IL POETA FANATICO, di Carlo Goldoni - pagina 5
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Nascer può dal suo sdegno il mio dolore,
Vien dalla sua pietate ogni mio bene.
ROS.
Sappia dunque Filen ch'io peno ed amo,
Che il frutto onesto dell'onesto affetto
Di mia fede in mercè sospiro e bramo.
FLOR.
Se tu mi ami, idol mio, sappi ch'io t'amo
E a misura del tuo gentile affetto,
Darti prova del mio sospiro e bramo.
ROS.
Or che l'arcano mio m'uscì dal petto,
Amor pietoso in mio soccorso io chiamo,
E da Fileno il mio conforto aspetto.
FLOR.
Più frenar non poss'io l'amor nel petto:
Nice sola sospiro, e Nice chiamo,
E la sua destra ed il suo cuore aspetto.
ROS.
Più frenare non puoi l'amor nel petto?
FLOR.
Nice sola sospiro, e Nice chiamo,
E la sua destra ed il suo cuore aspetto.
ROS.
Ah, se creder potessi che la vostra risposta fosse dettata dal cuore, felice me!
FLOR.
Da dove ebbe origine il vostro sonetto?
ROS.
Da una vera passione.
FLOR.
E il mio da un affetto sincero.
ROS.
Credete voi ch'io abbia inteso parlar di Nice?
FLOR.
Sotto il nome di Nice, scorgo quel di Rosaura.
ROS.
E Fileno chi è?
FLOR.
Florindo, che a Rosaura risponde.
ROS.
Ah, signor Florindo, voi avete rilevato dal mio sonetto quello che altrimenti non avrei avuto coraggio di dirvi.
FLOR.
Spesse volte le Muse hanno fatto finezze simili.
ROS.
Che effetto potrà produrre questa mia poetica confessione?
FLOR.
Le nostre nozze, se vi degnate approvarle.
ROS.
Dunque dalla poesia deriverà il maggiore de' miei contenti.
SCENA SECONDA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Rosaura, che fate qui in questa camera? E voi, signor Florindo, dove avete imparate le convenienze?
FLOR.
Signora, non è questa la prima volta ch'io sia venuto in casa vostra.
ROS.
Mio padre mi ha detto che gli faccia vedere un certo sonetto.
BEAT.
Vostro padre è un pazzo.
Egli ha meno giudizio di un ragazzo di dieci anni; ed io, che per mia disgrazia sono sua moglie, non voglio perdere di vista il decoro vostro e di questa casa.
FLOR.
Signora Beatrice, io ho tutta la venerazione per la vostra casa, e tutto il rispetto per la signora Rosaura.
BEAT.
Ebbene dunque, cosa pretendete da questa ragazza?
FLOR.
Se non temessi una negativa, vi spiegherei il mio desiderio.
BEAT.
Io sono una donna ragionevole; se parlerete, vi risponderò.
FLOR.
Vedo che mi capite senza ch'io parli.
Sospiro le nozze della signora Rosaura.
BEAT.
E voi, signorina, che cosa dite?
ROS.
Mi raccomando alla vostra bontà.
BEAT.
Sì, ora vi raccomandate a me.
SCENA TERZA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Ecco qui, sempre gente in questa camera.
Dove scrivo, non voglio nessuno.
BEAT.
Io ci sono venuta, perché il mio dovere mi ci ha portata.
OTT.
Favorite andar nelle vostre camere.
FLOR.
Signor Ottavio, perdonatemi.
OTT.
Vi riverisco, Breviano Bilio.
BEAT.
Posso parlarvi di un affare che preme?
OTT.
Signora no.
Ho da correggere la prefazione per l'accademia di questa sera.
BEAT.
Signora Rosaura, andiamo.
ROS.
Anch'io avrei da terminare una composizione per questa sera.
OTT.
Terminatela, e voi lasciatela stare.
BEAT.
Sì, fate bene.
Resterà qui col signor Florindo.
OTT.
Breviano Bilio è nostro accademico.
BEAT.
E io...
OTT.
E voi andate a badare alla rocca.
BEAT.
Mi preme l'onore di questa casa.
OTT.
Se vi premesse l'onore di questa casa, non sareste un'ignorantaccia, inimica della poesia.
BEAT.
Più tosto che avere la malattia dei versi, vorrei essere zoppa e guercia.
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
(siede al tavolino)
BEAT.
Il bell'onore che acquisterà la vostra figliuola!
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
BEAT.
Uomo senza cervello..
OTT.
Gente cui si fa notte...
BEAT.
Voi mi volete far crepare.
OTT.
Innanzi sera.
BEAT.
Il diavolo che vi porti.
(parte)
SCENA QUARTA
OTTAVIO, ROSAURA e FLORINDO
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
Figliuoli miei, lasciatemi in quiete.
Ho da correggere la prefazione.
Il principio non mi dispiace.
O ignorantissima temeraria gente, che contro la poetica sovrumana virtù ingiurie pessime scaricate...
ROS.
Signor padre, vado anch'io a terminare la mia composizione.
OTT.
Sì.
Per dar principio alle nostre accademiche esercitazioni...
FLOR.
Anch'io vi leverò l'incomodo.
OTT.
Sì.
Ragion vuole che io, poiché del principesco onore...
ROS.
Il signor Florindo può venir meco?
OTT.
Sì.
Parola dell'istituto nostro faccia...
FLOR.
Mi permettete ch'io vada ad assistere la signora Rosaura?
OTT.
Sì.
E del titolo nostro e dell'accademica pastorale...
ROS.
Vado.
OTT.
Sì.
Sappiasi dunque...
FLOR.
Ed io l'accompagno.
OTT.
Sì.
Sappiasi dunque...
FLOR.
Andiamo a terminare le nostre composizioni.
(a Rosaura)
ROS.
E se viene la signora matrigna?
FLOR.
Due onesti amanti non si prendono soggezione.
Andiamo, la mia cara Nice.
Nice sola sospiro, e Nice chiamo,
E la sua destra ed il suo core aspetto.
ROS.
Amor pietoso in mio soccorso io chiamo,
E da Fileno il mio conforto aspetto.
(partono)
SCENA QUINTA
OTTAVIO solo.
Ascolta, s'alza un poco e poi siede.
OTT.
Che brava ragazza è costei! Ella è l'unica mia consolazione; non la mariterei per tutto l'oro del mondo.
La voglio in casa con me, me la voglio goder io la mia virtuosa figliuola.
Ma qui conviene terminare la prefazione.
Quanto mi dà fastidio dover comporre in prosa! Se avessi da scrivere in versi, mi sarebbe più facile, e in caso di bisogno, mi aiuterei col rimario.
Orsù, sono nell'impegno, convien ch'io faccia di tutto per riuscir con onore.
Poco manca alla sera.
Vediamo che ora è.
(mette fuori l'orologio) Oh diavolo! Mi sono scordato di caricarlo; non va, è giù la corda, e non so che ora sia.
Ehi, Brighella.
(chiama) Brighella anderà a vedere che ora è, e mi accomoderà l'orologio.
Io non voglio perder tempo.
Ehi, Brighella.
Starà componendo, vi vuol pazienza, verrà.
Andiamo avanti.
Poiché se tutte le arcadi ed accademiche denominazioni...
(scrivendo)
SCENA SESTA
BRIGHELLA ed il suddetto.
BRIGH.
Sior padron...
OTT.
La novella instituzione nostra...
BRIGH.
Gh'è qua un zovene spiritoso, dilettante anca lu de poesia, fradello de siora Corallina, che vorria reverirla.
Ela contenta che el passa?
OTT.
Non senza ponderazione e mistero...
BRIGH.
Ela contenta che el passa?
OTT.
Sì.
Non senza ponderazione e mistero.
BRIGH.
Adesso el fazzo vegnir.
Poverazzo, che el magna anca élo.
(parte)
OTT.
La novella pianta d'alloro abbiamo noi per impresa...
Brighella, tieni quest'orologio, e accomodalo sulle ore di piazza.
Brighella è andato via.
Qualche nuovo estro lo avrà richiamato.
Or ora ho finito.
Poiché, siccome le tenerelle piante crescono coll'andar del tempo, e della loro ombra ingombrano i larghi piani...
Oh bel poetico sentimento prosaico! E della loro ombra ingombrano i larghi piani.
SCENA SETTIMA
ARLECCHINO ed OTTAVIO
ARL.
Fazzo umilissima reverenza.
OTT.
Tieni.
(senza guardarlo gli dà l'orologio, credendolo Brighella) Noi così parimenti, qual novelle piante...
ARL.
A mi?
OTT.
Sì.
Non vedi che va male? Noi così parimenti...
ARL.
Cossa ghe n'oio da far?
OTT.
Va via, lasciami finir questa prefazione.
ARL.
L'è un omo generoso, el m'ha donà un relogio alla prima.
Pazienza, l'anderò a vender.
(vuol partire)
OTT.
Andremo i teneri ramuscelli...
Chi è colui, che parte da questa camera? (vedendo Arlecchino) Ehi, galantuomo.
ARL.
Signor.
OTT.
Che cosa volete? Che cosa fate in questa camera?
ARL.
Eh gnente, vago subito.
OTT.
Che cos'è quello? (vede l'orologio)
ARL.
L'è l'effetto delle so care grazie.
OTT.
Come? Il mio orologio? Ah ladro disgraziato! Tu mi hai rubato l'orologio.
ARL.
Se la me l'ha dà ella colle so man.
OTT.
Eh, chi è di là? Presto, voglio mandare a chiamar gli sbirri.
ARL.
Me maraveio, sior, son un galantomo.
OTT.
Sei un disgraziato, un ladro, un assassino.
Ti sei introdotto in casa mia per rubare, e ti sei prevalso della mia distrazione per rapirmi l'orologio di mano.
ARL.
Ghe digo che son un omo onorato.
OTT.
Le Muse, che non abbandonano i suoi divoti, mi hanno avvertito in tempo per iscoprirti.
ARL.
Sia maledetto quando son vegnù qua.
OTT.
Ti voglio far frustare, ti voglio far andar in galera.
Rapace, rapitore, empio, vigliacco.
ARL.
Son un omo d'onor, corpo de bacco.
OTT.
(Come! È un poeta?)
Mi avete voi rubato l'oriuolo?
ARL. Mi son un galantom, non un mariuolo.
OTT.
(È poeta, è poeta!) (da sé) Caro amico, vi domando perdono.
Ditemi, siete voi servo d'Apollo?
ARL.
Canto ancor io colla chitarra al collo.
OTT.
Oh caro! Vi domando un'altra volta perdono.
Io ero astratto, io ero dall'estro invaso.
Ditemi, come è andata la cosa dell'orologio?
ARL.
Me l'avì dà colle vostre man.
OTT.
Sì, è vero.
Ho creduto di darlo a Brighella; compatitemi, e in quest'abbraccio ricevete un pegno dell'amor mio.
ARL.
(Sta volta, se no savevo far versi, stava fresco).
(da sé)
OTT.
Ditemi, caro, chi siete? Come vi chiamate?
ARL.
Mi me chiamo Arlecchin, e son fradello de Corallina.
OTT.
Fratello della signora Corallina?
ARL.
Per servirla.
OTT.
Di quella brava improvvisatrice?
ARL.
Giusto de quella.
OTT.
Oh siate benedetto! Lasciate ch'io vi dia un bacio e che vi giuri perpetua amicizia e poetica fratellanza.
ARL.
La sappia, sior, che le cosse le va mal.
OTT.
Sapete anche voi improvvisare?
ARL.
Qualche volta.
OTT.
Bravo.
ARL.
L'è tre zorni, che se magna pochetto.
OTT.
Questa sera si farà in casa mia una bella accademia.
ARL.
Me ne rallegro.
E la me creda, signor, che ho una fame terribile.
OTT.
Sentirete, sentirete che roba.
ARL.
Se mai la se contentasse...
OTT.
Io compongo nello stile eroico.
ARL.
De farne dar qualcossa...
OTT.
E mia figlia compone nello stil petrarchesco.
ARL.
La favorisca de ascoltarme una parola sola.
OTT.
Dite pure, v'ascolto.
ARL.
Ho fame.
OTT.
Sì, caro, sì, mangerete.
Venite qui, voglio farvi sentir un sonetto.
ARL.
Lo sentirò più volentiera, dopo che averò magnà.
OTT.
Voglio che mi diciate la vostra opinione.
Ma ecco quel diavolo di mia moglie.
Non posso seguitare il sonetto, non posso terminare la prefazione.
Prenderò i miei fogli, e mi anderò a serrare nella camera di Brighella.
(parte)
ARL.
Ah, signor poeta.
(dietro ad Ottavio)
SCENA OTTAVA
BEATRICE ed ARLECCHINO
BEAT.
Galantuomo, chi siete voi?
ARL.
Un poeta, per servirla.
BEAT.
Siete anche voi uno scroccone simile al signor Tonino e alla signora Corallina?
ARL.
Giusto; son fradello della signora Corallina.
BEAT.
E siete anche voi venuto a scroccare con essi?
ARL.
Procurerò anca mi de farme onor.
BEAT.
Fareste meglio andar a lavorare.
ARL.
Per dirghela, no ghe n'ho troppa volontà.
BEAT.
Signor sì, col pretesto d'esser poeta, si fa vita oziosa e da vagabondo.
ARL.
Chi ela in grazia?
BEAT.
Sono la padrona di questa casa.
ARL.
M'imagino che la sarà poetessa anca ella.
BEAT.
Sono il diavolo che vi porti.
Andate fuori di qui.
ARL.
Come! Cussì se scazza i galantomeni?
BEAT.
Andatene, altrimenti vi farò cacciare per forza.
ARL.
La donna brava e accorta,
Scaccia chi ghe vol tor, e tol chi porta.
(parte)
SCENA NONA
CORALLINA e BEATRICE
COR.
Signora, perché scacciate voi mio fratello?
BEAT.
Perché la mia casa non ha da essere il ricetto dei vagabondi.
COR.
Signora mia, permettetemi ch'io vi dica un apologo.
BEAT.
Che cos'è quest'apologo?
COR.
Vuol dire una favoletta.
BEAT.
Io non mi curo delle vostre scioccherie.
COR.
Sentitela, e non vi dispiacerà.
Cadde una pecorella dentro un pozzo
E facea per uscir qualche schiamazzo;
Ed un lupo, che aveva pieno il gozzo,
La derideva e ne facea strapazzo.
Giunse il pastore e uccise il lupo sozzo,
E la pecora trasse fuor del guazzo.
S'io la pecora son, che si strapazza,
Rammentatevi il lupo, o gente pazza.
BEAT.
Come! Che temerità è questa? Dare a me della pazza?
COR.
Signora, v'ingannate, io non parlo di voi.
BEAT.
Dunque di chi parlate?
COR.
Parla la favola di chi ride del male altrui, di chi si beffa delle altrui miserie, di chi non porgerebbe la mano a un misero che si affoga, per trarlo fuori dal suo pericolo.
BEAT.
Io non ho sentimenti sì barbari.
Piace a me pure la carità, ma mi piace farla a chi la merita.
COR.
Sapete voi distinguere chi più meriti la carità?
BEAT.
M'insegnereste ancor questo? La carità la meritano i poveri che vanno questuando, quei che sono imperfetti, quei che domandano pietà colle loro lagrime, colle loro strida.
COR.
Permettetemi ch'io vi reciti un'altra favola.
BEAT.
Mi direte qualche altra impertinenza?
COR.
Non vi è pericolo.
Vi son quattro animali in una grotta,
Ciascun de' quali il nuovo cibo aspetta.
Entra il custode, e tre di loro in flotta
Gli vanno incontro per mangiare in fretta.
Il coniglio non esce e non borbotta,
E quel che dagli il suo padrone, accetta.
E il padron porge al buon coniglio il frutto,
Perché gli altri trovar lo san per tutto.
BEAT.
Vuol dire la vostra favola, per quel che intendo, che la carità va fatta a chi non la sa domandare.
COR.
Per l'appunto.
BEAT.
Quand'è così, i poeti certamente da me non l'avranno.
COR.
E perché?
BEAT.
Perché essi domandano più sfacciatamente degli altri, onde li disprezzo tutti egualmente.
COR.
Un'altra favola, e vado via.
BEAT.
Oh, sono annoiata!
COR.
Di animali porcini era una truppa,
Che mangiava di semola la pappa;
Di moscato fu lor data una zuppa,
Entro le madreperle fatte a cappa.
Ciascuno si ritira e si raggruppa,
E dal moscato e dalle perle scappa;
Onde queste parole sono uscite:
Ai porci non si dan le margarite.(parte)
BEAT.
Temeraria, indegna! Questo ancor dovrò soffrire? Giuro al cielo, se non mi vendico, non son chi sono.
SCENA DECIMA
TONINO e BEATRICE
TON.
Patrona reverita, con chi la gh'ala?
BEAT.
Con quella temeraria di vostra moglie.
TON.
Desgraziada! Cossa gh'ala fatto?
BEAT.
Mi ha perduto il rispetto.
TON.
Baronzella! La prego dirme, come èla stada! La castigherò.
(Bisogna imbonirla, chi vol magnar in pase).
(da sé)
BEAT.
Fa la dottoressa, dice gli apologhi, dice le favole, e offende, e tocca sul vivo.
In casa mia?
TON.
Me par impussibile che Corallina sia stada capace de un'insolenza de sta sorte, perché so con quanta stima e con quanto respetto la parla de ella.
No la fa che lodarse della so bontà, della so cortesia.
(Voggio veder se me basta l'animo de farmela amiga, acciò che no la me rebalta).
(da sé)
BEAT.
Questa non è la maniera di vivere a spalle altrui, a forza d'impertinenze.
TON.
Mi ghe assicuro, che sparzeria tutto el sangue che gh'ho in te le vene, perché mia muggier non gh'avesse dà sto desgusto.
BEAT.
Vi dispiacerà, perché temete ch'io vi faccia uscire di questa casa.
TON.
La me perdona, no la me cognosse.
Mi son un omo che vive per tutto e se no la me vede volentiera, in sto momento son pronto andar via.
Me despiase unicamente esser stà causa del so disturbo, perché, la me permetta che ghe lo diga de cuor, ella xe una persona che stimo infinitamente, e ghe zuro che in tutto quel mondo che ho praticà, non ho trovà una persona più giusta, più amabile, più discreta de ella.
BEAT.
Signor poeta, mi burlate voi?
TON.
No son capace de torme sta libertà.
Ella la xe una signora che obbliga a prima vista, che liga i cuori delle persone, e che imprime in tel medesimo tempo amor, reverenza e respetto.
BEAT.
Signor Tonino, non istate così in disagio.
Accomodatevi, sedete.
TON.
Per obbedirla, accetterò le so grazie.
(Eh, questa colle donne la xe una scuola che no falla mai).
(da sé, prende le sedie)
BEAT.
(Povero giovane! le sue disgrazie mi muovono a compassione).
(da sé)
TON.
La se comoda prima ella.
BEAT.
(È tutto civiltà; bisogna sia una persona ben nata).
(da sé)
TON.
Chi dirave mai che una signora come ella, savesse cussì ben governar una casa, e gh'avesse massime cussì giuste, cussì economiche, cussì esemplari?
BEAT.
Certo, se non foss'io, povero mio marito! Questa casa andrebbe in rovina.
TON.
Mah! L'è stà ben fortunà el sior Ottavio a trovar una muggier com'ella.
Una certa simpatia sento che me obbliga e me trasporta a consacrarghe colla mazor onestà e modestia tutto el mio cuor.
BEAT.
Ah, signor Tonino, voi siete poeta.
TON.
Cossa vorla dir per questo?
BEAT.
Siete avvezzo a fingere.
TON.
Un tempo i poeti finzeva, quando i se serviva delle favole per spiegar i propri pensieri, e quando colle iperboli e coi traslati i vestiva de finti colori le parole e i concetti.
Adesso la poesia è deventada piana e sincera, e che sia la verità, la senta un sonettin, che ho fatto za un'ora in lode de ella.
BEAT.
In lode mia?
TON.
In lode soa.
BEAT.
Così presto?
TON.
L'averlo fatto presto, giustifica che l'ho fatto de cuor.
(No la sa, che so improvvisar).
(da sé)
BEAT.
Io veramente non amo la poesia.
TON.
Se no la vol che ghe lo diga, pazienza.
BEAT.
È un sonetto in mia lode?
TON.
Senz'altro.
BEAT.
Via, perché l'avete fatto voi, lo sentirò volentieri.
TON.
(Sentirse lodar piase a tutti, e specialmente alle donne).
(da sé) La senta, e la compatissa.
SONETTO
Morbido e folto crin, fra il biondo e il nero(1),
Spaziosa fronte, e bianco viso e pieno,
Occhio celeste, or torbido, or sereno;
Angusto labbro, rigoroso, austero.
Tenera e breve man, degna d'impero,
Candido, bipartito, amabil seno,
D'ogni proporzion corpo ripieno,
Aria sprezzante, e portamento altero.
Questa è di voi visibile bellezza,
Ma di gloria maggior degna vi rende
La velata beltà, che più si apprezza.
Spirto, che tutto vede e tutto intende,
Arte, che tutto brama e tutto sprezza,
Cuore, che manda fiamme, e non s'accende.
BEAT.
Caro signor Tonino, voi mi mortificate.
TON.
Ho dito anca poco a quello che dir doveria.
Oh, se a sto sonetto ghe podesse metter la coa, la sentirave qualcossa de più.
BEAT.
Io non lo merito certamente.
TON.
Ma possibile che la sia tanto nemiga della poesia?
BEAT.
In verità, che ora la poesia mi comincia a piacere.
TON.
Ela contenta che ghe daga qualche lizion?
BEAT.
Sì, mi farete piacere.
TON.
Benché el so sior consorte ghe ne sa più de mi, el poderà insegnar meggio.
BEAT.
Oibò, non ha maniera, non ha comunicativa.
Imparerò più facilmente da voi.
TON.
Dirala più mal dei poeti?
BEAT.
No certamente.
TON.
Ghe vorla ben?
BEAT.
I poeti della vostra sorte meritano tutta la propensione.
TON.
Ghe piase el mio stil?
BEAT.
Voi componete con una grazia che innamora.
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO che osserva e detti.
OTT.
(Mia moglie accanto al poeta veneziano?) (da sé)
TON.
Come ala fatto a innamorarse cussì presto?
OTT.
(Innamorarsi?) (da sé)
BEAT.
Effetto del vostro merito.
OTT.
Signori, li riverisco.
(alterato)
TON.
Servitor obligatissimo.
OTT.
Come si divertono, padroni miei?
TON.
Son qua che me dago l'onor de insinuar el gusto della poesia nell'animo della siora Beatrice.
OTT.
Eh, voi non me lo darete ad intendere.
Beatrice è nemica della virtù.
BEAT.
Credetemi, marito mio, che ora principio a prenderci gusto.
OTT.
Dite davvero?
TON.
Me impegno in pochi zorni de farla poetessa.
OTT.
Oh, la fortuna il facesse!
BEAT.
Se volete che impari qualche cosa, non mi sturbate.
OTT.
No, non vi sturbo, vado via.
Caro poeta mio, insegnatele i versi, le rime.
Fate voi, mi accomando a voi, vi sarò eternamente obbligato.
Beatrice non griderà più contro le accademie, contro le Muse.
Che siate benedetto! (Caro poeta! Il cielo me l'ha mandato).
(da sé, parte)
BEAT.
Avete sentito? Mio marito a voi mi raccomanda.
TON.
E mi farò el mio dover.
BEAT.
M'insegnerete?
TON.
Ghe insegnerò.
BEAT.
Ma quando principierete?
TON.
Quando che la vol.
BEAT.
Sono impaziente d'apprendere le vostre lezioni.
TON.
Vorla che adesso ghe scomenza a dar una lizionzina?
BEAT.
Mi farete piacere.
TON.
La senta sti versi; i se chiama endecasillabi, cioè de undese piè.
I xe otto versi, che forma un'ottava rima.
El primo se rima col terzo e col quinto; el segondo col quarto e col sesto; e i do ultimi da so posta.
La ascolta sta ottava, la la impara, e per adesso ghe basta cussì.
Xe un dono de natura la bellezza,
Che se perde col tempo, e se ne va.
Xe un don della fortuna la ricchezza,
Che poderia scambiarse in povertà.
Quel che se stima più, che più se apprezza,
Xe la fede, el bon cuor, la carità.
Questa xe la lizion, che mi ghe dago;
La impara sta ottavetta, e me ne vago.
(parte)
BEAT.
Questo giovine mi ha incantato.
SCENA DODICESIMA
BRIGHELLA da bidello e BEATRICE
BRIGH.
Signora padrona, me rallegro che la sia deventada amiga della poesia.
BEAT.
(Ha parole, ha versi, ha concetti, che farebbero innamorare i sassi).
(da sé)
BRIGH.
Comandela che ghe recita una ottavetta?
BEAT.
Eh, non voglio sentire le tue freddure.
BRIGH.
Anca mi me inzegno.
Son anca mi un pochettin poeta.
BEAT.
Va al diavolo tu e la tua poesia.
BRIGH.
Ma el patron m'ha dito che anca ella la scomenza a dilettarse de sta bella virtù.
BEAT.
Tu e il tuo padrone siete due pazzi.
(parte)
BRIGH.
Bon! Elo questo el gusto che l'ha chiappà alla poesia? Ah, pur troppo l'è vero! Le donne son volubili.
Come del cielo instabili le nubili.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Sala illuminata.
OTTAVIO vestito pomposamente, seguito da tutti i personaggi.
Siedono.
OTTAVIO s'alza, e dopo aver fatto riverenze, legge e recita, come segue.
OTT.
O ignorantissima temeraria gente, ascoltatori miei gentilissimi, o ignorantissima temeraria gente, che contro la poetica sovrumana virtù ingiurie pessime scaricate, eccoci a dispetto vostro alla fin fine uniti, ragunati e raccolti, per dar principio alle nostre accademiche esercitazioni! Ragion vuole che io, poiché del principesco onore insignito mi trovo, parola dell'istituto nostro altrui faccia; e del titolo nostro, e dell'accademica pastorale, primitiva, novella impresa nostra, tutti e ciascheduno di quei che mi ascoltano, cautamente avvertisca.
Non senza ponderazione e mistero la novella pianta d'alloro abbiamo noi per impresa scelta, eletta e destinata, poiché, siccome le tenerelle piante crescono coll'andar del tempo, e della loro ombra ingombrano i larghi piani, noi così parimente, quali novelle piante dall'acqua d'Ippocrene innaffiate, andremo i teneri ramuscelli in forti e robusti rami cangiando.
Crepate dunque, invidiosi, sì, crepate (Accademici gentilissimi, meco esclamate voi pure), sì, crepate d'invidia, invidiosissimi che noi invidiate poiché il serenissimo, biondo, canoro Apollo trasformerà questa nostra sontuosa e bene illuminata sala nel monte celebrato Parnaso, e le virtuose donne accademiche nostre in Muse trasformate saranno, e noi saremo in satiri convertiti; e il sommo Giove scaricherà sopra noi i fulmini della sua clemenza, e la provida madre terra ci aprirà il seno benefico, per seppellirci tutti in un abisso di gloria.
Ho detto.
(siede) Fidalma Ombrosia, a voi.
(a Rosaura)
ROS.
Dirò una breve canzone lirica.
OTT.
(Sarà petrarchesca).
(da sé)
ROS.
Amore, involto ne' tuoi lacci ho il core
Né che si sciolga e lo sprigioni io chiedo.
Poiché in van spargerei le voci ai venti.
Chiedo soltanto che l'aspro rigore,
Onde assalire e circondar mi vedo,
Per te in parte si tempri, e si rallenti.
Chiedo de' miei tormenti
Scemato il tristo e grave
Peso, che oppressa m'ave;
Chiedo che tua pietà mi porga aita,
Prima che manchi in sul finir mia vita.
Aspra è la piaga, che nel seno impressa
Fu dallo stral che non ferisce in vano,
E di colpo leggier pago non resta;
Ma dello stral la ferrea punta istessa
Del mio leggiadro feritore in mano
Alla piaga letal balsamo appresta.
Quella che pria funesta
parve cagion di pianto,
Ora è il mio più bel vanto.
Perdona, Amor, se il pentimento è tardo,
Amo e stringo i tuoi lacci, e bacio il dardo.
Porre vogl'io delle bilance a un lato
L'aspre pene sofferte e i crudi affanni,
E dall'altro un piacer solo amoroso;
E vedrò questo di recente nato
Premer sua lance, e dei passati danni
Vincere il duro grave peso annoso.
Amor orgoglioso
Più in suo voler non sembra;
Di lui più non ramembra
L'alma, che lieta fassi, il crudel modo,
E lieta piango e de' miei pianti io godo.
OTT.
Bravissima.
Evviva Fidalma Ombrosia.
Ah, che ne dite, eh? Avete sentito mia figlia? Avete sentito il Petrarca? Oh figlia mia! Che tu sia benedetta.
ROS.
Compatiranno.
OTT.
Sì sì, compatiranno.
Una canzone di questa sorta, compatiranno.
ELEON.
(Avete sentito la petrarchesca selvatica?) (a Lelio)
LEL.
(Credono che per fare una canzone o un sonetto petrarchesco, basti imitarlo rozzamente nei versi, e non pensano alla condotta, all'unità, alla forza, e precisamente alla bellezza degli epiteti e degli aggiunti).
(a Eleonora)
OTT.
Cintia Sirena, a voi.
ELEON.
In difesa d'Amore, accusato ingiustamente di perfido e di crudele.
SONETTO
Perfido Amor? Chi è che d'Amor favella
Con sì poco rispetto, e ingrato tanto?
Del vero Amor, no, non conosce il vanto
Chi lui tiranno e menzognero appella.
Dolci, amabili son le sue quadrella,
D'allegrezza cagione, e non di pianto;
Ed è virtù dell'amoroso incanto,
Ch'ogni cosa all'amante orna ed abbella.
Non è Amor che comanda il serbar fede
All'empio, ingrato, sconoscente cuore,
Che non cura l'affetto, o non lo crede!
Chi ha dall'idol suo sdegno e rigore,
Cambi e cerchi in altrui miglior mercede,
E troverà sempre pietoso Amore.
(tutti applaudiscono)
ELEON.
Compatiranno.
OTT.
Eh, può passare, può passare: non è petrarchesco, ma può passare.
Avete sentito mia figlia?
FLOR.
(Che dite del sonetto della signora Eleonora?) (a Rosaura)
ROS.
(Non è suo: gliel'ha fatto un giovine studente, che lo ha confidato a Brighella).
(a Florindo)
FLOR.
(Non è cosa fuor di uso.
Quasi tutte queste signore, che passano per poetesse, si fanno fare le composizioni dagli altri).
LEL.
Parlo a voi, Muse veraci,
Che cantare il ver solete.
Non sperate aver seguaci,
Ché derise in oggi siete.
Più non v'è chi dietro a voi
Perder voglia i giorni suoi.
Non entrate, o meschinelle,
Nello studio d'un legale,
Ché alle vostre rime belle
La bugia colà prevale;
E si studia onninamente
Attrappar qualche cliente.
Non andate, o poverette,
Da quel medico stupendo,
Dove a caso le ricette
Di sua man ci sta scrivendo.
Dar la vita è vostra sorte,
Egli studia a dar la morte.
Lungi, lungi, Muse amare,
Dalla casa del mercante.
Egli studia accumulare
Giorno e notte il suo contante;
E col peso e la misura
D'ingannare altrui procura.
Lungi pur dal giuocatore,
Che di voi disprezza l'arte,
Egli sparge il suo sudore
Sullo studio delle carte,
E procura il suo guadagno
Sulla strage del compagno.
Dalle donne brutte o belle
Voi sarete discacciate,
Che nel liscio della pelle
Spendon mezze le giornate.
Stanno a letto assai di giorno,
E la notte vanno attorno.
Una volta gli amoretti
Favoriva ancor la Musa;
Con canzoni e con sonetti
Far l'amor più non si usa.
Or la gente è persuasa,
Che sia meglio entrar in casa.
Le gran menti non si degnano
Oggi più di poesia;
Studian cose, cose insegnano
Da oscurar la fantasia;
E chi sale troppo in alto,
Fa talvolta un brutto salto.
Non sperate ritrovare
Dai poeti alcun ristoro:
Non pon darvi da mangiare,
Non ne han nemmen per loro;
Per la fame i poverelli
Son di voi fatti ribelli.
Ma se niuno vi vuol seco,
Se ciascun vi manda via,
Muse, su, venite meco,
Io vi prendo in compagnia.
Per il mondo andrem girando,
Gli altrui vizi criticando.
E chi il merito disprezza
Dei poeti e delle Muse,
Gente al male solo avvezza,
Che dal sen virtude escluse,
Proverà se meglio fia
Rispettar la poesia.
Poesia, virtù celeste,
Che in gran pregio un tempo fu,
Che da certe nuove teste
Non si stima in oggi più:
Perché d'altro sono amanti
I viziosi e gl'ignoranti.
(tutti applaudiscono)
OTT.
Perché d'altro sono amanti
I viziosi e gl'ignoranti.
Perché d'altro sono amanti
I viziosi e gl'ignoranti.
Ovano Pazzio, tenete.
(gli dà un bacio) Breviano Bilio, a voi.
FLOR.
Fileno chiede consiglio ad Amore, come abbia ad assicurarsi dell'affetto della sua Nice.
SONETTO
Dimmi, pietoso Amor, che far poss'io
Per meritar di Nice mia l'affetto?
Vuoi tu ch'io m'apra di mia mano il petto,
E che in dono al mio bene offra il cor mio?
Vuoi che asperso di pianto acerbo e rio,
A lei mi mostri in doloroso aspetto?
Vuoi ch'io peni senz'ombra di diletto,
Vuoi tu ch'io taccia, e in sen nutra il desio?
Vuoi ch'io l'attenda rispettoso, umile,
O ch'io segua da lunge i passi suoi?
Vuoi ch'io sia nell'amarla ardito, o vile?
Tutto, Amore, farò quel che più vuoi,
Per l'acquisto di lei vaga e gentile.
Deh, consigliami tu che far lo puoi.
(tutti applaudiscono)
OTT.
Magronia Prudenziana, ora tocca a voi.
(a Corallina)
COR.
Signore, io non ho preparato niente.
OTT.
Dite qualche cosa all'improvviso.
COR.
Favorite darmi voi l'argomento.
OTT.
Venite qui, rispondete a questo sonetto.
A un sonetto mio, a un sonetto mio, estemporaneamente, in lode del glorioso, erudito femmineo sesso.
Compatirete.
SONETTO
Spezzate omai le stridule conocchie,
Donne, e venite al fonte d'Aganippe,
Le canore v'attendono sirocchie,
E vi faranno omai tante Menippe.
E voi restate in mezzo alle ranocchie,
Genti, che avete le pupille lippe,
E Apollo mandi un nerbo che vi crocchie,
E v'acciacchi ben bene e spalle, e trippe.
La gloria di Parnaso a voi s'approccia;
Vedo le donne uscir fuori del vulgo,
E mi sento stillare a goccia, a goccia.
La fama delle femmine divulgo,
E tutto fuori della mortal buccia,
Delle femmine in mezzo anch'io rifulgo.
COR.
Ringraziamento delle donne.
Sonetto colle medesime maledettissime rime.
OTT.
Io scrivo sempre con queste rime difficili.
COR.
Le donne avvezze sono alle conocchie,
Né soglion bere l'acqua d'Aganippe.
Non sanno alle compagne, o alle sirocchie,
Di Menippo parlare, o di Menippe.
Giovani cantan come le ranocchie,
E quando per l'età diventan lippe,
Forz'è che ognun le sprezzi, ognun le crocchie,
Poiché buone non son, che da far trippe.
La lode vostra al vero non s'approccia;
Ed io, che nata sono in mezzo al vulgo,
Sudo per il rossor più d'una goccia.
Ma poiché in grazia vostra mi divulgo,
Vestita anch'io della novella buccia,
Fra cotante pazzie, pazza rifulgo.
OTT.
Oh bello! Oh brava! Evviva.
Oh che roba! Oh che roba! A Roma, a Roma, al Campidoglio, al Campidoglio.
Meritate essere incoronata, e se nessuno lo vorrà fare, v'incoronerò io, v'incoronerò io.
ELEON.
(Gran miracoli che si fanno per quattro spropositi di una pettegola).
(a Lelio)
LEL.
(Può essere che quel sonetto lo abbia veduto prima d'adesso).
(a Eleonora)
OTT.
Ora tocca a voi, Adriatico Pantalonico.
TON.
Comandela che la serva de quattro spropositi all'improvviso?
OTT.
Via, sì, dite qualche cosa di bello.
TON.
Le favorissa de darme l'argomento.
FLOR.
Ve lo darò io.
Dite se nelle donne sia più stimabile la bellezza o la grazia.
TON.
Amor, che delle donne ti te val(2)
Per mettere in caena i nostri cuori,
Dimme se della donna più preval
I bei graziosi vezzi o i bei colori.
La femmena, che a nu fa ben e mal,
Ora dandone gusti, ora dolori,
Per venzer sempre, e trionfar segura,
La dopera a so tempo arte e natura.
Amor, ti che ti pol andar là drento
In tel cuor di della donna a bisegar,
Che ti sa l'arte, el modo e el fondamento,
Come possa la donna innamorar,
Te prego, in grazia, damme sto contento,
Fa che el vero a capir possa arrivar,
E sappia dir co un poco de dolcezza,
Se più possa la grazia o la bellezza.
Supplico chi m'ascolta aver pazienza,
E voler quel che digo perdonar,
Perché prevedo che la mia sentenza
Ugual diletto a tutti no pol dar.
Amor m'ispira, e spero a sufficienza
De grazia e de beltà poder parlar,
A una delle do s'aspetta el vanto,
E mi dirò la mia opinion col canto.
Il ciel benigno e provido
Vedendo che più fragile
Dell'uomo era la femmina,
Per renderla più amabile,
Per farla compatibile,
Le diè bellezza e grazia.
Le diè ecc.
Quel che bellezza chiamasi
Talora è un viso candido,
Talora bruno o pallido;
Due luci belle diconsi
Talor, perché negrissime,
O pur di color vario;
Talor perché allegrissime,
Talor perché patetiche;
E belle son, se piacciono.
E belle ecc.
Chi vuol la donna picciola,
Chi grande la desidera;
Del grasso chi dilettasi,
E chi la vuol magrissima;
Chi vuol che sappia ridere
Chi vuol che sappia piangere,
E belle chiaman gli uomini
Sol quelle che a lor piacciono.
Sol quelle ecc.
Bellezza è dunque varia,
E non ha certo merito,
E non può i cori accendere,
Se a lei non somministrasi
Valor da noi medesimi.
Valor ecc.
Ma non così la grazia,
La qual da tutti ammirasi,
E d'essa ognun dilettasi,
E ognun, che ad essa accostasi,
Si sente nel cuor ardere.
Si sente ecc.
La grazia, ch'è indelebile,
In una brava femmina
In vecchia età conservasi;
Ma una sgarbata giovine,
Ancorché sia bellissima,
Quando un pochino invecchia,
Si rende altrui ridicola.
Si rende ecc.
Più vale assai lo spirito
D'una bellezza stolida:
Le donne assai più possono
Col vezzo, che col minio.
Bellezza va prestissimo,
La grazia è più durabile:
Quest'è la mia sentenzia.
Quest'è ecc.
Graziose femmine
Se qui m'ascoltano,
Il mio gradiscano
Sincero cor.
E le bellissime
Deh mi perdonino
Ché inimicissimo
Non son di lor.
Molto esse possono
Col volto amabile,
Coll'adorabile
Loro beltà.
Ma della grazia
È il pregio massimo,
Che ancor conservasi
Nell'altra età.
Però confessovi,
Che a me pur piacciono,
Vermiglie o candide,
Le donne ognor,
Che mi ferirono,
E mi feriscono,
Ed esser dubito
Ferito ancor.
Amor, ti ti ha deciso che val più
La grazia femminil della beltà,
Ma parlemose schietto fra de nu:
L'una e l'altra xe forte in verità.
Se spirito gh'avesse, e più virtù,
Diria de tutte do l'attività.
Fenisso, perché v'ho seccà abbastanza;
Se ho dito mal, domando perdonanza.
OTT.
Evviva, evviva.
Se ho detto mal, domando perdonanza.
Risuoni questa stanza.
Viva la poesia!
Sonatori, sonate sinfonia.
(si suona sinfonia, e tutti partono)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera con lumi.
BRIGHELLA solo.
BRIGH.
Ah pazienza! Per esser un povero servitor, non ho podesto far cognosser la mia abilità.
No i m'ha volsudo dar permission che recita anca mi in accademia la mia composizion.
Pazienza.
El me patron se saria anca contentà, e quei siori accademici, ignoranti e superbi, no i s'ha degnà.
Ma so mi perché no i ha volesto che recita; perché i ha avudo paura che le mie composizion butta in terra le soe, e infatti, se recitava sti pezzi de ottave, i se podeva andar a nasconder tutti.
De sta sorte de roba no i ghe n'ha mai fatto, e no i ghe ne sa far.
Rime balzane! Rime balzane! Ah che bella cossa! Rime balzane.
L'è vero che me le son fatte far, ma nissun sa gnente, e le pol benissimo passar per mie.
(legge)
Canto la guerra delle rane antiche,
Allor che i sorci andavano in carretta,
E quando si vendevan le vessiche
Per far delli vestiti a una civetta.
Una truppa di gravide formiche
Stava intanto giocando alla bassetta,
E finalmente un campanil di vetro
Ad un gobbo gentil saltò di dietro.
SCENA SECONDA
BEATRICE e detto.
BRIGH.
Cara siora padrona, per carità, la senta ste ottave balzane.
BEAT.
Va dal signor Tonino, portagli la cioccolata per lui e per la sua consorte.
BRIGH.
La cioccolata?
BEAT.
Sì, la cioccolata, con i suoi biscottini.
BRIGH.
Come ala fatto mai a cambiarse a favor de sto forestier? La lo trattava da scrocco, da impostor, da vagabondo, e con tanto amor la ghe parecchia la cioccolata?
BEAT.
Ho conosciuto che è un giovane virtuoso, onorato e dabbene; e per questo lo vo' trattar come merita.
BRIGH.
Donca podemio sperar che ella no la sia più tanto nemiga della poesia?
BEAT.
Ho principiato a pigliarvi un poco di gusto.
BRIGH.
Da vero?
BEAT.
Così è certamente.
BRIGH.
Quando l'è cussì, la me fazza una grazia.
La senta sto par de ottave balzane.
BEAT.
Non voglio sentir niente.
BRIGH.
La ghe ne senta almanco una.
BEAT.
Sbrigati.
BRIGH.
Una sola, per carità.
BEAT.
(Oh che seccatori che sono questi poeti!) (da sé)
BRIGH.
Montò a caval d'una montagna un'occa,
Sfidando ai pugni un orso barbaresco;
E un albero senz'occhi e senza bocca
La furlana ballò con un Todesco.
Un gatto s'innamora d'una rocca,
Una cicala si mangiò un pan fresco,
Un becco s'affatica notte e giorno,
E un cervo astuto gli regala un corno.
(parte)
SCENA TERZA
BEATRICE sola.
BEAT.
Assolutamente questi poeti io non li posso tollerare.
Non vi è stato altri che il signor Tonino, che colla dolcezza dei suoi bei versi mi abbia dato piacere.
Egli merita tutto, e non mi dispiacerà che resti ospite in casa nostra.
Che uomo civile! Che giovine prudente e sincero!
SCENA QUARTA
OTTAVIO e detta.
OTT.
Dov'è il signor Tonino?
BEAT.
Nella sua camera.
OTT.
Grand'uomo è quello! Gran bella mente! Gran prontezza! Grande spirito, gran poeta!
BEAT.
Certamente, egli è un giovine che merita assai.
OTT.
Merita tutto.
Avvertite bene, non me lo disgustate.
BEAT.
Io gli farò tutte le finezze possibili.
OTT.
È vero che vuole insegnare anche a voi la poesia?
BEAT.
È verissimo.
OTT.
E voi l'imparerete?
BEAT.
Spero di sì.
OTT.
Bravissima, stategli appresso, e non dubitate.
Ma voglio che dia qualche lezione anche a mia figlia.
BEAT.
Oh, non istà bene che un giovine faccia il maestro ad una ragazza.
OTT.
È un giovine tutto dedito alla virtù.
BEAT.
L'occasione fa l'uomo ladro.
OTT.
Sì? E con voi questo ladro non potrebbe rubar qualche cosa?
BEAT.
Io sono una moglie onorata.
OTT.
E Rosaura è una figlia da bene.
BEAT.
Io vi consiglierei di dar marito a questa vostra figliuola.
OTT.
Oh pensate! La mia figliuola! La mia petrarchessa! La voglio con me; la voglio con me.
BEAT.
Vi sarebbe per lei un ottimo partito.
OTT.
No, no, non voglio che me la rovinino; non voglio che perda il gusto della poesia.
BEAT.
Anche maritata potrebbe comporre.
OTT.
Oibò! L'amor del marito, le gelosie, i figliuoli, i parenti, son tutte cose che traviano la mente e fanno perder l'amore alle Muse.
BEAT.
Guardate che ella non vi precipiti.
OTT.
Non mi seccate.
BEAT.
Maritatela.
OTT.
Non mi seccate.
BEAT.
Ve ne pentirete.
OTT.
Gente cui si fa notte innanzi sera.
BEAT.
Questa canzone non la posso soffrire.
(parte)
OTT.
Ho piacer di saperlo; quando vorrò farla andar via, principierò a dire:
Gente cui si fa notte innanzi sera.
SCENA QUINTA
BRIGHELLA colla cioccolata, ed OTTAVIO
OTT.
Che cos'è quella?
BRIGH.
La cioccolata.
OTT.
Chi te l'ha ordinata?
BRIGH.
La patrona.
OTT.
Mia moglie?
BRIGH.
Signor sì.
OTT.
Come! Così mi consuma la cioccolata? Così ne tien conto?
BRIGH.
Me pareva anca mi, che la fusse buttada via.
OTT.
E a chi la devi portare?
BRIGH.
Al signor Tonin e alla so consorte.
OTT.
Oh sì, sì, ai poeti sì.
Portala, portala.
BRIGH.
E no l'è buttada via?
OTT.
Anzi è impiegata benissimo.
Ai poeti? Tutto.
Presto, porta la cioccolata, e di' loro che desidero rivederli, che anderò a ritrovarli, se mi permettono.
BRIGH.
Porto la cioccolata ai do poeti,
Ma i torria più tosto do zalletti.
(parte)
OTT.
Che asino! Rimare zalletti con poeti.
Poeti si scrive con un t solo, e zalletti con due.
Ma quanti vi cadono in quest'errore! Io non ci caderò certamente, poiché non faccio rima senza l'aiuto del mio rimario.
Benedetto Stigliani! Ti sono pure obbligato.
Oh, quanti avranno a te quest'obbligazione! Quanti poeti cercano le rime sul rimario e misurano i versi sulle dita!
SCENA SESTA
LELIO ed OTTAVIO
LEL.
Riverisco il signor Ottavio.
OTT.
Addio, Ovano Pazzio.
Io mi chiamo Alcanto Carinio.
LEL.
Il mio carissimo signor Alcanto, la nostra accademia principia male.
OTT.
Perché dite questo?
LEL.
Perché si ammettono genti forestiere senza sapere chi siano, e invece di formare un'accademia di persone dotte e civili, faremo un'unione di vagabondi e d'impostori.
OTT.
Come! La virtù merita in chi si sia essere rispettata.
Il signor Tonino è una persona civile, e poi è un eccellente poeta.
LEL.
Un eccellente poeta? Mi meraviglio di voi, che per tale credere lo vogliate.
OTT.
Non avete sentito con che bravura ha improvvisato?
LEL.
Io stimo infinitamente gli improvvisatori, ma fra questi vi sono delle imposture assai.
OTT.
Sia comunque volete voi, vi saranno degl'improvvisatori cattivi, ma il signor Tonino certamente è uno dei buoni.
LEL.
Se è tale, conviene meglio sperimentarlo.
Anticamente dai Greci e dai Latini, per provare i poeti, si accostumavano li certami, nei quali combattè principalmente coi versi Omero con Esiodo, Pindaro con Corinna, e Nerone istesso cantò nei certami, e vinse varie corone.
OTT.
Omero con Esiodo? Pindaro con Corinna? Nerone istesso? E voi sapete tutte queste cose?
LEL.
L'arte poetica l'ho imparata con fondamento.
OTT.
Peccato che siate così satirico.
Ditemi dunque, che cosa intendete di dire coll'istoria dei certami?
LEL.
Io dico che la competenza e il confronto fanno conoscere i veri e i falsi poeti.
Che però conosco io un improvvisatore veneziano vero e reale, che non ha studio, che non ha fondo di scienza, ma canta egregiamente all'improvviso, senza cabale e senza imposture.
Se volete che lo mettiamo al cimento con questo signor Tonino, scopriremo la verità.
OTT.
Sì; bravissimo, facciamolo prestamente.
Ritrovate questo onorato galantuomo, conducetelo qui da me, e facciamo questo certame.
Vedete se mi ricordo del termine? Certame.
LEL.
Se potrà venire, verrà.
OTT.
Manderò subito ad avvisare gli accademici nostri, perché siano presenti al certame.
Ora vado dal signor Tonino.
LEL.
Non gli dite nulla, non gli date campo che si prepari.
OTT.
Bravo.
Mi avete illuminato.
Anderò a ritrovare mia figlia, a vedere se ha fatto qualche capitolo petrarchesco.
LEL.
Benissimo...
OTT.
Ah! Che dite di mia figlia? Quello è un portento.
Andatene a ritrovare un'altra.
Non c'è, non c'è stata, e non ci sarà.
Che Petrarca! Che Ariosto! Che Tasso! Ma dite la verità, non è una cosa che fa stordire? Non fa dar la testa nelle muraglie? Fidalma Ombrosia, Fidalma Ombrosia.
Fidalma, a te m'inchino;
Fidalma, onor del sesso femminino.
(parte)
LEL.
È pazzo per questa sua figlia.
Io me lo godo infinitamente.
SCENA SETTIMA
BRIGHELLA dalla camera di Tonino, e LELIO
BRIGH.
Servitor umilissimo, signor Lelio mio patron.
LEL.
Oh Brighella! Che si fa?
BRIGH.
Eh! Se va facendo qualche cosa cussì bel bello.
LEL.
Bravo, fatevi onore.
BRIGH.
Comandela sentir un'ottavetta balzana?
LEL.
No, no, non v'incomodate.
Ho premura, ne devo andare.
BRIGH.
Un'ottavetta sola.
LEL.
Ma se è tardi.
BRIGH.
Un'ottavetta, per carità.
LEL.
Via, spicciatevi.
(Gran difetto è questo di noi altri poeti!) (da sé)
BRIGH.
Era di notte, e non ci si vedea,
Perché Marfisa aveva spento il lume.
Un rospo colla spada e la livrea
Faceva un minuetto in mezzo al fiume.
L'altro giorno è da me venuto Enea,
E mi ha portato un orinal di piume.
Cleopatra ha scorticato Marcantonio,
Le femmine son peggio del demonio.
LEL.
L'avete fatta voi quest'ottava?
BRIGH.
Certissimo, l'ho fatta mi.
LEL.
Compatitemi, io non lo credo.
BRIGH.
No la lo crede? No son fursi anca mi poeta?
LEL.
Sì, ma siete solito a fare qualche verso stroppiato.
BRIGH.
La s'inganna, per scander i versi no gh'è un par mio.
E all'improvviso, all'improvviso.
LEL.
Sì? Bravo.
Ditemi qualche cosa all'improvviso.
BRIGH.
La servo subito.
Per obbedire a vostra signoria,
Faccio due versi, e poi me ne vado via.
(parte)
LEL.
Oh che somaro! Ha fatto un verso di dodici piedi.
Si vede che l'ottava non è sua.
Oh quanti si fanno merito colla roba d'altri, e sono forzati a ripetere tante volte gli autori quei versi di Virgilio:
Sic vos, non vobis, mellificatis, apes,
Sic vos, non vobis, fertis aratra, boves.
SCENA OTTAVA
CORALLINA e LELIO
LEL.
Ecco qui la signora Incognita.
COR.
Serva umilissima, mio signore.
LEL.
La riverisco.
Dove si va, padrona mia?
COR.
A dare il buon giorno alla padrona di casa.
LEL.
Trattenetevi ancora un poco.
(Costei non mi dispiace).
(da sé)
COR.
Avete qualche cosa da dirmi?
LEL.
Vi dirò una cosa ch'io so, e a voi non è nota.
COR.
La sentirò volentieri.
LEL.
Voi forse non sapete
Che v'apprezzo, vi stimo, e mi piacete.
COR.
Rispondo immantinente,
Che di saperlo non m'importa niente.
LEL.
Voi mi disprezzate? Sappiate che posso anch'io contribuire alla vostra fortuna.
COR.
La conoscete voi la fortuna?
LEL.
La fortuna è quel bene che tutti cercano, che tutti sospirano.
COR.
Eh, che non la conoscete!
La fortuna è come un corno,
Ch'ora salta qua e là.
Prego il ciel vi salti attorno,
E v'aggiusti come va.
Che v'interni i suoi favori,
E che più non esca fuori.
LEL.
Obbligatissimo alle vostre grazie.
Ditemi: il signor Tonino è veramente vostro marito?
COR.
Chi d'altrui pensa male,
Il cor palesa al pensamento eguale.
LEL.
Certamente sarete voi altri una coppia d'eroi.
Un uomo ed una donna, che vanno per il mondo a far mercanzia di versi e di rime, che s'introducono nelle case a scroccare, saranno qualche cosa di buono.
COR.
Qualche cosa di buono io sarei stata,
Se il vostro genio avessi secondato;
Ma poiché son per voi troppo onorata,
Meco tosto d'umor siete cangiato.
Questa pur troppo è la dottrina usata,
Si disprezza virtute, il vizio è amato;
Ma siatemi severo, o pur cortese,
Io vi manderò sempre a quel paese.
(parte)
LEL.
O che femmina impertinente! Ma è così; le donne, quando sanno qualche cosa, pretendono cacciarsi gli uomini sotto i piedi.
Se studiassero, poveri noi! Ma farò io calar la superbia a questi impostori.
L'asino, travestito da leone,
Alfin si scopre, e l'albagia depone.
(parte)
SCENA NONA
Camera.
FLORINDO e ROSAURA
ROS.
Avete sentito, come chiaramente la signora Beatrice ha parlato? Mio padre non vuole ch'io mi mariti.
FLOR.
E pure mi comprometto, che il signor Ottavio non dirà sempre così.
ROS.
È un uomo che si fissa moltissimo nelle cose sue, e non è facile il fargli mutar risoluzione.
FLOR.
Egli si è fissato principalmente nella poesia, e questa lo farà smuovere da ogni altra minor fissazione.
ROS.
Appunto per la poesia non vuole ch'io mi stacchi da lui.
FLOR.
E voi minacciatelo di non voler più comporre.
Fate la lezione ch'io vi ho insegnata, e non dubitate.
ROS.
Eccolo ch'egli viene.
FLOR.
Vi vuol coraggio.
ROS.
E ho da fingere?
FLOR.
Siete donna, siete poetessa, e avete della difficoltà a fingere? Poverina! Credo che appunto fingiate, quando mi dite di non saper fingere.
SCENA DECIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Figliuola mia, cosa si fa di bello? Avete composta qualche canzone, qualche sonetto?
ROS.
Signor no, non ho composto niente.
OTT.
Per amor del cielo, non perdete il vostro tempo così inutilmente.
Il mondo aspetta da voi gran cose.
ROS.
Il mondo avrà finito d'aspettarle da me.
OTT.
Come! Oh cielo! Che cosa mai dite?
ROS.
Un sogno, o sia visione, di questa notte mi ha empita di spavento, e non posso certamente comporre.
OTT.
Eh via, che sono i sogni della notte
Immagini del dì guaste e corrotte.
Animo, animo, a scrivere, a comporre.
ROS.
Non comporrò mai più certamente.
OTT.
Mai più?
ROS.
Mai più.
OTT.
Rosaura, io mi vado a gettare in un pozzo.
ROS.
Finalmente, che gran male sarà s'io tralascio di comporre?
OTT.
Che male sarà? La morte di tuo padre, la rovina di questa città, il pregiudizio di tutta Italia.
(Signor Florindo, per amor del cielo, ditemi voi, se sapete, perché Rosaura non vuol più scrivere, non vuol più comporre?) (a Florindo)
FLOR.
Sentite.
Signora Rosaura, con vostra buona licenza...
ROS.
Già non fate nulla.
Non voglio comporre mai più.
OTT.
Oh povero me!
FLOR.
(E diceva che non sapeva fingere).
(da sé) Sentite, signor Ottavio.
Io ho penetrato il cuore della signora Rosaura.
Ella è una figliuola savia ed onesta; ha sentito rimproverarsi dalla matrigna, e da altri ancora, che una giovine da marito fa cattiva figura a trattare familiarmente coi giovani poeti, a scrivere composizioni amorose, a perdere il tempo colla poesia, e che nessuno farà conto di lei, e niuno la vorrà per moglie, a causa di questa sua poesia.
Onde la povera signora si è fissata su ciò, e non vuol più comporre.
OTT.
Che lasci dire, che lasci cianciare.
Ella non ha bisogno di marito.
Starà con me, starà con me.
FLOR.
Voi non viverete sempre.
Se morite voi, la povera giovine resterà screditata.
OTT.
Credete voi ch'io voglia morir domani?
FLOR.
Il cielo vi conservi, ma siamo mortali.
ROS.
Mai più, mai più.
OTT.
No, cara, non dir così.
FLOR.
Sentite: io anzi vi consiglierei maritarla, e allora non avrà più difficoltà di comporre.
OTT.
E se il marito fosse nemico della poesia?
FLOR.
Si può trovare un marito poeta.
OTT.
Oh cielo! Basta...
Con un poeta, forse forse indurre mi lascierei.
FLOR.
Ed ella allora sarebbe contenta, e comporrebbe felicissimamente.
ROS.
Comporre? Mai più.
OTT.
Eh aspetta, aspetta con questo mai più.
Ma chi sarà mai questo fortunato poeta, a cui toccherà in sorte una virtuosa di questo grido?
FLOR.
Non saprei; bisognerà ricercarlo.
OTT.
Caro il mio caro Breviano Bilio, voi potreste essere questo sposo felice.
FLOR.
Oh io non merito quest'onore!
OTT.
Dovendola maritare, a voi la darei più volentieri, poiché maggiormente la vostra Musa, unita a quella di Rosaura, farebbero stupire il mondo.
FLOR.
Certamente potrei chiamarmi fortunatissimo.
ROS.
Voi discorrete, ed io vi dico mai più.
OTT.
Mai più, mai più, ed io vi dico sempre, sempre.
ROS.
A una figlia nubile non conviene.
OTT.
Converrà dunque a una maritata.
ROS.
Ma se sono...
fanciulla.
OTT.
Ma se sarete...
maritata.
ROS.
Io?
OTT.
Signora sì.
ROS.
Con chi?
OTT.
Con Breviano Bilio.
ROS.
Mi burlate?
OTT.
Breviano, ditelo voi.
FLOR.
Così è, signora Rosaura; se vi degnate, io sarò vostro sposo.
ROS.
Ah! (respira)
OTT.
Mai più, mai più?
ROS.
Sempre, sempre.
OTT.
E senza lo sposo, mai più?
ROS.
Per cagione dell'onestà.
OTT.
Via dunque, andate subito a compor qualche cosa.
ROS.
Oh, finché non sono sposata, mai più.
OTT.
Quand'è così, non perdiamo tempo.
Venite con me, diciamolo anche a mia moglie, e su due piedi sposatevi, e non mi fate più sentire quel mai più.
ROS.
Oh, quando sarò sposata, sempre, sempre.
OTT.
Vieni in nome d'Apollo,
Vieni, in grazia d'Amore,
A porti al collo una catena, e al core.
(parte)
ROS.
Dolce catena, che mi giova e piace;
Per cui spero goder riposo e pace.
(parte)
FLOR.
E diceva che non sapeva fingere.
Ma questo è l'effetto della gentilissima poesia.
Suo padre me la concede colla speranza ch'ella abbia a scrivere sempre, sempre; ma quando l'avrò condotta a casa mia, farò che nuovamente ella dica, mai più.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Sala dell'Accademia.
TONINO ed ELEONORA
TON.
Cossa vuol dir? Un'altra accademia! S'ha da far la lizion do volte al zorno?
ELEON.
Sono stata anch'io poco fa invitata con un'ambasciata dal signor Ottavio, ma non so a qual fine.
TON.
Sarà per goder qualche frutto della virtù della gentilissima siora Eleonora.
ELEON.
Voi mi mortificate, signor Tonino; sarà più tosto per ammirar nuovamente la prontezza del vostro spirito.
TON.
Le mie leggerezze no le merita incomodar soggetti de tanta stima.
ELEON.
Avete dunque deciso, che la grazia sia preferibile alla bellezza?
TON.
Sta decision per altro no l'ha gnente da far con ella.
ELEON.
No certamente, perché io non sono né graziosa, né bella.
TON.
Anzi perché la grazia e la bellezza le se trova in ella unide perfettamente.
ELEON.
Voi mi mortificate.
TON.
(La fa bocchin.
La gode anca ella sentirse lodar.
Tutte le donne le xe compagne).
(da sé)
ELEON.
Voi per altro vi siete protestato, che una donna bella vi piace.
TON.
Cospetto del diavolo! A chi no piaseravela?
ELEON.
Ma qual è la bellezza, che a voi piace più delle altre?
TON.
Ghe dirò: quando m'avesse da innamorar, me piaserave una donna de statura ordenaria, ma più tosto magretta, perché el troppo grasso me stomega.
Averia gusto che la fusse brunetta, perché dise el proverbio: El bruno el bel non toglie, anzi accresce le voglie.
Voria che la gh'avesse do bei rossi vivi sul viso, la fronte alta e spaziosa, la bocca ridente coi denti bianchi e sora tutto do bei occhi negri, piccoli e furbi.
Una bella vita, un bel portamento, un vestir nobile e de bon gusto, che la parlasse presto e pulito, e che sora tutto la fusse bona, sincera, e affabile, e de bon cuor.(3)
ELEON.
È difficile trovar unite tutte queste prerogative.
TON.
E pur, la me permetta che el diga, le se trova in ella epilogade perfettamente.
ELEON.
Voi mi mortificate.
TON.
(La va in bruo de lasagne).
(da sé)
ELEON.
Voi siete un grazioso poeta.
TON.
Son tutto ai so comandi.
SCENA DODICESIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Signor Tonino, mi rallegro della bella conversazione che sta godendo.
TON.
Adesso la sarà veramente perfezionada.
BEAT.
Eh, io non sono poetessa; non ho da mettermi in confronto delle virtuose.
ELEON.
(Oh maledetta invidia!) (da sé)
TON.
La poesia no xe necessaria per far el merito de una persona.
ELEON.
Signora Beatrice, io sono qui venuta per un'ambasciata del signor Ottavio.
BEAT.
Sì, sì, fra voi altri poeti e poetesse ve l'intendete bene.
ELEON.
Con vostro marito io non ho che fare.
Quando avessi a scherzare poeticamente, lo vorrei fare con qualche cosa di meglio.
BEAT.
Sì, sì, fatelo col signor Tonino.
ELEON.
Egli è in casa vostra, tocca a voi.
TON.
(Oh care, co le godo).
(da sé)
BEAT.
Io non sono poetessa.
ELEON.
La poesia non è necessaria per fare il merito d'una persona.
BEAT.
Questa proposizione è verissima.
ELEON.
Io non la contradico.
BEAT.
Che ne dite, signor Tonino?
ELEON.
Non l'accordate anche voi?
TON.
Tutto quel che le comanda elle, patrone.
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO, ROSAURA, FLORINDO e detti.
OTT.
Evviva gli sposi.
Adriatico Pantalonico, Cintia Sirena, ecco uniti, stretti e coniugati nell'amoroso laccio matrimoniale Fidalma Ombrosia e Breviano Bilio.
Destate le vostre Muse dal neghittoso silenzio, e cantate epitalamici versi alle glorie d'un così degno connubio.
ELEON.
Mi rallegro infinitamente con voi, o felicissimi sposi.
Venere sparga il vostro letto di rose, e Amore sia sempre indiviso da' vostri cuori.
OTT.
Oh bellissima prosa, sullo stile del Sannazaro.
FLOR.
Vi ringrazio di vero cuore.
ROS.
Io pure mi protesto tenuta...
OTT.
(Ringraziatela in versi.
Ditele quei due versi sì fatti).
(piano a Rosaura)
ROS.
Quel nume, che d'amor fa ch'i' m'accenda,
A voi, Cintia, per me le grazie renda.
OTT.
Ah, che ne dite, eh? Avete sentito mia figlia? Si può far di più? Compone anco all'improvviso.
SCENA QUATTORDICESIMA
CORALLINA e detti.
OTT.
Signora Corallina, avete saputo il maritaggio di mia figliuola?
COR.
Coppia gentil, che il faretrato Amore
Unì soavemente in dolce nodo,
Della pace, che prova il vostro cuore,
Veracemente mi consolo e godo.
Il cielo vi difenda da ogni affanno
E vi doni un bambino in capo all'anno.
OTT.
Bravissima.
ROS.
Vi sono molto tenuta.
OTT.
(Rispondetele in versi).
(a Rosaura, piano)
ROS.
(All'improvviso non so comporre).
(ad Ottavio)
OTT.
(Diavolo! Non vorrei che rimaneste in vergogna).
(a Rosaura, piano)
ROS.
Sì, cara signora Corallina, vi sono tenuta...
OTT.
Il matrimonio ha fatto fuggire dalla fantasia di mia figlia le Muse, che sono vergini e vergognose.
Risponderò io per lei.
Ore, odo, anno.
Magronia, voi ci fate troppo onore,
Voi eccedete in troppo alto modo,
Poiché Imeneo col marital calore
La mia figlia...
toccò..
siccome il sodo
Della prole risponde al primo anno,
Donna fia sempre donna, e non è danno.
COR.
Bravo, bravo.
Me ne rallegro.
OTT.
Compatirete.
SCENA QUINDICESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Signor Ottavio, è qui l'amico.
OTT.
Per il certame?
LEL.
Per l'appunto.
OTT.
Bravissimo.
Signor Tonino, sapete voi cosa siano i certami?
TON.
Certame vol dir combattimento.
OTT.
Siete sfidato a singolar certame.
TON.
Da chi?
OTT.
Da un estemporaneo vate.
TON.
Venga chi vuol venir meco a cimento;
Non temo no, se fossero anche cento.
OTT.
Fatelo entrare.
(Lelio fa cenno che passi) Sediamo.
(tutti siedono)
SCENA SEDICESIMA
Messer MENICO col chitarrino, e detti.
MEN.
A sti signori fazzo reverenza,
E li prego volerme perdonar,
Se alla prima con tanta impertinenza
Co sto mio chitarrin vegno a cantar.
Protesto esser vegnù per obbedienza,
Per perder certo, e no per vadagnar.
Tutta la gloria e la vittoria cedo
Al poeta mazor, che in fazza vedo.
TON.
Compare mio, per quel che sento e vedo,
Vu sè, come son mi, bon venezian,
Onde de provocarme ve concedo.
Cantemo, se volè, sin a doman.
Che voggiè rebaltarme mi no credo.
Perché saressi un tristo paesan;
Ma mi ve renderò pan per fugazza,
Se vederò che siè de trista razza.
MEN.
Mi poeta no son de quella razza,
Ch'altro gusto no gh'ha che criticar.
Lasso che tutti diga e tutti fazza,
E procuro dai altri d'imparar.
Vorria saver da vu, come che fazza
Una donna più cuori a innamorar.
E bramaria che me disessi ancora,
Se la donna anca ella s'innamora.
TON.
La donna qualche volta s'innamora,
Perché fatta la xe de carne ed osso;
Ma quando con più d'un la se tra fora,
Crederghe certamente più no posso.
Parerà che la pianza e che la mora;
Ma mi sta malignazza la cognosso;
So che quando la finze un doppio affetto,
No la gh'ha per nissun amor in petto.
MEN.
Pol darse che le gh'abbia amor in petto
Per uno, e che le finza con quell'altro.
Pol esser che le ama un solo oggetto,
E le finza con do coll'occhio scaltro.
Ma stabilir no voggio per precetto,
Che la donna tradissa e l'uno e l'altro.
Le donne, che in speranza molti tien,
Le porta sempre el più diletto in sen.
TON.
La donna, che fedel gh'ha el cuor in sen,
No se butta con questo e po con quello,
Perché la sa che farlo no convien,
E al so moroso no la dà martello.
Ma quella che a nissun za no vol ben
No se schiva con tutti a far zimbello.
Onde chi fa l'amor con più de un,
Compare mio, non amerà nissun.
MEN.
Compare, disè ben, no gh'è nissun
Che possa contradir quel che disè.
De provocarve esser vorria a dezun,
Perché vu più de mi ghe ne savè.
Pur in sta radunanza gh'è qualcun,
Che creder fa che un impostor vu siè.
Ma mi, che son poeta e venezian,
Digo che, chi lo dise, xe un baban.
LEL.
Chi lo dice son io, e sostengo che quello è un impostore, e voi un ignorante.
Non voglio più soffrire simili impertinenze.
Con questa sorte di gente non mi degno di stare in società.
Vada al diavolo l'accademia, straccio la patente, e non mi vedrete mai più.
(parte)
OTT.
Ah, sacrilego profanatore delle vergini Muse! Ma non importa.
Vada al diavolo quel satirico pestilenziale.
Faremo senza di lui.
MEN.
Missier Alcanto, no ve desperè,
Se Ovano Pazzio alfin v'ha abbandonà,
Che dei Ovani ghe ne troverè,
E dei pazzi poeti in quantità.
Esser poeta bona cossa xe,
Che onor, decoro alle persone dà.
Ma in chi la sol usar senza misura,
La poesia deventa cargadura.
TON.
E più sorte ghe xe de cargadura
Rispetto al gusto della poesia.
Gh'è quelli che ogni piccola freddura
I corre a recitarla in compagnia.
Gh'è chi crede coi versi far fegura,
E se mette per questo in albasia.
E gh'è de quei, che invece de panetti,
I se la passa via con dei sonetti.
OTT.
Bravo, evviva.
FLOR.
Bravo, evviva.
Ma io non voglio essere certamente nel numero dei fanatici.
Signor suocero caro, con vostra buona grazia, conduco a casa mia moglie.
Ella qualche volta comporrà per piacere, ma, per l'accademia, di noi non fate più capitale.
OTT.
Come! Siete voi diventato pazzo?
FLOR.
Pazzo sarei, se per cagion dei versi e delle rime abbandonar volessi gl'interessi della mia famiglia.
OTT.
Bene, abbadateci voi, e non impedite che mia figlia faccia onore a sé, alla mia casa, alla città tutta.
FLOR.
Rosaura è cosa mia; voglio che alla casa mia faccia onore; e questo succederà, se ella apprenderà le regole d'una buona economia.
Signor suocero, vi riverisco.
Eccovi le vostre patenti.
OTT.
Ah traditore! E voi, Rosaura, avete cuore d'abbandonarmi?
ROS.
Verrò a vedervi.
OTT.
Comporrete voi?
ROS.
Per l'accademia mai più.
OTT.
M'avete detto sempre, sempre,
ROS.
Ed or vi dico, mai più.
FLOR.
Signor suocero...
OTT.
Andate via.
ROS.
Signor padre...
OTT.
Ingratissima figlia!
FLOR.
Venite nella vostra camera, che vi aspetto.
(a Rosaura)
Più della poesia fia dolce cosa
L'ore liete passar fra sposo e sposa.
(parte)
OTT.
Che tu sia maledetto.
ROS.
Del mai, del sempre il senso questo fu,
D'amarlo sempre, e non compor mai più.
(parte)
OTT.
Oh cara! Oh che versi! E dovrò perderla? E non la sentirò più comporre? Moglie mia, voi resterete vedova.
BEAT.
Il cielo lo faccia presto.
MEN.
In fatti no ghe xe piacer al mondo
Mazor de quel d'un matrimonio in pase.
L'omo colla muggier vive giocondo,
Quando la cara compagnia ghe piase.
Ma po el deventa tristo e furibondo,
Se el trova una de quelle che no tase.
Ghe ne xe tante, che gh'ha un vizio brutto,
Che le vol contradir e saver tutto.
TON.
Anca mi lodo certo, sora tutto,
El benedetto e caro matrimonio,
Ma presto ogni contento vien destrutto,
Quando de gelosia gh'intra el demonio.
O che bisogna che el mario sia mutto,
O che el ghe trova più d'un testimonio;
E quando che cussì nol pol placarla,
Bisogna che el se sforza a bastonarla.
OTT.
Cari amici e compastori, voi mi consolate della perdita dolorosa che ho fatto.
Staremo qui fra di noi.
Cintia Sirena non ci abbandonerà.
ELEON.
Perdonatemi.
Fino che vi era fra gli accademici vostra figlia, io pure poteva starci.
Ora una donna sola non istà bene; onde me ne vado ancor io, e non mi vedre
...
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