Letteratura Italiana
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IL MARITO DI ELENA, di Giovanni Verga
Giovanni Verga
Il Marito di Elena
I
Camilla picchiò all'uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse:
- Elena è fuggita.
Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito.
Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.
La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripeté tranquillamente:
- L'ho cercata dappertutto.
Non c'è più.
Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto e cominciò a strillare: - M'hanno rubata mia figlia! m'hanno rubata mia figlia! - Taci! le disse suo marito.
Non gridare così, ché i vicini sentono!
Il pover'uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, andò ad accendere un'altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani.
Poi si misero insieme a cercar per la casa, come se l'Elena stesse giuocando a rimpiatterello.
Quando don Liborio rientrò nella camera nuziale era più pallido della sua camicia, e i capelli gli piangevano di qua e di là del cranio nudo.
Egli posò il candeliere sul tavolino da notte, e rimase colle braccia ciondoloni, di faccia a sua moglie seduta sul letto come una chioccia.
Donn'Anna ricominciò a guaire: - Perché non correte? Siete ancora qui? M'hanno rubata mia figlia Elena!
Don Liborio andava raccattando i panni per la stanza, correndo all'impazzata su e giù, urtando nelle seggiole e nel cassettone, brancicando fra le sottane della moglie affagottate sul canapè.
Camilla l'aiutava ad insaccarsi nel vestito, gli assettava la camicia sulle spalle, gli correva dietro col cappello e la mazza in mano.
Donn'Anna, accosciata sul letto, seguitava ad inveire.
- È stato Cesare! Bisogna andare dal commissario, e dirgli che Cesare ci ha rubata la figliuola, e andrà in galera se non la sposa!
Continuando a gemere e a lamentarsi infilò una gonnella, si buttò uno scialletto sulle spalle, e si diede a frugare per le stanze anche lei, tirandosi dietro la Camilla col lume, mentre suo marito scendeva le scale barcollando.
Ella rovistava in tutti i cassetti, buttando in aria ogni cosa, tastando in fondo colle mani i fazzoletti di seta ad uno ad uno, passando in rivista gli astucci degli oggetti d'oro, spalancando gli sportelli degli armadi che mostravano pendenti le spoglie inerti di Elena, gli stivalini messi in fila sotto, quasi volessero dire che i piedi di lei battevano a quell'ora la campagna.
Infine, più tranquilla, andò a sedere al solito posto, davanti al tavolino della briscola, e diede sfogo alle lagrime.
Camilla impalata sulla seggiola di faccia a lei, colle braccia sotto il seno e il viso dilavato, non apriva bocca.
Dopo un pezzetto, vedendo che la mamma stava a sfogarsi da sola, cercò pian pianino il refe e la spoletta nel cestino, e si mise a far la trina cheta cheta, senza alzare gli occhi.
In tutto il quartiere di Foria non si udiva che il tic-tac dell'orologio, in un angolo buio della stanza, di là del cerchio luminoso che la ventola spandeva sul lembo della sottana di donn'Anna, e sulle mani color di cera della figliuola.
All'improvviso il gatto si mise a miagolare sottovoce, nel vano nero dell'anticamera, guardando il lume insolito cogli occhi luccicanti, e donn'Anna che s'era appisolata, si destò con un sospiro.
- Il babbo tarda molto a venire, disse allora Camilla.
Sua madre sgranò gli occhi del tutto, e rispose colla voce rauca:
- Pover'uomo!
Finalmente si udì tornare il pover'uomo, strascicando i passi nella via.
Appena entrato si lasciò andare sul canapè, quasi avesse le gambe rotte, disfatto, col cappello in testa e il bastone fra le mani.
E come le donne lo interrogarono ansiose, si mise in collera per darsi animo.
- Che volete adesso? Avete perso la mula, e andate cercando la cavezza? Mi hanno riso in faccia quando hanno sentito che il rapitore è più giovane di mia figlia.
Capite, donn'Anna? Al giorno d'oggi non c'è polizia, né giustizia, né niente! Capite? Se la serva vi ruba le posate, dovete produrre i testimonii.
Se uno vi ruba la figl
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