IL MERCANTE FALLITO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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Dovevi lassar star de farlo; mi no v'ho obligà, mi no v'ho pregà.
AUR.
Mio padre è stato causa del mio precipizio.
PANT.
Fe cussì: andè in casa de vostro padre e fe che lu ghe rimedia.
AUR.
Bell'onore di un marito civile, rimandar la moglie in casa del padre, dopo averle consumata la dote.
PANT.
Chi l'ha consumada, vu o mi?
AUR.
Meritereste...
basta, non dico altro.
PANT.
Cossa meriteravio? Disè suso, patrona.
AUR.
Sono una donna onorata, per altro...
PANT.
Cara siora, no andemo avanti.
Zitto, e lassemola là.
AUR.
Che cosa vorreste dire?
PANT.
Tasemo, che faremo meggio.
AUR.
Parlate.
PANT.
No voggio parlar.
AUR.
Parlate se potete parlare.
PANT.
Se volesse parlar, parleria.
AUR.
Animo, dico, parlate.
PANT.
Zo la ose, patrona.
SCENA DODICESIMA
Il DOTTORE ed i suddetti; poi SERVITORE
DOTT.
Che cos'è questo strepito? Vergogna! Si grida fra marito e moglie?
AUR.
Ecco il bel procedere di mio marito.
Oltre l'avermi ridotta in miseria, m'intacca ancora nella riputazione.
PANT.
Mi no digo cosse che no sia da dir, né penso cosse che no sia da pensar.
Digo che la conversazion da tutte le ore...
AUR.
E voi colla continua pratica de malviventi...
PANT.
Avè fatto fin adesso mormorar la zente.
AUR.
E voi vi siete reso ridicolo a tutto il mondo.
DOTT.
Signori miei, volete farmi la grazia di lasciarmi parlare?
PANT.
Sì, caro sior Dottor, parlè, che ve ascolto volentiera.
DOTT.
Mi permettete che io dica la mia opinione intorno alla quistione che fra voi si agita?
AUR.
Dite pure: so che siete assai ragionevole.
DOTT.
Parlando col dovuto rispetto all'uno e all'altro dico che entrambi siete tinti della medesima pece, e che rimproverandovi fra voi due, si può dire che la padella dice al paiuolo: fatti in là, che tu mi tingi.
AUR.
Bella sentenza sul gusto di Bertoldo!
DOTT.
Bertoldo appunto soleva dire la verità.
AUR.
Quando non sapete giudicar meglio, fate a meno di impacciarvi dove non siete chiamato.
PANT.
Lassela dir, sior Dottor, e no ghe badè.
M'avè dà qualche speranza de trovar un rimedio alle mie disgrazie; son qua, ve prego, me raccomando a vu.
DOTT.
Il rimedio spererei di averlo trovato e di rimettere in piedi la vostra casa ed il vostro negozio, ma, sia detto con buona pace della signora Aurelia, le sue malagrazie mi consigliano a non procacciarne di peggio.
PANT.
Sentiu? Per causa vostra sior Dottor ne abbandona, e po dirè che son mi la rovina della fameggia.
(ad Aurelia)
AUR.
Caro signor Dottore, compatitemi.
I disgusti che mi fa provar mio marito, mi levano di ragione.
Conosco che ho detto male, e ve ne chiedo scusa.
(L'interesse mi fa parlare con umiltà).
(da sé)
DOTT.
Orsù, la ringrazio della bontà con cui adesso mi parla.
E son qui per far tutto il possibile per l'uno e l'altro.
Sentano il mio progetto.
PANT.
Via, disè suso, che ve ascolto con ansietà.
AUR.
Anch'io sentirò con piacere.
SERV.
Signora è venuta la sarta col vestito.
AUR.
Vengo subito.
Signore, parlate pure con mio marito, che io già di affari simili non me n'intendo; vi raccomando salvar la mia dote, e che possa avere in mia libertà il modo di comparire.
(parte col Servitore)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE ed il DOTTORE
PANT.
Ve par che la sia una donna de garbo?
DOTT.
Orsù, signor Pantalone, veniamo alle corte.
Io vi son buon amico: compatisco la vostra disgrazia, benché, per dire la verità, sia provenuta dalla vostra mala condotta.
Eccomi qui pronto a darvi aiuto e consiglio per trarvi fuori dei guai, se sia possibile, ma prima di tutto mi avete a promettere di osservare i patti che fra di noi si faranno.
PANT.
Caro compare Dottor, comandè; son in te le vostre man.
Farò tutto quel che volè.
DOTT.
Promettetemi di non giocare, di non scialacquare, di lasciar stare le male pratiche.
PANT.
Sì, tutto, no v'indubitè.
Se me remetto, vederè se farò pulito.
DOTT.
Sentite dunque quel che ho fatto, e quel che sono per fare.
In primis et ante omnia, benché vostra moglie non sappia niente, ho incamminata in nome suo un'assicurazione di dote per la somma di seimila ducati, e ho fatto bollare tutti quei pochi generi di mercanzia che vi sono restati, e i mobili della casa, e i libri del negozio per la ragione dei crediti; ed ho ordinato il sequestro per i beni stabili ipotecati.
Inoltre ho incamminato ai fòri competenti la causa del pagamento della dote materna in favore del signor Leandro vostro figliuolo, come erede della madre e vostra prima consorte, ascendente il credito a diecimila ducati; onde con queste due azioni anteriori e privilegiate si viene a coprire un capitale di sedicimila ducati, sui quali i creditori non possono avere azione veruna.
PANT.
Fin qua va ben, e sta cossa l'aveva prevista anca mi, ma ghe trovo dei radeghi che me dà da pensar.
DOTT.
Proponete le difficoltà, e vedrete se tutte le saprò sciogliere.
PANT.
Prima de tutto mi sarò sempre falio, soggetto a esser messo in preson, e no poderò camminar.
DOTT.
A questo si è provveduto.
Si chiamerà il consorzio dei creditori, per formare la graduatoria col bilancio dei debiti e dei crediti e dei capitali, detractis detrahendis; avremo un salvocondotto in pendenza di tal giudizio.
Poi si farà l'esibizione di un trenta o di un quaranta per cento ai creditori, da pagarsi a tempo; procureremo di pagare la prima rata, e poi, siccome è il solito di simili aggiustamenti, sarà facile tirar di lungo, senza che più se ne parli.
PANT.
El remedio no xe cattivo.
Ma considero, caro Dottor, che mia muggier e mio fio sarà patroni de tutto, e mi farò la figura de un povero desgrazià.
DOTT.
Anche a questo ho pensato per il vostro decoro e per mantenere in casa la vostra autorità.
Rispetto al figlio, conviene emanciparlo, farlo sui iuris, e poi farvi instituire da lui Procuratore generale irrevocabile de' suoi interessi.
Fatto questo, si pianterà il negozio in suo nome, si cambierà la ragione di Pantalone de' Bisognosi in quella di Leandro de' Bisognosi: così i creditori vostri non avranno azione veruna contro il nuovo negozio, e voi con titolo di procurator generale seguiterete a maneggiare, a dirigere, e sarete sempre padrone.
Così parimenti rispetto alla moglie.
Il marito è legittimo amministratore dei beni della consorte; faremo avvalorare il titolo per un di più con una procura della medesima, e anche di quella porzione d'effetti sarete voi il direttore.
PANT.
L'idea xe bona, e la me comoda infinitamente.
Tutto sta che mia muggier e mio fio i se contenta, e che i se voggia fidar de mi.
DOTT.
Lasciate fare a me a persuaderli; basta che promettiate e manteniate il patto di batter sodo, e di regolarvi con carità e con prudenza.
PANT.
Stè pur seguro che farò le cosse da omo: me basta de poder camminar.
DOTT.
Ho già ordinato il salvocondotto, e l'avrete prima del pranzo.
PANT.
No vedo l'ora de andar fora de casa, de farme veder, de spazzizar un pochetto.
Poderoggio andarghe liberamente?
DOTT.
Senza alcuna difficoltà.
PANT.
Me dirali: vardè là quel falio?
DOTT.
Oibò! una maraviglia, si suol dire per proverbio, dura tre giorni.
Dopo qualche piccolo discorsetto, tutti si scorderanno e vi considereranno per un nuovo mercante in piazza, e accaderà di voi quello che è accaduto di tanti altri, che hanno fatto lo stesso non una volta sola, ma due e tre volte ancora.
PANT.
Cossa faroggio, se vedo i mi creditori?
DOTT.
Salutateli con cortesia.
Parlate con essi loro delle novità, delle guerre, e non parlate mai d'interessi.
PANT.
E se lori me intrasse in sto articolo?
DOTT.
Dite che parlino col vostro procuratore.
PANT.
E se qualcun me rompesse el muso?
DOTT.
Tanto meglio per voi; con quello avreste saldato il conto.
PANT.
Basta, me varderò de schivar sta bona fortuna.
Ve raccomando de farme aver presto el salvocondotto, perché me preme de camminar.
DOTT.
Camminerete liberamente.
Ma badate non abusarvi del bene che vi si procura.
Sopra tutto ricordatevi di star lontano dalle donne.
PANT.
Donne mi no ghe n'ho mai praticà.
DOTT.
So tutto, e potrei su tal proposito mortificarvi, ma non voglio farlo, per non accrescervi dispiaceri.
Ho una lettera assai curiosa per disingannarvi.
PANT.
Una lettera? Lassemela veder.
DOTT.
La leggeremo poi questa sera con comodo, con riflesso.
Per ora è meglio badare a sollecitar quel che preme.
PANT.
Sì, caro amigo, andè, fe presto, me raccomando alla vostra bontà.
DOTT.
Forti nel proposito.
PANT.
No gh'è pericolo.
DOTT.
Mai più giuoco.
PANT.
Mai più.
DOTT.
Mai più donne.
PANT.
Mai più.
DOTT.
Bravo! così mi piace.
Sincerità, costanza ed onoratezza.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
El gh'ha una lettera! De chi mai? Una lettera per disingannarme? De siora Clarice no crederave; so che la me vol ben, son seguro che l'averà sentio con dolor le mie desgrazie, che no la mancarà de mandarme i trenta zecchini, e de più se me bisognasse.
No vedo l'ora de sentir la resposta.
Subito che posso, anderò a receverla mi.
Ma ho dito al Dottor: mai più donne.
Una donna come questa, la se pol praticar.
La xe una zoggia, la xe de un ottimo cuor, e se torno in fortuna...
Oimei, scomenzemo mal; cossa diravelo, se me sentisse, el Dottor? Ma ho dito de aver giudizio, non ho miga dito de volerme retirar in t'un romitorio.
Se pol praticar con prudenza, e siora Clarice xe una donna de proposito, che la se pol praticar.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Camera con tavolino e sedie, calamaio ecc.
AURELIA ed il DOTTORE
AUR.
Sì, signor Dottore, farò tutto quel che volete.
Farò la procura che m'insinuate di fare.
So che siete un galantuomo, e mi getto nelle vostre mani; ma, vi prego, fate che tornino a casa presto i miei abiti almeno, se per ora non si possono ricuperar le mie gioje.
DOTT.
Benissimo; avrà gli abiti, avrà le gioje, favorisca di sottoscrivere la procura.
AUR.
Subito.
(si pone a sedere al tavolino)
DOTT.
(Non è poco che si persuada sì facilmente) (da sé)
AUR.
Quando li avrò i danari che mi abbisognano?
DOTT.
Subito che si potrà.
AUR.
Ho inteso.
Se non li ho prima, non sottoscrivo.
(s'alza)
DOTT.
È necessario ch'ella solleciti a segnar questo foglio per la riputazione del marito e della casa, e per non lasciare incagliare i negozi che si devono continuare.
AUR.
Non m'importa né del marito, né della casa, né di altri negozi, quando non abbia quello che mi bisogna per comparire.
DOTT.
Si assicuri che li avrà.
AUR.
Ma quando?
DOTT.
Li avrà domani; le basta?
AUR.
Domani?
DOTT.
Domani; prometto io che avrà il danaro domani.
AUR.
Quando voi me lo promettete...
(siede per sottoscrivere)
DOTT.
(Converrà far di tutto per contentarla).
(da sé)
AUR.
Signor Dottore, mi è sovvenuto che ho un impegno per questa sera, e se non ho i miei abiti almeno per questa sera, non sottoscrivo la carta.
DOTT.
Ma vede bene...
AUR.
Vedo tutto, ma io li voglio per questa sera.
DOTT.
Quanto ci vorrà per riscuotere i suoi vestiti?
AUR.
Ci vorranno in circa trecento ducati.
DOTT.
Cospetto! trecento ducati? Per aver trecento ducati sopra un pegno di abiti, ci vuole di molta roba.
Compatisca, io non sono persuaso che vogliavi tutta questa somma.
AUR.
Non siete persuaso? Credete ch'io voglia di più del bisogno? Che abbia in altro ad impiegar il danaro fuor che nelle cose oneste, necessarie ed utili per il decoro della famiglia? Mi conoscete poco.
Sono una donna discreta; non getto malamente un soldo; non troverete la più economa, la più regolata di me.
Ecco la nota de' miei vestiti impegnati.
Vedete, se vi dico la verità.
(dà un foglio al Dottore)
DOTT.
Vediamo un poco gli effetti di quest'ammirabile economia.
Un'andriene di broccato d'oro.
Una simile di broccato d'argento.
Un mantò e sottana compagna d'amuere color di rosa, ricamato d'argento.
Un altro mantò e sottana con punto di Spagna.
Sei gonnellini ricamati d'oro e d'argento.
Due tabarri guarniti e due ricamati.
Ventiquattro camicie fine con pizzi di Fiandra.
Si vede dalla nota di questi pegni la buona economia della signora Aurelia.
Per la moglie di un mercante il corredo è discreto.
Ecco un capitale di un migliaio di zecchini almeno, che impiegato in negozio potrebbe sostenere una casa, ed eccolo miseramente sagrificato in roba, che adoperata un giorno, perde subito la metà del valore, e in poco tempo diviene antica e non vale la quinta parte del prezzo.
A proporzione degli abiti, mi figuro quel che saranno le gioje, ed ecco come gli uomini si rovinano, come i mariti si lasciano mal condurre, come i mercanti per causa delle loro mogli falliscono.
AUR.
Poteva il signor Dottore risparmiarsi l'incomodo di una stucchevole moralità, e per non maggiormente infastidire né lui, né me, possiamo lacerar questa carta.
(vuole stracciare la procura)
DOTT.
No, la si fermi, non tanto caldo.
Ho detto così per un modo di dire.
Ella è padrona di far del suo quel che vuole.
Sottoscriva il foglio, e non ne parliamo più d'avvantaggio.
AUR.
Prima di sottoscrivere voglio i danari per la riscossione dei pegni.
DOTT.
Non è la sua premura per comparir questa sera?
AUR.
Sì, Signore.
DOTT.
Bene, per questa sera si può riscuotere uno di questi vestiti, quello che più le aggrada.
AUR.
Questo non si può fare.
Il pegno si è fatto in una sola volta, e si dee riscuotere tutto insieme.
DOTT.
Mi perdoni il mio ardire, che cosa ha ella fatto di trecento ducati in una volta?
AUR.
Ho fatto...
ho fatto...
li ho impiegati per la riputazione della famiglia.
DOTT.
Sarebbe mai ciò seguito due mesi sono, allora quando si disse ch'ella aveva perduto al giuoco cento zecchini sulla parola?
AUR.
Quando li avessi perduti, era necessario che li pagassi, e non si doveva lasciar esposta la riputazione della casa.
DOTT.
Certo il signor Pantalone deve esser obbligato alla moglie, che ha a cuore la sua riputazione! (con ironia)
AUR.
Ecco qui, per la stessa ragione mi pongo a rischio, sottoscrivendo un foglio, di perdere la mia dote.
DOTT.
Via dunque; faccia l'atto eroico come va fatto; stenda qui la sua firma.
AUR.
La stenderò, se vi saranno i trecento ducati.
DOTT.
Non gli servono per questa sera? Questa sera si troveranno.
AUR.
E non è lo stesso che io aspetti a sottoscrivere questa sera?
DOTT.
Non è lo stesso.
Senza di questa carta non si può far argine al torrente dei creditori.
Se questi s'impossessano dei beni di suo marito, tutto va in confusione, e dote e mobili e vestiti e gioje; a revocare gli atti seguiti vi vorranno dei mesi, ed ella resterà senza il danaro, senza la roba, e senza il modo di vivere e di comparire.
AUR.
Quand'è così, sottoscrivo subito.
DOTT.
(Ho trovato il modo di spaventarla).
(da sé)
AUR.
E le mie gioje si riscuoteranno?
DOTT.
Si riscuoteranno le gioje.
Scriva il suo nome.
AUR.
E voglio una mesata di dieci zecchini al mese.
DOTT.
Sì, l'avrà.
Sottoscriva.
AUR.
Ed essere padrona della mia dote.
DOTT.
Ci s'intende.
Via, si solleciti.
AUR.
E che mio marito non abbia a rimproverarmi.
DOTT.
(O pazienza, non abbandonarmi!) (da sé) Il signor Pantalone non parlerà.
AUR.
E che Leandro non sia padrone di niente, e che io sola comandi, e che sempre possa io dire d'aver rimesso la casa col mio.
DOTT.
Tutto vero; si farà come vuole, si dirà quel che vuole.
Sottoscriva.
AUR.
Io Aurelia...
Mi promettete voi tutte queste cose?
DOTT.
Sì, signora, prometto io.
AUR.
Io Aurelia Bisognosi affermo.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo.
AUR.
E che innanzi sera...
DOTT.
Innanzi sera ci vedremo.
(prende il foglio) Mi lasci sollecitare quel che più preme.
Si fidi di me, ed intanto, a conto di quello ch'ella pretende, riceva quest'utile avvertimento: le donne ambiziose rovinano le famiglie.
Un'economa come lei, non le può far che del bene.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
AURELIA sola.
AUR.
Non so se quest'ultime parole le abbia dette per ironia; so bene che colle prime mi aveva un poco seccato.
Basta, non credo che il Dottore mi mancherà di parola.
Riscuoterò i miei vestiti, e siccome alcuni di essi sono poco moderni, li venderò alla meglio per farmi un abito nuovo.
Gran passione è questa di vestire alla moda! Certamente, quando vedo un abito di buon gusto, mi si agghiaccia il sangue, se non ne posso avere un compagno.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Bottega di Pantalone, fornita di panni e sete e altri capi di mercanzia, aperta sopra la strada e corrispondente di dentro alla casa del medesimo.
LEANDRO e TRUFFALDINO
LEAN.
Eccoci, per grazia del cielo, ritornati in bottega.
TRUFF.
Siori panni, siore stoffe, siore pezze de roba, mi no credeva d'aver più l'onor de vederve e de manizarve.
LEAN.
Possiamo ringraziare il Dottor Lombardi che ci ha assistito, e possiamo ringraziare la signora Vittoria, ch'ella per amor mio avrà sollecitato il padre a interessarsi cotanto per il nostro bene.
TRUFF.
Le donne qualche volta le fa del ben, qualche volta le fa del mal.
LEAN.
Le donne buone fanno sempre del bene.
TRUFF.
L'è vera, ma delle donne bone se ghe ne stenta a trovar.
LEAN.
No, Truffaldino, non dir così, che sei una mala lingua.
È molto maggiore il numero delle donne oneste e dabbene; ma queste, siccome vivono per lo più ritirate, non figurano al mondo e da pochi son conosciute.
Le cattive all'incontro, per poche che siano, si fanno scorgere facilmente, e il mondo, mal persuaso di loro, biasima il sesso senza distinguere le persone.
TRUFF.
Donca le bone le sarà quelle che vive retirade, e le cattive quelle che pratica.
LEAN.
Né meno questa distinzione è bastante per giudicare di loro.
Possono le più sagge, le più discrete, le più esemplari conversare liberamente, ed è ben fatto anzi ch'esse conversino, per dar un esempio di bontà sociabile; ma per assicurarsi della bontà di una donna, vi vuol del tempo, e le cattive si conoscono presto, onde, come diceva, si crede maggiore il numero di queste che di quell'altre.
TRUFF.
Vostra madregna ela bona o cattiva?
LEAN.
A me non tocca parlar di lei; è moglie di mio padre, e devo usarle rispetto.
TRUFF.
E mi che no son so parente, digo e sostegno che l'è cattiva, pessima e dolorosa.
LEAN.
Orsù, mutiamo discorso.
Prendiamo per mano la mercanzia che vi era, e riscontriamone le misure; e della nuova, venuta ora in bottega, facciamo la separazione e il registro.
Va tu nella stanza di sopra.
Prima di tutto leverai la polvere che in quattro giorni sarà caduta sopra la roba, e fatto questo, avvisami, che verrò a riscontrarla.
TRUFF.
Sior sì, vado subito.
(Fortuna, te ringrazio, son tornà in stato de farme onor colla mia Smeraldina.
Se trovo un taio a proposito, ghe porto da far un busto.
Za, se vien sior Pantalon in bottega, no passa una settimana che la se torna a serrar).
(da sé, e parte)
SCENA SECONDA
LEANDRO, poi il conte SILVIO, poi BRIGHELLA
LEAN.
E pure, in mezzo alla consolazione di rivedermi nel mio negozio, mi dà pena il pensare che, per ragione del credito mio anteriore e per quello di mia matrigna, abbiano a perdere i creditori.
Ma se il cielo mi darà fortuna, protesto di volere soddisfar tutti.
Spero che mio padre cambierà il sistema di vita che ha menato finora, e aiuterà il negozio a risorgere colla pratica e coll'attenzione.
Potrei escluderlo dal maneggio, ma il rispetto che ho per lui non me lo permette.
SILV.
Oh, signor Leandro, vi riverisco.
LEAN.
Servidore di vossignoria illustrissima.
SILV.
Mi rallegro di rivedervi in bottega.
LEAN.
Grazie alla bontà del signor conte.
SILV.
Avete accomodati i vostri interessi?
LEAN.
Per ora si sono accomodati alla meglio; ma spero in avvenire che tutti saranno soddisfatti e contenti.
SILV.
Avete bene assortito il vostro negozio?
LEAN.
Sufficientemente per poter servire chi ci onorerà comandarci.
SILV.
Avete di queste stoffe moderne di Francia, che diconsi peruviane?
LEAN.
Di Francia non ne abbiamo, signore, ma bensì di quelle dello stato nostro, lavorate principalmente in Vicenza, che sono belle quanto quelle di Francia, e ben passate, e di buona seta, e di vaghi colori, che costano meno e fanno ancora miglior riuscita.
SILV.
Lasciatemene veder qualche mostra.
LEAN.
Appunto, eccone qui tre pezze sul banco.
Veda se alcuna di queste può soddisfarla.
SILV.
Per dire la verità, sono vaghissime, e come dite voi, i fiori sono assai ben passati ed hanno corpo, e i colori sono bene distribuiti.
Questa mi piace più delle altre.
Staccatene venti braccia per farmi un abito intero.
LEAN.
M'immagino che il prezzo le sarà noto.
SILV.
Appunto, mi era scordato di domandare il prezzo.
Quanto ne volete al braccio?
LEAN.
(Cattivo segno, se si scorda di domandare il prezzo).
(da sé) Con chi conosce la roba, non si domanda più del giusto.
Il solito è di domandar venti lire, per poi discendere ad una lira alla volta sino alle undici.
A me piace l'usanza inglese: vale quindici lire, e non le domando di più.
SILV.
La domanda è onestissima; non vi si può battere un soldo.
Tagliatene venti braccia.
LEAN.
Permetta ch'io le domandi una cosa.
SILV.
Dite pure.
LEAN.
Il negozio nostro deve andar per ora con un'altra regola.
Mi figuro ch'ella mi conterà il danaro immediatamente.
SILV.
So bene anch'io che ora non potete stare in esborso; mi appago della convenienza.
Tagliate il drappo e non ci pensate.
LEAN.
La servo subito.
(misura le venti braccia di stoffa) Ne avanzano due sole braccia; se non ha difficoltà di prender tutta la stoffa, può servirsene per un paio di calzoni di più.
SILV.
Sì, la prenderò tutta.
Piegatela; ehi, Brighella.
BRIGH.
Illustrissimo.
(Leandro piega la stoffa)
SILV.
Porterai questa stoffetta dal sarto, e gli dirai che sono ventidue braccia, che faccia in modo che v'escano due paia di calzoni.
(Portala dove ti ho detto).
(piano a Brighella)
BRIGH.
La sarà servida.
(Come alo fatto a tor sto abito senza quattrini?) (da sé)
SILV.
Consegnate la roba al mio servitore.
(a Leandro)
LEAN.
Vuol che facciamo il conto, signore?
SILV.
Sì, fatelo.
LEAN.
Ecco qui.
Braccia ventidue, a lire quindici il braccio, importano lire trecento e trenta.
SILV.
Va benissimo.
Portala al sarto, e digli che voglio l'abito per dopo domani.
(a Brighella)
BRIGH.
Vado subito.
(vuol prendere la stoffa)
LEAN.
Aspettate, galantuomo.
(a Brighella, ritirando la roba) Il danaro, signore.
(a Silvio)
SILV.
Ad un par mio si fanno di queste scene? Quando ho detto di pagarlo, avete paura ch'io non lo paghi? Quanti zecchini fanno trecento e trenta lire?
LEAN.
Quindici zecchini in punto.
SILV.
E bene, quindici zecchini.
(tira fuori una borsa) Prendi la roba e portala al sarto.
(a Brighella)
BRIGH.
La possio tor? (a Leandro)
LEAN.
Prendetela.
BRIGH.
Non occorr'altro; la porto subito.
(Ancora me par impossibile che el ghe la paga).
(da sé; prende la pezza e parte)
SILV.
Non ho tanto nella borsa che basti.
Dopo pranzo venite da me, che sarete pagato.
LEAN.
Come, signore? Ehi, galantuomo.
(verso Brighella)
SILV.
Che? ardireste richiamare il mio servitore, diffidando della mia parola? (arrestando Leandro)
LEAN.
I nostri patti non sono questi.
Ha detto di pagar subito.
SILV.
Poche ore non guastano.
Pagando oggi, vi pago subito.
Non vi faccio scrivere a libro.
Venite oggi da me.
LEAN.
Mi perdoni; questa non è la maniera.
Se verrò oggi da lei, mi farà quello che mi ha fatto per lo passato.
Ci son venuto sessanta volte per riscuotere il conto vecchio, e la partita non è saldata.
SILV.
La vostra temerità meriterebbe che vi facessi correre altre sessanta volte, ma ho compassione delle vostre disgrazie, e voglio pagarvi non solo questo, ma tutto quel che vi devo di vecchio ancora.
Unite i due conti insieme, e poi venite da me.
LEAN.
I libri del negozio sono fuori di bottega, in mano de' creditori.
Per ora mi paghi questo.
SILV.
No, no, assolutamente.
Voglio pagar tutto insieme.
Quando avete i libri in bottega, fatemi un conto solo, e venite a riscuotere il vostro danaro.
LEAN.
Mi paghi questo, signore, che ha obbligo di pagarlo subito, se ha coscienza, se ha riputazione.
SILV.
Se ho riputazione! Ad un par mio si dice se ha riputazione? Non so chi mi tenga, che non vi lasci una memoria sul viso...
LEAN.
Così si tratta coi galantuomini?...
SILV.
Che galantuomini! Mercantuccio fallito.
SCENA TERZA
PANTALONE e detti.
PANT.
Coss'è sto strepito?
LEAN.
Il signor conte...
SILV.
Vostro figliuolo è temerario a tal segno, che mi ha perduto il rispetto.
LEAN.
Ha preso ventidue braccia di peruviana...
Trattenetevi, signor padre, in bottega, che a costo di tutto voglio ricuperarla.
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE ed il conte SILVIO
SILV.
(Vada pure.
Di Brighella posso fidarmi).
(da sé)
PANT.
Cossa vol dir, sior conte, invece de pagarme el debito vecchio, la vien a far un debito novo?
SILV.
Ho detto a vostro figliuolo che venga oggi da me, che sarà pagato.
Che impertinenza è questa di voler diffidare per poche ore?
PANT.
Mio fio no xe patron de disponer, e se la vuol qualcossa, che la parla con mi.
SILV.
Con voi ho da parlare? Credete forse che io non sappia che voi nel negozio non c'entrate più né poco, né molto?
PANT.
Mi no gh'intro? Cossa songio mi?
SILV.
Siete un fallito.
PANT.
Sior conte, mi no me voggio scaldar el sangue, perché i mi interessi presentemente vuol che gh'abbia pazenzia, per no fenirme de precipitar.
M'avè dito falio, gh'avè rason.
Son andà in desordene per diversi motivi, ma tra questi ghe xe anca la rason delle male paghe; i prepotenti della vostra sorte xe quelli che rovina i poveri botteghieri.
Volè far da grandi col nostro sangue, e a forza de far scriver sui libri, e de prometter e no pagar, ridusè i marcanti a falir.
Ma se al marcante se ghe dise falio co nol pol pagar, cossa se ghe ha da dir a un par vostro, che fa i debiti per no pagar? Sior conte, in confidenza, che nissun ne sente, el xe un robar bello e bon.
SILV.
A me questo?
PANT.
A vu, sior; e se gh'ho cuor de dirlo, gh'ho anca cuor de mantegnirvelo, se bisogna.
SILV.
Orsù, vedo che la disperazione in cui siete vi fa uscir di voi stesso, né voglio perdere il mio decoro con un uomo capace di ogni più vil debolezza.
PANT.
Mi capace de viltà? Mi capace de debolezze?
SILV.
Sì, voi che avete avuto il coraggio di ripetere da una donna trenta zecchini, dopo di averglieli regalati.
PANT.
Chi v'ha dito sta cossa?
SILV.
Clarice istessa, che si burla di voi.
PANT.
Me par impussibile che la me possa trattar cussì mal, dopo quel che ho fatto per ela.
Se poderave dar che sior conte avesse suppià sotto, per un poco de rabbia de no aver podesto far elo quello che ho fatto mi.
I trenta zecchini ghe li ho imprestai.
Xe ben vero che aveva animo de donargheli, ma adesso che so cussì, li voggio se credesse de precipitar.
SILV.
Farete un'azione da vostro pari.
PANT.
Cossa vorla dir, patron? la se spiega.
SILV.
Non occorre che d'avvantaggio mi spieghi.
Intendetela come volete; imparate per l'avvenire a trattar le donne di merito, ed a cozzarla co' pari miei.
Ecco il fine che vi si doveva.
La signora Clarice di voi si ride, e fa la stima che deve farsi della mia protezione.
PANT.
Ghe vol altro che protezion! i vol esser bezzi.
SILV.
Danari a me non ne mancano.
PANT.
La paga i so debiti, co l'è cussì.
SILV.
Vi pagherò, quando mi parerà di pagarvi.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE, poi il SERVITORE di Clarice.
PANT.
El gh'ha rason che adesso no son in stato de far bravure, da resto ghe voria far veder quel che son bon de far; e se le cosse mie le se drezza, el vederà chi son.
Ma da sta sorte de prepotenti no se pol recever de meggio.
Quel che più me fa specie, xe el trattamento de siora Clarice: rider delle mie disgrazie? burlarme sora marcà? E no responderme gnanca alla lettera che gh'ho scritto? Chi sa che no la m'abbia resposo malamente, e no la sia quella lettera che m'ha dito el Dottor? Ma come porla esser in te le so man? no so, non ho più visto Truffaldin; pol esser tutto; ma se la xe cussì, anca sta siora farò che la se penta d'averse burlà de mi.
SERV.
Servitor umilissimo, signor Pantalone.
PANT.
No seu vu el servitor de siora Clarice?
SERV.
Per obbedirla.
PANT.
Xe vero che la vostra patrona?...
SERV.
La mia padrona lo riverisce e gli manda questo viglietto.
PANT.
Lassè veder.
(prende il viglietto e lo apre) Sentiamo cossa che la sa dir.
Carissimo Amico.
Mi consolo di cuore che gl'interessi vostri riprendano miglior aspetto, assicurandovi ch'ero per voi in una agitazione grandissima.
Non fate caso di quanto vi scrissi nell'altro mio viglietto, poiché un eccessivo dolor di testa mi aveva tratto fuor di me stessa.
Se avrete la compiacenza di venir da me, parleremo dei trenta zecchini, e siate certo che potete disporre di me stessa.
Vi prego dunque consolarmi colla vostra presenza, assicurandovi ch'io sono e sarò sempre colla più sincera amicizia
Vostra vera amica
chi voi sapete.
(Cossa me andava disendo quel caro sior conte, che la se burla de mi, che no la fa più stima de mi? Se pol scriver con più sincerità, con più amor? Capisso che el conte Silvio parla per invidia, per rabbia, e giusto per farghe despetto vôi andar, vôi seguitar l'amicizia e lo voggio far desperar).
Andè dalla vostra patrona, diseghe che la ringrazio, e che sarò a reverirla.
(al Servitore)
SERV.
Sì, signore, sarà servito.
(Non mi dona niente?) (da sé)
PANT.
Coss'è? voleu gnente?
SERV.
Avrei bisogno di comprare un poco di nastro color di rosa per un certo affare.
PANT.
Aspettè.
Questo ve serviravelo?
SERV.
Questo sarebbe a proposito.
Quanto al braccio?
PANT.
Servelo per vu?
SERV.
Per me, sì, signore.
PANT.
Co el serve per vu, tolè la pezza e portevela via.
SERV.
Obbligatissimo alle sue grazie.
(Se farà così, anche la mia padrona gli tornerà a voler bene e non dirà più male di lui, come diceva questa mattina).
(da sé, e parte)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
Nissun m'ha visto a darghe quella cordella; no l'ho più da far, e no lo vôi più far; ma son in impegno per causa de sior conte de farghela veder co sta donna.
Fenio sto impegno, lasso tutte le pratiche e me metto a tender al sodo.
No posso miga tutto in t'una volta scambiarme affatto.
Sta mutazion improvvisa gh'ho paura che la me farave crepar.
Un pochetto alla volta me userò.
Za con siora Clarice no gh'ho bisogno de spender per adesso; se ghe dono i trenta zecchini che la m'ha da dar, la xe discreta, ghe basterà.
La me userà le solite distinzion, e sto sior conte scacchìo, affamà, el vederemo a batter la retirada, e el metterà le pive in tel sacco.
(parte)
SCENA SETTIMA
LEANDRO, poi AURELIA
LEAN.
Pazienza; non mi è riuscito ritrovar Brighella.
Ma se porterà al sarto la roba, egli è avvisato, e gliela farò sequestrar nelle mani.
Ecco qui; mio padre se ne va altrove e lascia la bottega sola.
Continua colla solita sua negligenza.
Almeno avesse chiamato i giovani.
Chi è di là? c'è nessuno?
AUR.
Chi chiamate, signor Leandro? (viene dall'interno della bottega)
LEAN.
Qualcheduno che stia qui, sicché non resti la bottega sola.
AUR.
Si è rimesso roba che basti nella bottega?
LEAN.
Abbiamo un passabile sortimento da servire anche uno sposalizio, se occorre.
Molta roba era ordinata; capitò nei giorni passati, ed io l'ho avuta sulla mia parola; altra mi è stata fidata da' miei amici, che hanno avuto compassione di me.
AUR.
Che bei drappi ci sono all'ultima moda?
LEAN.
Uno fra gli altri mi par bellissimo, con poco argento, ma bene distribuito.
Non costa molto, ma in opera deve riuscire assai bene.
AUR.
Potrei vederlo? Per semplice curiosità.
LEAN.
Ma voi, signora, non istate bene in bottega.
AUR.
Ora non passa nessuno.
Vedo questo drappo e me ne vado subito.
LEAN.
Eccolo qui.
Osservate.
(le fa vedere una pezza di broccatello)
AUR.
Veramente bello; bello, di ottimo gusto.
Quanto lo venderete al braccio?
LEAN.
A me lo mettono cinquanta lire; faccio il conto di venderlo tre zecchini.
AUR.
È bellissimo veramente.
LEAN.
Vi piace dunque.
AUR.
Sì, mi piace tanto, che ne voglio un taglio per me.
LEAN.
Oh, signora, perdonate, ora non è il tempo che vi facciate un abito di questa spesa.
AUR.
Lo voglio assolutamente.
LEAN.
Bel guadagno che farà il negozio.
AUR.
Segnatelo a mio conto.
Mi ha promesso il signor Dottore, che avrò una mesata di tre zecchini.
LEAN.
Da chi avrete questa mesata?
AUR.
Da vostro padre, da voi, dal negozio.
LEAN.
Tre zecchini il mese? Mi contenterei poterne ricavar tanti da mantener la famiglia, senza aggravarci di maggiori debiti.
AUR.
Basta, per ora voglio quest'abito, e poi la discorreremo.
LEAN.
Non signora; non l'avrete.
AUR.
Non l'avrete? A me si dice non l'avrete? Colla mia dote si è assicurata la roba della bottega.
LEAN.
Colla vostra dote e coll'eredità di mia madre.
AUR.
E per conto mio voglio ora quest'abito.
LEAN.
Ed io a proporzione posso dire di volerne quattro.
AUR.
Prendetene anche sei, non m'importa.
Intanto porto via questa pezza, e fate conto di non averla.
(parte, e si porta seco il broccato)
SCENA OTTAVA
LEANDRO, poi TRUFFALDINO
LEAN.
Tutti tendono a consumare, ed io sarò il sacrificato? Se si vogliono rovinare, che si rovinino.
Truffaldino.
TRUFF.
Signor.
LEAN.
Prendi queste tre pezze di broccato, e portale dalla signora Vittoria.
TRUFF.
Se fala sposa?
LEAN.
Non pensar altro.
Portale colà, e dille che le tenga, fino che da me o da suo padre saprà cosa ne debba fare.
(Prima che il diavolo le porti, le voglio mettere in salvo).
(da sé, e parte)
TRUFF.
Coll'occasion che porto ste tre pezze alla patrona, porterò sto taggio de manto alla serva.
(prende la roba e parte)
SCENA NONA
Camera in casa di Clarice, con tavolino.
CLARICE e BRIGHELLA
CLAR.
Venite qui, che parleremo con libertà.
BRIGH.
El mio padron ghe fa riverenza, e el ghe manda sta stoffa peruviana per farse un abito.
CLAR.
Sono bene obbligata al signor conte.
Mettetela qui su questo tavolino.
BRIGH.
L'è un drappo all'ultima moda.
CLAR.
Certo, è vago, è di buon gusto.
Ringraziatelo voi intanto, che poi farò io le mie parti.
BRIGH.
La sarà servida.
CLAR.
Aspettate, voglio darvi da bere l'acquavite.
BRIGH.
No la s'incomodi.
CLAR.
Non volete?
BRIGH.
Per non refudar le so grazie, riceverò quel che la se degna de darme.
CLAR.
Mi dispiace che non ho moneta.
Un'altra volta.
BRIGH.
Come la comanda.
(Avara del diavolo.
Ho fatto tanta fadiga a sconderme da sior Leandro che me vegniva drio; se saveva cussì...
basta).
(da sé) A bon reverirla.
CLAR.
Verrà presto il signor conte?
BRIGH.
L'ha dito che el vegnirà avanti sera.
(Che bel cuor che ha el me padron! Portar via la roba a un povero desgrazià, per farse merito con una donna! E mi ghe la porto? Voggio andar adesso a cavarme sta maledetta livrea).
(da sé, indi parte)
SCENA DECIMA
CLARICE, poi PANTALONE
CLAR.
Gran prodigio è questo del signor conte.
Non ha mai fatto altrettanto.
Ad onta delle sue grandiose parole, l'ho sempre creduto spiantato, ma convien dire ch'ei possa spendere, se ha fatto per me il sagrifizio di parecchi zecchini.
Ciò mi fa sperare qualche cosa di più...
Ma penso poi fra me stessa, che il vivere di regali e di protezioni è una cosa di troppo pericolo e di molto poco decoro.
Pazienza! Ho gettato il tempo a imparare la musica, e la voce mi ha tradito.
Sono stata allevata con morbidezza, e ora non so ridurmi...
Oh, converrà che ci pensi e che mi procuri un marito, o che mi determini ad un mestiere che possa darmi da vivere con un poco più di riputazione.
PANT.
Con grazia.
Se pol vegnir?
CLAR.
Venga, venga, signor Pantalone.
PANT.
Cossa feu, fia mia? Steu ben?
CLAR.
Benissimo, per servirla.
Ed ella, signore, come si porta?
PANT.
Mi stago da re.
Pochi bezzi, ma sanità e bon tempo no me ne manca.
CLAR.
Chi ha spirito, non si lascia abbattere dalle disgrazie.
PANT.
Parlemo de cosse aliegre.
Son vegnù a disnar con vu; me voleu?
CLAR.
Mi farà piacere.
Ma sa che io son sola; se si contenta di quel poco che c'è.
PANT.
Me contento de tutto.
Me basta la compagnia de siora Clarice.
M'ho tolto la libertà de portarve un per de pernise.
Tolè, fia, che le farè cusinar.
CLAR.
Bene obbligata al signor Pantalone.
Le mangeremo in compagnia, se si contenta.
PANT.
No so se poderò restar.
Se no vegnirò mi, le magnerè vu, una stamattina e una sta sera.
Le metto qua su sto taolin.
(pone le pernici sul tavolino e vede la stoffa) Cossa xe sta roba? qualche spesa da novo?
CLAR.
Sì, signore, mi faccio un abito.
PANT.
Se pol veder?
CLAR.
Guardate, e ditemi se è di buon gusto.
PANT.
Oh bella! sto drappo el xe vegnù fora dalla mia bottega.
CLAR.
Ho piacere che la spesa sia stata fatta da voi.
PANT.
Anca sì che indivino chi v'ha portà sto regalo?
CLAR.
Lo credete un regalo?
PANT.
Mi sì, certo; e una donna sincera come vu, no me lo negherà.
CLAR.
È vero, non lo posso negare (È meglio confessarlo per metterlo al punto di far altrettanto).
(da sé)
PANT.
Sto regalo ve l'ha fatto sior conte Silvio.
CLAR.
Verissimo.
Si credeva ch'ei non potesse spendere, ma ha fatto vedere che ne ha, e che è un galantuomo.
PANT.
Anzi in sta occasion el fa veder che el xe un miserabile e un poco de bon.
Sta roba el l'ha cavada de man a mio fio con inganno, con prepotenza.
Nol l'ha pagada e nol gh'ha intenzion de pagarla.
E vu, se sè quella donna d'onor che ve vantè de esser, no l'avè da recever.
CLAR.
Ma egli me l'ha mandata per il suo servitore, ed io l'ho ricevuta; come avrei a fare presentemente?
PANT.
Mandeghela indrio; ma gnanca: el xe capace de venderla, e mi averave perso el mio capital.
Fe cussì demela a mi, fideve de mi.
Diseghe che l'ho vista, che l'ho cognossua...
CLAR.
Ed io, poverina, ho da perdere miseramente un vestito? (con afflizione)
PANT.
Aveu paura che mi no sia capace de farvene uno compagno?
CLAR.
Questo mi piace tanto!
PANT.
Aspettè.
Gh'aveu el vostro servitor in casa?
CLAR.
Ci deve essere.
PANT.
Deme della carta e el calamar, e lassè far a mi, che sarè contenta.
CLAR.
Eccovi il calamaio e la carta.
PANT.
Scrivo do righe, e spero che sarè consolada.
(si pone a scrivere)
CLAR.
(Veramente, se il signor Pantalone ritorna com'era prima, mi giova più la di lui amicizia; è più splendido, è più generoso, e poi, presso la gente del mondo, un vecchio dà meno di osservazione).
(da sé)
PANT.
Ho fenio.
Sentì quel che scrivo a mio fio.
Carissimo figlio.
Mi è riuscito ricuperare la peruviana, carpita dal signor Conte, e la rimando a bottega.
In compagnia del datore della presente, mandatemi per un garzone le quattro pezze di ganzo, perché ho un'occasione di esitarne a pronti contanti.
CLAR.
Perché avete detto a pronti contanti?
PANT.
Digo cussì con mio fio, perché no voggio che el sappia i fatti mii.
Chiamè el servitor.
Demoghe sto drappo, e che el porta i ganzi d'oro e d'arzento, che ve sceglierè quelle che più ve piase.
CLAR.
Ho da rimandar questo? e se non manda le pezze di ganzo, ho da restar senza?
PANT.
Fideve de mi, non abbiè paura.
CLAR.
Lo farò per compiacervi; (ma lo faccio mal volentieri).
(da sé)
PANT.
Tanto più me impegnè a far per vu tutto quello che poderò far.
CLAR.
Vado subito a consegnar al servitore il drappo e la lettera.
(Arrischio dieci per aver trenta; non mi par cattivo negozio).
(da sé, indi parte portando seco la stoffa e il viglietto)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE, poi CLARICE
PANT.
Voggio farghela veder a sto sior conte.
Sior sì, un abito de ganzo per farghe despetto.
E che l'impara a donar la roba soa, e no la roba dei altri.
Nol xe un piccolo affronto quello che per causa mia ghe fa sta donna, a scoverzer le so magagne e mandar la so roba dove el l'ha tolta senza pagarla.
Questo xe segno che la me vol ben, che la fa stima de mi.
CLAR.
Posso far di più per il signor Pantalone?
PANT.
Giusto adesso pensava tra de mi, che certo ve son obligà e che no so per vu cossa che no farave.
CLAR.
Che mi dite ora sul proposito dei trenta zecchini?
PANT.
Che ve li dono e che no ghe ne parlemo mai più.
CLAR.
Se li volete, son pronta a restituirveli.
PANT.
No v'incomodè, no ve travaggiè, che no i voggio.
CLAR.
Aveva fatto un pegno per ritrovarli.
PANT.
Poverazza! gradisso el vostro bon cuor.
Avereu speso gnente per el pegno che avè fatto?
CLAR.
A chi mi ha fatto il piacere, bisognerà ch'io doni almeno un zecchino.
PANT.
No vôi che ghe remettè del vostro per causa mia.
Tolè el zecchin e recuperè la vostra roba.
(le dà uno zecchino)
CLAR.
Grazie al signor Pantalone.
(Anche questo è buono.
Non era così pazza io d'impegnar per lui la mia roba) (da sé)
PANT.
Me basta che me voggiè ben, e sora tutto che ve desfè intieramente de sto sior conte, che no merita d'esser praticà da una donna della vostra sorte.
CLAR.
Mi dispiace una sola cosa.
PANT.
Cossa ve despiase?
CLAR.
Che questa sera mi ha invitata a una festa di ballo e ad una cena ancora, ed io gli ho dato la parola d'andarvi.
PANT.
Se trova una scusa, e no se ghe va.
CLAR.
È vero, lo potrei fare e lo farei volentieri, ma ho preso impegno di condurvi due signore del mio paese coi loro amici e parenti, e mi dispiace di dover fare una cattiva figura.
PANT.
Anca co sti signori se trova un pretesto.
CLAR.
Non saprei qual pretesto ideare.
Questa è una cosa che mi mortifica infinitamente.
PANT.
Cara fia, me despiase anca mi.
Ma da sior conte no gh'avè d'andar.
CLAR.
Per farmi comparir bene coi miei patrioti, non potrebbe supplire il signor Pantalone? Delle feste e delle cene me ne ha date ancora; non mi potrebbe favorir questa sera?
PANT.
Lo faria volentiera.
Ma adesso gh'ho i mii riguardi.
CLAR.
Che sia vero quel che hanno detto?
PANT.
Cossa ali dito?
CLAR.
Che il signor Pantalone non comanda più, non maneggia più, non è padrone di spendere, né di cavarsi una soddisfazione?
PANT.
No xe vero gnente.
Son patron mi, comando mi, posso spender a modo mio, e che sia la verità, stassera gh'averè la cena e la festa da ballo.
CLAR.
Davvero, vi sarò tanto obbligata, e avrò piacere per voi, acciò si smentiscano le lingue dei maldicenti.
PANT.
Son quel che giera e sarò sempre a vostra disposizion.
Ghe xe stà in casa un poco de borrasca, ma ho buttà l'àncora a fondi e me son defeso.
SCENA DODICESIMA
Il SERVITORE di Clarice e detti.
SERV.
Son qui colla risposta.
CLAR.
Dov'è la roba? (al servitore)
SERV.
Io non ho altra roba che questo pezzo di carta.
PANT.
No i v'ha dà delle pezze de ganzo? No xe vegnù con vu nissun de bottega?
SERV.
Non c'è nessuno con me, e il ganzo non l'ho veduto.
PANT.
Mio fio ghe gerelo?
SERV.
Questa polizza l'ha scritta egli stesso.
PANT.
Cossa diselo? (vuol aprire)
CLAR.
A me, a me; voglio leggerla io.
(prende la carta)
Carissimo signor padre.
Delle pezze di ganzo che vi erano, la più bella l'ha voluta per sé la vostra signora consorte.
Le altre le ho poste in salvo, perché non periscano, e penso di barattarle.
Ho venduto le peruviane e quella ancora che avete mandato, ricuperata dalle mani del Conte.
PANT.
(Stago fresco da galantomo).
(da sé)
CLAR.
Ecco il bell'abito che mi farà il signor Pantalone.
Già il cuore me lo diceva; ho perduto quello che aveva, ed ora sono senza dell'uno e senza dell'altro.
PANT.
Mia muggier s'ha tolto una pezza de ganzo? La me ne renderà conto.
Farò che la lo metta fora, e ve lo manderò avanti sera.
CLAR.
No, no, non voglio entrare in impegno con vostra moglie.
Ciò potrebbe farmi perdere la riputazione presso di lei e presso del mondo.
Pazienza! Farò di meno, e imparerò in avvenire a fidarmi poco delle promesse degli uomini.
PANT.
Vu me mortifichè senza rason.
CLAR.
Non ho ragione di lamentarmi? Che dirà il signor conte? Come potrò giustificarmi con lui della mala azione che per causa vostra gli ho fatto?
PANT.
Ghe remedieremo.
CLAR.
Eh, non vi è altro rimedio che dirgli che voi mi avete sedotta...
PANT.
Cussì me volè trattar?
CLAR.
Compatitemi, è grande la passione di aver perduto un vestito, in tempo che ne ho di bisogno.
PANT.
No son capace de farvene un altro?
CLAR.
Non so di che cosa siate capace.
Vedo ora il bel frutto delle vostre lusinghe.
PANT.
L'oggio fatto fursi per lusingarve?
CLAR.
Se diceste davvero, non mi avreste fatto perdere il certo per l'incerto.
PANT.
Son un galantomo, patrona.
CLAR.
Alle prove si conosce la verità.
PANT.
Alle prove? Tolè, siora, ve farò veder chi son.
Tolè, questi xe cinquanta zecchini; feve un abito de ganzo, e comprevelo da chi volè.
(getta sul tavolino una borsa)
CLAR.
Basteranno cinquanta zecchini?
PANT.
Se no i basterà, supplirò per el resto.
A dosso no ghe n'ho altri.
Voleu che me despoggia in camisa?
CLAR.
No, il mio caro signor Pantalone, vi sono tanto obbligata.
Vedo l'amore, la bontà che avete per me.
Vi ho sempre conosciuto per il re de' galantuomini.
Non farei un dspiacere a voi per trattare un altro, s'ei mi volesse indorare da capo a piedi.
Tratterò il signor conte com'egli merita.
Non isperi egli d'avermi al suo festino.
Voglio venire al vostro, che sarà bello, che sarà magnifico, e che mi sarà tanto più caro, perché mi viene offerto dal bel cuore del mio amatissimo signor Pantalone.
PANT.
Volè anca el festin?
CLAR.
Sì, certo, e anche la cena.
Non me l'avete promesso? Un galantuomo come voi, non manca alla sua parola.
PANT.
No occorre altro.
Faremo tutto.
(Ghe son, e bisoga starghe).
CLAR.
Ma non vi è tempo da perdere, se volete far le cose con buona maniera.
Conviene che andiate a dare gli ordini per questa sera.
PANT.
Aspettè, xe a bonora.
Lasseme gòder un poco la vostra compagnia.
CLAR.
No, se mi volete bene, non perdete tempo.
Mi preme che riesca la cosa con pulizia; andate subito ad ordinare quel che bisogna.
PANT.
E ho d'andar subito?
CLAR.
Via, non mi fate andar in collera.
PANT.
Vago, vago.
Par che me scazzè via.
CLAR.
Questa sera ci divertiremo.
PANT.
Stassera se devertiremo.
Sarè avvisada del logo.
Invidè vu chi volè, che mi no invido nessun.
Arecordeve, sora tutto, che sior conte nol voggio.
CLAR.
Il signor conte non lo pratico più.
PANT.
Brava, a revederse stassera.
Voggieme ben, tendè al sodo, no v'indubitè gnente.
Fin che gh'averò bezzi, i sarà tutti a vostra disposizion.
(parte)
CLAR.
Va subito dal signor conte Silvio, digli che venga qui, che mi preme.
(al servitore) (Non voglio perdere né l'uno, né l'altro).
(parte)
SERV.
La mia padrona ha giudizio.
È una cacciatrice che tende le reti ai fagiani, alle starne, ai passeri ed ai merlotti.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera in casa di Pantalone.
AURELIA e MARCONE
AUR.
Sì, certo, questa sera portatemi tutti i miei vestiti, che il danaro ci sarà per riscuoterli.
MARC.
Quand'ella abbia il danaro, sto qui vicino, mi mandi a chiamare, che vengo subito.
AUR.
Ma che vi pare de' miei vestiti? Mi sembrano antichi, non è egli vero?
MARC.
Certo che sono antichi, per una giovane come lei.
Anzi la consiglierei a venderli e farsene de' più moderni.
AUR.
Ecco qui del broccato per farne uno di gusto.
MARC.
Il drappo è bello.
All'ultima moda.
Ma la pezza è grossa; ve ne sarà per più di un vestito.
AUR.
L'ho misurato.
Sono cinquanta braccia.
MARC.
Si cavano due vestiti intieri senza risparmio.
Ne potrebbe vendere uno.
AUR.
Anzi lo voglio vendere, perché ho bisogno di cento cose e non voglio dipendere da mio marito.
MARC.
Quanto ne vuole al braccio?
AUR.
Alla bottega lo vendono tre zecchini.
MARC.
Oh, non merita questo prezzo.
Vi è pochissimo argento.
Il drappo è leggiero, e anche poco battuto.
Al più, al più, gli si potrebbero dar tre filippi.
AUR.
Se lo volessi dare per tre filippi, voi lo comprereste?
MARC.
Se si trattasse di far a lei un piacere, lo comprerei, cioè ne comprerei ventidue braccia per un'andriene.
AUR.
E ventidue sono quarantaquattro.
Avanzerebbero sei braccia.
Potreste comprare anche le sei braccia che restano.
MARC.
Per farne che? Basta, per servirla, li comprerò a un zecchino al braccio.
AUR.
Quanto mi verrebbe in tutto?
MARC.
Delle ventidue braccia sedici zecchini e mezzo, e sei ventidue e mezzo.
AUR.
Datemi il danaro, e prendetevi ventiotto braccia del drappo.
MARC.
Ma, favorisca in grazia, se questa sera ha da riscuotere i suoi vestiti, perché ora vuol farne uno di nuovo, ch'è inferiore dei suoi?
AUR.
Non mi avete detto che non sono alla moda?
MARC.
Ora mi sovviene che due di essi sono moderni ancor più di questo, e più massicci, e di maggior valore.
Non sarebbe meglio che ella si prendesse di tutta la pezza cento e cinquanta filippi?
AUR.
Cencinquanta filippi non mi sarebbero discari.
(Potrei divertirmi alla conversazione).
(da sé)
MARC.
(Se me la dà, ne guadagno almeno cinquanta).
(da sé)
AUR.
Sono quasi persuasa di farlo.
MARC.
Ed io son pronto a darle il danaro.
AUR.
Animo dunque, il negozio è fatto.
MARC.
Misuriamo la pezza.
AUR.
Misuriamola; ma di me vi potete fidare.
MARC.
Non occorr'altro; sto sulla sua parola.
Contiamo il danaro.
(tira fuori la borsa e principia a numerare)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
(Mia muggier co sto dretto de piazza? Son curioso de saver cossa se contratta).
(da sé, in disparte)
AUR.
Sopratutto che i zec
...
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