IL MEDICO OLANDESE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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MAR.
Vi ha egli soddisfatto?
GUD.
Dirò, per dir il vero
Sembra che del mio male non prendasi pensiero.
MAR.
S'ella è così, signore, vivete in festa e in gioco.
Quand'ei non s'interessa, il mal sarà da poco.
GUD.
Ma esige un ammalato maggior compatimento.
MAR.
Che dato egli non v'abbia alcun suggerimento?
GUD.
Ecco i consigli suoi: palazzo infra i giardini,
Amicizie, cavalli, conversazion, festini.
E all'ultimo, cred'io solo per beffeggiarmi,
Giunse a lodar perfino l'idea d'innamorarmi.
MAR.
Cotai medicamenti son ben particolari;
In bocca di mio zio sono estraordinari.
Egli però degli uomini è buon conoscitore;
Vi avrà con una occhiata letto perfin nel cuore.
GUD.
Madama, ho già risolto prestar fede a' suoi detti;
Vuò divertir lo spirito con piacevoli oggetti.
MAR.
Ite a cercar adunque ciò ch'ei vi suggerì.
GUD.
Dove potrei andare per star meglio di qui?
MAR.
Sì, è ver, sono anche i libri un bel divertimento.
GUD.
Ma di studiar per ora, madama, non mi sento.
Quel che provar può farmi lodevole il consiglio,
È l'amoroso sguardo di un sì amabile ciglio.
MAR.
Il ciglio mio, signore? Oh, giudicar conviene,
Che dello zio i consigli capiste poco bene.
GUD.
Anzi, se mi approfitto di sì felice sorte,
Medico e medicina ritrovo in queste porte.
MAR.
Qual trovar medicina sperate in questo tetto?
GUD.
Egli non disapprova un rispettoso affetto.
MAR.
Ma impiegarlo per chi?
GUD.
Per voi, se nol sdegnate.
MAR.
Caro signor Polacco, ridere voi mi fate.
GUD.
Lo so, lo so, che invano spero trovar conforto;
Meco le mie sventure, ovunque vado, io porto.
Per me le stelle ingrate son d'ogni bene avare.
(agitato)
MAR.
Questo trasporto vostro è ben particolare.
GUD.
Che può sperare un uomo pieno di larve in petto?
Reso dal mal stucchevole, orribile d'aspetto? (agitato)
MAR.
Oh signor, non è vero.
Frenate omai quell'ira.
Il vostro volto è tale, che riverenza ispira.
Sprezzo di voi medesimo vi porta a questo segno:
Non vi si vede in viso, di quel che dite, un segno.
GUD.
Esser può che madama co' suoi lumi vezzosi (rasserenato)
M'abbia tratti dal volto i segni dolorosi.
MAR.
Son di guarir lo spirito arti al mio ciglio ignote.
GUD.
Ah, non so chi più vaglia, se il zio, se la nipote.
MAR.
Vi scordaste, mi pare, i suoi suggerimenti.
Propose all'uopo vostro miglior divertimenti:
Gioco, feste, giardini, moto, allegria di cuore.
GUD.
Aggiungete, madama, qualche discreto amore.
MAR.
Oh mi perdoni, in questo ei vi consiglia male.
GUD.
No, dubitar nol posso; Bainer so quanto vale.
MAR.
Bene, il paese nostro d'oggetti è provveduto:
Basterà che voi siate in Leiden conosciuto.
Non mancherà chi apprezzi del vostro cuore il dono.
GUD.
Le lettere ch'io porto, paleseran chi sono.
Non paladin del regno, non della Corte amante,
Ma giovane onorato, banchiere e negoziante.
Né di vantarmi intendo, nel dichiarar ch'io sono
Tal, che da sorte amica ebbe ricchezze in dono.
Ma che mi val al mondo l'aver comodo stato?
L'oro che può valermi, s'io son sì sfortunato?
MAR.
Or di che vi dolete?
GUD.
Mi dolgo aver sofferto
Tanti dolori e tanti, della mia vita incerto.
E allor che dal mio seno spero smarrito il tedio,
Trovar che al male mio contrasta il mio rimedio.
MAR.
Signor, non vi avrà detto il medico eccellente,
Che possa il vostro male guarir sì facilmente.
Spegner non può sì presto poc'acqua un sì gran foco;
Soglion le medicine oprare a poco a poco.
Non siate uno di quelli che hanno in soffrir dispetto,
Che von con una bibita balzar fuori di letto.
Sanan le medicine sofferte e reiterate.
Via, signor ammalato, curatevi e sperate.
(parte)
GUD.
Vedo, o di veder parmi, di madama il pensiero.
Sì, medica pietosa, la mia salute io spero.
Se tanto ella somiglia al bel che ho già perduto,
Di pace e di conforto il ciel mi ha provveduto.
Di Bainer mi sovviene quel paragon ch'io lodo:
Chiodo, mi disse il medico, scaccia dall'asse il chiodo.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
PETIZZ solo.
PET.
Prepariamo le sedie.
Che possan comodarsi
Questi filosofoni, che vengono a spassarsi.
(mette una sedia)
Fra loro le giornate dividonsi da bravi.
Un dì vengono i pazzi, un dì vengono i savi.
(con un'altra sedia)
Oh, viene monsieur Lass.
Capisco, in questo dì (una sedia)
Non sono i pazzi pazzi, ma quei così così.
SCENA SECONDA
Monsieur LASS, monsieur TAUS, monsieur MANN, poi monsieur PAFF ed il suddetto.
LASS
(Camminando a passo lento, fermandosi di quando in quando, leggendo un foglio; poi si pone a sedere senza dir niente)
PET.
Non abbada a nessuno.
Che faccia da Catone!
Ecco qui monsieur Taus.
Un altro medaglione.
TAUS
(Entra senza parlare, va alla libreria; si prende un libro, poi si pone a sedere, salutandosi con monsieur Lass senza parlare)
PET.
Oh, non s'han le parole da consumar invano.
Questi?...
Si, è monsieur Mann.
Par Seneca romano.
MANN
(Viene anch'esso bel bello; si pone a sedere vicino a monsieur Lass; si salutano al solito.
Poi tira fuori la scatola del tabacco.
Ne dà una presa a monsieur Lass, e ne prende per sé.
Poi tira fuori di tasca un foglio, si pone gli occhiali al naso, e legge piano)
PET.
Che sia qualche ricetta? è medico egli pure,
Ma un medico soffistico, pien di caricature.
Oh, viene monsieur Paff; questi mi dà più noia,
Pare un greco avanzato dall'incendio di Troia.
PAFF
(Entra, e va a sedere al tavolino, e si pone a scrivere senza salutar nessuno)
PET.
Oh le belle figure! son elleno, m'impegno,
Quattro statue eccellenti per l'arte del disegno.
Vuole il tè? (A monsieur Lass, quale gli fa cenno di no)
Signor no.
(da sé) Vuole il tè? (a monsieur Crem, che gli accenna che taccia) No, non parlo.
Vogliono il tè, signori? (monsieur Mann, monsieur Taus accennano di sì)
Zitto; vado a pigliarlo.
Un pover'uom, che fosse mutolo di natura,
Fra questi si vedrebbe a far la sua figura.
(parte)
(Restano i suddetti nella loro situazione per qualche tempo)
SCENA TERZA
Monsieur GUDEN e detti.
GUD.
(Madama è ritirata.
A restar solo io peno.
Qui son dei galantuomini; potrò parlare almeno).
(da sé)
Servo di lor signori.
(saluta alcuno di loro; rispondono al saluto senza dir niente) Che studiasi di buono?
Non sono un letterato, filosofo non sono,
Ma anch'io delle bell'arti prendo qualche diletto.
Signore, a me non sembra mancare al mio rispetto, (verso uno di loro, che mostra d'inquietarsi)
Onde abbiate a inquietarvi.
Fatemi voi ragione.
(ad un altro, che non risponde)
Oh sì, che ho ritrovato buona conversazione!
Ch'io tratti e mi diverta, Bainer mi raccomanda.
Son questi i passatempi che trovansi in Olanda?
Eh, l'avrei ritrovato il passatempo amabile;
Ma un forestier...
sì presto...
so che non è sperabile.
E se un po' po' mi attacco, quel che sarà lo veggio:
Venni in Olanda afflitto, e partirò assai peggio.
Scacciar vorrei di mente le immagini funeste.
(Ma che fan qui costoro? che genti sono queste?
Hanno ragion? favellano? o son di senso vuote
Macchine, che si muovono per via di suste e ruote?) (da sé)
LASS
Monsieur Taus.
GUD.
(Oh, egli parla).
(da sé)
LASS
Spero averlo trovato.
GUD.
Che cercate, signore? (a monsieur Lass)
LASS
Il circolo quadrato.
GUD.
Signor, questa scoperta vi fa un onor sovrano;
L'hanno finor cercata tante Accademie invano.
LASS
S'ha da trovar.
GUD.
In Leiden fiorisce alto sapere.
Vi prego illuminarmi.
LASS
Vi prego di tacere.
(seguita a leggere)
GUD.
Siete voi persuaso, signor, di tal scoperta? (a monsieur Taus)
TAUS
Or mi tiene occupato cosa che assai più merta.
GUD.
E qual è l'argomento?
TAUS
Da me trovar si spera
Del flusso e del riflusso del mar la causa vera.
GUD.
Se ciò veder mi lice, signor, sarò ben lieto:
Vi supplico di dirmi...
TAUS
Vi supplico star cheto.
(seguita a leggere)
GUD.
(Ha ragion: questi studi esigono attenzione).
Voi, signor, che studiate, con vostra permissione? (a monsieur Paff)
PAFF
Cerco la divisione del punto indivisibile.
GUD.
Oh signor, perdonate: cercate un impossibile.
PAFF
Tutto, chi cerca, trova.
GUD.
Come sperar si può?
PAFF
Aspettate che 'l trovi, e poi risponderò.
(segue a scrivere)
GUD.
(S'egli non parla più, pria d'averlo trovato,
Innanzi ch'ei risponda, il mondo è terminato.
Quest'altro ha un foglio in mano; temo aver a pentirmi,
Se chiedo cosa legga; ma serve a divertirmi).
(da sé)
Signor.
(a monsieur Mann, il quale si fissa guardandolo cogli occhiali)
Quel che leggete è qualche poesia?
MANN
(Dopo averlo ancora guardato) Quel ch'io leggo, è un trattato sopra l'ipocondria.
GUD.
Oh signor, s'io non sono soverchiamente ardito,
Ditemi qualche cosa.
MANN
Non ho ancora finito.
(torna a leggere)
GUD.
D'ipocondria che dice? è mal che sia incurabile?
Dirà, ne son sicuro, ch'è un male insopportabile.
Suggerisce il rimedio al pessimo vapore?
Ammette fra i rimedi accendersi d'amore?
Dice che al mal s'accordi un simile sollazzo?
MANN
Sono alla conclusione.
L'ipocondriaco è un pazzo.
(queste ultime parole mostra di leggerle)
GUD.
In sensi quasi simili Bainer lo definì.
Quando lo dicon tutti, dev'essere così.
Ma se l'ipocondriaco pazzo vien dichiarato,
Tanto peggio; il mio male adunque è disperato.
Ah, se talor m'accende fiamma vorace e ria,
Saranno i miei deliri effetti di pazzia.
Di risanar, s'è questo sperar più non mi giova,
Medico per i pazzi al mondo non si trova.
Dubito sia un effetto del senno mio smarrito,
L'essermi di madama sì subito invaghito.
E lo sperar ch'io possa in lei destar passione,
Fammi temer del tutto smarrita la ragione.
No, non è ver; s'io avessi perduti i sentimenti,
Non tratterrei me stesso con simili argomenti.
Signor, l'ipocondriaco è un misero infelice,
Ma non è pazzo.
Un pazzo sarà quel che lo dice.
(a monsieur Mann con isdegno)
MANN
(S'alza del bello, piega il bene il foglio che leggeva, lo mette in mano di monsieur Guden, poi torna a sedere)
GUD.
Che complimento è questo? Lo consegnate a me?
SCENA QUARTA
PETIZZ col tè, e detti.
PET.
Ecco per chi ne vuole.
Si servino del tè.
(tutti i quattro Olandesi lo prendono, e lo bevono senza parlare)
Ella, signor? (a monsieur Guden)
GUD.
Non so; lo prenderei, ma tremo:
D'ogni cosa pavento, ogni bevanda io temo.
Dicon che il tè rilasci lo stomaco.
Non voglio;
Bevanlo gli altri; intanto leggerò questo foglio.
Curiosità mi sprona.
Ah, temo di far peggio.
Fin la voce mi trema.
Eh son follie, lo veggio.
(legge piano)
SCENA QUINTA
Monsieur BAINER e detti.
BAI.
(Saluta tutti.
Si pone a sedere; e prende il tè senza dir niente)
GUD
(Leggendo smania)
BAI.
Signor, che avete voi? (a monsieur Guden)
GUD.
Ah, in questo foglio ho letto
Quel che per lusingarmi voi non mi avete detto.
BAI.
Che contiene quel foglio?
GUD.
Contiene la fatale
Fondata, fondatissima sentenza del mio male.
BAI.
Chi ve lo diè? (alzandosi)
GUD.
Mel diede quel...
ch'io non so chi ei sia.
(accennando monsieur Mann)
BAI.
Signor, meno galenica, e più filosofia.
(a monsieur Mann, togliendo la carta di mano a monsieur Guden)
Ad uno, il di cui male sta sol nello spavento,
Chi v'insegnò di porgere si barbaro fomento?
MANN
Qua per curar non venni uom ch'è da voi curato:
Il foglio non è mio, ma il foglio è ben fondato.
BAI.
Lo sarà, non contrasto.
Ma che ha che far con lui?
MANN
Legga quel foglio, e tremi.
Vegga i perigli sui.
GUD.
Oimè! (osservando ora l'uno, ora l'altro, quando parlano)
BAI.
Vi è noto appieno qual siasi il di lui male?
MANN
Lo conosco abbastanza.
È orribile, è mortale.
BAI.
V'ingannate.
MANN
Lo provo.
BAI.
Non è che ipocondria.
MANN
È un'ipocondria nera, che tende alla mania.
BAI.
Quai sintomi vedeste?
MANN
Furor fuor di ragione.
BAI.
È falso l'argomento.
MANN
Certa è la conclusione.
BAI.
Il polso è regolare.
MANN
Favorite.
(gli tasta il polso) È alterato.
GUD.
Oimè!
BAI.
Nol conoscete.
È d'un uom spaventato.
(tastando il polso)
MANN
Bainer, anch'io son medico; né vuò soffrire un torto.
BAI.
Quest'ammalato ho in cura.
MANN
Quell'ammalato è morto.
(parte)
GUD.
Signor, per carità.
BAI.
Figlio, non paventate.
È monsieur Mann il primo fra le teste ostinate.
È tal, che acciò un pronostico non gli andasse fallato,
Vorria, se fosse lecito, uccider l'ammalato,
No, timor non abbiate di morte o di deliro,
Sulla mia fede, amico, sull'onor mio.
GUD.
Respiro.
BAI.
Monsieur Lass colla mente che scrutinar procura?
GUD.
Del circolo pretende trovar la quadratura.
BAI.
Ben; la trovaste, amico? (a monsieur Lass)
LASS
Sì, quasi ad evidenza.
(alzandosi)
BAI.
E su qual fondamento?
LASS
Vado a far l'esperienza.
BAI.
Da superar vi resta qualche difficoltà?
LASS
Non la trovai del tutto, ma un dì si troverà.
(Così per me trovassi il cuor di sua nipote,
Che tanto mi par bella, ed ha sì bella dote!) (parte)
BAI.
Malagevole impresa.
GUD.
È una follia visibile,
Qual di chi vuol dividere il punto indivisibile.
PAFF
D'algebra e d'analitica insegnan le bell'arti (s'alza)
Che ogni materia ha corpo, e che ogni corpo ha parti;
Che ogni picciola parte, dal corpo suo recisa,
Puol essere in più parti divisa e suddivisa;
E il punto indivisibile rispetto alla figura.
Dividere pretendo almen per congettura.
So che l'impegno è grande, ma il fondamento è sodo;
Mancami sol ch'io trovi per eseguirlo il modo.
TAUS
Ho ben io ritrovata la causa e il fondamento (s'alza)
Del flusso e del riflusso del liquido elemento.
BAI.
A parte i buoni amici render di ciò conviene.
TAUS
Il flusso ed il riflusso del mar dunque proviene
O da una forza elastica, che in fondo al mar s'aduna,
O dai violenti influssi del corso della luna,
O un moto sotterraneo rende quell'onde instabili.
Tutte ragioni vere, o almen tutte probabili.
(parte)
SCENA SESTA
Monsieur BAINER, monsieur GUDEN.
GUD.
Signor, queste figure in casa vostra unite,
Che s'intende che sieno?
BAI.
Dirò, non istupite.
Vengono a favorirmi cotai filosofastri,
Che presso il basso volgo vonno passar per mastri,
E par loro che giovi dire al mondo ingannato:
Di Bainer frequentiamo lo studio accreditato.
Li soffro qualche volta, di tutti amico io sono:
Esce dai sciocchi ancora talvolta un pensier buono.
E la filosofia, ch'è il studio a me diletto,
Anche con questo mezzo aprir può l'intelletto.
Le stolidezze altrui fanno studiar di più,
E fan miglior concetto aver della virtù.
GUD.
So che quel signor medico con sua caricatura
Mi avea cacciata intorno una bella paura.
BAI.
Non temete niente; son qui tutto per voi:
Oggi restar vi prego a desinar con noi.
Di voi ho buon concetto; per voi ho della stima;
Si dan di quegli incontri, che piacciono alla prima.
Duolmi dall'ipocondria vedervi un po' avvilito;
Sarete, in me fidando, prestissimo guarito.
Voglio che superiate il mal colla virtù.
GUD.
Son nelle vostre mani, che ho da bramar di più?
BAI.
So che un banchier voi siete; piacemi il parlar schietto
Senza affettar grandezze.
GUD.
Signor chi ve l'ha detto?
BAI.
Disselo mia nipote.
So che con lei parlaste.
GUD.
Signor, fu un accidente; non vorrei mi tacciaste...
BAI.
Di che? Non è interdetto il praticare onesto.
Che vi par di Marianna?
GUD.
Signore, io vi protesto,
Che giovin più gentile non ho veduta mai.
(In questo suo discorso vi è da sperare assai).
(da sé)
BAI.
Ha del talento.
GUD.
È vero.
BAI.
È giovane prudente.
GUD.
Dal conversar si vede, dal suo parlar si sente.
(Or la ragion capisco del suggerito amore).
(da sé)
BAI.
Io non ho figli al mondo, ella è tutto il mio cuore.
Offerti alla fanciulla fur più ricchi partiti;
Ma certo, infin ch'io viva, non vuò che si mariti.
GUD.
(Prima si andava consolando, ora si turba)
BAI.
Che c'è, che vi cambiate?
GUD.
Nïente.
I miei vapori.
BAI.
Si calmeranno i spiriti, si sederan gli umori.
Presto risanerete.
Vuò vedervi contento.
GUD.
(Perduta ho la speranza del mio medicamento).
SCENA SETTIMA
Petizz e suddetti
PET.
Signor, un forestiere che ha titol di eccellenza
Venuto è per le poste, e vuol subito udienza.
BAI.
Bene; sarà servito.
(Petizz parte)
GUD.
Andrò con permissione...
BAI.
Servitevi, signore, qui non vi è soggezione.
Di Leiden vi saranno ancor le strade ignote;
Potete trattenervi per or con mia nipote.
Oggi, secondo l'uso di nostre cittadine,
A lei tocca ricevere le amiche e le vicine.
Vi servirà frattanto per sollevarvi un poco.
GUD.
(Mi servirà, io dubito, per crescere il mio foco).
(da sé, e parte)
SCENA OTTAVA
Monsieur BAINER, poi il MARCHESE DI CROCCANTE.
BAI.
Fra quante sono al mondo pessime infermità,
Sono gl'ipocondriaci quei che mi fan pietà.
Questo giovin dabbene, sì di lontan venuto,
Merta ben ch'io gli porga ogni più caldo aiuto.
Né via miglior di questa per risanarlo io veggio;
Cura, medicamenti, l'opprimerian di peggio.
CRO.
Bainer, mi conoscete?
BAI.
Signor, mi par di no.
CRO.
Or saprete chi sono; sediam, ve lo dirò.
(siedono)
BAI.
(Un pessimo negozio; lo veggo nel sembiante).
(da sé)
CRO.
Io sono il colonnello marchese di Croccante.
BAI.
Oh signor...
(complimentandolo)
CRO.
Io son quello, medico mio garbato
Che scrivere vi fece per essere curato.
Voi venir non voleste in Fiandra a medicarmi,
E per parlarvi alfine dovuto ho incomodarmi.
Sembra che più rispetto si debba a un cavaliere.
BAI.
Leiden è la mia patria; qui faccio il mio mestiere.
I cavalier rispetto con ogni umil tributo;
Bainer non è, signore, un medico venduto.
CRO.
Conoscete il mio male?
BAI.
Astrologo non sono.
CRO.
Il color del mio volto parvi cattivo o buono?
BAI.
Parmi il rosso eccedente.
CRO.
Sapete onde provenga?
BAI.
Esaminiam gli effetti, pria che alla causa io venga.
Dorme la notte?
CRO.
Poco.
BAI.
Gli serve l'appetito?
CRO.
Pochissimo.
BAI.
Gran sete?
CRO.
Son sempre inaridito.
BAI.
Bevere è necessario.
CRO.
Bevo quel che bisogna:
Quattro bottiglie al giorno di vino di Borgogna,
Canarie tutti i giorni per confortare il petto,
E un peccher la mattina di rosolin perfetto.
BAI.
E poi mi domandate da che provenga il rosso?
CRO.
Ho un foco nelle viscere, cui tollerar non posso.
BAI.
Siete a digiuno ancora?
CRO.
Scesi alla Posta un poco;
Mi sentia per le membra ed alla testa il foco:
Presi un pezzo di pane con del botir salato
E con del vin del Reno mi sono rinfrescato.
BAI.
Ecco la cagion vera del color porporino.
CRO.
Spropositi! nel volto ha da passare il vino?
BAI.
Oh sì signor; il sangue, d'atro color ripieno,
Ora v'infiamma il volto, e infiammeravvi il seno.
CRO.
Come ho da fare adunque a spegner la mia sete?
BAI.
Acqua, signor...
CRO.
Io acqua? Acqua mi proponete?
Questa è di tutti i medici l'usata medicina:
Non mi credea che foste medico da dozzina.
Dell'acqua ad un par mio? Acqua non assaggiai
Saran più di vent'anni, e non ne berrò mai.
E se miglior ricordo darmi voi non sapete,
Bainer, io non vi stimo quel medico che siete.
BAI.
Signor, vo' soddisfarvi; ho un cantinin ripieno
Di vino di Sciampagna, che avrà sett'anni almeno.
Ho del Toccai perfetto.
CRO.
Bravo.
BAI.
Del vin di Spagna,
Del vino d'Ungheria, del vino di Bretagna.
CRO.
Bravo, così mi piace: del vin che mi conforti.
BAI.
E poi poco lontano abbiamo il beccamorti.
CRO.
È il cantinier costui?
BAI.
È quel che favorisce
Gli uomini quando crepano, è quel che seppellisce.
Beviamo allegramente, e poi presto a drittura
In men di quattro giorni si passa in sepoltura.
CRO.
Piano, piano di grazia; ho da morir per questo?
BAI.
O tralasciare il vino, o andarsene ben presto.
CRO.
Bainer, che non vi sia nella medica scuola
Qualche espediente? Almeno una bottiglia sola.
BAI.
Impiegherò ogni studio por consolarvi appieno.
Tralasciate di bere per un sol giorno almeno.
CRO.
Ho una sete terribile.
Solo il ber mi consola.
BAI.
Acqua, signor.
CRO.
Non posso.
BAI.
Una giornata sola.
Via, per piacer vel chiedo.
Il vino ha tal virtù,
Se un dì ve ne astenete, doman vi piace più.
Dopo d'aver bevuto dell'acqua in quantità,
Oh quanto saporito il vin vi riuscirà!
CRO.
Bainer, questa ragione par che mi persuada.
BAI.
(Convien con questi pazzi andar per ogni strada).
(da sé)
Dunque si è stabilito.
CRO.
Una giornata sola.
BAI.
Ma, signor, non mancate.
CRO.
Vi do la mia parola.
BAI.
Un cavalier non manca.
CRO.
Ditemi, non potrei
Porne così nell'acqua due, quattro dita, o sei?
BAI.
Signor, mi maraviglio.
Se cavalier voi siete,
Mi deste la parola, vo' che la mantenete.
CRO.
Bainer, un uomo grande siete a comun giudizio.
Alla virtù sia fatto l'enorme sagrifizio.
Potrete al merto vostro vantar per un tributo:
Il marchese Croccante un dì non ha bevuto.
(parte)
BAI.
Ma a che siam noi soggetti? Quale destin maledico
Ammalati ci manda per impazzire il medico?
Ecco di noi meschini, ecco il delirio usato:
Dover colle ragioni cozzar coll'ammalato;
E chi non ha quell'arte ch'è necessario avere,
Per secondar l'infermo, tradisce il suo mestiere.
Lungi la soggezione, lungi i rispetti umani;
Franco si parli e schietto coi spiriti più strani.
Sia volgar l'ammalato, sia prence o cavaliero,
L'arte è una sola, e sempre dee prevalere il vero.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera di madama Marianna con varie sedie.
Madama MARIANNA e CAROLINA.
CAR.
Madama, le signore mandano l'imbasciate.
MAR.
Via presto, fa che sieno le sedie preparate.
CAR.
Subito, sì signora.
(va ponendo le sedie in ordine)
MAR.
Per divertirle bene,
Che mai si potrà fare?
CAR.
Non so.
MAR.
Pensar conviene.
L'altrier, che ci ha trattate madama Elisabetta,
Fu la conversazione amabile, perfetta;
Io vorrei corrispondere, giacché lo zio il consente,
A quel che ho ricevuto, almen passabilmente.
CAR.
Non vi mettete in pena; ciascheduna di loro,
Secondo il praticato, porterà il suo lavoro.
Se a desinar qui restano, si penserà.
MAR.
Sì certo.
Spero vi resteranno.
Picchiano?
CAR.
L'uscio è aperto.
Eccole tutte unite.
MAR.
Mi porterai or ora
Se il lavorier principiano, anche il mio.
CAR.
Sì signora.
(in atto di partire)
MAR.
Di', che fa l'ammalato?
CAR.
Veggolo tutto il giorno,
Come fa l'ape al mele, a queste mura intorno.
(parte)
MAR.
Di qui non sa staccarsi il povero meschino:
Ma lo farà per essere al medico vicino.
SCENA SECONDA
Madama ELISABETTA, poi madama FEDERICA, poi madama GIUSEPPINA e la suddetta.
ELI.
Madama.
MAR.
A voi m'inchino.
ELI.
Sono ad incomodarvi.
MAR.
Per grazia lo ricevo, che vogliate degnarvi.
FED.
Serva, madama.
MAR.
Amica.
FED.
Eccomi qui con voi.
MAR.
È un onor che non merito, che venghiate da noi.
GIU.
Son qui, se mi è permesso.
MAR.
Oh madama, che dite?
Son grazie, son finezze; di seder favorite.
(tutte siedono)
GIU.
Della mia genitrice vi reco i complimenti.
(alzandosi un poco e inchinandosi)
MAR.
Tenuta di madama ai grati sentimenti.
(s'alza un poco, inchinandosi)
FED.
Madama, al vostro ciglio la gioia è consueta.
MAR.
In compagnia sì bella non posso ch'esser lieta.
FED.
Troppo onor.
(alzandosi e inchinandosi un poco)
MAR.
Parla il core.
(come sopra)
ELI.
Madama è ognor garbata.
Vostra bontà, madama.
Restate accomodata.
(s'alza e s'inchina, facendo lo stesso madama Elisabetta)
FED.
(Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori una calzetta di seta, con i suoi ferri, e si pone a lavorare)
GIU.
(Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori la seta coll'ordigno per far gruppetti)
ELI.
(Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori qualche cosa di bianco da ricamare)
SCENA TERZA
CAROLINA e le suddette
CAR.
(Porta a madama Marianna una picciola rocca per filare bavella, e si ritira in disparte, ponendosi anch'ella a sedere, lavorando intorno a manichetti o cosa simile)
ELI.
Bello quel bavellino! (a madama Marianna)
MAR.
Lo crederete, amica?
Fra me e la cameriera, senza poi gran fatica,
Si è filato in un anno tanto bel bavellino
Per tessere un vestito.
CAR.
Certo riuscì bellino.
ELI.
E che piacer si prova, quando a portar s'arriva
Cosa che da un lavoro fatto da noi deriva.
Tutto quello che occorre per me di ricamato,
Tutto è dalle mie mani trapunto e disegnato.
MAR.
Voi disegnate ancora?
ELI.
Sì, madama, assai male.
MAR.
Oh madama, lo spirito in voi so quanto vale.
So che studiate assai, so che molto leggete.
ELI.
Sono un'ignorantella.
MAR.
No, no, si sa chi siete.
Madama Federica, sono calzette o guanti?
FED.
Son calzette, madama, ma si va poco innanti.
E poco anche ci bado; poiché di casa mia
A me sola han voluto lasciar l'economia;
Poco ne son capace, ma quel che posso, io fo.
MAR.
Una giovin di garbo siete, madama, il so.
FED.
Oh no, davver.
MAR.
Sì certo.
Madama Giuseppina,
Quei tanti suoi gruppetti a cosa li destina?
GIU.
A un picciol fornimento per un andriè, madama;
Ma questo è un passatempo, lavorier non si chiama.
A casa i miei fratelli non mi fan stare in ozio;
Mi fan copiar le lettere di casa e del negozio.
E quando avrò imparato ben bene la scrittura,
Mi pagheranno, io spero, almen la mia fattura.
MAR.
Così pratiche in tutto le giovani diventano.
GIU.
Lo so che so far poco, ma in casa si contentano.
MAR.
Siete una maraviglia.
GIU.
Oh, cosa dite mai?
MAR.
Brava; le figlie savie non si lodano mai.
Lo senti, Carolina, che giovani son queste?
CAR.
Giovani virtuose e giovani modeste.
Io, che son forestiera, quando son qui arrivata,
Subito di tal cosa mi son maravigliata.
L'Olanda per le donne certo è una gran nazione;
Ma questo in lor deriva da buona educazione.
Questo non è paese, che spenda allegramente;
Ma per l'educazione non risparmia niente.
Piacemi assai quest'uso, che il genitor destina
I figli all'esercizio, cui la natura inclina;
E se un figliuolo maschio il discolo vuol fare,
Subito in una nave, a far giudizio in mare.
GIU.
Voi della nazion nostra buona opinione avete.
Ditemi, Carolina, di qual paese siete?
CAR.
Riflettendo, madama, al stil del mio paese,
Ho vergogna di dirlo.
Ora sono olandese,
E in grazia ai buoni esempi della padrona amata,
In Leiden posso dire di essere rinata.
MAR.
Via, taci, Carolina; non mi far arrossire.
CAR.
Oh il vero, mia signora, certo lo voglio dire.
MAR.
Amiche, vorrei darvi qualche divertimento,
Proporzionato in parte al bel vostro talento.
Oggi in qualche maniera procurerò ingegnarmi,
Spero che a desinare starete ad onorarmi.
ELI.
Non so che dir, madama; le grazie accetterò.
FED.
A madama Marianna non si può dir di no.
MAR.
Madama vostra madre sarà contenta, io spero.
(a madama Giuseppina)
GIU.
Lo sa che da voi sono; non si prende pensiero.
Oggi non ci son lettere da registrar; si sa
Che anche per me ci vuole un dì di libertà.
MAR.
Oh davver, mi contenta sì bella compagnia.
Ora proprio mi sento il core in allegria.
Qualcheduna di voi racconti qualche cosa,
Qualche bel dubbio o qualche novelletta graziosa.
ELI.
Vo' proporvi un enigma.
MAR.
Oh sì, madama, dite.
FED.
Ditelo, che ho piacere.
GIU.
Lo goderò.
ELI.
Sentite.
CAR.
Perdonate, madama, il mio grosso cervello:
Che vuol dire un enigma.
ELI.
Vuol dire indovinello.
"Nacquer gemelli al mondo da poveri parenti
Due figli di costume, di genio differenti:
Uno buono, un cattivo, e quando uniti sono,
Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.
Muoiono tutti due, poi tutti due rinati,
Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati;
Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno;
Son tutti due per tutto, e non li vede alcuno".
MAR.
Oh, madama, è impossibile ch'io giunga ad ispiegarlo.
FED.
Io non l'ho inteso bene.
ELI.
Tornerò a replicarlo.
(torna a dire l'enigma)
GIU.
Tante cose contrarie confondono la mente.
ELI.
Se non fosse difficile, non valeria niente.
MAR.
Zitto, zitto, mi pare aver dato nel segno.
Sarebbero, per sorte, e l'amore e lo sdegno?
ELI.
No, madama; per altro ammiro che pensiate
Essere i due gemelli due cose inanimate.
FED.
Spiegatelo, madama.
GIU.
Via, fateci il favore.
ELI.
Sono, amiche carissime, la speranza e il timore.
Nacquer gemelli al mondo.
Tosto che l'uom è giunto
All'uso di ragione, teme e spera in un punto.
E nacquero gemelli il timor, la speranza,
Tosto che il mondo antico corruppe la baldanza.
Da poveri parenti.
La speranza e il timore
Conoscono il bisogno per loro genitore;
E l'uom quantunque ricco, alle passion ricovero
Dando dal proprio seno, sempre è meschino e povero.
Due figli di costume, di genio differenti.
Si sa che la speranza volar ci fa contenti,
E che il timor procura sempre abbassar le piume;
Onde son differenti di genio e di costume.
Uno buono, un cattivo.
Accorderà ogni cuore,
Che la speranza è buona, che pessimo è il timore;
Ma soggiunge l'enigma: e quando uniti sono,
Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.
E vuol dir, dal timore siamo tenuti in freno,
E la speranza allarga agli appetiti il seno;
Onde procede poi, che più della speranza,
Il provvido timore ci tiene in vigilanza.
Muoiono tutti due.
Questo si vede spesso:
Finisce la speranza, ed il timore anch'esso.
Poi tutti due rinati.
Con ciò spiegar s'intende
Di timor, di speranza, le solite vicende.
Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati.
Questo vuol dir, che gli uomini si trovano ingannati.
Dopo il timor taluno a trionfar si vede,
E dopo la speranza il piangere succede.
Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno.
Sperar, temere a un tratto mai si è sentito alcuno.
Ora teme, ora spera, fan le passioni un gioco,
E quando una s'avanza, l'altra le cede il loco.
Son tutti due per tutto.
Dove si troverà
Un uomo che non speri, un che timor non ha?
E non li vede alcuno.
Si può per spiegazione
Dir che non son corporei, ma v'è un'altra ragione:
Che temendo e sperando ogni mortal s'affanna,
Ma non conosce il vero, perché l'amor l'inganna.
Ecco, spiegar l'enigma tentai, donna qual sono;
Se malamente il feci, domandovi perdono.
MAR.
Bello, bello davvero.
FED.
Bella composizione.
GIU.
Vo' che me l'insegniate, ma colla spiegazione.
ELI.
Vi servirò, madama.
CAR.
Sinora sono stata,
Madama, ad ascoltarvi colla bocca incantata.
Me ne consolo tanto; lasciate che vi dia
Su questa mano un bacio.
ELI.
Oh no, figliuola mia.
(la bacia in viso)
CAR.
Che umiltà, che dolcezza! oh, che trattar cortese!
Oh, dove son le donne tutte del mio paese?
Mi comanda? la servo.
(verso la scena)
MAR.
Dimmi, chi ti ha chiamato? (a Carolina)
CAR.
Con licenza, signore.
(alle donne) Quel giovane ammalato.
(piano a Marianna)
MAR.
(Guarda se mai avesse necessitade alcuna).
(piano a Carolina)
CAR.
Sì, signora.
(parte, e a suo tempo ritorna)
MAR.
(Infelice! merta miglior fortuna).
(da sé)
ELI.
Via, diteci, madama, qualcosa di curioso.
(a madama Marianna)
MAR.
Pensava in questo punto a un caso doloroso.
Un povero signore polacco di nazione,
Venuto da mio zio per la sua guarigione,
In età giovanile ha una melanconia
Sì tetra, che di peggio credo che non si dia.
ELI.
Monsieur Bainer che dice?
MAR.
Procura consolarlo.
FED.
Capperi! monsieur Bainer saprà ben risanarlo.
CAR.
Madama, poverino! vorrebbe un po' venire.
(piano a madama Marianna)
MAR.
(Che dicesti?)
CAR.
(Nïente).
MAR.
(Non sai quel ch'hai da dire?
Siamo qui tra di noi.
Non vorran soggezione).
Compatite.
(alle donne)
ELI.
Servitevi.
CAR.
(Gliel'ha detto il padrone).
MAR.
(Mio zio?)
CAR.
(Così mi disse).
MAR.
(Farà per ricrearlo.
Nel stato in cui si trova, non vo' mortificarlo).
Amiche, l'ammalato di cui parlammo adesso,
Vorria venir innanzi, se fossegli permesso.
Che dite? non è tale da recar soggezione.
ELI.
Io per me non mi oppongo.
FED.
Venga pure.
GIU.
È padrone.
MAR.
Digli che non si pratica; procura d'avvertirlo,
che in grazia del suo incomodo si fa per divertirlo.
CAR.
Gliel dirò, sì signora.
(Proprio anch'io ci ho piacere.
Gli uomini appassionati non li posso vedere).
(parte)
MAR.
È un forestier, si vede, assai civile, onesto.
Si può, ch'egli s'avanzi, permettergli per questo.
SCENA QUARTA
Monsieur GUDEN e le suddette.
GUD.
Madame.
(tutte s'alzano e gli fanno riverenza)
MAR.
Favorite.
Come si sta, signore? (lo fa avanzare)
GUD.
Ah, non saprei che dirvi, sempre in angustie il core.
MAR.
Sedete qui con noi.
Vedete? in casa mia
Vien tutta gioventù, non vi è melanconia.
GUD.
La gioventù è un gran bene; lo spirito è migliore.
Ma non può stare allegro, chi non ha quieto il core.
MAR.
Sempre col cuore in bocca; siete un grand'uom sincero.
GUD.
Voi scherzate, madama, ed io vi dico il vero.
MAR.
Amiche, lo risvegli un po' del vostro brio.
ELI.
Signore, il vostro nome?
GUD.
Guden è il nome mio.
MAR.
Monsieur Guden, adesso so anch'io qual vi chiamate.
GUD.
Ch'io sono un vostro servo di già lo sapevate.
ELI.
Di Polonia, mi pare.
GUD.
Sì, madama.
ELI.
Lasciata
Avete per il Reno la Vistola gelata?
GUD.
Della Vistola il freddo alle mie fiamme è poco.
ELI.
Anche da noi vi è il gelo, anche da noi vi è il foco.
GIU.
Sol per trovar un medico venir sì da lontano?
GUD.
Qui sperai la salute, ma l'ho sperata invano.
FED.
Vicino a monsieur Bainer dovete esser contento.
GUD.
Sperai alle mie piaghe miglior medicamento.
MAR.
Ditemi, monsieur Guden, in questo quarto mio
Sariavi quel rimedio, che ha suggerito il zio?
GUD.
Sì, madama.
ELI.
Rimedio forse di nuova usanza,
Raccolto dalle mura d'intorno a questa stanza? (tutte dimostrano l'ironia giocosa)
MAR.
L'aria delle finestre.
FED.
Meglio è quella di fuori.
GIU.
Perché non va nel fiume a spegnere gli ardori?
GUD.
Si burlano a ragione di un povero ammalato.
ELI.
Poverino! si vede ch'è in un misero stato.
Pallido, smunto e secco.
FED.
Non ha più carne indosso.
GIU.
Il mal dev'esser grande, se l'ammalato è grosso.
GUD.
Mi beffano.
Pazienza.
MAR.
Non le crediate offese.
Scherzar con dello spirito è il costume olandese:
Amiche, con licenza.
Accostatevi a me.
(a monsieur Guden)
(Quale vi piacerebbe, signor, di queste tre?)
GUD.
(Madama, compatite; meglio sarà ch'io taccia).
MAR.
(Possibil non vi sia qualcuna che vi piaccia?)
GUD.
(Vi è pur troppo).
MAR.
(Ma quale di quelle tre?)
GUD.
(Nessuna:
Finché non dite quattro, non ne ritrovo alcuna).
MAR.
Carolina.
SCENA QUINTA
CAROLINA e detti.
CAR.
Madama.
MAR.
(Ecco, son quattro adesso).
GUD.
(Ditemi fra le cinque, o per me fia lo stesso).
MAR.
(Basta, basta, ho capito.
Ah, non vorrei ch'or ora...)
Levami questa rocca; ne ho abbastanza per ora.
(a Carolina)
GUD.
Queste signore amabili non crederei d'offendere,
Chiedendo se son spose.
MAR.
Siamo tutte da vendere.
ELI.
E non è così facile trovare il compratore.
FED.
Han le robe che mangiano pochissimo valore.
GIU.
Oh, io poi non mi curo di essere comprata.
GUD.
E madama Marianna?
MAR.
Ed io son destinata,
Finché vive lo zio, starmi con esso unita;
Egli ha per me, signore, una bontà infinita.
GUD.
Troppa bontà, madama; scusate, io non l'approvo.
MAR.
Dove potrei star meglio del luogo ove mi trovo?
GUD.
(Eccomi sempre al peggio.
Perduta ho la speranza).
(da sé)
MAR.
(L'Olanda e la Polonia sono in troppa distanza).
(da sé)
GUD.
(Le mie stolide brame godo che siano ignote.
Meglio è che non le sappia né il zio, né la nipote).
(da sé)
GIU.
Ora siam tutti mutoli.
Voi che avete viaggiato,
Diteci qualche cosa...
GUD.
Oimè! (s'alza)
GIU.
Che cosa è stato?
GUD.
Uno de' miei assalti perfidi, micidiali.
Perdonate, vi prego; son vapori fatali.
Spero non sia niente...
ma...
di grazia, scusate.
Necessario è ch'io parta.
Madama...
(Oh stelle ingrate!) (parte)
SCENA SESTA
Le cinque donne suddette.
GIU.
Fa compassion, meschino.
FED.
La salute è un tesoro.
GIU.
Sento pietà di lui.
MAR.
(La sento io più di loro).
(da sé)
Va presto, Carolina, vedi se gli occor nulla.
CAR.
(Lo so quel che gli occorre; ma sono anch'io fanciulla).
(da sé, e parte)
MAR.
Non vorrei ch'egli fosse...
Vedo tal stravaganza...
SCENA SETTIMA
Il MARCHESE CROCCANTE e le suddette.
CRO.
Bella conversazione, che trovo in questa stanza!
MAR.
Che volete, signore? (si alza adirata)
CRO.
Adagio, madamina.
Il medico cercava; trovai la medicina.
(guardando le donne)
MAR.
Le stanze dello zio, signor, son più rimote.
Qui non abita.
CRO.
E bene, starò colla nipote;
Starò con questa bella compagnia graziosa:
È questa una giornata per me calamitosa.
Bainer non vuol ch'io beva.
Con questa legge austera,
Se un po' non mi diverto, io muoio innanzi sera.
MAR.
Chi siete voi, signore?
CRO.
Il marchese Croccante,
Gran partigian del vino, e delle donne amante.
MAR.
Vorrei, signor Marchese, saper con sua licenza:
Con donne al suo paese si usa tal confidenza?
CRO.
Soggezion non abbiate; son uomo di buon cuore.
Ragazze, chi di voi vuol far meco all'amore?
ELI.
Signor, mal conoscete l'onor delle donzelle.
FED.
Le Olandesi, signore non fan le pazzerelle.
CRO.
Via, via.
Ragazza bella.
(a madama Giuseppina)
GIU.
Che vuol da' fatti miei?
MAR.
Orsù, signor Marchese, qui non vi è pan per lei.
Favorite, madame, passar nell'altra stanza.
(accennando un'altra camera)
ELI.
Signor, più assai de' titoli noi stimiam la creanza.
CRO.
Brava!
FED.
Il suo marchesato dev'
...
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