IL POETA FANATICO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Sospira, delira, tira.
Nessuna di queste rime mi piace.
Mira, ammira, rimira...
Né anche queste.
Vediamo un poco nel rimario dello Stigliani.
Gran bel comodino per i poeti è questo rimario! È vero che qualche volta si accomoda e si stiracchia il sentimento alla rima, ma si risparmia la fatica, e si fa più presto il sonetto.
(prende il rimario, e legge) Aspira, dira, gira, adira.
Sovra i garruli cigni avrai tu il vanto.
Vanto per cui l'istesso Apol s'adira.
Questa prima quartina, mi sembra assai petrarchesca.
Alla seconda quartina.
Un'altra rima in ira.
Questo mio cor, che per te sol delira.
Un altra rima in anto.
Te invita, o bella...
Te invita, o bella...
SCENA QUARTA
BEATRICE ed OTTAVIO
BEAT.
Signor consorte carissimo.
OTT.
Zitto.
Te invita, o bella...
BEAT.
Sia maledetta la poesia.
OTT.
Zitto.
(Bisogna ch'io ricorra al rimario).
(da sé, legge)
BEAT.
Questa casa è tutta in disordine per causa della poesia.
Il padrone poeta, i servitori poeti, la figlia poetessa, nessuno fa il suo dovere, e tocca a me sola a pensare a tutto.
Questa mattina, per quel che vedo, non si pranzerà.
Brighella ha fatto la spesa, e poi subito si è ritirato in camera a comporre; e invece di far fuoco, portar acqua e legna, si perde a far dei versacci.
Ma voi siete causa di tutto.
Voi date loro fomento colle vostre pazzie.
OTT.
(L'ho trovata).
(da sé, scrive)
BEAT.
Che! Mi lasciate parlare come una pazza, e non mi date risposta?
OTT.
Zitto.
BEAT.
Così non può durar certamente.
OTT.
Zitto; ho perso la rima, non me ne ricordo più.
Te invita, o bella...
BEAT.
Rispondetemi a questo che vi dico, e poi me ne vado.
OTT.
Te invita, o bella, a respirar alquanto.
BEAT.
Ma io non sono finalmente la vostra serva.
OTT.
Ma voi mi volete far dar al diavolo.
Non vedete che son qui tutto intento a comporre un sonetto, e voi mi fate perdere le rime?
BEAT.
Voi fate il sonetto, e questa mattina non si pranzerà.
OTT.
Deh non sdegnar...
Perché non si pranzerà?
BEAT.
Brighella compone.
OTT.
Chiamatelo.
Deh non sdegnar di stare meco accanto.
BEAT.
L'ho chiamato, e non vuol venire.
OTT.
Dove sta?
BEAT.
In quella camera.
OTT.
Ora lo chiamerò io.
BEAT.
Via, chiamatelo.
OTT.
Zitto.
(Una rima in ira ).
(da sé)
BEAT.
Chiamatelo e poi finirete il sonetto.
OTT.
Sì, ora lo chiamo.
(s'alza e poi torna al tavolino) Ch'io pietà merto...
BEAT.
E così?
OTT.
Ch'io pietà merto...
BEAT.
Siete insopportabile.
OTT.
E non dispetto ed ira.
Il diavolo che vi porti.
Brighella, ehi, Brighella, dove sei?
SCENA QUINTA
BRIGHELLA di dentro, e detti.
BRIGH.
Signor.
OTT.
Che cosa fai là dentro?
BRIGH.
Fenisso un'ottava.
OTT.
Via finiscila, e poi vieni qui.
BEAT.
E intanto che finirà l'ottava, chi anderà a comprare il pane?
OTT.
Oh che seccatura! Brighella, vieni qui.
BRIGH.
(Fuori) Son qua.
OTT.
Hai finita l'ottava?
BRIGH.
Signor sì.
OTT.
Ho piacere.
Senti che cosa dice la padrona.
BEAT.
Con questa maledetta poesia mi volete far disperare.
BRIGH.
La prego, la me comanda, farò tutto, ma no la maledissa la poesia.
OTT.
Ch'io pietà merto, e non dispetto ed ira.
BRIGH.
Un gran bel verso.
BEAT.
Animo, va a prendere il pane.
BRIGH.
Lustrissima sì.
Sior padron, l'ala fatto ella sto bel verso?
OTT.
Sì, io.
Senti queste due quartine, fatte ora in questo momento.
BEAT.
Lasciatelo andare, che è tardi.
(ad Ottavio)
BRIGH.
Per carità, la me le lassa sentir.
(a Beatrice)
OTT.
Senti, e stupisci.
Al dolce suon d'armoniosa lira.
BRIGH.
Oh bello!
OTT.
Vien Nice a scior la chiara voce al canto.
BRIGH.
Oh caro!
OTT.
Sovra i garruli cigni avrai tu il vanto.
BRIGH.
Garruli cigni.
Oh benedetto!
OTT.
Vanto per cui lo stesso Apol s'adira.
BRIGH.
Oh che roba! Vanto per cui lo stesso Apol s'adira.
BEAT.
E così, è finito?
OTT.
Senti quest'altra quartina.
BEAT.
Il mezzogiorno è sonato.
OTT.
Questo mio cor, che per te sol delira.
BRIGH.
Delira.
La me daga i bezzi, e vago subito.
(a Beatrice)
BEAT.
Tieni, questo è un paolo.
OTT.
Te invita, o bella, a respirar alquanto.
BRIGH.
Alquanto.
BEAT.
Compra sei pani, e il resto frutti.
OTT.
Deh, non sdegnar di starti meco accanto.
BEAT.
Tu non mi abbadi.
(a Brighella)
BRIGH.
Signora sì.
BEAT.
Che cosa ti ho detto?
OTT.
Ch'io pietà merto, e non dispetto ed ira.
BRIGH.
Oh vita mia!
BEAT.
E così?
BRIGH.
Ch'io pietà merto, e non dispetto ed ira.
BEAT.
Va a comprare il pane, che ti caschi la testa.
OTT.
Vanne, che la mia sposa omai s'adira.
BRIGH.
Ch'io pietà merto, e non dispetto ed ira.
(parte)
SCENA SESTA
OTTAVIO e BEATRICE
OTT.
Oh bravo! Oh bravo! Che bell'estro ha costui! Se avesse studiato, sarebbe un portento.
BEAT.
Avrei bisogno di discorrervi d'un'altra cosa.
OTT.
Per carità, lasciatemi finire questo sonetto.
BEAT.
Ascoltatemi, e poi non vi do più disturbo.
OTT.
Via, parlate.
BEAT.
Mi ascolterete?
OTT.
Vi ascolterò.
(va scrivendo)
BEAT.
Voi avete una figlia del primo vostro matrimonio.
Ella è grande, ella è nubile, ella è vistosa.
Per causa della poesia in questa casa pratica di molta gente.
Vengono dei giovinotti, trattano con essa familiarmente.
Marito mio carissimo, non vorrei che le Muse avessero a far le mezzane a questa ragazza, onde vi consiglio a pensarvi.
Procurate di maritarla, ponetela in sicuro, trovatele un buon partito, liberatevi da questo disturbo e da questo pericolo, che vi troverete assai più contento, e io viverò più quieta.
Che ne dite? Vi pare ch'io parli giustamente? Approvate il mio consiglio?
OTT.
Alternando le voci in dolce suono...
BEAT.
Pazzo, pazzissimo, mille volte pazzo.
(parte)
SCENA SETTIMA
OTTAVIO solo.
OTT.
Sia ringraziato il cielo, che se n'è andata.
Alternando le voci in dolce suono,
Nice, bell'idol mio, Fauni e Silvani.
Noi faremo balzar da fonti e selve.
Concedi, o Nice, a chi t'adora, il dono;
E nostra fama ai lidi più lontani
Renderà stupefatti uomini e belve.
Oh buono! Oh bello! Con tutto lo stordimento di Beatrice, ho fatto due terzetti spaventosi.
Bisogna nascer così.
Poetae nascuntur.
Presto, voglio far sentire questo gran sonetto a mia figlia.
Gran donna! gran poetessa! Bisogna dire, che quando l'ho io generata, concorressero alla grand'opera le nove Muse ed Apollo istesso.
Sì, vado a comunicare al parto delle mie viscere il parto novello della mia mente.
E nostra fama ai lidi più lontani
Renderà stupefatti uomini e belve.
(recitando parte)
SCENA OTTAVA
Camera di locanda.
TONINO e CORALLINA
TON.
Via, cossa gh'è? Coss'è sta malinconia? Se ancuo le cosse va mal, un altro zorno le anderà ben.
COR.
Dite benissimo; se oggi non si mangia, forse forse si mangerà domani, e se non domani, può essere un altro giorno.
Questo locandiere non ci vuol dare un pane a credenza.
TON.
Cara muggier, gh'avè rason, ma ve prego, no me mortifichè d'avantazo.
Avemo fenio i bezzi, avemo fenio la roba, no me xe restà altro che un poco de spirito, per cercar el remedio alle nostre desgrazie.
Se me avvilì, se me opprimè, semo persi affatto, podemo andarse a far seppellir, perché moriremo de fame.
COR.
Per oggi non moriremo di fame, poiché ho mandato Arlecchino mio fratello a vendere un fazzoletto di seta, che era l'unico mobile che mi era restato.
TON.
Poverazza! Diseme, cara, seu pentia d'averme tolto per mario?
COR.
Compatitemi, queste non sono interrogazioni da fare a una moglie, quando non vi è da mangiare.
TON.
Pol esser che colla poesia se femo strada a qualche fortuna.
Mi savè che per componer in bernesco e per improvvisar, a Venezia giera in qualche concetto.
Vu sè anca più brava de mi, componè de bon gusto, componè all'improvviso, e col vostro stil particolar v'avè sempre fatto onor, onde tra vu e mi possibile che no scoverzimo qualche raggio de bona fortuna?
COR.
Eh, caro marito, al giorno d'oggi la povera poesia non si considera un fico.
TON.
Eppur mi me son innamorà in vu per causa della poesia.
COR.
Mi dispiace avervi data una dote così cattiva.
TON.
La dota che m'avè dà, la xe poca, ma la me piase.
COR.
Se vi piace, è tutta per voi.
Ma ecco mio fratello.
SCENA NONA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Signori virtuosi, li riverisco.
COR.
E così?
ARL.
Come stali d'appetito?
TON.
Sè qua sempre colle vostre barzellette.
COR.
E così del fazzoletto come è andata?
ARL.
L'è andà.
COR.
L'avete esitato?
ARL.
L'ho esità.
COR.
Come?
ARL.
Ve dirò.
Son andà in piazza, e per farme passar la fame, son andà a veder Purichinella.
Un galantomo che m'ha visto el fazzoletto in scarsella, el s'ha imaginà che lo volesse esitar, e per liberarme dalla fadiga de contrattar, el me l'ha tolto e el me l'ha portà via.
TON.
I v'ha robà el fazzoletto?
ARL.
Credo che tolto e robà voia dir l'istesso.
COR.
E mi dite che l'avete esitato?
ARL.
In sta maniera l'ho esità seguro.
COR.
Povera me! come mangeremo?
TON.
Ancuo, come disnaremio?
ARL.
Quest l'è quel che vad considerand anca mi.
COR.
Uomo da poco.
TON.
Senza cervello.
COR.
Scimunito.
TON.
Alocco.
ARL.
Se el gridar fa passar la fame, scomenzerò a gridar anca mi.
COR.
Come abbiamo da fare?
TON.
Come se podemio inzegnar?
ARL.
Gnente.
Per mi gh'è un ravano e un pezzo de pan avanzà iersera.
Vualtri, con un sonetto per omo, disnè da prencipi.
COR.
Eh, fratel caro!
La povera cicala,
Che d'aria solamente si nutrisce,
Canta, crepa e finisce.
È un cantar poco grato
Il compor versi, e non aver mangiato.
TON.
Brava.
Cussì me piase.
Passarsela con disinvoltura.
ARL.
Per ancuo stè ben.
Co sto madregal in corpo no avè bisogno de altro.
COR.
Possibile che non si trovi un cane che ci aiuti? Se io fossi uomo, certamente mi vorrei ingegnare.
ARL.
Anzi essendo donna, podè inzegnarve più facilmente.
COR.
Una donna onorata non può girare per la città.
ARL.
Gnente; senza che v'incomodè, podè far el fatto vostro anca in casa.
TON.
Sier cugnà caro, no so che razza de descorso sia el vostro.
So che sè nato omo ordenario, e se no fusse stà la vertù e el spirito de vostra sorella, no me saria degnà de imparentarme con vu.
Ste massime, ste proposizion le xe indegne de mia muggier e de mi.
Semo do poveri sfortunai, ma semo do persone onorate.
Se la fortuna ne vorrà agiutar, accetteremo la provvidenza del cielo, se no, pazenzia; moriremo de fame più tosto che far male azion, e imparè una volta, imparè:
Che più d'ogni fortuna
L'onor s'ha da stimar;
E che chi per magnar vive da sporco,
Merita de morir scannà qual porco.
COR.
Signor sì, è verissimo.
Chi per saziar la gola,
La sua riputazion manda in rovina,
Merita d'esser posto alla berlina.
ARL.
Sior sì, l'è vero.
Un bel morir tutta la vita onora,
Ma un bel magnar salva la vita ancora.
TON.
Vu no pensè altro che a magnar.
ARL.
Orsù, vegnì qua, e sentì se son un omo de garbo; e lodeme, e insoazeme.
COR.
Che cosa avete fatto di buono?
TON.
Saria un miracolo, che ghe n'avessi fatto una de ben.
ARL.
Andand per la città, ho trovà un mio patrioto, che se chiama Brighella Gambon.
S'avemo cognossù, e per dirvela in confidenza, el m'ha menà a far colazion.
TON.
El v'ha menà a marenda?
COR.
Avete mangiato?
ARL.
Poveretti! Ghe vien l'acqua in bocca.
Sto Brighella serve un patron, che l'è perso, morto e spanto per la poesia.
Alle curte: ho parlà de vualtri do, ho dito che fe versi, co magnè, co dormì e co sè al licet; el m'ha promesso che adessadesso el lo condurrà qua.
COR.
Come! Che persona è? Prima di riceverlo, mi voglio informare.
ARL.
Oh, che difficoltà! L'è un galantomo, e pol esser che per un per de sonetti el ve daga da disnar.
TON.
Qua bisogna buttarse in mar, cercar onoratamente de far fortuna.
COR.
Sento battere.
ARL.
Vago a veder.
Eh, se no fusse mi che ve agiutasse, poveretti vu.
La virtù l'è bella e bona, ma qualche volta una bona lengua val più de una bona testa, e un omo virtuoso, che no abbia coraggio, l'è giusto come un diamante grezzo; onde, come dise el poeta:
Zoggia che no se netta, è sempre immonda;
Testa che no se squadra, è sempre tonda.
(parte, poi torna)
COR.
Eppure anche mio fratello ha dell'estro.
TON.
Vostro pare no gierelo poeta?
COR.
E come!
TON.
Questa xe la fortuna dei fioi dei poeti; se no eredita altro, i eredita l'estro della poesia.
ARL.
Oe, l'è qua l'amigo.
COR.
Chi?
ARL.
El poeta.
TON.
Come se chiamelo?
ARL.
Domandeghelo a lu, che el ve lo dirà.
COR.
Che persona è?
ARL.
Persona prima, numero singolar.
(parte)
COR.
Non vorrei che mio fratello mi mettesse in qualche impegno.
TON.
Sè con vostro mario, cossa gh'aveu paura?
COR.
Mio marito non è solo.
TON.
E chi ghe xe con vostro mario?
COR.
A dirlo mi vergogno:
Vi è quel brutto compagno del bisogno.
SCENA DECIMA
OTTAVIO, BRIGHELLA e detti.
OTT.
Riverisco lor signori.
COR.
Serva umilissima.
TON.
Patron mio reverito.
OTT.
Perdonino, se mi sono preso l'ardire di venirli a incomodare.
TON.
Anzi la n'ha fatto grazia.
OTT.
Mi ha detto il mio servitore, che lor signori sono due celebri e valorosi poeti.
BRIGH.
Un mio patrioto m'ha informà del so merito.
COR.
Poeti siamo, ma non celebri, né valorosi.
TON.
Semo do poeti alla moda del nostro secolo, che vuol dir sfortunai e pieni de desgrazie.
OTT.
Ah, pur troppo la poesia non è oggi in quel pregio in cui esser dovrebbe; spero per altro che non passerà molto, che risorgerà il regno delle Muse, e non anderà senza premio chi averà il merito di una così bella virtù.
TON.
Disela da senno? Oh magari!
BRIGH.
Semo drio a perfezionar un'accademia.
COR.
Anche voi vi dilettate?
OTT.
Sì, è mio servitore.
Ha dello spirito, ha dell'estro, lo tengo al mio servizio per questo.
Quando trovo poeti, vorrei poterli beneficar tutti, vorrei poterli assistere, soccorrere, esaltare.
TON.
(Questo xe giusto el nostro bisogno).
(da sé)
OTT.
Sappiate ch'io sono principe e fondatore di un'accademia.
BRIGH.
E anca mi, debolmente, son membro della medesima.
TON.
Anca vu accademico? (a Brighella)
BRIGH.
Gh'ho el titolo de bidello, ma fazzo anca mi qualcossetta.
OTT.
L'accademia chiamasi dei Novelli e se volete esservi anche voi ascritti, procurerò di aggregarvi.
COR.
Sarebbe per noi troppo onore.
OTT.
Come vi chiamate? (a Corallina)
COR.
Io ho nome Corallina.
TON.
E mi Tonin, per servirla.
OTT.
Di che paese siete? (a Tonino)
TON.
Mi son venezian.
COR.
Ed io sono nata a Bergamo, ma sono stata allevata fuori.
OTT.
È molto tempo che siete in questa città? (a Tonino)
TON.
Sarà tre zorni.
OTT.
Siete marito e moglie? (a Corallina)
COR.
Sì signore, e abbiamo i nostri attestati.
OTT.
Ma per che causa vi ritrovate qui? (a Tonino)
TON.
Ghe dirò: la sappia che mio pare...
OTT.
Ditemi, in che stile componete voi? (a Tonino)
TON.
Per el più in bernesco e in lengua veneziana, e me diletto de improvvisar.
OTT.
Bravo! Di bei sali si sentono nel vostro idioma! Gran bella cosa è l'improvvisare.
Sicché vostro padre...
Seguitate.
TON.
Mio pare xe un mercante ricco venezian, el qual avendo dei negozi in Toscana...
OTT.
E voi, signora, in che stile componete? (a Corallina)
COR.
Un poco in uno stile, un poco nell'altro; e anch'io qualche volta dico dei versi all'improvviso.
OTT.
Bravissima.
E così? (a Tonino)
TON.
E cussì, el m'ha mandà in Toscana, e capitando a Fiorenza, ho avù occasion de veder e de praticar...
OTT.
Io compongo volentieri nello stile eroico.
(a Corallina)
BRIGH.
E mi in stil macheronico.
COR.
Ogni stile è bello e buono, quando si tratta felicemente.
TON.
Comandela che seguita la nostra istoriella? (ad Ottavio)
OTT.
Voglio farvi sentire uno dei miei sonetti eroici.
TON.
Lo sentirò volentiera.
(Ma col stomego vodo gh'averò poco gusto).
(da sé)
OTT.
Compatirete.
COR.
Anzi ammireremo.
Ma favorisca, sediamo.
OTT.
Come volete.
(siedono) Notate la difficoltà delle rime, la novità del pensiere, la forza e la condotta.
TON.
Tutte cosse maravegiose.
OTT.
Compatirete.
Sopra i fulmini.
SONETTO
De' terribili tuoni al fiero strepito
L'orrida cupa valle omai rimbomba;
Ogni avello si spezza ed ogni tomba,
E precipita il monte alto decrepito.
Orsi, lupi, leoni han dato un crepito,
Qual scordata, stridente, arida tromba.
Sembra la terra omai qual catacomba;
Io tremo, e fuggo, e mi nascondo, e strepito.
Precipita dal ciel fuoco a bizzeffe,
S'ode di zolfo e di bitume il tuffo,
E alle quercie si dan tagli e sberleffe.
Sentomi pel terrore alzare il ciuffo.
Chi avvien che i bronzi e i ferrei tuoni sbeffe,
Tremi del gran Tonante al fier rabbuffo.
COR.
Bravo.
TON.
Bravissimo.
OTT.
Compatirete.
COR.
Oh che rime difficili!
TON.
Ghe xe parole che le par cannonae.
OTT.
Compatirete.
TON.
Se la comanda, ghe dirò brevemente la catastrofe dei mi accidenti.
OTT.
Catastrofe! Bella parola da mettere in un verso eroico.
Sì, la sentirò volentieri.
BRIGH.
Anca mi, se el padron se contenta, ghe reciterò una piccola composizion.
OTT.
Sì, fa sentire qualche cosa del tuo.
BRIGH.
I compatirà.
COR.
Ammireremo.
TON.
Sentiremo el vostro spirito.
BRIGH.
I compatirà.
Dirò un'ottava armigera sul stil dell'Ariosto
.
TON.
Un'ottava armigera? Bravo.
BRIGH.
I compatirà.
E mentre il cavalier salisce in sella
Vede il nemico che l'affronta a fronte,
Ed egli mette mano alla rotella,
E fiero il guarda, come Rodomonte.
Il nemico si ferma, e a lui favella
Con queste che dirò parole pronte:
Scendi di sella, o cavalier errante,
Ch'io ti voglio tagliare la corazza e il turbante.
TON.
Bravissimo.
(Tre piè de più).
(da sé)
COR.
Evviva.
BRIGH.
I compatirà.
OTT.
Oh via, signori miei, favoriscano dirmi per quale avventura si trovano nella nostra città.
TON.
Spero che se la saverà le nostre peripezie, la se moverà a compassion de nu.
OTT.
Peripezie, mi piace; ma è prosaico.
COR.
Siamo due poveri sventurati.
OTT.
Ma non si potrebbe sentire qualche cosa poetica del signor Tonino e della signora Corallina?
TON.
Se faremo cussì, ella no saverà l'esser mio, e mi no poderò sperar gnente da ella.
OTT.
Ditemi, in grazia.
Non sapete improvvisare?
TON.
Qualche volta improvviso.
OTT.
Ebbene, fate così.
Narratemi la vostra istoria improvvisando in versi.
TON.
Se pol benissimo.
OTT.
Via dunque, fate che nel medesimo tempo senta le vostre virtù, e le vostre peripezie.
BRIGH.
Oh magari! Sentirò anca mi volentiera.
TON.
Cossa diseu, muggier?
COR.
Dite voi la vostra parte, che io dirò la mia.
OTT.
Animo, da bravi.
TON.
Per narrative, no gh'è meggio dell'ottava rima.
OTT.
Benissimo.
Spiegatevi in ottava rima.
BRIGH.
L'ottava l'è el mio forte anca de mi.
TON.
La compatirà.
OTT.
Ammireremo.
COR.
Perdonerà.
OTT.
Mi meraviglio.
TON.
In lengua veneziana.
OTT.
Benissimo.
TON.
La compatirà.
OTT.
Non mi fate penare.
TON.
Mio pare, che in Venezia è un bon mercante,
A Fiorenza me manda a negoziar:
Vedo de Corallina el bel sembiante,
E me sento alla prima innamorar.
Benché ordenaria e priva de contante,
M'ha savesto el so spirito obbligar.
Mio pare negoziar m'ha comandà,
E mi, per obbedir, m'ho maridà.
OTT.
Bravissimo.
COR.
In Bergamo son nata, e da piccina
Sono stata in Firenze trasportata,
Ove imparai la lingua fiorentina,
Senza la gorga che dal volgo è usata.
Mia zia, che mi condusse, è contadina,
E all'orticel mi aveva destinata.
Erbe e fior coltivai, ma sopra tutto
Pensai raccor del matrimonio il frutto.
BRIGH.
Evviva.
TON.
Torno a Venezia colla mia novizza
El pare se ne accorze, e el me descazza,
E tanto fogo contra mi l'impizza,
Che farme véder me vergogno in piazza.
Tutto in un tempo me vien su la stizza;
Chiappo su e vegno via co sta gramazza.
Finché ho abuo bezzi, semo andai pulito,
Ma adesso me tormenta l'appetito.
OTT.
Oh bene!
COR.
E finché vive del mio sposo il padre,
A Venezia tornar noi non vogliamo.
Fortuna, che per anco io non son madre,
Onde in poca famiglia ancora siamo.
Pericolo non v'è, che genti ladre
Ci rubino i bauli che portiamo;
Mentre noi non abbiam, come sapete,
Altro baul che quello che vedete.
(mostra un piccolo baule, ch'è nella stanza)
BRIGH.
Oh cara!
TON.
Semo do poverazzi sfortunai,
E s'avemo cazzà in la fantasia,
Per esser sempre poveri spiantai,
De voler coltivar la poesia.
Ma, grazie al cielo, semo capitai
Dove regna la vera cortesia.
Spero poder sfogar la doppia brama
De saziar la mia fame e la mia fama.
OTT.
Oh che bella cosa!
COR.
Signor, l'istoria nostra avete intesa.
Movetevi, di grazia, a compassione;
Noi persone non siam di molta spesa,
E alla tavola avremo discrezione.
Due giorni son che abbiam la gola tesa,
Senza mai mandar giù neanche un boccone.
È tanto tempo che non ho mangiato,
Non posso più parlar, mi manca il fiato.
BRIGH.
Poveretta! La me fa compassion.
OTT.
Ho inteso tutto; se posso, voglio anch'io rispondervi con un'ottava all'improvviso.
Io veramente non sono solito a improvvisare, ma mi ingegnerò.
(Se avessi il rimario addosso!) (da sé) Basta, mi proverò.
Compatirete.
Ho inteso, ho inteso i vostri casi strani,
Vi compatisco e ho di voi compassione.
Venite a casa mia...
Venite a casa mia...
Venite a casa mia dunque domani.
Voleva dir che veniste oggi, ma per causa della rima verrete domani.
COR.
Signore, mi perdoni, il verso potrebbe dire:
Venite a casa mia oggi e domani.
OTT.
È vero, ma parrebbe che non vi volessi più.
TON.
Con un altro verso se comoda.
Finché volete voi, vi fo padrone.
OTT.
Benissimo.
Torniamo da capo.
Ho inteso, ho inteso i vostri casi strani,
Vi compatisco e ho di voi compassione
Venite a casa mia oggi e domani,
Finché volete voi, vi fo padrone.
Una rima in ani, ed una in one.
Vivano i Fiorentini e i Veneziani,
Vivan le Muse e Apollo...
Vivan le Muse e Apollo...
BRIGH.
Mio padrone...
OTT.
Sì.
Vivan le Muse e Apollo mio padrone.
Venite, che a cenar meco v'aspetto...
TON.
Io vengo tosto, e le sue grazie accetto.
OTT.
Evviva, bravissimo.
Senz'altri complimenti, venite in casa mia; Brighella vi condurrà.
Vi farò vedere i capitoli dell'accademia; vi darò la vostra patente.
Oggi si reciterà, e voi vi farete onore.
Bravi, evviva, mi consolate.
Voglio che facciamo de' milioni di versi.
Innalzar il suo nome ognun procura,
E di noi stupirà...
madre natura.
(parte)
COR.
(Oh che vaga e gentil caricatura!) (da sé)
BRIGH.
Andemo, e no perdemo tempo.
COR.
E mio fratello?
BRIGH.
So che Arlecchin l'è vostro fradello.
L'è mio patrioto.
L'è anca lu un poco poeta, l'introdurrò anca élo, e el magnerà.
Venite amici, io vi conduco dove
Risplende il sol...
di mezzo dì, quando non piove.
(parte)
TON.
Quando ghe sia da laorar sui piatti,
Andemo a segondar sti cari matti.
(parte)
COR.
Scrivasi fra le cose rare e strane,
Ch'oggi la poesia ci ha dato il pane.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera con tavolino.
ROSAURA e FLORINDO
ROS.
Qui, signor Florindo, qui in questa camera staremo con più libertà.
FLOR.
Ma non vorrei che il vostro signor padre ci sorprendesse.
ROS.
Non vi è pericolo.
Egli sta presentemente in compagnia di un poeta e di una poetessa forestieri, che sono marito e moglie.
E poi, se anche qui mi ritrovasse con voi, non potrebbe dir nulla, avendomi egli stesso accordato che possa a voi far vedere i miei sonetti; e si compromette che voi non sappiate rispondere.
FLOR.
Sappiate che la risposta ad uno di essi è fatta.
ROS.
Così presto?
FLOR.
O bene, o male, ho risposto, ed ho creduto che la celerità possa acquistarmi maggior merito dell'attenzione.
ROS.
Deh, non mi sospendete più lungamente il piacere.
Fatemi sentire questa vostra quasi estemporanea risposta.
FLOR.
Vi servo subito.
Compatirete.
ROS.
So il vostro merito.
FLOR.
Favorite, se pur v'aggrada, leggere il vostro secondo sonetto, ed io alle quartine e alle terzine di mano in mano vi risponderò.
ROS.
Lo farò per obbedirvi.
Dopo il sonetto petrarchesco, con cui Nice si disponeva di palesare il suo amore a Fileno, la stessa Nice, con un altro sonetto di stile piano e comune, si risolve di palesarlo.
FLOR.
Ed io faccio che, nella risposta, Fileno a Nice spieghi il suo sentimento.
ROS.
Mi sarà caro sentirlo.
SONETTO
Poiché Amor mi consiglia a dir mie pene,
Quel che m'arde non taccio intenso ardore.
Vo' svelar la mia fiamma al mio pastore,
In cui solo ho riposta ogni mia spene.
FLOR.
Fileno risponde colle medesime ultime parole:
Sento, o bella, pietà delle tue pene,
Ed eguale nel sen provo l'ardore.
Più felice di me non fia pastore,
Se di te m'alimenta amica spene.
ROS.
Da Filen, che nel petto il mio cuor tiene,
Se pietà sperar posso, e non rigore,
Fortunato penar, dolce dolore,
Sola e vera cagion d'ogni mio bene!
FLOR.
Nice, che del mio cor l'impero tiene,
Suol usar meco, e non temer rigore.
Nascer può dal suo sdegno il mio dolore,
Vien dalla sua pietate ogni mio bene.
ROS.
Sappia dunque Filen ch'io peno ed amo,
Che il frutto onesto dell'onesto affetto
Di mia fede in mercè sospiro e bramo.
FLOR.
Se tu mi ami, idol mio, sappi ch'io t'amo
E a misura del tuo gentile affetto,
Darti prova del mio sospiro e bramo.
ROS.
Or che l'arcano mio m'uscì dal petto,
Amor pietoso in mio soccorso io chiamo,
E da Fileno il mio conforto aspetto.
FLOR.
Più frenar non poss'io l'amor nel petto:
Nice sola sospiro, e Nice chiamo,
E la sua destra ed il suo cuore aspetto.
ROS.
Più frenare non puoi l'amor nel petto?
FLOR.
Nice sola sospiro, e Nice chiamo,
E la sua destra ed il suo cuore aspetto.
ROS.
Ah, se creder potessi che la vostra risposta fosse dettata dal cuore, felice me!
FLOR.
Da dove ebbe origine il vostro sonetto?
ROS.
Da una vera passione.
FLOR.
E il mio da un affetto sincero.
ROS.
Credete voi ch'io abbia inteso parlar di Nice?
FLOR.
Sotto il nome di Nice, scorgo quel di Rosaura.
ROS.
E Fileno chi è?
FLOR.
Florindo, che a Rosaura risponde.
ROS.
Ah, signor Florindo, voi avete rilevato dal mio sonetto quello che altrimenti non avrei avuto coraggio di dirvi.
FLOR.
Spesse volte le Muse hanno fatto finezze simili.
ROS.
Che effetto potrà produrre questa mia poetica confessione?
FLOR.
Le nostre nozze, se vi degnate approvarle.
ROS.
Dunque dalla poesia deriverà il maggiore de' miei contenti.
SCENA SECONDA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Rosaura, che fate qui in questa camera? E voi, signor Florindo, dove avete imparate le convenienze?
FLOR.
Signora, non è questa la prima volta ch'io sia venuto in casa vostra.
ROS.
Mio padre mi ha detto che gli faccia vedere un certo sonetto.
BEAT.
Vostro padre è un pazzo.
Egli ha meno giudizio di un ragazzo di dieci anni; ed io, che per mia disgrazia sono sua moglie, non voglio perdere di vista il decoro vostro e di questa casa.
FLOR.
Signora Beatrice, io ho tutta la venerazione per la vostra casa, e tutto il rispetto per la signora Rosaura.
BEAT.
Ebbene dunque, cosa pretendete da questa ragazza?
FLOR.
Se non temessi una negativa, vi spiegherei il mio desiderio.
BEAT.
Io sono una donna ragionevole; se parlerete, vi risponderò.
FLOR.
Vedo che mi capite senza ch'io parli.
Sospiro le nozze della signora Rosaura.
BEAT.
E voi, signorina, che cosa dite?
ROS.
Mi raccomando alla vostra bontà.
BEAT.
Sì, ora vi raccomandate a me.
SCENA TERZA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Ecco qui, sempre gente in questa camera.
Dove scrivo, non voglio nessuno.
BEAT.
Io ci sono venuta, perché il mio dovere mi ci ha portata.
OTT.
Favorite andar nelle vostre camere.
FLOR.
Signor Ottavio, perdonatemi.
OTT.
Vi riverisco, Breviano Bilio.
BEAT.
Posso parlarvi di un affare che preme?
OTT.
Signora no.
Ho da correggere la prefazione per l'accademia di questa sera.
BEAT.
Signora Rosaura, andiamo.
ROS.
Anch'io avrei da terminare una composizione per questa sera.
OTT.
Terminatela, e voi lasciatela stare.
BEAT.
Sì, fate bene.
Resterà qui col signor Florindo.
OTT.
Breviano Bilio è nostro accademico.
BEAT.
E io...
OTT.
E voi andate a badare alla rocca.
BEAT.
Mi preme l'onore di questa casa.
OTT.
Se vi premesse l'onore di questa casa, non sareste un'ignorantaccia, inimica della poesia.
BEAT.
Più tosto che avere la malattia dei versi, vorrei essere zoppa e guercia.
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
(siede al tavolino)
BEAT.
Il bell'onore che acquisterà la vostra figliuola!
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
BEAT.
Uomo senza cervello..
OTT.
Gente cui si fa notte...
BEAT.
Voi mi volete far crepare.
OTT.
Innanzi sera.
BEAT.
Il diavolo che vi porti.
(parte)
SCENA QUARTA
OTTAVIO, ROSAURA e FLORINDO
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
Figliuoli miei, lasciatemi in quiete.
Ho da correggere la prefazione.
Il principio non mi dispiace.
O ignorantissima temeraria gente, che contro la poetica sovrumana virtù ingiurie pessime scaricate...
ROS.
Signor padre, vado anch'io a terminare la mia composizione.
OTT.
Sì.
Per dar principio alle nostre accademiche esercitazioni...
FLOR.
Anch'io vi leverò l'incomodo.
OTT.
Sì.
Ragion vuole che io, poiché del principesco onore...
ROS.
Il signor Florindo può venir meco?
OTT.
Sì.
Parola dell'istituto nostro faccia...
FLOR.
Mi permettete ch'io vada ad assistere la signora Rosaura?
OTT.
Sì.
E del titolo nostro e dell'accademica pastorale...
ROS.
Vado.
OTT.
Sì.
Sappiasi dunque...
FLOR.
Ed io l'accompagno.
OTT.
Sì.
Sappiasi dunque...
FLOR.
Andiamo a terminare le nostre composizioni.
(a Rosaura)
ROS.
E se viene la signora matrigna?
FLOR.
Due onesti amanti non si prendono soggezione.
Andiamo, la mia cara Nice.
Nice sola sospiro, e Nice chiamo,
E la sua destra ed il suo core aspetto.
ROS.
Amor pietoso in mio soccorso io chiamo,
E da Fileno il mio conforto aspetto.
(partono)
SCENA QUINTA
OTTAVIO solo.
Ascolta, s'alza un poco e poi siede.
OTT.
Che brava ragazza è costei! Ella è l'unica mia consolazione; non la mariterei per tutto l'oro del mondo.
La voglio in casa con me, me la voglio goder io la mia virtuosa figliuola.
Ma qui conviene terminare la prefazione.
Quanto mi dà fastidio dover comporre in prosa! Se avessi da scrivere in versi, mi sarebbe più facile, e in caso di bisogno, mi aiuterei col rimario.
Orsù, sono nell'impegno, convien ch'io faccia di tutto per riuscir con onore.
Poco manca alla sera.
Vediamo che ora è.
(mette fuori l'orologio) Oh diavolo! Mi sono scordato di caricarlo; non va, è giù la corda, e non so che ora sia.
Ehi, Brighella.
(chiama) Brighella anderà a vedere che ora è, e mi accomoderà l'orologio.
Io non voglio perder tempo.
Ehi, Brighella.
Starà componendo, vi vuol pazienza, verrà.
Andiamo avanti.
Poiché se tutte le arcadi ed accademiche denominazioni...
(scrivendo)
SCENA SESTA
BRIGHELLA ed il suddetto.
BRIGH.
Sior padron...
OTT.
La novella instituzione nostra...
BRIGH.
Gh'è qua un zovene spiritoso, dilettante anca lu de poesia, fradello de siora Corallina, che vorria reverirla.
Ela contenta che el passa?
OTT.
Non senza ponderazione e mistero...
BRIGH.
Ela contenta che el passa?
OTT.
Sì.
Non senza ponderazione e mistero.
BRIGH.
Adesso el fazzo vegnir.
Poverazzo, che el magna anca élo.
(parte)
OTT.
La novella pianta d'alloro abbiamo noi per impresa...
Brighella, tieni quest'orologio, e accomodalo sulle ore di piazza.
Brighella è andato via.
Qualche nuovo estro lo avrà richiamato.
Or ora ho finito.
Poiché, siccome le tenerelle piante crescono coll'andar del tempo, e della loro ombra ingombrano i larghi piani...
Oh bel poetico sentimento prosaico! E della loro ombra ingombrano i larghi piani.
SCENA SETTIMA
ARLECCHINO ed OTTAVIO
ARL.
Fazzo umilissima reverenza.
OTT.
Tieni.
(senza guardarlo gli dà l'orologio, credendolo Brighella) Noi così parimenti, qual novelle piante...
ARL.
A mi?
OTT.
Sì.
Non vedi che va male? Noi così parimenti...
ARL.
Cossa ghe n'oio da far?
OTT.
Va via, lasciami finir questa prefazione.
ARL.
L'è un omo generoso, el m'ha donà un relogio alla prima.
Pazienza, l'anderò a vender.
(vuol partire)
OTT.
Andremo i teneri ramuscelli...
Chi è colui, che parte da questa camera? (vedendo Arlecchino) Ehi, galantuomo.
ARL.
Signor.
OTT.
Che cosa volete? Che cosa fate in questa camera?
ARL.
Eh gnente, vago subito.
OTT.
Che cos'è quello? (vede l'orologio)
ARL.
L'è l'effetto delle so care grazie.
OTT.
Come? Il mio orologio? Ah ladro disgraziato! Tu mi hai rubato l'orologio.
ARL.
Se la me l'ha dà ella colle so man.
OTT.
Eh, chi è di là? Presto, voglio mandare a chiamar gli sbirri.
ARL.
Me maraveio, sior, son un galantomo.
OTT.
Sei un disgraziato, un ladro, un assassino.
Ti sei introdotto in casa mia per rubare, e ti sei prevalso della mia distrazione per rapirmi l'orologio di mano.
ARL.
Ghe digo che son un omo onorato.
OTT.
Le Muse, che non abbandonano i suoi divoti, mi hanno avvertito in tempo per iscoprirti.
ARL.
Sia maledetto quando son vegnù qua.
OTT.
Ti voglio far frustare, ti voglio far andar in galera.
Rapace, rapitore, empio, vigliacco.
ARL.
Son un omo d'onor, corpo de bacco.
OTT.
(Come! È un poeta?)
Mi avete voi rubato l'oriuolo?
ARL. Mi son un galantom, non un mariuolo.
OTT.
(È poeta, è poeta!) (da sé) Caro amico, vi domando perdono.
Ditemi, siete voi servo d'Apollo?
ARL.
Canto ancor io colla chitarra al collo.
OTT.
Oh caro! Vi domando un'altra volta perdono.
Io ero astratto, io ero dall'estro invaso.
Ditemi, come è andata la cosa dell'orologio?
ARL.
Me l'avì dà colle vostre man.
OTT.
Sì, è vero.
Ho creduto di darlo a Brighella; compatitemi, e in quest'abbraccio ricevete un pegno dell'amor mio.
ARL.
(Sta volta, se no savevo far versi, stava fresco).
(da sé)
OTT.
Ditemi, caro, chi siete? Come vi chiamate?
ARL.
Mi me chiamo Arlecchin, e son fradello de Corallina.
OTT.
Fratello della signora Corallina?
ARL.
Per servirla.
OTT.
Di quella brava improvvisatrice?
ARL.
Giusto de quella.
OTT.
Oh siate benedetto! Lasciate ch'io vi dia un bacio e che vi giuri perpetua amicizia e poetica fratellanza.
ARL.
La sappia, sior, che le cosse le va mal.
OTT.
Sapete anche voi improvvisare?
ARL.
Qualche volta.
OTT.
Bravo.
ARL.
L'è tre zorni, che se magna pochetto.
OTT.
Questa sera si farà in casa mia una bella accademia.
ARL.
Me ne rallegro.
E la me creda, signor, che ho una fame terribile.
OTT.
Sentirete, sentirete che roba.
ARL.
Se mai la se contentasse...
OTT.
Io compongo nello stile eroico.
ARL.
De farne dar qualcossa...
OTT.
E mia figlia compone nello stil petrarchesco.
ARL.
La favorisca de ascoltarme una parola sola.
OTT.
Dite pure, v'ascolto.
ARL.
Ho fame.
OTT.
Sì, caro, sì, mangerete.
Venite qui, voglio farvi sentir un sonetto.
ARL.
Lo sentirò più volentiera, dopo che averò magnà.
OTT.
Voglio che mi diciate la vostra opinione.
Ma ecco quel diavolo di mia moglie.
Non posso seguitare il sonetto, non posso terminare la prefazione.
Prenderò i miei fogli, e mi anderò a serrare nella camera di Brighella.
(parte)
ARL.
Ah, signor poeta.
(dietro ad Ottavio)
SCENA OTTAVA
BEATRICE ed ARLECCHINO
BEAT.
Galantuomo, chi siete voi?
ARL.
Un poeta, per servirla.
BEAT.
Siete anche voi uno scroccone simile al signor Tonino e alla signora Corallina?
ARL.
Giusto; son fradello della signora Corallina.
BEAT.
E siete anche voi venuto a scroccare con essi?
ARL.
Procurerò anca mi de farme onor.
BEAT.
Fareste meglio andar a lavorare.
ARL.
Per dirghela, no ghe n'ho troppa volontà.
BEAT.
Signor sì, col pretesto d'esser poeta, si fa vita oziosa e da vagabondo.
ARL.
Chi ela in grazia?
BEAT.
Sono la padrona di questa casa.
ARL.
M'imagino che la sarà poetessa anca ella.
BEAT.
Sono il diavolo che vi porti.
Andate fuori di qui.
ARL.
Come! Cussì se scazza i galantomeni?
BEAT.
Andatene, altrimenti vi farò cacciare per forza.
ARL.
La donna brava e accorta,
Scaccia chi ghe vol tor, e tol chi porta.
(parte)
SCENA NONA
CORALLINA e BEATRICE
COR.
Signora, perché scacciate voi mio fratello?
BEAT.
Perché la mia casa non ha da essere il ricetto dei vagabondi.
COR.
Signora mia, permettetemi ch'io vi dica un apologo.
BEAT.
Che cos'è quest'apologo?
COR.
Vuol dire una favoletta.
BEAT.
Io non mi curo delle vostre scioccherie.
COR.
Sentitela, e non vi dispiacerà.
Cadde una pecorella dentro un pozzo
E facea per uscir qualche schiamazzo;
Ed un lupo, che aveva pieno il gozzo,
La derideva e ne facea strapazzo.
Giunse il pastore e uccise il lupo sozzo,
E la pecora trasse fuor del guazzo.
S'io la pecora son, che si strapazza,
Rammentatevi il lupo, o gente pazza.
BEAT.
Come! Che temerità è questa? Dare a me della pazza?
COR.
Signora, v'ingannate, io non parlo di voi.
BEAT.
Dunque di chi parlate?
COR.
Parla la favola di chi ride del male altrui, di chi si beffa delle altrui miserie, di chi non porgerebbe la mano a un misero che si affoga, per trarlo fuori dal suo pericolo.
BEAT.
Io non ho sentimenti sì barbari.
Piace a me pure la carità, ma mi piace farla a chi la merita.
COR.
Sapete voi distinguere chi più meriti la carità?
BEAT.
M'insegnereste ancor questo? La carità la meritano i poveri che vanno questuando, quei che sono imperfetti, quei che do
...
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