si chiama?
GAND.
Si chiama il signor Cupido.
PANC.
Il signor Cupido?
GAND.
Sì, il signor Cupido, che vuol dire quel furbettello d'Amore, mi ha data una pillola da inghiottire, che m'ha riempita di fuoco, e mi ha messa in brio, e bisogna ch'io mi mariti.
PANC.
Oh caro speziale! Onorato signor Cupido! Le sue pillole non mi dispiacciono, e anch'io sono in grado di ricorrere alla sua spezieria per una di queste pillole prodigiose.
GAND.
Anche voi volete che vi venga voglia di maritarvi?
PANC.
Per volontà non ho bisogno di pillole, ma bensì per l'effetto che dite voi di provare.
GAND.
Ditemi, per qual cagione?
PANC.
Per mettermi in brio.
GAND.
Oh che caro vecchietto!
PANC.
Oh che graziosa sposina!
GAND.
Vi dirò, ho pensato che non ho veruno amico di cuore, e che quando sarò vecchia, non avrò alcuno che mi governi, e per questo ho risoluto di maritarmi.
PANC.
Sì, fate benissimo.
GAND.
Io ho della dote; sapete che avrò quasi tremila ducati d'entrata.
Quando morirò, non so a chi lasciare la mia roba; se potessi aver un figlio, avrei la maggior consolazione del mondo.
PANC.
Chi sa? Lo potete sperare.
GAND.
Non sono poi in età tanto avanzata, che non lo possa avere.
PANC.
E poi, se volete prole, vi è il suo rimedio.
GAND.
Come?
PANC.
Prendete le pillole.
GAND.
Sì, non dite male, le prenderò.
PANC.
E le prenderò ancor io, e le cose anderanno bene.
GAND.
Eh, per voi dubito che le pillole non gioveranno più.
PANC.
Perché?
GAND.
Perché la lucerna è vicina a spegnersi.
PANC.
Sentite, se è vicina a spegnersi la mia, è vicina a spegnersi anco la vostra.
GAND.
Che cosa dite? Da voi a me c'è una bella differenza.
PANC.
Che differenza c'è? Siamo nati quasi insieme, e siamo sempre stati insieme, e tanti sono i miei, quanti i vostri.
GAND.
Eh via, che siete pazzo.
Io era fanciulla, eravate un asino grande e grosso.
PANC.
Io son nato dell'anno mille seicento ottanta, e voi di che anno siete nata?
GAND.
Oh, vedete quanto son più giovine di voi.
Io son nata del mille seicento settantaquattro.
PANC.
Buono! Avete sei anni più di me.
GAND.
Come sei anni più di voi? Non è vero.
PANC.
Settantaquattro e sei ottanta, il conto non falla.
GAND.
Voi non sapete niente.
PANC.
Orsù, lasciamo andare questo discorso.
Voi per maritarvi siete al caso, ed io son qui, forte e lesto come un paladino.
GAND.
Oh, voi per maritarvi non siete più in tempo.
PANC.
No? Perché?
GAND.
Perché siete vecchio e pieno di malanni.
PANC.
E voi?
GAND.
Eh io mi mariterò.
PANC.
Voi sì, ed io no?
GAND.
Certo, guardate che maraviglie!
PANC.
E chi avete intenzion di volere?
GAND.
Un giovinotto di primo pelo.
PANC.
Un giovinotto?
GAND.
Signor sì, e per confidarvi tutto, sappiate che questi è il signor Florindo.
PANC.
Eh via, che burlate!
GAND.
Dico davvero.
PANC.
E non vi vergognate? Una vecchia di settantasei anni prendere un giovinotto?
GAND.
Settantasei diavoli che vi portino; signor sì, voglio un giovinotto.
PANC.
Vi prenderà per la dote.
GAND.
Certo! Per la dote?
PANC.
Dunque perché?
GAND.
Per le mie bellezze.
PANC.
Oh bellina!
GAND.
Avete invidia? Crepate.
PANC.
Vi mangerà tutto, e poi vi pianterà.
GAND.
Ho io delle maniere, che quando un uomo le conosce, non mi lascia più.
PANC.
Voi mi fate ridere.
GAND.
Vi fo ridere? Guardate se voi in tanti anni mi avete mai potuto lasciare!
PANC.
Vi ho sofferta.
GAND.
Sofferta? Bene, bene, parlate per gelosia.
PANC.
Vi ho sempre creduta una donna savia.
GAND.
E adesso che cosa sono?
PANC.
Siete...
quasi, quasi ve lo direi.
GAND.
Andate a prendere le pillole.
PANC.
Maritarsi di quell'età?
GAND.
Signor sì.
PANC.
Prender un giovinotto?
GAND.
Signor sì.
PANC.
Un giuocatore che manderà in rovina la casa?
GAND.
Giuocatore? Florindo è giuocatore?
PANC.
E come! Si è precipitato a causa del giuoco.
GAND.
Non è vero, la gelosia vi fa parlar così.
PANC.
Certo che io vi volevo bene.
GAND.
Via, caro signor Pancrazio, contuttociò potrete venir da me.
PANC.
Sì, ma il signor Florindo...
GAND.
Temete ch'ei sia geloso, è vero? Basta, mi regolerò con prudenza.
PANC.
Più tosto, se volevate maritarvi...
mi sarei offerto io.
GAND.
Per me siete troppo vecchio.
SCENA SEDICESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signora Gandolfa.
GAND.
Che cosa volete?
COL.
Vi è il signor Florindo...
GAND.
Florindo! Oh caro, oh vita mia!
COL.
È venuto in casa di nascosto a tutti, e mi ha pregata ch'io l'introduca da voi: volete che lo faccia venire?
GAND.
Sì, subito, fatelo venire.
Presto, presto, che venga.
COL.
(Vorrà mangiar qualche cosa a questa vecchia, mi ha promesso un filippo, se lo fo passare).
(da sé, parte)
GAND.
Se avete da fare qualche cosa, potete andare.
PANC.
Mi cacciate via, eh?
GAND.
Ma, caro voi, che cosa volete far qui?
PANC.
Pazienza.
(si asciuga gli occhi)
GAND.
Poverino! Non piangete, che già vi vorrò bene.
PANC.
Non credeva mai...
GAND.
Via, che fate piangere ancor me.
PANC.
Basta.
GAND.
Povero vecchio!
PANC.
Se mi voleste bene!...
GAND.
È qui il signor Florindo; andate via.
PANC.
Io certamente...
GAND.
Andate via.
PANC.
Non vi avrei mai lasciata.
GAND.
Andate via, che siate maledetto.
PANC.
A me?
GAND.
Andate, che il diavolo vi porti.
PANC.
Vado...
(Andatevi a fidar delle donne.
Non si può sperar fedeltà nemmeno di settantasei anni).
(da sé, parte)
GAND.
Oh che vecchio minchione! Vorrebbe ch'io prendessi lui, invece di un giovane? Oh, non fo di questi spropositi!
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO con un braccio al collo, e detta.
FLOR.
Riverisco la signora Gandolfa.
GAND.
Che c'è, figlio mio? Che cosa avete? Vi siete fatto male?
FLOR.
Son caduto e mi sono slogato un braccio.
GAND.
Poverino! Quanto mi dispiace!
FLOR.
(Non voglio che ella sappia che sono stato ferito).
(da sé)
GAND.
Vi duole assai?
FLOR.
Oh, non è niente.
(Scellerato Tiburzio! Egli è in carcere a pagare il fio).
(da sé)
GAND.
Mi parete sbattuto, avete avuto paura?
FLOR.
Sono agitatissimo.
GAND.
Per qual cagione? Confidatevi in me, vita mia, che vi consolerò.
FLOR.
Per causa della mia lite ho tutti i miei effetti sequestrati.
Ho dei debiti, e se non pago, mi vogliono cacciar prigione.
GAND.
Oh povero giovine! Non vi mancherebbe altro.
FLOR.
Voi mi potreste aiutare.
GAND.
Di quanto avreste bisogno?
FLOR.
In circa cento zecchini.
GAND.
Ah Florindo, se voleste, io rimedierei a tutto.
FLOR.
Oh me felice! Voi mi consolate; ditemi, che far deggio per meritarmi la vostra grazia?
GAND.
Volermi bene.
FLOR.
Io vi amo teneramente.
GAND.
Se ciò fosse vero, stareste bene voi e starei bene anch'io.
FLOR.
Io dico la verità, vi voglio bene assai.
GAND.
Caro figlio, mettete da parte il rossore, e ditemi se avreste difficoltà di sposarmi.
FLOR.
Sposarvi?
GAND.
Sentite, vi assegnerò mille ducati l'anno d'entrata, e mille ve ne sborserò subito, acciocché possiate fare i fatti vostri.
FLOR.
(Eppure per causa del giuoco mi converrà sposare una vecchia).
(da sé)
GAND.
Via, che cosa rispondete?
FLOR.
Signora, quanti anni avete?
GAND.
Veramente sono un poco avanzata, saranno ormai quarantaotto.
FLOR.
(Oh maledetta! Credo ne abbia ottanta).
(da sé)
GAND.
Se volete, facciamo presto.
FLOR.
(Che cosa farò?) (da sé)
GAND.
Malanni io non ne ho; avevo qualche piccolo incomodo, ma ho preso le pillole e son perfettamente guarita.
FLOR.
(Finalmente creperà presto).
(da sé) Signora Gandolfa, voi siete una donna assai ben conservata, vi amo teneramente, e se volete, vi sposerò.
GAND.
Oh caro! Siate benedetto! Mi sento consolata tutta.
FLOR.
Ma con patto che dei mille ducati l'anno, e dei mille che mi date subito, m'abbiate a far donazione.
GAND.
Sì, sì, ve la farò, ve la farò.
FLOR.
(Oh giuoco indegno! Per causa tua ho da sposar un cadavere?) (da sé)
GAND.
Quando faremo le nozze?
FLOR.
Quando volete.
GAND.
Io sono all'ordine anche adesso.
FLOR.
E i denari?
GAND.
Datemi la mano di sposo, e ve li do subito.
FLOR.
La mano?...
Sì, ecco la mano.
SCENA DICIOTTESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Signora zia, mi rallegro con lei.
GAND.
Che cosa c'è, signora, avete invidia?
FLOR.
Signora Rosaura, la vostra crudeltà mi fa fare una simile risoluzione; voi m'avete scacciato, ed io mi sposo per disperazione.
GAND.
Non gli credete, vedete; ei mi sposa perché mi vuol bene.
ROS.
Oh, so benissimo perché la sposate.
Perché il giuoco vi ha rovinato, perché il giuoco vi ha reso miserabile; avete giuocato tutto, siete pieno di debiti, non avete più il modo di giuocare, e voi venite ad ingannare questa povera vecchia, lusingandovi con i suoi denari poter continuare ne' vostri scelleratissimi vizi.
GAND.
Che cosa sento! Siete un giuocatore? Vi siete giuocato tutto? Siete pieno di debiti? Mi volete assassinare? Non vi voglio più per isposo.
FLOR.
Cara signora Gandolfa, non mi abbandonate per carità; ho giuocato, è vero, ma non vi è pericolo che io giuochi più.
GAND.
Non giuocherete più?
ROS.
Non gli credete; anche a me l'ha promesso, e poi ha mancato.
FLOR.
Sono disingannato.
Conosco che non posso vincere.
Per causa del giuoco ho avuto mille disgrazie; vedete questo braccio? Per causa del giuoco ho avuto una ferita.
GAND.
Oh poverino! Siete stato ferito a causa del giuoco? Non giuocherete più?
FLOR.
No certamente.
GAND.
Ma non mi fido.
FLOR.
Ve lo giuro sull'onor mio.
ROS.
Qual onore, perfido, qual onore! L'avete villanamente macchiato.
GAND.
Via, signora, non lo strapazzate.
FLOR.
Signora Gandolfa, a voi mi raccomando.
Eccovi la mia mano, se la volete.
GAND.
Date qua, caro.
FLOR.
E il denaro?
GAND.
Ci penserò.
SCENA DICIANNOVESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Cossa feu qua, sior? (a Florindo)
FLOR.
Perdonatemi...
GAND.
Via, signore, è in casa mia, voi non c'entrate.
(a Pantalone)
PANT.
Gh'intro, perché ghe xe mia fia.
GAND.
Vostra figlia conducetevela a casa vostra.
PANT.
Siora sì, siora sì, la menerò a casa mia.
Sior Florindo caro, za se semo intesi, co mia fia no ve n'avè più da impazzar.
FLOR.
Pazienza.
ROS.
(Ancora provo della pena, ancora internamente io l'amo).
(da sé)
PANT.
Un tal sior Lelio, che xe uno de quelli che i v'ha barà, m'ha dà sti tresento cinquanta zecchini, confessando averveli robai, e pregandome che ve li daga.
Tolè e andeli a zogar.
(a Florindo)
FLOR.
Signore, certamente io non giuoco più.
PANT.
La solita canzonetta: non giuoco più.
FLOR.
Questa volta il proponimento è immancabile.
GAND.
Signor no, signor no, non giuoca più; lo ha promesso a me, e non giuocherà più.
PANT.
Promesse da zogadori.
Tolè sti bezzi, e quanto scomettemo che doman no ghe n'è più?
FLOR.
Signor Pantalone, giacché avete avuta tanta bontà per me, vi prego di una grazia.
Tenete questi trecento cinquanta zecchini, vi darò la nota di alcuni miei debiti, vi pregherò di pagarli, non mi date che quanto può bastarmi a vivere, poiché io certamente non voglio giuocar mai più.
PANT.
(Se nol vol bezzi in te le man, se pol sperar ch'el diga dasseno de no zogar più).
(da sé) Basta, i tegnirò per farve servizio.
ROS.
(Florindo pare rassegnato).
(da sé)
GAND.
Vedete se egli è un buon giovane? Venite qua, Florindo; alla presenza di mio fratello, datemi la mano.
PANT.
Coss'è? Mia sorella deventa matta?
FLOR.
Signora Gandolfa, da voi non voglio altro: mi era ridotto a sposarvi per una estrema disperazione.
Ora che il cielo m'ha provveduto, e posso sperare col tempo di rimediare alle mie disgrazie, non voglio sagrificare la mia gioventù ad un cadavere puzzolente.
GAND.
Che cos'è questo cadavere puzzolente? Io non puzzo né punto, né poco; ma credo che voi burliate, e so che mi volete bene.
FLOR.
Vi rispetto, ma non vi amo.
Siete vecchia, e non fate per me.
Signor Pantalone, favorite darle cinquanta zecchini, che ella mi ha prestati.
PANT.
Volentiera, ve li darò, siora, ve li darò.
E no ve vergognè de sta etae...
SCENA VENTESIMA
PANCRAZIO e detti.
PANC.
Riverisco lor signori.
Signora Gandolfa, sono fatte queste nozze?
GAND.
(Oh caro il mio vecchietto, non ho cuore d'abbandonarvi.
Vi voglio troppo bene, e se mi volete, io sposerò voi).
(piano a Pancrazio)
PANC.
Questa sera prenderò le pillole, e domani vi darò risposta.
FLOR.
Signora Rosaura, voi mi avete con ragione scacciato, ma non credeva che l'amor vostro potesse tutt'ad un tratto in odio cangiarsi.
ROS.
Ah signor Florindo, lo dico alla presenza del mio genitore: il labbro vi sprezza, ma il cuore ancor vi ama, e se potessi lusingarmi che foste per cambiar vita non sarei lontana dal ridonarvi la fede.
PANT.
Anca mi v'ho volesto ben, e ve ne vorria ancora se muessi vita, se lassessi el zogo.
FLOR.
Prometto al cielo, prometto a voi, di non giuocar mai più.
PANT.
Staremo a véder.
Un anno de tempo ve dago per far prova del vostro proponimento, e se sarè costante, mia fia sarà vostra muggier.
FLOR.
Voi mi consolate: che dice la signora Rosaura?
ROS.
Siatemi fedele, ed io non amerò altri che voi.
GAND.
Volete aspettare un anno a sposarvi? Nipote mia, i miei confetti si mangieranno prima dei vostri.
È egli vero, signor Pancrazio?
PANC.
Dopo le pillole, ci parleremo.
FLOR.
Chiedo nuovamente perdono alla mia cara Rosaura e all'amorosissimo signor Pantalone de' miei passati trascorsi.
Spero che in quest'anno vedrete il mio cambiamento, e quale sarà quest'anno, saranno in appresso tutti gli altri della mia vita.
Lascierò sicuramente il giuoco, giacché il giuoco è la fonte di tutti i vizi peggiori, e non si dà vita più miserabile al mondo di quella del Giuocatore vizioso.
Fine della Commedia.
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