Letteratura Italiana
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IL TURNO, di Luigi Pirandello
Il turno
di Luigi Pirandello
I
Giovane d'oro, sì sì, giovane d'oro, Pepè Alletto! - il Ravì si sarebbe guardato bene dal negarlo; ma, quanto a concedergli la mano di Stellina, no via: non voleva se ne parlasse neanche per ischerzo.
- Ragioniamo!
Gli sarebbe piaciuto maritar la figlia col consenso popolare, come diceva; e andava in giro per la città, fermando amici e conoscenti per averne un parere.
Tutti però, sentendo il nome del marito che intendeva dare alla figliuola, strabiliavano, strasecolavano:
- Don Diego Alcozèr?
Il Ravì frenava a stento un moto di stizza, si provava a sorridere e ripeteva, protendendo le mani:
- Aspettate...
Ragioniamo!
Ma che ragionare! Alcuni finanche gli domandavano se lo dicesse proprio sul serio:
- Don Diego Alcozèr?
E sbruffavano una risata.
Da costoro il Ravì si allontanava indignato, dicendo:
- Scusate tanto, credevo che foste persone ragionevoli.
Perché lui, veramente, ci ragionava su quel partito, ci ragionava con la più profonda convinzione che fosse una fortuna per la figliuola.
E s'era intestato di persuaderne anche gli altri, quelli almeno che gli permettevano di sfogare l'esasperazione crescente di giorno in giorno.
- Avete voluto la libertà, santo Dio! il re che regna e non governa, la leva per tutti, un esercito formidabile, ponti e strade, ferrovie, telegrafo, illuminazione: cose belle, bellissime, che piacciono anche a me: ma si pagano, signori miei! E le conseguenze quali sono? Due, nel caso mio.
Numero uno: ho lavorato come unarcibue, tutta la vita, onestamente per mia disgrazia e non son riuscito a mettere da parte tanto da poter per ora maritare la figlia secondo il suo piacere, che sarebbe anche il mio.
Numero due: giovanotti, non ce n'è: intendo dire di quelli che a un padre previdente possano assicurare, sposando, il benessere della figliuola: prima che si facciano una posizione, Dio sa quel che ci vuole; quando se la son fatta, pretendono la dote e fanno bene; senza posizione, in coscienza, quale padre affiderebbe loro la figlia? Dunque? Dunque bisogna sposare un vecchio, vi dico, se il vecchio è ricco.
Di giovani poi, volendo, alla morte del vecchio, ce n'è quanti se ne vuole.
Che c'era da ridere? Parlava da senno, lui! Perché:
- Ragioniamo...
Se don Diego Alcozèr avesse avuto cinquanta o sessant'anni, no: dieci, quindici anni di sacrifizio sarebbero stati troppi per la figliuola; ed egli non avrebbe mai accettato quel partito.
Ma ne aveva, a buon conto, settantadue, don Diego! E non c'era dunque da temer pericoli di nessuna sorta.
Più che matrimonio, in fondo, sarebbe quasi una pura e semplice adozione.
Stellina entrerebbe come una figliuola in casa di don Diego: né più né meno.
Invece di stare in casa del padre, starebbe in quell'altra casa, con più comodi, da padrona assoluta: casa d'un galantuomo alla fin fine: nessuno osava metterlo in dubbio, questo.
Dunque, che sacrifizio? Aspettare qua o là.
Con questa differenza, che aspettare qua, in casa del padre, sarebbe tempo perduto, non potendo egli far nulla per la figliuola; mentre, aspettando là, tre, quattr'anni...
- Mi spiego? - domandava a questo punto il Ravì, abbagliato lui stesso dalle sue ragioni e sempre più convinto.
Don Diego Alcozèr aveva già preso quattro mogli? E che per questo? Tanto meglio, anzi! Stellina non sarebbe così sciocca da farsi (e squadrava le corna) sotterrare dal vecchio, come le altre quattro: col tempo e con la mano di Dio avrebbe lei, invece, composto in pace il corpo del marito benefattore, e allora, ecco, allora sì il giovanotto! Bella, ricca, allevata come una principessina, sarebbe stata un vero panin di zucchero; e i giovanotti, così, a sciame, come le mosche, attorno a lei.
Gli pareva impossibile che la gente non si capacitasse di questo suo ragionamento: era caparbietà, cocciutaggine, arrestarsi a considerar soltanto il sacrifizio momentaneo di quelle nozze col vecchio.
Come se oltre quello scoglio, oltre quella secca, non ci fosse il mare libero e la buona ventura! Lì,
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