IL MEDICO OLANDESE, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Ma, signor, l'avvertisco, perch'ella è forastiere:
Si trattano le donne da noi con libertà,
Però son delicate in punto di onestà.
So che in altri paesi son uomini d'ingegno,
Se vedono una donna, fan subito un disegno.
Ma qui la libertà che dassi alle persone,
Fa che sien più cortesi, ma in fondo assai più buone.
(parte)
SCENA SECONDA
Monsieur GUDEN, poi CAROLIN.
GUD.
Che in libertà si trattino, e sien le donne illese,
Lo credo un benefizio del clima del paese.
CAR.
Oh signor, mi perdoni, veduto io non l'avea;
Che fossevi persona qua dentro io non sapea.
GUD.
Un galantuom trovate, che sa nutrire in petto
Per donna d'ogni grado la stima ed il rispetto;
E che ha delle Olandesi un'ottima opinione.
CAR.
Signor, è ben bizzarra questa dichiarazione.
Io non sono olandese, ma ovunque sono stata,
Io so che dappertutto la donna è rispettata.
GUD.
È ver, dite benissimo; anch'io son di parere,
Che un uom non si fa merito facendo il suo dovere:
Di un umor malinconico scusate i detti vani.
CAR.
Via via, non dubitate, che siete in buone mani.
Il padrone ha guarito, con i consigli suoi,
Uomini ipocondriaci assai peggio di voi.
Per dir la verità, signor uomo ammalato,
Il male fin adesso vi ha poco estenuato.
Grasso, rossetto in viso, che malattia è cotesta?
Ho paura, signore, che il mal sia nella testa.
GUD.
Non parliam del mio male, vi prego in cortesia.
CAR.
Scusi.
Con sua licenza.
GUD.
Deh, non andate via,
Non mi lasciate solo, graziosa giovinetta.
CAR.
Vuol la padrona un libro.
È di là che mi aspetta.
GUD.
Che libro vi ha richiesto?
CAR.
Certo libro italiano
Che tratta delle Analisi, venuto da Milano.
GUD.
Han giovinette ancora le femmine olandesi
Di tai studi difficili i loro geni accesi?
CAR.
Voi vi maravigliate che la padrona mia
Inclini al dolce studio della geometria?
Stupitevi piuttosto, che con saper profondo
Prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo.
È italiana l'autrice, signor, non è olandese,
Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese;
Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi,
Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi.
GUD.
Se tal voi favellate che siete alfin servente,
Qual sarà la padrona?
CAR.
Per me non so niente.
Appresi dove sono a dir termini strani,
Appunto come parlano i pappagalli indiani:
Se a giocar, se a ballare, si usasse in questo loco
Vi parlerei del ballo, vi parlerei del gioco.
Ma usandosi da noi miglior divertimento,
Sono avvezzata anch'io parlar di quel che sento.
GUD.
Ditemi: la padrona è bella? È giovinetta?
CAR.
Nipote è del padrone, qual figlia a lui diletta.
GUD.
È giovane?
CAR.
È prudente.
GUD.
È bella?
CAR.
È virtuosa.
GUD.
Non rispondete a tuono; domando un'altra cosa.
CAR.
Della beltà vi cale, vi cal la giovinezza.
La virtù, la prudenza, vi par poca bellezza?
GUD.
Sì, egli è un tesoro, è vero, che l'intelletto appaga.
Capisco che non è né giovane, né vaga.
CAR.
Si vede ben, signore, che nella fantasia
Siete guasto alcun poco dalla melanconia.
Perché di lei vi vanto la virtù, la saggezza,
Voi la credete antica, e priva di bellezza.
Non è ver, v'ingannate.
I cinque lustri ancora
Non ha compiti; e tale ha beltà, che innamora.
Se non parlai degli anni, se non parlai del volto,
È perché le virtudi si apprezzano più molto.
Ma voi siete un di quelli, sia detto in confidenza,
Che amate, a quel ch'io vedo, l'esterno e l'apparenza.
GUD.
No certo; son di quelli che amano il merto vero.
Questa padrona vostra potrà vedersi, io spero.
CAR.
Perché no? qua le donne non vivon ritirate;
Sono liberamente vedute e frequentate.
E non crediate già madama una di quelle,
Che sol parlar dilettisi di linee paralelle,
Di circoli o triangoli, di punto e proporzione;
Piace anche a lei di fare la sua conversazione.
Anzi, all'uso di Leiden, figlie di varia età
Si radunano spesso in buona società,
In casa ora di questa, or di quella signora:
Fra loro unitamente si parla, si lavora,
Ora di cose serie, or di gioconde cose,
Sempre però modeste, e sempre spiritose.
GUD.
Chi è quel che di là viene? (osservando fra le scene)
CAR.
È il padron ch'è arrivato.
GUD.
Ecco la mia speranza.
Il ciel sia ringraziato.
CAR.
Lasciovi in libertà; prendo il libro, e lo porto.
(Va a prendere il libro nella libreria)
GUD.
Son dei mesi ch'io peno.
Eccolo il mio conforto.
CAR.
Vedete quai figure? Vedete in qual impegno (mostrando il libro aperto a monsieur Guden)
Dalla sapiente donna si è posto il bell'ingegno?
Osservatelo bene.
Eh, confessar bisogna,
Che fan femmine tali agli uomini vergogna.
E poi del sesso nostro si sente a mormorare!
Oh quanto, quanto meglio farebbono a studiare! (parte)
SCENA TERZA
Mounsieur GUDEN, poi mounsieur BAINER, poi un SERVITORE.
GUD.
Ah, che beltà non curo, non giovami virtute;
Mi occupa il solo, il tristo pensier di mia salute.
Tristo pensier finora, ch'ogni sventura avanza,
E in sì grand'uom soltanto mi resta una speranza.
BAI.
Signor...
(salutandolo)
GUD.
Deh, soccorrete un che non spera invano (incontrandolo ansiosamente)
Uscir, vostra mercede, fuor di miseria...
BAI.
Piano.
Ehi, recate due sedie.
(forte verso la scena)
GUD.
Signor, sono per me
Perigliosi i momenti.
BAI.
Il vostro polso.
(chiede il polso a monsieur Guden)
GUD.
Oimè! (nel dargli il polso si turba)
BAI.
(Dopo averne sentito il polso) Ehi, chi è di là? Due sedie.
(al servitore che viene)
GUD.
Vi supplico, signore,
Sentomi un tale affanno...
BAI.
Non abbiate timore.
Sedete.
GUD.
Ch'io vi esponga, signor, non isdegnate
Tutte le stravaganze di questo mal.
BAI.
Narrate.
GUD.
Or la decima luna sarà, s'io non m'inganno,
Il cuore un dì mi sento assalir da un affanno.
Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a poco
Stendersi per le membra, e dilatarsi un foco.
Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,
Più non mi reggo, e credo morire in quel momento.
Stendo al polso la mano; parmi più non sentirlo.
Corro, così tremante, fin dove non so dirlo.
Acqua, gridando, andava; chi mi soccorre? io spiro.
Recanmi alfin dell'acqua; alfin bevo, e respiro.
Ma che? quel di fatale l'epoca è sventurata
Di tai barbari assalti, ch'io provo alla giornata.
Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento.
Quando la sera imbruna, s'accresce il mio spavento
Parmi che mi si stacchino le viscere dal petto;
Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto.
E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!
Veggo leoni e demoni, e con tremor mi desto.
A tavola, al teatro, in un festino, al gioco,
Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;
E funestar temendo altrui colla mia morte,
Mi forza un rio timore fuggir da quelle porte.
Niente mi consola, ogni piacer mi è odioso,
Son diventato agli altri e a me stesso noioso.
Ah voi, signor, porgete a tanto mal ristoro,
O questo dì non passa, ch'io mi consumo e moro.
BAI.
Altro a narrar vi resta?
GUD.
Son cento i miei malori,
Ma vi narrai per ora i sintomi peggiori.
Se male io mi spiegai, se il labbro mi tradì,
Ritornerò da capo.
BAI.
No, no, basta così.
V'intesi a sufficienza.
Di qual paese siete?
GUD.
Soccorretemi prima; poi chi son lo saprete.
BAI.
Sì, vi soccorrerò; ma per un tal malore
Siate sicuro intanto, signor, che non si more.
GUD.
Come? Se in dieci mesi sento morirmi ogni ora?
BAI.
Moriste tante volte, e siete vivo ancora?
Son flati, son vapori, son convulsioni interne;
Son mali che spaventano chi teme, e non discerne.
Sentite il buon tabacco.
(gli offre del tabacco)
GUD.
Signor, vedo che invano
Per consigliar con voi partii sì da lontano.
Ed il veder ch'io sono sì poco consolato,
Creder mi fa che il male sia grave e disperato.
BAI.
Voi, che fin qua veniste, pien di fantasmi rei,
Quale concetto avete finor de' fatti miei?
GUD.
Signor, tanto vi stimo, che fin dal settentrione
Venni a cercar da voi rimedio e direzione.
Moscovia, Danimarca, la Prussia, la Sassonia,
La Svezia, il mio paese natio, ch'è la Polonia,
E Inghilterra, che pochi lodar suol per costume
Voi della medic'arte suol appellare il nume.
Volai sino in Olanda per monti, fiumi e valli,
Lenti pareanmi al corso i rapidi cavalli,
E tosto che le mura ho di Leiden vedute,
Dissi fra me giulivo: ecco la mia salute.
BAI.
E il moto salutevole sì poco vi ha giovato?
GUD.
Ah, signor, il mio male, lo veggo, è disperato.
BAI.
No, cerchiam la cagione, che misero vi rende;
Questa non vien dal corpo, dal spirito dipende.
All'esame, all'esame.
GUD.
Ora mi consolate.
Fatemi le ricerche dall'arte praticate.
BAI.
Dite, signor Polacco, come si sta d'amori?
GUD.
Perché non domandate se ho sete, se ho dolori? (un poco mortificato)
BAI.
Non istudiai soltanto Ippocrate e Galeno.
Di medico son io filosofo non meno.
E di cento ammalati, ricorsi all'arte mia,
Ottanta ne guarisce buona filosofia.
All'esame, all'esame.
È amor che vi tormenta?
GUD.
Signor, quella ch'io amava, miseramente è spenta.
BAI.
Quant'è che più non vive?
GUD.
La misera morì
Poco pria ch'io giungessi a delirar così.
BAI.
E a me pel vostro male dunque chiedete aita?
Volete per guarirvi ch'io la richiami in vita?
Giovine appassionato, capite or le ragioni
Fondate, ragionevoli, di mie interrogazioni?
GUD.
Ma, signor, il principio puol esser metafisico;
Ma il mal che ora m'affligge, è doloroso e fisico.
Si è tanto abituato, reso si è così forte,
Che adesso ogni momento minacciami la morte.
BAI.
Che morte? Che minaccie? Scacciate ogni timore;
Per questo mal, vi replico, al certo non si more.
Voi bramereste, il veggo, l'alta consolazione,
Che sopra il vostro male facessi una lezione
Coi termini dell'arte, con qualche anatomia,
Per render più confusa la vostra fantasia.
No, uditemi, signore: trattate il vostro male
Come un fanciullo armato, che l'inimico assale.
La spada può ferirvi, se gli esponete il petto,
Ma piccola difesa delude il giovanetto.
Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso,
Ma la difesa vostra è dentro di voi stesso.
Se la ragion si opponga al mal che vi fa guerra,
Ecco il bambino inerme, ecco la spada a terra.
GUD.
Ma signor...
BAI.
Ma signore, chi a me dal settentrione
Venuto è per consiglio, m'insulta, se si oppone.
GUD.
Qualche medicamento almen per consolarmi.
BAI.
Eh ben, se vi guarisco, quanto volete darmi?
GUD.
Signor, il sangue istesso darei per istar bene.
Ho lettere di cambio, so quel che far conviene.
BAI.
Saranno le cambiali, sarà il vostro danaro
Opportuno al rimedio, che darvi or mi preparo.
Uditemi: prendete nei borghi al rio vicini
Comodo albergo e lieto, in mezzo a bei giardini.
Una conversazione trovatevi gioconda.
Vivete cogli amici a tavola rotonda:
Giocate per piacere, non mai per rovinarvi,
Prendete un buon cavallo talor per sollazzarvi.
Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo;
Chiodo, i poeti dicono, scaccia dall'asse il chiodo.
Ecco il rimedio vostro.
Sarà la mia mercede,
Che a' miei buoni consigli abbiate a prestar fede.
Bainer da tai malati di profittar non cura;
Sincerità è il mio vanto, non vivo d'impostura.
Voi di me vi fidate, io sono un uomo onesto.
La malattia conosco, ed il rimedio è questo.
(parte)
SCENA QUARTA
Monsieur GUDEN, poi madama MARIANNA.
GUD.
Dunque sinor fui pazzo? dunque mi dolsi invano?
Tanto soffersi e tanto, per un principio insano?
So che la donna estinta recommi un fier dolore,
Ma non mi par la sola fonte del mio malore;
E se la cagion prima anche da lei sia sorta,
Persister dieci mesi dovrà dacch'ella è morta?
Bainer è un uomo grande, sa dir, sa consigliarmi,
Ma dirlo anche potrebbe affin di consolarmi.
Mi lascia? mi abbandona? Ah, non avrò quiete,
Se a parlar non ritorno...
(correndo per la scena)
MAR.
Signor, dove correte?
GUD.
(Stelle, che volto è questo! Della mia bella estinta
Parmi vedere in esso l'immagine dipinta.
Oh fatal somiglianza, che mi risveglia in cuore
L'amara rimembranza d'un sventurato amore!)
(da sé; si ferma sorpreso, salutandola)
MAR.
Siete voi l'ammalato?
GUD.
Per mia disgrazia il sono.
MAR.
Forestier?
GUD.
Sì, madama.
MAR.
Di qual nazion?
GUD.
Pollono.
MAR.
Da region sì lontana fin qua chi v'ha condutto?
GUD.
Monsieur Bainer, madama, non trovasi per tutto.
MAR.
Vi ha egli soddisfatto?
GUD.
Dirò, per dir il vero
Sembra che del mio male non prendasi pensiero.
MAR.
S'ella è così, signore, vivete in festa e in gioco.
Quand'ei non s'interessa, il mal sarà da poco.
GUD.
Ma esige un ammalato maggior compatimento.
MAR.
Che dato egli non v'abbia alcun suggerimento?
GUD.
Ecco i consigli suoi: palazzo infra i giardini,
Amicizie, cavalli, conversazion, festini.
E all'ultimo, cred'io solo per beffeggiarmi,
Giunse a lodar perfino l'idea d'innamorarmi.
MAR.
Cotai medicamenti son ben particolari;
In bocca di mio zio sono estraordinari.
Egli però degli uomini è buon conoscitore;
Vi avrà con una occhiata letto perfin nel cuore.
GUD.
Madama, ho già risolto prestar fede a' suoi detti;
Vuò divertir lo spirito con piacevoli oggetti.
MAR.
Ite a cercar adunque ciò ch'ei vi suggerì.
GUD.
Dove potrei andare per star meglio di qui?
MAR.
Sì, è ver, sono anche i libri un bel divertimento.
GUD.
Ma di studiar per ora, madama, non mi sento.
Quel che provar può farmi lodevole il consiglio,
È l'amoroso sguardo di un sì amabile ciglio.
MAR.
Il ciglio mio, signore? Oh, giudicar conviene,
Che dello zio i consigli capiste poco bene.
GUD.
Anzi, se mi approfitto di sì felice sorte,
Medico e medicina ritrovo in queste porte.
MAR.
Qual trovar medicina sperate in questo tetto?
GUD.
Egli non disapprova un rispettoso affetto.
MAR.
Ma impiegarlo per chi?
GUD.
Per voi, se nol sdegnate.
MAR.
Caro signor Polacco, ridere voi mi fate.
GUD.
Lo so, lo so, che invano spero trovar conforto;
Meco le mie sventure, ovunque vado, io porto.
Per me le stelle ingrate son d'ogni bene avare.
(agitato)
MAR.
Questo trasporto vostro è ben particolare.
GUD.
Che può sperare un uomo pieno di larve in petto?
Reso dal mal stucchevole, orribile d'aspetto? (agitato)
MAR.
Oh signor, non è vero.
Frenate omai quell'ira.
Il vostro volto è tale, che riverenza ispira.
Sprezzo di voi medesimo vi porta a questo segno:
Non vi si vede in viso, di quel che dite, un segno.
GUD.
Esser può che madama co' suoi lumi vezzosi (rasserenato)
M'abbia tratti dal volto i segni dolorosi.
MAR.
Son di guarir lo spirito arti al mio ciglio ignote.
GUD.
Ah, non so chi più vaglia, se il zio, se la nipote.
MAR.
Vi scordaste, mi pare, i suoi suggerimenti.
Propose all'uopo vostro miglior divertimenti:
Gioco, feste, giardini, moto, allegria di cuore.
GUD.
Aggiungete, madama, qualche discreto amore.
MAR.
Oh mi perdoni, in questo ei vi consiglia male.
GUD.
No, dubitar nol posso; Bainer so quanto vale.
MAR.
Bene, il paese nostro d'oggetti è provveduto:
Basterà che voi siate in Leiden conosciuto.
Non mancherà chi apprezzi del vostro cuore il dono.
GUD.
Le lettere ch'io porto, paleseran chi sono.
Non paladin del regno, non della Corte amante,
Ma giovane onorato, banchiere e negoziante.
Né di vantarmi intendo, nel dichiarar ch'io sono
Tal, che da sorte amica ebbe ricchezze in dono.
Ma che mi val al mondo l'aver comodo stato?
L'oro che può valermi, s'io son sì sfortunato?
MAR.
Or di che vi dolete?
GUD.
Mi dolgo aver sofferto
Tanti dolori e tanti, della mia vita incerto.
E allor che dal mio seno spero smarrito il tedio,
Trovar che al male mio contrasta il mio rimedio.
MAR.
Signor, non vi avrà detto il medico eccellente,
Che possa il vostro male guarir sì facilmente.
Spegner non può sì presto poc'acqua un sì gran foco;
Soglion le medicine oprare a poco a poco.
Non siate uno di quelli che hanno in soffrir dispetto,
Che von con una bibita balzar fuori di letto.
Sanan le medicine sofferte e reiterate.
Via, signor ammalato, curatevi e sperate.
(parte)
GUD.
Vedo, o di veder parmi, di madama il pensiero.
Sì, medica pietosa, la mia salute io spero.
Se tanto ella somiglia al bel che ho già perduto,
Di pace e di conforto il ciel mi ha provveduto.
Di Bainer mi sovviene quel paragon ch'io lodo:
Chiodo, mi disse il medico, scaccia dall'asse il chiodo.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
PETIZZ solo.
PET.
Prepariamo le sedie.
Che possan comodarsi
Questi filosofoni, che vengono a spassarsi.
(mette una sedia)
Fra loro le giornate dividonsi da bravi.
Un dì vengono i pazzi, un dì vengono i savi.
(con un'altra sedia)
Oh, viene monsieur Lass.
Capisco, in questo dì (una sedia)
Non sono i pazzi pazzi, ma quei così così.
SCENA SECONDA
Monsieur LASS, monsieur TAUS, monsieur MANN, poi monsieur PAFF ed il suddetto.
LASS
(Camminando a passo lento, fermandosi di quando in quando, leggendo un foglio; poi si pone a sedere senza dir niente)
PET.
Non abbada a nessuno.
Che faccia da Catone!
Ecco qui monsieur Taus.
Un altro medaglione.
TAUS
(Entra senza parlare, va alla libreria; si prende un libro, poi si pone a sedere, salutandosi con monsieur Lass senza parlare)
PET.
Oh, non s'han le parole da consumar invano.
Questi?...
Si, è monsieur Mann.
Par Seneca romano.
MANN
(Viene anch'esso bel bello; si pone a sedere vicino a monsieur Lass; si salutano al solito.
Poi tira fuori la scatola del tabacco.
Ne dà una presa a monsieur Lass, e ne prende per sé.
Poi tira fuori di tasca un foglio, si pone gli occhiali al naso, e legge piano)
PET.
Che sia qualche ricetta? è medico egli pure,
Ma un medico soffistico, pien di caricature.
Oh, viene monsieur Paff; questi mi dà più noia,
Pare un greco avanzato dall'incendio di Troia.
PAFF
(Entra, e va a sedere al tavolino, e si pone a scrivere senza salutar nessuno)
PET.
Oh le belle figure! son elleno, m'impegno,
Quattro statue eccellenti per l'arte del disegno.
Vuole il tè? (A monsieur Lass, quale gli fa cenno di no)
Signor no.
(da sé) Vuole il tè? (a monsieur Crem, che gli accenna che taccia) No, non parlo.
Vogliono il tè, signori? (monsieur Mann, monsieur Taus accennano di sì)
Zitto; vado a pigliarlo.
Un pover'uom, che fosse mutolo di natura,
Fra questi si vedrebbe a far la sua figura.
(parte)
(Restano i suddetti nella loro situazione per qualche tempo)
SCENA TERZA
Monsieur GUDEN e detti.
GUD.
(Madama è ritirata.
A restar solo io peno.
Qui son dei galantuomini; potrò parlare almeno).
(da sé)
Servo di lor signori.
(saluta alcuno di loro; rispondono al saluto senza dir niente) Che studiasi di buono?
Non sono un letterato, filosofo non sono,
Ma anch'io delle bell'arti prendo qualche diletto.
Signore, a me non sembra mancare al mio rispetto, (verso uno di loro, che mostra d'inquietarsi)
Onde abbiate a inquietarvi.
Fatemi voi ragione.
(ad un altro, che non risponde)
Oh sì, che ho ritrovato buona conversazione!
Ch'io tratti e mi diverta, Bainer mi raccomanda.
Son questi i passatempi che trovansi in Olanda?
Eh, l'avrei ritrovato il passatempo amabile;
Ma un forestier...
sì presto...
so che non è sperabile.
E se un po' po' mi attacco, quel che sarà lo veggio:
Venni in Olanda afflitto, e partirò assai peggio.
Scacciar vorrei di mente le immagini funeste.
(Ma che fan qui costoro? che genti sono queste?
Hanno ragion? favellano? o son di senso vuote
Macchine, che si muovono per via di suste e ruote?) (da sé)
LASS
Monsieur Taus.
GUD.
(Oh, egli parla).
(da sé)
LASS
Spero averlo trovato.
GUD.
Che cercate, signore? (a monsieur Lass)
LASS
Il circolo quadrato.
GUD.
Signor, questa scoperta vi fa un onor sovrano;
L'hanno finor cercata tante Accademie invano.
LASS
S'ha da trovar.
GUD.
In Leiden fiorisce alto sapere.
Vi prego illuminarmi.
LASS
Vi prego di tacere.
(seguita a leggere)
GUD.
Siete voi persuaso, signor, di tal scoperta? (a monsieur Taus)
TAUS
Or mi tiene occupato cosa che assai più merta.
GUD.
E qual è l'argomento?
TAUS
Da me trovar si spera
Del flusso e del riflusso del mar la causa vera.
GUD.
Se ciò veder mi lice, signor, sarò ben lieto:
Vi supplico di dirmi...
TAUS
Vi supplico star cheto.
(seguita a leggere)
GUD.
(Ha ragion: questi studi esigono attenzione).
Voi, signor, che studiate, con vostra permissione? (a monsieur Paff)
PAFF
Cerco la divisione del punto indivisibile.
GUD.
Oh signor, perdonate: cercate un impossibile.
PAFF
Tutto, chi cerca, trova.
GUD.
Come sperar si può?
PAFF
Aspettate che 'l trovi, e poi risponderò.
(segue a scrivere)
GUD.
(S'egli non parla più, pria d'averlo trovato,
Innanzi ch'ei risponda, il mondo è terminato.
Quest'altro ha un foglio in mano; temo aver a pentirmi,
Se chiedo cosa legga; ma serve a divertirmi).
(da sé)
Signor.
(a monsieur Mann, il quale si fissa guardandolo cogli occhiali)
Quel che leggete è qualche poesia?
MANN
(Dopo averlo ancora guardato) Quel ch'io leggo, è un trattato sopra l'ipocondria.
GUD.
Oh signor, s'io non sono soverchiamente ardito,
Ditemi qualche cosa.
MANN
Non ho ancora finito.
(torna a leggere)
GUD.
D'ipocondria che dice? è mal che sia incurabile?
Dirà, ne son sicuro, ch'è un male insopportabile.
Suggerisce il rimedio al pessimo vapore?
Ammette fra i rimedi accendersi d'amore?
Dice che al mal s'accordi un simile sollazzo?
MANN
Sono alla conclusione.
L'ipocondriaco è un pazzo.
(queste ultime parole mostra di leggerle)
GUD.
In sensi quasi simili Bainer lo definì.
Quando lo dicon tutti, dev'essere così.
Ma se l'ipocondriaco pazzo vien dichiarato,
Tanto peggio; il mio male adunque è disperato.
Ah, se talor m'accende fiamma vorace e ria,
Saranno i miei deliri effetti di pazzia.
Di risanar, s'è questo sperar più non mi giova,
Medico per i pazzi al mondo non si trova.
Dubito sia un effetto del senno mio smarrito,
L'essermi di madama sì subito invaghito.
E lo sperar ch'io possa in lei destar passione,
Fammi temer del tutto smarrita la ragione.
No, non è ver; s'io avessi perduti i sentimenti,
Non tratterrei me stesso con simili argomenti.
Signor, l'ipocondriaco è un misero infelice,
Ma non è pazzo.
Un pazzo sarà quel che lo dice.
(a monsieur Mann con isdegno)
MANN
(S'alza del bello, piega il bene il foglio che leggeva, lo mette in mano di monsieur Guden, poi torna a sedere)
GUD.
Che complimento è questo? Lo consegnate a me?
SCENA QUARTA
PETIZZ col tè, e detti.
PET.
Ecco per chi ne vuole.
Si servino del tè.
(tutti i quattro Olandesi lo prendono, e lo bevono senza parlare)
Ella, signor? (a monsieur Guden)
GUD.
Non so; lo prenderei, ma tremo:
D'ogni cosa pavento, ogni bevanda io temo.
Dicon che il tè rilasci lo stomaco.
Non voglio;
Bevanlo gli altri; intanto leggerò questo foglio.
Curiosità mi sprona.
Ah, temo di far peggio.
Fin la voce mi trema.
Eh son follie, lo veggio.
(legge piano)
SCENA QUINTA
Monsieur BAINER e detti.
BAI.
(Saluta tutti.
Si pone a sedere; e prende il tè senza dir niente)
GUD
(Leggendo smania)
BAI.
Signor, che avete voi? (a monsieur Guden)
GUD.
Ah, in questo foglio ho letto
Quel che per lusingarmi voi non mi avete detto.
BAI.
Che contiene quel foglio?
GUD.
Contiene la fatale
Fondata, fondatissima sentenza del mio male.
BAI.
Chi ve lo diè? (alzandosi)
GUD.
Mel diede quel...
ch'io non so chi ei sia.
(accennando monsieur Mann)
BAI.
Signor, meno galenica, e più filosofia.
(a monsieur Mann, togliendo la carta di mano a monsieur Guden)
Ad uno, il di cui male sta sol nello spavento,
Chi v'insegnò di porgere si barbaro fomento?
MANN
Qua per curar non venni uom ch'è da voi curato:
Il foglio non è mio, ma il foglio è ben fondato.
BAI.
Lo sarà, non contrasto.
Ma che ha che far con lui?
MANN
Legga quel foglio, e tremi.
Vegga i perigli sui.
GUD.
Oimè! (osservando ora l'uno, ora l'altro, quando parlano)
BAI.
Vi è noto appieno qual siasi il di lui male?
MANN
Lo conosco abbastanza.
È orribile, è mortale.
BAI.
V'ingannate.
MANN
Lo provo.
BAI.
Non è che ipocondria.
MANN
È un'ipocondria nera, che tende alla mania.
BAI.
Quai sintomi vedeste?
MANN
Furor fuor di ragione.
BAI.
È falso l'argomento.
MANN
Certa è la conclusione.
BAI.
Il polso è regolare.
MANN
Favorite.
(gli tasta il polso) È alterato.
GUD.
Oimè!
BAI.
Nol conoscete.
È d'un uom spaventato.
(tastando il polso)
MANN
Bainer, anch'io son medico; né vuò soffrire un torto.
BAI.
Quest'ammalato ho in cura.
MANN
Quell'ammalato è morto.
(parte)
GUD.
Signor, per carità.
BAI.
Figlio, non paventate.
È monsieur Mann il primo fra le teste ostinate.
È tal, che acciò un pronostico non gli andasse fallato,
Vorria, se fosse lecito, uccider l'ammalato,
No, timor non abbiate di morte o di deliro,
Sulla mia fede, amico, sull'onor mio.
GUD.
Respiro.
BAI.
Monsieur Lass colla mente che scrutinar procura?
GUD.
Del circolo pretende trovar la quadratura.
BAI.
Ben;
...
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