IL MEDICO OLANDESE, di Carlo Goldoni - pagina 6
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Brava!
FED.
Il suo marchesato dev'essere in montagna.
(parte)
GIU.
Avvezzo a conversare con gente di campagna.
(parte)
CRO.
Oh che son spiritose!
MAR.
Non trattasi così.
(inchinandosi)
CRO.
Mi lasciate qui solo?
MAR.
La porta eccola lì.
(parte, mostrandogli la porta di dove era venuto)
SCENA OTTAVA
Il MARCHESE CROCCANTE, poi PETTIZZ.
CRO.
Non san che i lor mercanti conoscer le Olandesi:
Non san che cosa sia trattar con i marchesi.
Vonno dai loro amanti rispetto e servitù:
Non san che a noi è lecito qualche cosa di più.
PET.
Signor, dice madama...
CRO.
Sentiamo il complimento.
PET.
Che abita il padrone nell'altro appartamento.
CRO.
È venuto?
PET.
Verrà vicino al mezzodì.
CRO.
L'aspetterò.
PET.
Comanda? (gli fa cenno se vuol andare)
CRO.
Voglio aspettarlo qui.
PET.
S'accomodi.
CRO.
Madama di Bainer è nipote?
PET.
Sì signor.
CRO.
Dimmi un poco.
Averà della dote.
PET.
Non ha che lei al mondo, ed ha dell'oro assai.
CRO.
Che ne vuol far in casa? Non la marita mai?
PET.
Non so.
CRO.
Quanto per dote sarà il suo assegnamento?
PET.
Ha tanto, che può fare un marito contento.
CRO.
Ci vuol poco.
Secondo lo stato di chi prende.
Averà centomila?
PET.
Oh, di più si pretende.
CRO.
Centomila fiorini avrà quest'Olandese?
E anche più si crede? (È un colpo da marchese).
PET.
Signor, con sua licenza (vuol partire)
CRO.
Fermati.
Hai tanta fretta?
PET.
Deggio andare in cantina; il cantinier m'aspetta.
CRO.
In cantina? a che fare? (con un poco di movimento)
PET.
Abbiam dei convitati,
E preparar si devono de' vini regalati.
CRO.
Per esempio, che vini? (commovendosi)
PET.
Borgogna, vin del Reno,
Canarie, Fontignac, Cipro, ma di quel pieno.
CRO.
Basta, basta.
Oh che sete! sento abbruciarmi il petto.
PET.
Vuole un bicchiero d'acqua?
CRO.
Che tu sia maladetto
PET.
Servitore umilissimo.
CRO.
Eh, dimmi: la cantina
È lontana di qui?
PET.
Non signore, è vicina.
CRO.
La vedrei volentieri.
Giacché il ber m'è vietato
Almen che mi consoli coll'occhio e l'odorato.
PET.
Sento il padron, mi pare.
CRO.
Quand'è così, non vado.
Digli che favorisca di venir, se gli è in grado.
PET.
Puol andar nel suo quarto.
CRO.
Cosa mi vai quartando?
Digli che venga qui, che son io che il domando.
È qualche cavaliere, è forse un'eccellenza,
Che abbia d'avere anch'egli le camere d'udienza?
Un uom che ha fatto ricco di sue fatiche il frutto?
Eh, che quarti, che quinti? Riceva da per tutto.
PET.
(Affé, se glielo dico, sarà il signor Marchese
Con tutto il marchesato mandato al suo paese).
(da sé)
CRO.
Tieni.
PET.
Che mi comanda?
CRO.
Tieni, buon figliuolino;
Pel tempo che hai perduto, vo' donarti un fiorino.
PET.
Pagar per le parole non si usa in questo loco;
E se ho da vergognarmi, nol fo per così poco.
(parte)
SCENA NONA
Il MARCHESE CROCCANTE.
CRO.
Che ti venga la rabbia, ragazzo impertinente!
Gli pare che sia poco un fiorin per niente.
Ma qui d'ungari e doppie si fa gloriosa pesca
A forza di salassi, a forza d'acqua fresca.
Sarà ben fortunato colui che la nipote
Pigliandosi di Bainer, avrà sì ricca dote.
Anch'io m'abbasserei, se la potessi prendere.
Già della nobiltade in casa ne ho da vendere.
Mi mancano i quattrini, e un poco di salute.
Qui c'è tutto: danari, donna, beni e virtute.
Eh! per mettermi in grazia del medico dabbene,
Mostrarmi rassegnato e docile conviene.
Bever acqua tutt'oggi, e anche doman, se vuole.
Centomila fiorini? son altro che parole.
SCENA DECIMA
Monsieur BAINER ed il suddetto.
BAI.
Dunque il signor Marchese mi vuole in questa stanza.
CRO.
Amico, ho da parlarvi di cosa d'importanza.
BAI.
Vi prego di spicciarvi, perché sono aspettato.
CRO.
Sappiate innanzi a tutto, che l'ordine ho osservato:
Che ho bevuto dell'acqua, e che in una parola,
L'acqua mi ha fatto bene.
(Né anche una goccia sola).
(da sé)
BAI.
Mi rallegro con voi.
Seguite il sano avviso,
E svanirà col tempo la maschera dal viso.
CRO.
Coll'assistenza vostra spero di risanarmi.
E poi...
non ho ancor moglie, e penso di ammogliarmi.
BAI.
Se seguitate a bere, niuna vi prenderà.
CRO.
Acqua, acqua, signore, acqua in gran quantità.
BAI.
Qual ragione a quest'ora vi sprona a incomodarvi?
CRO.
Questo pensier di nozze...
Bainer, ho da parlarvi.
BAI.
E venite a quest'ora?
CRO.
Cosa volete fare?
Mi divertisco un poco.
Oggi non vo' pranzare.
Mangiar senza ber vino non può il stomaco mio.
BAI.
Se non pranzate voi, signor, vo' pranzar io.
CRO.
Ma è presto ancor.
BAI.
Da noi si pranza a mezzogiorno.
Di gente, d'ammalati, ho pieno il mio soggiorno.
Molti saran venuti da' luoghi più lontani;
Signore, con licenza, ci vederem domani.
CRO.
Sentite una parola.
BAI.
Vi domando licenza.
(in atto di partire)
CRO.
Ma io voglio parlarvi.
BAI.
Ma questa è un'insolenza.
(parte)
CRO.
Centomila fiorini sarebbero un colpetto.
Se dirglielo non posso, gli scriverò un viglietto.
Eh, la dote, la dote, mi ha fatto restar muto;
E che ringrazi il cielo, che oggi non ho bevuto.
(parte)
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
Giardino delizioso
Madama MARIANNA e CAROLINA.
MAR.
Vieni qui, Carolina, so che tu mi vuoi bene;
Vo' svelarti un arcano, ma ciò tacer conviene.
CAR.
Madama, fate torto alla mia fedeltà.
Segreta mi averete per debito e onestà.
MAR.
Quel forestier...
CAR.
V'ho inteso; scusate l'increanza,
Se interrompo il discorso; saper credo abbastanza.
Sono allevata altrove, un po' di mondo ho visto;
Di onestà, di malizia, credo d'avere un misto.
Possiam fra noi fanciulle parlar liberamente;
Conosco che non siete per esso indifferente.
MAR.
E di lui, che ti pare?
CAR.
Se fosse qualche mese,
Che avesse monsieur Guden soggiorno nel paese,
Giudicherei che fosse di voi appassionato.
Certo che, chi l'osserva, dirà ch'è innamorato.
MAR.
Com'io presi passione (per confidarlo a te),
Non avrebbe potuto prenderla anch'ei per me?
CAR.
Certo, voi dite bene: vogliono che si dia
Quest'amore d'incontro, ovver di simpatia.
MAR.
Vedendolo sì afflitto, appresi a compatirlo.
CAR.
E ha del merito in fatti; il ver bisogna dirlo.
MAR.
Ma che pro s'io l'amassi? peggio per me saria.
Guarito, o non guarito, un giorno anderà via;
E se per compassione mi fossi innamorata,
Da chi sperar potrei d'esser compassionata?
CAR.
Io di voi avrò sempre tutta la compassione.
MAR.
Eh, vi vorrebbe altro che tal consolazione!
No, no, meglio è troncare, pria che s'avanzi più:
A tal risoluzione consigliami anche tu.
CAR.
Sì, fate ben, signora; alfine è forestiere.
Lo zio di maritarvi non mostra aver piacere;
Scacciate sulle prime questa passion dal seno.
MAR.
Ah Carolina mia, solo in pensarvi io peno.
CAR.
Fate forza a voi stessa; il mal non è avanzato.
MAR.
Par ch'egli mi ami, e dicami che ho un cuor barbaro, ingrato.
CAR.
Sfuggite di vederlo.
MAR.
Piacemi il di lui ciglio.
CAR.
Dunque perché badate a chiedermi consiglio?
MAR.
Vorrei una ragione, che mi obbligasse a farlo.
CAR.
Sia la ragione il zio; sfuggite d'irritarlo.
MAR.
Non è mio padre alfine.
CAR.
Ma seco lui vivete.
MAR.
Non è ragion che basti.
CAR.
Fate quel che volete.
MAR.
Non t'irritar; ti prego di non abbandonarmi.
CAR.
Vedo, conosco, intendo, ch'è vano il faticarmi.
Vi piace; compatisco l'inclinazion, l'età.
Non so che dire; amatelo.
Sarà quel che sarà.
MAR.
Sarà quel che sarà? Che può accader di male?
Povera me! l'onore ad ogni amor prevale;
Se l'amar è delitto ancor con innocenza,
Giuro mai più vederlo.
Non s'ha d'amar? pazienza.
CAR.
Cara la mia padrona, con tali sentimenti
Non dubitate mai, che il ciel non vi contenti.
Se il cielo per isposo a voi l'ha destinato,
L'avrete in qualche modo da noi non figurato.
MAR.
Cara, tu mi consoli.
CAR.
Dal fondo del giardino
Han preso a questa volta le giovani il cammino.
MAR.
Zitto, per carità.
CAR.
Signora mia, non parlo.
MAR.
Questo pensier malnato non dovea coltivarlo.
SCENA SECONDA
Madama ELISABETTA, madama FEDERICA, madama GIUSEPPINA dal fondo della scena, e le suddette.
ELI.
Avete un bel giardino.
(a madama Marianna)
MAR.
Sempre ai vostri comandi.
FED.
Bisogna che una grazia, madama, io vi domandi.
Veduto ho degli anemoli, che credo americani;
Ne gradirei la pianta.
MAR.
Sì l'avrete domani.
GIU.
Madama, che erba è quella, che se toccar si arriva,
Sembra che si ritiri?
MAR.
È l'erba sensitiva.
Al tatto delle mani resiste per natura.
GIU.
Voglio toccarla, e fugge.
Davvero ebbi paura.
ELI.
Certo, l'agricoltura è uno studio bellissimo.
In casa mia, il sapete, ho un giardin picciolissimo;
Pur vi è un poco di tutto: lasciato il mio lavoro,
Prendo nell'ore fresche dolcissimo ristoro.
CAR.
Ed al paese mio...
No, non vo' dir niente...
Vanno sulla finestra a saettar la gente.
Dir mal della sua patria non istà ben, l'accordo;
Ma spiaccionmi quegli usi, quando me li ricordo.
GIU.
Madama, in quel recinto chiuso da' ferri intorno,
Di piante sconosciute e di alberetti adorno,
Scusatemi di grazia, che c'è? (a madama Marianna)
MAR.
Vel dirò io:
Quello è il giardin dei semplici, lo studio di mio zio.
Dentro vi son dell'erbe, che hanno di gran virtù;
Ma ancor di velenose.
GIU.
Oh, non ci guardo più.
MAR.
(L'amico ove sarà?) (piano a Carolina)
CAR.
(Chi lo sa, poverino!)
MAR.
(Digli che si diverta, che venga nel giardino).
CAR.
(Glielo dirò, signora; ma poi cosa sarà?)
MAR.
(Ma via, non tormentarmi).
CAR.
(Zitto, zitto, verrà).
(parte)
ELI.
Madama, che si fa? Oggi non si lavora? (a madama Marianna)
MAR.
Possiamo divertirci.
ELI.
È troppo presto ancora.
Star tutto il giorno in ozio sapete ch'io non amo.
Darò, se il permettete, due punti al mio ricamo.
Andiam, che il lavorare mi riuscirà più grato:
Andiam tutte a sedere d'intorno al pergolato.
FED.
Anch'io un paio di giri farò ne miei calzetti.
GIU.
Vi terrò compagnia; farò quattro gruppetti.
MAR.
Servitevi, madame: casa mia è casa vostra;
Questa è la prima legge dell'amicizia nostra.
ELI.
Mi ricorderò sempre quel detto di mia madre:
Figliuole lavorate che le ore sono ladre.
Rubano il tempo a noi per darlo a chi succede;
E il tempo che han rubato, mai più non si rivede.
Volete risarcirvi del furto che vi fanno?
Servitevi di loro, e lor vi pagheranno.
(parte)
FED.
A proposito, anch'io vo' raccontar la mia;
Come la so, la dico, bella o brutta che sia.
Un uomo grossolano, di quei del mondo antico,
Ch'era per sua natura del lavorar nemico,
Diceva da se stesso: i tempi sono tre;
Uno di questi tempi ha da bastar per me.
Il passato nol trovo, il presente nol curo,
A lavorar vi è tempo aspetterò il futuro.
E tanto lo ha aspettato, che alfin per benemerito
Morì senza il futuro, e gli restò il preterito (parte)
MAR.
Spiritosa davvero.
E voi non dite nulla?
GIU.
La balia mi diceva, quand'era più fanciulla:
Han quelle che lavorano una camiscia sola;
Quelle che non lavorano, ne han due, la mia figliuola.
Parea che mi dicesse: dunque non lavorate;
Ma poi come il proverbio spiegavami, ascoltate.
Vi eran, dicea, due donne: una continuamente
A lavorar vedevasi, l'altra quasi niente.
Quella che due ne aveva, diceva: ho da mutarmi;
Non voglio lavorare, non voglio affaticarmi.
L'altra non avea tempo di farsene di più,
Lavorando per altri.
E all'ultimo, che fu?
Quella che ha lavorato, provvista si ravvisa,
E l'altra, poverina, restò come Marfisa.
(parte)
SCENA TERZA
Madama MARIANNA sola.
MAR.
Novellette graziose, da rallegrare in vero
Chi altro non avesse per ora nel pensiero.
Oh che novella vaga potrei narrare anch'io,
Se lecito mi fosse parlar del caso mio!
Arriva un forastiere, racconta i mali sui,
Ed io per compassione vo a star peggio di lui.
Parmi ancora impossibile e pur ella è così.
Mio zio? non è mai solito in quest'ora esser qui.
(osservando alla scena)
SCENA QUARTA
Monsieur Bainer e detta.
BAI.
Nipote, ho ben piacere di ritrovarvi sola.
MAR.
Avete a comandarmi?
BAI.
Vo' dirvi una parola.
MAR.
Eccomi ad ascoltarvi.
BAI.
Udito esser non voglio.
(osserva d'intorno)
Prima che altro vi dica, leggete questo foglio.
MAR.
Donde viene, signore?
BAI.
Non lo so ben; mel diede
Un forestier poc'anzi.
Nome in lui non si vede.
Monsieur Guden sospetto autor di queste note;
il ver dal vostro labbro voglio saper, nipote;
Ché non sarebbe un uomo sì sciocco e sì balordo,
Di scrivere in tal guisa senza essere d'accordo.
MAR.
(Mi trema il cor).
Leggiamo.
Mi par che sia firmato:
"Il vostro più fedele, più docile ammalato".
(legge in fondo alla lettera)
BAI.
D'aversi rassegnato un merito si fa.
Or veggo a cosa tende la sua docilità.
MAR.
"Amico, stupirete nel leggere il mio foglio,
In cui tutto l'arcano manifestarvi io voglio.
La malattia ch'io soffro, non vien da rio vapore,
Ma quella che mi opprime, è passion d'amore.
Non vi ho manifestato finor le fiamme ignote:
La cagion del mio male è sol vostra nipote".
BAI.
E note alla nipote saran sue fiamme ardite.
MAR.
Qui non si sa chi parli.
BAI.
A leggere seguite
MAR.
"E il fato, che non opera sue stravaganze invano,
Sol per lei mi ha condotto in Leiden da lontano".
BAI.
Vi par or di capirlo? Lo stil vi è sconosciuto
Di un che di Polonia è in Olanda venuto?
MAR.
(Guden sì poco saggio?) (da sé)
BAI.
Seguitate, madama
MAR.
"Conseguirla in isposa è l'unica mia brama.
Da voi per questa via spero esser risanato.
Il vostro più fedele, più docile ammalato".
BAI.
Temerario! il suo male confessa essere amore,
E vuol ch'io gli risani la malattia del cuore?
Tutte le circostanze di questo foglio ardito (riprende il foglio)
Mostrano che da Guden stato sia concepito;
Ma potria darsi ancora ch'io m'ingannassi, e spero
Dalla nipote onesta di rilevar s'è vero.
Parlatemi sincera, col più onorato impegno:
D'amarvi monsieur Guden v'ha mai dato alcun segno?
MAR.
Signor, mi conoscete.
Capace di morire
Sarei tacendo ancora, ma non mai di mentire.
Guden cogli occhi suoi, con qualche oscuro detto,
Conoscere mi fece, che ha per me dell'affetto;
Però sì contenuto, sì saggio ei fu finora,
Che autor di questo foglio non so tenerlo ancora.
BAI.
Dubbio rimasi anch'io, leggendo il foglio ardito.
Ma quel che confessate, m'accerta e mi ha chiarito
Di questa carta audace dove cercar l'autore,
Se in lui le prove avete del contumace amore?
Eccolo il forestiere, ch'è di lontan venuto
Col pretesto di chiedere dal mio sapere aiuto:
Ecco l'ipocondriaco, afflitto, delirante,
Scoperto da se stesso della nipote amante.
Ma no, in sì breve tempo amante esser non puote;
Quel che di voi l'accende, è l'amor della dote;
E conoscendo il vile l'avidità del core,
Spiegasi con un foglio, celando il suo rossore.
perfida gente, indegna! animi scellerati,
Che tendono le insidie agli uomini onorati!
Dell'oro e dell'argento avidità rapace,
Che insegna al cuor degli empi ad essere mendace!
Dei rapitori indegni alla proterva cura,
Non è salva innocenza, non è virtù sicura;
Per ottener quel frutto, che gli avidi diletta,
Calpestasi la fede, l'onor non si rispetta.
L'onestà, l'amicizia, le sacre leggi anch'esse
Sagrificate all'idolo fatal dell'interesse;
Perfida gente, ingrata, dove da voi m'ascondo?
Tutte le vie son piene, tutto n'è pieno il mondo.
MAR.
Signore, il vostro sdegno non è fuor di ragione;
E peno in me medesima trovando la cagione.
Se vi obbedii finora...
BAI.
Madama, il vostro cuore
Come toccar s'intese ai segni dell'amore?
MAR.
Ho l'onestà per guida.
BAI.
Lo so; ma internamente
Li sprezzò? Li ha graditi? Ditelo prontamente.
MAR.
Pria morir, che mentire.
Signor, confesso il vero:
L'amo, ma lui nol seppe, e non saprallo, io spero;
Né voi giunto sareste a penetrar giammai,
Senza quel foglio indegno, quel che tacer giurai.
BAI.
Figlia, si spera invano celar sott'altro velo
Le passioni malnate, che le discopre il cielo.
Ingannar ci possiamo fra noi nati agli errori:
Occhio lassù ci vede, ch'è scrutator de' cuori;
E chi arrossisce al mondo svelar gli affetti rei,
Paventi, ed arrossisca degli occhi degli Dei.
Queste massime vere stampatevi nel core;
Deve appagar noi stessi il zelo dell'onore.
Sappia, non sappia il mondo quel che si cela in petto,
Sempre virtù si perde per un indegno affetto.
MAR.
Ah signor, se vedeste qual pentimento ho in seno!
BAI.
Ecco l'indegno.
Andate.
MAR.
Vo' superarmi, e peno.
(parte)
SCENA QUINTA
Monsieur BAINER, poi monsieur GUDEN.
BAI.
So che Marianna è saggia; l'umanità perdono;
Ma il mio dover mi rende sì rigido qual sono.
Massima nostra, e vera, ch'io trascurar non oso:
Fa la piaga insanabile il medico pietoso.
GUD.
(Al mio venir madama parte con ciglio mesto.
Il cuor mi presagisce qualche destin funesto).
(da sé)
BAI.
Favorite, avanzatevi.
GUD.
Certo, signore, io vedo
Che di Leiden il clima mi giova assai.
BAI.
Vi credo.
Ma di quest'aria nostra l'inclinazion migliore
È di produrre al mondo degli uomini d'onore.
GUD.
Signor, gli uomini onesti sotto ogni ciel fioriscono.
BAI.
Ma l'onor della patria gli uomini rei mentiscono.
GUD.
Perché a me tal discorso?
BAI.
Perché il mio dir vi mostri
A render più giustizia ai cittadini vostri.
GUD.
Posso pel mondo errante portar sventure e guai,
Ma l'onor della patria non tradirò giammai;
E voi che mi offendete, signor, senza ragione,
Pensate all'onor mio di dar soddisfazione.
BAI.
Senza ragion vi offendo? Permette l'onestà
Che uno stranier si abusi della ospitalità?
GUD.
S'ha da punir per tutto sì temerario eccesso.
BAI.
La verità vi porta a condannar voi stesso.
GUD.
Io, signor?
BAI.
Sì, non giovan d'amor vani pretesti,
Non soglion con inganno oprar gli uomini onesti.
Se in Leiden vi condusse l'amore, o l'interesse,
A cercar mia nipote nelle mie soglie istesse,
Potea l'uomo onorato chiederla a un uom d'onore;
Non, malattie fingendo, nascondere l'amore...
GUD.
Signor...
(volendo parlare)
BAI.
Per guadagnare il cuor della fanciulla.
Ma ciò, dov'io comando, non contisi per nulla.
GUD.
Signor...
(come sopra)
BAI.
Se me ne offendo, solo di voi lagnatevi;
Bainer è un uomo onesto...
GUD.
Signor...
(come sopra, ma più forte)
BAI.
Giustificatevi.
GUD.
Prendete questi fogli.
BAI.
Che ne ho da far?
GUD.
Prendete.
(fa che prenda le carte)
Se desio d'arricchirmi qui mi guidò, vedrete.
Solo di mia famiglia, noto alla mia nazione,
Lettere porto meco pel valor d'un milione.
Sia infermità di spirito, sia mal fisico, o vero,
Venni a trovar del mondo il medico primiero.
Per compassion, per uso, docile m'accoglieste;
Gradii del vostro cuore l'esibizioni oneste.
Cercai sol divertirmi, seguendo il buon consiglio;
Ma oimè, nel mio rimedio ritrovo il mio periglio.
Di madama Marianna trovai nel vago aspetto
L'effigie di colei che un dì m'accese il petto.
Sì, lo confesso, amico, sia debolezza usata,
Sia cognizion del merito, vostra nipote ho amata.
Sperai di possederla non mi credendo indegno,
Formai dentro a me stesso di chiederla il disegno;
Ma inteso che lo zio resiste a collocarla,
Tacqui la fiamma in petto, risolsi abbandonarla.
A lei non dissi un motto, nol dissi ad uom del mondo;
Or, che ciò si traspir, mi duole, e mi confondo.
Gli occhi se han, mio malgrado, le fiamme mie svelate,
Se favellai tacendo, deh, signor, perdonate.
BAI.
Gli occhi potran dir poco, se quasi con orgoglio,
Voi non vi foste indotto spiegarvi in questo foglio.
GUD.
Io? Qual foglio, signore?
BAI.
Come! di vostra mano
Forse non è vergato? (dandogli la lettera)
GUD.
Render mi ponno insano (dopo aver osservato la lettera)
I mali ch'io sopporto, fino ad un certo segno,
Non mai a farmi scrivere simile foglio indegno.
Giuro sull'onor mio, la carta io non distesi:
È noto il mio carattere ai mercanti olandesi.
Una impostura è questa, che voi mal conoscete;
E di me sospettando, signor, voi mi offendete.
BAI.
(Son confuso).
Chi dunque l'indegna carta estese?
Favorite, signore.
(riprende la lettera) (Che mai fosse il Marchese?
Ho lettere di lui, che si pon confrontare.
Ah, se ciò è ver, costui è pazzo da legare).
GUD.
Siete ancor persuaso?
BAI.
Sì, vi credo, signore,
Ma fu da un accidente scoperto il vostro amore.
GUD.
Non so che dire, il fato vuol che infelice io sia;
Se disvelato ho il cuore, non è per colpa mia.
Bastami che sappiate, che io mentir non soglio,
Che son uomo onorato, da voi altro non voglio.
BAI.
Se da un falso sospetto, signor, tradito io sono,
So che vi offesi a torto, e chiedovi perdono.
GUD.
Basta così.
BAI.
No, amico, se a voi basta sì poco,
A me bastar non deve.
Siam soli in questo loco.
Le luci di Marianna vi sembrano leggiadre?
Lasciate ch'io vi parli qual parlerebbe un padre.
GUD.
Signor, a questa volta gente venir io vedo.
(guardando la scena)
BAI.
Indiscreti! A quest'ora? (come sopra)
GUD.
(Pavento il mio congedo).
(da sé)
SCENA SESTA
Monsieur MANN, monsieur LASS, monsieur TAUS, monsieur PAFF e detti.
Vengono tutti quattro a due a due colla solita serietà, e salutano senza parlare.
BAI.
Amici, compatite se ora non son con voi.
Abbiamo un interesse da consumar fra noi.
Là sotto il pergolato vi son delle figliuole:
Siete persone oneste, godran di non star sole.
LASS
Bainer, ho gran bisogno di voi.
BAI.
Per qual ragione?
LASS
Nel mio paralogismo evvi una sproporzione.
Del circolo trovata avrei la quadratura;
Un sol punto vi resta a compier la figura.
Lo cerco e lo ricerco, e ancor non lo trovai.
BAI.
Nessun l'ha ancor trovato; nol troverete mai.
LASS
Osservate, vi prego, se i miei lavor son strani.
(mette fuori un gran foglio pieno di figure)
BAI.
Monsieur Lass, non ho tempo; lo vederem domani.
LASS
(Lo guardi o non lo guardi, alfin poco mi affanna;
Vorrei trovar il tempo di chiedergli Marianna).
(da sé; si parte verso il fondo della scena)
TAUS
Una parola sola.
Aggiungo alla scoperta
Del flusso e del riflusso una ragion più certa.
Il mar ogni sei ore cresce e cala ogni dì,
Perché, quando fu fatto, fu creato così.
(parte seriamente)
BAI.
Questa in certe questioni è la ragion più sana:
È limitato il corso della scienza umana.
PAFF
Io son chi sono.
BAI.
È vero.
PAFF
Testa ho quadrata.
BAI.
Il so.
Lo divideste il punto?
PAFF
No, lo dividerò.
(parte con gravità)
BAI.
Che ne dite? (a monsieur Guden)
GUD.
M'annoiano.
BAI.
Lasciateci per ora.
(a monsieur Mann)
MANN
Ha quel gran male intorno, e non è morto ancora? (verso monsieur Guden)
BAI.
È vivo.
MANN
Morirà.
(parte seriosamente)
GUD.
Costui mi vuol sentire.
(verso monsieur Bainer)
BAI.
Il mal come vi tratta?
GUD.
Non so, non saprei dire.
Fuori di me medesimo l'orgasmo ora mi tiene,
Non mi tormenta il male, ma non conosco il bene.
BAI.
Se ascoltandolo meno voi non sentite il male
Segno è che non è fisico, ma soltanto ideale.
Venghiamo a noi: lasciate che termini il mio detto,
E che vi parli al cuore col più sincero affetto...
SCENA SETTIMA
PETIZZ e detti.
PET.
Signor
BAI.
Che tolleranza! par lo facciano apposta.
Che vuoi?
PET.
Manda il Marchese a prender la risposta.
BAI.
Digli che la risposta gliela riserbo a bocca.
PET.
E dice un'altra cosa
BAI.
Che sofferir mi tocca!
Finiscila una volta.
PET.
Vi prega a capo chino
Che gli date licenza di bere un po' di vino.
BAI.
Beva, che bever possa l'ultima sua malora.
Vattene, e non tornare; non vo nessun per ora.
PET.
(Parte)
GUD.
Signor, voi v'irritate.
BAI.
Amico, l'irascibile
Frenar nei primi moti talor non è possibile.
Ma presto la ragione rischiara l'intelletto,
E passa dalla mente in un momento al petto.
Onde dell'ira ad onta, passion mia dominante,
Coll'uso di ragione mi calmo in un istante.
Ciò però non crediate costi poca fatica;
È duro il soggiogare una passion nemica.
Usai per lungo tempo a impormi da me stesso
Una sensibil pena in ogni caldo eccesso.
Talor mordeami un dito per punir l'impazienza;
Durandomi la collera usava un'astinenza.
Alfine a poco a poco sono arrivato a segno,
Che mai più d'un minuto non dura in me lo sdegno.
Ma tornano i seccanti filosofastri insani;
Non vorrei mi obbligassero a mordermi le mani.
Andiam.
Le mie intenzioni desio di farvi note;
Ma colà sospirando passeggia la nipote.
Due parole le dico, poi nello studio mio
Meco a parlar vi aspetto.
Non vi affliggete.
Addio.
(parte abbracciandolo un poco, con amicizia)
SCENA OTTAVA
Monsieur GUDEN solo.
GUD.
Piena ho l'alma di dubbi, temo in un punto, e spero;
Bainer mi compatisce, più non mi parla altero.
Chi sa? ma il lusingarmi cosa è fuor di ragione.
Se trattami cortese, mosso è da altra cagione.
Onesto è per natura; sa che m'offese a torto,
E di ottimi consigli preparami il conforto.
SCENA NONA
Monsieur LASS con madama ELISABETTA, monsieur TAUS con madama FEDERICA, monsieur MANN e monsieur PAFF con madama GIUSEPPINA passeggiando il giardino, tenendo le donne la mano sul braccio degli uomini; e il suddetto.
GUD.
Cari quegli amorini delle Veneri a lato!
LASS
(Mostrando a madama Elisabetta il foglio colle figure del circolo)
Vedete? Ecco le prove del circolo quadrato.
Deve la linea B condursi al punto C,
E quella B e C infino al centro D;
E poscia intersecando dall'H infino all'I.
(camminando)
ELI.
Signor, non me n'intendo.
Per or basta così.
LASS
Per via di quel triangolo si va alla quadratura.
ELI.
Con vostra buona grazia, quest'è una seccatura.
(partono)
TAUS
Il flusso ed il riflusso provien, signora sì,
Dal moto della luna.
(camminando)
FED.
Dunque, quand'è così, (come sopra)
Essendo un po' lunatico, voi, monsieur Taus, potete
Far crescere e calare il mar quando volete.
(partono)
PAFF
Il punto indivisibile siete voi, madamina.
MANN
Vedete quel Polacco? è un morto che cammina.
(partono)
GUD.
Che impertinenza è questa? Voglia mi viene, affé,
Di far quell'insensato morir prima di me.
Ma no, Bainer m'insegna di usar la sofferenza.
Andiam nel di lui studio a udir la mia sentenza.
Due volte a lui guidato mi avrà tremante in core,
Una il timore antico, l'altra il novello amore.
La malattia di spirito ho, sua mercé, corretta;
La malattia del cuore or la salute aspetta.
Se bastaro alla prima del zio mediche note,
È necessaria a questa la man della nipote.
(parte)
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
Camera di monsieur Baines con sedie.
Monsieur BAINER, poi monsieur GUDEN.
BAI.
(Solo, passeggiando senza dir niente)
GUD.
Eccomi a voi, signore.
BAI.
Monsier Guden, sedete.
Io sono un uomo onesto, un onest'uom voi siete.
Chiaro fra noi si parli, e non ci aduli in cuore
Né timor, né rispetto, né un sconsigliato amore.
Un evento impensato, opra di stolta mano,
Vi obbliga non volendo ad isvelar l'arcano,
Vi discoprite amante della nipote, è vero;
Ma qual ragion può farmi creder l'amor sincero?
Quando s'intese mai, che un divenisse amante
Di femmina in un giorno, e quasi in un istante?
Aspetto verisimile l'evento in sé non tiene;
Non si perdonerebbe tal caso in sulle scene.
Temo a ragion che abbiate detto d'amar per gioco.
Ed or sol dell'impegno sia conseguenza il foco.
Marianna or non vi sente; sinceritade io bramo.
L'amate, o non l'amate?
GUD.
Sì, vi rispondo, io l'amo.
Strano sembra a me stesso, in così brievi giri,
Per lei mandar dal petto le fiamme ed i sospiri.
Non so che dir, lasciamo di simpatia i portenti,
Che son d'un vero amore difficili argomenti;
Lasciam della bellezza, della virtude il dono,
Adulazion sospetta, di cui nemico io sono;
E più d'ogni suo pregio, dote lasciam da parte,
Che arrossirei pensando di arricchir con tal arte.
Quel che di lei m'accese, vo' giudicar più tosto
A compatirmi afflitto un animo disposto;
Piacer d'essere insieme d'amabile persona,
Trovarla, in giovinezza, saggia, discreta e buona;
E più di tutto io credo trovare in lei dipinta
L'immagine vezzosa della mia bella estinta.
Presto si fa scherzando a compiacersi un poco,
Da una scintilla ancora presto si accende un foco.
Quando è sincero il cuore, quando la fiamma è onesta,
Fuor d'un legame eterno altro sperar non resta;
E se al desio rassembra non discordar chi s'ama,
Cresce la speme, e il cuore accelera la brama.
Gli ostacoli ancor essi forza aggiungono a forza,
E presto amor piacevole a sospirar ci sforza.
Ecco, signor, qual penso fatta la mia catena,
Soggetta ad una critica fors'anco in sulla scena.
Ma solo il verisimile poeta ha nel pensiero,
E pien di casi è il mondo, ed il mio caso è vero.
BAI.
Sempre più vi ravviso giovine saggio, in cui
Filosofia si vede, che sparsi ha i lumi sui.
Voi la nipote amate, vi ama ella pur, lo veggio;
Ad un amor reciproco io che risponder deggio?
Uditemi: bambina venne Marianna meco;
Son da venti e più anni avvezzo a viver seco.
Ella è l'unico bene, che mi sia caro al mondo;
Con lei ha da vedermi, chi mi desia giocondo.
Moglie non presi ad onta di tanti amici miei,
Per l'unico piacere di vivere con lei,
Temendo che una zia superba, stravagante,
Non amasse Marianna quant'io le sono amante.
Ora voi la chiedete, la chiede un uom ch'io stimo,
Giovine saggio, onesto, e di ricchezze opimo.
Veggo che, a voi negandola, tolgo a lei sua fortuna,
E fuor dell'amor mio, non vi è ragione alcuna.
Ma! voi che amor sentite, lungi però dal mio,
Perderla non vorreste, e perderla degg'io?
Da lei, che per tanti anni godei mirarmi appresso,
Dunque dovrei per sempre allontanarmi adesso?
Nel settentrione algente andrà la mia Marianna?
So che il negarlo è ingiusto, ma un tal pensier mi affanna.
GUD.
Signor, entro in voi stesso, e apprendo il duol sì fiero,
Che il cuore in sul momento risvegliami un pensiero.
Solo di mia famiglia, non ho chi mi comanda:
I beni di Polonia tradur posso in Olanda.
Sotto la scorta vostra, sotto il vostro consiglio,
Ecco, se nol sdegnate, ecco, signore, un figlio.
BAI.
Ah sì, vostra è Marianna a questa legge, il giuro.
(si alzano)
GUD.
L'amor suo, l'amor vostro: bene maggior non curo.
SCENA SECONDA
PETIZZ e detti.
PET.
È lecito, signore, di farvi un'imbasciata? (a monsieur Bainer)
BAI.
Che vuoi? dell'imbasciate è questa la giornata.
PET.
Monsieur Lass, che desidera parlarvi con premura.
BAI.
Verrà per istuccarmi colla sua quadratura.
Ma ricusai poc'anzi d'udir le sue parole:
Non vo' parer superbo; venga pur quanto vuole.
PET.
(Parte)
GUD.
Andrò dai negozianti d'Olanda principali,
Sopra di cui son tratte le lettere cambiali.
Si prenderà opportuna da lor la direzione,
Per trasportare in Leiden mia mercantil ragione.
Seco lor tratterete e chiaro si vedrà,
Se Guden vi ha parlato finor con verità.
BAI.
Prova non ha bisogno maggior la vostra fede.
Bainer è amico vostro, e vi conosce, e crede
Deesi avvisar la sposa.
GUD.
Fatelo voi, signore.
Dirglielo a me non lice, e poi non avrei core.
Dubiterei ancora, ch'essa dicesse un no.
E se un sì mi risponde, quel che farei non so.
Conosco del mio cuore l'usata debolezza:
Potrei su quel momento svenir per allegrezza.
Solo in pensarvi, io sento che mi circonda un foco...
Ritornerò, signore, ritornerò fra poco.
(parte)
SCENA TERZA
Monsieur BAINER, poi monsieur LASS.
BAI.
Ecco, per un sentiero sì strano e mal previsto,
Ecco fatto in tal giorno il più felice acquisto.
Dell'amor, con cui soglio per altri interessarmi,
Ecco che il ciel pietoso desia ricompensarmi:
Non perdo la nipote, contenta ella si vede,
Acquistomi un amico, acquistomi un erede.
Vogliano i Dei pietosi, che pria ch'io chiuda il ciglio,
Vegga della nipote bamboleggiare un figlio!
LASS
Bainer.
BAI.
E bene, amico, compiste il bel disegno?
LASS
Ho abbandonato il circolo; sono in un altro impegno.
BAI.
Qualche scoperta nuova?
LASS
Novissima scoperta,
Del circolo quadrato più facile e più certa.
BAI.
Or da lungo discorso vi prego dispensarmi.
LASS
Vel dico in due parole: risolto ho maritarmi.
BAI.
Oh monsieur Lass amabile, quest'è ben altra cosa.
Che consumar nei circoli la mente rugginosa.
Bravo, me ne consolo.
LASS
Dissi finora il meno.
Ho bisogno di voi.
BAI.
Disponetene appieno.
LASS
Ho fissato l'oggetto.
BAI.
E chi è? saper si puote?
LASS
Vel dico in confidenza.
Questa è vostra nipote.
BAI.
Voi mi onorate troppo.
LASS
Pensato ho fra di me,
Che partito più proprio al caso mio non c'è.
Filosofi noi siamo, siam tutti due sapienti:
Amici siamo, è giusto che diveniam parenti.
Da tale unione il mondo potrà sperare assai;
Virtù passando ai figli, non finirà giammai.
In grazia dello zio, sposar vo' la nipote.
BAI.
Siete ben generoso.
LASS
Quanto averà di dote?
BAI.
(Ecco l'idea primaria della filosofia).
(da sé)
Il bene ch'io posseggo, frutto è dell'arte mia.
Privarmene non voglio.
Marianna è mia parente,
Ma è povera, e di dote non le vo' dar niente.
Però, se il di lei volto vi piace e v'innamora...
LASS
No, non corriamo in fretta; non ho risolto ancora.
BAI.
Quando risolverete?
LASS
Quando perfezionato
Averò il mio progetto del circolo quadrato.
Ecco le prime prove.
(spiega il foglio) Vedete, e giudicate...
Se le proposizioni son certe e ben fondate.
BAI.
Vedo di gran figure.
LASS
Costanmi gran fatica.
BAI.
A Marianna volete che l'amor vostro io dica?
LASS
Se sperar si potesse...
BAI.
Se non ha dote, è bella.
LASS
Vedete quella linea dell'altra paralella?
BAI.
Amico, io vedo tutto, vedo l'operazione
Del circolo a che tende, conosco l'intenzione.
Figuriam questo punto di monsieur Lass il core,
Figuriamo quest'altro di Marianna l'amore.
La linea tende al centro, ch'è il bel della nipote:
Ma ne impedisce il corso mancanza della dote;
Io potrei veramente formar giusto triangolo,
Ma vo' di tal figura restar fuori d'ogni angolo;
Onde piegate pure il foglio ed il progetto,
Voi vi formaste in mente un circolo imperfetto.
LASS
(Lo guarda, piega il foglio, lo saluta, e parte)
SCENA QUARTA
Monsieur BAINER, poi madama MARIANNA.
BAI.
Ecco gl'insidiatori dei splendidi contanti:
Ecco gl'interessati filosofi ignoranti.
È ben che a maritarla con mio piacer sia giunto.
Termineran le insidie.
Ecco Marianna appunto.
MAR.
Signor, voi mi diceste, che essendo sol, venissi;
Eccomi ai cenni vostri.
BAI.
Sì, Marïanna, il dissi;
E a tempo a me venite.
Spiegò la fiamma ascosa
Monsieur Guden alfine, e vi desia in isposa.
Giovane, e d'alti fregi, ricco, prudente e saggio,
Par che a noi l'abbia scorto di provvidenza un raggio.
Voi l'amate?
MAR.
Sì certo, l'amo, signor, nol nego.
Questa mia fiamma onesta di compatir vi prego.
So che mi amate, e vedo che tenerezza umana
Caro farà costarvi vedermi andar lontana.
Ciò costerà a me pure fiero dolor di morte,
Ma superarsi è forza, e cedere alla sorte.
BAI.
Ah ingrata! avreste cuore di abbandonar lo zio,
Dopo cotante prove del tenero amor mio?
Sino in Polonia andreste con il consorte allato,
Lasciandomi, crudele, dolente e sconsolato?
Questi è l'amor di figlia, onde l'amor pagate?
Anima sconoscente! oh donne, oh donne ingrate!
MAR.
Oimè! voi mi atterrite.
Col vostro labbro istesso
Non foste voi, signore, che hammi d'amar concesso?
Che vi abbandoni e parta, voi la cagion non siete?
BAI.
No, barbara nipote, di qua non partirete.
(parte)
SCENA QUINTA
Madama MARIANNA sola.
MAR.
Come a un tratto il destino, misera! cambiò faccia?
Prima la vita mi offre, morte poi mi minaccia.
Peno ancor io lasciando un zio grato amoroso;
Ma troppo è dolce cambio la compagnia di sposo.
Perché non maritarmi con altri a lui dappresso,
Pria che dal forestiere fosse il mio spirto oppresso?
Vuol condannarmi a vivere in uno stato amaro?
Ah, il ben ch'egli a me fece, mi costa troppo caro.
Prima bastar poteami il suo paterno amore,
Altre fiamme ora nutro, altro desio nel core.
Non partirete, ei disse? parla sì risoluto?
Che barbaro comando! che barbaro tributo!
SCENA SESTA
CAROLINA e detta.
CAR.
Ah madama, davvero ne ho consolazione!
MAR.
Sì, consolati meco, che ne hai giusta ragione.
(ironica)
CAR.
Come! Non siete voi del forastier la sposa?
MAR.
Chi tel disse?
CAR.
Egli stesso.
Carolina amorosa,
Dissemi giubbilante, da queste soglie andando:
Consola la mia sposa, a te mi raccomando.
Vengo per consolarvi
MAR.
La sposa mia consola?
Senti, che frase è questa? che barbara parola?
Dovendo restar sola, misera, abbandonata,
A te si raccomanda, perch'io sia consolata.
CAR.
Spropositi, signora; soggiunge, che in Olanda...
MAR.
Il zio per mia sfortuna, che barbaro comanda,
Dissemi in chiare note: Me abbandonar volete?
No, barbara nipote, di qui non partirete.
CAR.
E bene; monsieur Guden dissemi presto presto:
Più in Polonia non torno, qui colla sposa resto.
MAR.
Possibil che sia vero?
CAR.
Vero, ve l'assicuro.
MAR.
Ora del zio comprendo quel favellare oscuro.
Pietosissimo zio, caro fedel amante,
Oimè, che di dolcezza l'alma mia è delirante;
Sostienmi, Carolina, ahi mi par di morire.
CAR.
Vengono le fanciulle; non vi fate sentire.
SCENA SETTIMA
Madama ELISABETTA, madama FEDERICA, madama GIUSEPPINA e le suddette.
ELI.
Ma voi ci abbandonate.
MAR.
Scusatemi di grazia.
(con agitazione)
FED.
Siete molto agitata.
GIU.
Oimè! qualche disgrazia?
CAR.
Ha avuto tal disgrazia per sua mala fortuna,
Che simile vorreste averne una per una.
MAR.
Via via, parliamo d'altro.
Amiche, perdonate
Se troppo lungamente vi ho quasi abbandonate.
Un affar collo zio mi ha trattenuto qui.
CAR.
È un affar, sì signore...voi lo saprete un dì.
ELI.
Finor con quei filosofi siam state in compagnia,
Ma parlano di cose che fan melanconia.
Distinguere non sanno i tempi e le persone.
Cosa sappiamo noi d'influsso e proporzione?
Leggere qualche cosa, certo che non è male,
Di storia specialmente, di dogma e di morale;
Ma il studio delle donne, per me son persuasa,
Che prima debba essere l'economia di casa.
MAR.
Voi pensate benissimo.
FED.
Vi pare poco impegno
Dirigere una casa? qui pur spicca l'ingegno.
Gli uomini le ricchezze pensano ad acquistarle,
E noi con buona regola pensiamo a conservarle.
E di una brava economa il picciolo sparagno,
In casa a capo all'anno produce un bel guadagno.
GIU.
Intanto, s'io non fossi povera creatura,
Dovrebbon delle lettere pagar la copiatura;
E quello che risparmiamo, ch'è almen tre paoli al giorno,
Serve a lor per comprarmi quel che mi metto intorno.
CAR.
Madama, è qui l'amico.
(con allegrezza a madama Marianna, avendo osservato fra le scene)
MAR.
Oimè! vien egli innante?
ELI.
Mi parete turbata.
(a madama Marianna)
CAR.
Anzi è tutta brillante.
ELI.
Il perché può sapersi? Se non è qualche arcano.
CAR.
Cosa serve il non dirlo? già l'occultarlo è vano.
S'ha da saper fra poco.
Madame, consolatevi,
Che la padrona è sposa.
ELI.
Davvero?
CAR.
Assicuratevi.
ELI.
Mi rallegro, madama.
FED.
Anch'io provo piacere.
GIU.
E chi sarà lo sposo?
CAR.
Quel signor forastiere.
ELI.
L'ammalato? (a madama Marianna)
MAR.
Sì, quello.
(un poco ridente)
FED.
Andrete al suo paese?
MAR.
No, per grazia del cielo, anch'ei si fa olandese.
CAR.
Eccolo lì lo sposo.
(accennando fra le scene)
ELI.
L'ora è tarda madama.
Tornare ai nostri tetti ora il dover ci chiama.
Per me grazie vi rendo alle finezze vostre.
MAR.
Madama, mi son note le costumanze nostre.
Lo so che conversare l'uso fra noi dispose
Le figlie colle figlie, le spose colle spose.
Però restar potete; sposa ancora non sono.
ELI.
Deggio partir, madama, domandovi perdono:
Consolomi di nuovo del vostro gentil sposo:
Il ciel con lui vi doni la pace ed il riposo.
Finor fu da sorelle fra noi tenero affetto,
Qual figlia in avvenire vi amerò con rispetto.
So che per nozze acquista donna un grado maggiore;
Ma voi, cara Marianna, siete umile di core,
E so che mi amerete con amistà perfetta,
E so che sarò sempre la vostra Elisabetta.
(parte)
MAR.
Che bel cor! (a Carolina)
CAR.
Fa da piangere.
(a madama)
FED.
Addio, diletta amica:
Il cielo vi consoli, il ciel vi benedica.
Credetemi, vel giuro, son dalla gioia oppressa;
Godo del vostro bene, qual farei per me stessa.
Fate il vostro dovere, amate il sposo vostro;
Ma deh, non vi scordate ancor dell'amor nostro.
(parte)
GIU.
Datemi un bacio almeno.
Or che diverse siamo,
Chi sa, gioia mia cara, quando più ci vediamo?
Ma basta, da fanciulle fummo amiche fidate,
Chi sa che non lo siamo ancor...
da maritate? (parte vergognandosi e correndo)
SCENA OTTAVA
Madama MARIANNA e CAROLINA.
MAR.
Parla il cor veramente.
CAR.
Oh quanto pagherei,
Che fossero a sentirle certi paesani miei,
Che dicon delle donne...
So io quel che ragiono.
Vengano qui a vedere le donne cosa sono.
Vien il padron.
MAR.
Rammento, ch'egli mi disse ingrata.
Ebbe ragion di dirlo, e son mortificata.
CAR.
Ed è con lui lo sposo.
MAR.
Credimi, afflitta sono.
CAR.
Ma via, non vi affliggete; lo sapete ch'è buono.
SCENA NONA
Monsieur BAINER, monsieur GUDEN e dette.
Poi monsieur TAUS e monsieur MANN.
BAI.
Ecco lo sposo vostro.
(a madama Marianna, sostenuto)
MAR.
(Guarda l'uno e l'altro mortificata)
GUD.
Madama, io vi ho sperata,
Vostro nel presentarmi, più lieta e consolata.
Oimè, pentita siete forse dell'amor mio?
MAR.
Alzar gli occhi non oso in faccia dello zio.
Tacciar di sconoscente m'intesi, e con ragione
E fa la mia vergogna la mia disperazione.
BAI.
No, figlia, l'età vostra, l'amore io compatisco,
E il dolor che mostrate per cagion mia, gradisco.
Porgetevi la mano, si compia il matrimonio.
Signori, favorite servir di testimonio.
(a monsieur Taus ed a monsieur Mann, quali si avanzano)
GUD.
Ecco, diletta sposa, ecco la mano e il core.
MAR.
Ecco tutta me stessa.
CAR.
Viva, viva l'amore.
TAUS
Madama, delle nozze l'ore son buone e amare,
Come il flusso e riflusso instabile del mare.
Prego il ciel che per voi, giovane bella e fresca,
Sia la gioia amorosa un mar che sempre cresca.
(parte)
MANN
Madama, mi consolo.
Ma guardatelo in cera;
Mi spiace, che sarete vedova innanzi sera.
(parte)
SCENA ULTIMA
Monsieur BAINER, monsieur GUDEN, madama MARIANNA, CAROLINA, poi il MARCHESE CROCCANTE.
MAR.
Oimè!
GUD.
Sciocco, indiscreto! (in atto di seguitarlo sdegnato)
BAI.
No, amico, rammentate
Di raffrenar la collera; e voi non ci badate.
(a madama Marianna)
Quegli è un pazzo ostinato, medico per disgrazia.
MAR.
Mi fa morir lo stolto.
CAR.
Medico malagrazia.
BAI.
Alla cena si pensi, ché l'ora omai s'accosta.
CRO.
Amico, son venuto a prender la risposta.
(a monsieur Bainer)
BAI.
Eccola qui, signore; ecco, mostrar vi voglio
L'esito fortunato, che ottenne il vostro foglio.
Voi chiedeste la sposa, io non sapea per cui:
Guden si è dichiarato, e l'ho sposata a lui.
CRO.
Come! a me sì gran torto? Preferire un mercante
A un cavalier mio pari, marchese di Croccante?
Ed io, medico ingrato, contro del mio costume
Avrò per compiacervi quasi bevuto un fiume?
Basta così; lo giuro, non tien la mia parola,
Se passo a medicarmi sotto d'un'altra scuola.
Vo' ber finché ne ho voglia, vo' rinfrescarmi il petto,
Vo' ber per ravvivarmi, vo' ber a tuo dispetto.
E dopo aver bevuto quanto mi piace e pare,
Del torto che ricevo mi verrò a vendicare.
(parte)
GUD.
Questi è quel pazzo adunque, che fu del foglio autore!
BAI.
Dell'error mio cagione.
MAR.
Oh fortunato errore!
GUD.
Spiacemi che ho sentito, ch'ei di furor s'accese.
BAI.
I pazzi non si temono qui nel nostro paese.
Pensiamo a viver lieti.
Giacché la sorte amica
Uniti ha i vostri cuori, il ciel vi benedica.
Centomila fiorini sarà la vostra dote; (a madama Marianna)
Vi accetto in casa mia per figlio e per nipote.
Vedervi in altro stato nella salute io godo;
Ecco quel ch'io vi dissi, chiodo discaccia il chiodo.
Il docile consiglio la mente ha persuasa,
Ma non credea che aveste a esercitarlo in casa.
Basta, ne son contento.
Il ciel per strade ignote
Il zio rende felice, non men che la nipote;
E il vostro cuor se stesso a medicare apprese,
Colla ragion per guida, dal Medico Olandese.
Fine della Commedia
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