IL RAGGIRATORE, di Carlo Goldoni - pagina 10
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(parte)
JAC.
Ah galeottaccio! me l'ha fatta...
Pazienza! Sento gente.
Vado a riporli.
Ma no! dirò d'averli trovati.
Brava la signorina! li ha presi per regalare l'amante, ed io poveraccia...
quante volte così succede! Viene rubato in casa da chi meno si crede, e poi s'incolpa la povera servitù.
(parte)
SCENA OTTAVA
Altra camera.
Donna CLAUDIA el il CONTE NESTORE
CLA.
Credetemi, son disperata.
CON.
Eppure il cuore mi dice, che le gioje vostre non sieno state rubate.
CLA.
Ma nel mio burrò non ci sono.
CON.
Credo benissimo che non ci sieno.
CLA.
Dunque mi sono state rubate.
CON.
Non potrebbono essere, per esempio, in un altro luogo sicuro?
CLA.
Dove mai?
CON.
Se fossero per accidente sul Monte pubblico, non sarebbono in salvo?
CLA.
Lo sapete anche voi dunque, che sono al Monte?
CON.
Parmi averlo sentito dire.
CLA.
Ma mio marito non ne sa niente.
CON.
Può essere.
(Se l'ha egli stesso impegnate!) (da sé)
CLA.
Ecco, mi sono state rubate ed impegnate sul Monte.
CON.
Chi mai può aver commesso un tal furto?
CLA.
La Jacopina.
CON.
Dov'è la Jacopina? Interroghiamola un poco.
CLA.
Non c'è quella indegna; l'ho discacciata di casa.
CON.
Male; prima di assicurarsi del suo delitto?
CLA.
Ne sono certa.
L'ho licenziata; ma le farò tener dietro, perché non fugga.
CON.
Qual fondamento avete, signora, per giudicarla rea di tal furto?
CLA.
Quello de' manichetti.
CON.
Siete poi certa che questi sieno dei vostri? (le fa vedere i suoi manichetti)
CLA.
Questi? non mi pare.
Non sono quelli che avevate quand'io era da voi.
CON.
Perdonatemi; volete voi che a quest'ora mi sia levata la camiscia di dosso per iscambiarla? Sono gli stessi.
(Si assomigliano almeno).
(da sé)
CLA.
Saranno dessi adunque, e mi pare sieno de' miei; e lo saranno, poiché nel solito cassettino non li ho trovati.
CON.
E ve li ha rubati la Jacopina?
CLA.
Senz'altro, e chi mi ha rubato i manichetti, mi avrà rubato le gioje; e sono al Monte, e a me preme ricuperarle senza un rimprovero di mio marito, e altri che voi, Conte, mi può far la finezza di darmi il modo di poterle ricuperare.
CON.
(Già lo sapeva, che qui doveva finire; ma non fa niente).
(da sé)
CLA.
Voglio credere che non diffiderete della pontualità mia.
CON.
Oh pensate! ma prima sarebbe cosa ben fatta assicurarsi del furto, e della mano che lo ha commesso.
Fatemi un piacere, signora, riguardate un po' meglio nel cassettino, e altrove, se si trovassero i manichetti.
CLA.
Ci ho guardato, vi dico; e poi, che ho da guardare? Se sono quelli che avete voi alle mani!
CON.
Ecco la Jacopina.
Sentiamo un poco da lei...
CLA.
Ancora qui la sfacciata?
SCENA NONA
La JACOPINA e detti.
JAC.
Signora, i suoi manichetti...
CLA.
Eccoli lì dove sono.
(accenna quelli del Conte) E tu li averai rubati e venduti.
JAC.
Io non sono capace, e però le dico...
CLA.
E chi averà rubato i manichetti, averà rubato le gioje.
JAC.
Sì, signora, chi averà rubato i manichetti, averà rubato le gioje.
I manichetti eccoli qui.
Le gioje, vada al Monte, che le ritroverà quando vuole.
CLA.
Quai manichetti sono questi?
JAC.
Quelli che erano nel cassettino.
CLA.
Non è vero, ne avrai ritrovato un paio di simili per accomodarla meco; nel cassettino non c'erano.
E tu vattene tosto di questa casa.
SCENA DECIMA
Donna METILDE e detti.
MET.
Signora, non istia a gridare alla Jacopina per i manichetti, poiché io li ho levati dal cassettino, e posti nel mio armadio.
CLA.
Per qual ragione far questo?
MET.
Per attaccarli ad una camiscia del signor padre.
CLA.
Spetta a voi di farlo? (adirata)
MET.
Compatisca.
(Se l'è creduta).
(da sé)
CLA.
Riponeteli.
(alla Jacopina)
JAC.
Sì, signora.
(Se l'è bevuta...) (da sé)
CLA.
Nascono di quei casi...
(al Conte)
CON.
Sono accidenti.
(L'è andata bene).
(da sé)
CLA.
Tocca a voi custodire la biancheria.
Andate.
(alla Jacopina)
JAC.
Dove, signora?
CLA.
A far quel che occorre nella mia camera.
JAC.
(Via via, lo scudo l'ho speso bene).
(da sé, e parte)
SCENA UNDICESIMA
Donna CLAUDIA, il CONTE, donna METILDE
CLA.
(Non so come azzardarmi ora a sostenere la favola delle gioje).
(da sé)
CON.
Ho piacere che siate certificata dell'onoratezza della cameriera.
(a donna Claudia)
CLA.
Sì, per ora...
(Sono mortificata).
(da sé)
CON.
(Vi ringrazio de' manichetti).
(piano a donna Metilde)
MET.
(Accettate il buon animo).
(piano al Conte)
CLA.
Conte, sentite.
(Delle gioje, che vogliamo dire sia stato?) (piano al Conte)
CON.
(Ritorneranno per quella strada medesima, per cui sono andate).
(piano a donna Claudia)
CLA.
(Dubito ch'egli lo sappia quanto lo so io, che don Eraclio me l'ha impegnate).
(da sé)
CON.
(Se vi si propone di maritarvi, dite di sì...) (piano a donna Metilde)
MET.
(Se fosse con voi).
(piano al Conte)
CON.
(Può essere che sia con me...) (piano a donna Metilde)
CLA.
Parlate con me, Conte, non date pascolo alle scioccherie di Metilde.
CON.
Sono ai vostri comandi.
(a donna Claudia)
MET.
(Ne imparo tante da lei delle sciocchezze).
(da sé)
SCENA DODICESIMA
Don ERACLIO e detti
ERAC.
Conte, ho ordinato in tavola.
CON.
Son qui a ricevere le grazie vostre.
ERAC.
Dov'è la Contessina vostra, che non la veggo?
CON.
Si è ritirata un poco, perché ancora è stanca dal viaggio.
Andrò a chiamarla quando sia in tavola.
ERAC.
Ho una bottiglia di Canarie vecchio di dodici anni.
L'ho sempre serbata per un'occasione d'impegno; oggi in occasione della scoperta fatta de' nuovi fregi della mia casa, si ha da bevere alla salute di Ercole.
CON.
Prima che vadasi alla sboccatura della bottiglia, frattanto che si allestisce la tavola, vorrei, don Eraclio, che si tenesse fra noi un breve ragionamento.
ERAC.
In giorno di tanta festa non mi parlate d'affari.
(I mille scudi li ha dati?) (piano a donna Claudia)
CLA.
(Non ancora).
(piano a don Eraclio)
ERAC.
È venuto l'amico vostro dei mille zecchini? (al Conte)
CON.
Non si è veduto.
ERAC.
(Vuol andar male, io dubito).
(da sé) Che volevate voi dirmi? (al Conte)
CON.
Spiacemi che le dame stieno in disagio.
CLA.
Partirò, se il volete.
CON.
Non signora, desidero che restiate, ma accomodata.
CLA.
Sediam dunque; Metilde, andate.
MET.
(Già me l'aspettava).
(da sé)
CON.
Permettetele in grazia mia, ch'ella resti.
CLA.
Resti per compiacervi.
Sediamo.
ERAC.
Passate di qua, Conte, che starete meglio.
(Ci ho da star io nel mezzo).
(da sé)
CON.
(Conosco il superbo).
(da sé) Eccomi dove comandate.
(siede all'ultimo luogo, e tutti siedono)
MET.
(Son curiosa di sentire, se mi propongono quel che mi ha detto).
(da sé)
CON.
Don Eraclio, non fate che quello che ora vi dico, vi turbi l'animo, poiché alla fine resterete più consolato.
ERAC.
Dite pure.
(Se venissero i mille scudi!) (da sé)
CON.
La causa del palazzo è perduta.
ERAC.
Se non la posso perdere!
CON.
Non la dovreste perdere; ma in oggi non si fa caso della nobiltà e del merito.
Ve lo dico con dispiacere: questo palazzo non è più vostro.
ERAC.
E dove anderà ad abitare un uomo del mio carattere?
CON.
In una delle trentasette città.
ERAC.
Ma perché darmi una sì trista nuova a quest'ora? Perché non lasciarmi almeno desinare con gusto?
CON.
Voglio anzi che mangiate con maggior quiete, con maggior piacere.
ERAC.
Consolatemi, amico.
Fate che non mi paiano amari quei due capponi.
CLA.
Già lo prevedeva io il precipizio nostro.
CON.
Il precipizio è grande, ma vi può essere il suo rimedio.
ERAC.
Voi ci potete aiutare.
(al Conte)
CLA.
Voi, Conte, colla vostra mente, coll'assistenza vostra.
CON.
Sapete chi può essere il vostro risorgimento? Quella fanciulla, quella damina, quell'unica vostra figliuola!
ERAC.
Come?
CLA.
In qual modo?
MET.
(Se fosse vero, non mi sgriderebbe più la signora madre).
(da sé)
CON.
Maritandola; assegnandole in dote il palazzo e la campagna ultimamente venduta: con un contratto anteriore ai debiti ed alla vendita respettiva.
(piano, guardando che alcuno non senta) Tutto si salva, si dà stato alla figlia, e si patteggia col genero l'utile, il decoro, e la convenienza.
MET.
Il consiglio non può essere più bello.
CLA.
Tacete voi.
(a donna Metilde)
ERAC.
Non mi dispiace il progetto; ma dove ritrovare un partito, che degno sia del mio sangue?
CON.
Se l'affare non si conclude dentro di oggi, domani non siamo in tempo, per il palazzo almeno.
ERAC.
Non vorrei che mi si facesse un affronto.
CON.
L'amicizia mia vi esibisce quanto vi può esibire.
Il Dottore stenderà il contratto qui sul momento, ed io vi offerisco di essere, per assicurare il vostro interesse, il fortunato sposo di vostra figlia.
CLA.
(Ah, questa sua esibizione mi desta un'orribile gelosia).
(da sé)
MET.
Il signor Conte mi prenderebbe soltanto per far piacere a mio padre?
CON.
Anzi la mia inclinazione...
CLA.
Acchetatevi, sfacciatella! Voi non meritate che il Conte s'induca a desiderarvi che in grazia nostra, e son sicura che il suo talento ritroverà qualche via migliore per preservare i beni di questa casa, senza il sagrificio del cuore.
CON.
Non vi è strada migliore di questa, signora.
ERAC.
Ah Conte, sapete voi chi sono?
CON.
Lo so benissimo; ed io, malgrado lo stato vostro infelice...
ERAC.
Sapete voi che ho il sangue degli Eraclidi nelle mie vene?
CON.
Che vorreste dire perciò?
ERAC.
Siete Conte, siete nobile, e voglio credere lo siate ancora più di quello che siete; ma la vostra nobiltà non averà poi l'origine sì lontana da paragonarsi alla nostra.
CON.
Non ho trentasette città ne' miei titoli; ma posso avere trentasette migliaia di scudi, che mi rendono in istato di migliorare le cose vostre.
MET.
È un bel feudo trentasette migliaia di scudi.
CLA.
(Morirei dall'invidia, se ciò accadesse).
(da sé)
ERAC.
Caro amico, non vi è altro rampollo del sangue d'Ercole, che quest'unica figlia.
(accennando donna Metilde) Sperava io collocarla con qualche illustre prosapia dei primi secoli.
Non intendo oltraggiarvi se dubito darla a voi, quando anche foste discendente da Carlo Magno.
CON.
Vi compatisco; la mia nobiltà non eccede tre secoli.
Ma qual vergogna per voi sarebbe veder un giorno il sangue d'Ercole nell'estrema miseria? Vedere una figlia degli Eraclidi, obbligata dalla necessità, sposare un cittadino, un mercante, e forse un bottegaio ancora?
ERAC.
Morirei disperato.
CON.
Risolvetevi dunque di abbassarvi tre gradi meco, per non precipitare più al fondo.
ERAC.
Nobilissima dama, che dite voi? (a donna Claudia)
CLA.
Dico io, che piuttosto...
(Ah, non so che mi dire).
(da sé)
CON.
(Signora, non perdete di vista le gioje vostre).
(a donna Claudia)
CLA.
(Come si potrebbono ricuperare?) (al Conte)
CON.
(Coll'accasamento di vostra figlia, avendo luogo il divisato contratto).
CLA.
Cavaliere, che risolvete? (a don Eraclio)
ERAC.
Non saprei...
Son confuso.
CON.
Ricordatevi che le trentasette città che vi onorano, non vi daranno un tetto per ricoverarvi, né un pane per satollarvi.
(a don Eraclio)
ERAC.
Ah, la nobiltà è un gran bene! ma una buona tavola è la mia passione.
CLA.
Costei non merita che a lei si pensi; ma lo stato nostro è infelice.
ERAC.
Orsù, facciasi un'eroica risoluzione.
(s'alza) Conte, il merito vostro è sì grande, che vi rende degno del sangue nostro.
Soffri, Ercole, in pace la lieve macchia del grado illustre de' tuoi figliuoli.
Sì, Conte, si stipuli il gran contratto.
Si salvi più che si può l'onore della famiglia: Metilde è vostra, e andiamo a solennizzare le nozze in un festoso convito.
(parte)
CON.
Potrò chiamarmi ben fortunato...
CLA.
Non mi credeva mai, conte Nestore, che le attenzioni vostre usate alla madre, tendessero al possedimento della figliuola.
CON.
Donna Claudia, se la presente disgrazia vostra non mi obbligasse...
CLA.
Sì, c'intendiamo.
Andate innanzi voi.
(a donna Metilde)
MET.
Signora, se deve essere mio sposo...
CLA.
Ei non lo è per anche.
MET.
Ma lo sarà.
(parte)
CLA.
Se ciò ha da essere, non vi lasciate mai più vedere dagli occhi miei.
(al Conte)
CON.
Mi credete indegno d'imparentarmi con voi?
CLA.
Finora vi ho creduto degno della mia stima; ora sarete degno dell'odio mio.
CON.
Signora, confidatemi l'arcano delle gioje vostre.
CLA.
Ah! non so che dire, Conte, compatitemi.
Alfin son donna, e non vi dico di più.
(parte)
CON.
Ora vedesi chiaramente, che la miseria avvilisce gli alteri, che l'ambizione può più dell'amore, e che una testa come la mia sa fabbricar da se stessa la sua fortuna.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
La JACOPINA e ARLECCHINO
JAC.
Che mi andate voi dicendo di questo vecchio?
ARL.
Ve digo che la xe la più bella cossa del mondo.
L'è arrivà in Cremona el padre del conte Nestore.
JAC.
Che importa a me del padre del conte Nestore?
ARL.
V'importerà co lo vederè, perché l'ha da esser una bella scena.
JAC.
È un cavaliere di garbo?
ARL.
E come!
JAC.
Si vede che sia veramente di quella nobiltà che conta il di lui figliuolo?
ARL.
Anzi, a vardarlo, se ghe cognosse in lu una nobiltà strepitosa.
JAC.
Ricco?
ARL.
Ricchissimo.
JAC.
Vestito bene?
ARL.
Magnificamente.
JAC.
E dove si trova?
ARL.
L'è qua, che el vorave véder i so do fioli.
JAC.
Lo sanno eglino ch'ei sia arrivato?
ARL.
No i lo sa gnancora.
El ghe vol comparir all'improvviso.
Per far che la burla sia più bella, lo podè condur co i xe a tola.
JAC.
Fatelo venire innanzi, che ho curiosità di vederlo.
ARL.
Vederè el fior della nobiltà.
JAC.
Mi metterà in soggezione.
ARL.
Gnente, el xe un agneletto.
La favorissa, patron, la vegna avanti.
SCENA QUATTORDICESIMA
Messer NIBIO e detti.
NIB.
Dove sono questi figliuoli?
JAC.
Chi è costui? (ad Arlecchino)
ARL.
El padre del conte Minestra.
JAC.
Voi mi burlate.
(ad Arlecchino)
ARL.
Domandèghelo a elo.
JAC.
Voi siete il padre del conte Nestore? (a Nibio)
NIB.
Sì, io sono il padre di quello che si fa creder Conte.
La mia sincerità non soffre di secondare la sua impostura; e stimo più l'onore di essere un galantuomo, quantunque povero, di quello sia i titoli, le ricchezze, e la vanità.
JAC.
Oh bella, oh bella davvero!
ARL.
No ve l'oggio dito? (alla Jacopina)
JAC.
Come si chiama vostro figliuolo? (a Nibio)
NIB.
Pasquale.
JAC.
E la figlia?
NIB.
Carlotta.
JAC.
La contessa Carlotta?
NIB.
Ella è da me fuggita per rintracciare il fratello.
L'ho seguitata sulle traccie avute della sua fuga.
Li ho ritrovati ambedue, grazie al cielo, per via di quest'uomo dabbene...
(accenna Arlecchino)
ARL.
Ma gh'ha volesto del bello e del bon de capir chi el domandava.
Se no el nominava el nome de Carlotta, giera impossibile che mi me insuniasse, che el conte Manestra fusse missier Pasqual.
NIB.
Dove son eglino questi pazzi de' miei figliuoli?
JAC.
Saranno a tavola coi miei padroni.
NIB.
Dite loro che è qui suo padre.
JAC.
Venite con me, galantuomo.
Come vi chiamate?
ARL.
El m'ha dito che el gh'ha nome Nibio.
JAC.
Andiamo.
(Diceste bene che la scena voleva esser graziosa).
(ad Arlecchino)
ARL.
(A vu mo tocca a farla ancora più bella).
(a Jacopina)
JAC.
(Lasciate fare a me, che la vo' condire).
(ad Arlecchino) (Mi vo' godere le mie padrone, che si credevano essere servite dall'illustrissimo signor Conte).
(da sé, e parte)
NIB.
Non vo' che i miei figliuoli si arricchiscano colla bugia: sono un uomo d'onore, e tal sarò fin che io viva.
(parte)
ARL.
Voggio andarmelo a gòder anca mi sior Conte.
Oh, quanti de sti Conti incogniti, se se podesse véder de chi i xe fioli, i deventerave tanti Pasquali.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Sala con tavola apparecchiata.
Don ERACLIO, il DOTTORE, poi donna CLAUDIA e donna METILDE
ERAC.
Già il Conte mi ha detto ogni cosa.
Si parlerà dopo desinare.
DOTT.
Dopo desinare? Si potrebbe dir dopo cena.
Poco manca alla sera, ed io, per dirla, ho lo stomaco rovinato.
ERAC.
Avrete modo di confortarlo.
Voi altri siete avvezzi a mangiare per tempo.
So che gli antichi cenavano solamente, ed io mangio sempre coi lumi.
CLA.
Ecco a che siamo ridotti, per cagione delle vostre pazzie.
ERAC.
Non mi guastate ora il piacer della tavola.
MET.
Finalmente il signor Conte non è un villano.
ERAC.
Mi farò dir meglio le cose della casa sua, e chi sa, se noi discendiamo da Ercole, ch'ei non discenda da Deianira?
SCENA SEDICESIMA
Il CONTE, CARLOTTA e detti.
CON.
Eccoci qui a godere delle vostre finezze.
CARL.
A quest'ora si desina? A quest'ora, in villa da noi...
CON.
In campagna si fan le cose diversamente.
(Finitela con questa villa).
(piano a Carlotta)
ERAC.
Venite qui, Contessina, sedete presso di me.
CON.
Non vi prendete incomodo.
(a don Eraclio)
ERAC.
La voglio qui, vi dico.
CARL.
Mettetemi dove volete; ma datemi da mangiare, che non posso più.
(siedono don Eraclio e Carlotta vicino)
CLA.
(Andiamo a mangiare tanto veleno).
(da sé, e siede presso don Eraclio)
MET.
(Non ci vorrei stare vicino alla signora madre).
(da sé)
CLA.
Venite qui, voi.
(a donna Metilde)
MET.
Starò qui, signora (un poco lontana)
CLA.
Venga qui il Conte dunque.
MET.
Ci verrò io, dunque.
(Non lo voglio vicino a lei) (da sé, e siede)
ERAC.
Conte, vicino alla sposa.
CON.
Starò qui presso mia sorella.
(Non vorrei che mi facesse delle male grazie).
(da sé)
MET.
Pazienza! Vedo il bell'amore che ha per me il signor Conte.
CON.
(Ha ragione).
(da sé) Son qui, signora; perdonate se non ardiva...
(siede vicino a donna Metilde)
DOTT.
Ed io qui, dunque.
(siede vicino a Carlotta)
CARL.
Chi siete voi signore?
DOTT.
Sono il Dottore Melanzana per obbedirla.
CARL.
Ho piacere di stare vicina al Dottore: ce n'era uno che mi voleva bene, in villa da noi.
CON.
Via, Contessina.
Non parlate ora del Dottor della villa.
ERAC.
In principio di tavola non si parla.
Tenete di questa zuppa.
(dà un tondino di zuppa a Carlotta)
CARL.
Così poca me ne date? (a don Eraclio)
CON.
(Oh povero me!) (da sé)
CLA.
Ne volete dell'altra? (a Carlotta)
CARL.
Sono avvezza a mangiarmene sei volte tanta.
CON.
Contessina! (ironico)
ERAC.
Eccovi dell'altra zuppa.
CARL.
Questa pappa si dà ai bambini, in villa da noi...
(mangia velocemente)
ERAC.
Qual è la minestra che più vi piace?
CARL.
Maccheroni, fagiuoli, cose di più sostanza.
CON.
(Mi vuol far disperare costei).
(da sé)
CLA.
È molto delicata di gusto.
(ironica)
CARL.
Quando ho mangiata una buona minestra, non ci penso di altro.
CON.
Le avvezzano così nel ritiro.
CARL.
Datemi da bevere.
DOTT.
Così presto?
CARL.
Si beve quando si ha sete in villa da noi.
CON.
(Non ce la conduco più per un pezzo).
(da sé) (Servitore porta i capponi)
ERAC.
Ecco i capponi; Conte, ecco i capponi.
Eccoli, signor Dottore.
CARL.
Anche da noi se ne mangiano di questi.
ERAC.
Sapete trinciare voi? (al Conte)
CON.
Non ho grande abilità, per dirla.
ERAC.
Voi, Dottore, sapete trinciare?
DOTT.
Non signore, dispensatemi.
CARL.
Che vuol dir trinciare?
ERAC.
Tagliare, far le parti, spezzare.
CARL.
Nessuno sa far le parti, nessuno sa spezzare di voi? Siete bene ignoranti, taglierò io.
CON.
Eh via, non fate di queste scene...
CARL.
Sentite che caro signor fratello! Pare ch'io non sappia far niente.
Ci vuol tanto a spezzare un cappone? Si fa così da noi.
(prende il cappone per romperlo colle mani)
CON.
Fermatevi, dico.
ERAC.
Non me lo rovinate.
(leva il piatto)
CLA.
Che sorta di educazione ha avuto vostra sorella?
CON.
La Contessa sua madre ha creduto far bene a porla sotto la direzione di alcune vecchie sue zie; ecco il profitto che ne ha ricavato.
CLA.
Par impossibile ch'ella sia nata con civiltà.
MET.
Quando sarà mia cognata, le insegnerò io il costume civile.
CARL.
Ho da essere vostra cognata?
CON.
Sì, certo.
Non ve l'ho detto ch'io averò la fortuna di dar la mano a donna Metilde?
CLA.
Don Eraclio, pensateci bene prima di farlo.
ERAC.
Lasciatemi mangiare per ora.
CON.
Signora, porreste in dubbio la nobiltà della mia famiglia? (a donna Claudia)
DOTT.
Il contratto è steso, e dopo avere mangiato, noi lo stipuleremo.
MET.
Spicciamoci presto, dunque.
SCENA DICIASSETTESIMA
La JACOPINA e detti; poi messer NIBIO
JAC.
C'è uno che domanda del signor Conte.
CON.
E chi è che mi vuole?
ERAC.
Sarà quello dei mille zecchini.
Fatelo venire innanzi.
CON.
Si può sapere chi sia?
JAC.
Non lo conosco.
(Non gli vo' dire chi sia, per godere la bella scena).
(da sé)
ERAC.
Vediamolo chi è, fatelo venire.
JAC.
Subito.
(Oh come vuol restar brutto il signor Conte! Ma se lo merita, che voleva ingannare la povera padroncina).
(da sé, e parte)
ERAC.
Se fosse quello che vi porta il denaro, non abbiate soggezione di noi; dopo che averemo mangiato, potrà contarlo qui sulla tavola.
CON.
(Ohimè! chi vedo mai?) (da sé)
NIB.
Con licenza di lor signori.
CARL.
Mio padre.
ERAC.
Un villano? che vuoi tu qui? (adirato)
NIB.
Vengo in traccia de' miei figliuoli.
ERAC.
E dove sono i figliuoli tuoi?
NIB.
Eccoli qui: Pasquale e Carlotta.
ERAC.
Come! (tutti s'alzano)
CLA.
Che dice?
CON.
(Son perduto).
(da sé) Sarà un pazzo costui, non gli badate, signori.
NIB.
Hai tanto ardir, temerario, di dir pazzo a tuo padre?
CARL.
Mi maraviglio di voi, fratello, che strapazzate così nostro padre.
Sì signore, egli è messer Nibio, io sono Carlotta sua figlia, e il conte Nestore è Pasquale suo figlio.
ERAC.
Ercole, Ercole, dove sei?
CON.
(Ah, che ad un colpo simile non so resistere.
La natura tradisce la consueta mia intrepidezza; sento avvilirmi.
Arrossisco in faccia di chi mi vede).
(da sé) Signori...
io sono...
Mi maraviglio di chi non crede...
Ora ora...
vi farò conoscere chi sono.
(parte)
ERAC.
Sangue degli Eraclidi assassinato!
NIB.
E tu, tristarella che sei, abbandonasti questo povero vecchio padre, per seguire il pazzo di tuo fratello? Torna meco; deponi quegli abiti che ti stanno d'intorno; e vieni a riprendere la tua rocca, il tuo aratro, e la servitù di tuo padre.
CARL.
Signori, la contessa Carlotta vi fa umilissima riverenza, e in ricompensa del desinare che le avete dato, v'invita in campagna a mangiare un piatto di ravanelli.
(parte)
ERAC.
Ercole, Ercole, dove sei?
SCENA ULTIMA
ARLECCHINO e detti
ARL.
Ercole fa umilissima riverenza a lor signori, e el ghe fa saver, che sior Conte bona testa in sto ponto l'ha trovà el cavallo del conte Nibio so padre, el gh'ha montà suso; l'è andà fora della porta della città, el va via de galoppo per paura de esser fermà.
NIB.
Povero me! il temerario mi fugge; ma lo raggiungerò da per tutto, e almeno avrò ricuperato la figlia.
Signori, compatite un pazzo; ma da quello che intesi dire di voi, prima d'entrar qui dentro, credo che siate pazzi voi pure, niente meno di lui.
ARL.
L'ha dito una sentenza da Ciceron.
CLA.
(Resto attonita, non so parlare).
(da sé)
ARL.
Lustrissima, me esebisso mi de esser el so cavalier.
(a donna Claudia)
MET.
Povera me! sono rovinata.
Se non posso averlo come il conte Nestore, mi contenterei di averlo anche come Pasquale.
ARL.
Co l'è cussì, la fazza capital de Arlecchin.
(a donna Metilde)
CLA.
Ecco il frutto della vostra condotta.
(a don Eraclio)
ERAC.
A me rimproveri? Chi faceva le grazie al Conte, io, o voi?
CLA.
Avete ragione; non so che dire.
Fra le vostre e le mie pazzie ci siamo entrambi precipitati.
ERAC.
Signor Dottore, che sarà di me povero cavaliere?
DOTT.
Male assai, il palazzo è perduto.
ERAC.
Dove anderò a ricovrarmi?
ARL.
V'insegnerò mi un logo seguro, un logo comodo.
ERAC.
Dove mai?
ARL.
All'ospeal dei matti.
ERAC.
Ah sì, mi rimprovera ognun con ragione.
L'ospedale de' pazzi è luogo degno di me; luogo degno di un povero prosontuoso, che cercando nobilitarsi colla vanità del passato, si è rovinato in presente, e lo sarà peggio ancora nell'avvenire.
Prendano esempio da me i pazzi gloriosi, che chi si crede di essere più di quello ch'egli è, si riduce alla fine nella disperazione in cui sono, ridicolo, miserabile, maltrattato e schernito.
Fine della Commedia
...
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