IL PADRE DI FAMIGLIA, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
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BEAT.
Sentite che temerario!
FLOR.
Cara signora madre, non mortificate il povero mio fratello, abbiate carità di lui; se è ignorante, imparerà.
LEL.
Che caro signor virtuoso! La ringrazio de' buoni uffici che fa per me.
Ti conosco: finto, simulatore, bugiardo.
BEAT.
Uh lingua maladetta! Andiamo, andiamo, non gli rispondere.
Non andare in collera, che il sangue non ti si riscaldi; vieni, vieni, che ti voglio fare la cioccolata.
FLOR.
Cara signora madre, avrei bisogno di due zecchini.
BEAT.
Sì, vieni, che ti darò tutto quello che vuoi.
Sei parte di queste viscere, e tanto basta.
(parte)
FLOR.
Se non fosse l'amor di mia madre, non potrei divertirmi e giuocare quando io voglio.
Mio padre è troppo severo.
Oh benedette queste madri! Son pur comode per i figliuoli! (parte)
SCENA TERZA
OTTAVIO, LELIO, poi PANCRAZIO
OTT.
E così, signor Lelio, questo conto come va?
LEL.
Ma come volete ch'io faccia il computo di queste monete, se non mi avete dimostrato che aggio facciano gli scudi di Genova?
OTT.
Siete un ignorante.
Ve l'ho detto cento volte.
(Pancrazio esce da una stanza, e si trattiene ad ascoltare)
LEL.
Può essere che me l'abbiate detto, ma non me lo ricordo.
OTT.
Perché avete una testa di legno.
LEL.
Sarà così.
Vi prego di tornarmelo a dire.
OTT.
Le cose, quando l'ho dette una volta, non le ridico più.
LEL.
Ma dunque come ho da fare?
OTT.
O fare il conto, o star lì.
LEL.
Io il conto non lo so fare.
OTT.
E voi non uscirete di qua.
LEL.
Ma finalmente non sono un villano da maltrattarmi così.
OTT.
Siete un asino.
LEL.
Giuro al cielo, se mi perdete il rispetto, vi tirerò questo calamaio nella testa.
OTT.
A me questo?
LEL.
A voi, se non avete creanza.
OTT.
Ah indegno! Ah ribaldo!...
PANC.
(Entra in mezzo)
OTT.
Avete intese le belle espressioni del vostro signor figliuolo? Il calamaio nella testa mi vuol tirare.
Questo è quello che si acquista a voler allevar con zelo e con attenzione la gioventù.
LEL.
Ma signor padre...
PANC.
Zitto là, temerario.
Questo è il vostro maestro e gli dovete portar rispetto.
LEL.
Ma se...
PANC.
Che cosa vorreste dire? Il maestro è una persona che si comprende nel numero de' maggiori, e bisogna rispettarlo e obbedirlo quanto il padre e la madre.
Anzi in certe circostanze si deve obbedire più de' genitori medesimi, perché questi qualche volta, o per troppo amore o per qualche passione, si possono ingannare: ma i maestri savi, dotti e prudenti, operano unicamente pel bene e pel profitto de' loro scolari.
LEL.
Se tale fosse il signor Ottavio...
PANC.
A voi non tocca a giudicarlo.
Vostro padre ve l'ha destinato per maestro, e ciecamente lo dovete obbedire.
A me tocca a conoscere s'egli è uomo capace di regolare i miei figli; e voi, se avrete ardir di parlare e di non far quello che vi conviene, vi castigherò d'una maniera che ve ne ricorderete per tutto il tempo di vostra vita.
LEL.
Ma signor padre, lasciatemi dire la mia ragione, per carità.
PANC.
Non vi è ragione che tenga.
Egli è il maestro, voi siete lo scolaro.
Io son padre, voi siete figlio.
Io comando, ed egli comanda.
Chi non obbedisce il padre, chi non obbedisce il maestro, è un temerario, un discolo, un disgraziato.
LEL.
Dunque...
PANC.
Andate via di qua.
LEL.
Ho da finire.
PANC.
Andate via di qua, vi dico.
LEL.
Pazienza! (Gran disgrazia per un povero scolaro dover soffrire le stravaganze di un cattivo maestro!) (da sé, parte)
SCENA QUARTA
OTTAVIO e PANCRAZIO
OTT.
Bravo, signor Pancrazio: siete veramente un padre prudente e saggio.
PANC.
Mio figlio è andato via; siamo soli, e nessuno ci ascolta.
Signor Ottavio, con vostra buona grazia, voi siete un cattivo maestro, e se non muterete sistema, in casa mia non ci starete più.
OTT.
Come, signore, di che cosa vi potete lamentar di me?
PANC.
Sono stato là indietro, ed ho sentito con qual bella maniera insegnate le vostre lezioni.
Colla gioventù è necessario qualche volta il rigore; ma la buona maniera, la pazienza e la carità è più insinuante per far profitto.
Se si vede che nello scolare vi sia dell'ostinazione, e che non s'approfitti per non volere applicare, si adopra con discretezza il rigore; ma se il difetto viene dal poco spirito e dalla poca abilità, bisogna aiutarlo con amore, bisogna assisterlo con carità, consolarlo, animarlo, dargli coraggio, e fare che si adoperi per acquistarsi la grazia d'un amoroso maestro, e non pel spavento d'un aguzzino.
OTT.
Dite bene: son dalla vostra.
Ma quel Lelio mi fa perder la pazienza.
PANC.
Se non sapete adoprar la pazienza, non fate la profession del maestro.
Noi altri poveri padri fidiamo le nostre creature nelle vostre mani, e dipende dalla vostra educazione la buona o la cattiva riuscita de' nostri figliuoli.
OTT.
Io ho sempre fatto l'obbligo mio e lo farò ancora per l'avvenire.
Del mio modo di vivere non ve ne potete dolere.
Procuro d'insinuar loro delle buone massime, e se mi badassero, diventerebbero due figliuoli morigerati ed esemplarissimi.
PANC.
Se non fanno il loro debito, se non vi obbediscono, ditelo a me.
Non siate con loro tanto severo.
Fate vi riguardino con rispetto, e non con timore.
Quando lo scolare è spaventato dal maestro, lo considera come un nemico.
Qualche volta è necessario dargli qualche premio, accordargli qualche onesto divertimento.
In questa maniera i figliuoli s'innamorano della virtù, studiano con più piacere e imparano più facilmente.
OTT.
Lelio è ostinato, altiero e intrattabile: all'incontro Florindo è docile, rispettoso e obbediente.
PANC.
Io son padre amoroso di tutti e due: sono ambidue del mio sangue e la premura che ho per uno, l'ho ancora per l'altro.
Odio e aborrisco la bestialità di quei padri che, innamorati d'un figliuolo, poco si curano dell'altro.
Florindo è più docile, Lelio è più altiero: ma col più docile sto più sostenuto, e col più altiero qualche volta adopro maggior dolcezza...
Dico qualche volta, perché la docilità continuata può diventar confidenza, l'alterigia irritata può diventar odio e disprezzo: così contrappesando co' loro temperamenti il mio contegno, spero ridurli pieni di rispetto per me, come io sono pieno d'amore per loro.
OTT.
Viva mill'anni il signor Pancrazio.
PANC.
Viva duemila il mio caro signor maestro.
OTT.
Ella potrebb'essere precettore d'un mezzo mondo.
PANC.
E a me basta che ella sia buono per i miei due figliuoli.
OTT.
Impiegherò tutta la mia attenzione.
PANC.
Ella farà il suo debito.
OTT.
Vossignoria non avrà da dolersi di me.
PANC.
Né vossignoria di me.
OTT.
M'affaticherò, suderò.
PANC.
E io premierò le sue fatiche, ricompenserò i suoi sudori.
OTT.
Bravo, bravissimo! sono sempre bene spesi que' danari che contribuiscono al profitto de' figli.
La mia attenzione si raddoppierà sempre, ed io son sicuro della generosità del signor Pancrazio.
(parte)
SCENA QUINTA
PANCRAZIO solo.
PANC.
Non son sordo, ho capito.
Son uomo che paga, son uomo che spende, ma che sa spendere: se egli è maestro di scuola, io son maestro d'economia.
Ma giacché ho tempo, voglio un poco discorrerla con questo nuovo servitore, che ho preso questa mattina.
Gran fatalità! Bisogna ogni quindici giorni mutar la servitù: e per qual causa? Per la mia cara signora Beatrice.
Ma! L'ho fatta la seconda minchioneria, mi son tornato a maritare: mi parve un buon acquisto sedici mila scudi di dote, ma mi sono costati cari, perché li ho scontati a forza di struggimenti di cuore.
Eh! Trastullo.
SCENA SESTA
TRASTULLO e detto.
TRAST.
Illustrissimo.
PANC.
Zitto con questo illustrissimo, non mi state a lustrare, che non voglio.
TRAST.
La mi perdoni, sono avvezzo a parlar così, e mi pare di mancare al mio debito, se non lo fo.
PANC.
Avrete servito de' conti e de' marchesi, e per questo sarete assuefatto a lustrare.
Ma io son mercante, e non voglio titoli.
TRAST.
Ho servito delle persone titolate, ma ho servito ancora gente che sta a bottega, fra i quali un pizzicagnolo e un macellaro.
PANC.
E a questi davate dell'illustrissimo?
TRAST.
Sicuro; particolarmente le feste, sempre illustrissimo.
PANC.
Oh, questa veramente è graziosa! Ed essi si bevevano il titolo senza difficoltà, eh?
TRAST.
E come! Il pizzicagnolo particolarmente, dopo aver fatto addottorare un suo figlio, gli pareva di esser diventato un gran signore.
PANC.
Se tanto si gonfiava il padre, figuratevi il figlio!
TRAST.
L'illustrissimo signor dottore? Consideri! In casa si faceva il pane ordinario, ma per lui bianco e fresco ogni mattina.
Per la famiglia si cucinava carne di manzo e qualche volta un capponcello: per lui v'era sempre un piccion grosso, una beccaccia o una quaglia.
Quando egli parlava, il padre, la madre, i fratelli, tutti stavano ad ascoltarlo a bocca aperta.
Quando volevano autenticar qualche fatto o sostener qualche ragione, dicevano: L'ha detto il dottore, il dottore l'ha detto, e tanto basta.
Io sentiva dire dalla gente che l'illustrissimo signor dottore ne sapeva pochino, ma però ha speso bene i suoi denari, perché coll'occasione della laurea dottorale son diventati illustrissimi anco il padre e la madre, e se io stava con loro un poco più, diventava illustrissimo ancora io.
PANC.
Io vado all'antica, e non mi curo di titoli superlativi.
Mi basta aver de' danari in tasca; con i danari si mangia, e con i titoli tante e tante volte si digiuna.
Ditemi un poco, avete voi parlato con mia moglie?
TRAST.
Illustrissimo sì.
PANC.
Innanzi pure con questo illustrissimo: v'ho detto che non lo voglio.
TRAST.
Eppure la padrona se lo lascia dare, e non dice niente.
PANC.
Se la padrona è matta, non sono matto io.
TRAST.
Ma come devo dunque contenermi? Qual titolo le ho da dare?
PANC.
Giacché il mondo in oggi si regola su' titoli, quello di signora è sufficientissimo.
TRAST.
Signora si dice anco alla moglie d'un calzolaio; alla moglie d'un mercante bisogna darle qualche cosa di più.
PANC.
Basta che la moglie d'un mercante abbia una buona tavola, e che possa comparir da sua pari.
Orsù, cominciamo a metter le cose in pratica.
Prendete, questo è un mezzo zecchino; andate a spendere, comprate un cappone con tre libbre di manzo, che farà buon brodo e servirà per voi altri.
Prendete un pezzo di vitello da latte da fare arrosto e due libbre di frutti.
In casa c'è del salame e del prosciutto.
Pane e vino ce n'è per tutto l'anno.
Le minestre le prendo all'ingrosso, onde regolatevi che non si passino i dieci paoli.
Voglio che si mangi, non voglio che la famiglia patisca; ma non voglio che si butti via.
TRAST.
Ella dice benissimo: anco a me piace molto l'economia, e specialmente dove vi è della famiglia.
Ma se comanda, per vossignoria torrò un piccion grosso o quattro animelle...
PANC.
Signor no, quel che mangio io, mangiano tutti.
In tavola il padre non ha da mangiare meglio de' figliuoli, perché i figliuoli, vedendo il padre mangiar meglio di loro, gli hanno invidia, restano mortificati, e procurano in altro tempo i mezzi di soddisfar la loro gola.
TRAST.
Vossignoria è molto esatto nelle buone regole del padre di famiglia.
PANC.
Oh, se sapeste quanti debiti e quanti pesi ha un padre di famiglia, tremereste solo a pensarlo! (parte)
SCENA SETTIMA
TRASTULLO solo.
TRAST.
Il mio padrone la sa lunga, ma la so più lunga di lui.
Oh, s'ingannano questi padroni accorti, se si credono di arrivare a conoscere tutte le malizie de' servitori! L'industria umana sempre più si raffina, e per conoscere un furbo, ci vuole un furbo e mezzo.
SCENA OTTAVA
Sala.
FIAMMETTA che dà l'amido alle camicie.
FIAMM.
Presto, presto, bisogna inamidare queste camicie, altrimenti la signora padrona va sulle furie.
Basta dire che siano pel suo caro Florindo.
Se fossero per il signor Lelio, non gliene importerebbe, anzi mi saprebbe impiegare in altro, per distormi dal compiacerlo.
Quel Florindo non lo posso vedere; mi viene intorno a fare il galante, e la signora padrona lo vede, lo sa e se ne ride; ma io non sono di quelle cameriere che servono per tenere i figliuoli in casa, acciò non periscano fuori di casa.
Eccolo quell'impertinente.
Mi perseguita sempre.
SCENA NONA
FLORINDO e FIAMMETTA
FLOR.
Fiammetta, che fate voi di bello?
FIAMM.
Non vede? do l'amido alle camicie.
(sostenuta)
FLOR.
E di chi è questa bella camicia?
FIAMM.
È di vossignoria illustrissima.
(ironicamente)
FLOR.
Brava, la mia cara Fiammetta.
Siete veramente una giovine di garbo.
FIAMM.
Obbligatissima alle sue grazie.
(senza guardarlo)
FLOR.
Siete graziosa, siete spiritosa, ma avete un difetto che mi spiace.
FIAMM.
Davvero? E qual è questo difetto che a lei dispiace?
FLOR.
Siete un poco rustica; avete dei pregiudizi pel capo.
FIAMM.
Fo il mio debito, e tanto basta.
FLOR.
Eh! ragazza mia, se non farete altro che il vostro debito, durerete fatica a farvi la dote.
FIAMM.
Noi altre povere donne, quando abbiamo un buon mestiere per le mani, troviamo facilmente marito.
FLOR.
La fortuna vi ha assistito, facendovi capitare in una casa dove vi è della gioventù, e voi non ve ne sapete approfittare.
FIAMM.
Signor Florindo, questi discorsi non fanno per me.
FLOR.
Cara la mia Fiammetta, e pure ti voglio bene.
FIAMM.
Alla larga, alla larga; meno confidenza.
FLOR.
Lasciatemi vedere, che camicia è questa? (con tal pretesto le tocca le mani)
FIAMM.
Eh! giù le mani.
FLOR.
Guardate, questo manichino è sdrucito.
(la tocca)
FIAMM.
Che impertinenza!
FLOR.
Via, carina.
(segue a toccarla)
FIAMM.
Lasciatemi stare, o vi do questo ferro sul viso.
FLOR.
Non sarete così crudele.
(come sopra)
FIAMM.
Insolente.
(gli dà col ferro sulle dita)
FLOR.
Ahi! mi avete rovinato.
Ahi! mi avete abbruciato.
SCENA DECIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Cos'è? Cos'è stato?
FLOR.
Fiammetta col ferro rovente mi ha scottate le dita; mirate, ahi, che dolore!
BEAT.
Ah disgraziata! Ah indegna! Perché hai fatto questo male al povero mio Florindo?
FIAMM.
Signora, io non l'ho fatto apposta.
FLOR.
Via, non l'avrà fatto apposta.
BEAT.
Ma voglio sapere come e perché l'hai fatto.
FIAMM.
Se lo volete sapere, ve lo dirò.
Questo vostro signor figliuolo è troppo immodesto.
BEAT.
Perché immodesto? Che cosa ti ha fatto?
FIAMM.
Mi vien sempre d'intorno: mi tocca le mani.
BEAT.
Presto, va a prender dell'aceto, che voglio bagnar le dita a questo povero figliuolo.
Presto, dico.
FIAMM.
Vado, vado.
(Che bella madre!) (da sé)
BEAT.
Ti ha scottato col ferro?
FLOR.
Signora sì.
BEAT.
Lascia, lascia, ne troveremo un'altra.
(Poverino! Non va quasi mai fuor di casa; se non si diverte colla servitù, con chi si ha da divertire?) (da sé)
FLOR.
Non vorrei che la mandaste via, signora madre.
BEAT.
No? perché?
FLOR.
Perché, per dirvela...
mi accomoda tanto bene le camicie...
BEAT.
Eh, bricconcello, ti conosco.
Abbi giudizio, eh, abbi giudizio.
(È giovine, povero ragazzo, lo compatisco).
(da sé)
FIAMM.
Eccolo l'aceto.
(torna con un vaso d'aceto)
BEAT.
Via, bagnagli quella mano.
FIAMM.
Ma io non so fare.
BEAT.
Guardate.
Non sa fare.
Ci vuol tanta fatica? Si prende la mano e si versa l'aceto sopra.
FLOR.
Fate così, fate presto.
Ahi, che dolore!
FIAMM.
(Oh pazienza, pazienza!) (da sé) Eccomi, come ho da fare?
FLOR.
Così, prendi questa mano.
FIAMM.
Così?
FLOR.
Così.
SCENA UNDICESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Buon pro faccia al signor fratello.
Mi rallegro che si diverta colla cameriera; e la rispettabile signora madre lo comporta.
BEAT.
Come ci entrate voi? Che cosa venite a fare nelle mie camere?
LEL.
Sono venuto a vedere se il signor fratello vuole uscir di casa.
BEAT.
Mio figlio non ha da venir con voi.
Siete troppo scandaloso; non voglio ch'egli impari i vostri vizi.
LEL.
Imparerò io le virtù di lui.
Che bella lezione di moralità è questa? Per mano della cameriera!
BEAT.
A voi non si rendono questi conti.
LEL.
Fo per imparare.
BEAT.
Andate via di qua...
LEL.
Questa è camera di mio padre, e ci posso stare ancor io.
BEAT.
Questa è camera mia, e non vi ci voglio.
SCENA DODICESIMA
PANCRAZIO e detti.
PANC.
Che cosa è questo fracasso?
BEAT.
Questo impertinente non se ne vuol andare da questa camera.
PANC.
Come! Sì poco rispetto a tua madre?
LEL.
Ma questa, signor padre...
PANC.
Taci.
E tu, Florindo, che cosa fai a tener per mano la cameriera?
LEL.
Egli, egli, e non io...
PANC.
Zitto, ti dico.
Che cos'è questa confidenza? Che cosa sono queste domestichezze?
FLOR.
Signore, mi sono scottato...
BEAT.
Povera creatura; è caduto in terra per accidente, ha dato la mano sul ferro che aveva messo qui Fiammetta, e vedetelo lì, si è abbruciato, si è rovinato.
PANC.
E v'è bisogno che Fiammetta lo medichi? Perché non lo fate voi?
BEAT.
Oh! io non ho cuore.
Se mi accosto, mi sento svenire.
PANC.
Animo, animo, basta così.
(a Fiammetta)
FIAMM.
(Se sto troppo in questa casa, imparerò qualche cosa di bello).
(da sé) Comanda altro?
BEAT.
Va via di qua, non voglio altro.
FIAMM.
(Manco male).
(va per partire)
FLOR.
(Cara Fiammetta, un poco più di carità).
(piano a Fiammetta)
FIAMM.
(Se questa volta vi ho scottate le dita, un'altra volta vi scotto il naso).
(piano a Florindo, e va via)
PANC.
Eh ragazzi, ragazzi! Se non avrete giudizio!
LEL.
Ma che cosa faccio? Gran fatalità è la mia!
PANC.
Manco parole.
Al padre non si risponde.
BEAT.
Se ve lo dico, è insopportabile.
FLOR.
Di me, signor padre, spero non vi potrete dolere.
PANC.
Qua voi non ci dovete venire.
Questa non è la vostra camera.
BEAT.
Via, non gli gridate.
Poverino! Guardatelo com'è venuto smorto.
Subito che gli si dice una parola torta, va in accidente.
PANC.
Ah che caro bambino! Vuoi tu la chicca, vita mia? (ironico)
BEAT.
Già lo so, non lo potete vedere.
Quello è le vostre viscere; quello è il vostro caro.
Il figlio della prima sposa.
Il primo frutto de' suoi teneri amori.
PANC.
Basta, basta.
Ovvia, signorini, andatevi a vestire, e andate fuori di casa col signor maestro.
LEL.
La signora madre non vuole che Florindo venga con me.
BEAT.
Signor no, non voglio.
Non siete buono ad altro che a dargli de' mali esempi.
LEL.
Eh, la signora madre gli dà dei buoni consigli.
BEAT.
Sentite che temerario!
LEL.
La verità partorisce l'odio.
PANC.
Vuoi tu tacere?
LEL.
Mi sento crepare.
PANC.
Se tu non taci...
Va via di qua.
LEL.
(Oh! se fosse viva mia madre, non anderebbe così) (da sé, e parte)
PANC.
Via, andate ancora voi.
Vestitevi, che il maestro v'aspetta.
BEAT.
Ma se non voglio che vada con Lelio...
PANC.
A me tocca a regolare i figliuoli.
Animo, sbrigatevi.
(a Florindo)
FLOR.
Io altro non desidero che obbedire il signor padre.
BEAT.
Sentitelo se non innamora con quelle parole dolci.
PANC.
Belle, belle, ma vogliono esser fatti e non parole.
BEAT.
Che fatti? Che cosa volete ch'egli faccia?
PANC.
Studiare e far onore alla casa.
BEAT.
Oh! per istudiare, studia anche troppo.
PANC.
Anche troppo? E lo dite in faccia sua? Senti tu che cosa dice tua madre? Che tu studi troppo.
Ma io che ti son padre, ti dico che, se tu non istudierai, se tu non mi obbedirai, ti saprò castigare.
Animo, va col signor maestro.
FLOR.
(Sarà facile ch'io l'obbedisca, mentre è un maestro fatto apposta per uno scolare di buon gusto, come son io).
(da sé, parte)
SCENA TREDICESIMA
PANCRAZIO e BEATRICE
PANC.
Che diavolo fate voi! Sul suo viso dite al vostro figliuolo che egli studia anche troppo? È questa la buona maniera di rilevare i figliuoli? Mi maraviglio de' fatti vostri.
Non avete punto di giudizio.
BEAT.
Confesso il vero che ho detto male; non lo dirò più.
Ma voi, compatitemi, siete troppo austero, non date mai loro una buona parola; li tenete in troppa soggezione.
PANC.
Il padre non deve dar mai mai confidenza ai figliuoli; non dico che li debba trattar sempre con severità, ma li deve tener in timore.
La troppa confidenza degenera in insolenza; e crescendo con l'età l'ardire e la petulanza, i figliuoli male allevati arrivano a segno di disprezzare e di maltrattare anco il padre.
BEAT.
Mio figlio non è capace di queste cose.
È un giovane d'indole buona, e non potrebbe far male, ancor se volesse.
PANC.
Come! non potrebbe far male, ancor se volesse? Sentimento da donna ignorante.
Felice quello che nasce di buon temperamento, ma più felice chi ha la sorte d'avere una buona educazione! Un albero nato in buon terreno, piantato in buona luna, prodotto da una perfetta semenza, se non si coltiva, se non gli si leva per tempo i cattivi rami, diventa salvatico, fa pessimi frutti, e resta un legno inutile e buono solo a bruciare.
Così i figliuoli, per bene che nascano, per buon temperamento che abbiano, come non si rilevano bene, come non si danno loro de' buoni esempi, diventano pessimi, diventano gente inutile, gente trista, scorno delle famiglie e scandalo delle città.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE sola.
BEAT.
Io non so di tanta dottrina.
Non ho altro figlio che quello, e non lo voglio perdere per farlo troppo studiare.
Se potessi, vorrei ammogliarlo.
Mio marito vorrà dar moglie al maggiore, ed io come potrei soffirire in casa la consorte d'un mio figliastro! Sino una nuora, una sposa del mio caro figlio, la soffirirei; benché difficilmente fra la suocera e la nuora si trovi pace.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Camera in casa di Geronio.
ROSAURA vestita modestamente, ed ELEONORA
ELEON.
Brava sorellina, ho piacere che siate uscita dal vostro ritiro, e che siate venuta in casa a tenermi compagnia.
ROS.
Sorella carissima, sa il cielo quanto godo di stare in buona pace con voi, in casa del nostro carissimo genitore; ma io per altro stava più quieta nel mio ritiro, sotto la disciplina di quella buona donna di nostra zia, che è il ritratto della vera esemplarità.
ELEON.
È vero che la casa di nostra zia è piena di buoni esercizi e di opere virtuose, ma qui pure in casa nostra possiamo esercitar la virtù, essere due sorelle esemplari.
ROS.
Oh! come si vive là, non si può viver qui.
Le cure domestiche traviano dal sentiero della virtù.
ELEON.
Anzi le cure domestiche tengono lo spirito divertito, che non si perde in cose vane o in cose pericolose.
ROS.
Qui si tratta, si conversa, si vede, si sente.
Oibò, oibò, non ci sto volentieri.
ELEON.
Ma ditemi, cara sorella, in casa della signora zia non veniva mai alcuno a ritrovarvi?
ROS.
Ci veniva qualche volta quell'uomo da bene, quell'uomo di perfetti costumi, il signore Ottavio.
ELEON.
Il signore Ottavio? il maestro de' figliuoli del signor Pancrazio?
ROS.
Quello appunto.
Oh che uomo da bene! Oh che uomo esemplare!
ELEON.
E che cosa veniva a fare da voi?
ROS.
Veniva ad insegnarmi a ben vivere.
ELEON.
E dove vi parlava?
ROS.
Nella mia camera.
ELEON.
E la signora zia che diceva?
ROS.
Oh! la signora zia e di lui e di me si poteva fidare.
I nostri discorsi erano tutti buoni.
Se qualche volta s'alzavano gli occhi, era per pura curiosità, non per immodestia.
ELEON.
Quanto a questo poi, io sono stata allevata in casa; ma né mia madre, buona memoria, né mio padre, che il cielo conservi, mi avrebbero lasciata sola in una camera con un uomo esemplare.
ROS.
Perché voi altri fate tutto con malizia; ma in casa di mia zia tutto si fa a fin di bene.
ELEON.
Basta, sarà come dite.
Ma, cara sorella, sapete perché nostro padre vi ha levata di quella casa e vi ha voluto presso di lui?
ROS.
Io non lo so certamente.
Son figlia obbediente ed ho abbassato il capo a' suoi cenni.
ELEON.
Quanto mi date, se ve lo dico?
ROS.
Se il ciel vi salvi, ditemelo per carità.
ELEON.
Ho inteso dire, non da lui ma da altri, che voglia maritarvi.
ROS.
Maritarmi?
ELEON.
Sì, maritarvi.
Siete la maggiore.
Tocca a voi, poi a me.
ROS.
Oh cielo, cosa sento! Io dovrei accompagnarmi con un uomo?
ELEON.
Farete anco voi quello che fanno le altre.
ROS.
Voi vi maritereste?
ELEON.
Perché no? Se mio padre l'accordasse, lo farei volentieri.
ROS.
Vi maritereste così ad occhi chiusi?
ELEON.
Mio padre li aprirà per lui e per me.
ROS.
E se vi toccasse un marito che non vi piacesse?
ELEON.
Sarei costretta a soffrirlo.
ROS.
Oh! no, sorella carissima, non dite così, che non istà bene.
Il matrimonio vuol pace, vuol amore, vuol carità.
Il marito bisogna prenderlo di buona voglia, che piaccia, che dia nel genio; altrimenti v'è il diavolo, v'è il diavolo, che il ciel ci guardi.
ELEON.
Dunque come ho da fare?
ROS.
Via, via, che le ragazze non parlano di queste cose.
ELEON.
Cara sorella, mi raccomando a voi.
ROS.
Siate buona, e non dubitate.
ELEON.
Me lo t
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