IL MERCANTE FALLITO, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
.
A proporzione degli abiti, mi figuro quel che saranno le gioje, ed ecco come gli uomini si rovinano, come i mariti si lasciano mal condurre, come i mercanti per causa delle loro mogli falliscono.
AUR.
Poteva il signor Dottore risparmiarsi l'incomodo di una stucchevole moralità, e per non maggiormente infastidire né lui, né me, possiamo lacerar questa carta.
(vuole stracciare la procura)
DOTT.
No, la si fermi, non tanto caldo.
Ho detto così per un modo di dire.
Ella è padrona di far del suo quel che vuole.
Sottoscriva il foglio, e non ne parliamo più d'avvantaggio.
AUR.
Prima di sottoscrivere voglio i danari per la riscossione dei pegni.
DOTT.
Non è la sua premura per comparir questa sera?
AUR.
Sì, Signore.
DOTT.
Bene, per questa sera si può riscuotere uno di questi vestiti, quello che più le aggrada.
AUR.
Questo non si può fare.
Il pegno si è fatto in una sola volta, e si dee riscuotere tutto insieme.
DOTT.
Mi perdoni il mio ardire, che cosa ha ella fatto di trecento ducati in una volta?
AUR.
Ho fatto...
ho fatto...
li ho impiegati per la riputazione della famiglia.
DOTT.
Sarebbe mai ciò seguito due mesi sono, allora quando si disse ch'ella aveva perduto al giuoco cento zecchini sulla parola?
AUR.
Quando li avessi perduti, era necessario che li pagassi, e non si doveva lasciar esposta la riputazione della casa.
DOTT.
Certo il signor Pantalone deve esser obbligato alla moglie, che ha a cuore la sua riputazione! (con ironia)
AUR.
Ecco qui, per la stessa ragione mi pongo a rischio, sottoscrivendo un foglio, di perdere la mia dote.
DOTT.
Via dunque; faccia l'atto eroico come va fatto; stenda qui la sua firma.
AUR.
La stenderò, se vi saranno i trecento ducati.
DOTT.
Non gli servono per questa sera? Questa sera si troveranno.
AUR.
E non è lo stesso che io aspetti a sottoscrivere questa sera?
DOTT.
Non è lo stesso.
Senza di questa carta non si può far argine al torrente dei creditori.
Se questi s'impossessano dei beni di suo marito, tutto va in confusione, e dote e mobili e vestiti e gioje; a revocare gli atti seguiti vi vorranno dei mesi, ed ella resterà senza il danaro, senza la roba, e senza il modo di vivere e di comparire.
AUR.
Quand'è così, sottoscrivo subito.
DOTT.
(Ho trovato il modo di spaventarla).
(da sé)
AUR.
E le mie gioje si riscuoteranno?
DOTT.
Si riscuoteranno le gioje.
Scriva il suo nome.
AUR.
E voglio una mesata di dieci zecchini al mese.
DOTT.
Sì, l'avrà.
Sottoscriva.
AUR.
Ed essere padrona della mia dote.
DOTT.
Ci s'intende.
Via, si solleciti.
AUR.
E che mio marito non abbia a rimproverarmi.
DOTT.
(O pazienza, non abbandonarmi!) (da sé) Il signor Pantalone non parlerà.
AUR.
E che Leandro non sia padrone di niente, e che io sola comandi, e che sempre possa io dire d'aver rimesso la casa col mio.
DOTT.
Tutto vero; si farà come vuole, si dirà quel che vuole.
Sottoscriva.
AUR.
Io Aurelia...
Mi promettete voi tutte queste cose?
DOTT.
Sì, signora, prometto io.
AUR.
Io Aurelia Bisognosi affermo.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo.
AUR.
E che innanzi sera...
DOTT.
Innanzi sera ci vedremo.
(prende il foglio) Mi lasci sollecitare quel che più preme.
Si fidi di me, ed intanto, a conto di quello ch'ella pretende, riceva quest'utile avvertimento: le donne ambiziose rovinano le famiglie.
Un'economa come lei, non le può far che del bene.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
AURELIA sola.
AUR.
Non so se quest'ultime parole le abbia dette per ironia; so bene che colle prime mi aveva un poco seccato.
Basta, non credo che il Dottore mi mancherà di parola.
Riscuoterò i miei vestiti, e siccome alcuni di essi sono poco moderni, li venderò alla meglio per farmi un abito nuovo.
Gran passione è questa di vestire alla moda! Certamente, quando vedo un abito di buon gusto, mi si agghiaccia il sangue, se non ne posso avere un compagno.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Bottega di Pantalone, fornita di panni e sete e altri capi di mercanzia, aperta sopra la strada e corrispondente di dentro alla casa del medesimo.
LEANDRO e TRUFFALDINO
LEAN.
Eccoci, per grazia del cielo, ritornati in bottega.
TRUFF.
Siori panni, siore stoffe, siore pezze de roba, mi no credeva d'aver più l'onor de vederve e de manizarve.
LEAN.
Possiamo ringraziare il Dottor Lombardi che ci ha assistito, e possiamo ringraziare la signora Vittoria, ch'ella per amor mio avrà sollecitato il padre a interessarsi cotanto per il nostro bene.
TRUFF.
Le donne qualche volta le fa del ben, qualche volta le fa del mal.
LEAN.
Le donne buone fanno sempre del bene.
TRUFF.
L'è vera, ma delle donne bone se ghe ne stenta a trovar.
LEAN.
No, Truffaldino, non dir così, che sei una mala lingua.
È molto maggiore il numero delle donne oneste e dabbene; ma queste, siccome vivono per lo più ritirate, non figurano al mondo e da pochi son conosciute.
Le cattive all'incontro, per poche che siano, si fanno scorgere facilmente, e il mondo, mal persuaso di loro, biasima il sesso senza distinguere le persone.
TRUFF.
Donca le bone le sarà quelle che vive retirade, e le cattive quelle che pratica.
LEAN.
Né meno questa distinzione è bastante per giudicare di loro.
Possono le più sagge, le più discrete, le più esemplari conversare liberamente, ed è ben fatto anzi ch'esse conversino, per dar un esempio di bontà sociabile; ma per assicurarsi della bontà di una donna, vi vuol del tempo, e le cattive si conoscono presto, onde, come diceva, si crede maggiore il numero di queste che di quell'altre.
TRUFF.
Vostra madregna ela bona o cattiva?
LEAN.
A me non tocca parlar di lei; è moglie di mio padre, e devo usarle rispetto.
TRUFF.
E mi che no son so parente, digo e sostegno che l'è cattiva, pessima e dolorosa.
LEAN.
Orsù, mutiamo discorso.
Prendiamo per mano la mercanzia che vi era, e riscontriamone le misure; e della nuova, venuta ora in bottega, facciamo la separazione e il registro.
Va tu nella stanza di sopra.
Prima di tutto leverai la polvere che in quattro giorni sarà caduta sopra la roba, e fatto questo, avvisami, che verrò a riscontrarla.
TRUFF.
Sior sì, vado subito.
(Fortuna, te ringrazio, son tornà in stato de farme onor colla mia Smeraldina.
Se trovo un taio a proposito, ghe porto da far un busto.
Za, se vien sior Pantalon in bottega, no passa una settimana che la se torna a serrar).
(da sé, e parte)
SCENA SECONDA
LEANDRO, poi il conte SILVIO, poi BRIGHELLA
LEAN.
E pure, in mezzo alla consolazione di rivedermi nel mio negozio, mi dà pena il pensare che, per ragione del credito mio anteriore e per quello di mia matrigna, abbiano a perdere i creditori.
Ma se il cielo mi darà fortuna, protesto di volere soddisfar tutti.
Spero che mio padre cambierà il sistema di vita che ha menato finora, e aiuterà il negozio a risorgere colla pratica e coll'attenzione.
Potrei escluderlo dal maneggio, ma il rispetto che ho per lui non me lo permette.
SILV.
Oh, signor Leandro, vi riverisco.
LEAN.
Servidore di vossignoria illustrissima.
SILV.
Mi rallegro di rivedervi in bottega.
LEAN.
Grazie alla bontà del signor conte.
SILV.
Avete accomodati i vostri interessi?
LEAN.
Per ora si sono accomodati alla meglio; ma spero in avvenire che tutti saranno soddisfatti e contenti.
SILV.
Avete bene assortito il vostro negozio?
LEAN.
Sufficientemente per poter servire chi ci onorerà comandarci.
SILV.
Avete di queste stoffe moderne di Francia, che diconsi peruviane?
LEAN.
Di Francia non ne abbiamo, signore, ma bensì di quelle dello stato nostro, lavorate principalmente in Vicenza, che sono belle quanto quelle di Francia, e ben passate, e di buona seta, e di vaghi colori, che costano meno e fanno ancora miglior riuscita.
SILV.
Lasciatemene veder qualche mostra.
LEAN.
Appunto, eccone qui tre pezze sul banco.
Veda se alcuna di queste può soddisfarla.
SILV.
Per dire la verità, sono vaghissime, e come dite voi, i fiori sono assai ben passati ed hanno corpo, e i colori sono bene distribuiti.
Questa mi piace più delle altre.
Staccatene venti braccia per farmi un abito intero.
LEAN.
M'immagino che il prezzo le sarà noto.
SILV.
Appunto, mi era scordato di domandare il prezzo.
Quanto ne volete al braccio?
LEAN.
(Cattivo segno, se si scorda di domandare il prezzo).
(da sé) Con chi conosce la roba, non si domanda più del giusto.
Il solito è di domandar venti lire, per poi discendere ad una lira alla volta sino alle undici.
A me piace l'usanza inglese: vale quindici lire, e non le domando di più.
SILV.
La domanda è onestissima; non vi si può battere un soldo.
Tagliatene venti braccia.
LEAN.
Permetta ch'io le domandi una cosa.
SILV.
Dite pure.
LEAN.
Il negozio nostro deve andar per ora con un'altra regola.
Mi figuro ch'ella mi conterà il danaro immediatamente.
SILV.
So bene anch'io che ora non potete stare in esborso; mi appago della convenienza.
Tagliate il drappo e non ci pensate.
LEAN.
La servo subito.
(misura le venti braccia di stoffa) Ne avanzano due sole braccia; se non ha difficoltà di prender tutta la stoffa, può servirsene per un paio di calzoni di più.
SILV.
Sì, la prenderò tutta.
Piegatela; ehi, Brighella.
BRIGH.
Illustrissimo.
(Leandro piega la stoffa)
SILV.
Porterai questa stoffetta dal sarto, e gli dirai che sono ventidue braccia, che faccia in modo che v'escano due paia di calzoni.
(Portala dove ti ho detto).
(piano a Brighella)
BRIGH.
La sarà servida.
(Come alo fatto a tor sto abito senza quattrini?) (da sé)
SILV.
Consegnate la roba al mio servitore.
(a Leandro)
LEAN.
Vuol che facciamo il conto, signore?
SILV.
Sì, fatelo.
LEAN.
Ecco qui.
Braccia ventidue, a lire quindici il braccio, importano lire trecento e trenta.
SILV.
Va benissimo.
Portala al sarto, e digli che voglio l'abito per dopo domani.
(a Brighella)
BRIGH.
Vado subito.
(vuol prendere la stoffa)
LEAN.
Aspettate, galantuomo.
(a Brighella, ritirando la roba) Il danaro, signore.
(a Silvio)
SILV.
Ad un par mio si fanno di queste scene? Quando ho detto di pagarlo, avete paura ch'io non lo paghi? Quanti zecchini fanno trecento e trenta lire?
LEAN.
Quindici zecchini in punto.
SILV.
E bene, quindici zecchini.
(tira fuori una borsa) Prendi la roba e portala al sarto.
(a Brighella)
BRIGH.
La possio tor? (a Leandro)
LEAN.
Prendetela.
BRIGH.
Non occorr'altro; la porto subito.
(Ancora me par impossibile che el ghe la paga).
(da sé; prende la pezza e parte)
SILV.
Non ho tanto nella borsa che basti.
Dopo pranzo venite da me, che sarete pagato.
LEAN.
Come, signore? Ehi, galantuomo.
(verso Brighella)
SILV.
Che? ardireste richiamare il mio servitore, diffidando della mia parola? (arrestando Leandro)
LEAN.
I nostri patti non sono questi.
Ha detto di pagar subito.
SILV.
Poche ore non guastano.
Pagando oggi, vi pago subito.
Non vi faccio scrivere a libro.
Venite oggi da me.
LEAN.
Mi perdoni; questa non è la maniera.
Se verrò oggi da lei, mi farà quello che mi ha fatto per lo passato.
Ci son venuto sessanta volte per riscuotere il conto vecchio, e la partita non è saldata.
SILV.
La vostra temerità meriterebbe che vi facessi correre altre sessanta volte, ma ho compassione delle vostre disgrazie, e voglio pagarvi non solo questo, ma tutto quel che vi devo di vecchio ancora.
Unite i due conti insieme, e poi venite da me.
LEAN.
I libri del negozio sono fuori di bottega, in mano de' creditori.
Per ora mi paghi questo.
SILV.
No, no, assolutamente.
Voglio pagar tutto insieme.
Quando avete i libri in bottega, fatemi un conto solo, e venite a riscuotere il vostro danaro.
LEAN.
Mi paghi questo, signore, che ha obbligo di pagarlo subito, se ha coscienza, se ha riputazione.
SILV.
Se ho riputazione! Ad un par mio si dice se ha riputazione? Non so chi mi tenga, che non vi lasci una memoria sul viso...
LEAN.
Così si tratta coi galantuomini?...
SILV.
Che galantuomini! Mercantuccio fallito.
SCENA TERZA
PANTALONE e detti.
PANT.
Coss'è sto strepito?
LEAN.
Il signor conte...
SILV.
Vostro figliuolo è temerario a tal segno, che mi ha perduto il rispetto.
LEAN.
Ha preso ventidue braccia di peruviana...
Trattenetevi, signor padre, in bottega, che a costo di tutto voglio ricuperarla.
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE ed il conte SILVIO
SILV.
(Vada pure.
Di Brighella posso fidarmi).
(da sé)
PANT.
Cossa vol dir, sior conte, invece de pagarme el debito vecchio, la vien a far un debito novo?
SILV.
Ho detto a vostro figliuolo che venga oggi da me, che sarà pagato.
Che impertinenza è questa di voler diffidare per poche ore?
PANT.
Mio fio no xe patron de disponer, e se la vuol qualcossa, che la parla con mi.
SILV.
Con voi ho da parlare? Credete forse che io non sappia che voi nel negozio non c'entrate più né poco, né molto?
PANT.
Mi no gh'intro? Cossa songio mi?
SILV.
Siete un fallito.
PANT.
Sior conte, mi no me voggio scaldar el sangue, perché i mi interessi presentemente vuol che gh'abbia pazenzia, per no fenirme de precipitar.
M'avè dito falio, gh'avè rason.
Son andà in desordene per diversi motivi, ma tra questi ghe xe anca la rason delle male paghe; i prepotenti della vostra sorte xe quelli che rovina i poveri botteghieri.
Volè far da grandi col nostro sangue, e a forza de far scriver sui libri, e de prometter e no pagar, ridusè i marcanti a falir.
Ma se al marcante se ghe dise falio co nol pol pagar, cossa se ghe ha da dir a un par vostro, che fa i debiti per no pagar? Sior conte, in confidenza, che nissun ne sente, el xe un robar bello e bon.
SILV.
A me questo?
PANT.
A vu, sior; e se gh'ho cuor de dirlo, gh'ho anca cuor de mantegnirvelo, se bisogna.
SILV.
Orsù, vedo che la disperazione in cui siete vi fa uscir di voi stesso, né voglio perdere il mio decoro con un uomo capace di ogni più vil debolezza.
PANT.
Mi capace de viltà? Mi capace de debolezze?
SILV.
Sì, voi che avete avuto il coraggio di ripetere da una donna trenta zecchini, dopo di averglieli regalati.
PANT.
Chi v'ha dito sta cossa?
SILV.
Clarice istessa, che si burla di voi.
PANT.
Me par impussibile che la me possa trattar cussì mal, dopo quel che ho fatto per ela.
Se poderave dar che sior conte avesse suppià sotto, per un poco de rabbia de no aver podesto far elo quello che ho fatto mi.
I trenta zecchini ghe li ho imprestai.
Xe ben vero che aveva animo de donargheli, ma adesso che so cussì, li voggio se credesse de precipitar.
SILV.
Farete un'azione da vostro pari.
PANT.
Cossa vorla dir, patron? la se spiega.
SILV.
Non occorre che d'avvantaggio mi spieghi.
Intendetela come volete; imparate per l'avvenire a trattar le donne di merito, ed a cozzarla co' pari miei.
Ecco il fine che vi si doveva.
La signora Clarice di voi si ride, e fa la stima che deve farsi della mia protezione.
PANT.
Ghe vol altro che protezion! i vol esser bezzi.
SILV.
Danari a me non ne mancano.
PANT.
La paga i so debiti, co l'è cussì.
SILV.
Vi pagherò, quando mi parerà di pagarvi.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE, poi il SERVITORE di Clarice.
PANT.
El gh'ha rason che adesso no son in stato de far bravure, da resto ghe voria far veder quel che son bon de far; e se le cosse mie le se drezza, el vederà chi son.
Ma da sta sorte de prepotenti no se pol recever de meggio.
Quel che più me fa specie, xe el trattamento de siora Clarice: rider delle mie disgrazie? burlarme sora marcà? E no responderme gnanca alla lettera che gh'ho scritto? Chi sa che no la m'abbia resposo malamente, e no la sia quella lettera che m'ha dito el Dottor? Ma come porla esser in te le so man? no so, non ho più visto Truffaldin; pol esser tutto; ma se la xe cussì, anca sta siora farò che la se penta d'averse burlà de mi.
SERV.
Servitor umilissimo, signor Pantalone.
PANT.
No seu vu el servitor de siora Clarice?
SERV.
Per obbedirla.
PANT.
Xe vero che la vostra patrona?...
SERV.
La mia padrona lo riverisce e gli manda questo viglietto.
PANT.
Lassè veder.
(prende il viglietto e lo apre) Sentiamo cossa che la sa dir.
Carissimo Amico.
Mi consolo di cuore che gl'interessi vostri riprendano miglior aspetto, assicurandovi ch'ero per voi in una agitazione grandissima.
Non fate caso di quanto vi scrissi nell'altro mio viglietto, poiché un eccessivo dolor di testa mi aveva tratto fuor di me stessa.
Se avrete la compiacenza di venir da me, parleremo dei trenta zecchini, e siate certo che potete disporre di me stessa.
Vi prego dunque consolarmi colla vostra presenza, assicurandovi ch'io sono e sarò sempre colla più sincera amicizia
Vostra vera amica
chi voi sapete.
(Cossa me andava disendo quel caro sior conte, che la se burla de mi, che no la fa più stima de mi? Se pol scriver con più sincerità, con più amor? Capisso che el conte Silvio parla per invidia, per rabbia, e giusto per farghe despetto vôi andar, vôi seguitar l'amicizia e lo voggio far desperar).
Andè dalla vostra patrona, diseghe che la ringrazio, e che sarò a reverirla.
(al Servitore)
SERV.
Sì, signore, sarà servito.
(Non mi dona niente?) (da sé)
PANT.
Coss'è? voleu gnente?
SERV.
Avrei bisogno di comprare un poco di nastro color di rosa per un certo affare.
PANT.
Aspettè.
Questo ve serviravelo?
SERV.
Questo sarebbe a proposito.
Quanto al braccio?
PANT.
Servelo per vu?
SERV.
Per me, sì, signore.
PANT.
Co el serve per vu, tolè la pezza e portevela via.
SERV.
Obbligatissimo alle sue grazie.
(Se farà così, anche la mia padrona gli tornerà a voler bene e non dirà più male di lui, come diceva questa mattina).
(da sé, e parte)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
Nissun m'ha visto a darghe quella cordella; no l'ho più da far, e no lo vôi più far; ma son in impegno per causa de sior conte de farghela veder co sta donna.
Fenio sto impegno, lasso tutte le pratiche e me metto a tender al sodo.
No posso miga tutto in t'una volta scambiarme affatto.
Sta mutazion improvvisa gh'ho paura che la me farave crepar.
Un pochetto alla volta me userò.
Za con siora Clarice no gh'ho bisogno de spender per adesso; se ghe dono i trenta zecchini che la m'ha da dar, la xe discreta, ghe basterà.
La me userà le solite distinzion, e sto sior conte scacchìo, affamà, el vederemo a batter la retirada, e el metterà le pive in tel sacco.
(parte)
SCENA SETTIMA
LEANDRO, poi AURELIA
LEAN.
Pazienza; non mi è riuscito ritrovar Brighella.
Ma se porterà al sarto la roba, egli è avvisato, e gliela farò sequestrar nelle mani.
Ecco qui; mio padre se ne va altrove e lascia la bottega sola.
Continua colla solita sua negligenza.
Almeno avesse chiamato i giovani.
Chi è di là? c'è nessuno?
AUR.
Chi chiamate, signor Leandro? (viene dall'interno della bottega)
LEAN.
Qualcheduno che stia qui, sicché non resti la bottega sola.
AUR.
Si è rimesso roba che basti nella bottega?
LEAN.
Abbiamo un passabile sortimento da servire anche uno sposalizio, se occorre.
Molta roba era ordinata; capitò nei giorni passati, ed io l'ho avuta sulla mia parola; altra mi è stata fidata da' miei amici, che hanno avuto compassione di me.
AUR.
Che bei drappi ci sono all'ultima moda?
LEAN.
Uno fra gli altri mi par bellissimo, con poco argento, ma bene distribuito.
Non costa molto, ma in opera deve riuscire assai bene.
AUR.
Potrei vederlo? Per semplice curiosità.
LEAN.
Ma voi, signora, non istate bene in bottega.
AUR.
Ora non passa nessuno.
Vedo questo drappo e me ne vado subito.
LEAN.
Eccolo qui.
Osservate.
(le fa vedere una pezza di broccatello)
AUR.
Veramente bello; bello, di ottimo gusto.
Quanto lo venderete al braccio?
LEAN.
A me lo mettono cinquanta lire; faccio il conto di venderlo tre zecchini.
AUR.
È bellissimo veramente.
LEAN.
Vi piace dunque.
AUR.
Sì, mi piace tanto, che ne voglio un taglio per me.
LEAN.
Oh, signora, perdonate, ora non è il tempo che vi facciate un abito di questa spesa.
AUR.
Lo voglio assolutamente.
LEAN.
Bel guadagno che farà il negozio.
AUR.
Segnatelo a mio conto.
Mi ha promesso il signor Dottore, che avrò una mesata di tre zecchini.
LEAN.
Da chi avrete questa mesata?
AUR.
Da vostro padre, da voi, dal negozio.
LEAN.
Tre zecchini il mese? Mi contenterei poterne ricavar tanti da mantener la famiglia, senza aggravarci di maggiori debiti.
AUR.
Basta, per ora voglio quest'abito, e poi la discorreremo.
LEAN.
Non signora; non l'avrete.
AUR.
Non l'avrete? A me si dice non l'avrete? Colla mia dote si è assicurata la roba della bottega.
LEAN.
Colla vostra dote e coll'eredità di mia madre.
AUR.
E per conto mio voglio ora quest'abito.
LEAN.
Ed io a proporzione posso dire di volerne quattro.
AUR.
Prendetene anche sei, non m'importa.
Intanto porto via questa pezza, e fate conto di non averla.
(parte, e si porta seco il broccato)
SCENA OTTAVA
LEANDRO, poi TRUFFALDINO
LEAN.
Tutti tendono a consumare, ed io sarò il sacrificato? Se si vogliono rovinare, che si rovinino.
Truffaldino.
TRUFF.
Signor.
LEAN.
Prendi queste tre pezze di broccato, e portale dalla signora Vittoria.
TRUFF.
Se fala sposa?
LEAN.
Non pensar altro.
Portale colà, e dille che le tenga, fino che da me o da suo padre saprà cosa ne debba fare.
(Prima che il diavolo le porti, le voglio mettere in salvo).
(da sé, e parte)
TRUFF.
Coll'occasion che porto ste tre pezze alla patrona, porterò sto taggio de manto alla serva.
(prende la roba e parte)
SCENA NONA
Camera in casa di Clarice, con tavolino.
CLARICE e BRIGHELLA
CLAR.
Venite qui, che parleremo con libertà.
BRIGH.
El mio padron ghe fa riverenza, e el ghe manda sta stoffa peruviana per farse un abito.
CLAR.
Sono bene obbligata al signor conte.
Mettetela qui su questo tavolino.
BRIGH.
L'è un drappo all'ultima moda.
CLAR.
Certo, è vago, è di buon gusto.
Ringraziatelo voi intanto, che poi farò io le mie parti.
BRIGH.
La sarà servida.
CLAR.
Aspettate, voglio darvi da bere l'acquavite.
BRIGH.
No la s'incomodi.
CLAR.
Non volete?
BRIGH.
Per non refudar le so grazie, riceverò quel che la se degna de darme.
CLAR.
Mi dispiace che non ho moneta.
Un'altra volta.
BRIGH.
Come la comanda.
(Avara del diavolo.
Ho fatto tanta fadiga a sconderme da sior Leandro che me vegniva drio; se saveva cussì...
basta).
(da sé) A bon reverirla.
CLAR.
Verrà presto il signor conte?
BRIGH.
L'ha dito che el vegnirà avanti sera.
(Che bel cuor che ha el me padron! Portar via la roba a un povero desgrazià, per farse merito con una donna! E mi ghe la porto? Voggio andar adesso a cavarme sta maledetta livrea).
(da sé, indi parte)
SCENA DECIMA
CLARICE, poi PANTALONE
CLAR.
Gran prodigio è questo del signor conte.
Non ha mai fatto altrettanto.
Ad onta delle sue grandiose parole, l'ho sempre creduto spiantato, ma convien dire ch'ei possa spendere, se ha fatto per me il sagrifizio di parecchi zecchini.
Ciò mi fa sperare qualche cosa di più...
Ma penso poi fra me stessa, che il vivere di regali e di protezioni è una cosa di troppo pericolo e di molto poco decoro.
Pazienza! Ho gettato il tempo a imparare la musica, e la voce mi ha tradito.
Sono stata allevata con morbidezza, e ora non so ridurmi...
Oh, converrà che ci pensi e che mi procuri un marito, o che mi determini ad un mestiere che possa darmi da vivere con un poco più di riputazione.
PANT.
Con grazia.
Se pol vegnir?
CLAR.
Venga, venga, signor Pantalone.
PANT.
Cossa feu, fia mia? Steu ben?
CLAR.
Benissimo, per servirla.
Ed ella, signore, come si porta?
PANT.
Mi stago da re.
Pochi bezzi, ma sanità e bon tempo no me ne manca.
CLAR.
Chi ha spirito, non si lascia abbattere dalle disgrazie.
PANT.
Parlemo de cosse aliegre.
Son vegnù a disnar con vu; me voleu?
CLAR.
Mi farà piacere.
Ma sa che io son sola; se si contenta di quel poco che c'è.
PANT.
Me contento de tutto.
Me basta la compagnia de siora Clarice.
M'ho tolto la libertà de portarve un per de pernise.
Tolè, fia, che le farè cusinar.
CLAR.
Bene obbligata al signor Pantalone.
Le mangeremo in compagnia, se si contenta.
PANT.
No so se poderò restar.
Se no vegnirò mi, le magnerè vu, una stamattina e una sta sera.
Le metto qua su sto taolin.
(pone le pernici sul tavolino e vede la stoffa) Cossa xe sta roba? qualche spesa da novo?
CLAR.
Sì, signore, mi faccio un abito.
PANT.
Se pol veder?
CLAR.
Guardate, e ditemi se è di buon gusto.
PANT.
Oh bella! sto drappo el xe vegnù fora dalla mia bottega.
CLAR.
Ho piacere che la spesa sia stata fatta da voi.
PANT.
Anca sì che indivino chi v'ha portà sto regalo?
CLAR.
Lo credete un regalo?
PANT.
Mi sì, certo; e una donna sincera come vu, no me lo negherà.
CLAR.
È vero, non lo posso negare (È meglio confessarlo per metterlo al punto di far altrettanto).
(da sé)
PANT.
Sto regalo ve l'ha fatto sior conte Silvio.
CLAR.
Verissimo.
Si credeva ch'ei non potesse spendere, ma ha fatto vedere che ne ha, e che è un galantuomo.
PANT.
Anzi in sta occasion el fa veder che el xe un miserabile e un poco de bon.
Sta roba el l'ha cavada de man a mio fio con inganno, con prepotenza.
Nol l'ha pagada e nol gh'ha intenzion de pagarla.
E vu, se sè quella donna d'onor che ve vantè de esser, no l'avè da recever.
CLAR.
Ma egli me l'ha mandata per il suo servitore, ed io l'ho ricevuta; come avrei a fare presentemente?
PANT.
Mandeghela indrio; ma gnanca: el xe capace de venderla, e mi averave perso el mio capital.
Fe cussì demela a mi, fideve de mi.
Diseghe che l'ho vista, che l'ho cognossua...
CLAR.
Ed io, poverina, ho da perdere miseramente un vestito? (con afflizione)
PANT.
Aveu paura che mi no sia capace de farvene uno compagno?
CLAR.
Questo mi piace tanto!
PANT.
Aspettè.
Gh'aveu el vostro servitor in casa?
CLAR.
Ci deve essere.
PANT.
Deme della carta e el calamar, e lassè far a mi, che sarè contenta.
CLAR.
Eccovi il calamaio e la carta.
PANT.
Scrivo do righe, e spero che sarè consolada.
(si pone a scrivere)
CLAR.
(Veramente, se il signor Pantalone ritorna com'era prima, mi giova più la di lui amicizia; è più splendido, è più generoso, e poi, presso la gente del mondo, un vecchio dà meno di osservazione).
(da sé)
PANT.
Ho fenio.
Sentì quel che scrivo a mio fio.
Carissimo figlio.
Mi è riuscito ricuperare la peruviana, carpita dal signor Conte, e la rimando a bottega.
In compagnia del datore della presente, mandatemi per un garzone le quattro pezze di ganzo, perché ho un'occasione di esitarne a pronti contanti.
CLAR.
Perché avete detto a pronti contanti?
PANT.
Digo cussì con mio fio, perché no voggio che el sappia i fatti mii.
Chiamè el servitor.
Demoghe sto drappo, e che el porta i ganzi d'oro e d'arzento, che ve sceglierè quelle che più ve piase.
CLAR.
Ho da rimandar questo? e se non manda le pezze di ganzo, ho da restar senza?
PANT.
Fideve de mi, non abbiè paura.
CLAR.
Lo farò per compiacervi; (ma lo faccio mal volentieri).
(da sé)
PANT.
Tanto più me impegnè a far per vu tutto quello che poderò far.
CLAR.
Vado subito a consegnar al servitore il drappo e la lettera.
(Arrischio dieci per aver trenta; non mi par cattivo negozio).
(da sé, indi parte portando seco la stoffa e il viglietto)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE, poi CLARICE
PANT.
Voggio farghela veder a sto sior conte.
Sior sì, un abito de ganzo per farghe despetto.
E che l'impara a donar la roba soa, e no la roba dei altri.
Nol xe un piccolo affronto quello che per causa mia ghe fa sta donna, a scoverzer le so magagne e mandar la so roba dove el l'ha tolta senza pagarla.
Questo xe segno che la me vol ben, che la fa stima de mi.
CLAR.
Posso far di più per il signor Pantalone?
PANT.
Giusto adesso pensava tra de mi, che certo ve son obligà e che no so per vu cossa che no farave.
CLAR.
Che mi dite ora sul proposito dei trenta zecchini?
PANT.
Che ve li dono e che no ghe ne parlemo mai più.
CLAR.
Se li volete, son pronta a restituirveli.
PANT.
No v'incomodè, no ve travaggiè, che no i voggio.
CLAR.
Aveva fatto un pegno per ritrovarli.
PANT.
Poverazza! gradisso el vostro bon cuor.
Avereu speso gnente per el pegno che avè fatto?
CLAR.
A chi mi ha fatto il piacere, bisognerà ch'io doni almeno un zecchino.
PANT.
No vôi che ghe remettè del vostro per causa mia.
Tolè el zecchin e recuperè la vostra roba.
(le dà uno zecchino)
CLAR.
Grazie al signor Pantalone.
(Anche questo è buono.
Non era così pazza io d'impegnar per lui la mia roba) (da sé)
PANT.
Me basta che me voggiè ben, e sora tutto che ve desfè intieramente de sto sior conte, che no merita d'esser praticà da una donna della vostra sorte.
CLAR.
Mi dispiace una sola cosa.
PANT.
Cossa ve despiase?
CLAR.
Che questa sera mi ha invitata a una festa di ballo e ad una cena ancora, ed io gli ho dato la parola d'andarvi.
PANT.
Se trova una scusa, e no se ghe va.
CLAR.
È vero, lo potrei fare e lo farei volentieri, ma ho preso impegno di condurvi due signore del mio paese coi loro amici e parenti, e mi dispiace di dover fare una cattiva figura.
PANT.
Anca co sti signori se trova un pretesto.
CLAR.
Non saprei qual pretesto ideare.
Questa è una cosa che mi mortifica infinitamente.
PANT.
Cara fia, me despiase anca mi.
Ma da sior conte no gh'avè d'andar.
CLAR.
Per farmi comparir bene coi miei patrioti, non potrebbe supplire il signor Pantalone? Delle feste e delle cene me ne ha date ancora; non mi potrebbe favorir questa sera?
PANT.
Lo faria volentiera.
Ma adesso gh'ho i mii riguardi.
CLAR.
Che sia vero quel che hanno detto?
PANT.
Cossa ali dito?
CLAR.
Che il signor Pantalone non comanda più, non maneggia più, non è padrone di spendere, né di cavarsi una soddisfazione?
PANT.
No xe vero gnente.
Son patron mi, comando mi, posso spender a modo mio, e che sia la verità, stassera gh'averè la cena e la festa da ballo.
CLAR.
Davvero, vi sarò tanto obbligata, e avrò piacere per voi, acciò si smentiscano le lingue dei maldicenti.
PANT.
Son quel che giera e sarò sempre a vostra disposizion.
Ghe xe stà in casa un poco de borrasca, ma ho buttà l'àncora a fondi e me son defeso.
SCENA DODICESIMA
Il SERVITORE di Clarice e detti.
SERV.
Son qui colla risposta.
CLAR.
Dov'è la roba? (al servitore)
SERV.
Io non ho altra roba che questo pezzo di carta.
PANT.
No i v'ha dà delle pezze de ganzo? No xe vegnù con vu nissun de bottega?
SERV.
Non c'è nessuno con me, e il ganzo non l'ho veduto.
PANT.
Mio fio ghe gerelo?
SERV.
Questa polizza l'ha scritta egli stesso.
PANT.
Cossa diselo? (vuol aprire)
CLAR.
A me, a me; voglio leggerla io.
(prende la carta)
Carissimo signor padre.
Delle pezze di ganzo che vi erano, la più bella l'ha voluta per sé la vostra signora consorte.
Le altre le ho poste in salvo, perché non periscano, e penso di barattarle.
Ho venduto le peruviane e quella ancora che avete mandato, ricuperata dalle mani del Conte.
PANT.
(Stago fresco da galantomo).
(da sé)
CLAR.
Ecco il bell'abito che mi farà il signor Pantalone.
Già il cuore me lo diceva; ho perduto quello che aveva, ed ora sono senza dell'uno e senza dell'altro.
PANT.
Mia muggier s'ha tolto una pezza de ganzo? La me ne renderà conto.
Farò che la lo metta fora, e ve lo manderò avanti sera.
CLAR.
No, no, non voglio entrare in impegno con vostra moglie.
Ciò potrebbe farmi perdere la riputazione presso di lei e presso del mondo.
Pazienza! Farò di meno, e imparerò in avvenire a fidarmi poco delle promesse degli uomini.
PANT.
Vu me mortifichè senza rason.
CLAR.
Non ho ragione di lamentarmi? Che dirà il signor conte? Come potrò giustificarmi con lui della mala azione che per causa vostra gli ho fatto?
PANT.
Ghe remedieremo.
CLAR.
Eh, non vi è altro rimedio che dirgli che voi mi avete sedotta...
PANT.
Cussì me volè trattar?
CLAR.
Compatitemi, è grande la passione di aver perduto un vestito, in tempo che ne ho di bisogno.
PANT.
No son capace de farvene un altro?
CLAR.
Non so di che cosa siate capace.
Vedo ora il bel frutto delle vostre lusinghe.
PANT.
L'oggio fatto fursi per lusingarve?
CLAR.
Se diceste davvero, non mi avreste fatto perdere il certo per l'incerto.
PANT.
Son un galantomo, patrona.
CLAR.
Alle prove si conosce la verità.
PANT.
Alle prove? Tolè, siora, ve farò veder chi son.
Tolè, questi xe cinquanta zecchini; feve un abito de ganzo, e comprevelo da chi volè.
(getta sul tavolino una borsa)
CLAR.
Basteranno cinquanta zecchini?
PANT.
Se no i basterà, supplirò per el resto.
A dosso no ghe n'ho altri.
Voleu che me despoggia in camisa?
CLAR.
No, il mio caro signor Pantalone, vi sono tanto obbligata.
Vedo l'amore, la bontà che avete per me.
Vi ho sempre conosciuto per il re de' galantuomini.
Non farei un dspiacere a voi per trattare un altro, s'ei mi volesse indorare da capo a piedi.
Tratterò il signor conte com'egli merita.
Non isperi egli d'avermi al suo festino.
Voglio venire al vostro, che sarà bello, che sarà magnifico, e che mi sarà tanto più caro, perché mi viene offerto dal bel cuore del mio amatissimo signor Pantalone.
PANT.
Volè anca el festin?
CLAR.
Sì, certo, e anche la cena.
Non me l'avete promesso? Un galantuomo come voi, non manca alla sua parola.
PANT.
No occorre altro.
Faremo tutto.
(Ghe son, e bisoga starghe).
CLAR.
Ma non vi è tempo da perdere, se volete far le cose con buona maniera.
Conviene che andiate a dare gli ordini per questa sera.
PANT.
Aspettè, xe a bonora.
Lasseme gòder un poco la vostra compagnia.
CLAR.
No, se mi volete bene, non perdete tempo.
Mi preme che riesca la cosa con pulizia; andate subito ad ordinare quel che bisogna.
PANT.
E ho d'andar subito?
CLAR.
Via, non mi fate andar in collera.
PANT.
Vago, vago.
Par che me scazzè via.
CLAR.
Questa sera ci divertiremo.
PANT.
Stassera se devertiremo.
Sarè avvisada del logo.
Invidè vu chi volè, che mi no invido nessun.
Arecordeve, sora tutto, che sior conte nol voggio.
CLAR.
Il signor conte non lo pratico più.
PANT.
Brava, a revederse stassera.
Voggieme ben, tendè al sodo, no v'indubitè gnente.
Fin che gh'averò bezzi, i sarà tutti a vostra disposizion.
(parte)
CLAR.
Va subito dal signor conte Silvio, digli che venga qui, che mi preme.
(al servitore) (Non voglio perdere né l'uno, né l'altro).
(parte)
SERV.
La mia padrona ha giudizio.
È una cacciatrice che tende le reti ai fagiani, alle starne, ai passeri ed ai merlotti.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera in casa di Pantalone.
AURELIA e MARCONE
AUR.
Sì, certo, questa sera portatemi tutti i miei vestiti, che il danaro ci sarà per riscuoterli.
MARC.
Quand'ella abbia il danaro, sto qui vicino, mi mandi a chiamare, che vengo subito.
AUR.
Ma che vi pare de' miei vestiti? Mi sembrano antichi, non è egli vero?
MARC.
Certo che sono antichi, per una giovane come lei.
Anzi la consiglierei a venderli e farsene de' più moderni.
AUR.
Ecco qui del broccato per farne uno di gusto.
MARC.
Il drappo è bello.
All'ultima moda.
Ma la pezza è grossa; ve ne sarà per più di un vestito.
AUR.
L'ho misurato.
Sono cinquanta braccia.
MARC.
Si cavano due vestiti intieri senza risparmio.
Ne potrebbe vendere uno.
AUR.
Anzi lo voglio vendere, perché ho bisogno di cento cose e non voglio dipendere da mio marito.
MARC.
Quanto ne vuole al braccio?
AUR.
Alla bottega lo vendono tre zecchini.
MARC.
Oh, non merita questo prezzo.
Vi è pochissimo argento.
Il drappo è leggiero, e anche poco battuto.
Al più, al più, gli si potrebbero dar tre filippi.
AUR.
Se lo volessi dare per tre filippi, voi lo comprereste?
MARC.
Se si trattasse di far a lei un piacere, lo comprerei, cioè ne comprerei ventidue braccia per un'andriene.
AUR.
E ventidue sono quarantaquattro.
Avanzerebbero sei braccia.
Potreste comprare anche le sei braccia che restano.
MARC.
Per farne che? Basta, per servirla, li comprerò a un zecchino al braccio.
AUR.
Quanto mi verrebbe in tutto?
MARC.
Delle ventidue braccia sedici zecchini e mezzo, e sei ventidue e mezzo.
AUR.
Datemi il danaro, e prendetevi ventiotto braccia del drappo.
MARC.
Ma, favorisca in grazia, se questa sera ha da riscuotere i suoi vestiti, perché ora vuol farne uno di nuovo, ch'è inferiore dei suoi?
AUR.
Non mi avete detto che non sono alla moda?
MARC.
Ora mi sovviene che due di essi sono moderni ancor più di questo, e più massicci, e di maggior valore.
Non sarebbe meglio che ella si prendesse di tutta la pezza cento e cinquanta filippi?
AUR.
Cencinquanta filippi non mi sarebbero discari.
(Potrei divertirmi alla conversazione).
(da sé)
MARC.
(Se me la dà, ne guadagno almeno cinquanta).
(da sé)
AUR.
Sono quasi persuasa di farlo.
MARC.
Ed io son pronto a darle il danaro.
AUR.
Animo dunque, il negozio è fatto.
MARC.
Misuriamo la pezza.
AUR.
Misuriamola; ma di me vi potete fidare.
MARC.
Non occorr'altro; sto sulla sua parola.
Contiamo il danaro.
(tira fuori la borsa e principia a numerare)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
(Mia muggier co sto dretto de piazza? Son curioso de saver cossa se contratta).
(da sé, in disparte)
AUR.
Sopratutto che i zecchini siano di Venezia e di peso.
MARC.
Io mi fido di lei, ed ella deve fidarsi di me.
PANT.
(Bezzi? Per diana, che ghe n'averia bisogno anca mi, che siora Clarice me n'ha dà una bona destrigada).
(da sé)
MARC.
Settanta e cinque settantacinque; questi sono settantacinque zecchini...
PANT.
Alto là, patroni.
Cossa xe sti negozi?
AUR.
(Oh maledetto! è capitato in tempo!) (da sé)
PANT.
Coss'è, sior Marcon carissimo, che interessi gh'aveu con mia muggier?
MARC.
Signore, ella vuol vendere questa pezza di broccato, ed io per farle piacere la compro.
PANT.
Per farghe piaser!
MARC.
Io non sono venuto a pregarla.
AUR.
E bene, che vorreste dire per questo? (a Pantalone)
PANT.
Voggio dir, che me maraveggio dei fatti vostri, che in tel caso che se trova la nostra casa, abbiè cuor de tor la roba in bottega, e de venderla per buttarla via.
AUR.
Finalmente la roba di bottega è assicurata dalla mia dote.
PANT.
Se farè cussi, andarà la dota e la bottega e la casa.
Pensè a regolarve, pensè al bisogno che gh'avemo d'economia.
Ai debiti che un zorno bisognerà pagar.
Moderè l'ambizion, scambiè el modo de viver, e tolè esempio da mi.
Via, mostreve una donna savia e prudente.
Aspettè che la sorte se mua per nu, e allora poderè sodisfarve; abbiè giudizio, vivè con regola, e tolè esempio da mi.
AUR.
Orsù, per causa mia non voglio che dite che siete andato in rovina.
Vi lascio il broccato e mi privo di questa soddisfazione, sperando che voi pure farete lo stesso.
Ma se mi accorgo che voi gettiate malamente un paolo, vi assicuro che anch'io non lascierò di fare la parte mia.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE e MARCONE
MARC.
Dunque riprendo il mio danaro e vi chiedo scusa se mai...
PANT.
Aspettè.
Quanto ghe devi de quella pezza de ganzo?
MARC.
Dirò, capisco che in bottega lo venderete di più a chi verrà a comprarlo; ma cercando di volerlo vendere, non si può pretendere...
PANT.
Via, quanto ghe devi?
MARC.
Sono cinquanta braccia in ragione di tre filippi il braccio, cencinquanta filippi.
PANT.
Podeu crescer gnente?
MARC.
Niente affatto.
PANT.
Che bezzi xe quelli?
MARC.
Settantacinque zecchini.
PANT.
Tolè su el ganzo, e portevelo via.
(si prende i zecchini)
MARC.
Ma voi avete sgridato la moglie...
PANT.
Ela li toleva per buttarli via.
Mi togo i bezzi per impiegarli ben.
(Ela li averave zogai, mi almanco li spenderò meggio stassera) (da sé, e parte)
SCENA SEDICESIMA
MARCONE, poi LEANDRO ed il DOTTORE
MARC.
Mi pareva impossibile che Pantalone avesse fatto giudizio.
(prende il broccato sotto il braccio)
LEAN.
Che fate qui voi?
MARC.
Prendo la roba mia, e me ne vado.
LEAN.
Da chi avete avuto quel broccato? Dalla signora Aurelia?
MARC.
Non signore.
L'ho avuto dal signor Pantalone, e a lui ho contato settantacinque zecchini.
LEAN.
Cinquanta braccia di quel broccato a tre filippi il braccio? Con che coscienza lo prendereste?
MARC.
Cosa mi andate voi discorrendo? L'ho preso da un mercante; se non me lo avesse potuto dare, non me lo avrebbe dato.
Egli ha avuto il danaro, ed io mi porto meco la mercanzia; sono un galantuomo e voi, se siete di ciò malcontento, lamentatevi di vostro padre.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
LEANDRO e il DOTTORE
LEAN.
Sentite, signor Dottore? Mio padre continua a precipitare i negozi come ha fatto sempre.
DOTT.
E vi è di peggio ancora.
Tengo persone all'erta per sapere i suoi andamenti; e so ch'egli è stato a fare una lunga visita alla signora Clarice.
LEAN.
Possibile che ciò sia vero?
DOTT.
Che volete di più? La locanda è dirimpetto alla nostra casa.
L'hanno veduto entrare ed uscire mia figlia e la serva.
LEAN.
Ora capisco dove voleva esitare le pezze di broccato, che mi mandò a chiedere.
DOTT.
E vi dirò anche di peggio.
So che ha parlato con de' suonatori per una festa di ballo.
LEAN.
Povero me! Sono assassinato.
DOTT.
Convien trovarvi rimedio.
Sinora negli accomodamenti ho avuto riguardo al suo decoro, da qui in avanti penserò soltanto all'interesse vostro, povero innocente sagrificato!
LEAN.
Venero e rispetto mio padre, ma la sua condotta ci vuol ridurre un'altra volta agli estremi.
(parte)
DOTT.
Vi rimedierò io; chi non ha fede, non merita compassione.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera nel casino della festa di ballo, con tavolino, sedie e lumi accesi.
PANTALONE e TRUFFALDINO
PANT.
Senti, Truffaldin, sta sera gh'ho bisogno de agiuto.
Ho tolto sto casin a fitto per devertirme, e sta sera se fa una cena e un festinetto; ho gusto d'averte anca ti, perché ti xe fidà, e son seguro che ti tenderà a quel che bisogna, ma varda ben, no dir gnente né a mio fio, né a mia muggier, né al Dottor, né a nissun a sto mondo.
Se ti parli, poveretto ti.
TRUFF.
No la dubita gnente, in materia de fedeltà no gh'è nissun che possa dir de mi quel che se pol dir de tanti altri garzoni.
PANT.
Come sarave a dir? Cossa credistu che fazza i altri garzoni?
TRUFF.
I ha ordinariamente tre o quattro vizietti, un più bello dell'altro.
I se diletta de zogar, e chi paga? la cassetta del patron.
I ha la donnetta, e chi la veste? la roba della bottega del patron.
I va all'opera, alla commedia, e a spese de chi? del patron.
I se va a devertir coi so cari amici, e chi tol de mezzo? el patron.
Co i sta a bottega, cossa fali? i mormora del patron, i strapazza el patron, e i conta ai so camarada tutte le fufigne del patron.
PANT.
Ti che ti xe un putto de garbo e senza vizi, come fastu a saver tutte ste cosse?
TRUFF.
Le so perché le so, e se no le savesse, no le saveria.
PANT.
Oh, che bella rason da pandolo! (No vorave che costù fusse pezo dei altri.
Ghe voggio dar una tastadina).
(da sé)
TRUFF.
(Se el la savesse tutta! Ma fazzo le mie cosse con pulizia e nol saverà gnente più de cussì).
(da sé)
PANT.
Stassera, come che te diseva, fazzo un festin; se ti gh'avessi anca ti qualche impegnetto con qualche putta, ti la poderessi menar.
TRUFF.
So che la burla, sior Pantalon.
PANT.
No, no burlo, ho paura che saremo pochetti.
Averave gusto che ghe fusse delle donne, staressimo più allegramente.
TRUFF.
(Se credesse che el disesse da bon!) (da sé)
PANT.
Via, se ti cognossi qualche femena, fala vegnir, e do, e tre, quante che ti vuol.
Za nissun saverà gnente; tasi ti, che taso anca mi.
TRUFF.
Caro sior padron, co se tratta de farghe servizio, la lassa far a mi.
Cognosso quattro o cinque massere, le farò vegnir.
PANT.
(Oh, che baron!) Dime un poco, te fazzo una confidenza.
Vorave veder de cavar le spese in qualche maniera.
Metteremo dei taolini; taggierò alla bassetta e vorave che in maschera ti me stassi arente a farme da groppier: te ne intendistu de bassetta?
TRUFF.
Sior sì, la lassa far a mi, e la taggia liberamente.
Ai ponti ghe tenderò mi.
So cossa che l'è el più, el paroli, el sette a levar, la segonda, la fazza, la sonica, el ponto in marea; so tutto, la se fida de mi.
PANT.
(Oh che galiotto!) (da sé) Caro Truffaldin, te vôi confidar un'altra cossa.
So che ti me vuol ben, ti me assisterà.
TRUFF.
Son qua, per i amici me farave squartar.
PANT.
Bravo, ti me tratti come amigo, no come patron.
TRUFF.
A bottega e in casa ve considero come patron, qua semo al casin, semo in confidenza, e fideve de un omo della me sorte.
PANT.
Mi credo de poderme fidar più come amigo, che come patron.
TRUFF.
No gh'è dubbio, no tradirave un amigo per tutto l'oro del mondo.
PANT.
Più tosto el patron.
TRUFF.
Co l'andasse da l'amigo al patron...
PANT.
Più tosto tradir el patron che l'amigo.
TRUFF.
Vedì ben, l'amicizia l'è una gran cossa.
PANT.
(Melo vago godendo sto caro amigo).
(da sé) Penso che a ste donne che vegnirà, bisogneria donarghe qualcossa.
TRUFF.
Seguro che le donne le vol esser regalade, e se no le se regala, no se fa gnente.
PANT.
Anca ti le to massere ti le regalerà.
TRUFF.
Qualche volta.
PANT.
E come fastu a trovar i bezzi o la roba da regalarle?
TRUFF.
Lassemo andar sti discorsi, che no serve gnente; cossa pensela, sior Pantalon, de voler donar a ste donne?
PANT.
(Eh, ti ghe cascherà, furbazzo!) (da sé) Se poderia donarghe qualche taggio de roba, qualche cavezzo de drappo, della cordela, delle galanterie de bottega.
TRUFF.
Sior sì, ste cosse le donne le gradisse infinitamente.
Anca mi co ghe porto...
E così come vorla far?
PANT.
Me despiase che in bottega ghe xe sempre mio fio.
Gran seccagine, gran ignorante che xe quel mio fio.
TRUFF.
L'è una cossa che no se pol sopportar.
Avaro, fastidioso, cattivo.
PANT.
L'è un temerario de prima riga.
TRUFF.
Credeme da amigo, sior Pantalon, che l'è un aseno.
PANT.
Olà, come parlistu de mio fio? Varda ben che anca elo el xe to patron.
Ti no ti disi mal dei patroni.
TRUFF.
Eh, digo cussì, perché nol me sente.
PANT.
Bravo! Come se poderave far a provvederse del nostro bisogno, senza che elo se n'accorzesse?
TRUFF.
Lassè far a mi.
Za el serra la bottega a bonora, averè tutto quel che volè.
PANT.
Come farastu co la bottega serrada?
TRUFF.
No stè a pensar altro, sarè servido.
PANT.
Ti xe un omo de spirito, ti xe un bon amigo; dimelo in segretezza; za con mi ti te pol confidar; gh'averavistu, per fortuna, qualche chiave falsa?
TRUFF.
Zitto, che nissun senta.
Sior sì, gh'ho una chiave che averze.
PANT.
Caro ti, lassa che la veda.
TRUFF.
Ma...
no credessi mai che fasse delle baronade; son un garzon onorato.
Savìu per cossa che m'ho fatto far sta chiave?
PANT.
Per cossa?
TRUFF.
Perché i patroni delle volte i dorme tardi, i tien le chiave in camera, e cussì posso andar a avrir la bottega la mattina a bonora.
PANT.
Mo che bravo putto! Mo che putto de garbo! Lassemela veder mo sta chiave.
TRUFF.
Eccola qua.
Ma! zitto.
(mostra la chiave)
PANT.
Zitto.
(prende la chiave) E senza far altre chiaccole, sior garzon onorato, che no zioga, che no roba, che no gh'ha donne e che no dise mal dei patroni, andè subito subito a far i fatti vostri, e non abbiè più ardir de metter piè né in casa, né in bottega, e ringraziè el cielo che no ve fazza andar in galia.
TRUFF.
A mi sto tradimento? A un amigo della mia sorte?
PANT.
Oh che caro amigo! Ladro, baron, furbazzo.
TRUFF.
Deme la me chiave.
PANT.
Te darò un fracco de legnae, se no ti va via.
TRUFF.
La me costa un ducato.
PANT.
Chi elo quel favro che te l'ha fatta?
TRUFF.
L'era un galantomo, che le faceva per far servizio ai zoveni de bottega.
PANT.
Voggio saver chi el xe.
Dove stalo de bottega?
TRUFF.
Nol gh'ha bottega, el negozia in casa.
PANT.
Ma dove?
TRUFF.
All'altro mondo.
PANT.
Xelo morto?
TRUFF.
Sior sì; a Napoli, per benemerito della so bella virtù, i gh'ha fatto l'onor de impiccarlo.
PANT.
I te farà a ti l'istesso onor, se ti seguiterà sta vita.
TRUFF.
Per cossa?
PANT.
Perché ti è un ladro.
TRUFF.
Tutti i ladri se impiccheli?
PANT.
Certo.
TRUFF.
Caro sior Pantalon, adesso che so sta cossa, no gh'è dubbio che toga mai più niente a nissun.
Me despiase d'averlo fatto, e ve domando perdon.
Ve ringrazio che m'avè fatto la carità de avisarme, e per gratitudine ve vôi dar anca mi un avertimento da amigo.
Vardeve ben e penseghe ben, perché se mi ho robà ai mi patroni, anca vu avè ingannà i marcanti che v'ha fidà la so roba, e credemelo, sior Pantalon, che anca a questo se ghe dise robar.
(parte)
SCENA SECONDA
PANTALONE, poi MARCONE
PANT.
Tocco de desgrazià!...
Ma! no so cossa dir.
El m'ha fatto vegnir i suori.
Manco mal che no gh'è nissun.
MARC.
Oh, signor Pantalone, la riverisco.
PANT.
Compare Marcon, bona sera sioria.
MARC.
Eccomi qui a ricevere le vostre grazie.
PANT.
Solo sè vegnù? Perché no menar qualchedun?
MARC.
Ho condotto una giovane, ma non l'ho fatta venir avanti, perché non sapevo chi ci fosse.
PANT.
Fela vegnir.
No ghe xe gnancora nissun.
MARC.
Subito.
(in atto di partire)
PANT.
Oe, disè, che roba xela?
MARC.
Una giovane bolognese; ma savia, onesta e civile.
PANT.
Cossa serve? Co la xe con vu, me l'immagino.
Fela vegnir avanti.
MARC.
Subito la faccio venire.
Anzi vi prego di custodirla voi, fin tanto ch'io vado poco lontano per un piccolo interesse.
PANT.
Volentiera.
A mi me la podè consegnar.
Savè che son galantomo, e po xe passà el tempo che Berta filava.
(parte)
MARC.
Basta, basta.
Ritorno presto.
(parte)
SCENA TERZA
PANTALONE, poi GRAZIOSA
PANT.
Me piase l'allegria, la compagnia; da resto de donne no ghe ne penso.
GRAZ.
Serva sua.
(fa una riverenza sgarbata)
PANT.
Patrona, la reverisso.
Stala ben?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Vorla comodarse? Se vorla sentar?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
La xe bolognese n'è vero?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Xela mai più stada a Venezia?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Ghe piasela sta città?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Xela maridada?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Xela putta?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
(Gnor sì, gnor no, la me par una marmottina).
(da sé) Cossa gh'ala nome?
GRAZ.
Graziosa.
PANT.
Graziosa?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
El so cognome?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
No la sa el so cognome?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
De che casada xe so sior padre?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
No la gh'ha padre?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la lo ha mai cognossù so sior padre?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Xelo morto?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
(Oh che capetto d'opera che me xe capità!) (da sé) La diga, gh'ala morosi?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Ghe ne voravela uno?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Mi saravio bon per ela?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Obligado della finezza.
Starala un pezzo a Venezia?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Dove stala de casa?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
Sala ballar pulito?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la xe vegnua qua per ballar?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Xela vegnua per cenar?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Mo brava! Mo che bon mobile che m'ha menà quel caro Marcon!
SCENA QUARTA
Il SERVITORE di Clarice e detti.
SERV.
Servitor umilissimo, signor Pantalone.
PANT.
Quel zovene, ve saludo.
Vienla la vostra patrona?
SERV.
È qui vicina che va venendo, e mi ha mandato innanzi a dire a V.S., se le permette di condurre una persona con lei.
PANT.
No xela patrona?
SERV.
Ma non sa se V.S.
vorrà la persona ch'ella vorrebbe condurre.
PANT.
Tutti, fora che el conte Silvio.
SERV.
Appunto è il conte Silvio ch'ella conduce.
PANT.
Come! la lo sa pur.
La me fa sto torto?
SERV.
Non ha potuto disimpegnarsi, e se non viene il conte, non può venir la padrona.
PANT.
E la festa che xe fatta per ela?
SERV.
Non può venire senza del signor conte.
PANT.
Son curioso de saver el perché.
No so cossa dir, che la vegna con chi la vol.
Da una banda gh'ho gusto che sto sior el veda come se fa a servir una donna, co se xe in t'un impegno; che la vegna, che la xe patrona.
SERV.
Sì, signore, glielo dirò.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE e GRAZIOSA
PANT.
Cossa fala in piè?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
Xela stracca?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la sa dir altro che gnor sì e gnor no?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Via donca, che la diga qualcossa de bello.
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Vorla che la vegna trovar a casa?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la gh'ha reloggio?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Toravela questo, se ghe lo dasse? (le mostra il suo orologio)
GRAZ.
Gnor sì.
(con allegria)
PANT.
Gnor no.
(mette via l'orologio)
GRAZ.
(Piange.)
PANT.
La pianze? Per cossa pianzela?
GRAZ.
Nol so.
(piangendo)
PANT.
Voravela sto reloggio?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Se ghelo darò, me vorala ben?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Mo sarave ben minchion, se ghe lo dasse.
SCENA SESTA
MARCONE e detti.
MARC.
Eccomi di ritorno.
PANT.
Compare, vu m'avè menà una zoggia.
MARC.
Ah? che ne dite?
PANT.
Gnor sì, gnor no, a tutto pasto.
MARC.
Signora Graziosa.
GRAZ.
Gnor.
MARC.
Vi pare che il signor Pantalone sia una persona di merito?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
Caro vu, feme un servizio, menela de là in portego, che debotto la me fa vegnir mal.
MARC.
Vossignoria non conosce il buono.
PANT.
Tegnivela a cara, che la xe una cossa particolar.
MARC.
Volete venire in sala?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Gh'ala bisogno de gnente?
GRAZ.
Gnor no.
MARC.
Fate una riverenza al signor Pantalone.
GRAZ.
Gnor sì.
(fa una riverenza sgarbata e parte)
PANT.
Compare, co no gh'avè de meggio, stè mal.
MARC.
Non conoscete il buono, vi dico.
È una giovine semplice, semplicissima, e non è male ch'ella sappia dir di sì e di no secondo le congiunture.
(parte)
SCENA SETTIMA
PANTALONE, poi CLARICE in maschera ed il conte SILVIO
PANT.
Per mi digo che la xe una sempia, e che me piase che le donne le sappia dir de no con rason, e dir de sì co bisogna.
CLAR.
Eccoci, signor Pantalone, a ricevere le vostre grazie.
PANT.
Anzi i xe onori che mi ricevo da ela e da sior conte, che se degna de favorirme.
SILV.
Ringraziate la signora Clarice.
In grazia sua ho ceduto il luogo, e ho differito la festa che le avevo già preparato.
PANT.
L'aveva parecchià una festa e la l'ha differida? Meggio per ela, sior conte; la scriva in libro: per tanti sparagnati.
SILV.
Voi ne avete più bisogno di me di scrivere a libro le partite di risparmio.
PANT.
Ela no sa i fatti mii.
SILV.
Né voi sapete i miei.
PANT.
Certo mi no posso dir altro de ela, che quel che parla i mi libri.
SILV.
È questa la gran camera della festa da ballo?
PANT.
Lustrissimo sior no.
Ghe xe un portego grando sie volte come sta camera, ben illuminà, con dei sonadori in abbondanza, e po dopo la vederà un tinelo con una tola, che sarà degna della presenza de vussustrissima.
SILV.
Avete fatto bene a prendere in imprestito questo casino, in luogo lontano assai dalle piazze.
PANT.
Perché oggio fatto ben?
SILV.
Perché i vostri creditori difficilmente vi troveranno.
PANT.
E ela l'ha fatto mal a vegnir qua.
SILV.
Per qual ragione?
PANT.
Perché la xe vegnua in casa de un so creditor.
SILV.
(Costui è stanco di vivere).
(da sé)
CLAR.
E bene, signor Pantalone, non vi è nessuno ancora? Non si principia la festa?
PANT.
Xe ancora a bonora; ma se la vol andar in portego, la xe patrona.
SILV.
Già che vi è tempo, signora Clarice, si potrebbe andare dal vostro sarto a sollecitarlo.
Già la gondola aspetta.
PANT.
Ala comprà el ganzo per farse l'abito?
CLAR.
Non ancora.
SILV.
L'abito non sarà di broccato, ma tant'e tanto sarà una cosa nobile e di buon gusto.
PANT.
Saravelo fursi de stoffa peruviana?
CLAR.
Non parliamo ora di vestiti.
Andiamo a veder la sala.
SILV.
Cosa sapete voi di che sia il vestito ch'ella dee farsi?
PANT.
Vardava se el giera el drappo che sior conte ha tolto alla mia bottega.
SILV.
Pensate che in Venezia non ve ne siano di compagni?
PANT.
Ghe ne sarà, ma intanto sior conte ha volesto farne sta finezza de vegnirlo a comprar da nu.
CLAR.
(Non vorrei che si scoprisse l'imbroglio).
(da sé) Andiamo, signor conte, andiamo, signor Pantalone.
SILV.
Ho dato ordine al mio servitore, che paghi a vostro figliuolo quello che ho comperato per me.
PANT.
No la s'incomoda de pagar sta polizza.
Piuttosto la me salda le vecchie.
SILV.
No, no, voglio saldar questa per ora.
Ho dato la mia parola.
PANT.
Per questa no gh'è bisogno, la xe saldada.
SILV.
Perché saldata?
PANT.
Perché la roba xe tornada a bottega.
CLAR.
Volete finirla, signori miei? Volete finirla?
SILV.
Come! L'avreste voi levata dalla bottega del sarto?
PANT.
L'ho tolta dove che l'ho trovada, e la mia roba la posso tor dove che la trovo.
SILV.
Dove l'avete voi trovata?
PANT.
In casa de siora Clarice; e l'avviso per so regola, che co se vol regalar una signora, se va a comprar e se paga, e co no se pol pagar, se fa de manco de far regali.
CLAR.
(L'ha voluta dire, che possaglisi seccar la lingua).
(da sé)
SILV.
Signora Clarice, che cos'è quel che dice il signor Pantalone?
CLAR.
Non so niente.
Andiamo a ballare.
SILV.
Avreste voi avuto l'ardire di portar via un abito alla signora Clarice? (a Pantalone) Ecco cosa sono i bravi giocatori di testa.
Portano via alle donne in luogo di darne, e fanno poscia i festini...
PANT.
I omeni della mia sorte sa donar cinquanta zecchini a una donna per farse un abito de ganzo.
Siora Clarice, se l'ala fatto? L'ala comprà? Se i cinquanta zecchini no basta, la comandi, questi i xe zecchini, e i xe a so disposizion.
(fa vedere una borsa con danari)
SILV.
(Costui tenta di mortificarmi, ma penserò una qualche vendetta).
(da sé)
CLAR.
Signor Pantalone, i galantuomini che fanno una finezza di buon cuore, non la propalano per mortificare chi l'ha ricevuta.
PANT.
La compatissa, la gh'ha rason, ma de le volte no se pol far de manco.
SILV.
Il signor Pantalone fa delle guasconate di molte.
Chi sa che in quella borsa non vi sia del rame invece di oro?
PANT.
Rame, patron? La varda, la se inspecchia in sto rame.
(versa i zecchini sopra la tavola)
SILV.
Tutto sangue di creditori.
PANT.
Cussì xe quell'abito che la gh'ha intorno.
CLAR.
Orsù, signor conte, o che si cambi discorso, o che io me ne vado, e in casa mia non verrete più né l'uno né l'altro...
PANT.
Gnanca mi? Cossa gh'oggio fatto?
CLAR.
Non voglio che per causa mia fra di voi abbiate ad essere nemici.
O pacificatevi, o non pratico più nessuno.
PANT.
Per mi co sior conte no gh'ho inimicizia.
Col me paga el mio contarelo, no voggio altro.
SILV.
Per farvi vedere che dono tutto alla signora Clarice, mi scordo ogni cosa e in segno di buona amicizia venite qui; sediamo e facciamo un taglio alla bassetta.
PANT.
A sta ora la vol zogar?
SILV.
Per che cosa avete qui preparate le carte?
PANT.
Perché se qualchedun se stufa, co i altri balla, el possa devertirse a zogar.
SILV.
Fintanto che si uniscono i convitati, giochiamo.
PANT.
Eh, che xe troppo a bonora.
SILV.
Non ha coraggio il signor Pantalone, ha paura di perdere.
Quei zecchini gli sono assai cari, ora che ne ha più pochi.
PANT.
Mi no gh'ho suggizion de settanta o ottanta zecchini.
Son capace de metterli tutti su un ponto.
SILV.
Animo dunque, proviamoci.
CLAR.
Eh no, lasciate...
PANT.
Che el ghe ne metta fora altrettanti.
SILV.
No, è troppo tutti in un colpo.
Dieci zecchini alla volta.
Ecco dieci zecchini.
Mettete, come volete.
(mescola le carte e fa il taglio)
PANT.
Fante a diese zecchini.
SILV.
Fante; ho vinto.
(dopo aver fatto il giuoco)
PANT.
Va fante a vinti zecchini.
SILV.
Fante.
Ho guadagnato venti zecchini.
(come sopra)
PANT.
Va sette a diese zecchini.
SILV.
Sette.
Voglio dieci zecchini.
(come sopra)
PANT.
Asso, al resto de tutti sti bezzi.
SILV.
Ecco l'asso.
Ho vinto.
(come sopra)
PANT.
Bravo.
I ho persi tutti.
SILV.
Volete altro?
PANT.
Va cinque a vinti zecchini.
SILV.
Danaro in tavola.
PANT.
La taggia, son galantomo.
SILV.
Sulla parola non giuoco.
(si alza e ripone il danaro)
CLAR.
Signor Pantalone, per farmi il vestito di broccato, vi vorrebbero altri venti zecchini.
PANT.
La se li fazza dar da sior Silvio.
CLAR.
Vergogna! Perdere il danaro così miseramente, e mancar di parola a una donna!
PANT.
La doveva far de manco de menarme in casa sto sior.
SILV.
I pari miei vi onorano, quando vengono dove voi siete.
PANT.
Coss'è sti pari miei? Se sa chi sè, sior conte postizzo.
SILV.
Se non avrete giudizio, vi taglierò la faccia.
PANT.
A mi, sior conte cànola? sior baro da carte?
SILV.
Come parli, temerario?
PANT.
Sì, quei bezzi me li avè barai.
SILV.
Eh, corpo di bacco! (mette mano alla spada)
PANT.
Sta in drio.
(mette mano ad un pugnale)
CLAR.
Aiuto.
SCENA OTTAVA
MARCONE e detti.
MARC.
Che cos'è? Cos'è stato?
PANT.
In casa mia se fa de ste azion?
CLAR.
In questi imbarazzi io non ci voglio più essere.
In casa mia non ci venite mai più.
(a Pantalone, e parte)
SILV.
Ci troveremo in altro luogo.
(parte)
SCENA NONA
PANTALONE e MARCONE
PANT.
A monte la festa.
Feme un servizio, licenziè i sonadori, licenziè tutti.
Fe serrar la porta del casin, e po vegnì qua, che discorreremo.
MARC.
Si può sapere il perché?
PANT.
Ve conterò tutto.
Fe prima quel che v'ho dito.
MARC.
I suonatori sono pagati?
PANT.
No i xe pagai, ma i pagherò.
MARC.
Non anderanno via senza esser pagati.
PANT.
Feme el servizio, pagheli vu.
MARC.
Io non ho danari.
PANT.
Fe una cossa, vu come vu, mostrando che mi no sappia gnente.
Diseghe che me xe vegnù mal, che sta sera no se balla altro, e se i vol esser pagai, tolè le candele delle lumiere, e pagheli con della cera.
MARC.
Questa è una cosa che non va bene.
PANT.
Mo via, no fe che me despiera più de quello che son.
MARC.
Compatitemi, non lo farò mai.
E poi cosa dirà quella giovane bolognese?
PANT.
Se ghe dirè andemo a casa, la dirà gnor sì.
MARC.
E la vostra riputazione?
PANT.
Poveretto mi! la xe andada.
MARC.
Il vostro credito?
PANT.
No gh'è più remedio.
MARC.
Sentite.
Arrivano delle persone.
PANT.
Che no i me veda, che no i me trova.
Vago via, scampo via.
Tolè le cere, tolè la cena, ve lasso tut
...
[Pagina successiva]