IL PRODIGO, di Carlo Goldoni - pagina 10
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Sto negozio de sto formento in tel so graner me dà un pochetto da sospettar.
Da qua avanti voggio averzer i occhi.
Sempre fe vu, sempre fe vu, no la xe una cossa che staga ben.
No vorave che, col fe vu, el fasse tutto per elo e gnente per mi.
SCENA DODICESIMA
TRAPPOLA e detto.
TRAPP.
È vero che V.S.
mi domanda?
MOM.
Sior sì; aveu vendù el formento?
TRAPP.
L'ho venduto.
MOM.
A che prezzo? quanti stari gerelo? quanti bezzi avemio cavà?
TRAPP.
Non ha ella avuto dieci zecchini?
MOM.
Sì ben, li ho avudi, e m'avè dito de mostrarme el conto.
Animo, dove xelo?
TRAPP.
Adagio, con un poco di flemma, ci sarà il conto, vederà i fatti suoi.
MOM.
Diseme, caro vu, perché portar el formento in tel vostro graner?
TRAPP.
Chi ha detto che lo porto nel mio granaio?
MOM.
Me l'ha dito chi lo sa.
Ve despiase che lo sappia? ghe xe sotto qualche scondagna?
TRAPP.
Mi maraviglio.
Sono un galantuomo.
Si è messo il grano nel mio granaio per far servizio al compratore.
MOM.
Benissimo, ve la passo; femo i conti, che voggio andar a Venezia.
TRAPP.
Che conti vuol ella fare?
MOM.
Della vendita de sto formento.
TRAPP.
Quando V.S.
vuol far conti, si hanno da fare i conti di tutto il tempo che io la servo, perché sono io creditore, e gli ho dato tanto danaro del mio, che sono scoperto di più di mille ducati; e non voglio dar altro, se non si vede chiaro quel che ho d'avere, e non mi rimborsa di quel che avanzo; e per far i conti di sei anni, vi vuol del tempo; onde, se vuol andare a Venezia, vada, che verrò colà a ritrovarla, e vederà i miei conti, e vederà ch'io sono un uomo onorato, e si prepari a pagarmi.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
MOMOLO solo.
MOM.
Oh, che baron! prencipio a conosserlo adesso.
Nol vol far conti, el xe avezzo a magnarme tutto, e a darme quel che ghe par; e po el dise che el va creditor.
Oh poveretto mi, cossa oggio fatto? Che regola oggio tegnù fin adesso? Son precepità, son in rovina.
Chi sa che anca a Venezia no sia servio co sto bon cuor dai mi avvocati, dal mio interveniente? e mi cussì alla orba gh'ho donà un anello.
Sto donar senza sugo, sto spender senza misura, che credito m'alo acquistà? Che merito m'alo fatto? Ecco qua, tutti me rimprovera, tutti me strapazza, tutti me scampa e me lassa solo.
E co no gh'averò più gnente a sto mondo, chi me agiuterà, chi me darà da viver, chi gh'averà de mi compassion? Nissun a sto mondo, perché le mie spese le ho fatte con troppa ambizion.
Ho buttà via dei ducati a miara, e no posso dir d'aver donà un ducato per carità.
M'ho fatto magnar el mio, e no ho mai soccorso una fameggia de miserabili.
Adesso ghe penso, adesso cognosso i spropositi della mia condotta.
Ho sempre avudo dei adulatori, che m'ha lodà per magnar el mio, e adesso che me sento rimproverà da zente onorata, cognosso la verità.
Remedio, se se pol.
Ma semio a tempo de remediar? Tutto dipende da sta lite che gh'ho a Venezia.
Stassera aspetto el Dottor.
Se nol vien, doman subito corro a Venezia.
Se la va ben, torno in piè, remedio ai desordeni, e sto baron de fattor me renderà conto dei negozi che el m'ha fatto far.
Se la va mal, una delle do, o un abito da pellegrin, o un schioppo in spalla a farme mazzar.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE e CLARICE
BEAT.
Credetemi, amica, ho una passione sì forte per mio fratello, che non mi posso dar pace.
Ci siamo amati sempre sin da bambini, e son forzata ad amarlo ad onta de' suoi disordini e dei dispiaceri che provar mi tocca per sua cagione.
L'ho mortificato poc'anzi, e l'ho veduto rimanere stordito, e quasi mi pento di averlo fatto; pure, se credessi che le mie parole bastassero a farlo ravvedere, tornerei di bel nuovo a mortificarlo.
CLAR.
Si vede che voi l'amate davvero, e convien dire che siate di cuore assai tenero, se seguitate ad amarlo, ancora quando meno lo merita.
BEAT.
Se voi lo aveste conosciuto sei o sett'anni sono, lo avreste ritrovato degno d'amore.
Non si dà un uomo di miglior cuore di lui.
Egli non ha alcun vizio di quelli che fanno agli uomini disonore.
Per un amico si getterebbe nel fuoco.
Fa stima grande di tutti.
Onora le persone di merito.
Ama con tenerezza, con sincerità, con costanza.
Compiacentissimo in tutto colle persone ch'ei tratta, e questa sua compiacenza è stata causa del suo precipizio.
Rimasto solo, fu attorniato da gente trista, da falsi amici, adulatori, mendaci.
Si è lasciato condurre da' suoi domestici, da un fattore briccone; in somma è un povero cieco, che corre al precipizio senz'avvedersene.
CLAR.
Non si può dir meglio in di lui favore di quel che dite; ma il male si è troppo avanzato, e dubito non vi sia rimedio.
BEAT.
Eppure io credo che con poco si potrebbe ricondurlo sulla prima strada.
Siccome i suoi difetti non provengono da un cattivo animo, ma da una troppo facile condiscendenza, basterebbe ch'ei cambiasse la pratica delle persone che lo adulano, in altre sincere ed oneste, vorrei scommettere ch'ei si riduce come un agnello.
CLAR.
Felice lui e felice voi, se ci aveste pensato prima! Ora che non ha più niente di suo, anche il suo pentimento potrebbe credersi disperazione, per non aver più il modo di scialacquare, com'ei faceva.
BEAT.
Se si verificasse l'aggiustamento della sua lite, sarebbe egli ancora nel caso di far conoscere il suo cambiamento.
CLAR.
Dubito che anche la lite andrà come il resto delle cose sue.
BEAT.
Se va bene l'affare, vuò certo procurare di dargli moglie.
CLAR.
Non vi riuscirà così facilmente.
BEAT.
Con quattro mila ducati d'entrata, nel suo stato, può sperare un conveniente partito.
CLAR.
Ed i suoi debiti?
BEAT.
Sono di tal natura, che può con poco ricuperare gli effetti che ha ipotecato.
CLAR.
Avrete in animo di procurargli una buona dote.
BEAT.
No, amica.
Vorrei cercar di trovargli soltanto una buona moglie, sendo io persuasa, che una donna di garbo in una casa sia la miglior dote, che possa un uomo desiderare.
CLAR.
Quand'egli sia in istato di mantenerla, e dia segni di pentimento del suo costume passato, non vi sarà difficile il ritrovarla.
BEAT.
Così voi foste di lui persuasa, come vi pregherei di secondare le mie intenzioni.
CLAR.
Con qual animo mi consigliereste voi che io lo facessi? Non vi vuol poco per vederlo cambiato.
BEAT.
Fatemi una grazia; ve la domando io per la nostra buona amicizia: non partite per ora.
Trattenetevi qui qualche giorno.
CLAR.
Ho detto di voler partire, ed il burchiello sarà allestito.
BEAT.
Poco costa a dir che vi siete pentita.
CLAR.
Voi mi vorreste esporre a delle scene maggiori.
BEAT.
Chi è quegli? Il Dottore che è ritornato.
Sentiamo che novità ci reca.
Vediamolo noi prima di mio fratello.
Ehi, ehi, signor Dottore, favorisca.
(verso la scena)
SCENA QUINDICESIMA
Il DOTTORE e dette.
DOTT.
Dov'è il signor Momolo?
BEAT.
Or ora lo faremo chiamare.
Ditemi, come va l'affare?
DOTT.
Benissimo.
L'aggiustamento è seguito.
BEAT.
Sia ringraziato il cielo! Ritornerà la possessione in potere di mio fratello?
DOTT.
Ho meco la lettera per la liberazione del sequestro.
BEAT.
Ah? che ne dite? Le cose principiano per buona strada.
(a Clarice)
CLAR.
Sono a parte del vostro piacere, come se io medesima fossi in ciò interessata.
BEAT.
Ancora spero che abbiate da interessarvene.
CLAR.
Come?
BEAT.
Colle nozze di mio fratello.
CLAR.
Siete pure graziosa!
BEAT.
Ne parleremo.
Signor Dottore, già che tanto vi siete portato bene in favore di Momolo, avete da fare un'altra cosa per lui, utile non meno di questa.
DOTT.
Son qui disposto a tutto per un galantuomo di questa fatta.
CLAR.
Dite, signor Dottore, è vero ch'egli vi ha donato un anello?
DOTT.
È verissimo.
BEAT.
Vedete? Ha questo di buono ancora mio fratello, non dice bugie.
(a Clarice) Caro signor Dottore, voi saprete all'incirca i disordini in cui egli si trova.
Per farlo un poco più ravvedere, è necessario mortificarlo.
Facciamogli dubitar per un poco ancora dell'esito della causa, per fargli concepire con più forza l'orribile aspetto della miseria; ritiratevi in una stanza, e quando farò cenno, verrete a dargli la buona nuova.
DOTT.
Mi dispiace dovergliela differire.
Son venuto da Fusina a qui per la posta per consolarlo, ed ora non vedo l'ora di farlo.
BEAT.
Fate a modo mio, che sarà sempre meglio.
Vi prego, so quel ch'io dico.
DOTT.
Non voglio lasciar di farlo, per una sorella che gli vuol bene.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
BEATRICE, CLARICE, poi un SERVITORE
CLAR.
Ammiro il vostro amore, ma ancora più la vostra condotta.
In verità siete una donna di un talento e di uno spirito sorprendente.
BEAT.
Io non so niente; ma è l'amore che mi consiglia.
Chi è di là?
SERV.
Comandi.
BEAT.
Dite al padrone che venga qui.
SERV.
Non so che cos'abbia, signora.
Passeggia solo, batte i piedi per terra, guarda il cielo, e pare che pianga.
BEAT.
Cercatelo subito, e ditegli che venga da me, che mi preme.
SERV.
Sarà servita.
(parte)
BEAT.
Sentite in che stato di afflizione si trova? Non merita compassione?
CLAR.
Può anch'essere ch'egli si affligga, temendo di non poter più menare la vita solita.
BEAT.
Perché volete pensar sì male di lui? Compatitemi, siete troppo indiscreta.
CLAR.
Credetemi, ch'io lo desidero quanto voi cambiato, e se temo, temo appunto perché...
basta, non vuò dir altro.
BEAT.
Ditelo, perché l'amate.
CLAR.
Sì, non lo so negare.
BEAT.
Che siate benedetta! Eccolo, ch'egli viene.
SCENA DICIASSETTESIMA
MOMOLO e dette.
MOM.
(Siora Clarice con mia sorella! Me vergogno de comparirghe davanti).
(arrestandosi)
BEAT.
Avanzatevi, signor fratello.
Il vergognarsi è superfluo con chi sa i disordini vostri.
Siamo agli estremi per la vostra mala condotta, e per compimento delle vostre disgrazie, abbiamo nuove sicure che la vostra causa è precipitata.
MOM.
Ah, pazenzia! Cara sorella, abbiè compassion de mi; son un povero miserabile, e confesso de esserlo per causa mia.
CLAR.
Conoscete ora i vostri disordini?
MOM.
Pur troppo li cognosso, e me despiase de esser in sto stato che son, per no poder far veder al mondo la premura che gh'averia de remetter el mio concetto, de scambiar vita, e de comparir quell'omo civil e onorato che vol la mia nascita e l'esser de galantomo.
CLAR.
Buone massime, se venissero veramente dal cuore.
BEAT.
Ditemi un poco.
Se la causa fosse andata bene per voi, se aveste ricuperati gli effetti arrestati, che cosa avreste fatto per dimostrare pubblicamente la verità di quello che ora vantate?
MOM.
Cognosso che da mia posta no son capace per adesso de piantar un novo sistema, e de seguitarlo con regola e con profitto.
M'averia volesto buttar in brazzo de qualche persona amorosa, e m'averia lassà regolar fin tanto che m'avesse cognossù capace de far mi medesimo i mi interessi, e regolar la mia casa.
Cognosso, vedo e capisso che per esser stimà galantomo, no s'ha da buttar via el soo in sta maniera.
Vedo, pur troppo, che ho fatto mal...
ma cossa serve che diga, se za per mi no ghe xe rimedio?
BEAT.
Nel caso che aveste ricuperati i vostri effetti, vi fidereste che io e mio marito vi facessimo l'economia?
MOM.
Cussì fussimo in stato, come ve pregheria in zenochion vu e sior Celio de farlo per carità.
BEAT.
Ancora potrebbe darsi che la causa non fosse perduta, che l'aggiustamento seguisse, e che voi foste padrone del vostro.
MOM.
El ciel volesse che fusse vero.
BEAT.
Cosa fareste in quel caso?
MOM.
Scrittura per dies'anni de viver come un fio de fameggia.
BEAT.
Sentite, signora Clarice?
CLAR.
E per dieci anni non occorrerebbe ch'ei parlasse di maritarsi.
BEAT.
Perché no? Una moglie saggia e discreta potrebbe ella prendere il carico di regolar la sua casa.
MOM.
Anca de questo saria contento.
Ma no merito tanto ben, e pur troppo me sento sulle spalle el mio precepizio.
BEAT.
Parmi di vedere colà il signor Dottore.
Sì, è desso.
Venga avanti, signor Dottore.
SCENA DICIOTTESIMA
Il DOTTORE e detti.
DOTT.
Signor Momolo, allegramente.
MOM.
Bone nove?
DOTT.
Migliori non possono essere di quel che sono: l'aggiustamento è seguito, ed ecco la liberazione del sequestro.
(mostra un foglio)
MOM.
Bravo, evviva; respiro; torno da morte a vita; diseme, l'aggiustamento come xelo? Cossa gh'avemio da dar?
DOTT.
Si è accomodato l'avversario con duemila ducati pagabili in quattro tempi a cinquecento ducati l'anno.
Siete di ciò contento?
MOM.
Contentissimo.
No se podeva far meggio; no la me podeva costar manco de cussì.
DOTT.
Converrà che voi ratifichiate l'obbligazione, mentre sulla mia fede mi hanno accordato anticipatamente la liberazione suddetta.
MOM.
Xe giusto, me sottoscriverò immediatamente.
Caro Dottor, lassè che ve daga un baso de cuor.
Me arecordo che v'ho promesso cento zecchini, e me par che li meritè; ma co ve li ho promessi, gera un orbo, che no saveva conosser né oro, né arzento, né merito, né demerito, né rason, né torto, né convenienza.
Adesso son un poco illuminà: ma no tanto che basta, e da qua avanti no me voggio fidar de mi.
Consegno tutti i mi interessi in man de mia sorella e de mio cugnà; lasso che i fazza lori, e da lori aspettè la recompensa delle vostre fadighe.
Tutto quello che posso far per vu, xe questo, de metterghe in vista el merito della vostra attenzion, della vostra onestà, e de pregarli de trattarve ben.
(da sé)
DOTT.
Per me, sono un galantuomo, e mi contenterò di quello che si compiaceranno di darmi.
(Mi pareva impossibile d'aver a guadagnare in un colpo cento zecchini).
(da sé)
BEAT.
Io veramente di queste cose forensi non me ne intendo, e molto pratico non è nemmen mio marito, e però non vorrei che si eccedesse, né che restasse pregiudicato il merito del signor Dottore.
Che fareste voi in tal caso, signora Clarice, se aveste voi da disporre?
CLAR.
So quel che farei, se a me toccasse arbitrare.
BEAT.
Vi contentate, fratello, che la signora Clarice decida?
MOM.
Son contentissimo; ghe darave l'arbitrio sulla mia vita, figureve se no ghel darò su sta piccola diferenza!
BEAT.
Dunque l'affare è a voi rimesso; decidete come vi pare.
(a Clarice)
DOTT.
(Dubito di aver fatto una cattiva giornata).
(da sé)
CLAR.
Veramente lo spendere con profusione, come sin ora ha fatto il signor Momolo, è una eccedenza viziosa che passa i limiti della generosità, e diventa un difetto.
Ma quando si tratta di mantener la parola e di riconoscere un benefizio, è necessario allargar la mano.
Dunque io dico che il signor Dottore merita i cento zecchini, e che se ciò fosse in arbitrio mio, glieli darei senza alcuna esitanza.
MOM.
La sentenza no pol esser più giusta, e mi la lodo e la sottoscrivo.
Sior Dottor, averè i cento zecchini, no dalle mie man, perché mi per un pezzo no voggio più manizzar, ma da quelle de mia sorella, che sarà l'economa dei mi interessi.
DOTT.
Rendo grazie a V.S.
ed alla signora Clarice, e lascio tutto il comodo alla signora Beatrice di favorirmi.
(Non credevo mai da una donna poter sperare tanta giustizia e tanta generosità).
(da sé)
BEAT.
Che dice, signora Clarice, della costante rassegnazione di mio fratello?
CLAR.
Io certo me ne consolo, e ne sarò ancora più persuasa, quando effettivamente lo vedrò cedere a voi ed a vostro marito il regolamento della sua casa.
MOM.
Sior Dottor, za che sè qua presente, ve prego stender una scrittura de cession de tutto el mio a sior Celio e a siora Beatrice, perché i paga i mi debiti, e che i me assegna a mi un trattamento onesto, e quel che avanza se metta da banda per dies'anni, per farme un fondo de cassa, per non aver più bisogno de mendicar un miar de ducati in t'una occorrenza.
DOTT.
Lo farò volentieri.
BEAT.
Ditemi, fratello mio, quest'accordo che volete fare con noi, non lo potreste fare colla signora Clarice?
MOM.
Magari che la se degnasse acettarlo.
CLAR.
Non conviene ad una donna vedova, e non ancor vecchia, far l'economa di un giovanotto.
BEAT.
Converrebbe bene a una moglie far l'economa del marito.
MOM.
Oh brava! cossa disela? (a Clarice)
CLAR.
A una tale sorpresa non so rispondere.
MOM.
Chi tase, conferma.
Sior Dottor, femo un contratto de un'altra sorte.
Cedo tutto a siora Clarice.
DOTT.
Con che titolo? di donazione?
MOM.
Tutto quel che volè.
CLAR.
Ecco il prodigo.
Non è ancor guarito della sua malattia.
BEAT.
Interpretate meglio i trasporti dell'amor suo.
Accettate il maneggio de' suoi interessi, e avrete voi il merito di averlo fatto cambiar condizione.
MOM.
Via, siora Clarice, che la se mova a pietà de un omo, che ha bisogno de ella per tutti i versi.
BEAT.
Fatelo per amicizia, per compassione.
MOM.
E anca un pochettin per amor.
Pussibile che la me trova tanto pien de difetti, che no sia degno della so grazia? Pussibile che no la me voggia gnente de ben?
CLAR.
Sì, lo confesso, vi ho amato e vi amo ancora, ma...
BEAT.
Questo ma è fuor di tempo; l'obbietto principale è risolto.
Momolo viverà a modo vostro.
MOM.
Me lasserò condur da ella co fa un putelo.
DOTT.
Su dunque, signora, dica un sì generoso, e lasci a me la cura di stendere un contratto, come va steso.
MOM.
Da brava, la lo diga sto sì, che me pol consolar.
BEAT.
Ditelo questo sì benedetto, che si sospira.
CLAR.
Ma quando è detto, è detto.
MOM.
La lo diga, se la vol che el sia dito.
DOTT.
Ho da scrivere? ho da formare il contratto?
CLAR.
Andate...
scrivete...
non so resistere.
MOM.
Ala dito de sì?
CLAR.
Caro Momolo, sì.
MOM.
Evviva.
DOTT.
Vado a scrivere immediatamente.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
BEATRICE, CLARICE, MOMOLO
BEAT.
Ora sono perfettamente contenta.
MOM.
Son fora de mi dalla contentezza.
CLAR.
Non mi ricercate niente della mia dote?
MOM.
Che dota? la so prudenza, el so cuor.
E po quel viso, quei occhi! oh che bella dota!
CLAR.
Non siate sì poco accurato.
Vi darò la dote, ch'ebbe l'altro marito mio.
MOM.
Son contentissimo, e anca che no la fusse tutta, n'importa.
SCENA VENTESIMA
CELIO, OTTAVIO e detti.
CEL.
È vera la nuova dataci dal signor Dottore?
BEAT.
Verissima, e ve n'è un'altra più bella.
Mio fratello è sposo della signora Clarice.
OTT.
Oh signora sorella, mi rallegro con voi.
CLAR.
Il suo cambiamento mi ha indotto a farlo.
CEL.
Ho anch'io da darvi, signor cognato una nuova curiosa.
Ho saputo che il fattore cercava in fretta di vendere a precipizio del grano, e che faceva bauli per andarsene via.
Ho sospettato di qualche sua bricconata e l'ho fatto metter in prigione.
MOM.
Bravissimo, avè fatto ben.
Cussì el me renderà conto de tutto quello che el m'ha magnà.
SCENA VENTUNESIMA
LEANDRO e detti.
LEAN.
Signora Clarice, il burchiello è pronto, i barcaruoli son lesti e dicono che bisogna sollecitare.
CLAR.
Signor Leandro, vi ringrazio infinitamente della vostra attenzione.
Mi dispiace dell'incomodo che vi siete preso; ma ora non sono più in arbitrio di disporre di me medesima, dovendo dipendere dallo sposo.
LEAN.
Dallo sposo? E chi è questi?
MOM.
Son mi, per servirla.
(a Leandro)
LEAN.
Questo è un affare condotto in simil guisa, affine di maggiormente insultarmi.
Non so da chi provenga l'ingiuria, né vuò saperlo; ma voi me ne dovrete dar conto.
(a Momolo)
MOM.
Sior sì, quando che volè; adesso gh'ho spada e scudo, che no gh'ho paura.
CLAR.
È superfluo che vi riscaldiate; sapete già...
(a Leandro)
LEAN.
So quel che volete dirmi.
Di me non avete mai fatto conto.
Lo doveva comprendere; merito ancora peggio, e colle donne saprò regolarmi meglio per l'avvenire.
(parte)
MOM.
Bon viazo; a revederse co se vederemo.
SCENA ULTIMA
TRUFFALDINO e detti, poi Villani e Villane.
TRUFF.
Siori, xe qua la nobiltà campagnola, venuda per la festa da ballo.
MOM.
No vôi balli, no vôi feste.
BEAT.
Via, per questa sera, in grazia delle nozze e dell'apparecchio già fatto, si può ballare e cenare e divertirci, per scordarsi affatto dei dispiaceri passati.
Che dite, cognata? (a Clarice)
CLAR.
Son contentissima, e ora mi divertirò volentieri.
MOM.
Animo donca, ballemo e devertimose per sta volta; e po farò tutto quello che piaserà alla mia cara Clarice.
(Segue il ballo de' contadini, e con questo Fine della Commedia).
NOTA:
1 Nella stagione teatrale 1739-40 [nota per l'edizione elettronica Manuzio]
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