IL PRODIGO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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LEAN.
Signore, con sua buona grazia, prendo una sedia e per ora mi contento di restar qui.
(prende una sedia e si pone a sedere)
OTT.
Bene dunque, faremo qui la nostra conversazione.
(fa lo stesso)
CLAR.
La compagnia è il più bel divertimento della campagna.
MOM.
(Za lo vedo.
Soli no se avemo mai da trovar).
(da sé)
OTT.
Come si diverte il signor Momolo nella sua bella villeggiatura?
MOM.
Per dir la verità, mi me deverto benissimo.
Poche volte son solo.
Vien sempre qualche amigo a trovarme.
Co xe bon tempo, no passa zorno che no gh'abbia amici che me favorisse; qualche volta semo diese, dodese, e l'autunno vinticinque, trenta.
Co no vien nissun, vago al caffè; se trovo galantomeni, i meno a disnar con mi, e co no gh'è altri, fazzo vegnir i contadini e le contadine.
Ghe dago da magnar e da bever fina che i vol.
Se fa dei zoghi, e pago mi per tutti.
Tutte ste putte che se marida, le me invida mi per compare.
Son solito a darghe trenta o quaranta ducati, acciò che le se marida più presto.
Fazzo mi el disnar, la festa, le nozze e tutto quel che bisogna.
In somma procuro de star alegro, me deverto; co son qua, son contento, e per stabilir e redopiar la mia contentezza, no me manca altro che una novizza.
LEAN.
Vi manca una sposa, eh? Oh, è difficile che la troviate.
MOM.
Perché, patrona? Perché xe difficile che la trova?
CLAR.
Avete fatto di voi medesimo un ritratto troppo cattivo per ritrovarla.
MOM.
Co sarò maridà, no farò miga cussì.
LEAN.
Chi è prodigo per natura, difficilmente cambia costume.
OTT.
Quando sarà ammogliato, non farà così.
CLAR.
Vi piace troppo la conversazione.
OTT.
Non farà così, quando sarà ammogliato.
MOM.
No certo.
Co me marido, scambio subito la maniera de viver, e devento tutto muggier.
CLAR.
Quanti giovani hanno detto lo stesso! e colla moglie al fianco sono diventati peggiori.
MOM.
Mi no farò cussì.
Sarò colla muggier come un putelo da latte co la so mama.
LEAN.
S'io fossi donna, non vi crederei certamente.
MOM.
Caro sior zerman della siora zermana, no semo in sto caso, e ve prego de no ve scaldar el figà.
OTT.
E s'io fossi una donna, non vorrei altro marito che il signor Momolo.
MOM.
E ve protesto che ve chiamaressi contento.
E ela, siora Clarice, no la dise gnente?
CLAR.
Io son donna; non posso parlare come essi parlano.
MOM.
La parla come donna; cossa ghe par? songio un omo tanto sprezzabile?
CLAR.
Avete delle qualità che meritano tutta la stima e tutto l'amore; ma ne avete altresì di quelle che fanno torto al vostro merito personale.
MOM.
Quale xele? Presto, che la le diga, che in sto momento ghe prometto da omo d'onor de spoggiarmene affatto, e de renderme degno della so grazia.
LEAN.
Mia cugina non vi ha esibito ancora la grazia sua.
MOM.
Caro sior cusina, faressi meggio de andar in portego.
OTT.
Mia sorella è una donna che sa distinguer chi merita.
MOM.
Bravo, sior fradello; vu sè un omo de garbo.
Quanto che pagherave che fussi mio parente.
OTT.
Questo potrebbe farsi col mezzo di mia sorella.
MOM.
Ah? cossa disela? (a Clarice)
LEAN.
Non è questo il tempo per simili ragionamenti.
MOM.
Patron caro, mi no parlo con ela.
(a Leandro)
CLAR.
Dice bene mio cugino, voi parlate fuor di proposito.
MOM.
La gh'ha rason, la compatissa.
Delle volte se parla senza che la mente gh'abbia tempo de pensarghe suso.
La bocca xe un istrumento del corpo, un organo che se lassa mover dal cuor, ma le parole che vien dal cuor le xe sempre le più sincere.
Muemo discorso; la varda sto aneletto, sta quadriglia de brillantini: ghe piaselo? Cossa disela de sta chiarezza, de sta uguaglianza?
CLAR.
L'anello è bellissimo.
I brillanti sono eguali e perfetti.
MOM.
Saravela una temerità, se la pregasse de permetterme che...
LEAN.
Alle donne civili non si offeriscono de' regali.
MOM.
E i omeni civili no rompe le tavarnelle ai galantomeni.
LEAN.
Che son queste tavarnelle? (alzandosi)
MOM.
A ela, patron, la ghe la spiega in volgar.
(ad Ottavio)
OTT.
Caro signor Leandro, voi siete troppo focoso.
Siamo qui per godere la quiete, e non per alterarci di tutto.
LEAN.
Sono in compagnia di mia cugina, e non ho da permettere che si offenda il di lei decoro.
CLAR.
In quanto a questo poi, per sostenere il mio decoro non ho bisogno d'aiuti.
(s'alzano tutti)
MOM.
Bravissima.
LEAN.
Bene, accomodatevi come volete.
(in atto di partire)
MOM.
(El va).
(da sé)
CLAR.
Stimo la vostra amicizia, ma non per questo...
LEAN.
È inutile che diciate di più.
(parte sdegnato)
MOM.
(El xe andà).
(da sé)
OTT.
Quant'era meglio, che non si fosse condotto codesto pazzo! (a Clarice)
MOM.
(Se andasse via anca st'altro, el me farave servizio).
(da sé)
CLAR.
(Non ho mai scoperto ch'egli avesse dell'inclinazione per me).
(ad Ottavio)
MOM.
Caro sior Ottavio, me despiaseria che per gnente se avesse da romper l'allegria, la conversazion.
OTT.
Eh, non è niente, non gli badate.
MOM.
La me fazza un servizio, sior Ottavio; la vaga a trovarlo, la lo quieta, la ghe diga da parte mia che, se l'ho offeso, son pronto a domandarghe scusa.
OTT.
Ora, ora, in due parole lo accheto.
(in atto di partire)
CLAR.
No, è troppo presto; trattenetevi.
MOM.
Sì, subito, fin che el ferro xe caldo; la prego, no la perda tempo.
(ad Ottavio)
OTT.
Subito, in un momento.
(parte)
SCENA DODICESIMA
CLARICE e MOMOLO
MOM.
(Anca questo xe andà).
(da sé)
CLAR.
(Mi trovo imbarazzata da solo a sola).
(da sé)
MOM.
Siora Clarice, sentemose un pochetin.
CLAR.
Non importa, sto volentieri in piedi.
MOM.
La me fazza sta grazia.
Cossa gh'ala paura? la xe in casa de un galantomo, e no son capace de disgustarla.
Via, la se senta.
CLAR.
Lo farò per compiacervi.
(siedono)
MOM.
Me fala un'altra grazia?
CLAR.
Cosa vorreste?
MOM.
Se degnela de tor sto anello?
CLAR.
Oh, questo poi no.
MOM.
Ma perché no?
CLAR.
Serbatelo per quando vi farete sposo.
MOM.
E se la fusse ella la mia sposa, lo toravela?
CLAR.
In quel caso, non potrei ricusarlo.
MOM.
La fazza conto de esserghe, e la lo toga.
CLAR.
No, signore.
Non siamo nel caso.
MOM.
Se no ghe semo, ghe podemo esser.
CLAR.
Oh, prima di essere in questo caso, ci converrebbe molto discorrere.
MOM.
Via, principiemo a discorrer.
La me diga la so intenzion.
CLAR.
Prima di tutto...
SCENA TREDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signor...
MOM.
Che te casca la testa.
BRIGH.
Obbligatissimo alle so grazie.
MOM.
Cossa voleu, in vostra malora?
BRIGH.
Xe vegnù da Venezia sior Dottor Desmentega.
MOM.
Diseghe che el vaga via, e che el se desmentega che mi sia a sto mondo.
BRIGH.
L'è vegnù con premura granda, perché dentro de oggi se tratta la so causa.
MOM.
Ah sì, no me recordava.
Diseghe che l'aspetta.
BRIGH.
Signor sì, e che me desmentega: che te casca la testa.
(parte)
CLAR.
Signor Momolo, non trascurate i vostri interessi; badate al vostro Dottore.
MOM.
Che la me diga quel che la me voleva dir.
CLAR.
Un'altra volta.
Non perdete di vista quello che preme.
Ci rivedremo.
MOM.
Ma la toga almanco sto anello.
CLAR.
No, tenetelo, custoditelo.
Lo prenderò, se mi sarà lecito di pigliarlo.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
MOMOLO, poi il DOTTORE
MOM.
Ho capio, la xe una donna prudente.
No la vuol regali, se le cosse no xe messe a segno.
Lo tegnirò in deposito.
El xe per ella, el xe cossa soa.
Presto, che me destriga de sto palazzista.
Co vedo sta zente, me vien la freve.
Chi è de là? Sior Dottor, che la vegna avanti.
DOTT.
Signor Momolo, la riverisco.
MOM.
Coss'è, sior Dottor, che novità gh'avemio della nostra causa?
DOTT.
La novità più bella in tal proposito si è, che oggi è la giornata in cui si deve decidere, e V.S.
se la gode in villa, senza prendersi cura de' suoi interessi.
MOM.
La mia causa xe ben raccomandada ai mii defensori, e no me par che ghe sia bisogno de mi.
De ste cosse no me n'intendo; lasso far, me remetto a chi sa.
Se l'andarà ben, sarà meggio per mi; se l'andarà mal, averò sparagnà el desgusto de esser presente a una seccatura.
DOTT.
Stimo infinitamente l'indifferenza con cui V.S.
se la passa in una causa di tanta conseguenza.
MOM.
Cossa voleu che fazza? Xe tre anni che va drio sto negozio.
Xe tre anni che la mia roba al Dolo xe sequestrada; se la perdo, me despiaserà manco, perché xe tre anni che no la godo; e se vadagno, i se appellerà, e tant'e tanto per adesso no posso sperar d'aver gnente.
DOTT.
Questa mattina si deve trattar la causa.
MOM.
Stamattina se tratta la causa, e vu che sè el sollicitador più informà de tutti, impiantè i mii interessi per vegnirme a rimproverar?
DOTT.
La causa si tratta al tardi, all'ora di Rialto, e sarò a tempo di esservi.
MOM.
Via donca, tornè a Venezia, e lasseme goder in pase sto pochetto de ben.
DOTT.
Sono venuto per una cosa che preme.
MOM.
Ghe vol bezzi? Se ghe vol bezzi, no ghe n'ho gnanca un.
DOTT.
Ieri sera si è fatto l'ultimo consulto cogli avvocati, e sempre più si scopre la causa pericolosa.
MOM.
Se perderala? pazenzia.
Za ve l'ho dito, che son parecchià.
DOTT.
Se si venisse a un aggiustamento, non sarebbe meglio per voi?
MOM.
Magari! giustemose pur.
Demoghe quel che i vol; meggio ferii che morti.
DOTT.
Io spero che faremo un aggiustamento assai avvantaggioso per voi.
MOM.
Tanto meggio.
Via da bravo, saverò le mie obbligazion.
DOTT.
Dopo il nostro consulto, mi trovai ieri sera coll'avvocato della parte avversaria, e capisco che anch'egli teme dell'esito, e non sarà difficile l'accomodarsi.
MOM.
Oh, che bella cossa che la saria, che se comodessimo, che tornasse i ossi a so segno, che i campi del Dolo fusse liberai dal sequestro, e che scuodesse l'intrada, e che se fasse presto!
DOTT.
Io spero molto, e spero di accomodarla un poco.
MOM.
Bravo, sè un omo de garbo.
Vederè, se sarò galantomo.
DOTT.
Sarebbe necessario che voi veniste meco a Venezia.
MOM.
Caro compare, ancuo gh'ho un impegno.
Me raccomando a vu, me rimetto in vu, andè a Venezia e fe vu.
DOTT.
Mi date la facoltà di trattare e di concludere?
MOM.
Sì, caro vecchio; fe vu.
DOTT.
Vado a Venezia subito, e questa sera verrò a ritrovarvi colla risposta.
MOM.
Bravo.
Ve aspetto.
Speremio ben?
DOTT.
Io spero benissimo.
MOM.
Libereremio el sequestro?
DOTT.
Io lo credo sicuramente.
MOM.
Saroggio patron dei campi?
DOTT.
Quasi quasi ve lo prometto.
MOM.
Me consolè, me fe tornar dies'anni più zovene.
Sieu benedetto.
Porteve ben.
Me despiase che no gh'ho adosso cento zecchini, che ve li vorave donar.
DOTT.
Sfortuna mia veramente, ma non importa, son certo della sua riconoscenza.
MOM.
Savè chi son; no vardo bezzi, no vardo roba.
Poverazzo! sè vegnù a posta per avvisarme!
DOTT.
Certo, e ho lasciato tutti i miei affari.
MOM.
M'avè trovà in cattiva occasion.
Ma aspettè, no vôi che partì scontento.
Tolè sto anello; godelo per amor mio.
(vuol dargli l'anello che ha esibito a Clarice)
DOTT.
Oh, non permetterò mai...
MOM.
Tolelo, ve digo.
Quando esebisso, esebisso de cuor.
DOTT.
Lo prenderò, per non ricusar le sue grazie.
MOM.
E stassera porteme la nova.
DOTT.
Questa sera.
MOM.
E sora tutto, che liberemo el sequestro.
DOTT.
Sarà liberato.
MOM.
Disponè de cento zecchini.
DOTT.
Obbligatissimo.
(Questi sono clienti che meritano di esser serviti.
Voglia il cielo, che riesca bene.
Ma lo spero con fondamento).
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
MOMOLO solo.
MOM.
Se va ben sto negozio, se sti campi me torna in casa, torno a metterme in piè.
Se tratta de sie mile ducati d'intrada.
Se se giustessimo, me contenterave de quattro mile.
Sto Dottor el xe un ometto de garbo.
El merita tutto.
Gh'ho donà quell'anello...
Ma apponto ghe l'aveva esibio a siora Clarice, e la m'ha dito che ghe lo tegna in deposito.
N'importa gnente; se va ben sto negozio, ghe ne comprerò uno da una piera sola, spenderò tre o quattro mile ducati.
Ghe farò veder chi son.
E a sto sior zerman ghe farò veder, se gh'ho cuor de spender, se so trattar co le donne.
Un pochetto de fortuna che gh'abbia, Momolo no ghe la cede a nissun.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
MOMOLO e TRAPPOLA
MOM.
Trappola, allegramente.
TRAPP.
Allegramente colle lagrime agli occhi.
MOM.
De le volte me faressi saltar in bestia.
Coss'è ste lagreme? Coss'è ste malinconie? Co ve digo che stemo aliegri, so quel che digo.
TRAPP.
Allegri pure; sì, stiamo allegri, ma ci staremo per poco.
MOM.
Per poco? No savè gnente.
Aveu visto el Dottor Desmentega?
TRAPP.
L'ho veduto.
MOM.
Stassera l'aspetto coll'aggiustamento della lite, e da qua pochi zorni, i campi torna in casa, e Momolo gh'averà dei zecchini, e Trappola ghe li farà spender pulito.
TRAPP.
Se è vero questo, allegramente dunque.
Trappola è di buon gusto, e saprà far onore alla generosità del padrone.
MOM.
Animo, per stassera una gran cena, e un festin dei più belli che s'abbia visto a far su la Brenta.
TRAPP.
Per questa sera?
MOM.
Sì, per stassera.
TRAPP.
Ma i campi non sono ancora venuti.
MOM.
Se no i xe vegnui, i vegnirà.
TRAPP.
Questo tempo futuro non comoda per il bisogno presente.
MOM.
Penseghe vu, e no me stè a seccar.
TRAPP.
Dei trenta zecchini quanti crede che me ne siano rimasti?
MOM.
Mi no son strolego, e no m'importa gnanca d'indovinarlo.
Voggio la festa, voggio la cena, e penseghe vu.
TRAPP.
Io penserò alla festa, io penserò alla cena, basta che vossignoria pensi a una cosa sola.
MOM.
A cossa oggio da pensar?
TRAPP.
A darmi del danaro.
MOM.
No v'hoi dà stamattina trenta zecchini?
TRAPP.
Indovini quanti me ne sono restati.
MOM.
Se v'ho dito che no son strolego.
Ma un disnar no pol mai costar trenta zecchini.
TRAPP.
Ho pur detto ch'era necessario dar qualche cosa a conto a tanti creditori, che vengono tutto il dì a strepitare; altrimenti, con questi forestieri che sono in casa, gli averebbero fatto perdere la riputazione.
MOM.
Per amor del cielo, fe che i tasa, che no i me fazza nasar.
TRAPP.
Appunto per farli tacere, ho distribuito da sedici zecchini in circa, un poco per uno.
Otto ne ho speso per il desinare, e me ne restano sei.
MOM.
Sie solamente?
TRAPP.
Ecco qui le note: osservi...
MOM.
No vôi veder gnente.
Fe vu, ve credo, me rimetto a quel che fe vu.
TRAPP.
Veda dunque, se vi è fondamento per la cena e per il festino.
MOM.
Casca el mondo, ste do cosse le s'ha da far.
TRAPP.
Recipe, dei zecchini.
MOM.
Bravo, sior medico: ma sta volta bisogna che fe da medico e da spicier.
TRAPP.
Che vuol dire?
MOM.
Co avè scritto el recipe, tocca a vu a manipolar el medicamento.
TRAPP.
Capisco; vuol ch'io pensi a ritrovar i quattrini.
MOM.
Bravissimo; sè un omo che capisse per aria, me piasè per questo.
TRAPP.
Quanto crede ella che vi vorrà per la cena e per il festino?
MOM.
So che qualche volta s'ha speso in tutto disdotto o vinti zecchini.
Ma stassera voria qualcossa de meggio.
Son in impegno de far pulito.
TRAPP.
Domani partono questi forestieri?
MOM.
Mi no credo; ho speranza che siora Clarice no vaga via per adesso.
TRAPP.
Dunque convien pensare a tirar di lungo col solito trattamento.
MOM.
Vegnirà sti campi.
TRAPP.
E frattanto che i campi vengono?
MOM.
E fra tanto penseghe vu.
TRAPP.
Ho capito; qui bisogna dar fondo al granaio e spropriarsi del grano che dovea servire per tutto l'anno.
MOM.
Caro vecchio, fe vu.
TRAPP.
E poi, se manca il pane alla famiglia?
MOM.
No vegnirà sti campi? Gh'averemo el bisogno.
TRAPP.
Vuol ella dunque che venda il grano?
MOM.
Sì, fe vu.
TRAPP.
Si può vendere, ma con del discapito grande.
Nella stagione in cui siamo, non vi è ricerca di grano, e andandolo ad esibire, converrà darlo per quel che si potrà avere.
MOM.
Co ve digo, fe vu, fe vu.
TRAPP.
Benissimo; per servirla, cercherò di far subito quello che si ha da fare.
MOM.
E che la cena sia magnifica, e la festa abbondante de cere e de rinfreschi.
Trovè quanti sonadori se pol trovar; spedì una peota a Venezia; invidè da parte mia quanta zente se pol aver, alta e bassa, de tutti i ordeni, e che se daga da cena a tutti.
Podè far tre tole, con tre ordeni de persone, e po so che sè de bon gusto; in tutto e per tutto me rimetto a vu.
TRAPP.
Per quel ch'io sento, vuol che vada il granaio in una sera sola.
MOM.
Vaga el graner, vaga la casa e i coppi; co son in t'un impegno, me preme de farme onor; e po' vegnirà el Dottor Desmentega, e gh'averemo i campi, e Momolo gh'averà dei bezzi, e missier Trappola farà elo el recipe e la ricetta, e col cordial dei zecchini staremo allegri nu, e i nostri amici, e le nostre macchine, e che tutti goda.
(parte)
SCENA SECONDA
TRAPPOLA, poi COLOMBINA
TRAPP.
E che tutti godano, e chi non profitta suo danno.
Io farò certo la parte mia, e se entreranno in casa i campi contenziosi...
COL.
Oh, signor fattore, ho fatto meglio i conti delle spese ch'io devo fare, e del danaro che mi avete favorito: e per dire la verità, trovo che...
(trattenendosi di dire)
TRAPP.
Che vi manca qualche altro ducato.
COL.
Oh certo! Credete voi, se mi mancasse qualche altro ducato, che verrei a dirvelo? Non sarei tanto ardita, mi parrebbe una sfacciataggine; anzi volevo dire che mi avanzano dieci lire, e siccome quello che voi mi avete dato, me l'avete dato affine ch'io abbia le cose che abbiamo detto, e non altrimenti, così voglio restituirvi le dieci lire...
TRAPP.
Oibò, tenetele: io non guardo a queste picciole cose.
COL.
No, certo, non le voglio tenere; eccole qui, sono vostre, e le dovete ricevere.
TRAPP.
Non permetterò mai...
Fate così, tenetele per pagar la fattura della vesta e del busto.
COL.
Ho parlato col sarto, e mi ha detto che per la fattura della vesta e del busto non vi vogliono meno di sei ducati: onde vedete che queste dieci lire non servono; perciò ve le restituisco, e quando potrò, farò lavorare il sarto per me, e pagherò i sei ducati della fattura.
TRAPP.
Non lo farà per meno di sei ducati?
COL.
Può essere qualche lira meno.
TRAPP.
Non lo farebbe per trentadue lire in tutto?
COL.
Certamente lo dovrebbe fare.
TRAPP.
Dieci ne avete...
COL.
Ma se non le voglio!
TRAPP.
Dunque non prendereste un altro zecchino per far colle dieci le trentadue da pagare il sarto?
COL.
Danari per tenere come danari, io non ne voglio, ma quando poi si tratterà di doverli impiegare in cosa di vostro piacere, non sarò così indiscreta di ricusare le vostre grazie.
TRAPP.
Colombina mia, non vedo l'ora che siate mia moglie.
(senza tenerezza)
COL.
Perché?
TRAPP.
Perché se voi ed io ci mettiamo d'accordo intorno ad una famiglia, la spoglieremo con buonissima grazia.
COL.
Non vorrei che credeste...
TRAPP.
Che ho da credere? Credo quello che mi giova di credere.
Eccovi un altro zecchino.
COL.
Se lo prendo, lo faccio per non parere ostinata.
TRAPP.
Ed io ve lo do di cuore, perché vi stimo, perché vi amo e perché spero...
Basta, per ora non mi posso trattenere in questo discorso, ne parleremo stassera.
Intanto ho bisogno dell'opera vostra in una cosa di mia premura.
COL.
Comandatemi pure con libertà.
TRAPP.
Conoscerete anche da questo, se ho della confidenza in voi, mettendovi a parte de' miei interessi.
Prendete queste due chiavi: questa è quella del granaio del padrone, e questa è del granaio mio.
Fintanto ch'io vado per ordinar varie cose per questa sera, trovate otto o dieci villani, e fate che subito portino tutto il grano che è del padrone, nel mio granaio, che io poi arriverò in tempo di assistervi, e di pagare coloro che avranno lavorato.
COL.
Compatitemi; non vorrei entrare in guai per questa fattura.
TRAPP.
Non vi è pericolo.
Sappiate che il padrone vuol vendere il grano a precipizio, ed io lo compro per fargli piacere.
COL.
Mi figuro che lo pagherete assai caro.
TRAPP.
Certamente che lo pago più di quello gli pagherebbero gli altri.
COL.
Oh, questo poi non mi piace.
Se avessi da essere vostra moglie, vorrei che faceste de' migliori negozi, e quando non aveste a comprare con dell'avvantaggio, non vorrei che impiegaste il danaro per altri con pericolo di scapitare.
TRAPP.
Brava, queste sono massime che mi piacciono.
Sentite in confidenza.
Glielo pagherò un terzo meno di quello si venderebbe al mercato, e sono sicuro di guadagnarmi un centinaio di scudi.
COL.
Ora sono persuasa dell'amore che avete per il padrone.
TRAPP.
Mi rimproverate forse?
COL.
No, certo; anzi vi lodo.
TRAPP.
Dunque a voi mi raccomando, perché la cosa sia fatta bene.
E se la gente di casa, o quella del vicinato, vi domandasse la cagione del trasporto del grano dal granaio del padrone al mio, trovate una scusa.
Per esempio...
che so io...
COL.
Ecco, ecco; dirò che il granaio di casa sta per cadere, e perciò si trasporta...
TRAPP.
Bravissima.
A rivederci.
COL.
Tornate presto.
TRAPP.
Datemi la mano.
COL.
Per che cosa volete la mano?
TRAPP.
Così, per toccarvi la mano in segno di amicizia.
COL.
Sì, sì, guardate che bella mano senza un anello! (disprezzandosi)
TRAPP.
Troveremo anelli, troveremo smanigli, troveremo di tutto.
Basta soltanto che Colombina mi voglia bene.
(parte)
SCENA TERZA
COLOMBINA sola.
COL.
A questo prezzo sarei sicura non aver niente, ma in difetto dell'amore ho un poco di arte, che mi aiuta nelle occorrenze.
Il caro fattore va sempre più assassinando il padrone, e per quanto mi dica volermi bene, e per quanti regali mi faccia, conosco esser egli un uomo di cuor cattivo, che un giorno mi potrebbe far sospirare.
Il padrone mi fa pietà, e certamente dovrei avvisarlo di quel che passa, e liberarlo dalle mani di un ladro, ma egli è un capo sventato, che niente mi abbaderebbe, e però...
e però brava, signora Colombina, si tien mano al furbo per rovinarlo.
Ci ho del rimorso, per dire il vero.
Davvero davvero voglio vedere, se mi riesce di fare un'azione eroica.
Vuò trasportare il grano da un luogo all'altro, come ha ordinato il fattore, ma le chiavi le voglio tenere presso di me, e un giorno poi scoprire al padrone...
Ma che profitto ne averò io per questo? Oh bella! Le buone azioni non si devono far per profitto.
Dunque...
son tanto poco avvezza a far del bene senza interesse che non so trovare la via.
Basta; il fattore assolutamente non ha questa volta da guadagnare sì sporcamente sulla dabbenaggine del padrone; e quando mai il signor Momolo avesse a perdere il grano, in quel caso mi consiglierò con chi sa, per vedere se potessi onoratamente profittar io di quel terzo, che si vuol mangiar il fattore.
SCENA QUARTA
TRUFFALDINO e la suddetta.
TRUFF.
E cussì, tornando sul nostro proposito...
COL.
Su qual proposito?
TRUFF.
De quei zecchini non ho gnanca visto la stampa.
COL.
Dimmi, Truffaldino, stimi più sei zecchini, o una donna che ti vuol bene?
TRUFF.
Segondo le congiunture.
Qualche volta la donna, e qualche volta i zecchini.
COL.
Ma vedi bene che i zecchini si spendono, e la donna resta sempre.
TRUFF.
Certo che sarave meio che restasse sempre i zecchini, e che la donna fenisse presto.
COL.
Perché dici questo?
TRUFF.
Perché la donna magna, e i zecchini i dà da magnar.
COL.
Bravo, spiritoso! Dunque capisco che di me non ci pensi, e mi lascieresti per il danaro.
TRUFF.
Punto e virgola.
Mi non ho inteso de parlar de ti.
COL.
Hai parlato delle donne: non sono io una donna?
TRUFF.
Ti è una donna? Mi ho sempre credù, che ti sii una putta.
COL.
Certamente sono fanciulla, sono una putta.
TRUFF.
Donca...
COL.
Dunque capisco che tu parli con innocenza, e non voglio formalizzarmi delle tue parole.
Tieni questa chiave.
TRUFF.
Cossa hoi da far de sta chiave?
COL.
Devi aprir il granaio, ed aiutare a trasportare il grano in un altro luogo.
TRUFF.
No so se ti sappi un patto tacito, che ho fatto tra mi e el fattor, quando che son vegnù a servir in sta casa.
COL.
E qual è questo patto tacito?
TRUFF.
De lavorar solamente co ghe n'ho voia.
COL.
Questo lavoro non lo devi fare per il fattore, ma per me solamente.
TRUFF.
El gran ela roba toa?
COL.
Sì, è roba mia, e deve servire per la mia dote, e se Truffaldino farà capitale di me...
TRUFF.
Basta cussì; vago subito, co se tratta de Colombina; se no basta el gran, porterò anca el graner.
Col fattor gh'ho el patto tacito de no lavorar, e con ti farò un patto chiaro, chiarissimo, de sfadigar dì e notte, co ti vorrà.
(parte)
COL.
Ed io ho un patto fatto con me medesima, di far fare gli uomini a modo mio, anche a loro dispetto.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera.
CLARICE ed OTTAVIO
CLAR.
Che ne dite, fratello, di questa bellissima novità? Chi mai creduto avrebbe, che il signor Leandro avesse della passione per me?
OTT.
La frequenza con cui veniva in casa vostra, vivente ancora mio cognato, faceva sospettar qualcheduno, che egli lo facesse per amor vostro.
CLAR.
Io l'ho sempre creduto un amico di mio marito.
OTT.
Cara sorella, chi pratica in una casa, dove vi sia un marito vecchio e una moglie giovine, è difficile che voglia essere più amico dell'uomo, che della donna.
CLAR.
Se avessi potuto ciò immaginarmi, non l'avrei sofferto da maritata, e molto meno da vedova.
OTT.
Perché? non ha egli sempre trattato con civiltà?
CLAR.
Sì, è vero, ma in lui ritrovo un non so che di antipatico, che mi disgusta.
L'ho sofferto sinora in qualità di amico, ma non lo soffrirei come amante.
OTT.
Non so che dire; voi altre donne avete delle stravaganze curiose.
Egli è un uomo di garbo, civile, polito, di buone fortune; serve con una attenzione e con una pazienza mirabile; che diamine vorreste di più?
CLAR.
Per me stimo più infinitamente il signor Momolo del signor Leandro.
OTT.
Eppure avete fatto finora più finezze al signor Leandro che al signor Momolo.
CLAR.
Mi dispiace bene che il signor Leandro abbia forse ricevute in altro senso, che d'amicizia, le mie finezze, e che ora voglia annoiarmi con delle pretensioni ridicole.
OTT.
Sta in vostra mano il disingannarlo.
CLAR.
Sì, certamente; ho già pensato il modo di farlo.
OTT.
Gli si dice liberamente...
CLAR.
Non voglio entrare con lui in un ragionamento serio su tal proposito, ma gli farò comprendere che non ho amore per lui, e che invano perderebbe meco il suo tempo.
Principierò fin da ora ad illuminarlo, facendo delle finezze al signor Momolo, e se egli ardirà di correggermi o di motteggiarmi, gli risponderò in modo che non averà più coraggio di farlo.
OTT.
Mi piace la bella invenzion del rimedio, e si conosce da questo, che principiate a sentire della passione per il signor Momolo.
CLAR.
Mi pare ch'egli la meriti; ma non per questo vorrò ciecamente avventurarmi al pericolo di dovermi pentire.
Che cosa avete voi potuto raccogliere dello stato de' suoi interessi?
OTT.
Ho sentito parlarne diversamente.
Chi lo fa povero, chi lo fa ricco.
Chi loda la sua generosità, chi lo condanna per prodigo.
La verità si è, che sono stato in cucina ed ho veduto un apparecchio sontuoso.
Senza danari non si fa certo.
CLAR.
È vero.
Ciò vuol dire che ha del danaro, ma che lo spende senza misura.
Oggi verrà qui a favorirmi una di lui sorella, che ho veduta qualche volta in Venezia; so ch'è una donna di garbo, e voglio confidarmi con lei...
OTT.
Ecco il signor Leandro.
CLAR.
Farebbe pur bene ad andarsene.
Io certo non lascierò di dargliene eccitamento.
OTT.
Oibò, non facciamo scene; usate prudenza; s'ei se ne andasse senza di noi...
CLAR.
Che gran male sarebbe questo?
OTT.
Io non lo permetterò certamente.
SCENA SESTA
LEANDRO e detti.
LEAN.
È permesso avanzarmi?
OTT.
Caro amico, è superfluo che lo domandiate.
LEAN.
Non vorrei interrompere il vostro ragionamento.
CLAR.
Infatti si trattava qui fra di noi di un domestico affare.
LEAN.
Partirò dunque...
OTT.
No, no, restate, che il discorso nostro era già finito.
LEAN.
Pare che la signora Clarice non mi veda più di buon occhio.
OTT.
V'ingannate.
Mia sorella ha per voi quella stima che meritate.
LEAN.
Che voi lo diciate, è un effetto di gentilezza; ma ella non sarà in istato di confermarlo.
CLAR.
Sarebbe una bella virtù la vostra, se arrivasse a conoscere sì facilmente l'interno delle persone.
LEAN.
Dai segni esterni si conosce l'interno.
CLAR.
Quali sono quei segni, che in me vi par di vedere contrari alla vostra buona intenzione?
LEAN.
Altre volte, signora, quand'io aveva l'onore di presentarmi a voi, i vostri occhi mi guardavano più dolcemente.
CLAR.
Non sapeva che gli occhi miei fossero diventati amari.
LEAN.
Deridetemi, che ben lo merito.
OTT.
Non vi piccate per questo; caro amico, sapete che le donne sono qualche volta bizzarre.
LEAN.
Dello spirito della signora Clarice sono assai bene informato, e so di certo ch'ella non suole parlare a caso.
CLAR.
A caso parlano i bambini e gli stolidi, io non credo di essere né l'uno, né l'altro.
LEAN.
Appunto perché non siete né stolida, né bambina...
OTT.
Orsù, tronchiamo questo discorso.
Avete veduto il signor Momolo? Vi siete pacificati? (a Leandro)
LEAN.
Ve l'ho detto, e ve lo ridico: è superfluo gettar le parole con quello sciocco.
CLAR.
Signor Leandro, vi avanzate un poco troppo, strapazzando un uomo civile.
LEAN.
Perdoni, signora, non mi ricordavo ch'ei fosse sotto la di lei protezione.
CLAR.
Io non sono in grado di protegger nessuno, e potevate risparmiare di dirmi un'impertinenza.
OTT.
Gran cosa che tutto vi abbia da dar fastidio! Non vedete ch'egli scherza?
CLAR.
Almeno la convenienza vorrebbe che, stando in casa di un galantuomo a mangiare e bevere e divertirsi, non gli si perdesse il rispetto.
LEAN.
Anche questo rimprovero lo capisco.
Leverò l'incomodo al signor Momolo, e la noia alla signora Clarice.
CLAR.
(Sarei pur contenta, s'ei lo facesse).
(da sé)
OTT.
Via, domani ce ne anderemo, ma per oggi viviamo in pace, se mai si può.
Ecco il signor Momolo.
Vi prego in cortesia, conteniamoci con prudenza; già non ha da durar che poche ore.
CLAR.
(Per far dispetto a Leandro, vo' far finezze a quell'altro) (da sé)
SCENA SETTIMA
MOMOLO e detti.
MOM.
Le compatissa, se femo tardi.
El cuogo sta mattina xe mezzo storno.
Ma adessadesso anderemo a disnar.
CLAR.
Non v'inquietate per questo, signore; noi siamo qui per godere soltanto della vostra amabile compagnia.
MOM.
Questa xe un'espression cussì tenera, che la me confonde.
OTT.
Oggi siamo a godere le vostre grazie e domani vi leveremo l'incomodo.
MOM.
Cussì presto? La me mortifica; no credo mai...
Siora Clarice, pussibile che la me voggia abandonar cussì presto?
CLAR.
Io non sono di tal intenzione, quando mio fratello non abbia cose di gran premura.
MOM.
Caro sior Ottavio, almanco una settimana.
CLAR.
È compiacente mio fratello; non dirà di no.
LEAN.
Resterà il signor Ottavio, resterà la signora Clarice; basterà che io me ne vada.
MOM.
M'immagino che el gh'averà dei interessi a Venezia, che nol se poderà trattegnir.
(a Leandro)
LEAN.
Certamente ho degli affari non pochi.
MOM.
Co se gh'ha da far, no se pol lassar le premure per i divertimenti.
La se comoda co la vol.
LEAN.
Profitterò dei buoni consigli del signor Momolo, e delle tacite persuasioni della signora Clarice.
CLAR.
Dov'è stato finora il signor Momolo?
MOM.
Son stà anca mi per qualche interesse col mio interveniente, col mio fattor, colla zente de casa.
La vede ben, chi vuol esser servidi bisogna veder, preveder e comandar.
OTT.
Queste sono massime di chi ha giudizio.
CLAR.
Si vede che il signor Momolo è pieno di talento, di buone maniere e di gentilezza.
MOM.
No la me fazza vegnir rosso.
No gh'ho nissun de sti meriti.
(Ste belle cosse no la me le ha più dite).
(da sé)
LEAN.
La signora Clarice non suol esser prodiga delle sue lodi.
Convien dire che il signor Momolo abbia un merito straordinario.
CLAR.
Signor Momolo, quando noi ce ne anderemo, non verrete a Venezia in compagnia nostra?
MOM.
Se sarò degno de sta grazia, la riceverò per onor.
OTT.
In buona compagnia il viaggio riesce meno noioso.
LEAN.
Perché la compagnia non resti pregiudicata da oggetto poco piacevole, io partirò prima di loro signori.
CLAR.
Questa sera, signor Momolo, come ci divertiremo?
MOM.
Se dilettela de ballar?
LEAN.
La signora Clarice si diverte in tutto, ma principalmente nel corrispondere con manifesto disprezzo a chi le usa delle attenzioni.
MOM.
Mi no la credo de sto carattere.
OTT.
Mia sorella è sempre stata una donna civile.
CLAR.
Ed il signor Leandro è sempre stato un uomo di spirito, ma ora non so che cosa lo rende inquieto.
LEAN.
Il confronto del signor Momolo mi avvilisce, e mi fa perdere tutto il merito che mi sono acquistato.
MOM.
Mi non intendo cossa che el voggia dir, e però el me permetterà che no ghe responda.
CLAR.
Parla da oracolo il signor Leandro.
LEAN.
Ho principiato a rendermi odioso alla signora Clarice, allora quando ho creduto bene consigliarla di non ricevere un anello in dono.
CLAR.
Questo vostro discorso principia ora ad offendermi.
Mi credete voi di un carattere vile?
MOM.
Se gh'ho offerto un anello, ella no sa, patron caro, con che intenzion mi ghe l'abbia offerto.
OTT.
Il signor Momolo può avere delle mire oneste sul cuore di mia sorella.
(Tentiamo di stringere l'argomento per venire alla conclusione).
(da sé)
CLAR.
Ed io lo posso ricevere senza offesa del mio decoro.
MOM.
(La sarave bella, che la lo volesse adesso che nol gh'ho più).
(da sé)
CLAR.
Signor Momolo, per far vedere al signor Leandro che non dipendo che da me medesima, favoritemi quell'anello, che me lo voglio mettere in dito.
MOM.
(Oh poveretto mi, cossa oggio fatto!) (da sé) Adesso mo no lo gh'ho veramente.
CLAR.
Andate a prenderlo, che vi aspetto.
MOM.
Ho pensà dopo, che nol giera un anello degno de ella; se la me permette, ghe ne troverò uno più bello.
CLAR.
No, no; desidero di aver quello.
MOM.
(Son in t'un bell'intrigo per el mio bon cuor).
(da sé) Bisogna che ghe confessa sinceramente, che quell'anello no lo gh'ho più.
CLAR.
Come? Non avete voi detto ch'egli era mio, che lo tenevate per me in deposito?
MOM.
L'ho dito, xe vero, ma me xe capità un'occasion...
LEAN.
Sì, certo; il generosissimo signor Momolo, per regalare la signora Clarice di un lauto pranzo e di un festino magnifico, avrà trovata l'occasione di vender l'anello, come ha venduto oramai l'intiero suo patrimonio.
(parte)
SCENA OTTAVA
CLARICE, MOMOLO ed OTTAVIO
MOM.
In fazza mia ste insolenze?...
(volendolo seguitare)
OTT.
Fermatevi, non vi è bisogno che vi riscaldiate.
O è vero, o non è vero, quel che ha detto il signor Leandro.
MOM.
No xe vero gnente.
CLAR.
Che avete fatto adunque di quell'anello?
MOM.
Son un galantomo e ghe digo la verità.
Xe vegnù el mio interveniente, el mio procurator, el m'ha portà una bona nova della mia causa, e mi per gratitudine gh'ho donà l'anello.
OTT.
Troppo generoso, signore.
CLAR.
Ecco il difetto vostro, che vi ha ridotto agli estremi.
Non occorre nascondere la verità.
Pur troppo a tutto il mondo è palese lo stato vostro, e noi ne siamo bastantemente informati.
Siete prodigo a segno di non potervi correggere a fronte delle vostre indigenze.
Per una semplice notizia buona, che può essere ancora sospetta, inutile o capricciosa, donate così ciecamente un anello, ch'è l'unica cosa buona, forse, che avete? e il trasporto di donare senza misura vi fa scordare perfino di tenerlo in deposito, dopo di averlo offerto ad una donna che ha meritato la vostra stima? Ciò prova l'eccesso della vostra passione, che vi rende ridicolo agli occhi ancora di quelli che ne profittano.
Ma è poca cosa un anello gettato, si può dire, senza ragione; si sa che in simile modo avete consunti gli effetti della vostra casa; siete aggravato di debiti, e si raccoglie esser tutto vero ciò che ci fu narrato nel viaggio da persone che vi conoscono, e che hanno di voi compassione.
So che vi parlo con una libertà soverchia, che non può piacervi, ma la mia sincerità non mi consiglia di simulare, e mi permetterete che vi dica per ultimo, che stimo il vostro merito, che apprezzo la vostra casa, che ho dell'inclinazione per amare la vostra persona, ma che mi ributta il vostro costume, e che oramai non vi credo più meritevole né di amor, né di stima.
(parte)
OTT.
Mia sorella ha scritto la lettera, ed io cordialmente ed amorosamente la sottoscrivo.
(parte)
SCENA NONA
MOMOLO solo
MOM.
Oggio avanzà qualcossa a far fin adesso da generoso? Rimproveri, strapazzi, villanie da tutti.
Ma sti rimproveri che i me dà, da cossa vienli? da amor.
Se i vien dall'amor, donca i xe fondai sulla rason, e la rason conclude che fin adesso m'ho portà mal, e che buttando via in sta maniera, invece de farme merito, me son andà facendo ridicolo.
Oh, quante volte che ho dito anca mi da mia posta, me vôi regolar, vôi tegnir a man, no vôi buttar via; ma co son in te le occasion, no me posso tegnir.
Se se pol far con quattro, no son contento se no spendo diese.
Me par che tutto sia poco, me par de no farme onor, se no fazzo più del bisogno.
Orsù, dopo tante lizion che me xe sta fatto, quella de siora Clarice me tocca più delle altre, e digo e stabilisso e protesto de volerme regolar meggio, e de no spender per l'avegnir un soldo, quando che el m'abbia da incomodar.
Siora Clarice me pol, la xe una donna prudente, una donna de garbo; vôi coltivarla, cercar de darghe in tel genio e obbligarla in modo che, se ghe offerisso la man, no la me diga de no.
Vôi far de tutto per farme merito, trattarla ben, con proprietà, con assiduità, con amor; sti quattro zorni che la sta con mi, servirla, devertirla.
Stassera faremo sta cena, sta festa da ballo.
Spero che saremo in assae, spero che no mancherà gnente: cere, sonadori rinfreschi.
Oe, xelo questo el prencipio dell'economia? No so cossa dir; anca per sta volta, e no più.
La zente xe invidada.
Son in te l'impegno, e me par de no poderme cavar con reputazion.
Za i vinti zecchini xe andai in tanta biscotteria, zuccheri, cedrati e giazzo.
Doman principieremo a pensarghe.
El formento sarà vendù; se pagherà le spese, e con quel che resta, me metterò a far l'economo.
Ghe riusciroggio? Ho paura de no.
(parte)
SCENA DECIMA
Camera
CLARICE e LEANDRO
LEAN.
Il proverbio non falla; le donne si sogliono attaccare al peggio.
CLAR.
Potrebbe in me verificarsi il proverbio, se mi avessi attaccato al signor Leandro.
LEAN.
Signora, questa è un espressione un poco troppo avanzata.
CLAR.
Non è avanzata niente meno della vostra.
LEAN.
Se parlo così rispetto al signor Momolo, non dico che la verità.
CLAR.
Potete parlar di lui senza interessarvi la mia persona.
LEAN.
Siete voi persuasa ch'egli non meriti la grazia vostra?
CLAR.
Non è necessario che voi lo sappiate.
LEAN.
Da quando in qua, signora Clarice, avete appreso a trattarmi sì bruscamente?
CLAR.
Dal momento in cui ho scoperto il vostro carattere.
LEAN.
Che mai avete in me scoperto di mal costume, che vaglia a meritarmi i vostri disprezzi?
CLAR.
Un cuor doppio, una simulazione insidiosa, una falsa amicizia.
LEAN.
V'ingannate, signora; ho sempre avuto per voi della stima, e dirovvi ancor dell'amore.
CLAR.
Conosco che non lo dite senza arrossire.
LEAN.
Ho da vergognarmi, se vi amo?
CLAR.
Sì, avete da vergognarvi di aver concepita questa passione, vivente ancor mio marito.
Col manto della parentela e dell'amicizia avete coltivato un affetto, reo in allora che non vi era lecito di coltivarlo.
LEAN.
Voi non sapete come io pensassi nei tempi dei vostri legami.
Dir non potete, che siami avanzato mai a parole, che offendessero la vostra delicatezza e la mia pontualità.
Ora che siete libera, posso dire che vi amo, e l'amor mio può reputarsi innocente.
CLAR.
Non può vantare innocenza una passione concepita con reità, e resa lecita per accidente.
LEAN.
Che argomentar sofistico! che sottigliezze insolite, stravaganti!
CLAR.
Le donne sono stravaganti per ordinario, non è maraviglia che tale io comparisca ai vostri occhi.
LEAN.
Vi ho sempre conosciuto assai ragionevole.
Confessate che un nuovo amore vi rende ogni altro oggetto spiacevole.
CLAR.
Ciò non mi sentirete mai confessare.
LEAN.
Ma senza che lo confessiate, si vede.
CLAR.
Potreste anche ingannarvi.
LEAN.
Dunque il signor Momolo voi non l'amate.
CLAR.
Con qual fondamento ne ricavate una simile conseguenza?
LEAN.
Giusto cielo! l'amate, o non l'amate?
CLAR.
Non è necessario che a voi lo dica.
LEAN.
Ditemi almeno, se posso da voi sperare corrispondenza.
CLAR.
Sì, corrispondenza perfetta.
LEAN.
In amore, m'intendo.
CLAR.
No; in nascondervi i miei pensieri, qual voi me li nascondeste finora.
LEAN.
Intendo, voi vi lagnate, perché non vi abbia prima di adesso scoperto il mio fuoco.
CLAR.
Anzi mi lagno, perché ora me lo avete scoperto.
LEAN.
Non vi capisco, signora.
CLAR.
Né mai mi capirete più di così.
LEAN.
Parmi per altro d'indovinare quel che chiudete nel cuore.
CLAR.
Potrebbe darsi: non ho l'arte che avete voi per nascondere i miei pensieri.
LEAN.
Voi vi prendete spasso di me.
CLAR.
Sbagliate; con voi non ho cuore di divertirmi.
LEAN.
Potrebbe darsi che voi mi amaste, e che mi voleste tener sulla corda.
CLAR.
Sempre più lontano dal vero.
LEAN.
Dunque mi odiate.
CLAR.
Nemmeno.
LEAN.
Avete per me dell'indifferenza?
CLAR.
Ora principiate ad indovinare.
LEAN.
Per causa del signor Momolo.
CLAR.
Non è vero.
LEAN.
Per mio destino adunque.
CLAR.
Potrebbe darsi.
LEAN.
Eh, che il destino in simili circostanze si forma dalle nostre inclinazioni soltanto.
Se voi avete della indifferenza per me, sarà o perché l'animo vostro è preoccupato da altri o perché in me non ritrovate un merito che vi appaghi.
Il destino sovente è il mezzo termine de' malcontenti, la scusa degl'ingrati.
CLAR.
Sia qual esser si voglia, non verrò a disputare con voi sulla realità del destino.
Se non vi amo, è chiaro segno che non mi sento inclinata ad amarvi; se questa mia inclinazione contraria non è destino, sarà qualche cosa di equivalente.
LEAN.
Sarà un'ingratitudine manifesta.
CLAR.
Sarà tutto quello che voi volete.
LEAN.
Per me dunque non vi è speranza.
CLAR.
Vi potrebbe essere, ma senza frutto.
LEAN.
E pure, ad onta di tutto questo, e a fronte delle vostre medesime dichiarazioni, mi voglio ancor lusingare.
Vuò resistere sin ch'io posso.
Non vuò staccarmi da voi; non voglio cedere vilmente il campo; e se la mia sofferenza non arriverà a guadagnarmi la grazia vostra, almeno la mia fedeltà, la mia costanza in amarvi, servirà di rimorso alla vostra ingratitudine, e forse di pentimento alla scelta, che voi sarete per fare.
I confronti o tardi o presto fanno conoscere la verità: determinatevi per chi volete, non troverete il più discreto, il più sincero, il più rispettoso amante di me.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
CLARICE sola.
CLAR.
Per dire la verità, confesso fra me medesima essere la mia una specie d'ingratitudine verso di lui, ma sentomi internamente della ripugnanza ad amarlo, e questa mia ripugnanza mi pare che dir si possa un destino.
All'incontro per Momolo, che forse merita meno, ho dell'inclinazione, della passione, della premura, e questo è un altro destino.
So bene però, che non posso essere per tutto ciò astretta a precipitarmi con un giovane mal regolato, ma pure non so determinarmi ad un altro, sperando sempre ch'egli abbia a divenire migliore.
SCENA DODICESIMA
CELIO e la suddetta.
CEL.
(Ecco una di quelle che succhiano il sangue di mio cognato).
(da sé, osservando Clarice)
CLAR.
(Chi è questi, ch'io non conosco?) (da sé)
CEL.
(Mi sento quasi tentato di dirle quel che si merita).
(da sé)
CLAR.
(Mi guarda, e non mi saluta nemmeno).
(da sé)
CEL.
(Ecco come i miei danari sono bene impiegati).
(da sé)
CLAR.
(Continua a guardarmi con attenzione.
Che sia qualche altro innamorato di me?) (da sé)
CEL.
(Vorrei principiare a discorrere, ma non so come contenermi).
(da sé, mostrando di volersi accostare)
CLAR.
(Pare ch'egli voglia parlarmi, e che non si arrischi.
Gli voglio dar coraggio).
(da sé) Signore, la riverisco.
CEL.
Servitor suo.
(Si vede il carattere di una donna franca).
(da sé)
CLAR.
(È un uomo timido.
Questi sono quelli che per lo più s'innamorano da sé soli).
(da sé) Favorisca: vossignoria è a villeggiare da queste parti?
CEL.
(Che sfacciataggine!) (da sé)
CLAR.
(Poverino! Non ha coraggio né men di rispondere).
(da sé)
CEL.
Ella, signora, è qui in casa del signor Momolo?
CLAR.
Sì, signore.
Sono a villeggiare con lui.
CEL.
Bravissima.
Ci starà molto tempo?
CLAR.
Può essere parecchi giorni.
CEL.
Me ne rallegro.
(Fino che lo averà rovinato del tutto).
(da sé)
CLAR.
(Pare che si consoli).
(da sé)
CEL.
È molto tempo che ha l'amicizia del signor Momolo?
CLAR.
Non molto.
CEL.
Sa ella lo stato in cui si ritrova?
CLAR.
Mi pare che di salute stia bene.
(Capisco che vuole discreditarlo.
Tanto più mi confermo nella opinione che costui si voglia mettere in grazia).
(da sé)
CEL.
(Mi conviene informarla un poco per farla partir più presto).
(da sé) Non sa vossignoria, che il povero signor Momolo si è rovinato per la sua troppa generosità, e che oramai non ha con che vivere?
CLAR.
Io non sono informata de' suoi interessi.
CEL.
L'informerò io dunque.
CLAR.
Non è necessario ch'ella si prenda codesto incomodo.
CEL.
Anzi è necessarissimo, perché, s'ella avesse fondate sopra di lui molte speranze, sappia che viene a gettare malamente il suo tempo.
CLAR.
La ringrazio de' suoi avvertimenti; per ora non ho intenzione di maritarmi.
CEL.
Di questo n'ero già persuaso.
CLAR.
A che fine dunque mi ha parlato in tal guisa del signor Momolo?
CEL.
Per carità, signora, e forse ancora per qualche mio particolare interesse.
CLAR.
(Sta a veder che si scopre).
(da sé)
CEL.
Vedo ch'ella è una signora di garbo, e però mi prendo la libertà di darle un avvertimento da galantuomo.
Veda di sollecitare la sua partenza, che sarà meglio per lei.
CLAR.
(Vo' provarmi di scuoprire la sua intenzione).
(da sé) Vossignoria pensa di ritornare presto a Venezia?
CEL.
Può essere questa sera, o domani.
CLAR.
Sicché, quando io partissi, potrei godere della sua compagnia.
CEL.
(Va cercando chi le paghi il viaggio).
(da sé) Dubito di non poterla servire, perché ho la moglie che è un poco gelosa.
CLAR.
(È maritato? Che pretende dunque costui?) (da sé)
CEL.
(Vede che non vi è da far bene).
(da sé)
CLAR.
Veramente dissi così per un atto di civiltà, peraltro non ho bisogno di compagnia; partirò con quelle stesse persone, colle quali son qui venuta.
CEL.
È in compagnia dunque?
CLAR.
Credeva ch'io fossi venuta sola?
CEL.
Sono forse con lei quei due forastieri, che ho veduti qui in casa del signor Momolo?
CLAR.
Per l'appunto: un mio fratello ed un mio cugino.
CEL.
Fratello e cugino! Se poi non fosse vero, non preme.
CLAR.
Come? Che parlare è il vostro? Chi credete voi ch'io sia?
CEL.
Chi siate io non lo so, né cerco saperlo.
Dicovi solamente che il signor Momolo è rovinato, e non è giusto che si precipiti d'avvantaggio.
CLAR.
Signore, voi che mi parlate in tal guisa, chi siete?
CEL.
Sono interessato per la sua casa, e vedendolo assassinare...
CLAR.
Mi maraviglio di voi.
Così non si parla colle donne onorate della mia sorte.
Sono una vedova onesta, sono una donna civile; il signor Momolo è un amico di mio fratello, e per compiacerlo soltanto...
CEL.
Eh, tutto l'anno capitano qui delle donne con questi titoli mascherati...
CLAR.
Vi farò conoscer chi sono, e voi mi renderete buon conto...
CEL.
Se farete strepito, sarà peggio per voi.
SCENA TREDICESIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Signora Clarice.
CLAR.
Venite, signora Beatrice.
CEL.
(Si conoscono?) (da sé)
CLAR.
Datemi voi a conoscere a quest'uomo incivile, temerario, insolente.
BEAT.
Sapete voi chi egli sia?
CLAR.
No, non lo conosco.
BEAT.
È mio marito.
CLAR.
Vostro marito? Cognato del signor Momolo?
CEL.
Questa signora chi è? (a Beatrice)
BEAT.
Una giovine civile e saggia, che ho conosciuto sin da fanciulla, e che non ho più veduto dopo d'essermi maritata, perché voi mi avete confinata in campagna.
(a Celio)
CEL.
Signora, vi domando perdono.
CLAR.
Ditemi sinceramente: per chi mi avevate voi presa?
CEL.
Dispensatemi dal confessarvi i miei cattivi giudizi.
Mio cognato ha praticato sempre assai male, e voi non fate buona figura con esso lui.
CLAR.
In compagnia di mio fratello non posso niente discapitare.
BEAT.
Il signor Ottavio forse? (a Clarice)
CLAR.
Sì, seco lui son venuta, e con un cugino di mio marito; e il vostro signor consorte ebbe ardire...
CEL.
Torno a domandarvi perdono.
La passione mi fa parlare.
Oltre la parentela con Momolo, vi è l'interesse che mi riscalda; sappiate che mi ha cavato...
BEAT.
Non è necessario che v'inoltriate in cose che a lei non premono.
CEL.
Mi voglio giustificare...
BEAT.
Questa non è la maniera.
CEL.
Sì signora, io gli ho prestato...
BEAT.
Basta così, vi dico.
CEL.
Ha avuto il mio sangue.
BEAT.
E voi avete avuto il suo.
CEL.
Che sangue mi ha egli dato?
BEAT.
Una sua sorella.
CEL.
Sua sorella è un sangue che si converte in flemma, in siero, in acqua, e il mio danaro è di quel sangue vivo, che vien dal cuore; e stimo più un'oncia di questo sangue, che tutta voi e tutto il di lui parentado.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
CLARICE e BEATRICE
...
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