IL RAGGIRATORE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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CON.
Fa quello che ti ho ordinato di fare, e ricordati di regalare la cameriera.
ARL.
E se la me dà dell'aseno?
CON.
Non importa.
ARL.
Sì, l'è la verità: se la me dise aseno, è segno che la me vol ben, che la desidera che gh'abbia del ben, perché i aseni al dì d'ancuo i xe quelli che gh'ha fortuna.
(parte)
SCENA QUARTA
Il CONTE, poi SPASIMO
CON.
Bellissima è la storiella di queste due graziose femmine, madre e figlia, che mi amano.
La figlia aspira all'onore delle mie nozze.
La madre all'onore della mia servitù.
Coltivo l'una e l'altra per il mio fine, e intanto, se dono sei, son sicuro di pigliar venti.
Per la stessa ragione soffro le insulsaggini di don Eraclio e di qualche altro suo pari.
A spese loro mantengomi in questa nobiltà ideale.
La mia contea è fondata sull'aria, e le mie rendite le ho stabilite sul raggiro della testa.
Se mi conoscessero, non mi direbbono il signor Conte.
Il conte Nestore sono io, il conte Nestore.
Pasquale di messer Nibio diventato è il conte Nestore.
SPAS.
Signore, favorisca venire all'uscio di strada, che vi è una femmina pazza, che non si può discacciare né colle buone, né colle cattive.
CON.
Una pazza? Quali pazzie ha ella fatte?
SPAS.
Senta se questa è una delle leggiere.
All'abito, alla figura, al modo suo di parlare, si vede una donna ordinaria; indovini chi si figura di essere?
CON.
Chi mai? qualche dama?
SPAS.
Sì, signore, una dama, ma qualche cosa di più.
CON.
Via, spicciati.
SPAS.
Dice di essere sorella di vossignoria illustrissima.
CON.
Mia sorella? Come si chiama costei?
SPAS.
Disse ella chiamarsi Carlotta.
CON.
(Povero me! sarà pur troppo colei).
(da sé)
SPAS.
Comandi, che cosa vuol che si faccia?
CON.
Aspetta.
(È una bestiaccia mia sorella.
È venuta a precipitarmi).
(da sé)
SPAS.
Ci vuol poco a cacciarla via costei.
Sono venuto a dirglielo, perché se mai sentisse a gridare...
CON.
Aspetta, ti dico.
(Come diavolo ha saputo ch'io mi ritrovo in Cremona?) (da sé)
SPAS.
(Ci vedo dell'imbroglio nel mio padrone.
La sarebbe bella, se fosse sua sorella davvero!) (da sé)
CON.
(Qui ci vuole un ripiego).
Dimmi, vieni qui.
Colei che dice essere mia sorella, è stata veduta da altri alla porta?
SPAS.
Non c'era nessuno, per buona fortuna.
CON.
Presto dunque, fa che passi, e conducila qui da me.
SPAS.
Ma come mai, signore...
CON.
Senti; ti voglio ammettere ad una confidenza che è importantissima.
SPAS.
Si fidi della pontualità mia.
CON.
E bada bene che, se tu parli, la tua vita è in pericolo.
SPAS.
(Costei è venuta a scoprire la contea del fratello).
(da sé)
CON.
(Il ripiego non è fuor di proposito).
Sappi che costei è una giovane di bassa estrazione, che ho amata per qualche tempo.
L'ho dovuta lasciare per altri impegni.
Ella per amore mi cerca, e per comparire con titolo onesto, ardisce di fingersi mia sorella.
SPAS.
Il solito è, in questi casi, fingersi moglie e non sorella, mi pare.
CON.
Poteva ella temere di ritrovarmi in casa una moglie vera; e già impegnato mi trova colla figliuola di don Eraclio.
SPAS.
Mandiamola via dunque.
CON.
No, non voglio inasprirla.
La farò partire da qui a qualche giorno.
SPAS.
E intanto passerà per sorella.
CON.
Questo può essere il minor male.
SPAS.
In quegli abiti farà poco onore al fratello.
CON.
A ciò si può rimediare.
Introducila presto, prima che mi faccia scorgere dal vicinato.
SPAS.
Vado subito.
CON.
E bada bene.
SPAS.
Non c'è pericolo.
(parte)
SCENA QUINTA
Il CONTE solo; poi CARLOTTA e SPASIMO
CON.
Mancavami ora codesto imbroglio.
Si può far peggio per me? Son curiosissimo di sapere come e perché sia costei venuta.
Minor male sarà, se non è venuto seco mio padre.
Con costei, che è donna alfine, posso compromettermi di farla essere quel che vogl'io; ma se venisse mio padre, che è uomo all'antica, vero contadino di que' rustici satraponi...
eccola.
Bella figura da farmi onore!
CARL.
L'ho poi ritrovato questo baronaccio di mio fratello.
CON.
Cara sorella, son contentissimo di vedervi.
SPAS.
(Ha principiato con un bel complimento).
(da sé)
CARL.
Bell'azione da somaraccio! piantarci tutti così, senza carità, senza discrezione.
SPAS.
(Non faccia che parli così, signore).
(piano al Conte)
CON.
(Amore la fa parlare; si lamenta, perché l'ho abbandonata).
(piano a Spasimo) Vattene, ti chiamerò se averò bisogno.
(a Spasimo)
SPAS.
Sì signore.
(in atto di partire)
CARL.
E vostro padre ancora mi ha detto...
CON.
Riposatevi; parleremo dappoi.
SPAS.
(Ha padre vivo il padrone).
(da sé)
CARL.
Eh, caro signor Pasquale...
CON.
Vuoi andartene? (a Spasimo)
SPAS.
Vado subito.
A chi dice Pasquale?
CON.
A te l'averà detto.
SPAS.
Fatemi grazia, signore, di dirle il mio nome, che se mi dice un'altra volta Pasquale, non mi terrò di dirle...
CON.
Vattene, e avverti di non parlare.
SPAS.
(Oh, temo voglia esser difficile che io non dica niente).
(da sé, e parte)
SCENA SESTA
Il CONTE e CARLOTTA
CARL.
Voi siete qui dorato, inargentato, e a casa vostra si muor dalla fame.
CON.
Zitto.
Il diavolo vi ha qui portata per rovinarmi.
Dite piano, che nessuno vi senta.
CARL.
Dirò piano quanto volete; ma ora sono con voi, e da voi non mi parto più, e voi ci dovete pensare.
CON.
Se saprete condurvi, se averete giudizio, io potrò fare la vostra fortuna.
CARL.
Son venuta qui per disperazione.
È stato detto in villa da noi, che voi eravate in Cremona.
Son due giorni che giro per ritrovarvi, e nessuno mi sa dar conto di voi.
Passando di qui, vi ho veduto a caso in finestra...
CON.
Avete domandato di me?
CARL.
A più di trenta persone.
CON.
Sapete chi sono io?
CARL.
Che domanda graziosa! non conoscerò mio fratello?
CON.
Ma in Cremona lo sapete chi sono?
CARL.
Chi siete in Cremona?
CON.
Il conte Nestore di Colle Ombroso.
CARL.
Serva umilissima del signor Conte.
CON.
Servitore umilissimo della signora Contessa.
CARL.
Per me non voglio titoli.
Ho bisogno di pane, e son venuta per questo.
CON.
Ma se volete star meco, avete a sostenere il mio grado.
CARL.
Con questi bei vestimenti?
CON.
Circa agli abiti, si fa presto.
Un rigattiere vi veste in meno di un'ora.
CARL.
Fate voi, fratello, io sono nelle vostre mani: ma badate bene, che ci faremo burlare.
CON.
So che avete dello spirito.
Quando voi sappiate adattarvi, la vostra compagnia mi sarà utile, mi sarà cara.
Non ho nessuno che tenga conto del mio.
CARL.
Avete roba? Avete quattrini?
CON.
Ho di tutto, sorella mia, non starete male.
CARL.
E la vostra povera moglie?
CON.
Un giorno penserò anche per lei.
CARL.
Voleva io ch'ella venisse con me.
CON.
No, per ora.
Sarei rovinato.
CARL.
E vostro padre?
CON Mio padre ha da vivere.
Pensate a voi, non pensate a loro.
Chi sa che non mi riesca di maritarvi col titolo di Contessa?
CARL.
Per il titolo stimo il meno.
La difficoltà consiste in saper fare.
CON.
Imparerete col tempo.
Vi darò io delle buone lezioni.
V'introdurrò a poco per volta nelle conversazioni civili.
Non dubitate: io sono in credito, e colla scorta mia farete voi pure la vostra bella figura.
Venite meco, che voglio farvi vedere i frutti dell'ingegno mio.
Vedrete ori, argenti, biancherie.
CARL.
Ma ditemi, in grazia, che mestiere fate?
CON.
Mi maraviglio di voi.
Son chi sono.
Il conte Nestore non fa mestieri.
(parte)
CARL.
Fortuna, ti ringrazio.
Se il conte Nestore non fa mestiero, avrà finito d'arar la terra anche la contessa Carlotta.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera in casa di don Eraclio.
Don ERACLIO e il DOTTORE
DOTT.
Si persuada, signor don Eraclio, che la cosa è così.
ERAC.
Voi non mi venderete lucciole per lanterne.
Di legge ne so ancor io quanto basta.
DOTT.
Ella, per quel ch'io sento, mi crede ignorantissimo.
ERAC.
Io non dico questo.
DOTT.
O un ignorante, o un furbo.
ERAC.
Né l'uno, né l'altro.
DOTT.
Dunque sarà vero, che la di lei causa è in pericolo.
ERAC.
Vi dico che la mia causa non la posso perdere.
DOTT.
Favorisca.
(Vorrei pur veder di convincerlo, se fosse possibile).
(da sé)
ERAC.
Ho esaminato bene l'articolo, e so che la causa non la posso perdere.
DOTT.
Favorisca.
Sa ella di essere debitore di Anselmo Taccagni di duemila scudi di capitale?
ERAC.
È verissimo.
DOTT.
E di sette anni di frutti al cinque per cento?
ERAC.
Non lo nego.
DOTT.
Dunque bisognerà soddisfarlo.
ERAC.
Ma la causa non la posso perdere.
DOTT.
Cospetto del diavolo! vossignoria debitore è certo.
ERAC.
Va bene.
DOTT.
Ha ella altro modo da pagare un tal debito, oltre la cessione del palazzo di cui si tratta?
ERAC.
Lo sapete; io non so dove rivolgermi per pagarlo.
DOTT.
Dunque la causa non si potrà sostenere.
ERAC.
Ma questa causa non la posso perdere.
DOTT.
Se avessi due teste, me ne vorrei tagliar una.
ERAC.
Tagliatevi quel che volete; la causa non la posso perdere.
DOTT.
Ma mi dica almen la ragione.
ERAC.
Siete un bel Dottore, se avete bisogno ch'io vi suggerisca il come, il modo, il perché.
DOTT.
Sarò un ignorante.
Favorisca d'illuminarmi.
ERAC.
In questa sorte di liti non procede il giudice more legalis.
DOTT.
More legali, vorrete dire.
ERAC.
Ecco qui, voi altri Dottori non sapete altro che stare attaccati alle lettere dell'alfabeto.
Un esse di più, un esse meno, vi fa specie; ma non sapete il fondo della ragione.
DOTT.
La sentirò volentieri da lei.
ERAC.
Da me sentirete di quelle cose che vi faranno stordire.
Troverete pochi cavalieri della mia nascita, del mio rango, della mia antichità, che sappiano, come me, di tutto quello che si può sapere.
DOTT.
Mi premerebbe saper per ora la di lei virtù nel proposito di questa causa.
ERAC.
In materia di cause ne ho difeso più di voi, forse, per carità, per amicizia, per protezione.
Il mio nome alla Curia è rispettato e temuto.
DOTT.
S'adoperi dunque per sé, come si è adoperato per gli altri.
ERAC.
A un cavalier mio pari non è lecito agire per me medesimo, come far saprei per un altro.
DOTT.
Illumini me almeno, che sono il di lei procuratore.
So il mio mestiere, per grazia del cielo; ma pure imparerò volentieri qualche cosa di più da un cavaliere del di lei talento.
ERAC.
Noi abbiamo una causa...
Come chiamate voi la causa che abbiamo?
DOTT.
Questo è un giudizio di Salviano, intentato da un legittimo creditore ipotecario per intenutare l'effetto obnoxio.
ERAC.
Questo obnoxio è un termine da Dottore; non lo capisco.
DOTT.
Vuol dire obbligato.
ERAC.
Bene dunque; noi abbiamo una causa di Salviano obnoxio.
DOTT.
Non confondiamo i termini.
ERAC.
Ed io vi dico, che la causa non si può perdere.
(alterato)
DOTT.
Se non mi dice la ragione, non ne sarò persuaso.
ERAC.
La ragione è questa.
Salviano non può portar via il palazzo obnoxio di un cavaliere ipotecario, che non ha altro che questo per il decoro della nobile sua famiglia.
Né vi può essere, né vi sarà giudice sì indiscreto, che dopo venti secoli di nobiltà voglia precipitare una famiglia come la mia, che discende da Eraclio, imperatore di Roma.
DOTT.
Eraclio è stato imperatore di Costantinopoli.
ERAC.
Questo non serve; ma la causa non si può perdere.
DOTT.
Ora che ho inteso la ragione, me ne consolo con lei: vada dal giudice, mostri la discendenza di Eraclio...
ERAC.
E gli farò vedere, che i miei antenati erano padroni del Po, dalla fontana Aretusa dov'egli nasce, sino all'Adriatico dove s'inselva.
DOTT.
Il Po s'inselva nel mare?
ERAC.
Voi non sapete altro che di Salviano.
DOTT.
Tutti non possono avere una mente così felice.
ERAC.
Dottore, parliamo di cose allegre.
Già la causa non si può perdere.
Oggi resterete a desinare con noi.
DOTT.
Riceverò le sue grazie.
(Convien pigliare quel che si può).
(da sé)
ERAC.
Abbiamo due capponi di Venezia, un allesso e un arrosto, e un pezzo di vitella mongana, e un piatto di ostriche, e due bottiglie esquisite, oltre il solito desinare che avrà ordinato la dama.
DOTT.
La signora donna Claudia è ella, per quel che si dice, che bada all'economia della casa.
ERAC.
Non si dice, che bada all'economia; queste sono ispezioni di gente bassa.
Donna Claudia mia moglie bada allo splendor della casa, non all'economia.
DOTT.
E vossignoria illustrissima non s'intrica nelle cose domestiche.
ERAC.
I pari miei non hanno l'uso, non hanno il tempo.
Altre cose maggiori occupano il mio talento.
DOTT.
Per esempio le liti.
ERAC.
Sì, anche le liti; ma non questa che abbiamo presentemente.
Questa è una lite che non si può perdere.
SCENA OTTAVA
CAPPALUNGA e detti.
CAPP.
Con permissione di vossignoria illustrissima.
ERAC.
Che? non c'è nessuno de' miei servitori?
CAPP.
Perdoni; non ho trovato nessuno.
Mi sono preso l'ardire.
ERAC.
Quelle due corniole che l'altro giorno mi avete venduto, non le stimano niente.
Dicono che ho gettato via il mio danaro.
CAPP.
Non se n'intendono questi signori.
Se vossignoria illustrissima non le avesse conosciute per antiche e buone, non le avrebbe comprate.
Io non ne ho cognizione, ma ella che sa, le ha conosciute subito; non vi è nessuno in questa città, che abbia l'intelligenza delle cose antiche, come ha il signor don Eraclio.
(al Dottore)
DOTT.
Sì, certo.
Egli è intelligente di tutto, specialmente poi delle liti.
ERAC.
Sì, delle liti, delle antichità, delle cose rare, me ne intendo più di nessuno.
E son sicuro che le corniole sono bellissime; e se le mando a Roma, me le pagano a peso d'oro.
DOTT.
Se sono corniole antiche, vagliono altro che a peso d'oro!
ERAC.
Tacete col vostro Salviano.
CAPP.
Signor don Eraclio, ho una bella cosa da fargli vedere.
ERAC.
Che cosa avete da farmi vedere?
CAPP.
Due quadri di Raffaello.
ERAC.
Di quel bravo, di quel celebre Veronese?
CAPP.
Non signore, non sono di Paolo Veronese, ma di Raffaello d'Urbino.
ERAC.
Voleva dire di quello.
Lasciatemeli vedere.
CAPP.
Ora subito.
(s'accosta alla scena, e chiama un uomo che viene con due quadri)
ERAC.
Li conoscerò io, se sono di Raffaello d'Urbino.
(al Dottore)
DOTT.
Badi bene, che non sieno copie.
ERAC.
Volete insegnare a me a conoscere le copie dagli originali?
DOTT.
Se mi permette, vado via.
Ritornerò a desinare.
ERAC.
Trattenetevi un poco; veggiamo questi due quadri.
CAPP.
Eccoli, signore: questi sono due gioje.
ERAC.
(Li va osservando con attenzione)
DOTT.
(Povero sciocco: non sa niente).
(da sé)
CAPP.
Ha mai veduto i più belli? (a don Eraclio)
ERAC.
Aspettate.
(cava l'occhiale per vederli meglio)
DOTT.
(Più che guarda, meno ne sa).
(da sé)
ERAC.
È vero, sono di Raffaello da Pesaro.
CAPP.
D'Urbino, vuol dire.
ERAC.
Da Pesaro a Urbino non ci sono che poche miglia.
DOTT.
(Parmi che stia mal di memoria ancora).
(da sé)
ERAC.
Quanto vagliono questi due quadri di Raffaello?
CAPP.
Non dica quanto vagliono, che non hanno prezzo.
Sono di una vedova, che non sa più che tanto.
ERAC.
Si possono aver per poco, dunque?
CAPP.
Ma è stata un po' maliziata, perché dietro alla tela vi ha ritrovato scritto il nome dell'autore, e si è informata, e ha inteso dire che le pitture di Raffaello sono rarissime.
ERAC.
Sono rarissime, lo so ancor io.
Lasciate vedere.
(osserva per di dietro ai quadri) Ecco il nome dell'autore.
Non si può negare che non sieno di Raffaello d'Urbino.
(al Dottore)
DOTT.
Chi se ne intende, non ha da cercare la sicurezza dietro del quadro.
ERAC.
Qui non si tratta di Salviano, signor Dottore.
Quanto vuole la vedova di questi due quadri di Raffaello d'Urbino? (a Cappalunga)
CAPP.
Ella mi ha domandato dieci zecchini l'uno: ma se si potessero aver per otto...
ERAC.
Per otto zecchini l'uno, sono assai piccoli, ne ho comprato uno l'altro ieri, grande sei volte tanto, per tre zecchini.
CAPP.
Di Raffaello d'Urbino?
ERAC.
Non so di che mano sia.
Ma non è cattivo.
CAPP.
Perdoni.
I quadri non si apprezzano dalla grandezza...
ERAC.
Lo so ancor io: dalla mano.
SCENA NONA
Il CONTE NESTORE e detti.
CON.
Servitore di don Eraclio.
ERAC.
Amico, siete venuto in buona occasione.
Osservate questi due pezzi di quadro.
CON.
Oh belli!
ERAC.
Indovinate di che autor sono.
(Non gli lasciate veder la tela per di dietro).
(a Cappalunga)
CON.
Per me li giudico di Raffaele d'Urbino.
ERAC.
Originali, o copie?
CON.
Originali bellissimi.
ERAC.
Così diceva ancor io.
Indovinate quanto ne vogliono.
CON.
Se si dovessero valutare per quel che vagliono.
CAPP.
Per otto zecchini l'uno si possono prendere?
CON.
Li prenderei ancor io per questo prezzo.
(Bravo Cappalunga, si è portato bene).
(da sé)
DOTT.
(Ci gioco io, che sono d'accordo fra questi due).
(da sé)
ERAC.
Facciamo così, Conte, prendiamone uno per uno.
CON.
Sarebbe peccato lo scompagnarli.
ERAC.
Se volete ch'io ve li ceda...
CON.
Vi ringrazio.
Se fossi al mio feudo, li comprarei; ma qui non ho casa mia, e poi ora ho da spendere in altro.
È capitata stamane la Contessa mia sorella.
ERAC.
Davvero? me ne consolo.
Verrò a fare i miei complimenti colla dama.
CON.
Mi farete onore, ma spicciatevi da quest'uomo, e non vi lasciate scappare una sì bella occasione.
ERAC.
Portateli nel mio gabinetto, e aspettatemi, che ora vengo.
(a Cappalunga)
CAPP.
Sì signore.
(Mi sono portato bene?) (al Conte)
CON.
(Bravissimo.
Aspettatemi dallo speziale).
CAPP.
(Sì signore).
(parte)
SCENA DECIMA
Don ERACLIO, il CONTE, il DOTTORE
CON.
Come va la causa, signor Dottore?
DOTT.
Peggio che mai, signore.
ERAC.
Eccolo qui; è ostinato a credere che voglia terminar male.
E io giudico, e sostengo, e provo, che la causa non si può perdere.
CON.
Così diceva ancor io; mi pare che don Eraclio non la possa perdere.
DOTT.
Ma la ragione su cui si fonda, è ridicola.
CON.
Su qual principio fondate voi, don Eraclio, la ragione vostra?
ERAC.
Sovra un principio certo, infallibile.
DOTT.
Perché un cavaliere non ha da restare senza il palazzo...
ERAC.
Tacete.
Non è questo solo il motivo.
CON.
No, non è questo il solo motivo.
Conviene esaminare la natura del debito.
ERAC.
Questo conviene esaminare.
CON.
E se l'ipoteca è generale, o speciale.
ERAC.
E se è generale, non si può dire speciale.
CON.
E se al contratto mancano le debite solennità, non tiene.
ERAC.
Non tiene un contratto, che è fatto senza solennità.
Il Conte sa quel che dice.
Dottore, vi aspetto a mangiare i capponi meco, e la causa non si può perdere.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Il CONTE ed il DOTTORE
CON.
Questi è l'uomo più felice del mondo.
DOTT.
Ma la sua felicità vuol durare per poco.
CON.
Intanto godrete oggi anche voi del buon gusto della sua tavola.
DOTT.
Mi ha nominato i capponi di Venezia.
Chi non verrebbe a mangiarne? In tutto il mondo non si trovano i più preziosi.
CON.
E dove trattasi di pelare, il signor Dottore non manca.
DOTT.
E il signor Conte non monda nespole.
CON.
Don Eraclio è il miglior cappone del mondo.
DOTT.
Ed ora Raffaello d'Urbino ha terminato di capponarlo.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Il CONTE, poi donna METILDE
CON.
Costui mi conosce un poco meglio degli altri; ma son certo però, che trovandoci il suo interesse a tenersi meco, non mi recherà pregiudizio.
Non so, se colui d'Arlecchino avrà portato alle dame i miei regalucci.
Ecco donna Metilde: veramente è una damina gentile, peccato che non abbia ventimila scudi di dote! Non vorrei che amore mi corbellasse.
Starò in guardia più che potrò.
MET.
Serva, signor Conte.
CON.
Riverisco la signora donna Metilde.
MET.
Giacché non c'è nessuno, vorrei prendermi una libertà.
CON.
Potete esser sicura di tutto il mio rispetto, e dirò anche della mia tenerezza.
MET.
Tenete questa carta; riponetela presto, presto.
CON.
Che vi è qui dentro, signora?
MET.
Lo vedrete poi.
Compatite.
CON.
Permettetemi che possa almeno vedere...
MET.
No, vi dico, non voglio.
L'aprirete quando sarete da voi.
CON.
Non so che dire.
Voi sempre mi caricate di grazie.
MET.
Sono piccioli segni dell'affetto mio.
CON.
Veggo a mia confusione con quanta bontà mi trattate.
MET.
Se potessi, farei di più.
CON.
Arlecchino è ritornato qui questa mane?
MET.
Lo vidi, che appena mi era alzata dal letto, non gli ho potuto dire quel ch'io voleva.
Mia madre è una tiranna con me.
CON.
Dopo non è tornato?
MET.
No certo.
CON.
Potrebbe essere ritornato, che voi non lo sapeste.
Vi è dubbio che possa averlo veduto donna Claudia senza di voi?
MET.
Non può essere, perché ella è stata sinora alla tavoletta.
Tre ore ci sta ogni mattina allo specchio, e se io sto mezz'ora, mi grida.
CON.
Spiacemi che non abbiate veduto colui.
MET.
Perché? aveva qualche cosa da dirmi?
CON.
Aveva una cosuccia da darvi.
MET.
Che mai?
CON.
Una picciola tabacchiera d'avorio, con una miniatura eccellente.
Quando verrà, vi supplico d'aggradirla.
MET.
Tutto è prezioso quel che viene dalle mani del signor Conte.
CON.
Posso vedere quel che rinchiude la carta?
MET.
Per ora no, vi dico.
Mi basta che l'aggradite, e che, per segno d'aggradimento, vi degnate di farne uso.
CON.
Qualunque sia la finezza che voi mi fate, non lo trascurerà il mio rispetto.
SCENA TREDICESIMA
Donna CLAUDIA e detti
CLA.
Che fate qui, scioccarella?
MET.
Niente, signora.
CON.
Appunto m'informava da lei, dove poteasi riverir donna Claudia.
CLA.
La mia camera sapete dov'è, né vi è bisogno che prendiate lingua da lei.
CON.
Signora, credo vi sia nota l'onestà mia, onde non possiate temere...
CLA.
Non vi offendete, Conte, che non lo dico per voi.
MET.
Lo dice per me la signora madre.
Gli dispiace ch'io sia qui, perché vi è il signor Conte.
Anderò via, se comanda.
CLA.
(Arditella!) Restate, io non ho soggezione di voi; anzi deggio parlare al conte Nestore per conto vostro, ed ho piacere che ci siate.
(Vorrei disfarmene di costei).
(da sé)
MET.
(Se almeno mi proponesse a lui per isposa; ma sarà difficile).
(da sé)
CLA.
Accomodatevi.
(siede)
CON.
Per obbedirvi.
(siede)
CLA.
Sedete, sedete voi pure.
(a donna Metilde)
MET.
Sì signora.
(siede vicino al Conte)
CLA.
Chi vi ha insegnata la civiltà? Non si dà incomodo alle persone, sedendo da vicino.
MET.
La sedia era qui...
(scostandosi)
CON.
Resti pure.
Anzi, nella stagione in cui siamo, si sta meglio vicini.
MET.
Mi accosterò dunque.
(alzandosi un poco)
CLA.
Sfacciatella.
A chi dico io?
MET.
Compatisca.
(rimane al suo posto)
CON.
(Sono in un pochino d'imbroglio; ma saprò condurmi).
(da sé)
CLA.
È qualche tempo che ho desiderio di sfogarmi un poco colla mia signora figliuola.
Da sola a sola non ho voluto farlo, temendo che l'ardir suo e la mia intolleranza mi conducessero a qualche eccesso.
Mio marito è come se non ci fosse; non pensa che a rovinare la casa, ed a me lascia il peso della famiglia.
Tutto anderebbe bene, mercé la mia direzione, se non avessi una figlia, che mi dà occasione di essere malcontenta.
MET.
Che cosa le faccio io, che non mi può vedere?
CLA.
Che cosa andate dicendo voi, ch'io attraverso le vostre fortune, che non cerco di collocarvi, che sono una madre tiranna?
MET.
Sempre, chi riporta, vi aggiunge qualche cosa del suo.
CLA.
Possono avere aggiunto: ma qualche cosa averete detto.
MET.
Ho detto certo, ho detto.
CON.
Signore mie, non fate che la soverchia delicatezza vi faccia prendere le pagliucce per travi.
CLA.
No, Conte, giacché ci siamo in questo discorso, contentatevi che si proseguisca.
CON.
Cara donna Claudia, vi supplico non inoltrarvi in un discorso che ora sembrami inopportuno.
Fatelo in grazia mia, s'egli è vero che abbiate della bontà per me.
(sottovoce a donna Claudia)
CLA.
Voi avete l'arbitrio di comandarmi.
Sospenderò per ora.
CON.
Permettetemi ch'io vi dica una cosa, ch'ella non senta.
(come sopra)
CLA.
Parlate pure con libertà.
(s'accosta colla sedia)
CON.
(Doveva venire poco fa Arlecchino, a recarvi in mio nome un piccolo segno della mia rispettosa memoria; sarebbe egli venuto?) (piano a donna Claudia, e donna Metilde freme)
CLA.
(Non l'ho riveduto dopo la prima volta.
Spiacemi v'incomodiate...)
CON.
(Vi supplico di scusarmi).
CLA.
(Se è lecito, di che cosa mi avete voi onorata?)
CON.
(Un picciolo astuccio d'Inghilterra con un picciolo finimento d'oro).
(È princisbech, ma non importa).
(da sé)
CLA.
(Sono tenuta alla vostra cortese attenzione...)
MET.
Signora madre.
CLA.
Che cosa volete?
MET.
Perdoni; non incomodi tanto il signor Conte.
CLA.
Fraschetta.
(si ritira un poco)
CON.
Abbiamo ragionato di voi, signorina.
MET.
Me l'immagino.
La signora madre parla volentieri di me.
CLA.
Sentite? Sempre sospetta di me, e sempre con un simile fondamento.
Orsù, alle corte, quello che voleva dire è questo...
CON.
Ma signora...
CLA.
Non è cosa che possa produr mal effetto.
Metilde è in età da marito; voglio collocarla quanto più presto si può.
E voi che siete un cavaliere entrante, che ha delle aderenze lontane, vi prego stare in traccia, se si trovasse un partito buono.
MET.
(Mi vorrebbe maritare lontana, per non avermi dinanzi agli occhi).
(da sé)
CON.
Non mancherò, signora, di usare ogni possibile diligenza per rinvenire partito degno di lei.
CLA.
Direte ora, ch'io non cerco di collocarvi?
MET.
Ma mi vorrebbe mandar lontano.
CLA.
Qui non mi si offre un genero, che degno sia della nostra casa.
MET.
Il signor conte Nestore non è di sangue nobile quanto noi?
CON.
Donna Claudia non ha ancora certa contezza della mia nobiltà.
CLA.
Vi credo nobilissimo, Conte mio; ma son certa che avreste difficoltà a pigliarla, sentendola a ragionare così.
MET.
È egli vero, signor Conte, che ci avreste della difficoltà?
CON.
Signore mie, prima che c'impegniamo in un discorso che non può essere tanto breve, permettetemi che io vi dica una cosa che mi era dimenticata.
Due ore sono, è capitata qui mia sorella
CLA.
La Contessa vostra sorella?
MET.
Come si chiama?
CON.
Carlotta.
CLA.
Voglio aver l'onor di conoscerla.
MET.
Anch'io, se mi sarà permesso.
CLA.
Voi la vedrete quando verrà a favorirci.
Intanto anderò oggi a farle una visita, se il conte Nestore me lo permette.
CON.
(Diavolo! troppo presto).
(da sé) È un poco stanca dal viaggio, signora.
CLA.
M'informerò quando averà riposato.
CON.
Non mancherà tempo...
CLA.
No certo.
Oggi vo' vederla; vo' conoscerla ed abbracciarla.
CON.
(Vuol essere bene imbrogliata).
(da sé)
MET.
Ora, signor Conte, finite di dire quello che avete tralasciato di dire.
CON.
Nella situazione in cui sono, colla sorella che mi vuol dar da pensare, non ho il capo a segno per parlare con fondamento.
CLA.
No, Conte, se avete qualche inclinazione per la figliuola, ditelo liberamente.
MET.
Parlate pure, se avete niente in contrario.
CON.
Parmi di sentir gente.
Ecco qui Arlecchino.
SCENA QUATTORDICESIMA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Servitor umilissimo.
Fazzo riverenza; patroni.
CON.
(È venuto a tempo costui).
(da sé) (Tanto vi siete fatto aspettare?) (s'accosta ad Arlecchino)
ARL.
L'è stà per causa de Giacomina.
CON.
(Secondatemi).
(piano ad Arlecchino) Vado subito Signore, con permissione.
La Contessa mia sorella ha bisogno di me.
CLA.
Ci volete lasciare?
MET.
Senza terminare il discorso?
CON.
Resterei; ma...
non ha detto ch'io vada subito mia sorella? (ad Arlecchino)
ARL.
Sorella?
CON.
La Contessa non ha detto ch'io vada subito?
ARL.
Sior sì...
subito.
CLA.
Fatele i miei umilissimi complimenti.
MET.
Anche per parte mia, signore.
CON.
Sarà favorita delle grazie vostre.
Con permissione (Prima di dar loro quel che vi ho consegnato, badate bene che siano sole, che una non se ne avveda dell'altra).
(piano ad Arlecchino) All'onore di riverirvi.
(alle due dame, e parte)
CLA.
Serva.
MET.
Serva divota.
SCENA QUINDICESIMA
Donna CLAUDIA, donna METILDE, ARLECCHINO
ARL.
(Me despiase che le sia qua tutte do.
Ma son capace anca de darghe ogni cossa, senza che una se ne incorza dell'altra).
(da sé)
CLA.
Vi ha mandato qui dunque la sorella del Conte?
ARL.
(Questo mo l'è un altro imbroio).
Siora sì, son vegnù, per dirla...
per causa de un servitor che vorave andar a servir, e i m'ha dito che vussioria ghe n'aveva bisogno.
CLA.
Sì, è vero.
Dov'è costui?
ARL.
El sarà là de fora; l'è vegnù qua con mi.
(finge guardar tra le scene)
CLA.
(si volta verso la scena)
ARL.
La tegna un regaletto de sior Conte.
(piano a donna Metilde, e le dà l'astuccio)
MET.
(Un astuccio? Mi aveva detto una tabacchiera).
(da sé)
CLA.
Dov'è costui? Non lo vedo.
ARL.
Che el sia andà via? Menego, dov'estu? (s'accosta a donna Claudia)
MET.
(Osserva l'astuccio) (Non vorrei che lo vedesse mia madre).
(da sé)
ARL.
(La tegna un regaletto de sior Conte).
(piano a donna Claudia, e le dà la tabacchiera)
CLA.
(Mi disse il Conte, che mi regalava un astuccio).
(piano ad Arlecchino)
ARL.
(Oh diavolo, ho fallà).
(da sé) (La tegna per adesso questa).
(a donna Claudia)
CLA.
Ringraziatelo.
ARL.
Siora sì, la sarà servida.
Bisogna che Menego sia andà via, el tornerà.
CLA.
Ditemi, è bella la Contessa?
ARL.
Chi Contessa?
CLA.
La sorella del conte Nestore.
ARL.
Ah sì, no la xe brutta.
(Mi no so gnanca che la sia a sto mondo).
(da sé)
MET.
È giovane?
ARL.
Cussì e cussì.
CLA.
È una bella figura?
ARL.
Piuttosto.
MET.
Parla bene?
ARL.
Per quel che ho sentìo mi, no me descontento.
CLA.
Somiglia al fratello suo?
ARL.
Qualcossa.
MET.
È bianca in viso?
ARL.
Ghe vedo poco, no l'ho vista ben.
CLA.
Com'è venuta?
ARL.
La sarà vegnuda, come che la sarà vegnuda.
MET.
Quando è arrivata?
ARL.
Gier sera.
CLA.
Come ieri sera, se ha detto il Conte che è arrivata questa mattina?
ARL.
Siora sì, stamattina.
(Adessadesso le me chiappa in rede).
(da sé)
CLA.
Chi l'ha accompagnata?
ARL.
Sior, vegno subito.
(verso la scena)
CLA.
A Chi dite?
ARL.
El sior Conte me chiama; con so bona grazia.
CLA.
Riveritelo.
ARL.
La sarà servida.
MET.
(Ringraziatelo).
(piano ad Arlecchino)
ARL.
Padrona sì.
CLA.
Se vedete la signora Contessa...
ARL.
Ho capio.
Se vederò siora Contessa, la saluderò da parte soa.
(Mai più son stà in t'un imbroio più grando de questo.
E per cavarse a tempo, no ghe voleva altro che una testa de bronzo co fa la mia).
(da sé, e parte)
MET.
(Ho curiosità di veder bene l'astuccio) (da sé)
CLA.
(Non so come l'astuccio guernito d'oro siasi convertito in una tabacchiera di poco prezzo).
(da sé)
MET.
Con sua licenza, signora.
CLA.
Andate, andate, che parleremo dappoi.
(incamminandosi)
MET.
Sì, signora, quando comanda.
(incamminandosi)
CLA.
Un poco più di rispetto alla madre.
(incamminandosi)
MET.
Un poco più di carità alla figliuola.
(incamminandosi)
CLA.
Le fanciulle non si prendono tal libertà cogli uomini.
MET.
Io non credeva che ciò convenisse alle maritate.
CLA.
Fraschetta!
MET.
Ho detto male?
CLA.
Levamiti dinanzi.
(parte)
MET.
Farò tanto, che mi mariterà per disperazione.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Segue la stessa camera.
JACOPINA e ARLECCHINO
ARL.
Mo via, no siè cussì ingrata con chi ve vol ben.
JAC.
Voi siete qui colle solite seccature.
ARL.
Aveu paura che le mie seccature le ve fazza calar la carne?
JAC.
Ho paura, se mi scappa la pazienza di dosso, avervi da dare qualche cosa nel grugno.
ARL.
El grugno el gh'ha i porchi, patrona; no mi, che per soranome i me dise Arlecchin Visobello.
JAC.
Chi diavolo è stato colui che vi ha posto il nome di Visobello?
ARL.
Me xe stà dà sto bel titolo da una congregazion de femene, che cognosse el mio merito.
JAC.
L'avranno detto per burlarvi, come si dice, per esempio, bravo ad un asino.
ARL.
L'aseno el gh'avè sempre in bocca.
JAC.
Non me lo ricordo mai, se non quando vi vedo.
ARL.
Acciò che el podè véder meggio, un'altra volta voio vegnir con un specchio.
JAC.
Bricconaccio! credete che non vi capisca? Specchiatevi in una galera, che vedrete il vostro ritratto.
ARL.
Giacomina, non andar in collera.
JAC.
Se verrete più voi in questa casa, me n'anderò io.
ARL.
Via, femo pase.
JAC.
Con voi non voglio aver che fare.
ARL.
Anca sì, che femo pase?
JAC.
Oh, non vi è pericolo.
ARL.
Ghe scometto un scudo, che femo pase.
JAC.
Mi vien da ridere, quando dite di giuocare uno scudo.
Se non avete un quattrino!
ARL.
Mi no gh'ho bezzi? Come se chiamelo questo? (mostra lo scudo)
JAC.
Si chiama scudo.
Dove l'avete avuto?
ARL.
Oe, digo, ve piaselo adesso sto grugno? (s'attacca lo scudo alla fronte)
JAC.
Ora mi piace; ora vi si può dir veramente Arlecchino Visobello.
ARL.
Ghe zogo sto scudo, che tra vu e mi femo pase.
JAC.
Come intendete voi di giuocare lo scudo? Se si fa la pace, ho da dare uno scudo a voi?
ARL.
La scomessa la doverave esser cussì.
JAC.
Non la facciamo in eterno.
ARL.
Femo donca in sì altra maniera.
Scometto sto scudo che tra vu e mi no se fa più pase.
JAC.
Io posso giuocare che si farà.
ARL.
Va un scudo.
JAC.
Depositatelo nelle mie mani.
ARL.
E vu cossa metteu su per scomessa?
JAC.
La mia parola non vale?
ARL.
Via, voggio crederve per el vostro scudo, ma no vorave rischiar el mio malamente.
JAC.
Come sarebbe a dire?
ARL.
No ve fidè de mi?
JAC.
Non signore.
ARL.
Femo cussì.
Tegnimolo in deposito tutti do.
Mezzo per omo.
JAC.
Bene, date qui.
ARL.
Eccolo.
Tegnimolo in do.
Va sto scudo, che no se fa la pase.
(tengono lo scudo in due)
JAC.
Va lo scudo, che si fa la pace.
ARL.
Vu sè una femena ingrata.
JAC.
Non parliamo più del passato.
ARL.
M'avè strapazzà, m'avè dito aseno.
JAC.
L'ho detto per ischerzo.
Siete un uomo di garbo.
ARL.
Sto muso xelo un grugno de porco?
JAC.
No; anzi avete un visino bello, bellissimo.
ARL.
Se no me podè véder.
JAC.
Se siete anzi il mio caro.
ARL.
El vostro caro?
JAC.
È fatta la pace?
ARL.
Oibò.
Voggio vendicarme delle insolenze che ho ricevesto.
JAC.
In questa maniera la pace non si farà mai.
ARL.
E el scudo el resterà per mi.
JAC.
(Lo vorrei per me, se potessi).
(da sé)
ARL.
(Se l'ho da spender, no lo vol buttar via).
(da sé)
JAC.
Via, caro Arlecchino, amor mio, vita mia.
ARL.
Ste parolette dolce no le basta, patrona, per obbligarme; ghe vol qualcossa de meio.
JAC.
Poverino! povero Arlecchino! (accarezzandolo modestamente)
ARL.
Me principia a passar la collera.
JAC.
Datemi la vostra manina, caro.
ARL.
Baroncella!
JAC.
Siete grazioso, amabile, mi fate proprio ardere per vostro amore.
ARL.
Vago in acqua de viole.
JAC.
È fatta la pace?
ARL.
Sì, la xe fatta.
JAC.
Lo scudo è mio
ARL.
El scudo xe vostro.
JAC.
Ora che ho guadagnato lo scudo, andatevi a far squartare.
ARL.
Come! sto tradimento? El mio scudo.
JAC.
La scommessa è stata per far la pace; la pace è fatta, lo scudo è mio.
Non ho promesso che la pace duri.
E se volete che il vostro viso mi piaccia, copritelo tutto di questa roba, altrimenti, signor Arlecchino, non sperate mai e poi mai che il vostro grugno mi piaccia.
(parte)
SCENA SECONDA
ARLECCHINO, poi donna METILDE
ARL.
Credeva de saverghene assae, ma custìa la ghe ne sa più de mi.
La m'ha cuccà el scudo, e de più la m'ha strapazzà.
No ho gnanca avù tempo de dirghe gnente per el sior Conte a proposito del scudo, per rason delle do patrone...
Qua ghe ne vien giusto una.
Adesso, se la me interroga de siora Contessa, posso darghe soddisfazion.
L'ho vista, e per dir la verità, ghe vol un gran cuor a creder che la sia Contessa.
MET.
Ehi, galantuomo.
ARL.
Obbligatissimo.
Questo xe el mio titolo che me vien; mi no gh'è nissun che mel voggia dar.
MET.
Ditemi un poco: il signor Conte vi ha detto di dare a me quell'astuccio?
ARL.
Siora sì, el stucchio me l'ha dà sior Conte.
MET.
Per dare a me?
ARL.
Se no avesse fallà; ma no crederia.
MET.
Non vi disse di darmi una scatoluccia d'avorio?
ARL.
Per dir la verità, gh'aveva da dar anca la scatola.
MET.
Una scatola quadrata.
ARL.
Quadrata.
MET.
Bassina.
ARL.
Bassina.
MET.
Con il coperchio miniato.
ARL.
Miniato.
MET.
Questa l'ha nelle mani mia madre.
ARL.
Oh cospetto del diavolo! la gh'ha so siora madre?
MET.
Senz'altro.
L'ho veduta poco fa nelle di lei mani: e quando se n'è accorta ch'io la vedeva, l'ha rimpiattata.
ARL.
Vardè, quando che i dise dei accidenti del mondo!
MET.
Ma come può essere questo sbaglio accaduto?
ARL.
Siora, bisogna che ghe confessa la verità.
MET.
C'è qualche inganno qui sotto.
ARL.
No ghe xe gnente d'inganno.
La xe stada una mia locaggine.
La scatola...
La me compatissa, per amor del cielo.
MET.
Via non mi fate penare.
ARL.
(Intanto penso quel che ho da dir).
(da sé) La scatola l'ho persa, e bisogna che l'abbia persa in sta casa, e che so siora madre l'abbia trovada.
MET.
Può essere ch'ella sia così.
Per altro l'astuccio mi è caro più della scatola.
Viene a me, non è vero?
ARL.
Seguro.
MET.
Mandava a me l'uno e l'altro.
ARL.
Tutto a ela.
MET.
Questo cerchio che lo contorna, crediamo noi che sia d'oro? (va mostrando l'astuccio ad Arlecchino)
ARL.
D'oro, d'orissimo.
SCENA TERZA
Donna CLAUDIA e detti.
MET.
E lo stuzzicadenti che vi è dentro, sarà d'oro esso pure? (aprendo l'astuccio)
CLA.
(Osserva in disparte)
ARL.
Oro fin, oro antigo.
De quello che se usava al tempo de Otton imperator.
MET.
È una bella galanteria.
ARL.
Bella!...
...
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