IL MERCANTE FALLITO, di Carlo Goldoni - pagina 7
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Mi sì, certo; e una donna sincera come vu, no me lo negherà.
CLAR.
È vero, non lo posso negare (È meglio confessarlo per metterlo al punto di far altrettanto).
(da sé)
PANT.
Sto regalo ve l'ha fatto sior conte Silvio.
CLAR.
Verissimo.
Si credeva ch'ei non potesse spendere, ma ha fatto vedere che ne ha, e che è un galantuomo.
PANT.
Anzi in sta occasion el fa veder che el xe un miserabile e un poco de bon.
Sta roba el l'ha cavada de man a mio fio con inganno, con prepotenza.
Nol l'ha pagada e nol gh'ha intenzion de pagarla.
E vu, se sè quella donna d'onor che ve vantè de esser, no l'avè da recever.
CLAR.
Ma egli me l'ha mandata per il suo servitore, ed io l'ho ricevuta; come avrei a fare presentemente?
PANT.
Mandeghela indrio; ma gnanca: el xe capace de venderla, e mi averave perso el mio capital.
Fe cussì demela a mi, fideve de mi.
Diseghe che l'ho vista, che l'ho cognossua...
CLAR.
Ed io, poverina, ho da perdere miseramente un vestito? (con afflizione)
PANT.
Aveu paura che mi no sia capace de farvene uno compagno?
CLAR.
Questo mi piace tanto!
PANT.
Aspettè.
Gh'aveu el vostro servitor in casa?
CLAR.
Ci deve essere.
PANT.
Deme della carta e el calamar, e lassè far a mi, che sarè contenta.
CLAR.
Eccovi il calamaio e la carta.
PANT.
Scrivo do righe, e spero che sarè consolada.
(si pone a scrivere)
CLAR.
(Veramente, se il signor Pantalone ritorna com'era prima, mi giova più la di lui amicizia; è più splendido, è più generoso, e poi, presso la gente del mondo, un vecchio dà meno di osservazione).
(da sé)
PANT.
Ho fenio.
Sentì quel che scrivo a mio fio.
Carissimo figlio.
Mi è riuscito ricuperare la peruviana, carpita dal signor Conte, e la rimando a bottega.
In compagnia del datore della presente, mandatemi per un garzone le quattro pezze di ganzo, perché ho un'occasione di esitarne a pronti contanti.
CLAR.
Perché avete detto a pronti contanti?
PANT.
Digo cussì con mio fio, perché no voggio che el sappia i fatti mii.
Chiamè el servitor.
Demoghe sto drappo, e che el porta i ganzi d'oro e d'arzento, che ve sceglierè quelle che più ve piase.
CLAR.
Ho da rimandar questo? e se non manda le pezze di ganzo, ho da restar senza?
PANT.
Fideve de mi, non abbiè paura.
CLAR.
Lo farò per compiacervi; (ma lo faccio mal volentieri).
(da sé)
PANT.
Tanto più me impegnè a far per vu tutto quello che poderò far.
CLAR.
Vado subito a consegnar al servitore il drappo e la lettera.
(Arrischio dieci per aver trenta; non mi par cattivo negozio).
(da sé, indi parte portando seco la stoffa e il viglietto)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE, poi CLARICE
PANT.
Voggio farghela veder a sto sior conte.
Sior sì, un abito de ganzo per farghe despetto.
E che l'impara a donar la roba soa, e no la roba dei altri.
Nol xe un piccolo affronto quello che per causa mia ghe fa sta donna, a scoverzer le so magagne e mandar la so roba dove el l'ha tolta senza pagarla.
Questo xe segno che la me vol ben, che la fa stima de mi.
CLAR.
Posso far di più per il signor Pantalone?
PANT.
Giusto adesso pensava tra de mi, che certo ve son obligà e che no so per vu cossa che no farave.
CLAR.
Che mi dite ora sul proposito dei trenta zecchini?
PANT.
Che ve li dono e che no ghe ne parlemo mai più.
CLAR.
Se li volete, son pronta a restituirveli.
PANT.
No v'incomodè, no ve travaggiè, che no i voggio.
CLAR.
Aveva fatto un pegno per ritrovarli.
PANT.
Poverazza! gradisso el vostro bon cuor.
Avereu speso gnente per el pegno che avè fatto?
CLAR.
A chi mi ha fatto il piacere, bisognerà ch'io doni almeno un zecchino.
PANT.
No vôi che ghe remettè del vostro per causa mia.
Tolè el zecchin e recuperè la vostra roba.
(le dà uno zecchino)
CLAR.
Grazie al signor Pantalone.
(Anche questo è buono.
Non era così pazza io d'impegnar per lui la mia roba) (da sé)
PANT.
Me basta che me voggiè ben, e sora tutto che ve desfè intieramente de sto sior conte, che no merita d'esser praticà da una donna della vostra sorte.
CLAR.
Mi dispiace una sola cosa.
PANT.
Cossa ve despiase?
CLAR.
Che questa sera mi ha invitata a una festa di ballo e ad una cena ancora, ed io gli ho dato la parola d'andarvi.
PANT.
Se trova una scusa, e no se ghe va.
CLAR.
È vero, lo potrei fare e lo farei volentieri, ma ho preso impegno di condurvi due signore del mio paese coi loro amici e parenti, e mi dispiace di dover fare una cattiva figura.
PANT.
Anca co sti signori se trova un pretesto.
CLAR.
Non saprei qual pretesto ideare.
Questa è una cosa che mi mortifica infinitamente.
PANT.
Cara fia, me despiase anca mi.
Ma da sior conte no gh'avè d'andar.
CLAR.
Per farmi comparir bene coi miei patrioti, non potrebbe supplire il signor Pantalone? Delle feste e delle cene me ne ha date ancora; non mi potrebbe favorir questa sera?
PANT.
Lo faria volentiera.
Ma adesso gh'ho i mii riguardi.
CLAR.
Che sia vero quel che hanno detto?
PANT.
Cossa ali dito?
CLAR.
Che il signor Pantalone non comanda più, non maneggia più, non è padrone di spendere, né di cavarsi una soddisfazione?
PANT.
No xe vero gnente.
Son patron mi, comando mi, posso spender a modo mio, e che sia la verità, stassera gh'averè la cena e la festa da ballo.
CLAR.
Davvero, vi sarò tanto obbligata, e avrò piacere per voi, acciò si smentiscano le lingue dei maldicenti.
PANT.
Son quel che giera e sarò sempre a vostra disposizion.
Ghe xe stà in casa un poco de borrasca, ma ho buttà l'àncora a fondi e me son defeso.
SCENA DODICESIMA
Il SERVITORE di Clarice e detti.
SERV.
Son qui colla risposta.
CLAR.
Dov'è la roba? (al servitore)
SERV.
Io non ho altra roba che questo pezzo di carta.
PANT.
No i v'ha dà delle pezze de ganzo? No xe vegnù con vu nissun de bottega?
SERV.
Non c'è nessuno con me, e il ganzo non l'ho veduto.
PANT.
Mio fio ghe gerelo?
SERV.
Questa polizza l'ha scritta egli stesso.
PANT.
Cossa diselo? (vuol aprire)
CLAR.
A me, a me; voglio leggerla io.
(prende la carta)
Carissimo signor padre.
Delle pezze di ganzo che vi erano, la più bella l'ha voluta per sé la vostra signora consorte.
Le altre le ho poste in salvo, perché non periscano, e penso di barattarle.
Ho venduto le peruviane e quella ancora che avete mandato, ricuperata dalle mani del Conte.
PANT.
(Stago fresco da galantomo).
(da sé)
CLAR.
Ecco il bell'abito che mi farà il signor Pantalone.
Già il cuore me lo diceva; ho perduto quello che aveva, ed ora sono senza dell'uno e senza dell'altro.
PANT.
Mia muggier s'ha tolto una pezza de ganzo? La me ne renderà conto.
Farò che la lo metta fora, e ve lo manderò avanti sera.
CLAR.
No, no, non voglio entrare in impegno con vostra moglie.
Ciò potrebbe farmi perdere la riputazione presso di lei e presso del mondo.
Pazienza! Farò di meno, e imparerò in avvenire a fidarmi poco delle promesse degli uomini.
PANT.
Vu me mortifichè senza rason.
CLAR.
Non ho ragione di lamentarmi? Che dirà il signor conte? Come potrò giustificarmi con lui della mala azione che per causa vostra gli ho fatto?
PANT.
Ghe remedieremo.
CLAR.
Eh, non vi è altro rimedio che dirgli che voi mi avete sedotta...
PANT.
Cussì me volè trattar?
CLAR.
Compatitemi, è grande la passione di aver perduto un vestito, in tempo che ne ho di bisogno.
PANT.
No son capace de farvene un altro?
CLAR.
Non so di che cosa siate capace.
Vedo ora il bel frutto delle vostre lusinghe.
PANT.
L'oggio fatto fursi per lusingarve?
CLAR.
Se diceste davvero, non mi avreste fatto perdere il certo per l'incerto.
PANT.
Son un galantomo, patrona.
CLAR.
Alle prove si conosce la verità.
PANT.
Alle prove? Tolè, siora, ve farò veder chi son.
Tolè, questi xe cinquanta zecchini; feve un abito de ganzo, e comprevelo da chi volè.
(getta sul tavolino una borsa)
CLAR.
Basteranno cinquanta zecchini?
PANT.
Se no i basterà, supplirò per el resto.
A dosso no ghe n'ho altri.
Voleu che me despoggia in camisa?
CLAR.
No, il mio caro signor Pantalone, vi sono tanto obbligata.
Vedo l'amore, la bontà che avete per me.
Vi ho sempre conosciuto per il re de' galantuomini.
Non farei un dspiacere a voi per trattare un altro, s'ei mi volesse indorare da capo a piedi.
Tratterò il signor conte com'egli merita.
Non isperi egli d'avermi al suo festino.
Voglio venire al vostro, che sarà bello, che sarà magnifico, e che mi sarà tanto più caro, perché mi viene offerto dal bel cuore del mio amatissimo signor Pantalone.
PANT.
Volè anca el festin?
CLAR.
Sì, certo, e anche la cena.
Non me l'avete promesso? Un galantuomo come voi, non manca alla sua parola.
PANT.
No occorre altro.
Faremo tutto.
(Ghe son, e bisoga starghe).
CLAR.
Ma non vi è tempo da perdere, se volete far le cose con buona maniera.
Conviene che andiate a dare gli ordini per questa sera.
PANT.
Aspettè, xe a bonora.
Lasseme gòder un poco la vostra compagnia.
CLAR.
No, se mi volete bene, non perdete tempo.
Mi preme che riesca la cosa con pulizia; andate subito ad ordinare quel che bisogna.
PANT.
E ho d'andar subito?
CLAR.
Via, non mi fate andar in collera.
PANT.
Vago, vago.
Par che me scazzè via.
CLAR.
Questa sera ci divertiremo.
PANT.
Stassera se devertiremo.
Sarè avvisada del logo.
Invidè vu chi volè, che mi no invido nessun.
Arecordeve, sora tutto, che sior conte nol voggio.
CLAR.
Il signor conte non lo pratico più.
PANT.
Brava, a revederse stassera.
Voggieme ben, tendè al sodo, no v'indubitè gnente.
Fin che gh'averò bezzi, i sarà tutti a vostra disposizion.
(parte)
CLAR.
Va subito dal signor conte Silvio, digli che venga qui, che mi preme.
(al servitore) (Non voglio perdere né l'uno, né l'altro).
(parte)
SERV.
La mia padrona ha giudizio.
È una cacciatrice che tende le reti ai fagiani, alle starne, ai passeri ed ai merlotti.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera in casa di Pantalone.
AURELIA e MARCONE
AUR.
Sì, certo, questa sera portatemi tutti i miei vestiti, che il danaro ci sarà per riscuoterli.
MARC.
Quand'ella abbia il danaro, sto qui vicino, mi mandi a chiamare, che vengo subito.
AUR.
Ma che vi pare de' miei vestiti? Mi sembrano antichi, non è egli vero?
MARC.
Certo che sono antichi, per una giovane come lei.
Anzi la consiglierei a venderli e farsene de' più moderni.
AUR.
Ecco qui del broccato per farne uno di gusto.
MARC.
Il drappo è bello.
All'ultima moda.
Ma la pezza è grossa; ve ne sarà per più di un vestito.
AUR.
L'ho misurato.
Sono cinquanta braccia.
MARC.
Si cavano due vestiti intieri senza risparmio.
Ne potrebbe vendere uno.
AUR.
Anzi lo voglio vendere, perché ho bisogno di cento cose e non voglio dipendere da mio marito.
MARC.
Quanto ne vuole al braccio?
AUR.
Alla bottega lo vendono tre zecchini.
MARC.
Oh, non merita questo prezzo.
Vi è pochissimo argento.
Il drappo è leggiero, e anche poco battuto.
Al più, al più, gli si potrebbero dar tre filippi.
AUR.
Se lo volessi dare per tre filippi, voi lo comprereste?
MARC.
Se si trattasse di far a lei un piacere, lo comprerei, cioè ne comprerei ventidue braccia per un'andriene.
AUR.
E ventidue sono quarantaquattro.
Avanzerebbero sei braccia.
Potreste comprare anche le sei braccia che restano.
MARC.
Per farne che? Basta, per servirla, li comprerò a un zecchino al braccio.
AUR.
Quanto mi verrebbe in tutto?
MARC.
Delle ventidue braccia sedici zecchini e mezzo, e sei ventidue e mezzo.
AUR.
Datemi il danaro, e prendetevi ventiotto braccia del drappo.
MARC.
Ma, favorisca in grazia, se questa sera ha da riscuotere i suoi vestiti, perché ora vuol farne uno di nuovo, ch'è inferiore dei suoi?
AUR.
Non mi avete detto che non sono alla moda?
MARC.
Ora mi sovviene che due di essi sono moderni ancor più di questo, e più massicci, e di maggior valore.
Non sarebbe meglio che ella si prendesse di tutta la pezza cento e cinquanta filippi?
AUR.
Cencinquanta filippi non mi sarebbero discari.
(Potrei divertirmi alla conversazione).
(da sé)
MARC.
(Se me la dà, ne guadagno almeno cinquanta).
(da sé)
AUR.
Sono quasi persuasa di farlo.
MARC.
Ed io son pronto a darle il danaro.
AUR.
Animo dunque, il negozio è fatto.
MARC.
Misuriamo la pezza.
AUR.
Misuriamola; ma di me vi potete fidare.
MARC.
Non occorr'altro; sto sulla sua parola.
Contiamo il danaro.
(tira fuori la borsa e principia a numerare)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
(Mia muggier co sto dretto de piazza? Son curioso de saver cossa se contratta).
(da sé, in disparte)
AUR.
Sopratutto che i zecchini siano di Venezia e di peso.
MARC.
Io mi fido di lei, ed ella deve fidarsi di me.
PANT.
(Bezzi? Per diana, che ghe n'averia bisogno anca mi, che siora Clarice me n'ha dà una bona destrigada).
(da sé)
MARC.
Settanta e cinque settantacinque; questi sono settantacinque zecchini...
PANT.
Alto là, patroni.
Cossa xe sti negozi?
AUR.
(Oh maledetto! è capitato in tempo!) (da sé)
PANT.
Coss'è, sior Marcon carissimo, che interessi gh'aveu con mia muggier?
MARC.
Signore, ella vuol vendere questa pezza di broccato, ed io per farle piacere la compro.
PANT.
Per farghe piaser!
MARC.
Io non sono venuto a pregarla.
AUR.
E bene, che vorreste dire per questo? (a Pantalone)
PANT.
Voggio dir, che me maraveggio dei fatti vostri, che in tel caso che se trova la nostra casa, abbiè cuor de tor la roba in bottega, e de venderla per buttarla via.
AUR.
Finalmente la roba di bottega è assicurata dalla mia dote.
PANT.
Se farè cussi, andarà la dota e la bottega e la casa.
Pensè a regolarve, pensè al bisogno che gh'avemo d'economia.
Ai debiti che un zorno bisognerà pagar.
Moderè l'ambizion, scambiè el modo de viver, e tolè esempio da mi.
Via, mostreve una donna savia e prudente.
Aspettè che la sorte se mua per nu, e allora poderè sodisfarve; abbiè giudizio, vivè con regola, e tolè esempio da mi.
AUR.
Orsù, per causa mia non voglio che dite che siete andato in rovina.
Vi lascio il broccato e mi privo di questa soddisfazione, sperando che voi pure farete lo stesso.
Ma se mi accorgo che voi gettiate malamente un paolo, vi assicuro che anch'io non lascierò di fare la parte mia.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE e MARCONE
MARC.
Dunque riprendo il mio danaro e vi chiedo scusa se mai...
PANT.
Aspettè.
Quanto ghe devi de quella pezza de ganzo?
MARC.
Dirò, capisco che in bottega lo venderete di più a chi verrà a comprarlo; ma cercando di volerlo vendere, non si può pretendere...
PANT.
Via, quanto ghe devi?
MARC.
Sono cinquanta braccia in ragione di tre filippi il braccio, cencinquanta filippi.
PANT.
Podeu crescer gnente?
MARC.
Niente affatto.
PANT.
Che bezzi xe quelli?
MARC.
Settantacinque zecchini.
PANT.
Tolè su el ganzo, e portevelo via.
(si prende i zecchini)
MARC.
Ma voi avete sgridato la moglie...
PANT.
Ela li toleva per buttarli via.
Mi togo i bezzi per impiegarli ben.
(Ela li averave zogai, mi almanco li spenderò meggio stassera) (da sé, e parte)
SCENA SEDICESIMA
MARCONE, poi LEANDRO ed il DOTTORE
MARC.
Mi pareva impossibile che Pantalone avesse fatto giudizio.
(prende il broccato sotto il braccio)
LEAN.
Che fate qui voi?
MARC.
Prendo la roba mia, e me ne vado.
LEAN.
Da chi avete avuto quel broccato? Dalla signora Aurelia?
MARC.
Non signore.
L'ho avuto dal signor Pantalone, e a lui ho contato settantacinque zecchini.
LEAN.
Cinquanta braccia di quel broccato a tre filippi il braccio? Con che coscienza lo prendereste?
MARC.
Cosa mi andate voi discorrendo? L'ho preso da un mercante; se non me lo avesse potuto dare, non me lo avrebbe dato.
Egli ha avuto il danaro, ed io mi porto meco la mercanzia; sono un galantuomo e voi, se siete di ciò malcontento, lamentatevi di vostro padre.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
LEANDRO e il DOTTORE
LEAN.
Sentite, signor Dottore? Mio padre continua a precipitare i negozi come ha fatto sempre.
DOTT.
E vi è di peggio ancora.
Tengo persone all'erta per sapere i suoi andamenti; e so ch'egli è stato a fare una lunga visita alla signora Clarice.
LEAN.
Possibile che ciò sia vero?
DOTT.
Che volete di più? La locanda è dirimpetto alla nostra casa.
L'hanno veduto entrare ed uscire mia figlia e la serva.
LEAN.
Ora capisco dove voleva esitare le pezze di broccato, che mi mandò a chiedere.
DOTT.
E vi dirò anche di peggio.
So che ha parlato con de' suonatori per una festa di ballo.
LEAN.
Povero me! Sono assassinato.
DOTT.
Convien trovarvi rimedio.
Sinora negli accomodamenti ho avuto riguardo al suo decoro, da qui in avanti penserò soltanto all'interesse vostro, povero innocente sagrificato!
LEAN.
Venero e rispetto mio padre, ma la sua condotta ci vuol ridurre un'altra volta agli estremi.
(parte)
DOTT.
Vi rimedierò io; chi non ha fede, non merita compassione.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera nel casino della festa di ballo, con tavolino, sedie e lumi accesi.
PANTALONE e TRUFFALDINO
PANT.
Senti, Truffaldin, sta sera gh'ho bisogno de agiuto.
Ho tolto sto casin a fitto per devertirme, e sta sera se fa una cena e un festinetto; ho gusto d'averte anca ti, perché ti xe fidà, e son seguro che ti tenderà a quel che bisogna, ma varda ben, no dir gnente né a mio fio, né a mia muggier, né al Dottor, né a nissun a sto mondo.
Se ti parli, poveretto ti.
TRUFF.
No la dubita gnente, in materia de fedeltà no gh'è nissun che possa dir de mi quel che se pol dir de tanti altri garzoni.
PANT.
Come sarave a dir? Cossa credistu che fazza i altri garzoni?
TRUFF.
I ha ordinariamente tre o quattro vizietti, un più bello dell'altro.
I se diletta de zogar, e chi paga? la cassetta del patron.
I ha la donnetta, e chi la veste? la roba della bottega del patron.
I va all'opera, alla commedia, e a spese de chi? del patron.
I se va a devertir coi so cari amici, e chi tol de mezzo? el patron.
Co i sta a bottega, cossa fali? i mormora del patron, i strapazza el patron, e i conta ai so camarada tutte le fufigne del patron.
PANT.
Ti che ti xe un putto de garbo e senza vizi, come fastu a saver tutte ste cosse?
TRUFF.
Le so perché le so, e se no le savesse, no le saveria.
PANT.
Oh, che bella rason da pandolo! (No vorave che costù fusse pezo dei altri.
Ghe voggio dar una tastadina).
(da sé)
TRUFF.
(Se el la savesse tutta! Ma fazzo le mie cosse con pulizia e nol saverà gnente più de cussì).
(da sé)
PANT.
Stassera, come che te diseva, fazzo un festin; se ti gh'avessi anca ti qualche impegnetto con qualche putta, ti la poderessi menar.
TRUFF.
So che la burla, sior Pantalon.
PANT.
No, no burlo, ho paura che saremo pochetti.
Averave gusto che ghe fusse delle donne, staressimo più allegramente.
TRUFF.
(Se credesse che el disesse da bon!) (da sé)
PANT.
Via, se ti cognossi qualche femena, fala vegnir, e do, e tre, quante che ti vuol.
Za nissun saverà gnente; tasi ti, che taso anca mi.
TRUFF.
Caro sior padron, co se tratta de farghe servizio, la lassa far a mi.
Cognosso quattro o cinque massere, le farò vegnir.
PANT.
(Oh, che baron!) Dime un poco, te fazzo una confidenza.
Vorave veder de cavar le spese in qualche maniera.
Metteremo dei taolini; taggierò alla bassetta e vorave che in maschera ti me stassi arente a farme da groppier: te ne intendistu de bassetta?
TRUFF.
Sior sì, la lassa far a mi, e la taggia liberamente.
Ai ponti ghe tenderò mi.
So cossa che l'è el più, el paroli, el sette a levar, la segonda, la fazza, la sonica, el ponto in marea; so tutto, la se fida de mi.
PANT.
(Oh che galiotto!) (da sé) Caro Truffaldin, te vôi confidar un'altra cossa.
So che ti me vuol ben, ti me assisterà.
TRUFF.
Son qua, per i amici me farave squartar.
PANT.
Bravo, ti me tratti come amigo, no come patron.
TRUFF.
A bottega e in casa ve considero come patron, qua semo al casin, semo in confidenza, e fideve de un omo della me sorte.
PANT.
Mi credo de poderme fidar più come amigo, che come patron.
TRUFF.
No gh'è dubbio, no tradirave un amigo per tutto l'oro del mondo.
PANT.
Più tosto el patron.
TRUFF.
Co l'andasse da l'amigo al patron...
PANT.
Più tosto tradir el patron che l'amigo.
TRUFF.
Vedì ben, l'amicizia l'è una gran cossa.
PANT.
(Melo vago godendo sto caro amigo).
(da sé) Penso che a ste donne che vegnirà, bisogneria donarghe qualcossa.
TRUFF.
Seguro che le donne le vol esser regalade, e se no le se regala, no se fa gnente.
PANT.
Anca ti le to massere ti le regalerà.
TRUFF.
Qualche volta.
PANT.
E come fastu a trovar i bezzi o la roba da regalarle?
TRUFF.
Lassemo andar sti discorsi, che no serve gnente; cossa pensela, sior Pantalon, de voler donar a ste donne?
PANT.
(Eh, ti ghe cascherà, furbazzo!) (da sé) Se poderia donarghe qualche taggio de roba, qualche cavezzo de drappo, della cordela, delle galanterie de bottega.
TRUFF.
Sior sì, ste cosse le donne le gradisse infinitamente.
Anca mi co ghe porto...
E così come vorla far?
PANT.
Me despiase che in bottega ghe xe sempre mio fio.
Gran seccagine, gran ignorante che xe quel mio fio.
TRUFF.
L'è una cossa che no se pol sopportar.
Avaro, fastidioso, cattivo.
PANT.
L'è un temerario de prima riga.
TRUFF.
Credeme da amigo, sior Pantalon, che l'è un aseno.
PANT.
Olà, come parlistu de mio fio? Varda ben che anca elo el xe to patron.
Ti no ti disi mal dei patroni.
TRUFF.
Eh, digo cussì, perché nol me sente.
PANT.
Bravo! Come se poderave far a provvederse del nostro bisogno, senza che elo se n'accorzesse?
TRUFF.
Lassè far a mi.
Za el serra la bottega a bonora, averè tutto quel che volè.
PANT.
Come farastu co la bottega serrada?
TRUFF.
No stè a pensar altro, sarè servido.
PANT.
Ti xe un omo de spirito, ti xe un bon amigo; dimelo in segretezza; za con mi ti te pol confidar; gh'averavistu, per fortuna, qualche chiave falsa?
TRUFF.
Zitto, che nissun senta.
Sior sì, gh'ho una chiave che averze.
PANT.
Caro ti, lassa che la veda.
TRUFF.
Ma...
no credessi mai che fasse delle baronade; son un garzon onorato.
Savìu per cossa che m'ho fatto far sta chiave?
PANT.
Per cossa?
TRUFF.
Perché i patroni delle volte i dorme tardi, i tien le chiave in camera, e cussì posso andar a avrir la bottega la mattina a bonora.
PANT.
Mo che bravo putto! Mo che putto de garbo! Lassemela veder mo sta chiave.
TRUFF.
Eccola qua.
Ma! zitto.
(mostra la chiave)
PANT.
Zitto.
(prende la chiave) E senza far altre chiaccole, sior garzon onorato, che no zioga, che no roba, che no gh'ha donne e che no dise mal dei patroni, andè subito subito a far i fatti vostri, e non abbiè più ardir de metter piè né in casa, né in bottega, e ringraziè el cielo che no ve fazza andar in galia.
TRUFF.
A mi sto tradimento? A un amigo della mia sorte?
PANT.
Oh che caro amigo! Ladro, baron, furbazzo.
TRUFF.
Deme la me chiave.
PANT.
Te darò un fracco de legnae, se no ti va via.
TRUFF.
La me costa un ducato.
PANT.
Chi elo quel favro che te l'ha fatta?
TRUFF.
L'era un galantomo, che le faceva per far servizio ai zoveni de bottega.
PANT.
Voggio saver chi el xe.
Dove stalo de bottega?
TRUFF.
Nol gh'ha bottega, el negozia in casa.
PANT.
Ma dove?
TRUFF.
All'altro mondo.
PANT.
Xelo morto?
TRUFF.
Sior sì; a Napoli, per benemerito della so bella virtù, i gh'ha fatto l'onor de impiccarlo.
PANT.
I te farà a ti l'istesso onor, se ti seguiterà sta vita.
TRUFF.
Per cossa?
PANT.
Perché ti è un ladro.
TRUFF.
Tutti i ladri se impiccheli?
PANT.
Certo.
TRUFF.
Caro sior Pantalon, adesso che so sta cossa, no gh'è dubbio che toga mai più niente a nissun.
Me despiase d'averlo fatto, e ve domando perdon.
Ve ringrazio che m'avè fatto la carità de avisarme, e per gratitudine ve vôi dar anca mi un avertimento da amigo.
Vardeve ben e penseghe ben, perché se mi ho robà ai mi patroni, anca vu avè ingannà i marcanti che v'ha fidà la so roba, e credemelo, sior Pantalon, che anca a questo se ghe dise robar.
(parte)
SCENA SECONDA
PANTALONE, poi MARCONE
PANT.
Tocco de desgrazià!...
Ma! no so cossa dir.
El m'ha fatto vegnir i suori.
Manco mal che no gh'è nissun.
MARC.
Oh, signor Pantalone, la riverisco.
PANT.
Compare Marcon, bona sera sioria.
MARC.
Eccomi qui a ricevere le vostre grazie.
PANT.
Solo sè vegnù? Perché no menar qualchedun?
MARC.
Ho condotto una giovane, ma non l'ho fatta venir avanti, perché non sapevo chi ci fosse.
PANT.
Fela vegnir.
No ghe xe gnancora nissun.
MARC.
Subito.
(in atto di partire)
PANT.
Oe, disè, che roba xela?
MARC.
Una giovane bolognese; ma savia, onesta e civile.
PANT.
Cossa serve? Co la xe con vu, me l'immagino.
Fela vegnir avanti.
MARC.
Subito la faccio venire.
Anzi vi prego di custodirla voi, fin tanto ch'io vado poco lontano per un piccolo interesse.
PANT.
Volentiera.
A mi me la podè consegnar.
Savè che son galantomo, e po xe passà el tempo che Berta filava.
(parte)
MARC.
Basta, basta.
Ritorno presto.
(parte)
SCENA TERZA
PANTALONE, poi GRAZIOSA
PANT.
Me piase l'allegria, la compagnia; da resto de donne no ghe ne penso.
GRAZ.
Serva sua.
(fa una riverenza sgarbata)
PANT.
Patrona, la reverisso.
Stala ben?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Vorla comodarse? Se vorla sentar?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
La xe bolognese n'è vero?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Xela mai più stada a Venezia?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Ghe piasela sta città?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Xela maridada?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Xela putta?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
(Gnor sì, gnor no, la me par una marmottina).
(da sé) Cossa gh'ala nome?
GRAZ.
Graziosa.
PANT.
Graziosa?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
El so cognome?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
No la sa el so cognome?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
De che casada xe so sior padre?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
No la gh'ha padre?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la lo ha mai cognossù so sior padre?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Xelo morto?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
(Oh che capetto d'opera che me xe capità!) (da sé) La diga, gh'ala morosi?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Ghe ne voravela uno?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Mi saravio bon per ela?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Obligado della finezza.
Starala un pezzo a Venezia?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Dove stala de casa?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
Sala ballar pulito?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la xe vegnua qua per ballar?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Xela vegnua per cenar?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Mo brava! Mo che bon mobile che m'ha menà quel caro Marcon!
SCENA QUARTA
Il SERVITORE di Clarice e detti.
SERV.
Servitor umilissimo, signor Pantalone.
PANT.
Quel zovene, ve saludo.
Vienla la vostra patrona?
SERV.
È qui vicina che va venendo, e mi ha mandato innanzi a dire a V.S., se le permette di condurre una persona con lei.
PANT.
No xela patrona?
SERV.
Ma non sa se V.S.
vorrà la persona ch'ella vorrebbe condurre.
PANT.
Tutti, fora che el conte Silvio.
SERV.
Appunto è il conte Silvio ch'ella conduce.
PANT.
Come! la lo sa pur.
La me fa sto torto?
SERV.
Non ha potuto disimpegnarsi, e se non viene il conte, non può venir la padrona.
PANT.
E la festa che xe fatta per ela?
SERV.
Non può venire senza del signor conte.
PANT.
Son curioso de saver el perché.
No so cossa dir, che la vegna con chi la vol.
Da una banda gh'ho gusto che sto sior el veda come se fa a servir una donna, co se xe in t'un impegno; che la vegna, che la xe patrona.
SERV.
Sì, signore, glielo dirò.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE e GRAZIOSA
PANT.
Cossa fala in piè?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
Xela stracca?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la sa dir altro che gnor sì e gnor no?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Via donca, che la diga qualcossa de bello.
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Vorla che la vegna trovar a casa?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
No la gh'ha reloggio?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Toravela questo, se ghe lo dasse? (le mostra il suo orologio)
GRAZ.
Gnor sì.
(con allegria)
PANT.
Gnor no.
(mette via l'orologio)
GRAZ.
(Piange.)
PANT.
La pianze? Per cossa pianzela?
GRAZ.
Nol so.
(piangendo)
PANT.
Voravela sto reloggio?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Se ghelo darò, me vorala ben?
GRAZ.
Gnor no.
PANT.
Mo sarave ben minchion, se ghe lo dasse.
SCENA SESTA
MARCONE e detti.
MARC.
Eccomi di ritorno.
PANT.
Compare, vu m'avè menà una zoggia.
MARC.
Ah? che ne dite?
PANT.
Gnor sì, gnor no, a tutto pasto.
MARC.
Signora Graziosa.
GRAZ.
Gnor.
MARC.
Vi pare che il signor Pantalone sia una persona di merito?
GRAZ.
Nol so.
PANT.
Caro vu, feme un servizio, menela de là in portego, che debotto la me fa vegnir mal.
MARC.
Vossignoria non conosce il buono.
PANT.
Tegnivela a cara, che la xe una cossa particolar.
MARC.
Volete venire in sala?
GRAZ.
Gnor sì.
PANT.
Gh'ala bisogno de gnente?
GRAZ.
Gnor no.
MARC.
Fate una riverenza al signor Pantalone.
GRAZ.
Gnor sì.
(fa una riverenza sgarbata e parte)
PANT.
Compare, co no gh'avè de meggio, stè mal.
MARC.
Non conoscete il buono, vi dico.
È una giovine semplice, semplicissima, e non è male ch'ella sappia dir di sì e di no secondo le congiunture.
(parte)
SCENA SETTIMA
PANTALONE, poi CLARICE in maschera ed il conte SILVIO
PANT.
Per mi digo che la xe una sempia, e che me piase che le donne le sappia dir de no con rason, e dir de sì co bisogna.
CLAR.
Eccoci, signor Pantalone, a ricevere le vostre grazie.
PANT.
Anzi i xe onori che mi ricevo da ela e da sior conte, che se degna de favorirme.
SILV.
Ringraziate la signora Clarice.
In grazia sua ho ceduto il luogo, e ho differito la festa che le avevo già preparato.
PANT.
L'aveva parecchià una festa e la l'ha differida? Meggio per ela, sior conte; la scriva in libro: per tanti sparagnati.
SILV.
Voi ne avete più bisogno di me di scrivere a libro le partite di risparmio.
PANT.
Ela no sa i fatti mii.
SILV.
Né voi sapete i miei.
PANT.
Certo mi no posso dir altro de ela, che quel che parla i mi libri.
SILV.
È questa la gran camera della festa da ballo?
PANT.
Lustrissimo sior no.
Ghe xe un portego grando sie volte come sta camera, ben illuminà, con dei sonadori in abbondanza, e po dopo la vederà un tinelo con una tola, che sarà degna della presenza de vussustrissima.
SILV.
Avete fatto bene a prendere in imprestito questo casino, in luogo lontano assai dalle piazze.
PANT.
Perché oggio fatto ben?
SILV.
Perché i vostri creditori difficilmente vi troveranno.
PANT.
E ela l'ha fatto mal a vegnir qua.
SILV.
Per qual ragione?
PANT.
Perché la xe vegnua in casa de un so creditor.
SILV.
(Costui è stanco di vivere).
(da sé)
CLAR.
E bene, signor Pantalone, non vi è nessuno ancora? Non si principia la festa?
PANT.
Xe ancora a bonora; ma se la vol andar in portego, la xe patrona.
SILV.
Già che vi è tempo, signora Clarice, si potrebbe andare dal vostro sarto a sollecitarlo.
Già la gondola aspetta.
PANT.
Ala comprà el ganzo per farse l'abito?
CLAR.
Non ancora.
SILV.
L'abito non sarà di broccato, ma tant'e tanto sarà una cosa nobile e di buon gusto.
PANT.
Saravelo fursi de stoffa peruviana?
CLAR.
Non parliamo ora di vestiti.
Andiamo a veder la sala.
SILV.
Cosa sapete voi di che sia il vestito ch'ella dee farsi?
PANT.
Vardava se el giera el drappo che sior conte ha tolto alla mia bottega.
SILV.
Pensate che in Venezia non ve ne siano di compagni?
PANT.
Ghe ne sarà, ma intanto sior conte ha volesto farne sta finezza de vegnirlo a comprar da nu.
CLAR.
(Non vorrei che si scoprisse l'imbroglio).
(da sé) Andiamo, signor conte, andiamo, signor Pantalone.
SILV.
Ho dato ordine al mio servitore, che paghi a vostro figliuolo quello che ho comperato per me.
PANT.
No la s'incomoda de pagar sta polizza.
Piuttosto la me salda le vecchie.
SILV.
No, no, voglio saldar questa per ora.
Ho dato la mia parola.
PANT.
Per questa no gh'è bisogno, la xe saldada.
SILV.
Perché saldata?
PANT.
Perché la roba xe tornada a bottega.
CLAR.
Volete finirla, signori miei? Volete finirla?
SILV.
Come! L'avreste voi levata dalla bottega del sarto?
PANT.
L'ho tolta dove che l'ho trovada, e la mia roba la posso tor dove che la trovo.
SILV.
Dove l'avete voi trovata?
PANT.
In casa de siora Clarice; e l'avviso per so regola, che co se vol regalar una signora, se va a comprar e se paga, e co no se pol pagar, se fa de manco de far regali.
CLAR.
(L'ha voluta dire, che possaglisi seccar la lingua).
(da sé)
SILV.
Signora Clarice, che cos'è quel che dice il signor Pantalone?
CLAR.
Non so niente.
Andiamo a ballare.
SILV.
Avreste voi avuto l'ardire di portar via un abito alla signora Clarice? (a Pantalone) Ecco cosa sono i bravi giocatori di testa.
Portano via alle donne in luogo di darne, e fanno poscia i festini...
PANT.
I omeni della mia sorte sa donar cinquanta zecchini a una donna per farse un abito de ganzo.
Siora Clarice, se l'ala fatto? L'ala comprà? Se i cinquanta zecchini no basta, la comandi, questi i xe zecchini, e i xe a so disposizion.
(fa vedere una borsa con danari)
SILV.
(Costui tenta di mortificarmi, ma penserò una qualche vendetta).
(da sé)
CLAR.
Signor Pantalone, i galantuomini che fanno una finezza di buon cuore, non la propalano per mortificare chi l'ha ricevuta.
PANT.
La compatissa, la gh'ha rason, ma de le volte no se pol far de manco.
SILV.
Il signor Pantalone fa delle guasconate di molte.
Chi sa che in quella borsa non vi sia del rame invece di oro?
PANT.
Rame, patron? La varda, la se inspecchia in sto rame.
(versa i zecchini sopra la tavola)
SILV.
Tutto sangue di creditori.
PANT.
Cussì xe quell'abito che la gh'ha intorno.
CLAR.
Orsù, signor conte, o che si cambi discorso, o che io me ne vado, e in casa mia non verrete più né l'uno né l'altro...
PANT.
Gnanca mi? Cossa gh'oggio fatto?
CLAR.
Non voglio che per causa mia fra di voi abbiate ad essere nemici.
O pacificatevi, o non pratico più nessuno.
PANT.
Per mi co sior conte no gh'ho inimicizia.
Col me paga el mio contarelo, no voggio altro.
SILV.
Per farvi vedere che dono tutto alla signora Clarice, mi scordo ogni cosa e in segno di buona amicizia venite qui; sediamo e facciamo un taglio alla bassetta.
PANT.
A sta ora la vol zogar?
SILV.
Per che cosa avete qui preparate le carte?
PANT.
Perché se qualchedun se stufa, co i altri balla, el possa devertirse a zogar.
SILV.
Fintanto che si uniscono i convitati, giochiamo.
PANT.
Eh, che xe troppo a bonora.
SILV.
Non ha coraggio il signor Pantalone, ha paura di perdere.
Quei zecchini gli sono assai cari, ora che ne ha più pochi.
PANT.
Mi no gh'ho suggizion de settanta o ottanta zecchini.
Son capace de metterli tutti su un ponto.
SILV.
Animo dunque, proviamoci.
CLAR.
Eh no, lasciate...
PANT.
Che el ghe ne metta fora altrettanti.
SILV.
No, è troppo tutti in un colpo.
Dieci zecchini alla volta.
Ecco dieci zecchini.
Mettete, come volete.
(mescola le carte e fa il taglio)
PANT.
Fante a diese zecchini.
SILV.
Fante; ho vinto.
(dopo aver fatto il giuoco)
PANT.
Va fante a vinti zecchini.
SILV.
Fante.
Ho guadagnato venti zecchini.
(come sopra)
PANT.
Va sette a diese zecchini.
SILV.
Sette.
Voglio dieci zecchini.
(come sopra)
PANT.
Asso, al resto de tutti sti bezzi.
SILV.
Ecco l'asso.
Ho vinto.
(come sopra)
PANT.
Bravo.
I ho persi tutti.
SILV.
Volete altro?
PANT.
Va cinque a vinti zecchini.
SILV.
Danaro in tavola.
PANT.
La taggia, son galantomo.
SILV.
Sulla parola non giuoco.
(si alza e ripone il danaro)
CLAR.
Signor Pantalone, per farmi il vestito di broccato, vi vorrebbero altri venti zecchini.
PANT.
La se li fazza dar da sior Silvio.
CLAR.
Vergogna! Perdere il danaro così miseramente, e mancar di parola a una donna!
PANT.
La doveva far de manco de menarme in casa sto sior.
SILV.
I pari miei vi onorano, quando vengono dove voi siete.
PANT.
Coss'è sti pari miei? Se sa chi sè, sior conte postizzo.
SILV.
Se non avrete giudizio, vi taglierò la faccia.
PANT.
A mi, sior conte cànola? sior baro da carte?
SILV.
Come parli, temerario?
PANT.
Sì, quei bezzi me li avè barai.
SILV.
Eh, corpo di bacco! (mette mano alla spada)
PANT.
Sta in drio.
(mette mano ad un pugnale)
CLAR.
Aiuto.
SCENA OTTAVA
MARCONE e detti.
MARC.
Che cos'è? Cos'è stato?
PANT.
In casa mia se fa de ste azion?
CLAR.
In questi imbarazzi io non ci voglio più essere.
In casa mia non ci venite mai più.
(a Pantalone, e parte)
SILV.
Ci troveremo in altro luogo.
(parte)
SCENA NONA
PANTALONE e MARCONE
PANT.
A monte la festa.
Feme un servizio, licenziè i sonadori, licenziè tutti.
Fe serrar la porta del casin, e po vegnì qua, che discorreremo.
MARC.
Si può sapere il perché?
PANT.
Ve conterò tutto.
Fe prima quel che v'ho dito.
MARC.
I suonatori sono pagati?
PANT.
No i xe pagai, ma i pagherò.
MARC.
Non anderanno via senza esser pagati.
PANT.
Feme el servizio, pagheli vu.
MARC.
Io non ho danari.
PANT.
Fe una cossa, vu come vu, mostrando che mi no sappia gnente.
Diseghe che me xe vegnù mal, che sta sera no se balla altro, e se i vol esser pagai, tolè le candele delle lumiere, e pagheli con della cera.
MARC.
Questa è una cosa che non va bene.
PANT.
Mo via, no fe che me despiera più de quello che son.
MARC.
Compatitemi, non lo farò mai.
E poi cosa dirà quella giovane bolognese?
PANT.
Se ghe dirè andemo a casa, la dirà gnor sì.
MARC.
E la vostra riputazione?
PANT.
Poveretto mi! la xe andada.
MARC.
Il vostro credito?
PANT.
No gh'è più remedio.
MARC.
Sentite.
Arrivano delle persone.
PANT.
Che no i me veda, che no i me trova.
Vago via, scampo via.
Tolè le cere, tolè la cena, ve lasso tutto.
No voggio altro, son desperà.
(parte)
SCENA DECIMA
MARCONE solo.
MARC.
Oh che pazzo! È fallito una volta, e non si ravvede.
Il cielo l'aiuta, e si mette a far peggio.
Può riacquistare il credito, e vuol di nuovo precipitarsi.
Questo è il solito di tali uomini sciagurati.
Chi fallisce per una disgrazia, merita compassione e si può rimettere; ma chi fallisce per cagione dei vizi, è sempre lo stesso, e non merita né aiuto, né compatimento.
(parte per la porta della sala)
SCENA UNDICESIMA
Camera in casa di Pantalone.
AURELIA e il DOTTORE
DOTT.
Così è, signora Aurelia: i seimila ducati della sua dote sono depositati in un banco fruttifero al quattro per cento, e rendono all'anno dugento quaranta ducati.
Di questo frutto ella sarà padrona fin ch'ella vive; ne potrà disporre da sé, farne disporre dal marito o da altri, come vuole, ma si contenterà partire da questa casa, ove né ella, né il signor Pantalone vi devono avere parte veruna.
AUR.
Come? In casa mia chi comanda?
DOTT.
Comanda il signor Leandro per le sue ragioni ereditarie dotali.
Il rispetto ch'egli ha avuto sinora per il padre, lo ha indotto a lasciar ch'egli dominasse ad onta de' suoi disordini, sperandolo ravveduto; ma vedendo ch'egli si regola peggio che mai nel giorno istesso della sua risorsa, si è stabilito di dar moglie al signor Leandro, mandar in pace il signor Pantalone, acciò la mala vita del padre non rovini del tutto il povero innocente figliuolo.
AUR.
E che cosa farà il povero mio marito? Anderà prigione? Anderà mendicando?
DOTT.
Non signora.
Il signor Leandro non è tanto inumano, e chi lo consiglia non ha sentimenti crudeli.
Il signor Pantalone anderà ad abitare in villa per qualche tempo, e gli si passerà un tanto al mese da poter vivere, e il figlio si assumerà di pagar col tempo i creditori del padre.
AUR.
Non ha egli fatta, come io pure, per consiglio vostro una procura al signor Pantalone?
DOTT.
Il signor Leandro l'ha revocata.
AUR.
Ed io non la potrò revocare?
DOTT.
Potete farlo, quando vogliate.
AUR.
Lo faccio subito.
Non voglio ch'ei mi consumi i frutti della mia dote.
DOTT.
Non gli darete niente, signora, per conto vostro?
AUR.
Niente affatto.
Che cosa sono dugento quaranta ducati all'anno? Se voglio vestirmi con un poco di proprietà...
Appunto, ove sono i danari che mi avete promesso per riscuotere i miei vestiti?
DOTT.
I disordini nuovi del signor Pantalone sono causa che non vi si mantiene il patto.
Ma non temete, il signor Leandro col tempo vi contenterà.
SCENA DODICESIMA
LEANDRO e detti.
LEAN.
Sì, signora Aurelia, ch'io venero come madre, se il cielo mi darà fortuna, spero che tutti saranno di me contenti.
Voi avrete un assegnamento discreto, ma in caso di qualche estraordinario bisogno, non vi abbandonerò.
Siete moglie di mio padre, e tanto basta perché io vi rispetti, e sia impegnato per l'onor vostro e per le vostre oneste soddisfazioni.
AUR.
Caro signor Leandro, voi mi fate piangere per tenerezza.
Rimetto tutto nel vostro bel cuore.
Maritatevi, che il cielo vi benedica; io me ne anderò, dove voi mi destinerete ch'io vada.
LEAN.
Siete padrona di restar qui.
Ma è necessario che mio padre vada a ritirarsi in campagna, e sarebbe cosa ben fatta, e lodevole molto, che voi per qualche tempo soffriste di ritirarvi con lui.
AUR.
Sì, lo farò volentieri.
Piuttosto che scomparire in città, mi eleggo di buona voglia il ritiro della campagna.
DOTT.
Gran cosa, che anche nell'atto di far un bene, si voglia perdere il merito per motivo dell'ambizione!
AUR.
Si può sapere chi sia la moglie che avete scelto? (a Leandro)
LEAN.
Ecco qui.
La figlia del signor Dottore, l'amabile signora Vittoria, da cui riconoscerò mai sempre il mio bene, il mio stato, il mio onorevole risorgimento.
DOTT.
Sì signora.
Ventimila ducati di dote e la mia assistenza lo faranno risorgere quanto prima.
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Son qua, son qua anca mi.
LEAN.
Ah! signor padre...
PANT.
So tutto, fio mio, so tutto, e son contento de tutto.
Sì, caro Dottor, el vostro zovene m'ha trovà, el m'ha informà de ogni cossa, e cognosso che el cielo v'ha mosso a pietà de nu, e che vu sè la colonna della nostra casa.
Muggier, vardemose in viso, e vergognemose d'aver fatto a chi pol far pezo.
Mi son contento de andar a star in campagna, e vu, se volè vegnir, vegnì; ma se vegnì, me fe un servizio, se no vegnì, me ne fe do.
Me contenterò de quel poco che mio fio me darà.
Caro fio, te domando perdon d'averte precipità; te prego, co ti pol, de pagar i debiti, e za che el cielo t'ha dà la grazia de no someggiar a to pare, consolete, ringrazielo de cuor, e fissete sempre più in tel cuor le massime bone da galantomo, e da omo da ben.
Giera pentio, aveva stabilio de muar vita, de tender al sodo anca mi, ma i cattivi abiti, le occasion, e el comodo de poderlo far, m'ha un'altra volta tirà al precipizio.
Xe ben che no gh'abbia più gnente da manizar.
Ho gusto che abbiè revocà la procura, e merito de esser mortificà.
Me consolo, fio mio, che ti te maridi e che te tocca una putta savia, discreta e amorosa.
Muggier, compatime, xe ben che vegnì via con mi, perché da vu no so cossa che la poderave imparar.
Soffrì che parla liberamente de vu, se parlo in te l'istessa maniera de mi.
Semo stai do matti, un più bello dell'altro.
Xe tempo de far giudizio.
Mi son vecchio, e vu no sè più una putella.
Andemo in campagna, retiremose dalle pompe, dalle mode, dai devertimenti.
Lassemo far a chi sa, lassemo goder chi merita, e confessemo d'accordo tutti do, che el nostro poco giudizio xe quello che n'ha tratto in rovina, e che m'ha fatto falir.
AUR.
Caro marito, non so chi peggio di noi...
LEAN.
Non parliamo altro di cose triste.
Vi supplico, signor padre...
PANT.
No me fe serrar el cuor più de quello che el xe.
Dottor, avanti de andar in campagna, vorave aver el contento de abrazzar mia niora.
DOTT.
Volentieri.
Se il signor Leandro si contenta...
LEAN.
Anzi mi farete il maggior piacere di questo mondo.
Già le case nostre sono vicine, può venire come si trova.
DOTT.
Vado subito e la conduco da voi.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
AURELIA, LEANDRO e PANTALONE
PANT.
Leandro, te voggio dar un avvertimento.
Manda via subito quel furbazzo de Truffaldin, perché el xe un baron, che gh'ha tutti i vizi del mondo.
LEAN.
Non mi ha dato tempo di licenziarlo.
Si è licenziato da sé; è partito che non saranno due ore, colla barca di Padova.
PANT.
L'ha previsto el colpo.
Varda se el giera un poco de bon; fina le chiave false de bottega el gh'aveva.
Tiò, e conservele per memoria.
El favro che le ha fatte, el dise che a Napoli el xe stà piccà: un zorno o l'altro ghe succederà l'istesso anca a elo.
LEAN.
Convien dire però che Truffaldino non sia dell'ultima scelleratezza, mentre con tutte le chiavi false non ha rubato che picciolissime cose.
PANT.
Tanto per mantegnir i so vizi.
SCENA QUINDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Padroni riveriti.
LEAN.
Che c'è? Che cosa volete?
BRIGH.
Vegno a dire che i pol despenar dai libri le partite del mio padron.
LEAN.
Perché?
BRIGH.
Perché in sto ponto l'è stà chiappà dai sbirri, e l'è stà messo in preson.
PANT.
Gerelo con una donna?
BRIGH.
Sì signor, con siora Clarice.
E anca ela l'è stada messa in una corriera e mandada via.
LEAN.
Per che cosa lo hanno carcerato?
BRIGH.
No ghe so dir, ma credo che ghe sia del sporco.
Prima de tutto nol giera né conte, né lustrissimo, né signor: e po l'ha fatto tante porcarie, tante prepotenze...
SCENA SEDICESIMA
Il DOTTORE, VITTORIA, SMERALDINA ed i suddetti.
DOTT.
Ecco qui mia figliuola.
PANT.
Cara niora, lassè che ve abrazza...
VITT.
Signore, questo titolo non l'ho ancor meritato.
PANT.
Mo perché?
VITT.
Perché ancora non sono moglie di vostro figlio.
PANT.
Cossa fastu che no ti la sposi? Via, Leandro, avanti che me slontana da ti, dame sta consolazion.
LEAN.
Se il signor Dottore si contenta...
DOTT.
Una volta si deve fare: fatelo ora, se ciò v'aggrada.
LEAN.
Che ne dite, Vittoria?
VITT.
Per me son pronta.
LEAN.
Ecco la mano.
VITT.
Eccovi colla mia la mia fede.
PANT.
Son contento, vago via contento.
Tiò, fio mio, un baso, e a vu, niora, un abrazzamento de cuor.
Voggieghe ben a mio fio, che el lo merita.
No vardè che el sia nato da un cattivo pare, perché quanto mi son stà cattivo, altrettanto Leandro xe bon; el xe bon, de bon fondo, de bon cuor, e per questo el cielo lo agiuta; e mi, che meritava de esser fulminà, per i so meriti son ancora in piè, e prego el cielo che me daga tanto de vita da scontar i desordeni della mia mala condotta, e dei cattivi esempi che fin adesso gh'ho dà.
VITT.
Signore, le vostre parole fanno conoscere che siete alfin ragionevole, e insegnate assai più col vostro pentimento, di quello che abbiate fatto colla vostra vita passata; poiché l'errore è comune agli uomini, e il ravvedersi è privilegio di pochi.
PANT.
Mo che parlar! Mo che pensar da putta de garbo! Cossa diseu, muggier? Ah? no i xe miga discorsi de scuffie e de merli de Fiandra.
AUR.
Non mi mortificate d'avvantaggio.
Ammiro la virtù della signora Vittoria, e s'ella mi permette, l'abbraccierò come figlia.
VITT.
Ed io con figliale rispetto vi bacio umilmente la mano.
SMER.
Signori, già che Truffaldino è partito, e non spero di vederlo più, voglio sgravarmi di un peso che ho sullo stomaco.
Egli mi ha portato in più volte il valore di circa duecento ducati, ma tutto è nella mia cassa, a vostra disposizione.
PANT.
Vedeu l'effetto della chiave falsa? (a Leandro)
DOTT.
Così eh, si tien mano? (a Smeraldina)
VITT.
Povera ragazza! credeva che fossero cose sue di Truffaldino; le dava ad intendere che le portava del suo.
SMER.
Così è, in coscienza mia.
LEAN.
Vedo che la signora Vittoria ha compassione di Smeraldina; se le capitasse occasione di maritarsi, le si potrebbe donare quanto ella dice avere del nostro.
SMER.
Oh, che siate mille volte benedetto! Con queste buone massime il cielo non vi abbandonerà.
BRIGH.
Se Smeraldina volesse, el partido no saria lontan.
Se cognossemo che è qualche tempo.
SMER.
Sì, caro Brighella, se mi volete, non dico di no.
VITT.
Via, Smeraldina, fa ancor tu quello che ha fatto la tua padrona.
SMER.
Brighella, dammi la mano.
BRIGH.
Son qua: tiò la man, e andemo a far la revista della dota.
DOTT.
Ma in casa nostra Smeraldina non ci sta più.
VITT.
Vedi, Smeraldina, il bel concetto che ti sei fatta? Per l'avvenire vivi con maggior cautela, dove puoi temere di qualche frode: che se questa volta ti è andata bene, non ti riuscirà sempre con egual felicità.
SMER.
Oh signora, non vi è pericolo che prenda mai più cosa alcuna da chi si sia.
PANT.
Saldi ai propositi, che no i rompemo.
Ghe n'ho fatto anca mi, e pur troppo, con mio dolor e con mia vergogna, appena fatti ho mancà.
Questo vien dal modo de farli, o dalla causa che li fa far.
Co se dise vôi far del ben, in tempo che no se pol far del mal, se fa presto a tornar a far mal, co no se xe più in necessità de far ben.
Un marcante che ha falio per poco giudizio, fina che el xe in desgrazia, el pensa a remetterse; co l'è remesso, el cerca la strada de tornar a falir.
Cossa vuol dir sto desordene? Vuol dir che i omeni no cognosse el ben, se no quando che i se trova in miseria; e che per umiliar i superbi xe necessario che la providenza del ciel li avvilissa, li confonda, e che succeda, a chi no gh'ha cervello, quel che me xe successo anca a mi.
Fine della Commedia.
NOTA:
(1) 1740, dalle Memorie di Goldoni Nota per l'edizione elettronica Manuzio.
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