IL MERCANTE FALLITO, di Carlo Goldoni - pagina 3
...
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SMER.
(Povera me!) (da sé)
TRUFF.
Quando ella me fa la grazia de contentarse, me prevalerò delle so finezze.
(al Dottore)
SMER.
Con sua licenza.
(fa una riverenza al Dottore, ed entra in casa)
SCENA SESTA
Il DOTTORE, TRUFFALDINO, poi il SERVITORE di Clarice.
TRUFF.
Donca, se la permette...
(al Dottore, incamminandosi verso la di lui casa)
DOTT.
Aspetti, signor Truffaldino, che se il padrone è fuori di casa, vi è un altro che gli può dare più soggezione di lui.
(con ironia)
TRUFF.
E chi elo, se la domanda è lecita?
DOTT.
È un certo signore, che si domanda bastone, dietro la porta, pronto a ricamargli le spalle.
TRUFF.
Quando l'è cussì, per no dar incomodo a sto signor, volterò el bordo, e anderò via per un'altra strada.
(si scosta, e va dall'altra parte)
DOTT.
Lodo la sua bella prudenza, e la consiglio non venir molto per questa parte, perché il signor bastone qualche volta ha la bontà di venir fuori di casa, ed esercitar la sua cortesia anche in mezzo la strada.
TRUFF.
Oh, l'è troppo cortese! La ghe diga che nol se incomoda, che più tosto...
SERV.
Amico.
(a Truffaldino, uscendo dalla locanda)
TRUFF.
Cossa gh'è?
SERV.
La mia padrona ha letto la lettera e presto presto ha fatto la risposta, e giacché a sorte ancora vi trovo qui mi farete il piacere di portarla al vostro padrone.
(dà la lettera a Truffaldino)
TRUFF.
Com'ela andada? (al Servitore)
SERV.
Male.
TRUFF.
È vegnudo el paolo?
SERV.
Questa volta non è venuto: dubito che le sia piaciuto poco la lettera che mi avete dato.
TRUFF.
Ho paura anca mi.
SERV.
Un'altra volta vi farò la facilità di lasciare che la portiate voi colle vostre mani.
(parte)
TRUFF.
Obligado della finezza.
(Saria curioso de veder cossa che la responde, se la ghe promette de restituirghe i zecchini).
(da sé)
DOTT.
Bravo, signor Truffaldino.
TRUFF.
Cossa voravela dir, patron?
DOTT.
Letterine amorose.
TRUFF.
Sior sì, letterine amorose.
(apre la lettera in disparte)
DOTT.
(Povero Pantalone! È rovinato, e non vuol far giudizio).
(da sé)
TRUFF.
(Me despiase che so poco lezer, e sto carattere no l'intendo).
(da sé)
DOTT.
(Mi dispiace ancora per suo figliuolo.
Gli avrei data volentieri mia figlia.
Ma ora non è più in istato di maritarsi).
(da sé)
TRUFF.
Sior Dottor, la compatissa, no fazzo mai per far torto alla so virtù: sala lezer?
DOTT.
La prendo per una facezia, per altro l'interrogazione sarebbe ben temeraria.
TRUFF.
Voio dir, se l'intende tutti i caratteri.
DOTT.
Pare a voi che un uomo della mia sorte non abbia da intendere ogni carattere? Avete qualche cosa da leggere che vi prema?
TRUFF.
Gh'averave sta lettera.
DOTT.
A chi va quella lettera?
TRUFF.
La va al mio patron.
DOTT.
Al vecchio o al giovane?
TRUFF.
Al vecchio.
DOTT.
E voi vi prendete la libertà di aprire e di leggere le lettere che vanno al vostro padrone?
TRUFF.
Ghe dirò, sior, tra mi e lu passemo con confidenza; so tutti i so interessi.
So che l'ha imprestà trenta zecchini a una forestiera che sta in quella locanda, e che con una polizza el ghe li ha domandai.
El m'ha promesso, se la ghe li restituisce, de darme sie mesi de salario che avanzo e, per dirghela, gh'ho un poco de curiosità, perché se tratta del mio interesse.
DOTT.
Quand'è così, non ricuso di compiacervi.
TRUFF.
La me farà grazia.
(dà la lettera al Dottore)
DOTT.
Mi pare aver inteso dire che il signor Pantalone faceva il grazioso con quella signora, e molto abbia con lei consumato.
TRUFF.
Me par anca a mi che sia vero.
DOTT.
E come ora le domanda trenta zecchini?
TRUFF.
Questi el ghe li ha prestadi; e se spera che adesso, vedendolo in bisogno, tanto più presto la ghe li abbia da restituir.
Sentimo quel che la dise.
DOTT.
Sentiamo.
Signor Pantalone carissimo.
Sono penetrata dalla vostra disgrazia, e mi rincresce non essere in istato di sovvenirvi.
Voi dite che mi avete prestato trenta zecchini, ma io non me ne ricordo e se ciò fosse vero, avreste di me o un obbligo o una ricevuta.
Riflettete che voi siete causa della vostra rovina, e che se aveste badato a me solamente, non vi trovereste in simile stato.
Non potete dire che io sia stata la cagione dei vostri disordini, mentre in due anni che avete praticato in mia casa, sono stati maggiori gl'incomodi che mi avete recato, di quelli che per me avete sofferto.
Pensate ai casi vostri, mentre io per soccorrervi non posso alterare la mia economia, e molto meno privarmi di quanto mi è necessario per comparire; e non mi tormentate con lettere, mentre una fiera emicrania mi tiene oppressa, assicurandovi ciò non ostante che sono
Vostra sincera amica
chi voi sapete.
TRUFF.
Cossa credela che possa sperar a conto del mio salario?
DOTT.
Questa lettera vi può profittar assaissimo, considerando l'ingratitudine delle donne, e fissando la massima di starvi lontano e di non fidarsi di loro.
Lasciate questa lettera nelle mie mani, ché dandola ora al signor Pantalone, gli sarebbe di troppo cordoglio.
Io gli sono amico e lo compatisco; e voglio recargli tutto quell'aiuto ch'io posso nelle presenti sue circostanze.
Penso al rimedio de' suoi disordini; credo averlo trovato; un poco doloroso per i suoi creditori, ma il più facile ed il più usitato.
(parte)
SCENA SETTIMA
TRUFFALDINO e LEANDRO
TRUFF.
Quando in quella lettera no gh'e più sostanza de cussì, no me curo gnanca de portarghela a sior Pantalon.
Me despias per el me salari, ma za che tutto va a precepizio, cercherò anca mi de pagarme sui resti.
LEAN.
Truffaldino, son disperato.
TRUFF.
E anca mi son per la medesima strada.
LEAN.
Mio padre ha consumato tutto il suo patrimonio e la mia legittima, e la dote ancor di mia madre di cui io solo era l'unico erede.
TRUFF.
Consoleve, signor, che l'ha consumà anca el me salari.
LEAN.
Mia madre, poverina, è morta per le passioni di animo che le ha fatto provare.
TRUFF.
Oh, mi mo per questo no voio che me doggia la testa.
LEAN.
E per far sempre peggio, si è rimaritato mio padre con una giovane vana, petulante, superba.
TRUFF.
Questa farà le vendette de vostra madre, la lo farà morir de desperazion.
LEAN.
Ma almanco, già che si è rimaritato, avesse lasciato da parte tante altre pratiche, tante amicizie che lo rovinano.
TRUFF.
El xe deventà sempre pezo.
LEAN.
Che ho da far io, povero giovine?
TRUFF.
E mi cossa oio da far, povero pupillo?
LEAN.
Mi trovo senza un danaro.
TRUFF.
Semo fradei carnali.
LEAN.
Andar a servire non mi conviene.
TRUFF.
Gnanca a mi sfadigar no me piase.
LEAN.
Anderò per il mondo pellegrinando.
TRUFF.
Batter la birba l'è el più bel mistier che se possa far.
LEAN.
Parmi, se non m'inganno...
(osservando la casa del Dottore) Sì, è dessa.
La signora Vittoria affacciasi alla finestra.
Ritirati, Truffaldino, lasciami un poco esperimentare, a fronte delle mie miserie, l'affetto di questa giovane.
TRUFF.
Cossa spereu da ella?
LEAN.
Spero molto.
TRUFF.
E mi gnente affatto.
(parte)
SCENA OTTAVA
LEANDRO, e VITTORIA alla finestra.
VITT.
Come state, signor Leandro?
LEAN.
Male assai, signora, e stupisco che voi ancora mi conosciate, contraffatto dalle mie afflizioni.
VITT.
Voi non avete colpa nelle vostre disgrazie; siete degno di compassione, ed io la risento più al vivo di ciascun altro.
LEAN.
Oh cieli! sono più fortunato di quello ch'io mi credeva.
È possibile ch'io possa lusingarmi del vostro affetto, ad onta delle mie miserie?
VITT.
Vi amerei ancorché foste il più infelice uomo di questo mondo.
LEAN.
Ma non sarà mai possibile che mi diveniate consorte.
VITT.
Perché?
LEAN.
Perché vostro padre non vorrà maritarvi con un miserabile.
VITT.
Non temete; mio padre s'interessa moltissimo per le cose della vostra famiglia; mi dà speranza di qualche accomodamento; spero che ritornerete in istato di una mediocre fortuna, e quando tutto perisse, o sarò vostra, o non sarò di nessuno.
LEAN.
Oh fedelissima amante! Oh specchio della più esemplare costanza!...
VITT.
Veggo venir alcuno da quella parte.
Non ho piacere di esser veduta.
Consolatevi; serenate il vostro animo.
Sperate bene; amatemi, e siate certo dell'amor mio.
LEAN.
Sì, mia cara, sarò lieto in grazia della vostra bontà.
VITT.
Addio, signor Leandro.
Procurate veder mio padre, e venite da noi, quando egli sia in casa.
(si ritira)
SCENA NONA
LEANDRO solo.
LEAN.
Piacemi l'onesto costume di non volermi in casa senza del padre.
Non credo che ciò si pratichi ai giorni nostri comunemente, e pur dovrebbesi praticare per evitare gli scandali e le dicerie della gente.
Chi mai avrebbe creduto che tanta fedeltà, che tanto amore nutrisse per me questa giovine veramente da bene? Oh Vittoria, tu sei una cosa rara nel nostro secolo.
Poco mi ha levato la sorte, privandomi delle mie sostanze, se nel tuo bellissimo cuore mi resta il più bel tesoro del mondo.
(parte)
SCENA DECIMA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE solo.
Passeggia alquanto pensoso, poi si pone a sedere.
PANT.
E per questo m'oggio da andar a negar? Se son falio, saroggio solo? Gh'averò dei collega de quei pochi.
Cossa se pol far? Me consolo almanco che i mi bezzi no i me xe stai magnai, no i me xe stai portai via, el mar no me li ha fatti perder.
I ho godesti, i ho spesi, e ho fatto goder i amici.
Mi adesso stago da re.
I mi beni xe tutti sequestrai, la meggio roba xe in pegno, i mobili xe bollai, la bottega xe voda, onde mi no gh'ho più gnente da far.
Fin che i creditori me lassa in pase, tiro de longo sul resto de quelle fregole che ghe xe; se i scomenzia a far brutto muso, con un felippo vago a Ferrara, e chi s'ha visto, s'ha visto.
Cossa farà la mia cara siora muggier, che a forza de ambizion, de mode e de conversazion m'ha dà la spenta per far la tombola? Adesso anca ela la farà una bella fegura.
So danno, no ghe ne penso un figo, la merita pezo.
Se la gh'avesse giudizio, per liberarse da sti travaggi, la doverave crepar.
M'ho muà de camisa una volta, pol esser che me tornasse a muar la segonda.
Quel che me despiase, xe quel povero mio fio.
Anca la dota de so mare gh'ho consumà.
Ma cossa serve? L'ha godesto anca elo; el xe zovene, che el se inzegna; el troverà qualcun che l'agiuterà, e se el ghe n'averà elo, bisognerà che el me ne daga anca a mi.
A bon conto tirerò sti trenta zecchini da siora Clarice.
Pussibile che la me li fazza penar? No credo mai.
Ho fatto tanto per ela, e adesso la sa el mio stato...
Oh per diana, che xe qua mia muggier.
Animo a sto siropetto.
SCENA UNDICESIMA
AURELIA ed il suddetto.
AUR.
E bene, signor marito, che pensate di fare?
PANT.
Per mi gh'ho pensà, patrona.
AUR.
Si può sapere la vostra risoluzione?
PANT.
Per le poste a Ferrara.
AUR.
Ed io?
PANT.
E vu resterè a Venezia.
AUR.
Indiscreto! Avreste cuore d'abbandonarmi?
PANT.
Vardè che casi! Gh'aveu paura a dormir sola?
AUR.
Voglio venir con voi.
PANT.
Oh, questo po no.
AUR.
Come no? Non son io vostra moglie?
PANT.
Pur troppo, per mia desgrazia.
AUR.
Anzi per mia malora.
PANT.
Sia pur maledio co v'ho visto.
AUR.
Maladetto pure quando vi ho conosciuto.
PANT.
Vu sè stada causa del mio precipizio.
AUR.
Voi siete stato la mia rovina.
PANT.
Zoggie, abiti e conversazion.
AUR.
Donne, tripudi e giuoco.
PANT.
Nissun sa quanto che abbia speso in do anni per la vostra maledetta ambizion.
AUR.
E la dote che vi ho portato?
PANT.
Certo! una gran dota! Sie mille ducati, mezzi se pol dir in strazze e mezzi un pochi alla volta, che no me n'ho visto costrutto.
AUR.
Al giorno d'oggi con seimila ducati le mogli pretendono dalla casa la gondola con due remi.
PANT.
Sì ben, xe la verità.
Le putte, co le se marida, le rovina do case: quella de so pare e quella de so mario.
AUR.
Orsù, qui non vi è riparo ai vostri disordini: fate di voi tutto quel che volete, ma prima pensate ad assicurarmi un mantenimento onesto e decente alla mia condizione, ed alla dote che vi ho consegnato.
PANT.
Per mi ho fenio la roba e ho fenio i pensieri.
M'inzegnerò de viver mi alla meggio che poderò.
Per el resto, ve dirò quel bel verso: "Ogni un dal canto suo cura si prenda".
AUR.
Ecco qui quel che ho avanzato a sacrificare la mia gioventù con un vecchio.
PANT.
Dovevi lassar star de farlo; mi no v'ho obligà, mi no v'ho pregà.
AUR.
Mio padre è stato causa del mio precipizio.
PANT.
Fe cussì: andè in casa de vostro padre e fe che lu ghe rimedia.
AUR.
Bell'onore di un marito civile, rimandar la moglie in casa del padre, dopo averle consumata la dote.
PANT.
Chi l'ha consumada, vu o mi?
AUR.
Meritereste...
basta, non dico altro.
PANT.
Cossa meriteravio? Disè suso, patrona.
AUR.
Sono una donna onorata, per altro...
PANT.
Cara siora, no andemo avanti.
Zitto, e lassemola là.
AUR.
Che cosa vorreste dire?
PANT.
Tasemo, che faremo meggio.
AUR.
Parlate.
PANT.
No voggio parlar.
AUR.
Parlate se potete parlare.
PANT.
Se volesse parlar, parleria.
AUR.
Animo, dico, parlate.
PANT.
Zo la ose, patrona.
SCENA DODICESIMA
Il DOTTORE ed i suddetti; poi SERVITORE
DOTT.
Che cos'è questo strepito? Vergogna! Si grida fra marito e moglie?
AUR.
Ecco il bel procedere di mio marito.
Oltre l'avermi ridotta in miseria, m'intacca ancora nella riputazione.
PANT.
Mi no digo cosse che no sia da dir, né penso cosse che no sia da pensar.
Digo che la conversazion da tutte le ore...
AUR.
E voi colla continua pratica de malviventi...
PANT.
Avè fatto fin adesso mormorar la zente.
AUR.
E voi vi siete reso ridicolo a tutto il mondo.
DOTT.
Signori miei, volete farmi la grazia di lasciarmi parlare?
PANT.
Sì, caro sior Dottor, parlè, che ve ascolto volentiera.
DOTT.
Mi permettete che io dica la mia opinione intorno alla quistione che fra voi si agita?
AUR.
Dite pure: so che siete assai ragionevole.
DOTT.
Parlando col dovuto rispetto all'uno e all'altro dico che entrambi siete tinti della medesima pece, e che rimproverandovi fra voi due, si può dire che la padella dice al paiuolo: fatti in là, che tu mi tingi.
AUR.
Bella sentenza sul gusto di Bertoldo!
DOTT.
Bertoldo appunto soleva dire la verità.
AUR.
Quando non sapete giudicar meglio, fate a meno di impacciarvi dove non siete chiamato.
PANT.
Lassela dir, sior Dottor, e no ghe badè.
M'avè dà qualche speranza de trovar un rimedio alle mie disgrazie; son qua, ve prego, me raccomando a vu.
DOTT.
Il rimedio spererei di averlo trovato e di rimettere in piedi la vostra casa ed il vostro negozio, ma, sia detto con buona pace della signora Aurelia, le sue malagrazie mi consigliano a non procacciarne di peggio.
PANT.
Sentiu? Per causa vostra sior Dottor ne abbandona, e po dirè che son mi la rovina della fameggia.
(ad Aurelia)
AUR.
Caro signor Dottore, compatitemi.
I disgusti che mi fa provar mio marito, mi levano di ragione.
Conosco che ho detto male, e ve ne chiedo scusa.
(L'interesse mi fa parlare con umiltà).
(da sé)
DOTT.
Orsù, la ringrazio della bontà con cui adesso mi parla.
E son qui per far tutto il possibile per l'uno e l'altro.
Sentano il mio progetto.
PANT.
Via, disè suso, che ve ascolto con ansietà.
AUR.
Anch'io sentirò con piacere.
SERV.
Signora è venuta la sarta col vestito.
AUR.
Vengo subito.
Signore, parlate pure con mio marito, che io già di affari simili non me n'intendo; vi raccomando salvar la mia dote, e che possa avere in mia libertà il modo di comparire.
(parte col Servitore)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE ed il DOTTORE
PANT.
Ve par che la sia una donna de garbo?
DOTT.
Orsù, signor Pantalone, veniamo alle corte.
Io vi son buon amico: compatisco la vostra disgrazia, benché, per dire la verità, sia provenuta dalla vostra mala condotta.
Eccomi qui pronto a darvi aiuto e consiglio per trarvi fuori dei guai, se sia possibile, ma prima di tutto mi avete a promettere di osservare i patti che fra di noi si faranno.
PANT.
Caro compare Dottor, comandè; son in te le vostre man.
Farò tutto quel che volè.
DOTT.
Promettetemi di non giocare, di non scialacquare, di lasciar stare le male pratiche.
PANT.
Sì, tutto, no v'indubitè.
Se me remetto, vederè se farò pulito.
DOTT.
Sentite dunque quel che ho fatto, e quel che sono per fare.
In primis et ante omnia, benché vostra moglie non sappia niente, ho incamminata in nome suo un'assicurazione di dote per la somma di seimila ducati, e ho fatto bollare tutti quei pochi generi di mercanzia che vi sono restati, e i mobili della casa, e i libri del negozio per la ragione dei crediti; ed ho ordinato il sequestro per i beni stabili ipotecati.
Inoltre ho incamminato ai fòri competenti la causa del pagamento della dote materna in favore del signor Leandro vostro figliuolo, come erede della madre e vostra prima consorte, ascendente il credito a diecimila ducati; onde con queste due azioni anteriori e privilegiate si viene a coprire un capitale di sedicimila ducati, sui quali i creditori non possono avere azione veruna.
PANT.
Fin qua va ben, e sta cossa l'aveva prevista anca mi, ma ghe trovo dei radeghi che me dà da pensar.
DOTT.
Proponete le difficoltà, e vedrete se tutte le saprò sciogliere.
PANT.
Prima de tutto mi sarò sempre falio, soggetto a esser messo in preson, e no poderò camminar.
DOTT.
A questo si è provveduto.
Si chiamerà il consorzio dei creditori, per formare la graduatoria col bilancio dei debiti e dei crediti e dei capitali, detractis detrahendis; avremo un salvocondotto in pendenza di tal giudizio.
Poi si farà l'esibizione di un trenta o di un quaranta per cento ai creditori, da pagarsi a tempo; procureremo di pagare la prima rata, e poi, siccome è il solito di simili aggiustamenti, sarà facile tirar di lungo, senza che più se ne parli.
PANT.
El remedio no xe cattivo.
Ma considero, caro Dottor, che mia muggier e mio fio sarà patroni de tutto, e mi farò la figura de un povero desgrazià.
DOTT.
Anche a questo ho pensato per il vostro decoro e per mantenere in casa la vostra autorità.
Rispetto al figlio, conviene emanciparlo, farlo sui iuris, e poi farvi instituire da lui Procuratore generale irrevocabile de' suoi interessi.
Fatto questo, si pianterà il negozio in suo nome, si cambierà la ragione di Pantalone de' Bisognosi in quella di Leandro de' Bisognosi: così i creditori vostri non avranno azione veruna contro il nuovo negozio, e voi con titolo di procurator generale seguiterete a maneggiare, a dirigere, e sarete sempre padrone.
Così parimenti rispetto alla moglie.
Il marito è legittimo amministratore dei beni della consorte; faremo avvalorare il titolo per un di più con una procura della medesima, e anche di quella porzione d'effetti sarete voi il direttore.
PANT.
L'idea xe bona, e la me comoda infinitamente.
Tutto sta che mia muggier e mio fio i se contenta, e che i se voggia fidar de mi.
DOTT.
Lasciate fare a me a persuaderli; basta che promettiate e manteniate il patto di batter sodo, e di regolarvi con carità e con prudenza.
PANT.
Stè pur seguro che farò le cosse da omo: me basta de poder camminar.
DOTT.
Ho già ordinato il salvocondotto, e l'avrete prima del pranzo.
PANT.
No vedo l'ora de andar fora de casa, de farme veder, de spazzizar un pochetto.
Poderoggio andarghe liberamente?
DOTT.
Senza alcuna difficoltà.
PANT.
Me dirali: vardè là quel falio?
DOTT.
Oibò! una maraviglia, si suol dire per proverbio, dura tre giorni.
Dopo qualche piccolo discorsetto, tutti si scorderanno e vi considereranno per un nuovo mercante in piazza, e accaderà di voi quello che è accaduto di tanti altri, che hanno fatto lo stesso non una volta sola, ma due e tre volte ancora.
PANT.
Cossa faroggio, se vedo i mi creditori?
DOTT.
Salutateli con cortesia.
Parlate con essi loro delle novità, delle guerre, e non parlate mai d'interessi.
PANT.
E se lori me intrasse in sto articolo?
DOTT.
Dite che parlino col vostro procuratore.
PANT.
E se qualcun me rompesse el muso?
DOTT.
Tanto meglio per voi; con quello avreste saldato il conto.
PANT.
Basta, me varderò de schivar sta bona fortuna.
Ve raccomando de farme aver presto el salvocondotto, perché me preme de camminar.
DOTT.
Camminerete liberamente.
Ma badate non abusarvi del bene che vi si procura.
Sopra tutto ricordatevi di star lontano dalle donne.
PANT.
Donne mi no ghe n'ho mai praticà.
DOTT.
So tutto, e potrei su tal proposito mortificarvi, ma non voglio farlo, per non accrescervi dispiaceri.
Ho una lettera assai curiosa per disingannarvi.
PANT.
Una lettera? Lassemela veder.
DOTT.
La leggeremo poi questa sera con comodo, con riflesso.
Per ora è meglio badare a sollecitar quel che preme.
PANT.
Sì, caro amigo, andè, fe presto, me raccomando alla vostra bontà.
DOTT.
Forti nel proposito.
PANT.
No gh'è pericolo.
DOTT.
Mai più giuoco.
PANT.
Mai più.
DOTT.
Mai più donne.
PANT.
Mai più.
DOTT.
Bravo! così mi piace.
Sincerità, costanza ed onoratezza.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
El gh'ha una lettera! De chi mai? Una lettera per disingannarme? De siora Clarice no crederave; so che la me vol ben, son seguro che l'averà sentio con dolor le mie desgrazie, che no la mancarà de mandarme i trenta zecchini, e de più se me bisognasse.
No vedo l'ora de sentir la resposta.
Subito che posso, anderò a receverla mi.
Ma ho dito al Dottor: mai più donne.
Una donna come questa, la se pol praticar.
La xe una zoggia, la xe de un ottimo cuor, e se torno in fortuna...
Oimei, scomenzemo mal; cossa diravelo, se me sentisse, el Dottor? Ma ho dito de aver giudizio, non ho miga dito de volerme retirar in t'un romitorio.
Se pol praticar con prudenza, e siora Clarice xe una donna de proposito, che la se pol praticar.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Camera con tavolino e sedie, calamaio ecc.
AURELIA ed il DOTTORE
AUR.
Sì, signor Dottore, farò tutto quel che volete.
Farò la procura che m'insinuate di fare.
So che siete un galantuomo, e mi getto nelle vostre mani; ma, vi prego, fate che tornino a casa presto i miei abiti almeno, se per ora non si possono ricuperar le mie gioje.
DOTT.
Benissimo; avrà gli abiti, avrà le gioje, favorisca di sottoscrivere la procura.
AUR.
Subito.
(si pone a sedere al tavolino)
DOTT.
(Non è poco che si persuada sì facilmente) (da sé)
AUR.
Quando li avrò i danari che mi abbisognano?
DOTT.
Subito che si potrà.
AUR.
Ho inteso.
Se non li ho prima, non sottoscrivo.
(s'alza)
DOTT.
È necessario ch'ella solleciti a segnar questo foglio per la riputazione del marito e della casa, e per non lasciare incagliare i negozi che si devono continuare.
AUR.
Non m'importa né del marito, né della casa, né di altri negozi, quando non abbia quello che mi bisogna per comparire.
DOTT.
Si assicuri che li avrà.
AUR.
Ma quando?
DOTT.
Li avrà domani; le basta?
AUR.
Domani?
DOTT.
Domani; prometto io che avrà il danaro domani.
AUR.
Quando voi me lo promettete...
(siede per sottoscrivere)
DOTT.
(Converrà far di tutto per contentarla).
(da sé)
AUR.
Signor Dottore, mi è sovvenuto che ho un impegno per questa sera, e se non ho i miei abiti almeno per questa sera, non sottoscrivo la carta.
DOTT.
Ma vede bene...
AUR.
Vedo tutto, ma io li voglio per questa sera.
DOTT.
Quanto ci vorrà per riscuotere i suoi vestiti?
AUR.
Ci vorranno in circa trecento ducati.
DOTT.
Cospetto! trecento ducati? Per aver trecento ducati sopra un pegno di abiti, ci vuole di molta roba.
Compatisca, io non sono persuaso che vogliavi tutta questa somma.
AUR.
Non siete persuaso? Credete ch'io voglia di più del bisogno? Che abbia in altro ad impiegar il danaro fuor che nelle cose oneste, necessarie ed utili per il decoro della famiglia? Mi conoscete poco.
Sono una donna discreta; non getto malamente un soldo; non troverete la più economa, la più regolata di me.
Ecco la nota de' miei vestiti impegnati.
Vedete, se vi dico la verità.
(dà un foglio al Dottore)
DOTT.
Vediamo un poco gli effetti di quest'ammirabile economia.
Un'andriene di broccato d'oro.
Una simile di broccato d'argento.
Un mantò e sottana compagna d'amuere color di rosa, ricamato d'argento.
Un altro mantò e sottana con punto di Spagna.
Sei gonnellini ricamati d'oro e d'argento.
Due tabarri guarniti e due ricamati.
Ventiquattro camicie fine con pizzi di Fiandra.
Si vede dalla nota di questi pegni la buona economia della signora Aurelia.
Per la moglie di un mercante il corredo è discreto.
Ecco un capitale di un migliaio di zecchini almeno, che impiegato in negozio potrebbe sostenere una casa, ed eccolo miseramente sagrificato in roba, che adoperata un giorno, perde subito la metà del valore, e in poco tempo diviene antica e non vale la quinta parte del prezzo.
A proporzione degli abiti, mi figuro quel che saranno le gioje, ed ecco come gli uomini si rovinano, come i mariti si lasciano mal condurre, come i mercanti per causa delle loro mogli falliscono.
AUR.
Poteva il signor Dottore risparmiarsi l'incomodo di una stucchevole moralità, e per non maggiormente infastidire né lui, né me, possiamo lacerar questa carta.
(vuole stracciare la procura)
DOTT.
No, la si fermi, non tanto caldo.
Ho detto così per un modo di dire.
Ella è padrona di far del suo quel che vuole.
Sottoscriva il foglio, e non ne parliamo più d'avvantaggio.
AUR.
Prima di sottoscrivere voglio i danari per la riscossione dei pegni.
DOTT.
Non è la sua premura per comparir questa sera?
AUR.
Sì, Signore.
DOTT.
Bene, per questa sera si può riscuotere uno di questi vestiti, quello che più le aggrada.
AUR.
Questo non si può fare.
Il pegno si è fatto in una sola volta, e si dee riscuotere tutto insieme.
DOTT.
Mi perdoni il mio ardire, che cosa ha ella fatto di trecento ducati in una volta?
AUR.
Ho fatto...
ho fatto...
li ho impiegati per la riputazione della famiglia.
DOTT.
Sarebbe mai ciò seguito due mesi sono, allora quando si disse ch'ella aveva perduto al giuoco cento zecchini sulla parola?
AUR.
Quando li avessi perduti, era necessario che li pagassi, e non si doveva lasciar esposta la riputazione della casa.
DOTT.
Certo il signor Pantalone deve esser obbligato alla moglie, che ha a cuore la sua riputazione! (con ironia)
AUR.
Ecco qui, per la stessa ragione mi pongo a rischio, sottoscrivendo un foglio, di perdere la mia dote.
DOTT.
Via dunque; faccia l'atto eroico come va fatto; stenda qui la sua firma.
AUR.
La stenderò, se vi saranno i trecento ducati.
DOTT.
Non gli servono per questa sera? Questa sera si troveranno.
AUR.
E non è lo stesso che io aspetti a sottoscrivere questa sera?
DOTT.
Non è lo stesso.
Senza di questa carta non si può far argine al torrente dei creditori.
Se questi s'impossessano dei beni di suo marito, tutto va in confusione, e dote e mobili e vestiti e gioje; a revocare gli atti seguiti vi vorranno dei mesi, ed ella resterà senza il danaro, senza la roba, e senza il modo di vivere e di comparire.
AUR.
Quand'è così, sottoscrivo subito.
DOTT.
(Ho trovato il modo di spaventarla).
(da sé)
AUR.
E le mie gioje si riscuoteranno?
DOTT.
Si riscuoteranno le gioje.
Scriva il suo nome.
AUR.
E voglio una mesata di dieci zecchini al mese.
DOTT.
Sì, l'avrà.
Sottoscriva.
AUR.
Ed essere padrona della mia dote.
DOTT.
Ci s'intende.
Via, si solleciti.
AUR.
E che mio marito non abbia a rimproverarmi.
DOTT.
(O pazienza, non abbandonarmi!) (da sé) Il signor Pantalone non parlerà.
AUR.
E che Leandro non sia padrone di niente, e che io sola comandi, e che sempre possa io dire d'aver rimesso la casa col mio.
DOTT.
Tutto vero; si farà come vuole, si dirà quel che vuole.
Sottoscriva.
AUR.
Io Aurelia...
Mi promettete voi tutte queste cose?
DOTT.
Sì, signora, prometto io.
AUR.
Io Aurelia Bisognosi affermo.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo.
AUR.
E che innanzi sera...
DOTT.
Innanzi sera ci vedremo.
(prende il foglio) Mi lasci sollecitare quel che più preme.
Si fidi di me, ed intanto, a conto di quello ch'ella pretende, riceva quest'utile avvertimento: le donne ambiziose rovinano le famiglie.
Un'economa come lei, non le può far che del bene.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
AURELIA sola.
AUR.
Non so se quest'ultime parole le abbia dette per ironia; so bene che colle prime mi aveva un poco seccato.
Basta, non credo che il Dottore mi mancherà di parola.
Riscuoterò i miei vestiti, e siccome alcuni di essi sono poco moderni, li venderò alla meglio per farmi un abito nuovo.
Gran passione è questa di vestire alla moda! Certamente, quando vedo un abito di buon gusto, mi si agghiaccia il sangue, se non ne posso avere un compagno.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Bottega di Pantalone, fornita di panni e sete e altri capi di mercanzia, aperta sopra la strada e corrispondente di dentro alla casa del medesimo.
LEANDRO e TRUFFALDINO
LEAN.
Eccoci, per grazia del cielo, ritornati in bottega.
TRUFF.
Siori panni, siore stoffe, siore pezze de roba, mi no credeva d'aver più l'onor de vederve e de manizarve.
LEAN.
Possiamo ringraziare il Dottor Lombardi che ci ha assistito, e possiamo ringraziare la signora Vittoria, ch'ella per amor mio avrà sollecitato il padre a interessarsi cotanto per il nostro bene.
TRUFF.
Le donne qualche volta le fa del ben, qualche volta le fa del mal.
LEAN.
Le donne buone fanno sempre del bene.
TRUFF.
L'è vera, ma delle donne bone se ghe ne stenta a trovar.
LEAN.
No, Truffaldino, non dir così, che sei una mala lingua.
È molto maggiore il numero delle donne oneste e dabbene; ma queste, siccome vivono per lo più ritirate, non figurano al mondo e da pochi son conosciute.
Le cattive all'incontro, per poche che siano, si fanno scorgere facilmente, e il mondo, mal persuaso di loro, biasima il sesso senza distinguere le persone.
TRUFF.
Donca le bone le sarà quelle che vive retirade, e le cattive quelle che pratica.
LEAN.
Né meno questa distinzione è bastante per giudicare di loro.
Possono le più sagge, le più discrete, le più esemplari conversare liberamente, ed è ben fatto anzi ch'esse conversino, per dar un esempio di bontà sociabile; ma per assicurarsi della bontà di una donna, vi vuol del tempo, e le cattive si conoscono presto, onde, come diceva, si crede maggiore il numero di queste che di quell'altre.
TRUFF.
Vostra madregna ela bona o cattiva?
LEAN.
A me non tocca parlar di lei; è moglie di mio padre, e devo usarle rispetto.
TRUFF.
E mi che no son so parente, digo e sostegno che l'è cattiva, pessima e dolorosa.
LEAN.
Orsù, mutiamo discorso.
Prendiamo per mano la mercanzia che vi era, e riscontriamone le misure; e della nuova, venuta ora in bottega, facciamo la separazione e il registro.
Va tu nella stanza di sopra.
Prima di tutto leverai la polvere che in quattro giorni sarà caduta sopra la roba, e fatto questo, avvisami, che verrò a riscontrarla.
TRUFF.
Sior sì, vado subito.
(Fortuna, te ringrazio, son tornà in stato de farme onor colla mia Smeraldina.
Se trovo un taio a proposito, ghe porto da far un busto.
Za, se vien sior Pantalon in bottega, no passa una settimana che la se torna a serrar).
(da sé, e parte)
SCENA SECONDA
LEANDRO, poi il conte SILVIO, poi BRIGHELLA
LEAN.
E pure, in mezzo alla consolazione di rivedermi nel mio negozio, mi dà pena il pensare che, per ragione del credito mio anteriore e per quello di mia matrigna, abbiano a perdere i creditori.
Ma se il cielo mi darà fortuna, protesto di volere soddisfar tutti.
Spero che mio padre cambierà il sistema di vita che ha menato finora, e aiuterà il negozio a risorgere colla pratica e coll'attenzione.
Potrei escluderlo dal maneggio, ma il rispetto che ho per lui non me lo permette.
SILV.
Oh, signor Leandro, vi riverisco.
LEAN.
Servidore di vossignoria illustrissima.
SILV.
Mi rallegro di rivedervi in bottega.
LEAN.
Grazie alla bontà del signor conte.
SILV.
Avete accomodati i vostri interessi?
LEAN.
Per ora si sono accomodati alla meglio; ma spero in avvenire che tutti saranno soddisfatti e contenti.
SILV.
Avete bene assortito il vostro negozio?
LEAN.
Sufficientemente per poter servire chi ci onorerà comandarci.
SILV.
Avete di queste stoffe moderne di Francia, che diconsi peruviane?
LEAN.
Di Francia non ne abbiamo, signore, ma bensì di quelle dello stato nostro, lavorate principalmente in Vicenza, che sono belle quanto quelle di Francia, e ben passate, e di buona seta, e di vaghi colori, che costano meno e fanno ancora miglior riuscita.
SILV.
Lasciatemene veder qualche mostra.
LEAN.
Appunto, eccone qui tre pezze sul banco.
Veda se alcuna di queste può soddisfarla.
SILV.
Per dire la verità, sono vaghissime, e come dite voi, i fiori sono assai ben passati ed hanno corpo, e i colori sono bene distribuiti.
Questa mi piace più delle altre.
Staccatene venti braccia per farmi un abito intero.
LEAN.
M'immagino che il prezzo le sarà noto.
SILV.
Appunto, mi era scordato di domandare il prezzo.
Quanto ne volete al braccio?
LEAN.
(Cattivo segno, se si scorda di domandare il prezzo).
(da sé) Con chi conosce la roba, non si domanda più del giusto.
Il solito è di domandar venti lire, per poi discendere ad una lira alla volta sino alle undici.
A me piace l'usanza inglese: vale quindici lire, e non le domando di più.
SILV.
La domanda è onestissima; non vi si può battere un soldo.
Tagliatene venti braccia.
LEAN.
Permetta ch'io le domandi una cosa.
SILV.
Dite pure.
LEAN.
Il negozio nostro deve andar per ora con un'altra regola.
Mi figuro ch'ella mi conterà il danaro immediatamente.
SILV.
So bene anch'io che ora non potete stare in esborso; mi appago della convenienza.
Tagliate il drappo e non ci pensate.
LEAN.
La servo subito.
(misura le venti braccia di stoffa) Ne avanzano due sole braccia; se non ha difficoltà di prender tutta la stoffa, può servirsene per un paio di calzoni di più.
SILV.
Sì, la prenderò tutta.
Piegatela; ehi, Brighella.
BRIGH.
Illustrissimo.
(Leandro piega la stoffa)
SILV.
Porterai questa stoffetta dal sarto, e gli dirai che sono ventidue braccia, che faccia in modo che v'escano due paia di calzoni.
(Portala dove ti ho detto).
(piano a Brighella)
BRIGH.
La sarà servida.
(Come alo fatto a tor sto abito senza quattrini?) (da sé)
SILV.
Consegnate la roba al mio servitore.
(a Leandro)
LEAN.
Vuol che facciamo il conto, signore?
SILV.
Sì, fatelo.
LEAN.
Ecco qui.
Braccia ventidue, a lire quindici il braccio, importano lire trecento e trenta.
SILV.
Va benissimo.
Portala al sarto, e digli che voglio l'abito per dopo domani.
(a Brighella)
BRIGH.
Vado subito.
(vuol prendere la stoffa)
LEAN.
Aspettate, galantuomo.
(a Brighella, ritirando la roba) Il danaro, signore.
(a Silvio)
SILV.
Ad un par mio si fanno di queste scene? Quando ho detto di pagarlo, avete paura ch'io non lo paghi? Quanti zecchini fanno trecento e trenta lire?
LEAN.
Quindici zecchini in punto.
SILV.
E bene, quindici zecchini.
(tira fuori una borsa) Prendi la roba e portala al sarto.
(a Brighella)
BRIGH.
La possio tor? (a Leandro)
LEAN.
Prendetela.
BRIGH.
Non occorr'altro; la porto subito.
(Ancora me par impossibile che el ghe la paga).
(da sé; prende la pezza e parte)
SILV.
Non ho tanto nella borsa che basti.
Dopo pranzo venite da me, che sarete pagato.
LEAN.
Come, signore? Ehi, galantuomo.
(verso Brighella)
SILV.
Che? ardireste richiamare il mio servitore, diffidando della mia parola? (arrestando Leandro)
LEAN.
I nostri patti non sono questi.
Ha detto di pagar subito.
SILV.
Poche ore non guastano.
Pagando oggi, vi pago subito.
Non vi faccio scrivere a libro.
Venite oggi da me.
LEAN.
Mi perdoni; questa non è la maniera.
Se verrò oggi da lei, mi farà quello che mi ha fatto per lo passato.
Ci son venuto sessanta volte per riscuotere il conto vecchio, e la partita non è saldata.
SILV.
La vostra temerità meriterebbe che vi facessi correre altre sessanta volte, ma ho compassione delle vostre disgrazie, e voglio pagarvi non solo questo, ma tutto quel che vi devo di vecchio ancora.
Unite i due conti insieme, e poi venite da me.
LEAN.
I libri del negozio sono fuori di bottega, in mano de' creditori.
Per ora mi paghi questo.
SILV.
No, no, assolutamente.
Voglio pagar tutto insieme.
Quando avete i libri in bottega, fatemi un conto solo, e venite a riscuotere il vostro danaro.
LEAN.
Mi paghi questo, signore, che ha obbligo di pagarlo subito, se ha coscienza, se ha riputazione.
SILV.
Se ho riputazione! Ad un par mio si dice se ha riputazione? Non so chi mi tenga, che non vi lasci una memoria sul viso...
LEAN.
Così si tratta coi galantuomini?...
SILV.
Che galantuomini! Mercantuccio fallito.
SCENA TERZA
PANTALONE e detti.
PANT.
Coss'è sto strepito?
LEAN.
Il signor conte...
SILV.
Vostro figliuolo è temerario a tal segno, che mi ha perduto il rispetto.
LEAN.
Ha preso ventidue braccia di peruviana...
Trattenetevi, signor padre, in bottega, che a costo di tutto voglio ricuperarla.
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE ed
...
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