IL PADRE DI FAMIGLIA, di Carlo Goldoni - pagina 5
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BEAT.
Eh briccone, tu mi farai qualche ragazzata.
FLOR.
(No davvero.
L'impegnerò per dieci zecchini).
(piano a Beatrice)
BEAT.
(E che cosa ne vuoi fare degli altri due?)
FLOR.
(Ve lo dirò poi).
BEAT.
(Voglio saperlo).
FLOR.
(Ve lo dirò.
Non voglio che senta il signor maestro).
BEAT.
Signor Ottavio, andate, se avete da far qualche cosa.
OTT.
Ma non sarebbe meglio che quell'anello l'impegnassi io?
FLOR.
Signor no, signor no, voglio far io.
OTT.
Ricordatevi i vostri impegni.
FLOR.
So tutto; son galantuomo.
OTT.
(Se mi burla, glielo farò scontare).
(da sé, e parte)
SCENA TERZA
BEATRICE e FLORINDO
BEAT.
Ebbene, dimmi: che cosa vuoi fare di quei due zecchini?
FLOR.
(Ride)
BEAT.
Via, dimmelo, non mi far penare.
FLOR.
Voglio comprare un bel ventaglio.
BEAT.
E che vuoi fare di un ventaglio?
FLOR.
Fare un regalo a una bella ragazza.
BEAT.
A una bella ragazza? Di che condizione?
FLOR.
Civile e da par mio.
BEAT.
E chi è questa? Lo voglio sapere.
FLOR.
Ve lo dirò, signora madre, ve lo dirò.
È la signora Eleonora, figlia del signor dottore Geronio.
BEAT.
Come la conosci?
FLOR.
L'ho veduta.
BEAT.
Le hai parlato?
FLOR.
Signora sì.
BEAT.
Dove?
FLOR.
In casa.
BEAT.
Ah, sei stato anche in casa.
FLOR.
Signora sì.
BEAT.
E chi ti ha condotto?
FLOR.
Il signor maestro.
BEAT.
Bravo signor maestro! Conduce i giovani dalle ragazze! Quando torna, voglio che mi senta.
FLOR.
No, cara signora madre, vi prego, vi supplico, non gli dite nulla, non lo sgridate.
Poverino! È tanto buono, m'insegna con tanto amore.
Se mi volete bene, non lo sgridate.
BEAT.
Via, via, per amor tuo tacerò.
Ma non voglio che si vada dalle ragazze.
FLOR.
Ah! mi piace tanto la signora Eleonora! Non posso vivere senza di lei.
BEAT.
Poverino! Sei innamorato?
FLOR.
Sono innamoratissimo.
BEAT.
Poter del mondo! Così presto ti sei innamorato?
FLOR.
Credetemi che io non posso né mangiare, né bere, né dormire.
BEAT.
T'ammalerai, se farai così.
FLOR.
Se voleste, si potrebbe rimediare al mio male.
BEAT.
Come?
FLOR.
Se vi contentaste che la sposassi, tutto andrebbe bene.
BEAT.
Io per soddisfarti mi contenterei, ma tuo padre non si contenterà.
FLOR.
Basta che voi vogliate, dirà di sì.
BEAT.
Sarà difficile.
Vorrà ammogliare tuo fratello maggiore.
FLOR.
Ed io sapete che cosa farò?
BEAT.
Che cosa farai?
FLOR.
Anderò via; mi farò soldato, né mi vedrete mai più.
BEAT.
Taci, cattivello, taci che mi fai morire.
E avresti cuore di abbandonar tua madre?
FLOR.
E voi avete cuore di veder penare il vostro unico figlio?
BEAT.
Se stesse in mio potere, ti consolerei.
FLOR.
Sta a voi, se volete.
Ecco mio padre, non perdete tempo.
Parlategli subito, e ricordatevi che, se non mi sposo ad Eleonora, prenderò un laccio e mi appiccherò.
(parte)
SCENA QUARTA
BEATRICE e PANCRAZIO
BEAT.
Fermati, senti.
Oh povera me! In che imbarazzo mi trovo.
Amo questo mio figlio più di me stessa, e l'amore che io ho per lui mi fa chiudere gli occhi a tutto quello che può essere di pregiudizio a mio marito, alla mia casa, a me stessa.
Ben venuto.
PANC.
Bondì a V.
S.
(turbato)
BEAT.
Che avete? Mi parete alquanto turbato.
PANC.
Eh niente, niente, sono un poco stracco.
BEAT.
Volete sedere?
PANC.
Sì, sederò volentieri.
Non v'è nessuno che porti una sedia?
BEAT.
Non v'è nessuno, ve la darò io.
PANC.
O brava: siate benedetta!
BEAT.
(Bisogna prenderlo colle buone).
(da sé)
PANC.
(Oggi è di buona luna).
(da sé) Dove sono i ragazzi?
BEAT.
Florindo studia.
Lelio sa il cielo dove sarà.
PANC.
Ma che? non sono tornati a casa insieme?
BEAT.
Oh pensate! Lelio ha piantato il maestro.
PANC.
Ha piantato il maestro? Come torna, voglio che mi senta.
BEAT.
Verrà a tavola a ora di pranzo colla solita sua franchezza; e voi non gli direte nulla, e lo lascerete mangiare senza dirgli una parola.
PANC.
A tavola io non grido.
Se ho qualche cosa co' miei figliuoli, piuttosto li mando a mangiare in camera, e così li mortifico senza gridare.
BEAT.
Sentite, finché non farete la risoluzione di mandar via Lelio, non avremo mai bene.
PANC.
Perché? Che cosa vi fa egli mai?
BEAT.
Egli inquieta tutti: a me non porta rispetto: calpesta il povero suo fratello e lo maltratta: si ride del maestro: infastidisce la servitù; insomma non si può tollerare.
PANC.
Io non dico che Lelio sia la miglior creatura del mondo; ma tutte queste cose che dite di lui, io non le ho ancora vedute.
BEAT.
Già si sa, non bisogna toccargli il suo primogenito.
PANC.
Si può parlare una volta tra marito e moglie d'amore e d'accordo, senza rancore e a cuore aperto?
BEAT.
Io non parlo mai; non potete dire che io sia di quelle che vogliono censurare ogni cosa.
PANC.
Ovvia, venite qua, sedete vicino a me, e discorriamo di una cosa che molto mi preme, e che deve premere anche a voi.
BEAT.
Dite pure, vi ascolto.
PANC.
M'è stato detto che il signor Geronio vuol maritare una delle sue figlie...
BEAT.
M'immagino sarà la signora Eleonora, perché la signora Rosaura si è ritirata con sua zia, e dice di non si voler maritare.
PANC.
O bene; sarà dunque la signora Eleonora.
Un amico che mi vuol bene, mi ha avvisato di ciò, e considerando che io ho due figli, mi ha fatto toccar con mano che un miglior partito di questo per la mia casa non potrei trovare.
Che cosa dite su questo particolare? Ci avete alcuna difficoltà? Parlatemi liberamente.
Per quanto so, la ragazza è savia e modesta; ma siccome voi altre donne sapete tutte le ciarle e i fatti delle case, ditemi se vi è cosa alcuna che possa guastare un tal parentado.
BEAT.
Anzi io so di certo che la signora Eleonora è molto propria e civile, d'ottimi costumi e di buono aspetto; e poi, se avesse qualche difetto, sotto la mia educazione si correggerà facilmente.
Ma ditemi una cosa, che mi preme assai più.
A quale de' due figliuoli pensate voi di dar moglie?
PANC.
A Lelio.
BEAT.
Sarebbe una gran cosa se maritaste il secondo invece del primo?
PANC.
Non posso far questo torto al primogenito.
BEAT.
Quanto a questo, me ne rido.
Li potete ammogliar tutti e due.
PANC.
La molteplicità de' matrimoni rovina le famiglie; onde per conservarle basta che uno si mariti.
BEAT.
A voi preme di dare stato a Lelio, a me di dare stato a Florindo.
Tutti e due possiamo esser contenti.
PANC.
Come? Tutti e due possiamo esser contenti? Che maniera di parlare è questa? Le premure della moglie non hanno da esser diverse da quelle del marito.
Sono ambedue miei figli; a me tocca a pensarvi, e voi non vi dovete impacciare in simili cose.
BEAT.
Florindo l'ho fatto io.
PANC.
Bene, dopo messo al mondo avete finito; il resto tocca a me.
BEAT.
Voi non pensate ad altri che al primo; e sapete perché? Perché alla prima moglie volevate tutto il vostro bene.
Io sono da voi mal veduta.
PANC.
Io vi voglio bene: ma, per parlarvi col cuore in mano, se voi aveste quelle buone parti che aveva la mia prima moglie, ve ne vorrei ancora di più.
BEAT.
Ecco qui la solita canzone; sempre in mezzo la buona memoria della prima moglie.
PANC.
Oh! ella non mi diceva mica: a voi preme questo, a me preme quest'altro: oh benedetta! Mi ricorderò sempre di te, fin che vivo.
BEAT.
Orsù, vogliatemi bene, vogliatemi male, non m'importa niente.
Mi preme mio figlio, e se non pensate voi a dargli stato, ci penserò io.
PANC.
Sì? come, in grazia?
BEAT.
Colla mia dote.
Della mia dote ne posso far quel che voglio.
PANC.
Quando sarò morto, ma non finché vivo.
Orsù, v'ho partecipato questo matrimonio che voglio fare, per atto di convenienza; se lo aggradite, bene: se no, non saprei che farmi.
Vado a dirlo a Lelio.
Sentirò che cosa egli dice; s'egli è contento, avanti sera chiedo la ragazza, e serro il contratto.
BEAT.
Florindo dunque non può sperare di maritarsi?
PANC.
Signora no: per ora non s'ha da maritare.
BEAT.
Questa massima è opposta all'altra di lasciare ai figliuoli l'elezion dello stato.
PANC.
È vero, signora sì, queste due massime sono contrarie; ma sentite e imparate ciò che si ricava da queste due massime.
Felici quei figliuoli, che si possono eleggere liberamente il proprio stato; ma più felici quelle famiglie, che non vengono rovinate da' figliuoli nella elezione dello stato.
Chi ha l'arbitrio di operare, e opera con prudenza, ricompensa colla rassegnazione la libertà che gli viene concessa.
Parlo come l'intendo, e so che, poco o assai, l'intendete ancor voi: avete spirito, avete talento, e beata voi, se lo voleste impiegare in bene.
(parte)
BEAT.
Può fare, può dire quel che vuole, è mio figlio, lo amo teneramente.
Se è vero che la signora Eleonora lo ami, vorrà lui, e non Lelio.
Mi chiarirò; anderò io stessa in casa del signor Geronio; condurrò meco mio figlio, e si ammoglierà ad onta di mio marito.
Quando noi altre donne ci cacciamo in testa una cosa, non ce la cava nemmeno il diavolo.
(parte)
SCENA QUINTA
Altra camera di Pancrazio.
FIAMMETTA, fuggendo da FLORINDO
FIAMM.
Via, dico, lasciatemi stare.
FLOR.
Fermate, sentite una sola parola.
FIAMM.
Se volete che io vi ascolti, tenete le mani a voi.
FLOR.
Io non vi tocco.
FIAMM.
Se non avete giudizio, lo dirò a vostro padre.
FLOR.
Possibile che io vi voglia tanto bene, e che voi non mi possiate vedere?
FIAMM.
Non vi posso vedere, perché siete così sfacciato.
FLOR.
Cara Fiammetta, compatite se qualche volta eccedo; ciò proviene dal grand'amore che vi porto.
FIAMM.
Eh, non vi credo.
FLOR.
Dal primo giorno che siete venuta in questa casa ho concepito dell'amor per voi.
Ogni giorno più è andato crescendo, ed oramai non posso resistere.
La vostra modestia mi ha finito d'innamorare, e sono invaghito a segno di voi, che sarei pronto a sposarvi, se voi lo voleste.
FIAMM.
Sposarmi?
FLOR.
Certamente.
FIAMM.
Se credessi che moriste dopo tre giorni, vi sposerei.
FLOR.
Perché, crudele, perché?
FIAMM.
Perché, dopo tre giorni, son sicura che ve ne pentireste.
FLOR.
Sarebbe impossibile che io mi pentissi di una cosa fatta con tanto genio.
FIAMM.
Come volete ch'io creda che abbiate genio con me, se fate il cascamorto con tutte le donne?
FLOR.
Io! Non è vero.
Sono tre mesi che non guardo una donna in faccia, per amor vostro.
FIAMM.
Eppure io so che stamattina siete stato da una bella ragazza.
FLOR.
Chi ve l'ha detto?
FIAMM.
Ho sentito parlarne fra la signora madre ed il vostro maestro.
FLOR.
È vero.
Quella, da cui sono stato, è una ragazza che vorrebbero che io pigliassi per moglie; ma io non voglio, perché sono innamorato della mia adorabil Fiammetta.
FIAMM.
(Se dicesse da vero, vorrei anche tentar la mia fortuna).
(da sé)
FLOR.
Ebbene che cosa dite? Mi volete veder morire?
FIAMM.
Che cosa direbbe di me la vostra signora madre?
FLOR.
Niente; quando si tratta di contentarmi, accorda tutto.
Mia madre mi ama.
M'impegno che, se lo sa, ci sposa colle sue mani.
FIAMM.
E il vostro signor padre?
FLOR.
In quanto a lui, dica ciò che vuole, mia madre mi ha sempre detto che, se egli mi abbandonerà, mi manterrà colla sua dote.
FIAMM.
Se potessi sperare che la cosa andasse così...
FLOR.
Sì, cara, non dubitate, anderà bene.
In segno dell'amor mio, prendete un tenero abbraccio...
FIAMM.
Oh! adagio, è un poco troppo presto.
FLOR.
E quando, quando potrò abbracciarvi?
FIAMM.
Quando mi avrete sposata.
FLOR.
Vi sposo adesso, se voi volete.
FIAMM.
Dov'è l'anello?
FLOR.
L'ho preso apposta per voi.
Eccolo.
FIAMM.
Questo è un anello della vostra signora madre.
FLOR.
È vero, ella me l'ha dato.
FIAMM.
Perché fare?
FLOR.
Per porlo in dito della mia sposa.
FIAMM.
Ma di qual vostra sposa?
FLOR.
Di quella che più mi piacerà.
FIAMM.
Se saprà che son io, non se ne contenterà.
FLOR.
Contento io, contenta sarà ella pure.
Lasciate che vi metta l'anello in dito.
FIAMM.
E poi...
FLOR.
E poi, e poi, non pensate più in là.
FIAMM.
(Basta, in ogni caso mi resterà l'anello).
(da sé)
FLOR.
Lo prendete, o non lo prendete?
FIAMM.
Lo prendo.
FLOR.
Ecco, o mia cara...
SCENA SESTA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Cosa fate?
FLOR.
Zitto.
FIAMM.
(Povera me, sono rovinata).
(da sé)
FLOR.
(Do ad intendere, zitto, a costei di sposarla).
(piano ad Ottavio)
OTT.
(Ma l'anello? I dieci zecchini?) (piano a Florindo)
FIAMM.
Signor Ottavio, per amor del cielo, abbiate carità di me.
Io non voleva e non voglio, ed egli mi tormenta e mi sforza.
OTT.
Niente, figliuola, niente.
Non dubitate di me.
So compatire l'umana fragilità.
Il povero giovane è innamorato di voi, voi lo siete di lui.
Vi compatisco.
FLOR.
Caro signor maestro, che ne dite? Questo matrimonio vi pare che si possa fare?
OTT.
Si può fare, si può fare.
FIAMM.
Ma poi nasceranno mille strepiti e mille fracassi.
OTT.
Fidatevi di me, e non dubitate.
Ma se volete ch'io m'impieghi per voi a pro del vostro matrimonio, avete a fare una carità non già per me, ma per una povera fanciulla, che è in pericolo di perdersi.
FIAMM.
Dite pure, quello ch'io posso, lo farò volentieri.
OTT.
Un paio di smanigli d'oro possono far maritare una ragazza.
Voi ne avete due paia; se me ne date un paio, li porto a questa povera fanciulla: si marita e si pone in sicuro, e voi mi avrete obbligato fino alla morte.
FIAMM.
Ma, signore, questi smanigli li ho guadagnati con le mie fatiche.
FLOR.
Eh non importa, dateglieli, che ve ne farò io un paio di più belli.
FIAMM.
(Ho inteso, gli smanigli sono andati).
(da sé) Signore, se questi smanigli possono assicurarmi le nozze del signor Florindo, sono pronta a sagrificarli.
(Ma con le lacrime agli occhi).
(da sé)
OTT.
Fidatevi di me.
FIAMM.
Eccoli.
(glieli dà)
FLOR.
Oh brava! Oh cara! Ora vedo che mi volete bene.
FIAMM.
Se m'ingannate, il cielo vi castigherà.
FLOR.
(Ricordatevi, uno per uno).
(piano ad Ottavio)
OTT.
(Questi li voglio per me).
(da sé)
FLOR.
Signor maestro, le do l'anello?
OTT.
Sì, dateglielo, poverina, dateglielo.
FLOR.
Eccolo, vita mia...
OTT.
Presto, presto, vostro padre.
FIAMM.
Oh meschina me! Presto l'anello.
(a Florindo)
FLOR.
Non voglio che mi veda.
Andate, che poi ve lo darò.
FIAMM.
Datemi gli smanigli.
(ad Ottavio)
OTT.
Siete pazza?
FIAMM.
O l'anello, o gli smanigli, qualche cosa.
FLOR.
Eccolo, eccolo; partite.
(accennando Pancrazio con ansietà)
FIAMM.
Oh povera me! Ho fatto un buon negozio.
(parte)
FLOR.
Non voglio che mio padre mi veda.
Mi ritiro in quella camera, e se egli venisse là dentro, mi nascondo e mi serro dentro l'armadio.
Tant'è, mio padre mi fa paura.
(parte)
SCENA SETTIMA
OTTAVIO, poi PANCRAZIO
PANC.
Signor maestro, dove avete condotto i miei figliuoli questa mattina?
OTT.
Di Lelio non vi posso render conto.
PANC.
Perché? Cosa è stato? Non è per anco venuto a casa? Poveretto me! Gli è successo qualche disgrazia?
OTT.
Non vi affannate tanto per un figlio così cattivo.
PANC.
È mio figlio, è mio sangue, e gli voglio bene, e quando ancora non gliene volessi, me ne premerebbe per la mia riputazione: il buon concetto de' figli è quello che onora i padri.
OTT.
Appena siamo usciti di casa, ha veduta una compagnia di persone che io non conosco, ma che giudico vagabondi; ci ha piantati ed è andato con essi, e mai più non l'abbiam veduto.
PANC.
Dovevate fermarlo.
OTT.
Ma, signore, sono un poco avanzato, non posso correre.
PANC.
Venga, venga, quel disgraziato! Ma, ditemi, caro signor maestro, e Florindo dove l'avete condotto?
OTT.
L'ho condotto a sentire una conclusione morale.
PANC.
Non siete stati in casa del signor Geronio?
OTT.
Non so nemmeno dove stia.
PANC.
E pure m'è stato detto che Florindo questa mattina sia stato in quella casa.
OTT.
Uh! male lingue.
Non si è mai partito dal mio fianco.
PANC.
Guardate bene a non dir bugie.
OTT.
Io dir bugie? Cielo, cielo, cosa mi tocca a sentire?
PANC.
M'è stato detto, ma può essere che non sia vero.
SCENA OTTAVA
LELIO e detti.
LEL.
Signor padre.
PANC.
Bravo, signor figliuolo, dove siete stato sino ad ora?
LEL.
Sono stato al negozio del signor Fabrizio Ardenti ad aggiustar quel conto delle lane di Spagna.
OTT.
(Non gli credete: non sarà vero).
(piano a Pancrazio)
PANC.
Scuse magre! Sarete stato co' vostri compagni, e il ciel sa dove?
LEL.
Tenete, questi sono trecento scudi, che egli mi ha dati per resto e saldo de' nostri conti.
(dà una borsa a Pancrazio)
PANC.
(Prende la borsa, e guarda Ottavio)
OTT.
(Era meglio che fossi andato con lui).
(da sé)
PANC.
Avete voi guardato bene tutte le partite del dare e dell'avere?
LEL.
Esattissimamente.
Le ho riscontrate tre volte.
Sono stato attentissimo.
OTT.
Vede, signor Pancrazio? Tutto frutto delle mie lezioni.
Un buon maestro fa un buono scolare.
PANC.
Ma se avete sempre detto che non impara niente!
OTT.
Dai, dai; pesta, pesta: qualche cosa ha da imparare.
LEL.
Ho imparato più da me che dalla sua assistenza.
OTT.
Oh ingratissimo uomo! Il cielo vi castigherà.
LEL.
Bravo, bravissimo.
Ci conosciamo.
PANC.
O via, prendete questi denari, andate a metterli in quella camera e serrate la porta.
LEL.
Vi servo subito.
(s'incammina in quella camera, ove è celato Florindo)
OTT.
(Ora trova Florindo, e s'attaccano.
Ma forse Florindo si nasconderà).
(da sé)
LEL.
(Entra in camera)
SCENA NONA
OTTAVIO, PANCRAZIO, poi LELIO
PANC.
Vedete? Sempre pensate al male.
Sempre mettete degli scandali.
V'ho pur sentito dir tante volte che non bisogna far giudizi temerari: che in dubbio siamo obbligati a prender la miglior parte: che del prossimo bisogna parlar bene: che non bisogna mettere i figliuoli in disgrazia del padre.
Ma voi, caro signor maestro, che insegnate tutte queste massime, fate peggio degli altri.
OTT.
Se prendete le mie parole in sinistra parte, non parlo più.
LEL.
(Esce dalla camera, e la chiude con le chiavi)
OTT.
(Osserva) (Lelio chiude la camera.
Florindo sarà nascosto).
(da sé)
LEL.
Eccomi, signor padre.
I denari li ho posti sul tavolino, e questa è la chiave della camera.
(gli dà la chiave)
PANC.
Lelio, vieni con me.
Avanti che andiamo a tavola, voglio che diamo un'occhiatina a quel conterello de' cuoi.
LEL.
Farò tutto quello che comandate.
OTT.
Signor Pancrazio, sono due ore che è suonato mezzogiorno.
PANC.
Un poco di pazienza.
Quando mangerò io, mangerete anco voi.
OTT.
Signore...
per verità, ci patisco.
PANC.
Se non vi piace, andate a trovar di meglio.
(parte)
LEL.
Non siete buono ad altro che a mangiare.
(parte)
SCENA DECIMA
OTTAVIO, poi FLORINDO
FLOR.
Signor maestro.
(mettendo la testa fuori della porta)
OTT.
Oh! che fate lì?
FLOR.
V'è nessuno?
OTT.
No.
FLOR.
Zitto.
OTT.
(Sta a vedere che l'ha fatta bella!) (da sé)
FLOR.
La fortuna non abbandona nessuno.
Ecco il sacchetto.
OTT.
L'avete preso?
FLOR.
Sì.
OTT.
Bravo.
Come avete fatto?
FLOR.
Quand'è venuto Lelio, mi son nascosto nell'armadio, ho preso il sacchetto, ed ho aperta la porta per di dentro con somma facilità.
OTT.
Ricordatevi che voglio la mia parte.
FLOR.
Volentieri.
OTT.
Son trecento scudi, cento e cinquanta per uno.
FLOR.
Bene, bene, lasciate che vada a nascondere il sacchetto, e questa sera lo spartiremo.
OTT.
Date qui, che lo nasconderò io.
FLOR.
Di voi non mi fido.
OTT.
Né io di voi.
FLOR.
I danari li ho presi io.
OTT.
Se non mi date la mia parte, lo vado a dir subito a vostro padre.
FLOR.
Via, come abbiamo da fare?
OTT.
Qui non vi è nessuno.
Presto, presto, dividiamo la borsa.
FLOR.
Faremo a sorte senza contare.
OTT.
Sì, sì, mettete qui.
(gli presenta il cappello, e Florindo vi getta parte delle monete)
FLOR.
Oh! basta, basta.
Credo che la parte sia giusta.
OTT.
Fate una cosa.
Tenete voi questi del cappello, e date a me il sacchetto, e vedrete che bel giuoco farò io con questo.
FLOR.
Tenete pure, per me è lo stesso.
OTT.
Or ora torno.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
FLORINDO e TRASTULLO
FLOR.
In questo cappello i denari non istanno bene.
È meglio che me li metta in tasca.
(li va riponendo)
TRAST.
Bravo! Signor Florindo, mi rallegro con lei.
FLOR.
Zitto, non dite nulla a mio padre.
TRAST.
Che non dica nulla? Oh! mi perdoni, son servitor fedele, e queste cose al padrone non si devon nascondere.
FLOR.
Tenete questi denari, e tacete.
TRAST.
Ah! come la mi tura la bocca in questa maniera, non parlo più per cent'anni; anzi se vossignoria ha bisogno d'aiuto, mi comandi liberamente, e vedrà se la servirò.
Quando i figliuoli di famiglia passano di concerto colli servitori, poche volte il padre arriva a scoprire la verità.
(parte)
SCENA DODICESIMA
FLORINDO, e poi OTTAVIO
FLOR.
Presto, presto, che metta via questi altri.
OTT.
Ecco il sacchetto.
FLOR.
Pieno?
OTT.
Sì pieno, ma sapete di che? Di cenere, con dentro delle palle di ferro e del piombo.
Ponetelo sul tavolino dov'era.
In questa maniera può darsi che il signor Pancrazio così presto non se ne accorga, e dia la colpa a qualcun altro.
FLOR.
Sì, sì, dite bene.
Date qui.
Ora vado a metterlo nel luogo stesso.
(entra nella camera)
OTT.
Prevedo che questa faccenda vuol durar poco.
Ma appunto per questo bisogna che io provveda ai futuri bisogni.
Già in ogni caso mi salvo con dire, non ne so nulla.
FLOR.
(Serra la porta) Eccomi, pare che non sia stato mai toccato.
OTT.
Ah! che ne dite? Son uomo di mente io?
FLOR.
Siete bravissimo.
OTT.
Orsù, andiamo a vedere se ci danno da desinare.
FLOR.
Sì, e dopo voglio che andiamo a goderci un poco di questi quattrini.
OTT.
Staremo allegri.
FLOR.
Giuocheremo.
OTT.
Anderemo da quell'amica.
FLOR.
Evviva.
OTT.
Fin che dura; ma se si scopre?
FLOR.
Mia madre l'aggiusterà.
(partono)
SCENA TREDICESIMA
Sala in casa di Pancrazio, con tavola apparecchiata.
PANCRAZIO, LELIO e TRASTULLO
PANC.
Animo, mettete in tavola.
Quattrocento scudi importa il cuoio, onde gli daremo quei trecento che vi ha dato il signor Fabrizio, e cento sono in questa borsa in tanti zecchini.
TRAST.
(Porta la minestra)
SCENA QUATTORDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Oh! eccomi, eccomi.
PANC.
E mia moglie dov'è?
OTT.
Ora viene.
Intanto principiamo noi.
(siede a tavola)
PANC.
Sarà col suo caro figliuolo.
OTT.
Signor Pancrazio, la minestra si fredda.
PANC.
Eccola, eccola, andiamo a tavola.
SCENA QUINDICESIMA
BEATRICE, FLORINDO e detti.
PANC.
(Siedono Beatrice e Florindo) Che novità è questa, signora Beatrice, di venire a tavola in guardinfante?
BEAT.
Devo uscir subito che ho pranzato.
PANC.
E dove si va? Si può sapere?
BEAT.
Da mia comare.
PANC.
Brava! Salutatela in mio nome.
OTT.
(Mentre parlano, si tira giù un buon piatto di minestra)
LEL.
(Vuol prendere della minestra)
PANC.
Aspettate, signore, abbiate creanza.
Non mettete le mani nel piatto avanti gli altri.
LEL.
Ha fatto così anco il signor maestro.
PANC.
Egli lo può fare, e voi no.
(È vero, i maestri bisogna che sappiano insegnare ancora le buone creanze).
(da sé) Signora Beatrice, prendete.
(dà la minestra a Beatrice)
BEAT.
Tieni.
(la dà a Florindo)
PANC.
Quella l'ho data a voi.
BEAT.
Ed io l'ho data a mio figlio.
PANC.
Benissimo.
Prendi, Lelio.
(dà la minestra a Lelio)
BEAT.
Prima a lui, e poi a me.
(a Pancrazio)
PANC.
Io v'ho fatta la prima, com'era di dovere.
BEAT.
Ed io l'ho data a Florindo; perché l'ha da avere prima Lelio?
PANC.
Perché Lelio è il maggiore.
BEAT.
Oh! oh! vi ha da essere la primogenitura anco nella minestra.
PANC.
Ovvia, cominciamo? Voi sapete che vi ho più volte detto che a tavola non voglio grida.
Prendete.
(dà a lei la minestra che voleva dare a Lelio)
LEL.
Ed io l'ultimo di tutti?
PANC.
Prendi questa.
Tu non sei mai l'ultimo, quando vai avanti a tuo padre.
L'ultimo sarò io.
(dà dell'altra minestra a Lelio)
OTT.
Con sua licenza.
Un'altra poca.
(ne chiede dell'altra)
PANC.
Tenete: resterò senza io.
(gli dà il piatto più grande)
OTT.
Obbligatissimo alle sue grazie.
PANC.
Portate in tavola.
TRAST.
(Porta il cappone lesso, levando il piatto della minestra.
Pancrazio taglia il cappone, Ottavio subito si prende un'ala)
PANC.
(Guardate! Ha presa un'ala! Che screanzato!) (da sé) Signor maestro, le piace l'ala?
OTT.
Assai.
Sempre l'ala.
PANC.
Bravo! piace ancora a me.
LEL.
Io, se vi contentate, prenderò la groppa.
(la prende)
BEAT.
Or ora non ve n'è più.
(prende una coscia, e una ne dà a Florindo)
FLOR.
(Non la voglio).
(a Beatrice, piano)
BEAT.
(Perché?)
FLOR.
(Se non ho la groppa non mangio).
BEAT.
Ehi, Lelio, datemi quella groppa.
LEL.
Signora, mi perdoni, piace anche a me.
BEAT.
Se piace a voi, voglio che la diate a me.
LEL.
Se la vuole per lei, è padrona, ma se fosse mai per mio fratello, non credo ne vorrà privar me, per darla a lui.
BEAT.
Egli non può mangiare, se non mangia la groppa.
LEL.
E se non può mangiare, lasci stare.
BEAT.
Impertinente! Sentite, signor maestro, queste belle risposte mi dà il signor Lelio.
PANC.
V'ho detto più volte che a tavola non si grida, e chi grida, fuori di tavola.
BEAT.
Sì sì, anderò via, anderò via.
PANC.
A buon viaggio.
BEAT.
Andiamo, Florindo.
(s'alza)
PANC.
Voi andate dove volete: ma egli ha da restar qua.
BEAT.
Vieni, vieni, ti manderò a comprare una pollastra, e mangerai la groppa.
PANC.
Se tu ti muovi, l'avrai a far meco.
(a Florindo)
BEAT.
Se lo toccate, povero voi.
Mi farete fare delle bestialità.
(Meglio è che io vada, per non precipitare.
Lelio è causa di tutto, e Lelio me la pagherà).
(da sé, e parte)
FLOR.
Caro signor padre io non ne ho colpa.
PANC.
Eh, eh! signore, la discorreremo.
SCENA SEDICESIMA
TRASTULLO e detti, poi TIBURZIO
TRAST.
Signor padrone, c'è il signor Tiburzio che le vorrebbe parlare.
PANC.
Ditegli che siamo a tavola, ma che se vuol venire, è padrone.
TRAST.
(Introduce Tiburzio, e parte)
TIB.
Perdonatemi, signor Pancrazio, se credeva che foste a tavola, non veniva.
PANC.
Eh via, siete il padrone.
Portate una sedia.
(a Trastullo)
TIB.
Per dirvela, ho fretta; se ora non potete favorirmi, piuttosto tornerò.
PANC.
Signor no, non voglio darvi questo incomodo.
Quanto è il mio debito?
TIB.
Quattrocento scudi.
Ecco il conto.
PANC.
Va bene, quattrocento scudi; l'ho riscontrato ancora io.
Lelio, va in camera, e prendi quel sacchetto de' trecento scudi, e portalo qui.
Ecco la chiave.
LEL.
Vado subito.
TIB.
Mi dispiace il suo incomodo.
(a Lelio)
LEL.
(Per dirla, è un poco di seccatura).
(da sé, e parte)
OTT.
(Ehi, va a prendere il sacchetto).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Tremo tutto).
(piano ad Ottavio)
OTT.
(Franchezza, faccia tosta).
(da sé)
PANC.
Sedete, signor Tiburzio.
TIB.
Obbligatissimo.
PANC.
Se volete favorire, siete il padrone.
TIB.
Grazie; ho pranzato che sarà mezz'ora.
PANC.
Dategli da bere.
TIB.
No, davvero; fra pasto non bevo mai.
OTT.
Se non vuol bever V.
S., beverò io.
Ehi, da bere.
(gli portano da bere, ed ei subito beve)
PANC.
Signor Ottavio, non ci fate nemmeno un brindisi?
OTT.
I brindisi non si usano più.
SCENA DICIASSETTESIMA
LELIO che torna, e detti.
OTT.
(Eccolo, eccolo).
(a Florindo)
FLOR.
(Me ne anderei volentieri).
(ad Ottavio)
OTT.
(Niente paura).
(a Florindo)
LEL.
Ecco il sacchetto.
(lo dà a Pancrazio)
PANC.
Mi par molto leggiero.
LEL.
Se ho da dire il vero, pare anche a me.
PANC.
(Apre il sacchetto) Che negozio è questo! Cenere e piombo? Sono questi i trecento scudi che m'avete portato!
LEL.
Ma io ho portato trecento scudi fra oro e argento! E questo è il sacchetto in cui erano.
Non so che dire, rimango stordito.
PANC.
Io resto più stordito di voi.
Come va quest'affare? Presto, temerario, confessa, che cosa hai fatto de' denari? E quale inganno tramavi di farmi?
LEL.
Signore, vi assicuro che sono innocente.
PANC.
Tu hai messo il sacchetto in camera colle tue mani proprie.
Tu hai serrata la porta.
Non vi è altra chiave che apra quella porta, che questa: chi vuoi tu che l'abbia aperta?
TIB.
(Con queste istorie non vorrei perdere i quattrocento scudi).
(da sé)
OTT.
Vi volete fidar di lui.
FLOR.
Se vi fidaste di me, non anderebbe così.
LEL.
Tutti contro di me? Tutti congiurati a precipitarmi?
PANC.
Taci, temerario, altri che tu non può aver fatto una bricconata di questa sorta.
LEL.
Vi giuro, per quanto vi è di più sacro...
PANC.
Zitto, non giurare.
Signor Tiburzio, andiamo giù nel banco, che vi darò i vostri denari; e tu, infame non ti lasciar più vedere, se non vuoi che ti sacrifichi colle mie proprie mani.
LEL.
Oh povero me! Signor padre, per carità.
PANC.
Va via di qua, indegno: andiamo, signor Tiburzio.
(parte)
TIB.
Povero padre! Fa compassione.
Andate, che siete una buona lana.
(a Lelio, e parte)
LEL.
Ridete eh? ridete, bricconi? Sa il cielo che non siate voi altri i rapitori e che facciate comparire un povero innocente colla maschera di traditore.
Il cielo è giusto; il cielo scoprirà il vero.
Se me lo potessi immaginare, se lo potessi saper di certo, vorrei vendicarmi contro di te, falsario, impostore, ipocrita maladetto.
(ad Ottavio, e parte)
OTT.
Avete sentito? L'ha con me.
FLOR.
Zitto.
OTT.
Non parlo.
FLOR.
Voglio andar da mia madre.
OTT.
Andate, andate.
FLOR.
In ogni caso mia madre mi assisterà, mi difenderà.
(parte)
OTT.
Qui non portano altro in tavola.
Anderò a finir di mangiare in cucina.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Camera in casa del dottor Geronio, con sedie.
BEATRICE ed ELEONORA
ELEON.
Oh! signora Beatrice, che miracolo è questo, che essa si degna di favorici?
BEAT.
Sapete che sempre vi ho voluto bene.
ELEON.
Aspetti: vuol ch'io chiami Rosaura mia sorella?
BEAT.
Che! È qui in casa la signora Rosaura? Non è più con sua zia?
ELEON.
Questa mattina è ritornata in casa.
BEAT.
Sta bene? È di buona salute?
ELEON.
Aspetti, la chiamerò.
BEAT.
No, no, per ora ho piacere che siamo sole.
Vi ho da parlare segretamente.
ELEON.
Come comanda.
S'accomodi.
BEAT.
Cara la mia ragazza, parlatemi con libertà, come s'io fossi vostra madre.
Vi maritereste voi volentieri?
ELEON.
Perché no? Se mio padre vi acconsentisse, e mi si presentasse una buona occasione, certamente che lo farei.
BEAT.
Se vostro padre vi destinasse per marito Florindo, lo prendereste voi?
ELEON.
Perché no?
BEAT.
Dunque vi piace?
ELEON.
Non è giovane da dispiacere.
BEAT.
Sentite, signora Eleonora, per dirvi tutto, non son qui venuta per un semplice complimento; ma desiderando io di dare stato a Florindo mio figlio, bramerei l'onore che voi diventaste mia nuora.
ELEON.
L'onore sarebbe il mio.
Non sono degna di tanta fortuna.
BEAT.
Tutte cerimonie inutili.
Se volete, possiamo concludere immediatamente.
ELEON.
Con mio padre ne avete parlato?
BEAT.
Non ancora, ma gliene parlerò.
ELEON.
Bene, favorite prima di sentire il suo sentimento, e poi vi potete assicurare del mio.
BEAT.
Ma se ora vostro padre non c'è, non potremmo intanto discorrerla fra di noi?
ELEON.
Signora mia, non vorrei che facessimo i conti senza l'oste.
Bisogna prima sentir mio padre.
BEAT.
Mio figlio dovrebbe poco tardare a venire; se vi contentate, quando viene, lo farò passare.
ELEON.
Oh! perdonatemi, questo poi no.
Se egli viene, io parto.
BEAT.
Perché?
ELEON.
Mi ha detto assolutamente mio padre, che non vuole ch'io parli con alcun uomo, senza sua licenza.
Io, che l'ho sempre obbedito, non lo voglio in questo disobbedire.
SCENA DICIANNOVESIMA
FLORINDO e dette.
FLOR.
Signora madre.
(di dentro)
BEAT.
Figlio mio?
FLOR.
Vi ho da dire una parola.
Non posso fare a meno.
BEAT.
Per una parola lo lascerete venire.
(ad Eleonora) Vieni vieni.
FLOR.
Eccomi.
(entra in camera)
ELEON.
Con sua licenza.
(si alza e parte)
SCENA VENTESIMA
BEATRICE e FLORINDO, poi ROSAURA
BEAT.
Bella creanza! Hai veduto il bel rispetto che ha per me? Il bell'amore che ha per te? Ti pare che costei meriti di esser mia nuora? E avrai tu tanto cuore di sposare questa impertinente? Lasciala andare, non mancheranno ragazze più belle, più manierose di questa.
FLOR.
Sentite, signora madre, io per dirvela non ho poi una gran passione per la signora Eleonora.
Io mi voglio ammogliare; datemi questa, datemi un'altra, purché abbia moglie, per me è tutt'uno.
ROS.
Chi è qui? Chi è in questa camera?
BEAT.
Oh! signora Rosaura, mi rallegro di rivedervi.
ROS.
Il cielo vi benedica, signora Beatrice; questo è il vostro figlio?
BEAT.
Signora sì.
ROS.
Il cielo faccia che sia buono.
FLOR.
Servo suo, mia signora.
ROS.
Serva umilissima.
Ma come! Non v'è nessuno che serva la signora Beatrice?
BEAT.
Finora è stata qui la signora Eleonora.
Voleva chiamarvi, ma io non ho voluto recarvi incomodo.
ROS.
Il cielo ve lo rimeriti, mentre era applicatissima a leggere una lezione contro i maldicenti.
Oh, che vizio detestabile è la maldicenza! Oh, che danno cagiona al prossimo la mormorazione! E tutti l'hanno così famigliare, e specialmente noi altre donne.
BEAT.
Felice voi, che siete così bene istruita e illuminata.
ROS.
Io, per grazia del cielo, aborrisco questo pessimo vizio più del demonio.
BEAT.
Voi siete una giovane particolare; ma vostra sorella non vi rassomiglia.
ROS.
Per dirla, mia sorella è un poco fraschetta.
BEAT.
Mi ha piantato colla maggiore inciviltà del mondo.
ROS.
È male allevata.
Oh mia zia! Quella sa allevare le ragazze.
BEAT.
Pretende maritarsi con quel garbo.
Troverà un villano, non uno che sia nato bene.
ROS.
Perdonate la mia onesta curiosità.
Vi è forse qualche maneggio fra mia sorella ed il signor Florindo?
BEAT.
Non voglio nascondervi la verità.
Mio figlio ha qualche inclinazione per lei, e se ella non mi avesse fatto uno sgarbo, forse l'avrebbe presa.
ROS.
Oh! signora Beatrice carissima, non vi consiglierei a fare questo sproposito.
BEAT.
Perché, cara amica? Parlatemi con libertà.
ROS.
Benché ella sia mia sorella, sono obbligata a dire la verità.
BEAT.
Ditemela, ve ne prego.
ROS.
Non è cattiva ragazza, ma è superba.
Non è di cattiva indole, ma non è buona da niente per una casa.
È savia e modesta, ma qualche volta le piace...
Basta, non voglio dir male.
BEAT.
Le piace fare all'amore, non è egli vero?
ROS.
Ah! non bisogna mormorare del prossimo, e molto meno d'una sorella.
BEAT.
Con me potete parlare con libertà.
Florindo, ritirati un poco.
ROS.
Compatisca, signor Florindo.
FLOR.
S'accomodi.
ROS.
(Che bell'ideina da giovanetto da bene).
(da sé)
BEAT.
E così? raccontatemi.
Questa vostra sorella non si contiene?
ROS.
Poverina, è compatibile! Non ha madre; il padre non è sempre in casa, le serve non abbadano.
Oh libertà, libertà!
BEAT.
Vi è qualche cosa di male?
ROS.
No, per grazia del cielo.
Ma le ragazze, quando non si regolano con una certa prudenza, non trovano così facilmente il marito.
BEAT.
Per quello che io sento, vostra sorella ha intenzione di maritarsi.
ROS.
Poverina! Ho paura che voglia prima invecchiare.
BEAT.
Vostro padre, che è uomo ricco e non ha maschi, vorrà prima di morire trovarsi un genero.
ROS.
Così vuol la prudenza.
BEAT.
Come avrà il genero, se non marita la signora Eleonora?
ROS.
Ci sono io.
BEAT.
Ah! siete disposta di maritarvi? Me ne rallegro infinitamente.
ROS.
Bisognerà ch'io lo faccia, per obbedire a mio padre.
BEAT.
Mi era stato detto che non volevate partirvi da vostra zia.
ROS.
Certo che mi sono staccata da lei colle lagrime agli occhi.
BEAT.
Perché vostro padre obbligarvi a lasciar quella vita così felice?
ROS.
Per imbarazzarmi negl'impicci del matrimonio.
BEAT.
Ma perché non maritar l'altra figlia?
ROS.
Oh! signora mia, tutti vogliono me.
Più di venti partiti ha avuti mio padre, tutti per me: mia sorella nessuno la vuole.
BEAT.
Veramente è dispettosa.
Appena ha veduto entrare in camera mio figlio, subito è fuggita.
ROS.
È fuggita? Poverino! Gli ha fatto questo mal termine?
BEAT.
Gliel'ha fatto.
ROS.
Io non avrei avuto questo cuore; è un giovane tanto savio!
BEAT.
Sentite, signora Rosaura, giacché siete disposta a maritarvi, se il mio figlio non vi dispiace, ve l'offerisco.
ROS.
Giacché mio padre mi vuol mortificare col matrimonio, prenderò lui piuttosto che un altro.
BEAT.
Bisognerà dunque parlarne con vostro padre.
ROS.
Mio padre non dirà di no.
Aggiustiamo le cose fra di noi.
BEAT.
Oh brava ragazza! Così mi piace.
Attendete un momento, che son da voi.
(va vicino a Florindo)
ROS.
(Bella davvero! Mia sorella minore vorrebbe maritarsi prima di me? Mia zia mi ha detto che guardi bene, che non mi lasci far di questi torti).
(da sé)
BEAT.
Florindo.
FLOR.
Signora.
BEAT.
Dimmi un poco: invece della signora Eleonora, avresti tu difficoltà alcuna di sposare la signora Rosaura?
FLOR.
La bacchettoncina?
BEAT.
Sì, quella giovane savia, virtuosa e dabbene.
FLOR.
Perché no?
BEAT.
Vuoi che le parli?
FLOR.
Sì, parlatele; già ve l'ho detto: purché sia moglie, mi basta.
BEAT.
Ha diecimila ducati di dote.
(piano tra loro)
FLOR.
Benissimo.
BEAT.
Non ha ambizione.
FLOR.
Meglio.
BEAT.
Non ha frascherie per il capo.
FLOR.
Parlatele subito.
BEAT.
Mi pare anco che ti voglia bene.
FLOR.
Via; che mi fate languire.
BEAT.
Subito, subito.
Signora Rosaura, se siete contenta, Florindo mio figlio vi desidera per sua consorte.
ROS.
È vero? (a Florindo)
FLOR.
Signora sì, è vero.
ROS.
Grazie.
BEAT.
E voi, signora Rosaura, lo desiderate per vostro sposo?
ROS.
Ah pazienza! Signora sì.
BEAT.
Oh! bene; promettetevi tutti e due in modo di non potervi disimpegnare.
A te, Florindo; prometti e giura di sposare la signora Rosaura.
FLOR.
Prometto e giuro di sposare la signora Rosaura.
BEAT.
E voi, signora Rosaura, fate lo stesso?
ROS.
Oh! io non giuro.
BEAT.
Perché?
ROS.
Perché non ho mai giurato, né voglio giurare.
BEAT.
Come volete che Florindo sia certo della vostra fede?
ROS.
Si potrebbe fare un'altra cosa.
BEAT.
E che?
ROS.
Sposarsi subito.
BEAT.
E vostro padre?
ROS.
È tanto buono, lo approverà.
BEAT.
(Questa non ha tanti riguardi, come quell'altra).
(da sé) Figliuola mia, voglio che facciamo le cose presto; ma non poi con tanto precipizio.
Domani si concluderà.
Orsù, la mia cara Rosaura, anzi figlia, vado a casa; ci rivedremo domani.
ROS.
Andate via?
BEAT.
Sì, vado.
ROS.
Anche il signor Florindo?
BEAT.
Vorreste che io lo lasciassi solo con voi?
ROS.
Il cielo me ne liberi.
FLOR.
Addio, la mia cara sposa.
ROS.
Non mi dite questa parola, che mi fate venir rossa.
FLOR.
Vogliatemi bene.
(parte con Beatrice)
ROS.
Farò l'obbligo mio.
Che dirà Ottavio di me? Gli aveva data qualche speranza di prenderlo per marito; ma questo è giovane e ricco.
La signora zia mi ha insegnato che non si mantiene la parola a costo del suo pregiudizio, e che quando capita una buona fortuna, non bisogna lasciarsela fuggir dalle mani.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa di Pancrazio, con lumi.
FLORINDO e OTTAVIO
OTT.
Avete saputa la nuova? Lelio non si trova più.
Intimorito di suo padre, è fuggito, e non si sa dove siasi ritirato.
FLOR.
Suo danno.
Vuol vivere a modo suo; non si vuole unir con noi.
OTT.
Ma se si scoprono le cose nostre, per noi come anderà?
FLOR.
Eh! non dubitate.
Mia madre aggiusterà tutto.
OTT.
(Solita lusinga de' figli.
Si fidano alla madre).
(da sé)
FLOR.
Ma io, signor maestro, ho da dare a voi una nuova molto più bella.
OTT.
Sì? ditemela, che avrò piacere.
FLOR.
Sapete che io son fatto lo sposo?
OTT.
Me ne rallegro E con chi?
FLOR.
Colla figlia del signor Geronio.
OTT.
Bravo, bravo, nuovamente me ne rallegro.
Avete l'obbligazione a me, che vi ho introdotto.
FLOR.
È vero, voi avete avuto il merito di avermi condotto in quella casa; ma rispetto alla ragazza, non avete fatto niente per me.
OTT.
Come! Non v'ho fatto io sedere a lei vicino? Non ho procurato che abbiate libertà di parlare? Non vi ho proposto io le di lei nozze?
FLOR.
Tutto questo l'avete fatto per la signora Eleonora; ma quella non è la mia sposa.
OTT.
No? E chi è dunque?
FLOR.
La signora Rosaura.
OTT.
Eh! andate via, che siete pazzo.
FLOR.
Non lo volete credere?
OTT.
La signora Rosaura non vuol marito.
(Altri che me).
(da sé)
FLOR.
Vi dico assolutamente che questa deve essere la mia sposa.
OTT.
Da quando in qua?
FLOR.
Da oggi, da poche ore.
OTT.
Chi ha fatto questo maneggio?
FLOR.
Mia madre.
OTT.
E voi vi acconsentite?
FLOR.
Volentierissimo.
OTT.
(Che ti venga la rabbia!) (da sé) Ed ella che dice?
FLOR.
Non vede l'ora di farlo.
OTT.
(Che tu sia maladetta!) (da sé) Ma il padre vostro e il padre suo che dicono?
FLOR.
In quanto al mio, non ci penso.
Basta che sia contenta mia madre; e la signora Rosaura è disposta a voler fare a suo modo.
OTT.
(Brava la modestina, brava!) (da sé) Ma io, figliuolo mio, non vi consiglierei a fare una simile risoluzione senza farlo sapere a vostro padre.
FLOR.
Se lo fo sapere a lui, non prendo moglie per ora.
OTT.
Quando poi lo saprà, vi saranno degli strepiti.
FLOR.
Col tempo si accomoda ogni cosa.
OTT.
Conoscete pure il temperamento del signor Pancrazio.
FLOR.
Mi fido nella protezione di mia madre.
OTT.
(Madre indegnissima! Madre scelleratissima!) (da sé) Come avete fatto a innamorarvi sì presto della signora Rosaura?
FLOR.
Io non sono innamorato.
OTT.
Non siete innamorato, e la volete sposare?
FLOR.
Prendo moglie per esser capo di famiglia, per uscire della soggezione del padre, per maneggiare la mia dote, per prender la mia porzione della casa paterna, per dividermi dal fratello, per fare a modo mio e per vivere a modo mio.
OTT.
Eh! figliuolo, ve ne pentirete.
Udite il consiglio di chi ama il vostro bene.
FLOR.
Io non ho bisogno de' vostri consigli.
OTT.
Io sono il vostro maestro, e mi dovete ascoltare.
FLOR.
Voi siete il maestro che m'insegna a giuocare e a scrivere le lettere amorose.
OTT.
Siete un temerario.
FLOR.
Siete un buffone.
OTT.
Così trattate il vostro precettore?
FLOR.
Così tratto chi mi ha fatto il mezzano, chi mi ha tenuto mano a rubare.
(parte)
OTT.
Ah! costui mi colpisce sul vivo.
Non posso rispondergli come vorrei, perché in fatti sono stato con esso troppo condiscendente.
Ma che! Lascierò correre questo matrimonio? Perderò le speranze di conseguire Rosaura? No, non sia vero.
Gelosia mi stimola a sollecitare, a prevenire, a risolvere e, quando occorra, a precipitare.
(parte)
SCENA SECONDA
PANCRAZIO e GERONIO
PANC.
Caro signor Geronio, son travagliato.
GER.
So la causa del vostro travaglio.
Son padre ancor io e vi compatisco.
PANC.
Sapete dunque che cosa m'ha fatto Lelio mio figlio?
GER.
Lelio, vostro figlio, non è capace di una simile iniquità.
PANC.
L'avete veduto? Sapete dov'egli sia?
GER.
L'ho veduto, e so dove egli è.
PANC.
Sia ringraziato il cielo.
Sentite, amico, vi confido il mio cuore.
I trecento scudi mi dispiacciono, ma finalmente non sono la mia rovina.
Quello che mi dispiace è di dover perdere un figlio, che fino ad ora non mi ha dati altri travagli che questo; un figlio, che mi dava speranza di sollevarmi in tempo di mia vecchiezza.
GER.
Credete veramente che Lelio v'abbia portati via li trecento scudi?
PANC.
Ah, pur troppo è così! Il signor Fabrizio m'ha assicurato che ha consegnati i denari a Lelio.
GER.
Ed io credo che sia innocente.
PANC.
Volesse il cielo! L'avete veduto? Gli avete parlato?
GER.
L'ho trovato per strada piangente, disperato.
Mi ha raccontato il fatto, e mi ha intenerito.
Per la buona amicizia che passa fra voi e me, ho procurato quietarlo, consolarlo.
Gli ho data speranza che si verrà in chiaro della verità; che parlerò a suo padre; che tutto si aggiusterà; e abbracciandolo, come mio proprio figlio, l'ho condotto alla mia casa, e ho riparato in questa maniera ch'ei non si abbandoni a qualche disperazione.
PANC.
Vi ringrazio della carità.
Adesso è tuttavia in vostra casa?
GER.
Sì, è in mia casa; ma vi dirò che l'ho serrato in una camera, e ho portato meco le chiavi, perché ho due figlie da marito, e non vorrei, per fare un bene, esser causa di qualche male.
PANC.
Avete due figlie da maritare, lo so benissimo.
GER.
E non ho altri che queste; e quel poco che ho al mondo, sarà tutto di loro.
PANC.
Oh! se voi sapeste quanto tempo è che ci penso, e quante volte sono stato tentato di domandarvene una per uno de' miei figliuoli!
GER.
Questo sarebbe il maggior piacere che io potessi desiderare; sapete quanta stima fo di voi, e so che non potrei collocar meglio una mia figliuola.
PANC.
Ma adesso non ho più faccia di domandarvela.
GER.
No? Perché?
PANC.
Perché Florindo è ancora troppo giovane, e non ha tutto il giudizio; e poi egli è d'un certo temperamento, che non mi fa risolvere a dargli moglie.
Aveva destinato che si accasasse Lelio, come maggiore, e che mi pareva di miglior condotta e giudizio; ma adesso non so che cosa mi dire.
Questo fatto de' trecento scudi mi mette in agitazione.
Non vorrei rovinare una povera ragazza, e quel che non piacerebbe a me, non ho cuore di proporlo ad un altro.
GER.
Voi non parlate male.
Si tratta di un matrimonio.
Si tratta della quiete di due famiglie.
Procuriamo di venire in chiaro della verità.
Formiamo un processetto con politica fra voi e me.
Voi avete in casa dell'altra gente, avete della servitù.
Chi sa, potrebbe darsi che qualcun altro fosse il ladro, e Lelio fosse innocente.
PANC.
Volesse il cielo che fosse così! In tal caso gli dareste una delle vostre figlie per moglie?
GER.
Molto volentieri.
Con tutto il cuore.
PANC.
Caro amico, voi mi consolate.
Voi siete veramente un amico di cuore.
GER.
Il vero amico si conosce nelle occasioni, nei travagli.
PANC.
Ma i travagli sono spessi, e i veri amici sono rari.
GER.
Amico, ci rivedremo.
Sperate bene.
Quanto prima sarò da voi.
(parte)
PANC.
Sono in un mare d'agitazioni.
(parte)
SCENA TERZA
Sala in casa del dottor Geronio, con porta laterale chiusa ed una finestra dall'altra parte.
Lumi sul tavolino.
ELEONORA, poi ROSAURA
ELEON.
Chi mai è stato serrato da mio padre in questa camera? Confesso il vero che la curiosità mi spinge a saperlo.
(si accosta, e guarda per il buco della chiave) Oh capperi, chi vedo! Il signor Lelio, figlio del signor Pancrazio! Che cosa fa in questa camera? (torna a guardare, come sopra)
ROS.
Sorella, che fate qui?
ELEON.
Zitto, non fate rumore.
(guarda, come sopra)
ROS.
Che cosa guardate con tanta attenzione?
ELEON.
Qui dentro v'è un giovane rinserrato.
ROS.
Un giovane? E chi l'ha fatto entrare colà?
ELEON.
Il signor padre.
ROS.
Lo conoscete voi cotesto giovane?
ELEON.
Lo conosco certo.
Egli è il signor Lelio, figlio primogenito del signor Pancrazio.
ROS.
Fratello del signor Florindo?
ELEON.
Per l'appunto.
ROS.
Ed è il primogenito?
ELEON.
Certamente.
È figlio della sua prima moglie.
ROS.
Dunque si mariterà prima di suo fratello.
ELEON.
Ragionevolmente dovrà esser così.
ROS.
Ehi, ditemi.
È bello questo signor Lelio?
ELEON.
È un giovane di buon garbo.
Io mi prendo spasso a vedere certi atti d'ammirazione che egli va facendo.
(guarda, come sopra)
ROS.
Via, via, sorella, basta così.
Non vi lasciate trasportare dalla curiosità.
Questo è un vizio cattivo, da cui ne vengono delle pessime conseguenze.
ELEON.
E che cosa può avvenire di male, se guardo un giovane per il buco della chiave?
ROS.
Poverina! Siete troppo ragazza e siete male allevata, non sapete niente.
Potete vedere quello che non vi conviene vedere.
ELEON.
Quando è così, acciò non crediate che io in questa curiosità ci abbia della malizia, non solo lascerò di guardare, ma me ne anderò da questa camera.
ROS.
Farete benissimo.
Questo è l'obbligo delle persone dabbene: sfuggire le occasioni, e allontanarsi da ogni ombra di pericolo.
ELEON.
Sorella, io vado nella mia camera.
Volete venire con me?
ROS.
No no, andate, che il cielo v'accompagni.
ELEON.
(Quanto pagherei a sapere per che causa il signor padre ha serrato là dentro quel giovane!) (da sé, parte)
SCENA QUARTA
ROSAURA, poi ELEONORA
ROS.
Un giovanetto là dentro? Perché mai? Lo voglio un poco vedere.
Uh, com'è bello! Poverino! Sospira! Mi fa compassione! Se potessi, lo consolerei.
Piange, poverino, piange! Che fosse innamorato di me? Per qualche cosa mio padre l'ha qui rinserrato; ma io ho data parola a Florindo.
E se Florindo non viene? Davvero non so, da Florindo a questo, chi più mi piaccia.
Mi piacciono tutti due.
Questo ha più dell'uomo.
(guarda come sopra)
ELEON.
Brava, signora sorella, la vostra non si chiama curiosità.
ROS.
No, sorella carissima, la mia non si chiama curiosità.
ELEON.
Ma che cosa v'ha spinto a guardar là dentro?
ROS.
La carità del prossimo.
ELEON.
Come la carità?
ROS.
Sentendo un uomo a piangere e sospirare, non ho potuto far a meno di non indagare il suo male per procurargli il rimedio.
(vien battuto alla porta di strada)
ELEON.
È stato picchiato all'uscio di strada.
ROS.
Guardate chi è.
ELEON.
Potete guardare anche voi.
ROS.
Io non mi affaccio alle finestre.
La modestia non me lo permette.
ELEON.
Senza tanti riguardi guarderò io.
ROS.
Povero giovane! Star così rinserrato! Patirà.
ELEON.
Sapete chi è?
ROS.
Chi mai?
ELEON.
Il signor Florindo.
ROS.
Gli avete aperto?
ELEON.
Mi credereste ben pazza.
Io non apro a nessuno, quando non vi è nostro padre.
ROS.
L'avete mandato via?
ELEON.
Non gli ho detto cosa alcuna.
ROS.
Domanderà nostro padre.
Facciamolo entrare.
ELEON.
Nostro padre non c'è.
ROS.
Lo aspetterà.
ELEON.
E intanto dovrebbe star qui con noi?
ROS.
Oh! facciamo una cosa da giovani savie e prudenti; ritiriamoci nelle nostre camere, e lasciamo che il signor Florindo possa parlare con suo fratello.
ELEON.
Questo sarà il minor male, andiamo.
(parte)
ROS.
La compagnia di mia sorella disturba i miei disegni.
Tornerò a miglior tempo.
(parte)
SCENA QUINTA
FLORINDO, poi ROSAURA
FLOR.
Come! La signora Rosaura mi apre la porta, mi fa salire, e poi fugge e non vuol meco parlare? Che vuol dir questo? Avrà forse soggezione della sorella, avrà paura del padre, o vorrà farmi un poco penare per vendermi caro il di lei amore.
Ora che ho perduti cinquanta scudi al giuoco, ho bisogno di divertirmi.
Ma son pur pazzo io a perdere il mio tempo dietro a questa ragazza scipita! Quant'era meglio che io concludessi con Fiammetta, la quale senz'altri complimenti era disposta a fare a mio modo! Basta, se la signora Rosaura mi fa niente penare, torno da Fiammetta a dirittura.
È vero che ella sarà disgustata per l'anello e per gli smanigli; ma questi che sono ancora più belli e che pesano più, aggiusteranno ogni cosa.
Ecco quanto mi è restato delli trecento scudi.
Del resto non ho più un soldo.
Ma ecco la signora Rosaura.
ROS.
Caro il mio Florindo, tanto siete stato a venirmi a vedere?
FLOR.
Son qui, la mia cara sposa; son qui per voi.
ROS.
Ma, giusto cielo! quando si concluderanno le nostre nozze?
FLOR.
Anche adesso, se voi volete.
ROS.
Vostro padre sarà egli contento?
FLOR.
Né il vostro, né il mio si contenteranno mai.
Non vi basta l'assenso di mia madre?
ROS.
Non so che dire.
Converrà fare che basti.
FLOR.
Se volete venire, io vi condurrò da lei.
ROS.
Venire io sola con voi solo?
FLOR.
Siete mia sposa.
ROS.
Ancor tale non sono.
FLOR.
Se tardiamo sin a domani, dubito non la sarete più.
ROS.
Oimè! Dite davvero?
FLOR.
Se i nostri genitori lo vengono a sapere, è spedita.
ROS.
Dunque che abbiamo a fare?
FLOR.
Spicciarsi questa sera.
ROS.
Ma come?
FLOR.
Venite con me.
ROS.
Oh! la modestia non lo permette.
FLOR.
Restate dunque con la signora modestia, ed io me ne vado.
ROS.
Fermate.
Oimè! E avrete cuor di lasciarmi?
FLOR.
E voi avete cuore di non seguirmi?
ROS.
Dove?
FLOR.
Da mia madre.
ROS.
Da vostra madre? Dalla mia suocera?
FLOR.
Sì.
ROS.
Eh! si potrebbe anche fare.
FLOR.
Via, risolvetevi.
ROS.
Per non dare osservazione, mi coprirò col zendale.
FLOR.
Benissimo.
Andiamo.
ROS.
In tutte le cose ci vuol prudenza.
FLOR.
Sì, andiamo, che sarete la mia cara sposa.
ROS.
(Questo bel nome mi fa venire i sudori freddi).
(da sé)
FLOR.
Rosaura viene, e la signora modestia se ne resta in casa senza di lei.
(parte)
SCENA SESTA
Strada con la casa del dottore Geronio.
GERONIO con lanterna, ed OTTAVIO
GER.
Signor Ottavio, voi mi dite una gran cosa.
OTT.
Così è, signor dottore.
Il signor Florindo e la signora Rosaura passano d'accordo fra di loro.
Si vogliono sposare, e per quel che ho inteso dire da quel ragazzo senza giudizio, forse, forse questa sera faranno il pasticcio.
GER.
Vi ringrazio dell'avviso.
Vado subito in casa, e aprirò gli occhi per invigilare.
OTT.
Osservate che si apre la vostra porta di strada.
GER.
Dite davvero?
OTT.
Escono due persone.
Ecco Florindo con Rosaura ammantata.
SCENA SETTIMA
FLORINDO e ROSAURA ammantata di casa del Dottore, e detti.
GER.
Ah disgraziata!
FLOR.
(Siamo scoperti).
(si stacca da Rosaura)
ROS.
(Oimè! Mio padre!)
GER.
Ti ho pur scoperta, ipocrita scellerata.
FLOR.
Maladetto maestro.
Meglio è che mi ritiri.
(parte)
OTT.
(Col bastone getta di mano la lanterna al Dottore)
GER.
Oimè! Chi mi ha spento il lume? (si raggira per la scena)
OTT.
(Venite con me, e non temete).
(piano a Rosaura)
ROS.
(Chi siete voi?) (piano ad Ottavio)
OTT.
(Sono Ottavio, che vi condurrà da Florindo).
(piano a Rosaura)
ROS.
(Tutto si faccia, fuor che ritornar da mio padre).
OTT.
(Conduce via Rosaura)
GER.
Signor Ottavio! Dove sono? Non sento più alcuno.
Tutti sono iti via? Che cosa mai ciò vuol dire? Che cosa ho da credere? Che cosa ho da pensare? Rosaura sarà ella tornata in casa, o sarà fuggita con quell'indegno? Anderò prima a vedere in casa, e se non vi è, la cercherò, la farò ricercare, la troverò, la castigherò.
Povero padre, povero onore, povera la mia famiglia! Maladettissima ipocrisia! (cerca la casa, ed entra)
SCENA OTTAVA
Camera in casa di Pancrazio.
FIAMMETTA
FIAMM.
In questa casa non si può più vivere.
La padrona è cambiata.
Il padrone va sulle furie, ed io quanto prima m'aspetto a ridosso un qualche grosso malanno.
(piange)
SCENA NONA
FLORINDO e detta.
FLOR.
Fiammetta, che avete che piangete?
FIAMM.
Piango per causa vostra.
FLOR.
Per causa mia? Cara la mia Fiammetta! Se vi amo tanto! Perché piangere, perché dolervi?
FIAMM.
I miei smanigli mi fanno piangere.
FLOR.
Non vi ho detto che ve ne darò di più belli? Eccoli.
Che ne dite? Vi piacciono? Sono più pesanti? Son fatti alla moda?
FIAMM.
Belli, belli.
Ora vedo che mi volete bene.
FLOR.
Così ne voleste voi a me, quanto io ne voglio a voi.
FIAMM.
Così voi diceste davvero, come io non burlo.
FLOR.
Se dico da vero, ve l'autentichi questo mio tenero abbraccio.
FIAMM.
Che volete che io faccia d'un abbraccio?
FLOR.
Non ve ne contentate?
FIAMM.
Signor no.
FLOR.
Volete qualche cosa di più?
FIAMM.
Signor sì.
FLOR.
E che cosa comandate, mia cara?
FIAMM.
Che cosa mi avete detto oggi, dopo pranzo?
FLOR.
Non mi ricordo.
FIAMM.
Puh! Che memoria! Mi avete detto che m'avreste sposata.
FLOR.
Ah! sì, gli è vero.
FIAMM.
Ed ora, che cosa dite?
FLOR.
Che volentieri vi sposerò.
FIAMM.
Ma quando mi sposerete?
FLOR.
Anche adesso, se volete.
FIAMM.
Adesso, qui, non mi pare cosa che possa farsi.
FLOR.
Si può far benissimo.
Date la mano a me, ed io do la mano a voi.
Voi promettete a me, io prometto a voi.
Il matrimonio è fatto.
FIAMM.
E poi si confermerà solennemente?
FLOR.
Sì, solennemente.
Ecco la mano.
FIAMM.
Ecco la mano.
SCENA DECIMA
BEATRICE che osserva, e detti.
FLOR.
Prometto esser vostro sposo.
FIAMM.
Prometto essere...
BEAT.
Che cosa prometti? Che cosa prometti? Disgraziata che sei! E tu vuoi far questo bell'onore alla casa? Vuoi sposare una cameriera?
FLOR.
Signora sì, e per questo?
BEAT.
Levati tosto dagli occhi miei, parti subito di questa casa.
(a Fiammetta)
FIAMM.
Signora padrona, abbiate carità di una povera sventurata.
BEAT.
Non meriti carità.
Via di questa casa, e quanto prima anderai esiliata dalla città.
FIAMM.
Pazienza, anderò via, anderò in rovina, e voi signora, sarete stata la causa del mio precipizio.
Signora padrona, lo dico colle lacrime agli occhi, il cielo vi castigherà.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
BEATRICE e FLORINDO
BEAT.
(Petulante! Se non parti...) (da sé) Caro il mio Florindo, non credo mai che tu facessi davvero.
FLOR.
Lasciatemi stare.
BEAT.
Che hai? Sei disgustato?
FLOR.
Fiammetta non ha da andare fuori di casa.
BEAT.
Anzi voglio che ci vada ora.
FLOR.
Non ci anderà, l'intendete? Non ci anderà.
BEAT.
Così parli a tua madre?
FLOR.
Oh di grazia! che mi fate paura?
BEAT.
Briccone! Sai che ti voglio bene e per questo parli così.
FLOR.
O bene, o male che mi vogliate, non me n'importa un fico.
(parte)
SCENA DODICESIMA
BEATRICE, poi PANCRAZIO
BEAT.
Oimè! Così mi tratta mio figlio? Mi perde il rispetto? Ah! causa di tutto questo è quell'indegna di Fiammetta.
Ha ingannato il mio povero figlio, lo ha stregato assolutamente.
PANC.
Che cosa ha Fiammetta che piange, e dice che voi l'avete licenziata di casa?
BEAT.
Indegna! Mi ha rubato.
PANC.
Avete fatto bene a mandarla via; e che cosa ha Florindo, che batte i piedi, si strappa i capelli, e gli ho sentito anco dir fra' denti qualche paroletta poco buona?
BEAT.
Credo che gli dolgano i denti.
PANC.
Che gli dolgano i denti? E io credo che gli dolga la testa, e che per fargliela guarire mi converrà adoprare il bastone.
BEAT.
Perché? Che cosa vi ha fatto, poverino!
PANC.
Sentite.
In questo punto m'è stato detto che Florindo ha perso cinquanta scudi in una bisca, e che ha comprato un paio di smanigli d'oro.
Se queste cose son vere, è stato lui certissimo che ha rubato i trecento scudi.
BEAT.
Male lingue, marito mio, male lingue.
Mio figlio oggi non è uscito di casa.
È stato tutto il giorno e tutta la sera a studiare nella mia camera; per questo credo che gli dolgano i denti e il capo.
PANC.
Basta, verremo in chiaro della verità.
Dov'è il maestro, che non si vede?
BEAT.
Studia, e fa studiare Florindo.
Lelio è il briccone; egli ha rubati i trecento scudi.
PANC.
Per ora non posso dir niente.
Ma mi sono state dette certe cose di Florindo che, se le son vere, vogliamo ridere.
BEAT.
Florindo è il più buon figliuolo del mondo.
PANC.
S'egli è buono, sarà ben per lui.
Se Lelio è il cattivo, ne patirà la pena.
Ho parlato con un capitano di nave che è alla vela.
Subito che sarò venuto in chiaro chi di due è delinquente, subito lo fo imbarcare, e lo mando via.
BEAT.
Florindo non vi anderà certamente.
PANC.
Perché non v'anderà?
BEAT.
Perché Florindo è buono.
PANC.
Prego il cielo che sia la verità.
SCENA TREDICESIMA
TRASTULLO e detti.
TRAST.
Ah signor padrone! ah signora padrona! Presto, presto, non perdiam tempo.
BEAT.
Che cosa c'è?
TRAST.
Il signor Florindo...
PANC.
Che cosa?
BEAT.
Ch'è stato?
TRAST.
Ha condotto via Fiammetta.
PANC.
Ah briccone! È questo il dolor de' denti?
BEAT.
Non sarà vero nulla.
TRAST.
E non s'è contentato di condur via Fiammetta.
BEAT.
Via, presto.
PANC.
Che cosa ha fatto?
TRAST.
Ha portato via lo scrigno delle gioje della padrona.
BEAT.
Oh povera me! Sono assassinata.
PANC.
Vostro danno.
Presto, Trastullo, va, fallo arrestare.
TRAST.
(parte)
BEAT.
Ah! mio figlio anderà prigione! Oimè! non posso più...
PANC.
Vi sta il dovere.
Voi siete causa di tutto, voi l'avete condotto al precipizio, l'avete fatto un ladro, un briccone.
(parte)
BEAT.
Dunque la mia tenerezza per quell'indegno sarà stata inutile? Sarà colpevole? Avrò dunque per sua cagione perdute le gioje, perduta la pace, perduta quasi la vita? Ah figlio ingrato! Ah figlio sconoscente e crudele!
SCENA QUATTORDICESIMA
Luogo remoto.
Notte con luna.
OTTAVIO e ROSAURA
ROS.
Ma dov'è il signor Florindo? Ancor non l'abbiamo trovato.
OTT.
Vi preme tanto ritrovare il signor Florindo?
ROS.
Se mi preme? giudicatelo voi.
OTT.
Ma da che nasce la vostra premura? Dall'amore?
ROS.
Dall'amore, dal pericolo in cui sono, dalla speranza di riparare col matrimonio le perdite del mio decoro.
OTT.
Per riparare al vostro decoro vi sarebbe qualche altro rimedio, senza ritrovare il signor Florindo.
ROS.
E quale?
OTT.
Un altro matrimonio.
ROS.
Con chi?
OTT.
Con un vostro servo.
ROS.
Con voi?
OTT.
Sì, carina, con me.
ROS.
Per amor del cielo, ritroviamo il signor Florindo.
OTT.
Mi sprezzate? non mi volete? È vero, sono un poco avanzato nell'età, non son ricco, ma son un uomo dabbene, e questo vi dovrebbe bastare.
ROS.
Eh! Signor Ottavio, ci conosciamo.
Date ad intendere di essere un uomo dabbene ai creduli, non a me che ne so quanto voi.
OTT.
Dunque se ne sapete quanto me, il nostro sarà un ottimo matrimonio.
ROS.
Morir piuttosto che divenir vostra moglie.
OTT.
Vi placherete.
SCENA QUINDICESIMA
FLORINDO e FIAMMETTA per mano, e detti.
FIAMM.
Ma dove andiamo? (a Florindo)
FLOR.
Ci fermeremo in una locanda, e domani partiremo dalla città.
ROS.
(Stelle, questo è Florindo!) (da sé)
OTT.
(Oh diavolo! Florindo con un'altra donna? Al lume di luna non la conosco).
(da sé)
FIAMM.
Tremo tutta.
FLOR.
Anima mia, non temete.
ROS.
Traditore, v'ho pur trovato.
(prende per mano Florindo)
FLOR.
Oimè!
FIAMM.
Chi è questa?
FLOR.
Non lo so.
Chi siete?
ROS.
Perfido, son Rosaura da te rapita.
FIAMM.
Oh meschina me! Che sento?
OTT.
(Tra due litiganti, può essere che il terzo goda).
(da sé)
SCENA SEDICESIMA
PANCRAZIO con uomini armati e lumi, e detti.
PANC.
Fermati, disgraziato.
Con due donne? Chi è quest'altra? Signora Rosaura? Come! La modestina! La bacchettona! E tu, perversa, scappar via con mio figlio? Dove sono le gioje? Ah! ladro assassino, scelleratissimo figlio, anco i trecento scudi tu mi avrai rubato.
E voi, signor Ottavio, che cosa fate qui?
OTT.
Andava in traccia di quel povero sciagurato, lo cercava pe
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