IL PRODIGO, di Carlo Goldoni - pagina 7
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Me par che tutto sia poco, me par de no farme onor, se no fazzo più del bisogno.
Orsù, dopo tante lizion che me xe sta fatto, quella de siora Clarice me tocca più delle altre, e digo e stabilisso e protesto de volerme regolar meggio, e de no spender per l'avegnir un soldo, quando che el m'abbia da incomodar.
Siora Clarice me pol, la xe una donna prudente, una donna de garbo; vôi coltivarla, cercar de darghe in tel genio e obbligarla in modo che, se ghe offerisso la man, no la me diga de no.
Vôi far de tutto per farme merito, trattarla ben, con proprietà, con assiduità, con amor; sti quattro zorni che la sta con mi, servirla, devertirla.
Stassera faremo sta cena, sta festa da ballo.
Spero che saremo in assae, spero che no mancherà gnente: cere, sonadori rinfreschi.
Oe, xelo questo el prencipio dell'economia? No so cossa dir; anca per sta volta, e no più.
La zente xe invidada.
Son in te l'impegno, e me par de no poderme cavar con reputazion.
Za i vinti zecchini xe andai in tanta biscotteria, zuccheri, cedrati e giazzo.
Doman principieremo a pensarghe.
El formento sarà vendù; se pagherà le spese, e con quel che resta, me metterò a far l'economo.
Ghe riusciroggio? Ho paura de no.
(parte)
SCENA DECIMA
Camera
CLARICE e LEANDRO
LEAN.
Il proverbio non falla; le donne si sogliono attaccare al peggio.
CLAR.
Potrebbe in me verificarsi il proverbio, se mi avessi attaccato al signor Leandro.
LEAN.
Signora, questa è un espressione un poco troppo avanzata.
CLAR.
Non è avanzata niente meno della vostra.
LEAN.
Se parlo così rispetto al signor Momolo, non dico che la verità.
CLAR.
Potete parlar di lui senza interessarvi la mia persona.
LEAN.
Siete voi persuasa ch'egli non meriti la grazia vostra?
CLAR.
Non è necessario che voi lo sappiate.
LEAN.
Da quando in qua, signora Clarice, avete appreso a trattarmi sì bruscamente?
CLAR.
Dal momento in cui ho scoperto il vostro carattere.
LEAN.
Che mai avete in me scoperto di mal costume, che vaglia a meritarmi i vostri disprezzi?
CLAR.
Un cuor doppio, una simulazione insidiosa, una falsa amicizia.
LEAN.
V'ingannate, signora; ho sempre avuto per voi della stima, e dirovvi ancor dell'amore.
CLAR.
Conosco che non lo dite senza arrossire.
LEAN.
Ho da vergognarmi, se vi amo?
CLAR.
Sì, avete da vergognarvi di aver concepita questa passione, vivente ancor mio marito.
Col manto della parentela e dell'amicizia avete coltivato un affetto, reo in allora che non vi era lecito di coltivarlo.
LEAN.
Voi non sapete come io pensassi nei tempi dei vostri legami.
Dir non potete, che siami avanzato mai a parole, che offendessero la vostra delicatezza e la mia pontualità.
Ora che siete libera, posso dire che vi amo, e l'amor mio può reputarsi innocente.
CLAR.
Non può vantare innocenza una passione concepita con reità, e resa lecita per accidente.
LEAN.
Che argomentar sofistico! che sottigliezze insolite, stravaganti!
CLAR.
Le donne sono stravaganti per ordinario, non è maraviglia che tale io comparisca ai vostri occhi.
LEAN.
Vi ho sempre conosciuto assai ragionevole.
Confessate che un nuovo amore vi rende ogni altro oggetto spiacevole.
CLAR.
Ciò non mi sentirete mai confessare.
LEAN.
Ma senza che lo confessiate, si vede.
CLAR.
Potreste anche ingannarvi.
LEAN.
Dunque il signor Momolo voi non l'amate.
CLAR.
Con qual fondamento ne ricavate una simile conseguenza?
LEAN.
Giusto cielo! l'amate, o non l'amate?
CLAR.
Non è necessario che a voi lo dica.
LEAN.
Ditemi almeno, se posso da voi sperare corrispondenza.
CLAR.
Sì, corrispondenza perfetta.
LEAN.
In amore, m'intendo.
CLAR.
No; in nascondervi i miei pensieri, qual voi me li nascondeste finora.
LEAN.
Intendo, voi vi lagnate, perché non vi abbia prima di adesso scoperto il mio fuoco.
CLAR.
Anzi mi lagno, perché ora me lo avete scoperto.
LEAN.
Non vi capisco, signora.
CLAR.
Né mai mi capirete più di così.
LEAN.
Parmi per altro d'indovinare quel che chiudete nel cuore.
CLAR.
Potrebbe darsi: non ho l'arte che avete voi per nascondere i miei pensieri.
LEAN.
Voi vi prendete spasso di me.
CLAR.
Sbagliate; con voi non ho cuore di divertirmi.
LEAN.
Potrebbe darsi che voi mi amaste, e che mi voleste tener sulla corda.
CLAR.
Sempre più lontano dal vero.
LEAN.
Dunque mi odiate.
CLAR.
Nemmeno.
LEAN.
Avete per me dell'indifferenza?
CLAR.
Ora principiate ad indovinare.
LEAN.
Per causa del signor Momolo.
CLAR.
Non è vero.
LEAN.
Per mio destino adunque.
CLAR.
Potrebbe darsi.
LEAN.
Eh, che il destino in simili circostanze si forma dalle nostre inclinazioni soltanto.
Se voi avete della indifferenza per me, sarà o perché l'animo vostro è preoccupato da altri o perché in me non ritrovate un merito che vi appaghi.
Il destino sovente è il mezzo termine de' malcontenti, la scusa degl'ingrati.
CLAR.
Sia qual esser si voglia, non verrò a disputare con voi sulla realità del destino.
Se non vi amo, è chiaro segno che non mi sento inclinata ad amarvi; se questa mia inclinazione contraria non è destino, sarà qualche cosa di equivalente.
LEAN.
Sarà un'ingratitudine manifesta.
CLAR.
Sarà tutto quello che voi volete.
LEAN.
Per me dunque non vi è speranza.
CLAR.
Vi potrebbe essere, ma senza frutto.
LEAN.
E pure, ad onta di tutto questo, e a fronte delle vostre medesime dichiarazioni, mi voglio ancor lusingare.
Vuò resistere sin ch'io posso.
Non vuò staccarmi da voi; non voglio cedere vilmente il campo; e se la mia sofferenza non arriverà a guadagnarmi la grazia vostra, almeno la mia fedeltà, la mia costanza in amarvi, servirà di rimorso alla vostra ingratitudine, e forse di pentimento alla scelta, che voi sarete per fare.
I confronti o tardi o presto fanno conoscere la verità: determinatevi per chi volete, non troverete il più discreto, il più sincero, il più rispettoso amante di me.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
CLARICE sola.
CLAR.
Per dire la verità, confesso fra me medesima essere la mia una specie d'ingratitudine verso di lui, ma sentomi internamente della ripugnanza ad amarlo, e questa mia ripugnanza mi pare che dir si possa un destino.
All'incontro per Momolo, che forse merita meno, ho dell'inclinazione, della passione, della premura, e questo è un altro destino.
So bene però, che non posso essere per tutto ciò astretta a precipitarmi con un giovane mal regolato, ma pure non so determinarmi ad un altro, sperando sempre ch'egli abbia a divenire migliore.
SCENA DODICESIMA
CELIO e la suddetta.
CEL.
(Ecco una di quelle che succhiano il sangue di mio cognato).
(da sé, osservando Clarice)
CLAR.
(Chi è questi, ch'io non conosco?) (da sé)
CEL.
(Mi sento quasi tentato di dirle quel che si merita).
(da sé)
CLAR.
(Mi guarda, e non mi saluta nemmeno).
(da sé)
CEL.
(Ecco come i miei danari sono bene impiegati).
(da sé)
CLAR.
(Continua a guardarmi con attenzione.
Che sia qualche altro innamorato di me?) (da sé)
CEL.
(Vorrei principiare a discorrere, ma non so come contenermi).
(da sé, mostrando di volersi accostare)
CLAR.
(Pare ch'egli voglia parlarmi, e che non si arrischi.
Gli voglio dar coraggio).
(da sé) Signore, la riverisco.
CEL.
Servitor suo.
(Si vede il carattere di una donna franca).
(da sé)
CLAR.
(È un uomo timido.
Questi sono quelli che per lo più s'innamorano da sé soli).
(da sé) Favorisca: vossignoria è a villeggiare da queste parti?
CEL.
(Che sfacciataggine!) (da sé)
CLAR.
(Poverino! Non ha coraggio né men di rispondere).
(da sé)
CEL.
Ella, signora, è qui in casa del signor Momolo?
CLAR.
Sì, signore.
Sono a villeggiare con lui.
CEL.
Bravissima.
Ci starà molto tempo?
CLAR.
Può essere parecchi giorni.
CEL.
Me ne rallegro.
(Fino che lo averà rovinato del tutto).
(da sé)
CLAR.
(Pare che si consoli).
(da sé)
CEL.
È molto tempo che ha l'amicizia del signor Momolo?
CLAR.
Non molto.
CEL.
Sa ella lo stato in cui si ritrova?
CLAR.
Mi pare che di salute stia bene.
(Capisco che vuole discreditarlo.
Tanto più mi confermo nella opinione che costui si voglia mettere in grazia).
(da sé)
CEL.
(Mi conviene informarla un poco per farla partir più presto).
(da sé) Non sa vossignoria, che il povero signor Momolo si è rovinato per la sua troppa generosità, e che oramai non ha con che vivere?
CLAR.
Io non sono informata de' suoi interessi.
CEL.
L'informerò io dunque.
CLAR.
Non è necessario ch'ella si prenda codesto incomodo.
CEL.
Anzi è necessarissimo, perché, s'ella avesse fondate sopra di lui molte speranze, sappia che viene a gettare malamente il suo tempo.
CLAR.
La ringrazio de' suoi avvertimenti; per ora non ho intenzione di maritarmi.
CEL.
Di questo n'ero già persuaso.
CLAR.
A che fine dunque mi ha parlato in tal guisa del signor Momolo?
CEL.
Per carità, signora, e forse ancora per qualche mio particolare interesse.
CLAR.
(Sta a veder che si scopre).
(da sé)
CEL.
Vedo ch'ella è una signora di garbo, e però mi prendo la libertà di darle un avvertimento da galantuomo.
Veda di sollecitare la sua partenza, che sarà meglio per lei.
CLAR.
(Vo' provarmi di scuoprire la sua intenzione).
(da sé) Vossignoria pensa di ritornare presto a Venezia?
CEL.
Può essere questa sera, o domani.
CLAR.
Sicché, quando io partissi, potrei godere della sua compagnia.
CEL.
(Va cercando chi le paghi il viaggio).
(da sé) Dubito di non poterla servire, perché ho la moglie che è un poco gelosa.
CLAR.
(È maritato? Che pretende dunque costui?) (da sé)
CEL.
(Vede che non vi è da far bene).
(da sé)
CLAR.
Veramente dissi così per un atto di civiltà, peraltro non ho bisogno di compagnia; partirò con quelle stesse persone, colle quali son qui venuta.
CEL.
È in compagnia dunque?
CLAR.
Credeva ch'io fossi venuta sola?
CEL.
Sono forse con lei quei due forastieri, che ho veduti qui in casa del signor Momolo?
CLAR.
Per l'appunto: un mio fratello ed un mio cugino.
CEL.
Fratello e cugino! Se poi non fosse vero, non preme.
CLAR.
Come? Che parlare è il vostro? Chi credete voi ch'io sia?
CEL.
Chi siate io non lo so, né cerco saperlo.
Dicovi solamente che il signor Momolo è rovinato, e non è giusto che si precipiti d'avvantaggio.
CLAR.
Signore, voi che mi parlate in tal guisa, chi siete?
CEL.
Sono interessato per la sua casa, e vedendolo assassinare...
CLAR.
Mi maraviglio di voi.
Così non si parla colle donne onorate della mia sorte.
Sono una vedova onesta, sono una donna civile; il signor Momolo è un amico di mio fratello, e per compiacerlo soltanto...
CEL.
Eh, tutto l'anno capitano qui delle donne con questi titoli mascherati...
CLAR.
Vi farò conoscer chi sono, e voi mi renderete buon conto...
CEL.
Se farete strepito, sarà peggio per voi.
SCENA TREDICESIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Signora Clarice.
CLAR.
Venite, signora Beatrice.
CEL.
(Si conoscono?) (da sé)
CLAR.
Datemi voi a conoscere a quest'uomo incivile, temerario, insolente.
BEAT.
Sapete voi chi egli sia?
CLAR.
No, non lo conosco.
BEAT.
È mio marito.
CLAR.
Vostro marito? Cognato del signor Momolo?
CEL.
Questa signora chi è? (a Beatrice)
BEAT.
Una giovine civile e saggia, che ho conosciuto sin da fanciulla, e che non ho più veduto dopo d'essermi maritata, perché voi mi avete confinata in campagna.
(a Celio)
CEL.
Signora, vi domando perdono.
CLAR.
Ditemi sinceramente: per chi mi avevate voi presa?
CEL.
Dispensatemi dal confessarvi i miei cattivi giudizi.
Mio cognato ha praticato sempre assai male, e voi non fate buona figura con esso lui.
CLAR.
In compagnia di mio fratello non posso niente discapitare.
BEAT.
Il signor Ottavio forse? (a Clarice)
CLAR.
Sì, seco lui son venuta, e con un cugino di mio marito; e il vostro signor consorte ebbe ardire...
CEL.
Torno a domandarvi perdono.
La passione mi fa parlare.
Oltre la parentela con Momolo, vi è l'interesse che mi riscalda; sappiate che mi ha cavato...
BEAT.
Non è necessario che v'inoltriate in cose che a lei non premono.
CEL.
Mi voglio giustificare...
BEAT.
Questa non è la maniera.
CEL.
Sì signora, io gli ho prestato...
BEAT.
Basta così, vi dico.
CEL.
Ha avuto il mio sangue.
BEAT.
E voi avete avuto il suo.
CEL.
Che sangue mi ha egli dato?
BEAT.
Una sua sorella.
CEL.
Sua sorella è un sangue che si converte in flemma, in siero, in acqua, e il mio danaro è di quel sangue vivo, che vien dal cuore; e stimo più un'oncia di questo sangue, che tutta voi e tutto il di lui parentado.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
CLARICE e BEATRICE
BEAT.
Sentite come parla! È un uomo interessatissimo.
A forza delle mie preghiere ha prestato qualche somma al cognato ed ha paura di perdere il suo danaro; ma non vi è pericolo.
Mio fratello è un uomo d'onore.
Ha degli effetti, non è in rovina, come egli dice, ed ora si sta ultimando una lite, che lo metterà in istato di accomodare le cose sue.
CLAR.
Lodo, amica, l'amore che avete per il fratello; ho piacere di avervi veduta, dopo qualche anno che viviamo lontane; preparatemi i vostri comandi, poiché o questa sera, o domani, voglio partire.
BEAT.
Se mai partiste per le male grazie di mio marito, non gli badate.
Restate qui senza scrupoli; starò io con voi in casa di mio fratello; non ci private sì presto della vostra amabile compagnia.
CLAR.
No, Beatrice carissima, vedo pur troppo che ho fatto male a venirvi.
BEAT.
Perché?
CLAR.
Perché vostro fratello è in discredito presso del mondo.
BEAT.
V'ingannate: egli non ha che un difetto solo.
Tolta una certa prodigalità, che finalmente proviene da un animo generoso, mal regolato, egli è docile, amoroso, da bene.
Credetemi, che s'egli avesse al fianco una moglie di spirito, lo ridurrebbe alla più saggia, alla più regolare condotta.
CLAR.
Chi è quella che volesse arrischiarsi a fronte del suo inveterato costume?
BEAT.
Fra voi e me, vorrei che lo riducessimo in poco tempo.
CLAR.
Vedo che l'amor vi lusinga.
BEAT.
Ditemi in confidenza, e con sincera amicizia, avete per lui veruna inclinazione?
CLAR.
Ne avrei non poca, se non lo conoscessi bastantemente per essere disingannata.
BEAT.
No, amica, non vi pentite d'amarlo.
Egli si renderà degno dell'amor vostro.
CLAR.
Il vizio è radicato, non è sì facile l'estirparlo.
BEAT.
Proviamoci.
CLAR.
Non vi è pericolo.
BEAT.
Eccolo, ch'egli viene.
CLAR.
Povero giovine! Peccato ch'ei non abbia un poco più di giudizio.
BEAT.
Voi glielo potreste insinuare.
CLAR.
O egli lo farebbe perdere ancor a me.
SCENA QUINDICESIMA
MOMOLO e dette.
MOM.
(Vela qua.
Me vergogno ancora per rason de l'anello).
(da sé)
BEAT.
Venite, signor fratello, che la signora Clarice vi aspetta.
CLAR.
Non dico che mi dispiaccia il vederlo, ma per verità, non lo aspettava poi con quell'ansietà che vi supponete.
MOM.
(Mia sorella me poderave agiutar, se la volesse).
(da sé)
BEAT.
Via, non lo mortificate.
(a Clarice) Accostatevi.
(a Momolo)
MOM.
Sorella, con licenza de siora Clarice, sentì una parola.
(a Beatrice)
BEAT.
Con permissione.
(a Clarice)
CLAR.
Accomodatevi.
BEAT.
Eccomi.
Che volete? (accostandosi a Momolo, che le parla piano)
CLAR.
(Ha un non so che in lui, che mi potrebbe obbligare a mio dispetto.
È meglio ch'io me ne vada).
(da sé)
MOM.
(Tant'è, m'avè fatto tanti servizi, m'avè da far anca questo).
(a Beatrice)
BEAT.
(Che dirà mio marito, se non mi vede l'anello?) (a Momolo)
CLAR.
(Si raccomanderà alla sorella, perché mi parli; ma se non cambia vita, non farà niente).
(da sé)
MOM.
(Questo xe l'ultimo servizio, che ve domando.
Quell'anello pol esser la mia fortuna, e senza de quello son desperà).
(a Beatrice)
BEAT.
Non so che dire, è tanto grande l'amore che ho per voi, che non posso dirvi di no, a costo di sentirmi sgridare da mio marito.
Tenete.
(a Momolo, e si vuol cavare l'anello)
MOM.
(Fe pulito, che siora Clarice no veda).
BEAT.
Eccolo.
(se lo cava, e glielo dà di nascosto)
CLAR.
(È lungo il ragionamento) (da sé)
BEAT.
(Volesse il cielo, che Clarice fosse vostra consorte; ma conviene che vi risolviate di mutar vita).
(a Momolo)
MOM.
(Vederè, se farò pulito).
(a Beatrice)
BEAT.
Eccomi da voi, amica; compatitemi.
CLAR.
Fate pure i vostri interessi, io non intendo di disturbarvi.
BEAT.
Mi consolo con mio fratello, che sa conoscere il merito e sa far giustizia.
CLAR.
A che proposito dite questo?
BEAT.
Lo dico per la giusta stima ch'egli ha di voi.
CLAR.
In questo vi potete ingannare.
MOM.
No, la veda, no la s'inganna.
Cognosso el merito de siora Clarice, e desidero de farghe cognosser, se veramente la stimo.
CLAR.
Finora ne ho ricevute cattive prove.
MOM.
(Un altro rimprovero per l'anello).
(da sé)
BEAT.
Mio fratello mi diceva appunto or ora, che certamente ha fissato di volersi regolar diversamente, e nell'economia e nel costume.
CLAR.
Proponimenti difficili da osservarsi.
MOM.
Quando un galantomo promette, el mantien.
CLAR.
Qualche volta si promette, e non si mantiene.
MOM.
(Anca questa sul proposito de l'anello.
Ghe voria dar questo, ma no voria che mia sorella vedesse).
(da sé)
BEAT.
Questa volta mi faccio io mallevadrice per mio fratello.
CLAR.
Lo sapete il proverbio? Chi entra mallevadore, entra pagatore.
(a Beatrice)
MOM.
Ben, se manco, pagherà mia sorella per mi.
CLAR.
Che cosa potrebbe ella darmi per conto vostro?
MOM.
Gnente che staga ben.
CLAR.
Dunque?
MOM.
Donca la se fida de mi.
CLAR.
Non ho caparra per potermi fidare.
MOM.
(E toppa su l'anello).
(da sé) Sorella, feme un servizio, andè a veder cossa che fa sta zente, che ancuo no fenisse mai de metter in tola.
BEAT.
Volentieri.
Vado subito.
(Mio fratello vuol restar solo).
(da sé) Amica, ve lo raccomando; trattatelo con carità.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
CLARICE e MOMOLO
CLAR.
Non merita compassione un uomo che si lascia portare dal suo capriccio, che non fa conto dei buoni consigli e non sa mantenere gl'impegni.
MOM.
Intendo benissimo cossa che la vuol dir.
Merito i so rimproveri, e ghe domando perdon, se l'ho disgustada.
Quell'anello che la s'aveva degnà de acettar, no lo doveva disponer...
CLAR.
Che importa a me dell'anello?...
MOM.
So che no ghe n'importa, ma el giera soo; lo gh'aveva in deposito, e no lo doveva dar a un interveniente; ma se l'ho fatto, l'ho fatto perché, pensandoghe suso, el m'ha parso un regalo troppo meschin...
CLAR.
Non parliamo più dell'anello...
MOM.
Anzi se ghe n'ha da parlar, e per farghe veder che son omo, e no son un putelo, e che quel che gh'ho dito l'ho dito con fondamento, ecco qua un anello assae più bello de quello; che val el doppio, e che no xe indegno de ella.
La prego de receverlo...
CLAR.
No certamente.
Se ho ricusato quell'altro, molto più questo.
MOM.
Quell'altro la l'aveva pur accettà.
CLAR.
Dissi che lo teneste in deposito, per compiacervi, ma non per questo lo presi.
MOM.
Dopo la me l'ha pur domandà.
CLAR.
Lo chiesi per un capriccio, ma non lo avrei ritenuto.
MOM.
Intendo, vedo che la se vol vendicar, ma la prego per grazia, per cortesia, per finezza farme sto onor...
CLAR.
Non lo prenderò mai; non vi affaticate a persuadermi, che perderete il tempo.
MOM.
La me farà sto affronto?
CLAR.
Prendete la cosa come volete, non vi è pericolo che io lo riceva.
MOM.
Se no la lo tol, son capace de buttarlo in Brenta.
CLAR.
Non sarà questa la prima pazzia che averete fatto.
MOM.
Per causa soa, ghe ne farò ancora de pezo.
CLAR.
Non sarà per colpa mia, ma della vostra mente stravolta.
MOM.
Cara ella, la prego, la supplico, la lo toga per carità.
CLAR.
Più che lo dite, più mi annoiate.
MOM.
Cossa ghe n'hoi da far de sto anello?
CLAR.
Fatene quel che volete.
MOM.
Credela fursi che m'abbia incomodà per comprarlo?
CLAR.
I fatti vostri io non li ricerco.
MOM.
Mi tanto stimo sto anello, quanto che stimo un scorzo de nosa.
CLAR.
Ed io lo stimo meno di voi.
MOM.
Sia maledetto la mia mala sorte.
CLAR.
A rivederci; non voglio scene.
(in atto di partire)
SCENA DICIASSETTESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signori, hanno portato in tavola.
MOM.
Tiò sto anello, che te lo dono.
(dà l'anello a Colombina)
COL.
Obbligatissima alle sue grazie.
CLAR.
Sempre più si conosce, che siete un pazzo.
(parte)
MOM.
(Sento che la rabbia me rosega.
Cossa oggio fatto? Ho donà l'anello a custia? Pazenzia.
Son galantomo: quel che ho fatto, ho fatto; quel che ho donà, no retiro indrio).
(da sé) Va là, che ti xe fortunada.
(a Colombina, e parte)
SCENA DICIOTTESIMA
COLOMBINA, poi CELIO
COL.
A me un anello di diamanti? Per qual motivo? Ma che sia di diamanti? Ho paura di no, saranno vetri che se fosse di diamanti, non me lo avrebbe donato.
CEL.
È qui ancora mia moglie? (a Colombina)
COL.
Sì, signore.
Va ora a tavola col padrone.
CEL.
Senza dirmi niente?
COL.
Ha mandato ora il servitore a casa per avvisare vossignoria.
CEL.
Perché restar qui? Perché non venire a casa? Questa novità non mi piace, e non la voglio assolutamente.
COL.
Favorisca, signore.
Se ne intende vossignoria di diamanti?
CEL.
Me ne intendo.
Vi è qualche cosa da vendere?
COL.
Favorisca dirmi, se le pietre di quest'anello sono pietre buone.
(dà l'anello in mano a Celio)
CEL.
Sì, sono buonissime.
(L'anello di mia moglie?) (da sé) Chi ha dato a voi quest'anello?
COL.
Me l'ha donato or ora il padrone.
CEL.
Quest'anello è mio: dite a quel pazzo, che vi doni la roba sua.
(parte portandosi via l'anello)
COL.
Lo voleva dire io, che non ne ero degna.
Sia maledetto quando gliel'ho fatto vedere.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
MOMOLO e TRAPPOLA
MOM.
Caro vu, lassème star.
Me sento dei cani in tel stomego, che me divora.
TRAPP.
Il desinare gli ha fatto male?
MOM.
Ho magnà tanto tossego, tanto velen.
TRAPP.
Ma perché mai?
MOM.
Se savessi! no parlemo altro.
Son un omo desfortunà.
Più che procuro de trattar ben, vegno mi trattà mal.
A tola chi me fava el muson de qua, chi me fava dei sberleffi de là.
Mia sorella instizzada, no so per cossa.
Mio cugnà rabioso co fa un can.
Siora Clarice no m'ha mai vardà in viso.
Colù de quel sior Leandro, me dava occhiae da basilisco.
No ghe xe stà altro che sior Ottavio, el fradelo de siora Clarice, che ha magnà co fa un lovo, senza mai alzar i occhi dal piatto, e in ultima el m'ha fatto un prindese per carità.
TRAPP.
Gli volevo parlar del grano...
MOM.
Gh'ho altro in testa adesso, che sentir a parlar del formento.
TRAPP.
Volevo dire, che ho ritrovato il compratore.
MOM.
L'avè trovà el comprador?
TRAPP.
Si è misurato, e siccome dei cento staia...
MOM.
Adesso no gh'ho testa da sentir a discorrer de interessi; co l'averè vendù, parleremo.
TRAPP.
L'ho venduto.
MOM.
Sì? bravo.
Dove xe i bezzi?
TRAPP.
Ne ho qui con me una porzione.
MOM.
Via, demeli.
TRAPP.
Ma facciamo un poco di conto.
MOM.
Adesso no gh'ho tempo de far conti.
Deme qualcossa, tanto che no sia senza bezzi, e po stassera, o domattina, faremo i conti.
TRAPP.
Se vuole intanto dieci zecchini...
MOM.
Via, deme diese zecchini.
TRAPP.
Eccoli, e poi vederà il conto.
(gli dà il danaro)
MOM.
I sarà boni per stassera alla festa da ballo, se vegnisse occasion de zogar; siben che mi no zogo ma delle volte qualchedun che ha perso i bezzi, domanda qualcossa in prestio, e me piase far servizio, co posso.
TRAPP.
E poi, quando hanno ricevuto il servizio, non restituiscono il danaro, e si perdono ancora gli amici.
MOM.
Oh, con quanti che la me xe successa cussì! Ma n'importa, co dono, m'ingrasso; za spero che se farà sto aggiustamento, e diese zecchini più, diese zecchini manco, sarò sempre l'istesso.
TRAPP.
Così penso ancor io.
(E per questo mi prendo il mio bisogno senza riguardi; di già il suo lo vuol gettare così) (da sé)
MOM.
Stassera faremo sta festa.
Fe pulito, vardè quel che manca, e spendè quel che occorre.
TRAPP.
Circa alla cena, come vuol che si faccia?
MOM.
Fe vu; mi no voggio deventar matto; fe vu.
TRAPP.
Ma se dice che tutti sono ingrugnati, averà poco gusto alla festa e alla cena.
MOM.
Anzi co sto poco de devertimento ho speranza de desmissiarli.
Siora Clarice, vedendo che fazzo de tutto per devertirla, la butterà più cortese.
Dei altri no ghe penso, me basta de vederla ella aliegra e contenta.
Vardè un poco dalla so zente de recavar cossa che più ghe piase, e procurè de trovar tutto a peso d'oro, se occorre.
TRAPP.
I danari del grano finiranno presto.
MOM.
No me parlè de malinconie, che son malinconico tanto che basta.
Stassera aspetto el Dottor Desmentega colla bona nova, e se credesse che me andasse tutti i campi, che spero de recuperar, vaga tutto per acquistar la grazia de siora Clarice.
TRAPP.
Non occorr'altro; ho inteso.
(Vada per tutto, purché vi sia sempre una porzione per me).
(parte)
SCENA SECONDA
MOMOLO solo.
MOM.
Mi no so che razza de donna sia sta siora Clarice.
Ghe n'ho praticà tante altre, e ho sempre visto che coi regali le se obbliga, le se innamora, e le se placa co le xe in collera.
Questa la xe tutta al contrario; i regali la fa instizzar.
O che i ghe par troppo piccoli, o che la xe differente dalle altre.
Me proverò coi devertimenti.
Me servirò del mezo de mia sorella.
Ma anca ela la me par in collera.
So mario gh'ha parlà in secreto, e tutti do i s'ha unito contra de mi.
No so cossa dir; son proprio desfortunà; e pur xe vero, ho tanto speso, ho tanto donà, ho fatto del ben a tanti a sto mondo, e no posso dir d'aver un amigo de cuor.
SCENA TERZA
OTTAVIO e detto.
OTT.
Signor Momolo, vi ringrazio infinitamente di tutte le vostre finezze, compatite l'incomodo che vi ho recato, e preparatemi i vostri comandi.
MOM.
Coss'è? voleu andar via?
OTT.
Mia sorella vuol partir questa sera, e ora vado a far allestire il burchiello.
MOM.
Coss'è ste furie? coss'è sta novità?
OTT.
Sapete che le donne, quando hanno fissato, sono ostinatissime; per quanto abbia detto, non vi è rimedio; ella vuol partire assolutamente.
MOM.
Stassera no se va via, se credesse de dar fogo al burchiello.
OTT.
Voi non conoscete bene mia sorella; sarebbe capace d'andar a piedi sino a Fusina.
MOM.
Ma cossa mai xe stà? cossa gh'oggio fatto? Pussibile che la me fazza sto torto? pussibile che no la voggia restar almeno stassera? Stassera almanco; domattina, se la vuol andar, pazenzia, vegnirò a Venezia anca mi.
Ma me preme che la resta stassera; ho parecchià una festa da ballo, che spero sarà qualcossa de particolar.
Via, caro amigo, manizeve, fe che la resta, ve devertirè anca vu, ballerè, starè allegramente.
OTT.
No, per dire il vero, del ballo non mi diletto.
MOM.
Se vorè zogar, zogherè; ghe sarà da devertirse a zoghetti, ghe sarà dei taolini de bassetta, de faraon.
OTT.
La bassetta mi piace, ma non ho portato meco danari per cimentarmi.
MOM.
Voleu bezzi? sè patron, comandè.
OTT.
Vi ringrazio, non sono vizioso a tal segno di prender danari ad imprestito per giocare.
MOM.
Cossa serve? Tolè dei bezzi, e zoghè.
Se vadagnarè, me li restituirè; se perderè, no m'importa; farò conto d'averli persi per mi.
OTT.
Troppo generoso, signor Momolo; se farete simili esibizioni a degli uomini meno onesti di quel ch'io sono, le accetteranno, e poi dopo, credetemi, si burleranno di voi.
MOM.
No so cossa dir; compatì la premura che gh'ho de no perder stassera la vostra cara compagnia e quella de siora Clarice; ve prego, fe de tutto perché la resta.
OTT.
Capisco che sarà difficile.
MOM.
Me despiaserave mo anca, che tutto quel che xe fatto per stassera, andasse de mal.
La festa sarà qualcossa de particolar.
I rinfreschi xe parecchiai, e una cena, dove el cuogo s'ha impegnà de far tutto quello che el sa.
OTT.
Una cena magnifica! Questa, per dirvi la verità, mi tocca più della festa da ballo.
La tavola è la mia passione, e questa mattina i piatti del vostro cuoco mi hanno assai soddisfatto.
MOM.
Stassera ghe sarà de meggio.
Gh'ho vinti cai de salvadego, che scometto che no ghe xe altrettanto in tutta Venezia.
OTT.
Non mi dite altro, che mi fate venir appetito, benché non sia mezz'ora che abbiamo pranzato.
MOM.
Via, vedè con bona maniera de persuader siora Clarice.
OTT.
Eccola qui per l'appunto.
MOM.
Ho gusto; la pregherò anca mi.
Ma vien con ella quel seccagine de sior Leandro; no lo posso soffrir.
SCENA QUARTA
CLARICE, LEANDRO e detti.
CLAR.
Ebbene, signor Ottavio, il burchiello si è ritrovato?
OTT.
Non si potrebbe aspettar domattina?
CLAR.
No certo: voglio partir questa sera.
MOM.
Mo via, cara siora Clarice, che la sia bona: xela su i spini? che la soffra almanco stassera.
LEAN.
La signora Clarice vuol partir subito.
MOM.
Mi no parlo con ella, patron.
(a Leandro)
OTT.
Il signor Momolo ci ha preparato un festino, una cena, un divertimento magnifico.
MOM.
Me son inzegnà de corrisponder in qualche maniera all'onor che i m'ha fatto.
LEAN.
Vi rendiamo grazie, ma vogliamo partire.
MOM.
Per ella, patron, non ho fatto gnente, e xe superfluo che la me ringrazia.
(a Leandro)
CLAR.
Non volete andare adunque a far allestire il burchiello? (ad Ottavio)
OTT.
Mi parerebbe di fare un torto ad un galantuomo, che fa di tutto per trattarci bene.
MOM.
Caro sior Ottavio, dasseno che ve son obligà.
CLAR.
Ho inteso.
Signor Leandro, favorite voi di ritrovare quegli uomini che qui ci hanno condotto, e ordinate che si allestiscano per il ritorno.
LEAN.
Subito, signora.
Sarete servita.
MOM.
Cospetto de bacco! se sior Leandro me farà sta scena, el me ne renderà conto.
LEAN.
Io non penso che ad obbedire la signora Clarice, e le vostre parole non le calcolo un fico.
MOM.
Siora Clarice xe patrona de tutto, ma con vu la discorreremo.
LEAN.
Da me che pretendereste?
MOM.
Pretenderave che vu, sior scartozzo, me dessi soddisfazion.
CLAR.
Mi maraviglio di voi, signor Momolo, che così parliate in faccia mia con uno che è venuto meco, e che meco deve partire.
Rispettate nel signor Leandro una persona ch'io stimo.
Sì, a dispetto vostro, sappiatelo, se nol sapete, io stimo il signor Leandro, e lo credo degno della mia stima molto più di quello che siete voi.
(Per mortificare il signor Momolo, abbia questo poco di bene Leandro).
(da sé)
MOM.
Pazenzia! son sfortunà.
LEAN.
Sentite? La signora Clarice mi onora della sua stima.
Io sono degno della sua stima, e dietro alla stima non va lontano l'amore.
Non m'ingannai nella mia speranza.
Ecco il merito della servitù, della sofferenza.
La verità si conosce alla fine.
Grazie alla bontà della signora Clarice.
Vado sollecito per obbedirvi.
(parte)
SCENA QUINTA
CLARICE, OTTAVIO e MOMOLO
CLAR.
(S'inganna, se crede la mia dichiarazione sincera.
Spesse volte succede, che noi donne usiamo delle finezze a chi non le merita, per far dispetto ad un altro).
(da sé)
MOM.
(Son fora de mi; no gh'ho più coraggio de averzer bocca).
(da sé)
OTT.
(Povero signor Momolo, mi fa compassione).
(da sé) Compatitemi, sorella, siete un po' troppo ingrata con chi vi usa delle finezze.
CLAR.
Le finezze del signor Momolo mi costerebbero troppo care, se continuassi a soffrirle.
Che volete che dica il mondo di me, s'egli fa cose da pazzo a riguardo mio, che lo mettono al precipizio e alla derisione? Una festa da ballo? una cena? Paghi i suoi debiti, che sarà meglio.
Mi offre un anello? in faccia mia, per vendicarsi del mio rifiuto, lo sacrifica ad una serva? Meglio era non lo levasse dal dito della sorella, per ostentare imprudentemente con me la sua vergognosa prodigalità.
Finezze simili si offeriscono a donne vili, non a quelle del mio carattere.
L'onestà, il buon costume, la sincerità, l'amore sono i mezzi per vincere il cuore di una femmina onesta.
Il signor Momolo è indegno della mia stima, e tutti i momenti che seco io resto, sono tanti rimorsi alla delicatezza dell'onor mio.
(parte)
SCENA SESTA
OTTAVIO e MOMOLO
MOM.
Cossa diseu? se pol dir de pezo? (ad Ottavio)
OTT.
Dico, che se la cosa è così, mia sorella ha ragione; e si può dire di più di quello che ha detto: che siete un pazzo, che siete un uomo incivile, che non sa trattare con delle persone della condizione che siamo noi.
(parte)
SCENA SETTIMA
MOMOLO, poi BEATRICE
MOM.
S'arecordeli altro? Tolè, spendo e spando, e sora marcà tutti me strapazza.
Come ala savesto dell'anello de mia sorella? No credo mai, che Beatrice abbia fatto pettegolezzi.
So che la me vol ben, che per mi la se desferia, e che no la xe capace de darme un desgusto.
Vela qua che la vien; almanco me sfogherò con ella, me consolerò un poco con qualche bona parola.
BEAT.
Bravo, signor fratello.
MOM.
Aveu savesto?...
BEAT.
Ho saputo che siete indegno d'amore e di compassione, che la vostra pazzia va agli eccessi, e che chi s'impaccia con voi, corre pericolo di pentirsi d'averlo fatto.
Sì, io pure sono pentita d'avervi amato, d'avervi creduto.
L'anello, che mi levaste di mano, l'avete bene impiegato.
Darlo alla serva? gettarlo sì malamente? Che sciocchezza! che stolidezza! Mio marito ha saputo la mia debolezza e la vostra.
Mi rimprovera giustamente, ed io non so che rispondere, se non che protestare di abbandonarvi, e lasciarvi per sempre nei precipizi, nei quali volete correre per un fanatismo sciocco, stolido, irremediabile, odioso.
(parte)
SCENA OTTAVA
MOMOLO, poi COLOMBINA
MOM.
Anca questa m'ha dà el mio siropetto.
Le xe in collera perché ho donà l'anello a Colombina; le gh'ha rason.
El xe stà un trasporto de bile, per vendicarme del rifiuto de siora Clarice.
Per diana, che Colombina xe qua.
La vien a tempo.
Vederò colle bone de recuperarlo; più tosto ghe darò dei bezzi, ghe darò sti diese zecchini.
COL.
Bel regalo che V.S.
mi ha fatto!
MOM.
Cara Colombina, ve voria pregar de un servizio...
COL.
Sì, certo; mi preghi, che ho motivo di far di tutto pel mio padrone, così caro, così generoso! È vero che sono una serva, ma non sono poi da disprezzare così.
Donarmi un anello che non era suo, per mettermi in un impegno da comparire una ladra, o una poco di buono? Mi maraviglio di lei.
Si provveda, che io in casa sua non ci voglio stare; e quest'affronto me lo ricorderò fin ch'io viva, e farò tanto, che spero un giorno di vendicarmi e fargli vedere che, sebbene sono una donna ordinaria, ho spirito per rifarmi di un'azione così cattiva.
(parte)
SCENA NONA
MOMOLO, poi CELIO
MOM.
Mi resto incantà, e no so più cossa dir.
Adessadesso anca i villani me bastona, e i cani me vien a far sporco adosso.
CEL.
Signor cognato, alle corte, o pensate ad assicurare i miei crediti, o farò i miei passi, e con tutta la parentela vi farò cacciar in prigione.
MOM.
A mi, sior cugnà?
CEL.
Sì, a voi, che non contento di quello che mi avete cavato dalle mani, vi prevalete della dabbenaggine di mia moglie, sino per ispogliarla della roba sua.
Ma che dico della roba sua? della roba mia.
Quest'anello mi costa cento zecchini, e voi, pazzo, insensato, lo donate alla vostra serva? Corda, ospitale, catene.
(parte)
SCENA DECIMA
MOMOLO, poi TRUFFALDINO
MOM.
Corda, ospeal, caene! son in stato de far un lazzo e picarme.
Son desperà; e per cossa? per esser troppo generoso.
Ah, pur troppo xe vero quel che cento volte me xe sta dito; no son generoso, son prodigo.
No dono, ma butto via, i mi interessi xe in precipizio, e se perdo la causa, e se no segue l'aggiustamento? poveretto mi, no gh'ho più gnente, ho vendù tutto.
Presto, voggio andar a Venezia a veder i fatti mii, a tender a sto aggiustamento, a sta lite; za tutti me lassa, tutti me dise roba.
Chi è de là? gh'è nissun?
TRUFF.
Ghe son mi.
MOM.
Vame a chiamar el fattor.
TRUFF.
El fattor? savì dove che el sia, el fattor?
MOM.
Mi no lo so.
TRUFF.
Gnanca mi.
MOM.
Valo a cercar, che ti lo troverà.
TRUFF.
Chi lo vol el fattor?
MOM.
Mi.
TRUFF.
Donca cerchelo vu.
MOM.
Tocco de aseno, cussì ti parli?
TRUFF.
Cossè sto aseno, sior? la me porta respetto.
E a un omo che ha sfadigà fin adesso, no se ghe dis aseno, sior.
MOM.
Cossa astu fatto, che ti ha sfadigà fin adesso?
TRUFF.
Ho portà el gran, sior; e a mi no se me dis aseno, sior.
MOM.
Dove l'astu portà el gran?
TRUFF.
L'ho tolto dal graner de sta casa, e l'ho portà in tel graner del patron.
MOM.
Del patron? chi elo el patron?
TRUFF.
El fattor.
MOM.
El fattor xe el patron, tocco de bestia?
TRUFF.
Mi no son una bestia, sior.
MOM.
E ti ha portà el gran in tel graner del fattor?
TRUFF.
Lustrissimo, zelenza, sì, sior.
MOM.
(Com'elo sto negozio? Trappola fa portar el formento dal mio graner in tel soo?) (da sé) Presto, chiameme el fattor, dighe che ghe voggio parlar.
TRUFF.
El fattor no se descomoda per nissun.
Quando i contadini ghe vol parlar, i va a casa da lu, e se l'ha da far, i aspetta; e se ghe volì parlar, podì far cussì anca vu, sior.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
MOMOLO solo.
MOM.
Possio esser più strapazzà? Costori i magna el mio pan, e no i me cognosse gnanca per patron.
Ma i gh'ha rason, el fattor xe assae più paron de mi, perché ghe lasso far tutto a elo; e co ghe domando bezzi, par che el me li daga per carità.
Sto negozio de sto formento in tel so graner me dà un pochetto da sospettar.
Da qua avanti voggio averzer i occhi.
Sempre fe vu, sempre fe vu, no la xe una cossa che staga ben.
No vorave che, col fe vu, el fasse tutto per elo e gnente per mi.
SCENA DODICESIMA
TRAPPOLA e detto.
TRAPP.
È vero che V.S.
mi domanda?
MOM.
Sior sì; aveu vendù el formento?
TRAPP.
L'ho venduto.
MOM.
A che prezzo? quanti stari gerelo? quanti bezzi avemio cavà?
TRAPP.
Non ha ella avuto dieci zecchini?
MOM.
Sì ben, li ho avudi, e m'avè dito de mostrarme el conto.
Animo, dove xelo?
TRAPP.
Adagio, con un poco di flemma, ci sarà il conto, vederà i fatti suoi.
MOM.
Diseme, caro vu, perché portar el formento in tel vostro graner?
TRAPP.
Chi ha detto che lo porto nel mio granaio?
MOM.
Me l'ha dito chi lo sa.
Ve despiase che lo sappia? ghe xe sotto qualche scondagna?
TRAPP.
Mi maraviglio.
Sono un galantuomo.
Si è messo il grano nel mio granaio per far servizio al compratore.
MOM.
Benissimo, ve la passo; femo i conti, che voggio andar a Venezia.
TRAPP.
Che conti vuol ella fare?
MOM.
Della vendita de sto formento.
TRAPP.
Quando V.S.
vuol far conti, si hanno da fare i conti di tutto il tempo che io la servo, perché sono io creditore, e gli ho dato tanto danaro del mio, che sono scoperto di più di mille ducati; e non voglio dar altro, se non si vede chiaro quel che ho d'avere, e non mi rimborsa di quel che avanzo; e per far i conti di sei anni, vi vuol del tempo; onde, se vuol andare a Venezia, vada, che verrò colà a ritrovarla, e vederà i miei conti, e vederà ch'io sono un uomo onorato, e si prepari a pagarmi.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
MOMOLO solo.
MOM.
Oh, che baron! prencipio a conosserlo adesso.
Nol vol far conti, el xe avezzo a magnarme tutto, e a darme quel che ghe par; e po el dise che el va creditor.
Oh poveretto mi, cossa oggio fatto? Che regola oggio tegnù fin adesso? Son precepità, son in rovina.
Chi sa che anca a Venezia no sia servio co sto bon cuor dai mi avvocati, dal mio interveniente? e mi cussì alla orba gh'ho donà un anello.
Sto donar senza sugo, sto spender senza misura, che credito m'alo acquistà? Che merito m'alo fatto? Ecco qua, tutti me rimprovera, tutti me strapazza, tutti me scampa e me lassa solo.
E co no gh'averò più gnente a sto mondo, chi me agiuterà, chi me darà da viver, chi gh'averà de mi compassion? Nissun a sto mondo, perché le mie spese le ho fatte con troppa ambizion.
Ho buttà via dei ducati a miara, e no posso dir d'aver donà un ducato per carità.
M'ho fatto magnar el mio, e no ho mai soccorso una fameggia de miserabili.
Adesso ghe penso, adesso cognosso i spropositi della mia condotta.
Ho sempre avudo dei adulatori, che m'ha lodà per magnar el mio, e adesso che me sento rimproverà da zente onorata, cognosso la verità.
Remedio, se se pol.
Ma semio a tempo de remediar? Tutto dipende da sta lite che gh'ho a Venezia.
Stassera aspetto el Dottor.
Se nol vien, doman subito corro a Venezia.
Se la va ben, torno in piè, remedio ai desordeni, e sto baron de fattor me renderà conto dei negozi che el m'ha fatto far.
Se la va mal, una delle do, o un abito da pellegrin, o un schioppo in spalla a farme mazzar.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE e CLARICE
BEAT.
Credetemi, amica, ho una passione sì forte per mio fratello, che non mi posso dar pace.
Ci siamo amati sempre sin da bambini, e son forzata ad amarlo ad onta de' suoi disordini e dei dispiaceri che provar mi tocca per sua cagione.
L'ho mortificato poc'anzi, e l'ho veduto rimanere stordito, e quasi mi pento di averlo fatto; pure, se credessi che le mie parole bastassero a farlo ravvedere, tornerei di bel nuovo a mortificarlo.
CLAR.
Si vede che voi l'amate davvero, e convien dire che siate di cuore assai tenero, se seguitate ad amarlo, ancora quando meno lo merita.
BEAT.
Se voi lo aveste conosciuto sei o sett'anni sono, lo avreste ritrovato degno d'amore.
Non si dà un uomo di miglior cuore di lui.
Egli non ha alcun vizio di quelli che fanno agli uomini disonore.
Per un amico si getterebbe nel fuoco.
Fa stima grande di tutti.
Onora le persone di merito.
Ama con tenerezza, con sincerità, con costanza.
Compiacentissimo in tutto colle persone ch'ei tratta, e questa sua compiacenza è stata causa del suo precipizio.
Rimasto solo, fu attorniato da gente trista, da falsi amici, adulatori, mendaci.
Si è lasciato condurre da' suoi domestici, da un fattore briccone; in somma è un povero cieco, che corre al precipizio senz'avvedersene.
CLAR.
Non si può dir meglio in di lui favore di quel che dite; ma il male si è troppo avanzato, e dubito non vi sia rimedio.
BEAT.
Eppure io credo che con poco si potrebbe ricondurlo sulla prima strada.
Siccome i suoi difetti non provengono da un cattivo animo, ma da una troppo facile condiscendenza, basterebbe ch'ei cambiasse la pratica delle persone che lo adulano, in altre sincere ed oneste, vorrei scommettere ch'ei si riduce come un agnello.
CLAR.
Felice lui e felice voi, se ci aveste pensato prima! Ora che non ha più niente di suo, anche il suo pentimento potrebbe credersi disperazione, per non aver più il modo di scialacquare, com'ei faceva.
BEAT.
Se si verificasse l'aggiustamento della sua lite, sarebbe egli ancora nel caso di far conoscere il suo cambiamento.
CLAR.
Dubito che anche la lite andrà come il resto delle cose sue.
BEAT.
Se va bene l'affare, vuò certo procurare di dargli moglie.
CLAR.
Non vi riuscirà così facilmente.
BEAT.
Con quattro mila ducati d'entrata, nel suo stato, può sperare un conveniente partito.
CLAR.
Ed i suoi debiti?
BEAT.
Sono di tal natura, che può con poco ricuperare gli effetti che ha ipotecato.
CLAR.
Avrete in animo di procurargli una buona dote.
BEAT.
No, amica.
Vorrei cercar di trovargli soltanto una buona moglie, sendo io persuasa, che una donna di garbo in una casa sia la miglior dote, che possa un uomo desiderare.
CLAR.
Quand'egli sia in istato di mantenerla, e dia segni di pentimento del suo costume passato, non vi sarà difficile il ritrovarla.
BEAT.
Così voi foste di lui persuasa, come vi pregherei di secondare le mie intenzioni.
CLAR.
Con qual animo mi consigliereste voi che io lo facessi? Non vi vuol poco per vederlo cambiato.
BEAT.
Fatemi una grazia; ve la domando io per la nostra buona amicizia: non partite per ora.
Trattenetevi qui qualche giorno.
CLAR.
Ho detto di voler partire, ed il burchiello sarà allestito.
BEAT.
Poco costa a dir che vi siete pentita.
CLAR.
Voi mi vorreste esporre a delle scene maggiori.
BEAT.
Chi è quegli? Il Dottore che è ritornato.
Sentiamo che novità ci reca.
Vediamolo noi prima di mio fratello.
Ehi, ehi, signor Dottore, favorisca.
(verso la scena)
SCENA QUINDICESIMA
Il DOTTORE e dette.
DOTT.
Dov'è il signor Momolo?
BEAT.
Or ora lo faremo chiamare.
Ditemi, come va l'affare?
DOTT.
Benissimo.
L'aggiustamento è seguito.
BEAT.
Sia ringraziato il cielo! Ritornerà la possessione in potere di mio fratello?
DOTT.
Ho meco la lettera per la liberazione del sequestro.
BEAT.
Ah? che ne dite? Le cose principiano per buona strada.
(a Clarice)
CLAR.
Sono a parte del vostro piacere, come se io medesima fossi in ciò interessata.
BEAT.
Ancora spero che abbiate da interessarvene.
CLAR.
Come?
BEAT.
Colle nozze di mio fratello.
CLAR.
Siete pure graziosa!
BEAT.
Ne parleremo.
Signor Dottore, già che tanto vi siete portato bene in favore di Momolo, avete da fare un'altra cosa per lui, utile non meno di questa.
DOTT.
Son qui disposto a tutto per un galantuomo di questa fatta.
CLAR.
Dite, signor Dottore, è vero ch'egli vi ha donato un anello?
DOTT.
È verissimo.
BEAT.
Vedete? Ha questo di buono ancora mio fratello, non dice bugie.
(a Clarice) Caro signor Dottore, voi saprete all'incirca i disordini in cui egli si trova.
Per farlo un poco più ravvedere, è necessario mortificarlo.
Facciamogli dubitar per un poco ancora dell'esito della causa, per fargli concepire con più forza l'orribile aspetto della miseria; ritiratevi in una stanza, e quando farò cenno, verrete a dargli la buona nuova.
DOTT.
Mi dispiace dovergliela differire.
Son venuto da Fusina a qui per la posta per consolarlo, ed ora non vedo l'ora di farlo.
BEAT.
Fate a modo mio, che sarà sempre meglio.
Vi prego, so quel ch'io dico.
DOTT.
Non voglio lasciar di farlo, per una sorella che gli vuol bene.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
BEATRICE, CLARICE, poi un SERVITORE
CLAR.
Ammiro il vostro amore, ma ancora più la vostra condotta.
In verità siete una donna di un talento e di uno spirito sorprendente.
BEAT.
Io non so niente; ma è l'amore che mi consiglia.
Chi è di là?
SERV.
Comandi.
BEAT.
Dite al padrone che venga qui.
SERV.
Non so che cos'abbia, signora.
Passeggia solo, batte i piedi per terra, guarda il cielo, e pare che pianga.
BEAT.
Cercatelo subito, e ditegli che venga da me, che mi preme.
SERV.
Sarà servita.
(parte)
BEAT.
Sentite in che stato di afflizione si trova? Non merita compassione?
CLAR.
Può anch'essere ch'egli si affligga, temendo di non poter più menare la vita solita.
BEAT.
Perché volete pensar sì male di lui? Compatitemi, siete troppo indiscreta.
CLAR.
Credetemi, ch'io lo desidero quanto voi cambiato, e se temo, temo appunto perché...
basta, non vuò dir altro.
BEAT.
Ditelo, perché l'amate.
CLAR.
Sì, non lo so negare.
BEAT.
Che siate benedetta! Eccolo, ch'egli viene.
SCENA DICIASSETTESIMA
MOMOLO e dette.
MOM.
(Siora Clarice con mia sorella! Me vergogno de comparirghe davanti).
(arrestandosi)
BEAT.
Avanzatevi, signor fratello.
Il vergognarsi è superfluo con chi sa i disordini vostri.
Siamo agli estremi per la vostra mala condotta, e per compimento delle vostre disgrazie, abbiamo nuove sicure che la vostra causa è precipitata.
MOM.
Ah, pazenzia! Cara sorella, abbiè compassion de mi; son un povero miserabile, e confesso de esserlo per causa mia.
CLAR.
Conoscete ora i vostri disordini?
MOM.
Pur troppo li cognosso, e me despiase de esser in sto stato che son, per no poder far veder al mondo la premura che gh'averia de remetter el mio concetto, de scambiar vita, e de comparir quell'omo civil e onorato che vol la mia nascita e l'esser de galantomo.
CLAR.
Buone massime, se venissero veramente dal cuore.
BEAT.
Ditemi un poco.
Se la causa fosse andata bene per voi, se aveste ricuperati gli effetti arrestati, che cosa avreste fatto per dimostrare pubblicamente la verità di quello che ora vantate?
MOM.
Cognosso che da mia posta no son capace per adesso de piantar un novo sistema, e de seguitarlo con regola e con profitto.
M'averia volesto buttar in brazzo de qualche persona amorosa, e m'averia lassà regolar fin tanto che m'avesse cognossù capace de far mi medesimo i mi interessi, e regolar la mia casa.
Cognosso, vedo e capisso che per esser stimà galantomo, no s'ha da buttar via el soo in sta maniera.
Vedo, pur troppo, che ho fatto mal...
ma cossa serve che diga, se za per mi no ghe xe rimedio?
BEAT.
Nel caso che aveste ricuperati i vostri effetti, vi fidereste che io e mio marito vi facessimo l'economia?
MOM.
Cussì fussimo in stato, come ve pregheria in zenochion vu e sior Celio de farlo per carità.
BEAT.
Ancora potrebbe darsi che la causa non fosse perduta, che l'aggiustamento seguisse, e che voi foste padrone del vostro.
MOM.
El ciel volesse che fusse vero.
BEAT.
Cosa fareste in quel caso?
MOM.
Scrittura per dies'anni de viver come un fio de fameggia.
BEAT.
Sentite, signora Clarice?
CLAR.
E per dieci anni non occorrerebbe ch'ei parlasse di maritarsi.
BEAT.
Perché no? Una moglie saggia e discreta potrebbe ella prendere il carico di regolar la sua casa.
MOM.
Anca de questo saria contento.
Ma no merito tanto ben, e pur troppo me sento sulle spalle el mio precepizio.
BEAT.
Parmi di vedere colà il signor Dottore.
Sì, è desso.
Venga avanti, signor Dottore.
SCENA DICIOTTESIMA
Il DOTTORE e detti.
DOTT.
Signor Momolo, allegramente.
MOM.
Bone nove?
DOTT.
Migliori non possono essere di quel che sono: l'aggiustamento è seguito, ed ecco la liberazione del sequestro.
(mostra un foglio)
MOM.
Bravo, evviva; respiro; torno da morte a vita; diseme, l'aggiustamento come xelo? Cossa gh'avemio da dar?
DOTT.
Si è accomodato l'avversario con duemila ducati pagabili in quattro tempi a cinquecento ducati l'anno.
Siete di ciò contento?
MOM.
Contentissimo.
No se podeva far meggio; no la me podeva costar manco de cussì.
DOTT.
Converrà che voi ratifichiate l'obbligazione, mentre sulla mia fede mi hanno accordato anticipatamente la liberazione suddetta.
MOM.
Xe giusto, me sottoscriverò immediatamente.
Caro Dottor, lassè che ve daga un baso de cuor.
Me arecordo che v'ho promesso cento zecchini, e me par che li meritè; ma co ve li ho promessi, gera un orbo, che no saveva conosser né oro, né arzento, né merito, né demerito, né rason, né torto, né convenienza.
Adesso son un poco illuminà: ma no tanto che basta, e da qua avanti no me voggio fidar de mi.
Consegno tutti i mi interessi in man de mia sorella e de mio cugnà; lasso che i fazza lori, e da lori aspettè la recompensa delle vostre fadighe.
Tutto quello che posso far per vu, xe questo, de metterghe in vista el merito della vostra attenzion, della vostra onestà, e de pregarli de trattarve ben.
(da sé)
DOTT.
Per me, sono un galantuomo, e mi contenterò di quello che si compiaceranno di darmi.
(Mi pareva impossibile d'aver a guadagnare in un colpo cento zecchini).
(da sé)
BEAT.
Io veramente di queste cose forensi non me ne intendo, e molto pratico non è nemmen mio marito, e però non vorrei che si eccedesse, né che restasse pregiudicato il merito del signor Dottore.
Che fareste voi in tal caso, signora Clarice, se aveste voi da disporre?
CLAR.
So quel che farei, se a me toccasse arbitrare.
BEAT.
Vi contentate, fratello, che la signora Clarice decida?
MOM.
Son contentissimo; ghe darave l'arbitrio sulla mia vita, figureve se no ghel darò su sta piccola diferenza!
BEAT.
Dunque l'affare è a voi rimesso; decidete come vi pare.
(a Clarice)
DOTT.
(Dubito di aver fatto una cattiva giornata).
(da sé)
CLAR.
Veramente lo spendere con profusione, come sin ora ha fatto il signor Momolo, è una eccedenza viziosa che passa i limiti della generosità, e diventa un difetto.
Ma quando si tratta di mantener la parola e di riconoscere un benefizio, è necessario allargar la mano.
Dunque io dico che il signor Dottore merita i cento zecchini, e che se ciò fosse in arbitrio mio, glieli darei senza alcuna esitanza.
MOM.
La sentenza no pol esser più giusta, e mi la lodo e la sottoscrivo.
Sior Dottor, averè i cento zecchini, no dalle mie man, perché mi per un pezzo no voggio più manizzar, ma da quelle de mia sorella, che sarà l'economa dei mi interessi.
DOTT.
Rendo grazie a V.S.
ed alla signora Clarice, e lascio tutto il comodo alla signora Beatrice di favorirmi.
(Non credevo mai da una donna poter sperare tanta giustizia e tanta generosità).
(da sé)
BEAT.
Che dice, signora Clarice, della costante rassegnazione di mio fratello?
CLAR.
Io certo me ne consolo, e ne sarò ancora più persuasa, quando effettivamente lo vedrò cedere a voi ed a vostro marito il regolamento della sua casa.
MOM.
Sior Dottor, za che sè qua presente, ve prego stender una scrittura de cession de tutto el mio a sior Celio e a siora Beatrice, perché i paga i mi debiti, e che i me assegna a mi un trattamento onesto, e quel che avanza se metta da banda per dies'anni, per farme un fondo de cassa, per non aver più bisogno de mendicar un miar de ducati in t'una occorrenza.
DOTT.
Lo farò volentieri.
BEAT.
Ditemi, fratello mio, quest'accordo che volete fare con noi, non lo potreste fare colla signora Clarice?
MOM.
Magari che la se degnasse acettarlo.
CLAR.
Non conviene ad una donna vedova, e non ancor vecchia, far l'economa di un giovanotto.
BEAT.
Converrebbe bene a una moglie far l'economa del marito.
MOM.
Oh brava! cossa disela? (a Clarice)
CLAR.
A una tale sorpresa non so rispondere.
MOM.
Chi tase, conferma.
Sior Dottor, femo un contratto de un'altra sorte.
Cedo tutto a siora Clarice.
DOTT.
Con che titolo? di donazione?
MOM.
Tutto quel che volè.
CLAR.
Ecco il prodigo.
Non è ancor guarito della sua malattia.
BEAT.
Interpretate meglio i trasporti dell'amor suo.
Accettate il maneggio de' suoi interessi, e avrete voi il merito di averlo fatto cambiar condizione.
MOM.
Via, siora Clarice, che la se mova a pietà de un omo, che ha bisogno de ella per tutti i versi.
BEAT.
Fatelo per amicizia, per compassione.
MOM.
E anca un pochettin per amor.
Pussibile che la me trova tanto pien de difetti, che no sia degno della so grazia? Pussibile che no la me voggia gnente de ben?
CLAR.
Sì, lo confesso, vi ho amato e vi amo ancora, ma...
BEAT.
Questo ma è fuor di tempo; l'obbietto principale è risolto.
Momolo viverà a modo vostro.
MOM.
Me lasserò condur da ella co fa un putelo.
DOTT.
Su dunque, signora, dica un sì generoso, e lasci a me la cura di stendere un contratto, come va steso.
MOM.
Da brava, la lo diga sto sì, che me pol consolar.
BEAT.
Ditelo questo sì benedetto, che si sospira.
CLAR.
Ma quando è detto, è detto.
MOM.
La lo diga, se la vol che el sia dito.
DOTT.
Ho da scrivere? ho da formare il contratto?
CLAR.
Andate...
scrivete...
non so resistere.
MOM.
Ala dito de sì?
CLAR.
Caro Momolo, sì.
MOM.
Evviva.
DOTT.
Vado a scrivere immediatamente.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
BEATRICE, CLARICE, MOMOLO
BEAT.
Ora sono perfettamente contenta.
MOM.
Son fora de mi dalla contentezza.
CLAR.
Non mi ricercate niente della mia dote?
MOM.
Che dota? la so prudenza, el so cuor.
E po quel viso, quei occhi! oh che bella dota!
CLAR.
Non siate sì poco accurato.
Vi darò la dote, ch'ebbe l'altro marito mio.
MOM.
Son contentissimo, e anca che no la fusse tutta, n'importa.
SCENA VENTESIMA
CELIO, OTTAVIO e detti.
CEL.
È vera la nuova dataci dal signor Dottore?
BEAT.
Verissima, e ve n'è un'altra più bella.
Mio fratello è sposo della signora Clarice.
OTT.
Oh signora sorella, mi rallegro con voi.
CLAR.
Il suo cambiamento mi ha indotto a farlo.
CEL.
Ho anch'io da darvi, signor cognato una nuova curiosa.
Ho saputo che il fattore cercava in fretta di vendere a precipizio del grano, e che faceva bauli per andarsene via.
Ho sospettato di qualche sua bricconata e l'ho fatto metter in prigione.
MOM.
Bravissimo, avè fatto ben.
Cussì el me renderà conto de tutto quello che el m'ha magnà.
SCENA VENTUNESIMA
LEANDRO e detti.
LEAN.
Signora Clarice, il burchiello è pronto, i barcaruoli son lesti e dicono che bisogna sollecitare.
CLAR.
Signor Leandro, vi ringrazio infinitamente della vostra attenzione.
Mi dispiace dell'incomodo che vi siete preso; ma ora non sono più in arbitrio di disporre di me medesima, dovendo dipendere dallo sposo.
LEAN.
Dallo sposo? E chi è questi?
MOM.
Son mi, per servirla.
(a Leandro)
LEAN.
Questo è un affare condotto in simil guisa, affine di maggiormente insultarmi.
Non so da chi provenga l'ingiuria, né vuò saperlo; ma voi me ne dovrete dar conto.
(a Momolo)
MOM.
Sior sì, quando che volè; adesso gh'ho spada e scudo, che no gh'ho paura.
CLAR.
È superfluo che vi riscaldiate; sapete già...
(a Leandro)
LEAN.
So quel che volete dirmi.
Di me non avete mai fatto conto.
Lo doveva comprendere; merito ancora peggio, e colle donne saprò regolarmi meglio per l'avvenire.
(parte)
MOM.
Bon viazo; a revederse co se vederemo.
SCENA ULTIMA
TRUFFALDINO e detti, poi Villani e Villane.
TRUFF.
Siori, xe qua la nobiltà campagnola, venuda per la festa da ballo.
MOM.
No vôi balli, no vôi feste.
BEAT.
Via, per questa sera, in grazia delle nozze e dell'apparecchio già fatto, si può ballare e cenare e divertirci, per scordarsi affatto dei dispiaceri passati.
Che dite, cognata? (a Clarice)
CLAR.
Son contentissima, e ora mi divertirò volentieri.
MOM.
Animo donca, ballemo e devertimose per sta volta; e po farò tutto quello che piaserà alla mia cara Clarice.
(Segue il ballo de' contadini, e con questo Fine della Commedia).
NOTA:
1 Nella stagione teatrale 1739-40 [nota per l'edizione elettronica Manuzio]
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