IL PADRE DI FAMIGLIA, di Carlo Goldoni - pagina 10
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Andava in traccia di quel povero sciagurato, lo cercava per ricondurvelo a casa.
FLOR.
Non gli credete...
PANC.
Zitto là.
Amici, (agli uomini armati) mi raccomando a voi; bisogna condur questa gente a casa; e giacché c'è la figlia di Geronio, e che siamo più vicini alla casa sua che alla mia, conduciamoli là.
Ancora voi, signore, ancora voi dovete venire.
OTT.
Io? Come c'entro?
PANC.
Lo vedrete se c'entrerete.
Se non voglion venir colle buone, strascinateli a forza in casa del signor Geronio; andate, che io vi seguito.
(agli uomini)
OTT.
Sono innocente, sono innocente.
(partono tutti con gli uomini)
SCENA DICIASSETTESIMA
Camera in casa del Dottore, con lumi.
GERONIO e LELIO
GER.
Ah, signor Lelio, sono inconsolabile.
LEL.
Mio fratello ha fatta una simile iniquità?
GER.
L'ha fatta.
Mi ha assassinato.
LEL.
E la signora Rosaura si è lasciata sedurre?
GER.
Non mi sarei mai creduta una cosa simile.
LEL.
Era tanto savia e modesta!
GER.
La credeva innocente come una colomba.
SCENA DICIOTTESIMA
PANCRAZIO di dentro, e detti.
PANC.
Son qua, signor Geronio, gran novità!
GER.
Sapete nulla della mia figliuola?
PANC.
Adesso saprete il tutto.
Lasciate prima che parli a mio figlio.
GER.
Ditemi che cos'è di mia figlia.
PANC.
Abbiate un poco di pazienza.
Consolati, figlio mio, tu sei innocente.
Mi dispiace del travaglio e della pena che hai avuto: ma l'amore di tuo padre ti saprà ricompensare con altrettanta consolazione.
LEL.
Caro signor padre, il vostro amore è una ricchissima ricompensa di tutto quello che ho pazientemente sofferto.
PANC.
Poveretto! Quanto mi dispiace...
GER.
Per carità, mia figlia si è ritrovata?
PANC.
S'è ritrovata.
GER.
Dove? Presto, ove si ritrova?
PANC.
È di là in sala.
GER.
Indegna! Saprò punirla.
(in atto di partire)
PANC.
Fermatevi.
Io l'ho trovata; io l'ho fatta arrestare; il mio figlio è stato il seduttore, e della vostra offesa a me aspetta a trovare il risarcimento.
GER.
Ah! signor Pancrazio, voi mi consolate.
Fate pure tutto quello che credete ben fatto.
Mi rimetto in tutto e per tutto al vostro giudizio, e prometto e giuro non aprir bocca in qualunque cosa sarà ordinata dalla vostra prudenza.
PANC.
E tu, Lelio, acconsentirai a tutto quello che farà tuo padre anco a riguardo tuo?
LEL.
Sarei temerario, se non approvassi tutto ciò che di me dispone mio padre.
PANC.
O bene: così mi piace.
Eh! amici, venite avanti.
(verso la scena)
GER.
Sono sbirri?
PANC.
Non sono sbirri.
Son galantuomini, che m'hanno aiutato per servizio e per carità.
Non ho voluto domandare il braccio della giustizia, perché trattandosi di figliuoli, anco il padre, se ha giudizio e prudenza, può essere giudice e castigarli.
SCENA DICIANNOVESIMA
ROSAURA, FLORINDO e FIAMMETTA con uomini armati, e detti, e OTTAVIO
GER.
Ah disgraziata, sei qui, eh? (verso Rosaura)
PANC.
Zitto, fermatevi e ricordatevi del vostro impegno.
GER.
Sì, fate voi.
PANC.
Signora Rosaura, il suo signor padre si è spogliato della autorità paterna, e ne ha investito me; onde adesso io sono il suo padre e sono nell'istesso tempo suo giudice, e a me tocca a disporre della sua persona, e castigarla di quel fallo che disonora la sua famiglia.
Giudice e padre sono anco di te, indegnissimo figlio, reo convinto di più delitti, reo d'una vita pessima, scandalosa, reo del furto de' trecento scudi, reo d'aver condotta via della casa paterna una ragazza onesta, e reo infine d'aver sedotto una povera serva.
Signori miei, in che stato sono le vostre cose? (a Florindo e a Rosaura)
FLOR.
Io non v'intendo.
ROS.
Io non vi capisco.
PANC.
Poveri innocentini! Parlerò più chiaro.
Che impegno corre tra voi due? Siete voi promessi? Siete sposati? Siete maritati? Che cosa siete?
FLOR.
Ho promesso di sposarla.
FIAMM.
Ha promesso anche a me.
PANC.
Taci tu, che farai bene; e consolati che devi fare con un uomo giusto e che troverà la maniera di rimediare anco al tuo danno.
Dunque tra voi è già corsa la promessa? (a Rosaura)
ROS.
Signor sì.
PANC.
Siete promessi; siete fuggiti di casa; l'onore è offeso; bisogna dunque per ripararlo che vi sposiate.
Signor Geronio, approvate voi la promessa di vostra figlia? L'autenticate colla vostra?
GER.
Sì, fate voi.
PANC.
Ed io prometto per la parte di Florindo, e tra di noi faremo con più comodo la scrittura.
ROS.
(Questo castigo non mi dispiace).
(da sé)
PANC.
Signori, siete solennemente promessi e sarete un giorno marito e moglie; ma se si effettuasse adesso questo matrimonio, verreste a conseguire non la pena, ma il premio delle vostre colpe, e dall'unione di due persone senza cervello non si potrebbero aspettare che cattivi frutti, corrispondenti alla natura dell'albero.
Quattro anni di tempo dovrete stare a concludere le vostre nozze, e in queste spazio Florindo anderà sulla nave ch'è alla vela, dove aveva destinato di mandare il cattivo figliuolo; la signora Rosaura tornerà in campagna, dov'è stata per tanto tempo, serrata in una camera e ben custodita.
ROS.
Quattro anni?
PANC.
Signora sì, quattr'anni.
FLOR.
Questo è un castigo troppo crudele.
PANC.
Se non ti piace la mia sentenza, proverai quella di un giudice più severo.
ROS.
Ma io con mia zia non voglio più ritornare.
PANC.
Signor Geronio, sono in luogo di padre?
GER.
Sì, con tutta l'autorità.
PANC.
Animo dunque.
(agli uomini) Mettetela in una sedia, conducetela dalla sua zia, e fate che si eseguisca.
ROS.
Pazienza! Anderò, giacché il cielo così destina.
OTT.
Andate, figliuola mia, di buon animo, soffrite con pazienza questa mortificazione.
Verrò io qualche volta a ritrovarvi.
ROS.
Statemi lontano per sempre, e volesse il cielo che non v'avessi mai conosciuto.
PANC.
Come, come? È stato forse il maestro che vi ha sedotta?
ROS.
Io stava con mia zia in buona pace, quieta e contenta, quando è venuto costui con dolci parole ed affettate maniere a turbarmi lo spirito, ed invogliarmi del mondo, e farmi odiare la solitudine.
Per sua suggestione ho tormentato mio padre, acciocché mi ritornasse alla casa paterna.
Le sue lezioni mi hanno invaghita del matrimonio: per sua cagione ho conosciuto il signor Florindo; da lui ritrovata di notte, sono stata in procinto di precipitarmi per sempre.
Pazienza! Anderò a chiudermi nella mia stanza; ma non è giusto che vada impunito il perfido seduttore, l'indegno e scellerato impostore.
OTT.
Pazienza! Son calunniato.
FLOR.
No, non è di ragione che, se noi proviamo il castigo, quel perfido canti il trionfo.
Egli è quello che, invece di darmi delle buone lezioni, m'insegnava scrivere le lettere amorose.
Egli mi ha condotto a giuocare; egli mi ha introdotto in casa di queste buone ragazze; mi ha egli assistito al furto de' trecento scudi, ed è opera sua il cambio della cenere colle monete.
OTT.
Pazienza! Son calunniato.
FIAMM.
Io pure, povera sventurata, sono in queste disgrazie per sua cagione.
Egli mi ha consigliata a sposare il signor Florindo, e per prezzo della sua mediazione mi ha cavati dal braccio gli smanigli d'oro.
OTT.
Pazienza!...
PANC.
Pazienza gli stivali.
Uomo iniquo, indegno, scellerato.
Con voi non posso esser giudice, perché non vi son padre.
Anderete al vostro foro, e il vostro giudice vi castigherà...
SCENA VENTESIMA
TRASTULLO e detti.
TRAST.
Signor padrone, una parola.
PANC.
Che c'è?
GER.
Che cosa v'è di nuovo?
TRAST.
Sono qua gli sbirri, se ve ne è bisogno.
GER.
Dove sono?
TRAST.
Sono in istrada.
GER.
Venite con me.
(a Trastullo) Ora torno.
(a Pancrazio, e parte con Trastullo)
OTT.
(Mi par che il tempo si vada oscurando).
(da sé)
PANC.
Si può dare un uomo più indegno, più scellerato di voi? Vi confido due figliuoli, e voi me li assassinate.
Il povero Lelio sempre strapazzato e calunniato; Florindo sedotto e precipitato.
Dove avete la coscienza?
SCENA VENTUNESIMA
GERONIO e detti.
GER.
Signor Ottavio, mi favorisca d'andarsene di questa casa.
OTT.
Ma, signore, così mi discacciate? Sono un galantuomo.
GER.
Siete una birba, siete un briccone.
Presto, andate fuori di questa casa.
OTT.
Vi dico, signore, che parliate bene.
GER.
Signor Pancrazio, fatemi il piacere; fatelo cacciar via per forza dalla vostra gente.
PANC.
Sibbene, scacciatelo via di qua; meriterebbe, invece di scender le scale, di esser gettato dalle finestre.
OTT.
No, no, non v'incomodate.
Anderò via, anderò via.
(Mi sento la galera alle spalle, solito fine di chi vive come ho vissuto io).
(da sé, e parte)
PANC.
Mi dispiace che quell'iniquo resti senza castigo.
SCENA VENTIDUESIMA
TRASTULLO e detti.
TRAST.
Il colpo è fatto: il signor maestro è in trappola.
Lo conducono in carcere.
GER.
Meritamente.
PANC.
Guardate che sorta d'uomo aveva in casa! Poveri figli! Povero padre! Ma terminiamo la nostra operazione.
Animo, signora Rosaura, se ne vada a buon viaggio.
ROS.
Signor padre, che dite? (a Geronio)
GER.
Va, non ti ascolto.
ROS.
E avrete cuore di vedermi partire senza baciarvi la mano?
GER.
Non ne sei degna.
ROS.
Pazienza! Vedessi almeno mia sorella prima di partire.
GER.
Signor Pancrazio, vi contentate che le diamo questa consolazione?
PANC.
Perché no? Questo se le può concedere.
GER.
Eleonora.
SCENA VENTITREESIMA
ELEONORA e detti.
ELEON.
Eccomi qui.
GER.
Tua sorella desidera salutarti.
ROS.
Sorella carissima...
ELEON.
Eh! sorella carissima, non è più tempo di collo torto.
ROS.
Abbiate giudizio.
ELEON.
Abbiatene voi, che ne avete più bisogno di me.
ROS.
Io torno nel mio ritiro.
ELEON.
Ed io resto nella mia casa.
ROS.
Vado a viver con maggior cautela.
ELEON.
Ed io continuerò a viver come faceva.
ROS.
In casa di mia zia, chi ha giudizio, vive assai bene.
ELEON.
Chi ha giudizio, vive bene anche in casa propria.
ROS.
Ma non bisogna praticar nessuno.
ELEON.
Le pratiche fanno male per tutto.
ROS.
Sorella, addio.
ELEON.
Addio, Rosaura, addio.
ROS.
Signor Florindo...
Posso salutare il mio sposo? (a Pancrazio)
PANC.
Oh! signora sì.
Lo saluti pure.
ROS.
Addio, caro.
FLOR.
Poverina! Addio.
ROS.
Ah! che sposalizio infelice! (parte con uomini armati)
PANC.
Sbrigatevi, voi, che la nave v'aspetta.
(a Florindo)
FLOR.
Caro signor padre...
PANC.
Non v'è né padre, né madre.
Andate a bordo, che vi manderò il vostro bisogno.
FLOR.
Pazienza! Maladetti vizi.
Maladetto il maestro, che me li ha insegnati.
Ah mia madre, che me li ha comportati! Ella è cagione della mia rovina.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
È qui mio figlio? È qui!
PANC.
Signora sì: arrivate giusto in tempo di sentirlo dir bene di voi.
BEAT.
Sei pentito? Mi vuoi chieder perdono?
FLOR.
Che perdono? Di che vi ho da chieder perdono? Di quello che ho fatto per vostra cagione? Ora conosco il bene che mi avete voluto.
Ora comprendo che sono precipitato per causa vostra: vado sopra una nave, non mi vedrete mai più.
(via con gli uomini armati)
BEAT.
Ah! sì, son rea, lo confesso; ma siccome il mio delitto è provenuto da amore, non credeva avesse a rimproverarmene il figlio stesso che ho troppo amato.
PANC.
Ma, la va così.
I figli medesimi sono i primi a rimproverare il padre e la madre, quando sono stati male educati.
BEAT.
Se così mi tratta il mio figlio naturale; qual trattamento aspettar mi posso da Lelio, che mi è figliastro?
LEL.
Lelio vi dice che, se avrete della discretezza per lui, egli avrà della stima e del rispetto per voi.
BEAT.
E mio consorte che dice?
PANC.
Il consorte dice che, se avrete giudizio, sarà meglio per voi.
BEAT.
Ed io dico che, se in casa non vi è più mio figlio, non ci voglio più venir nemmen io.
PANC.
A buon viaggio.
BEAT.
La mia dote?
PANC.
La sarà pronta.
BEAT.
Anderò a viver co' miei parenti.
PANC.
Così starete meglio voi e starò meglio ancor io.
BEAT.
Basta, ne discorreremo.
PANC.
Benissimo! Quando volete.
Intanto per finire tutto con buona grazia, signor Geronio, potremmo fare un'altra cosa.
GER.
Dite pure, voi siete padron di tutto.
PANC.
Non avete detto che dareste una vostra figlia a mio figliuolo?
GER.
Per me son contentissimo.
PANC.
Lelio che cosa dice?
LEL.
La stimerò mia fortuna.
PANC.
E la signora Eleonora?
ELEON.
Non posso desiderare maggior felicità.
BEAT.
Ora in casa non ci starei un momento.
Vado da mio fratello, e mandatemi la mia dote.
(parte)
PANC.
Sarete servita.
Non poteva desiderar di meglio.
FIAMM.
Ed io, meschina, che farò?
PANC.
È giusto che ancora tu resti consolata.
Trovati marito, ed io ti prometto la dote.
Ecco tutto aggiustato.
La bacchettona è condannata a far davvero quello che faceva per finzione.
Florindo è andato a purgare in mare i falli che ha fatto in terra.
L'innocenza di Lelio è ricompensata.
La bontà della signora Eleonora è premiata.
Fiammetta è risarcita de' suoi danni.
Geronio è contento.
Io son consolato, e mia moglie si è castigata da se medesima.
Spero che il mondo, sciente di questo fatto, dirà che io non ho mancato al mio debito.
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