IL VECCHIO DIO, di Luigi Pirandello - pagina 18
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Fidava in Dio, però, che quel podere dove la sant'anima del marito aveva buttato tanti denari, quel podere, come non se l'era goduto lei, non se lo sarebbe goduto neanche colui.
E un giorno mandò a chiamare il vecchio.
Maràbito le si presentò tutt'afflitto e imbarazzato.
La signora Nela, appena lo vide, rinnovò i pianti e gli strilli; poi proruppe:
- Vedete? vedete che avete fatto?
Il vecchio aveva anche lui le lagrime agli occhi.
- Non piangete! non piangete! - gli gridò subito con rabbia la signora Nela.
- A un solo patto posso perdonarvi: a patto che facciate a lui, a quel brigante, ciò che faceste a mio marito! Scorticatelo vivo, fatelo morire prima di voi, e vi perdono! Non v'arrischiate di morire ora, sapete! Non deve goderselo il podere, quel brigante! non deve berselo il sangue di mio marito! Se siete cristiano, se avete coscienza, se vi preme l'onore, campate! campate! sempre in salute, mi raccomando! vegeto e forte, finché egli non crepi! Avete capito?
- 'Cillenzasí, come voscenza comanda, - rispose il vecchio investito, stordito da quella furia rabbiosa di parole.
- Ma signora mia, mi creda, sono mortificato, e Dio solo sa quello che provo dentro di me in questo momento.
Potevo mai credere, potevo mai aspettarmi, che dovessi campar tanto?
- E altrettanto, altrettanto dovete campare! - riprese con nuova furia la signora Nela.
- Per castigo di quell'imbroglione! Datevi cura! Se vi bisogna qualche cosa, ditelo, venite da me.
Perfino il pane di bocca mi leverò per darlo a voi! Siete provvisto d'abiti? Aspettate: ve ne darò io...
ora posso darvene...
quelli della buon'anima...
Dovete guardarvi dal freddo, ora che l'inverno è alle porte.
Aspettate, aspettate!
E per forza volle fargli un fagotto d'alcuni abiti grevi del marito.
Nel toglierli dall'armadio, piangeva, si mordeva il labbro, strizzava gli occhi, inghiottiva.
- Aspettate...
aspettate...
ecco, anche questo mantello...
Se lo metteva, sant'anima, quand'andava laggiú, alla vostra campagna...
Tenete, tenete...
portatevelo...
Vi terrà caldo; vi riparerà dalla pioggia e dal vento...
Guardatevi dal prender aria, all'età vostra! C'è sempre tanto ventaccio in questo nostro paese!
Maràbito non poté fare a meno di caricarsi di quei doni, che non dimostravano né carità né benevolenza per lui, e se ne tornò avvilito al casalino.
- Caccia, Maràbito? Che portate? - gli domandarono le vicine allegramente, credendo ch'egli portasse roba per il corredo dell'orfana.
Ma, vedendo gli abiti e il mantello del Maltese, fecero gli scongiuri di rito.
- Codesta roba vi siete presa? Buttatela subito via, senza toccarla con le mani!
Il vecchio scrollò le spalle e rifece pian piano il fagotto.
Ma quella notte, con gli abiti del morto in casa, non poté chiudere occhio e gli parve mill'anni che spuntasse il giorno per disfarsene, dandoli in elemosina ai piú bisognosi di lui.
Gli rimase da allora come un'ombra di tristezza sul volto, che s'incupiva di piú in piú, ogni qual volta ritornava dal riscuotere le rate del vitalizio.
Il notajo, per dir la verità, non lo trattava male; ma sempre a battergli in faccia la stessa cosa, del brutto vizio di campar troppo.
E il povero vecchio se ne crucciava.
Non era mai stato di peso a nessuno in vita sua, ed ecco che ora viveva unicamente per esser di peso a sé e agli altri.
Quell'andare ogni quindici giorni a farsi pagar lo scotto di quel peso era divenuto per lui una vera condanna e con tutto il cuore desiderava, ogni volta che ne ritornava, che quella fosse l'ultima.
Ma i giorni passavano, passavano i mesi e gli anni; la tristezza cresceva, e la morte non veniva; non veniva.
Le vicine, vedendolo cosí, avevano raddoppiato le cure: non permettevano ch'egli s'indugiasse piú tanto, la sera, a conversare con loro, seduto davanti la porta del casalino.
- Rientrate: fa fresco.
Or ora verremo noi!
Aspettavano che i loro uomini ritornassero dal lavoro, o sú dalle campagne, o dalle fornaci, o dalle fabbriche: la prima visita era per il vecchio.
E lí, nel casalino, dopo la magra cena, si raccoglievano le sere d'inverno a tenergli compagnia, gli uomini fumando a pipa, le donne facendo la calza, e forzavano il vecchio taciturno a parlare della sua lunga vita, dell'America lontana, dov'era stato da giovine, e dove s'era adattato a far di tutto.
- Meglio nero pane, che nera fame.
Cosí aveva potuto mettere insieme il capitaluccio, col quale, tornato in patria, aveva acquistato il poderetto laggiú.
E a mano a mano, parlando degli anni lavorati, il vecchio si sollevava dal peso della malinconia.
Parlava di tutto: sapeva di tutto; ne aveva viste tante!
- Voi? Oh santa Maria! E che sapete voi? - gli diceva però, scrollando il capo e socchiudendo gli occhi, qualcuna delle piú giovani vicine.
- Siete come un bambino, siete!
E tutte le altre donne ridevano.
Quelle conversazioni serali non si protraevano però a lungo, sia perché gli uomini dovevano poi levarsi ai primi albori per le loro fatiche, sia per non stancar troppo il vecchio.
Gli auguravano la buona notte; gli raccomandavano di serrar bene la porta e di chiamare a un bisogno; poi si scambiavano a bassa voce, per via, le loro impressioni su lo stato di lui.
- Cent' anni, cent'anni campa, com'è vero Dio! Già poco ci manca...
Sta benone!
- Sí sí, ma tante volte, anche stando cosí bene...
tutt'a un tratto...
A quell'età, non si sa mai...
Muojono come gli uccellini.
E si voltavano a guardar costernati la porta chiusa del casalino nella piazzetta deserta coi ciottoli luccicanti sotto la luna.
Chi sa se il vecchio domani la avrebbe riaperta, quella porta?
VIII
Per anni e anni, la prima a riaprirsi, all'alba, nella piazzetta fu sempre quella porta.
Era, senza dubbio, una beffa della morte, al Maltese prima, ora al notajo Zàgara.
E se ne faceva un gran ridere in tutto il paese.
Non c'era giorno che tre o quattro curiosi non si recassero al Ràbato per vedere il vecchio che "per castigo non moriva".
Essendosi però formata in paese, intorno al Maràbito, una specie di leggenda che lo raffigurava ilare, vegeto, ostinato a campar per dispetto, quei curiosi provavano a prima giunta un disinganno nel vedersi invece davanti un vecchierello curvo, magro, umile e schivo, il quale si schermiva rudemente dalla loro vista e dalle loro domande, che sonavano ai suoi orecchi derisione per il povero notajo, di cui egli non solo aveva da lodarsi, ma rimpiangeva sinceramente il danno che quel suo vivere increscioso e dispettoso gli arrecava senza alcun suo piacere.
- Lasciatemi stare! Mi sono seccato! - gridava, avvilito e con esasperazione, alle vicine che andavano a scovarlo dentro il casalino, dove s'era rintanato all'apparire di qualche sconosciuto nella piazzetta di Santa Croce.
Le vicine non lo facevano per male.
Quella curiosità di tutto il paese pareva loro di buon augurio al vecchio che esse tenevano in custodia, come se qualcuno lo avesse affidato alle loro cure perché veramente un miracolo si compisse; e perciò a gara lo mostravano a tutti:
- Doman l'altro, novantaquattro anni! Non muore piú.
Circa vent'anni addietro, quand'egli cioè dalla campagna era venuto ad abitare in quel casalino, esse avevano ancora i capelli biondi o neri; e ora, eccoli qua: - grigi! bianchi! - mentre il vecchio era rimasto tal quale.
Per tutti il tempo era passato; per lui solo, no.
Il tale era morto, era morto il tal altro, lí accanto; non era dunque da dire che la morte non fosse passata per quella piazzetta; ma come se la casa del vecchio per lei non ci fosse stata.
Maràbito ascoltava, attonito, quel racconto delle vicine, tante volte ripetuto; ma ogni volta sentendo nominare i morti del vicinato, tutti meno vecchi di lui e utili ancora alle loro famiglie, si metteva a piangere silenziosamente con gli occhietti calvi, risecchi dagli anni.
Le lagrime gli scendevano giú per i solchi delle rughe fino alla bocca infossata e raggrinzita; e allora levava una mano tremolante e con le dita nodose si stringeva le labbra.
- E questa qui? - dicevano le vicine per distrarre subito il vecchio, indicando Annicchia, l'altra loro protetta.
- Aveva appena due anni, povera orfanella, quando lui venne quassú.
E ora, che ragazzona, eh! Il nonno aveva promesso di pensare a lei; ma da un pezzo in qua fa il cattivo e dimostra di non voler bene a nessuno.
Infatti Maràbito di quella sua longevità s'era fatta a poco a poco una vera fissazione: aveva davvero cominciato a credere che la morte si fosse apposta dimenticata di lui per far quella beffa che tutti dicevano.
Già il podere, tra i denari che s'era presi dal Maltese e quelli che tuttavia si prendeva dal notajo Zàgara, lo aveva avuto pagato e strapagato: la morte dunque, tenendolo ancora in piedi, si divertiva proprio a fargli commettere una cattiva azione, a fargli far la parte dello scroccone, ecco.
Egli non voleva.
Tutto il paese ne rideva, come se lui ci provasse gusto a vivere cosí alle spalle altrui; e invece no, no; non voleva, non voleva piú! E le cure, le raccomandazioni premurose delle vicine lo stizzivano.
Non volevano forse ridere anch'esse alle sue spalle? E s'esponeva al freddo, apposta; usciva di casa col tempo minaccioso, apposta; e apposta ritornava zuppo di pioggia, e si ribellava se quelle gli davano del vecchio stolido e lo cacciavano subito dentro per farlo cambiare e mettere a letto.
- Lasciatemi stare! Lasciatemi morire! Appunto questo vo cercando! Mi sono seccato!
Gli sorse perfino il sospetto che una forza arcana, d'oltre tomba, lo tenesse in piedi: l'anima penante di Ciuzzo Pace, il quale piangeva certo ancora il poderetto suo perduto per pochi soldi.
Ecco, sí, Ciuzzo Pace era, Ciuzzo Pace che voleva essere vendicato da lui.
E prese a far dire ogni domenica una messa in suffragio di quell'anima in pena.
- Se si libera lui, mi libero anch'io.
Queste e altre notizie, confidate dalle vicine a quei curiosi, venivano poi riferite al notajo Zàgara, il quale teneva testa, come meglio poteva, alle beffe che tutti si facevano di lui.
- Beffatemi! beffatemi! - esclamava.
- È sempre poco il danno, son sempre poche le beffe: ben altro mi merito: nerbate! ma non mi dite male del vecchio, vi prego.
Galantomone, poveretto! Lo so: sta piangendo anche lui il castigo che io mi sono meritato.
Gli debbo, non solo gratitudine, ma un compenso, e glielo darò.
Se arriva a cent'anni, come gli auguro: vedrete! Musica, luminaria, un banchetto da far epoca! V'invito tutti fin da ora.
Non aveva parenti, né prossimi né lontani: poteva dunque pigliarsi il gusto di coronare trionfalmente la bestialità commessa.
E un giorno che scadeva la rata del vitalizio, non vedendo il vecchio presentarsi allo studio, s'addolorò veramente e volle recarsi al Ràbato per averne notizie.
Trovò Maràbito seduto, al solito, davanti la porta del casalino, tutto raccolto sotto un debole raggio di sole invernale.
- Bel gusto a far muovere le montagne! - gli disse ansante, calandosi pian piano a sedere su una seggiola, che una delle vicine corse ad offrirgli.
- Che vi sentite? Perché non siete venuto oggi allo studio?
Invece del Maràbito rispose la z'a Milla, appressandosi insieme con le altre vicine:
- Voscenza vuol sapere perché? Perché il nostro vecchio è stolido o ammattito.
- No, nient'affatto! né stolido, né ammattito, Eccellenza, - disse Maràbito, corrugando le ciglia.
- Mi sono fatto il conto.
La terra Voscenza me l'ha pagata da un pezzo.
Sono povero, ma onesto.
Denari non ne voglio piú.
Nocio Zàgara rimase un po' a guardarlo, ammirato, poi gli disse:
- Caro vecchio mio, siete piú imbecille di me.
Vi ringrazio di quanto mi dite, ma non posso accettare.
Debbo pagare fino all'ultimo centesimo, e pago col mio gusto e il mio piacere.
- Ma lo sa Voscenza, - riprese Maràbito con ira, - che se non faccio cosí, non muojo piú? Le giuro, che se non fosse peccato, da un pezzo...
Ma vedrà Voscenza che verrà da sé, la morte, appena io non prenderò piú neppure un soldo di questi denari che, in coscienza, non mi spettano.
Il fondo, le ripeto, l'ho avuto pagato piú di quanto valeva.
- Non ancora da me, - replicò il notajo.
- Io porto con voi la croce da quattordici anni, è vero? Vuol dire che finora v'ho dato...
eccolo qua, il conto: me lo son fatto anch'io...
vi ho dato diecimila duecento venti lire.
Il podere fu stimato dodici mila: dunque ho ancora parecchi anni da pagare.
- E quelli che mi son presi dalla buon'anima del Maltese? - gli fece notare Maràbito.
- Non sono affar mio.
- Ma l'affare, mi scusi, l'ho fatto io o l'ha fatto Voscenza? Oh quest'è bella! Non sono dunque padrone di morire?
Il notajo alzò la testa con comica serietà:
- No, finché io non vi abbia pagato fino all'ultimo centesimo.
Se poi volete vivere ancora, tanto piacere! Vi prometto che ci divertiremo.
E se n'andò, lasciando il denaro.
IX
Uomo di parola, il notajo Zàgara.
La mattina del gran giorno, il sobborgo Ràbato fu destato dall'allegro strepitar della banda musicale che, a suon di marcia, si recava all'abitazione del vecchio centenario.
Il casalino era stato parato festosamente di ghirlande e bandiere, durante la notte, mentre il vecchio dormiva.
Nella piazzetta erano rizzati i pali per la girandola.
E un'altra sorpresa le buone vicine avevano preparato al loro vecchietto: un abito nuovo per la festa, tagliato e cucito da loro.
Quando la folla, insieme con la banda, si riversò nella piazzetta, la porta del casalino era ancora chiusa.
- Evviva Maràbito! Fuori! Fuori, Maràbito!
Niente.
La porta restava chiusa.
Invano i vicini vi bussavano con le mani e coi piedi.
Lo strombettío e le grancassate furiose della banda, tra il frastuono confuso delle grida e degli applausi assordava, e invano di qua, di là qualcuno si levava, interprete della costernazione del vicinato, a far cenni di tacere, d'aspettare che il vecchio aprisse e desse segno di vita.
A un tratto, un nuovo grido partí dalla folla:
- Viva il notajo!
Nocio Zàgara si sbracciava, con la tuba in mano, a ringraziare, sovrastando tutti con l'alta persona.
Li pagava cari quegli evviva, che non eran per beffa quel giorno: la gente si divertiva alla festa straordinaria e del divertimento gli era grata: non l'avrebbe certo tenuta il Maltese, quella festa.
Sí, ma non l'avrebbe tenuta neanche il notajo, se avesse potuto supporre che essa avrebbe cagionato al vecchio tanto dolore e tanto avvilimento.
Lo comprese, appena pervenuto, tra quel gran rimescolío di gente, davanti la porta del casalino.
Si fece far largo; ordinò ai vicini di guardare l'entrata per impedire che la folla si rovesciasse dentro, e picchiò alla porta col bastone, dando la voce.
Il vecchio finalmente aprí, e allora scoppiarono piú calorosi gli applausi e le grida della folla.
- Come! Perché? - esclamò don Nocio, vedendo Maràbito tutto tremante e in lagrime.
- Un popolo intero vi fa festa, e voi piangete? Cosí mi ringraziate d'aver voluto festeggiare i vostri cent'anni?
Non ci fu verso di fargli intendere che quella festa non era per metterlo in berlina.
E quando alla fine, spinto dal notajo, s'affacciò alla finestretta sulla porta del casalino, piangeva e tentennava il capo agli evviva e agli applausi della folla.
Annicchia gli recò l'abito nuovo, insieme con le altre vicine; poi nella chiesa di Santa Croce fu detta una messa, a cui anche il notajo volle assistere:
- La prima e l'ultima!
E, all'uscita, spari di mortaretti e stamburate.
Venne alla fine l'ora del banchetto.
Nocio Zàgara aveva preso in affitto, per quest'avvenimento, un magazzino a pian terreno, lungo che non finiva mai: da un capo all'altro correva la tavolata.
Vi presero posto, da una parte gli amici del notajo, dall'altra il vicinato.
Maràbito vi fu portato in trionfo, quasi a viva forza, e fu fatto sedere al posto d'onore, accanto allo Zàgara.
Era sbalordito.
In mezzo alla baraonda, si voltava ora verso l'uno ora verso l'altro dei commensali che lo chiamavano coi bicchieri levati per augurargli di vivere altri cent'anni, e chinava il capo in segno di ringraziamento.
Egli solo non rideva, non mangiava, non beveva.
Alcuni, a principio, s'erano messi a forzarlo, ma poi, pregati dal notajo, avevano smesso.
La festa non era per lui; era per gli altri; egli rappresentava lí solo i cento anni: i cento anni che non volevano dire piú nulla.
A pensarci, veramente, tutta quella baldoria era, nella sua sguajataggine, cosí triste da far cascare le braccia e il fiato.
E per giunta si volle che il vecchio parlasse, facesse un brindisi, dicesse almeno due parole.
Tanto insistettero, che alla fine lo fecero levare in piedi, col bicchiere che gli tremava in mano.
- E che debbo dire? La mia vergogna, Dio solo la vede.
Ringrazio questo mio benefattore.
E non mi resta che di mettere un bando per la città: che la gente, nelle cui case entra la morte, le dica che a Santa Croce al Ràbato c'è un vecchio che da tant'anni la aspetta, che se lo venga a prendere...
Ma a questo punto Maràbito fu interrotto dal levarsi frettoloso d'alcuni convitati, i quali, in mezzo al coro delle risa che accompagnava ogni sua parola, avevano visto il notajo impallidire tutt'a un tratto e piegar sul petto il grosso testone.
Tutti si voltarono a guardare, sorsero poi tutti in piedi e s'affollarono a precipizio attorno allo Zàgara.
Si credette dapprima che il frastuono, il troppo ridere, il vino, avessero cagionato al povero notajo quel malore improvviso.
Tra lo scompiglio generale, Nocio Zàgara fu portato su la stessa seggiola in una casa vicina, sorretto da tante braccia: aveva gli occhi chiusi e la bocca spalancata, da cui usciva un rantolo angoscioso.
Il lungo magazzino, con la mensa tutta in disordine, le seggiole rovesciate, restò vuoto.
Nessuno aveva badato al vecchio centenario, il quale era caduto per terra in preda a un tremito convulso, nell'atto d'accorrere con gli altri dietro a colui ch'egli poco prima aveva chiamato suo benefattore.
X
Qualche rara goccia su la tremula mano tesa: poi, appena percettibile, il picchiettar delle prime gocce su i pàmpini mezzo ingialliti della vigna.
Ora, ecco, le gocce infittiscono, ed è un vasto crepitio continuo.
- Nonno, piove?
Il vecchio Maràbito china piú volte il capo, sorridendo a Nociarello che gli sta seduto accanto, sulla soglia della cascina che il Maltese aveva fatto fabbricare al posto dell'antica roba.
Grigòli e Annicchia, marito e moglie da quattro anni, sono per la campagna, tornata in potere di Maràbito dopo la morte del notajo: Grigòli sú per gli alberi abbacchia le ulive; Annicchia le raccoglie da terra.
Poveretta! è incinta di nuovo; e il vecchio vorrebbe ajutare la sua figliuola adottiva.
Non gli pesano piú, ormai, i suoi cento cinque anni...
Ma quelli non permettono e lo lasciano a guardia del bambino, a cui, per gratitudine, hanno imposto il nome della buon'anima del notajo.
- Nonno, e mamma? - domanda di nuovo Nociarello, costernato dalla pioggia.
- Adesso verrà di corsa, - risponde il vecchio.
- Lascia piovere, ché la terra ha sete, e questa è acqua buona!
Da presso e da lontano i galli annunziano lievemente quella prima rivoltura del tempo.
Le calandre s'indugiano ancora su i piani, quasi in dubbio che quelle nuvole non vogliano far sul serio, e di tratto in tratto si scambiano qualche trillo breve, come per consigliarsi:
- Scappiamo?
UN INVITO A TAVOLA
- Basterà? non basterà? - si domandavano, guardandosi negli occhi, in cucina, le tre sorelle Santa, Lisa e Angelica Borgianni, impegnate da due giorni ad ammannire un pranzo da gran signori.
Santa, la minore, era piú alta di Angelica; Angelica, di Lisa, la maggiore.
Tutt'e tre, del resto, poppute e fiancute, gareggiavano coi fratelli per la statura colossale e per la forza erculea.
- Famiglia Borgianni: otto colonne! - soleva dir Mauro, il minore dei fratelli e dell'intera famiglia.
Tre sorelle, dunque, e cinque fratelli: Rosario, Nicola, Titta, Luca e Mauro, in ordine di età.
Rosario e Nicola attendevano alla campagna, Titta badava alla zolfara presso il borgo Aragona; Luca faceva l'appaltatore dei lavori pubblici di quasi tutto il circondario; Mauro aveva la passione della caccia, e faceva il cacciatore.
Rosario Borgianni era famoso pe' suoi giovanili furori di bestia feroce.
Si raccontavano di lui le piú temerarie avventure ai tempi nefandi del brigantaggio, naturalmente accresciute e abbellite dalla fantasia popolare.
Si voleva finanche ch'egli avesse un giorno tenuto testa a una dozzina di briganti, fra i piú sanguinarii, e che li avesse uccisi tutti.
Esagerazione! Quattro soltanto: due, nella sua stessa campagna, e gli altri due lungo la via che da Comitini discende ad Aragona.
Anche di Mauro se ne raccontavano di belle.
Un giorno, per esempio, a caccia, cadde dalla vetta del Monte delle Forche: rimbalzò tre volte, giú per tre ciglioni selvatici, e ogni volta, rimbalzando con lo schioppo alto in una mano, esclamava.
- Fortuna, che sono ballerino!
Ne riportò tuttavia una frattura alla gamba destra e una leggera commozione cerebrale: lui, che il cervello veramente non aveva avuto mai bene a segno.
Un'altra volta, a caccia, scorse tre o quattro storni su la schiena d'alcuni buoi pascolanti su una costa.
Cheto e chinato s'avvicina e, appena a tiro, bum! una schioppettata.
Balza dalla fratta, in potere di tutti i diavoli, il boaro.
- Fermo lí! - gli grida Mauro, in guardia.
- Se fai un altro passo, ti mando a gambe all'aria!
- Ma come, signor Mauro! Le mie bestie...
- E non sai, minchione, che dove vedo caccia, sparo?
- Ma anche su la schiena delle bestie?
- Anche sul capo di Gesú Bambino, se scambio lo Spirito Santo per un piccione!
Il pranzo pareva apparecchiato per trenta invitati, a dir poco; l'invitato invece era uno solo, e neppure si sapeva chi fosse.
Si sapeva soltanto che sarebbe arrivato il giorno appresso da Comitini, e che gli si doveva questo pranzo a titolo di ringraziamento per il ricetto prestato al fratello Luca, l'appaltatore, latitante da quindici giorni.
Omicidio? Sí...
cioè, no: ma quasi.
Ecco: Luca Borgianni aveva preso in appalto la costruzione dello stradone tra Favara e Naro.
Una sera, sospesi i lavori, nel tornarsene a cavallo, a un certo punto della via aveva veduto un'ombra allungarsi minacciosa su la ghiaia rischiarata dalla luna.
Qualcuno, senza dubbio, stava lí alla posta, incappucciato.
Luca lo aveva scorto, per fortuna; o meglio, aveva scorto il cappuccio.
Gli era parso che il furfante se ne stesse accoccolato per ripararsi dalla luna che veniva lentamente sú dal colle a manca.
- Chi è là?
Nessuna risposta.
Tra-ta; tra-tà: sú, per precauzione, i cani del fucile.
E un grillo s'era messo a cantare.
Allora Luca, di nuovo, fermando il cavallo:
- Chi è là?
Silenzio.
Solo il grillo a cantare.
- Conto fino a tre! - aveva gridato infine Luca, impallidendo.
- Se non rispondi, fatti la croce.
Uno!
L'ombra non s'era scomposta.
- Due!
L'ombra, lí, ferma, impassibile.
E silenzio.
Soltanto il grillo a cantare.
- Tre!
E una schioppettata.
Qualcosa era saltata per aria: e Luca, dàlli al cavallo! Era arrivato a casa, che non tirava piú fiato.
Fratelli e sorelle gli erano accorsi intorno.
- Nascondetemi! nascondetemi!
- Perché? Ferito?
- No...
ammazzato...
- Tu? Chi?
- Uno...
non so...
Col fucile...
Nascondetemi!
I fratelli lo avevano tolto di peso e portato per il momento giú in cantina.
Intanto Mauro era uscito di casa per appurare se già in paese si buccinasse qualcosa intorno all'omicidio.
Rosario e Titta avevano atteso impazienti che Luca, lí in cantina, si fosse rimesso un po' in forze per condurlo fuori, in luogo piú sicuro: avevano già pensato al rifugio, presso un loro compare di Comitini, dove Luca si sarebbe recato la notte stessa, cavalcando alla porta del paese.
Nicola, armato fino ai denti, era partito per aggirarsi attorno al luogo designato dal fratello e cercar cosí di sapere di che, di chi si fosse trattato.
Luca finalmente s'era potuto mettere in cammino.
Il giorno dopo, all'alba, ecco Nicola.
- Ebbene?
- Nulla! Ho trovato soltanto un ferrajuolo col cappuccio per terra.
Certo il ferito s'è trascinato in paese, lasciando il ferrajuolo lí, bucherellato in piú parti...
Luca spara come un Dio! Deve averlo ferito mortalmente, a giudicare dal ferrajuolo...
Io non capisco: due buchi grossi cosí nel cappuccio, dunque in testa...
Bell'e andato!
Eran passati tre giorni in attesa angosciosa.
Non si sapeva nulla in paese; né dai paesi vicini si aveva notizia d'alcun ferimento o caso di morte violenta.
Dopo sedici giorni, alla fine, s'era venuto a sapere che un contadino, lavorando in quei dintorni, si era servito per attaccapanni d'una pietra miliare lungo lo stradone; aveva incappucciato la colonnina col ferrajuolo, e la sera se n'era tornato in paese, dimenticandosene.
Luca aveva tirato contro quella colonnina, scambiandola per un appostato.
Ora il pranzo, ecco, era lí, pronto fin dalla vigilia, su la lunga tavola in mezzo alla stanza: una pallida porchetta illaurata, ripiena di maccheroni, in una teglia da mandare al forno; sette lepri scojati con contorno di tordi, uccisi da Mauro; due tacchini pettoruti; abbacchio; trippa e cute affettate; piedi di bue in gelatina; un gran pesce salsito; un enorme pasticcio; poi un reggimento di fiaschi e frutta in quantità.
- Basterà? Non basterà?
Titta diceva di sí; Mauro di no; e faceva il conto:
- Noi, otto e, con l'invitato, nove; il servo e la serva undici.
Per grazia di Dio, ognuno di noi mangia per quattro, e...
e...
- Non dubitare; l'invitato non patirà, - assicurava Titta.
Questa conversazione avveniva su la mezzanotte, intorno alla tavola: fratelli e sorelle, tutt'e sette, avevan lasciato il letto pian piano, spinti dal medesimo desiderio di vedere che effetto facesse il pranzo apparecchiato; e cosí eran convenuti a uno a uno in camicia, con una candela in mano, com'ombre nottambule.
Tra Titta e Mauro poco dopo s'accese il diverbio.
Mauro brandí una lepre e minacciò il fratello.
Vennero alle mani.
- Mazurka! Mazurka! - esclamò in quella Angelica, udendo per fortuna i mandolini e la chitarra d'una serenata giú per la via.
- La Notturna! - esclamò Santa contemporaneamente, battendo le mani e trascinando la sorella a danzare, tutte e due in camicia.
Gli altri allora seguirono l'esempio: Lisa si buttò tra le braccia di Titta, Rosario s'appajò con Nicola, e Mauro, rimasto solo, si mise anche lui a ballare con la lepre dalle orecchie svolazzanti, ridendo allegramente.
Nessuno, a prima giunta, fra le strette di mano, gli abbracci e i baci e le domande al fratello Luca (la piú alta colonna della famiglia) badò a un omicello d'età incerta, oppresso da un enorme copricapo che gli sprofondava fin su la nuca, sorretto ai lati dagli orecchi ripiegati sotto il carico.
Il poverino pareva commosso dalle espansioni di affetto di quegli otto colossi, i quali non avevano un solo sguardo per lui già tutto smarrito, cosí piccino che non arrivava neppure (compreso il cappello) a le spalle di Lisa, la piú bassa tra le sorelle.
- Oh, aspettate: vi presento don Diego Filínia, inteso Schiribillo, - disse alla fine Luca, sovvenendosi.
E gli posò una mano su la spalla, con aria di protezione, sorridendo.
- Dio, com'è piccolo! - esclamarono allora, a coro, scorgendolo, le tre sorelle.
- Schiribillo?
- Complessione, signore mie...
nomignolo...
- fece don Diego, togliendosi dal capo il gran cappello e sorridendo con umiltà impacciata.
Tutti lo guardarono con occhi pieni di profonda commiserazione, cosí scoperto, senza un capello sul cranio lucido, ovale, protuberante; e non trovarono una parola da dirgli.
Oh delusione! Quello lí, l'invitato? E allora...
A saperlo avanti!
- Perché piange? - domandò Angelica, dopo averlo osservato a lungo, col volto atteggiato di nausea e di pietà.
- Piange? - fece Luca, voltandosi, abbassandosi, e guardando in faccia da vicino il minuscolo invitato.
- Non piango, no, - rispose don Diego, che stava per recarsi all'occhio destro un gran fazzoletto di cotone a fiorami.
- Nel venire, mi s'è cacciato un bruscolo in quest'occhio qua...
Non piango.
- Ah...
- esclamarono, rassicurati, i colossi.
Don Diego dagli occhi si recò il fazzoletto al naso lievemente, come per ricevervi di furto una gocciolina.
- Si tolga da le spalle codesto mantello...
- gli suggerí Santa.
- No no...
per carità, me lo lascino! - si schermí don Diego.
- Se, Dio liberi, mi metto a sternutire, son capace di farne cento di fila...
Tengo il mantello sempre con me.
E sospirò: - Sí! - poi: - Sí...
sí...
- ancora due volte, imbarazzato dal silenzio sopravvenuto, stropicciandosi continuamente una manina con l'altra e tenendo gli occhi bassi.
Nessuno sapeva risolversi a parlare, e quella perplessità diveniva di minuto in minuto piú penosa.
- Abbiamo davvero l'obbligo, - cominciò a dire finalmente Luca, - di restar grati a don Schiribillo del gran favore e delle cortesie usatemi durante il soggiorno in Comitini.
- Noi lo ringraziamo con tutto il cuore! - disse allora Rosario, tendendo una mano all'ospite.
- Come si chiama? Schiribillo?
- Prego...
no: Filínia; mi chiamo Filínia, - fece don Diego, sorridendo umilmente.
- Fate conto che la nostra casa sia vostra, - aggiunse Nicola, stringendo a sua volta la mano all'invitato e guardando gli altri fratelli come per dire: "Adesso a voi; io ho detto la mia".
Titta e Mauro, uno dopo l'altro, seguirono l'esempio e dissero la loro, avanzandosi d'un passo, militarmente, e stringendo dopo il complimento la mano a don Diego, il quale non seppe allontanarsi da quel suo: "Prego, prego" in risposta.
Non fu possibile cavare una parola di bocca alle tre sorelle deluse.
Si parlò dell'avvenimento per cui Luca si era reso latitante.
- Ma che colonnina! - esclamò questi indignato.
- Uomo in carne e ossa era, là, appostato! Se alla schioppettata ho sentito un grido, io, con questi orecchi...
Vorrei saper piuttosto chi sia il buffone che ha messo in giro la storiella.
Gli farei vedere se è lecito ridere alle spalle di Luca Borgianni!
- Basta, basta...
- disse Rosario.
- Chi sia, l'ha detto.
Adesso non se ne parli piú.
Pensiamo per oggi a divertirci.
Don Diego approvò col capo, non perché si promettesse un divertimento, poverino, tra quegli otto giganti; ma per tôr di mezzo ogni lite.
Non si sa mai!
Attendendo la chiamata a tavola, Rosario e Nicola cominciarono a discorrere con l'invitato delle cose della campagna, delle cattive annate e delle buone.
Don Diego, con l'umiltà sua, si rimetteva costantemente nelle mani di Dio; ma questa remissione a un certo punto fece uscir dai gangheri Nicola.
- Ma che mani di Dio! Ci vogliono braccia d'uomini per la terra! Queste qua, guardate, Schiribillo!
E mostrò a Don Diego, protese e con le pugna serrate, le erculee braccia, come se lui fosse solito di pigliare a cazzotti la terra per costringerla a rendere ogni anno piú del dovere.
- E queste qua, benché vecchie e faticate! - esclamò Rosario, mostrando le sue.
Allora anche Titta e Mauro vollero mostrar le loro, tirando su le maniche della giacca e della camicia.
Il povero Don Diego si vide puntate sotto il naso otto braccia nerborute, buone da accoppare otto buoi.
-Vedo...
vedo...
- diceva a ognuno, guardando le braccia e sorridendo con una meraviglia mista di costernazione.
-Vedo...
vedo...
- Toccate! Toccate! - gl'intimarono i fratelli Borgianni.
E don Diego toccò pian piano con un dito tremante quelle braccia, mentre con l'altra mano si recava sotto il naso il fazzoletto per paura qualche gocciolina non vi cadesse sopra, Dio liberi!
- A tavola, - venne ad annunziare Santa, mollemente.
- Schiribillo, a tavola! - gridò Mauro.
- Lasciate fare a noi.
Crescerete...
Mangerete tanto, che non vi sarà piú possibile uscire dalla porta.
Vi caleremo imbracato e satollo da una finestra.
- Son di pochissimo appetito, - premise don Diego, per ogni buon fine.
- Dove prenderà posto l'invitato? - domandò sottovoce Titta alle sorelle.
- Tra Rosario e Lisa, - propose Mauro.
Lisa si ribellò:
- Noi tre donne ce ne staremo in disparte.
Don Diego prese posto tra Rosario e Nicola.
Gli otto Borgianni, appena seduti a tavola, si riempirono di vino i grossi bicchieri da acqua.
- Per farci la croce! - disse Rosario solennemente.
E giú!
- Voi, don Diego, non bevete? - domandò Titta.
- Grazie, prima del pasto, mai, - si scusò l'ospite timidamente.
- Eh via, per aprir l'appetito, - gli suggerí Nicola, dandogli in mano il bicchiere.
Allora don Diego lo accostò alle labbra, per cortesia, e lo scoronò appena appena con un sorsellino cauto.
- Giú! giú fino in fondo! - lo incitarono gli otto Borgianni.
- Non posso...
grazie, non posso...
Mauro si levò da sedere:
- Lo riduco io a ragione, aspettate!
Prese con una mano il bicchiere, con l'altra il capo di don Diego e, dicendo: - Lasciatevi servire! - lo vuotò in bocca al poveretto invano riluttante.
- Oh Dio! - singhiozzò, balzando in piedi, don Diego, mezzo affogato, con gli occhi pieni di lagrime.
- Oh Dio!
E s'asciugò il sudore della fronte, tra le risa della tavolata.
- Guardate, oh! Gli è uscito dagli occhi! - osservò Angelica, beffardamente.
Venne in tavola la porchetta imbottita.
Rosario si levò in piedi; trinciò le parti: la piú grossa a don Diego.
- Troppa roba...
troppa...
troppa...
- disse questi col piatto in mano.
- Che troppa! - esclamò Nicola.
- Non cominciate!
- La metà, prego...
- insistette don Diego.
- Non mi è possibile...
Io sono parco...
- Parco? E codesta è carne di porco! Mangiate! - gridò Mauro, levandosi un'altra volta da sedere.
Don Diego, spaventato, chinò la testa sul piatto e si mise a mangiare zitto zitto.
Mangiarono quel primo servito in silenzio, tutti.
Solo, di tanto in tanto, appena l'invitato accennava di posar furtivamente la forchetta:
- Mangiate! - gli ripetevano i colossi.
- Fino all'ultimo boccone!
- E adesso proprio non mi è piú possibile mandar giú dell'altro! - protestò don Diego, con qualche energia, dopo aver finito la porzione, traendo un gran sospiro di sollievo.- Ho fatto, come suol dirsi, quanto Carlo in Francia.
- Che dite? - rimbeccò Mauro.
- Se abbiamo cominciato appena adesso...
- Eh, loro, va bene...
- osservò, sorridendo, don Diego.
- Hanno la capacità, Dio li benedica...
Io dico per me...
- E per chi ci prendete? - si rinzelò Titta, accigliato.- Credete che noi invitiamo a tavola per un sol piatto e lí? Attendete a mangiare e fate l'obbligo vostro.
Noi dobbiamo disobbligarci.
- Ma non faccio offesa, - s'affrettò a scusarsi don Diego.- Dico che io...
- Voi mangerete! - tagliò corto Rosario.
- Ecco la caccia di Mauro.
- Una lepre e cinque tordi? - esclamò atterrito don Diego.
- Lei sbaglia, signor mio! Abbia pazienza: come può immaginarsi che io...
- Senza storie! senza storie! - disse Nicola, con fare sbrigativo.
- Ma mi guardino un po', - rispose don Diego.
- È possibile? Dove la metto? Non vorranno mica che ci lasci la pelle...
- Quale pelle? - domandò Rosario.
- Non dovete lasciarci nulla.
La lepre è scojata.
- Dico la mia, dico la mia! Dove la metto una lepre?
- Vi ho dato pure cinque tordi...
- Per giunta! Ci avessi la lupa...
Mangerò questi soltanto.
- Orsú! - proruppe Mauro, brandendo un'anca di lepre a cui dava a leva coi denti.
- Codesta caccia l'ho fatta io.
Mi sono rotte le gambe per voi, tre giorni di seguito.
Se non mangiate tutto, sarà un'offesa diretta a me personalmente.
- Non si alteri...
non si alteri, per carità! Mi proverò...
E, tra sé e sé, il povero don Diego raccomandò l'anima a Dio misericordioso.
Mangiando, i sudori cominciavano a colargli dalla fronte.
Alzava un po' gli occhi: vedeva quegli otto demonii scappati dall'inferno non finir mai d'imbottar vino, vino, vino.
E:
- Cristo, ajutami! - si lagnava piano, tra sé.
Il pranzo non finiva mai.
Don Diego avrebbe voluto piangere, rotolarsi per terra, dalla disperazione, graffiarsi la faccia, sgangherarsi la bocca, dalla rabbia.
Che crudeltà era quella? Neroni! Neroni! Ma non aveva piú forza neppure di scostare il piatto: posate, bicchieri, bottiglie gli turbinavano davanti agli occhi su la tavola, e gli orecchi gli rombavano, le pàlpebre gli si chiudevano sole; mentre gli otto Borgianni, già ebbri, urlavano, gestivano come energumeni, or levandosi, or sedendosi e ingiuriandosi a vicenda.
Adesso, se don Diego scostava un po' il piatto, dicendo come a se stesso: - Non ne voglio piú...
non ne voglio piú...
- gli otto giganti sorgevano in piedi, coi coltelli da tavola in pugno, e i due piú vicini, minacciandolo alla gola, urlavano:
- Mangiate, don Minchione! Per voi è stata fatta la spesa!
Don Diego non era piú di questa terra, quando tra le pàlpebre semichiuse gli parve di scorgere su la tavola come una gran mola d'arrotino.
Fece allora un vano tentativo di levarsi, di fuggire.
- Oh Dio, m'hanno legato alla seggiola! - gemette, e si mise a piangere.
Non era vero: gli pareva cosí, povero don Diego! Rosario si alzò quant'era lungo col trinciante in mano.
Parve a don Diego che toccasse col capo il soffitto e che avesse in pugno una mannaja per giustiziarlo.
- Metà a don Diego! - gridò Rosario, tagliando a mezzo l'enorme pasticcio, che al poveretto era sembrato una mola d'arrotino.
- L'altra metà al vicinato! - propose Angelica.
- E noi? - domandò Mauro.
- Noi niente? Io voglio la mia parte!
Luca sorse in favore della proposta di Angelica.
- Al vicinato! al vicinato!
Don Diego pendeva da quella lite, esterrefatto.
- E allora io, per prepotenza, mi prendo la mia! - proruppe Mauro, levandosi e stendendo la mano sul pasticcio.
Ma Luca fu piú svelto: prese il pasticcio e, inseguito dalla famiglia, tra le grida, gli strappi, gli spintoni, andò a buttarlo da una finestra.
Seguí una rissa furibonda: fratelli e sorelle s'accapigliarono: strilli, pugni, schiaffi, sgraffi, seggiole rovesciate, bottiglie, bicchieri, piatti in frantumi, il vino sparso su la tovaglia; un pandemonio! Rosario salí in piedi su una seggiola; gridò con poderosa voce:
- Vergogna! Che spettacolo! Abbiamo un invitato a tavola!
Al fiero richiamo quei furibondi ristettero a un tratto, come per incanto.
Cercarono l'invitato: dov'era? dove s'era cacciato?
Su la seggiola il mantello, sotto la tavola un pajo di scarpe.
Il disgraziato se l'era svignata a piedi scalzi per correre piú spedito.
- In fin dei conti, è andato tutto bene...
- dicevano tra loro poco dopo gli otto Borgianni, rassettati.
- Tutto bene, tranne il servito della frutta.
LA LEVATA DEL SOLE
I
Insomma, il lumetto, lí sul piano della scrivania, non ne poteva piú.
Riparato da un mantino verde, singhiozzava disperatamente; a ogni singhiozzo faceva sobbalzar l'ombra di tutti gli oggetti della camera, come per mandarli al diavolo; e meglio di cosí non lo poteva dire.
Poteva anche parere uno spavento.
Perché, nel profondo silenzio della notte, al Bombichi che passeggiava per quella stanza, inghiottito dall'ombra e subito rivomitato alla luce da quel singulto del lumetto, giungeva pure di tanto in tanto dalle stanze inferiori della casa la voce rauca, raschiosa della moglie, che lo chiamava come da sottoterra:
- Gosto, Gosto!
Se non che egli, invariabilmente, fermandosi, rispondeva piano a quella voce, con due inchini:
- Crepa! Crepa!
E intanto, cosí bianco di cera, cosí tutto parato di gala, in marsina, con quello sparato lucido, e cosí tutto guizzi di riso nella faccia da morto, con quei gesti a scatti che gli balzavano anch'essi al soffitto, chi sa che altro poteva parere.
Tanto piú che, poi, accanto a quel lumetto su la scrivania, una piccola rivoltella dal manico di madreperla guizzava anch'essa...
uh, sí, e come!
- Tanto carina, eh?
Perché - pareva solo, Gosto Bombici - ma c'è momenti che uno si mette a parlare con se stesso come se fosse un altro, tal e quale: quell'altro lui, per esempio, che tre ore fa, prima che andasse al Circolo, glielo diceva cosí bene di non andarci; e - nossignori - c'era voluto andare per forza.
Al Circolo dei buoni Amici.
E sissignori - che bontà! Le ultime migliaja di lire orfanelle, bisognava vedere con che grazia in quelle facce da rapina gliel'avevano sgranfignate, contentandosi di rimaner creditori su la parola di altre due o tre mila: non ricordava piú con precisione.
- Entro ventiquattr'ore.
La rivoltella.
Non gli restava altro.
Quando il tempo sbatte la porta in faccia a ogni speranza e dice che non si può, inutile seguitare a picchiare: meglio voltar le spalle e andarsene.
S'era seccato, del resto.
Ne aveva la bocca cosí amara! Bile, no; neanche bile.
Nausea.
Perché s'era tanto divertito lui, ad averla tra mano come una palla di gomma elastica la vita, a farla rimbalzare con accorti colpetti, giú e sú, sú e giú, battere a terra e rivenire alla mano, trovarsi una compagna e giocare a rimandarsela con certi palpiti e corse avanti e dietro, para di qua, acchiappa di là; sbagliare il colpo e precipitarsele dietro.
Ora gli s'era bucata irrimediabilmente e sgonfiata tra le mani.
- Gosto! Gosto!
- Crepa! crepa!
La sciagura massima eccola là: piombatagli tra capo e collo, sei anni fa, mentre viaggiava in Germania, nelle amene contrade del Reno, a Colonia, l'ultima notte di carnevale, che la vecchia città cattolica pareva tutta impazzita.
Ma questo non valeva a scusarlo.
Era uscito da un caffè su la Höhe Strasse con l'ottima intenzione di rientrare in albergo a dormire.
A un tratto, s'era sentito vellicare dietro l'orecchio da una piuma di pavone.
Maledetta atavica scimmiesca destrezza! Di primo lancio, aveva ghermito quella piuma tentatrice e, nel voltarsi di scatto, trionfante (stupido!), s'era visto davanti tre donne, tre giovani che ridevano, gridavano, scalpitando come puledre selvagge e agitandogli davanti agli occhi le mani dalle innumerevoli dita inanellate, sfavillanti.
A quale delle tre apparteneva la piuma? Nessuna aveva voluto dirlo; e allora egli, invece di prenderle a scapaccioni tutt'e tre, scelta sciaguratamente quella di mezzo, le aveva restituito con bel garbo la piuma, al patto convenuto nella tradizione carnevalesca: un bacio o un buffetto sul naso.
Buffetto sul naso.
Ma quella dannata, nel riceverselo, aveva socchiuso gli occhi in tal maniera, ch'egli s'era sentito rimescolare tutto il sangue.
E dopo un anno, sua moglie.
Ora, dopo sei:
- Gosto!
- Crepa!
Figli, niente, per fortuna.
Ma pure, chi sa! se ne avesse avuti, non si sarebbe forse...
via, via! inutile pensarci! Quanto a lei, quella strega ritinta, si sarebbe adattata a vivere in qualche modo, se proprio proprio non se la fosse sentita di crepare, come lui amorosamente le suggeriva.
Ora subito, due paroline, di lettera, e basta eh?
- L'alba di domani non la vedrò!
Oh! A questo punto Gosto Bombichi rimase come abbagliato da un'idea.
L'alba di domani? Ma in quarantacinque anni di vita, non ricordava d'aver mai visto nascere il sole, neppure una volta, mai! Che cos'era l'alba? com'era l'alba? Ne aveva sentito tanto parlare come d'un bellissimo spettacolo che la natura offre gratis a chi si leva per tempo; ne aveva anche letto parecchie descrizioni di poeti e prosatori, e sí, insomma, sapeva piú o meno di che poteva trattarsi; ma lui coi propri occhi, no, non l'aveva mai veduta, un'alba, parola d'onore.
- Perbacco! Mi manca...
Come esperienza, mi manca.
Se l'hanno tanto gonfiata i poeti, sarà magari uno sciocco spettacolo; ma mi manca e vorrei pur vederlo, prima d'andarmene.
Sarà tra un pajo d'ore...
Ma guarda che idea! Bellissima.
Vedere nascere il sole, almeno una volta, e poi...
Si fregò le mani, lieto di questa risoluzione improvvisa.
Spogliato di tutte le miserie, nudo d'ogni pensiero, lí, fuori, all'aperto, in campagna, come il primo uomo o l'ultimo sulla faccia della terra, ritto su due piedi, o meglio comodamente a sedere su qualche pietra, o con le spalle, meglio ancora, appoggiate a un tronco d'albero, la levata del sole, ma sí, chi sa che piacere! veder cominciare un altro giorno per gli altri e non piú per sé! un altro giorno, le solite noje, i soliti affari, le solite facce, le solite parole, e le mosche, Dio mio, e poter dire: non siete piú per me.
Sedette alla scrivania e, tra un singhiozzo e l'altro del lumetto moribondo, scrisse in questi termini alla moglie:
Cara Aennchen,
Ti lascio.
La vita, te l'ho detto tante volte, m'è parsa sempre un giuoco d'azzardo.
Ho perduto: pago.
Non piangere, cara.
Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non voglio.
Del resto, t'assicuro che non ne vale proprio la pena.
Dunque, addio.
Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del sole.
M'è nata in questo momento una vivissima curiosità d'assistere almeno una volta a questo tanto decantato spettacolo di natura.
Sai che ai condannati a morte non si suol negare l'esaudimento di qualche desiderio possibile.
Io voglio passarmi questa.
Senz'altro da dirti, ti prego di non credermi piú
il tuo aff.
mo
GOSTO
E poiché la moglie, giú, era ancora sveglia e da un momento all'altro, se saliva, accorgendosi di quella lettera, addio ogni cosa; decise di portarla via con sé e di buttarla senza francobollo in qualche cassetta postale della città.
- Pagherà la multa e forse sarà questo l'unico suo dispiacere.
Tu qua - disse poi alla piccola rivoltella, facendole posto in un taschino del panciotto di velluto nero, ampiamente aperto su lo sparato della camicia.
E cosí come si trovava, in tuba e frac, uscí di casa per salutar la levata del sole e tanti ossequi a chi resta.
II
Era piovuto, e per le strade deserte i fanali sonnacchiosi verberavano d'un giallastro lume tremolante l'acqua del lastrico.
Ma ora il cielo cominciava a rasserenarsi; sfavillava qua e là di stelle.
Meno male! Non gli avrebbe guastato lo spettacolo.
Guardò l'orologio; le due e un quarto! Come aspettar cosí, per le vie, tre ore forse, forse piú? Quando spuntava il sole in quella stagione? Anche la natura, come un qualunque teatro dava i suoi spettacoli a ore fisse.
Ma a questo orario egli era impreparato.
Solito di rincasar tardissimo ogni notte, era avvezzo all'eco dei suoi passi nelle vie lunghe silenziose della città.
Ma, le altre notti, i suoi passi avevano una meta ben nota: ogni nuovo passo lo avvicinava alla sua casa, al suo letto.
Ora, invece...
S'arrestò un momento.
Da lontano, terra terra, un lume si moveva lungo il marciapiede, lasciandosi dietro un'ombra traballante, quasi di bestia che non si reggesse bene su le gambe.
Un ciccajolo col suo lanternino.
Eccolo là! E quell'uomo poteva campare di ciò che gli altri buttavano via; d'una cosettucciaccia amara, velenosa, schifosa.
- Dio, e che schifosa malinconia anche la vita.
Gli venne tuttavia la tentazione di mettersi a cercare un tratto con quel ciccajolo.
Perché no? Poteva permettersi tutto, ormai.
Sarebbe stata una distrazione, un'altra esperienza.
Perdio, gliene mancavano parecchie, gliene mancavano.
Lo chiamò, gli diede il sigaro appena acceso.
- Ah! Te lo fumi?
Lurido, irsuto, colui aprí la boccaccia sdentata e fetida a un riso da scemo; rispose:
- Prima lo riduco cicca.
Poi la metto insieme con le altre.
Grazie, signorino.
Gosto Bombichi lo guatò con ribrezzo.
Ma anche colui lo guatava con gli occhi scerpellati, invetrati di lagrime dal freddo, e con quel laido ghigno rassegato su le labbra, come se...
- Se volesse, signorino - disse infatti, alla fine, strizzando uno di quegli occhi.
- Sta qui a due passi.
Gosto Bombichi gli voltò le spalle.
Ah, via! Uscire al piú presto dalla città, da quella cloaca.
Via, via! Camminando all'aperto, avrebbe trovato il punto migliore per godere dell'ultimo spettacolo, e addio.
Andò con passo svelto, finché non oltrepassò le ultime case di quella strada, che sboccava nella campagna.
Qui si rifermò e si guardò attorno, smarrito.
Poi guardò in alto.
Ah, il cielo ampio, libero, fervido di stelle! Che guizzi di luce innumerevoli, che palpito continuo! Trasse un respiro di sollievo: se ne sentí refrigerato.
Che silenzio! che pace! Com'era diversa, la notte qui, pure a due passi dalla città...
Il tempo che lí, per gli uomini, era guerra, intrigo di tristi passioni, noja acre e smaniosa, qui era attonita, smemorata quiete.
A due passi, un altro mondo.
Chi sa perché, intanto, provava uno strano ritegno, quasi di sgomento, a muovervi i piedi.
Gli alberi, sfrondati dalle prime ventate d'autunno, gli sorgevano attorno come fantasmi dai gesti pieni di mistero.
Per la prima volta li vedeva cosí e se ne sentiva una pena indefinibile.
Di nuovo si fermò perplesso, quasi oppresso di pauroso stupore; tornò a guardarsi attorno, nel bujo.
Lo sfavillío delle stelle, che trapungeva e allargava il cielo, non arrivava ad esser lume in terra; ma al lucido tremore di lassú pareva rispondesse lontano lontano, dalla terra tutta, un tremor sonoro, continuo, il fritinnío dei grilli.
Tese l'orecchio a quel canto, con tutta l'anima sospesa: percepí allora anche il fruscío vago delle ultime foglie, il brulichío confuso della vasta campagna nella notte, e provò un ansia strana, una costernazione angosciosa di tutto quell'ignoto indistinto, che formicolava nel silenzio.
Istintivamente, per sottrarsi a queste minute, sottilissime percezioni, si mosse.
Nella zana a destra di quella via di campagna scorreva un'acqua, silenziosa nell'ombra, la quale, qua e là, s'alluciava un attimo quasi per il riflesso di qualche stella, o forse era una lucciola che vi sprazzava sopra, a tratti, volando, il suo verde lume.
Camminò lungo quella zana fino a un primo passatojo e montò sul ciglio della via per internarsi nella campagna.
La terra era ammollata dalla pioggia recente; gli sterpi ne gocciolavano ancora.
Mosse, sfangando, alcuni passi e si fermò, scoraggiato.
Povero abito nero! povere scarpine di coppale! Ma infine, via, che bel gusto, anche, insudiciar tutto cosí!
Un cane abbajò, poco lontano.
- Eh; no...
se non è permesso...
Morire; sí; ma, con le gambe sane.
Si provò a ridiscendere su la via: patapúnfete! scivolò per il lurido pendio; e una gamba, manco a dirlo, dentro l'acqua della zana.
- Mezzo pediluvio...
Be' be', pazienza.
Non avrò tempo di prendere una costipazione.
Si scosse l'acqua dalla gamba e s'inerpicò a stento dall'altra parte della via.
Qua la terra era piú soda; la campagna meno alberata.
A ogni passo s'aspettava un altro latrato.
A poco a poco gli occhi s'erano abituati al bujo; discernevano, anche a distanza, gli alberi.
Non appariva alcun segno di prossima abitazione.
Tutto intento a superare le difficoltà del cammino, con quel piede zuppo che gli pesava come fosse di piombo, non pensò piú al proposito violento che lo aveva cacciato di notte lí, per la campagna.
Andò a lungo, a lungo, sempre internandosi di traverso.
La campagna declinava leggermente.
Lontano lontano, in fondo al cielo, si disegnava nera nell'albor siderale una lunga giogaja di monti.
L'orizzonte s'allargava; non c'eran piú alberi da un pezzo.
Oh via, non era meglio fermarsi lí? Forse il sole sarebbe sorto sú da quei monti lontani.
Guardò di nuovo l'orologio e gli parve da prima impossibile che fossero già circa le quattro.
Accese un fiammifero: sí, proprio le quattro meno sei minuti.
Si meravigliò d'aver tanto camminato.
Era stanco difatti.
Sedette per terra; poi scorse un masso poco discosto e andò a seder, meglio, lí sopra.
Dov'era? - Bujo e solitudine!
- Che pazzia...
Spontaneamente, da sé, gli venne alle labbra questa esclamazione, come un sospiro del suo buon senso da lungo tempo soffocato.
Ma, riscosso dal momentaneo stordimento, lo spirito bislacco da cui s'era lasciato trascinare a tante pazze avventure riprese subito in lui il dominio sul buon senso, e se n'appropriò l'esclamazione.
Pazzia, sí, quella scampagnata notturna poco allegra.
Avrebbe fatto meglio a uccidersi in casa, comodamente senza il pediluvio, senza insudiciarsi cosí le scarpe, i calzoni, la marsina, e senza stancarsi tanto.
È vero che avrebbe avuto tutto il tempo di riposarsi, tra poco.
E poi, ormai, giacché fin lí c'era arrivato...
Sí: ma chi sa per quanto tempo ancora doveva aspettare questa benedetta levata del sole...
Forse piú di un'ora: un'eternità...
E aprí la bocca a un formidabile sbadiglio.
- Ohi ohi...
se m'addormentassi...
Brrr...
fa anche freddo: umidaccio.
Tirò sú il bavero della marsina; si cacciò le mani in tasca e, tutto ristretto in sé, chiuse gli occhi.
Non stava comodo, no.
Mah! per amor dello spettacolo...
Si riportò col pensiero alle sale del Circolo illuminato a luce elettrica, tepide, splendidamente arredate...
Rivedeva gli amici...
e già cedeva al sonno, quando a un tratto...
- Che è stato?
Sbarrò gli occhi, e la notte nera gli si spalancò tutt'intorno nella paurosa solitudine.
Il sangue gli sfrizzava per tutte le vene.
Si trovò in preda a una vivissima agitazione.
Un gallo, un gallo aveva cantato lontano, in qualche parte...
ah ecco, e ora un altro da piú lontano gli rispondeva...
laggiú, nella fitta oscurità.
- Perbacco, un gallo...
che paura!
Sorse in piedi: andò per un tratto avanti e dietro, senza allontanarsi da quel posto, ove per un momento s'era accovacciato.
Si vide lui stesso come un cane che, prima di riaccovacciarsi, sente il bisogno di rigirarsi due o tre volte.
Difatti, tornò a sedere, ma daccapo per terra, accanto al masso, per star piú scomodo e non farsi cosí riprendere dal sonno.
Eccola lí, la terra: duretta...
duretta anzichenò...
vecchia, vecchia Terra! la sentiva ancora! per poco tempo ancora...
tese una mano a un cespuglio radicato sotto il masso e l'accarezzò, come si accarezza una femmina passandole una mano su i capelli.
- Aspetti l'aratro che ti squarci; aspetti il seme che ti fecondi...
Ritrasse la mano che gli s'era insaporata d'una fragranza di mentastro acuta.
- Addio, cara! - disse, riconoscente, come se quella femmina con quella fragranza lo avesse compensato della carezza che le aveva fatto.
Triste, cupo, si raffondò di nuovo col pensiero nella sua vita tumultuosa; tutta l'uggia, tutta la nausea di essa gli si raffigurò a poco a poco in sua moglie: se la immaginò nell'atto di leggere la sua lettera, fra quattro o cinque ore...
Che avrebbe fatto?
- Io qui...
- disse; e si vide, morto, lí, steso scomposto in mezzo alla campagna, sotto il sole, con le mosche attorno alle labbra e gli occhi chiusi.
Poco dopo, dietro i monti lontani, la tenebra cominciò a diradarsi appena appena a un indizio d'albore.
Ah, com'era triste, affliggente, quella primissima luce del cielo, mentre sulla terra era ancor notte, sicché pareva che quel cielo sentisse pena a ridestarla alla vita.
Ma a poco a poco s'inalbò tutto, su i monti, il cielo, d'una tenera freschissima luce verdina, che a mano a mano, crescendo, s'indorava e vibrava della sua stessa intensità.
Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiú.
E sorse alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del sole.
Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso, dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso màntice al sonno.
LUMÍE DI SICILIA
- Teresina sta qui?
Il cameriere, ancora in maniche di camicia, ma già impiccato in un altissimo solino, squadrò da capo a piedi il giovanotto che gli stava davanti sul pianerottolo della scala: campagnolo all'aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi e le mani paonazze, gronchie dal freddo, che reggevano un sacchetto sudicio di qua, una vecchia valigetta di là, a contrappeso.
- Teresina? E chi è? - domandò a sua volta, marcando le folte ciglia giunte, che parevano due baffi rasi dal labbro e appiccicati lí per non perderli.
Il giovanotto scosse prima la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina di freddo, poi rispose:
- Teresina, la cantante.
- Ah, - esclamò il cameriere, con un sorriso d'ironico stupore: - Si chiama cosí, senz'altro, Teresina? E voi chi siete?
- C'è o non c'è? - domandò il giovanotto, corrugando le ciglia e sorsando col naso.
- Ditele che c'è Micuccio e lasciatemi entrare.
- Ma non c'è nessuno a quest'ora, - rispose il cameriere, col sorriso rassegato su le labbra.
- La signora Sina Marnis è ancora a teatro e...
- Anche zia Marta? - lo interruppe Micuccio.
- Ah, lei è il nipote?
E il cameriere si fece subito cerimonioso.
- Favorisca allora, favorisca.
Non c'è nessuno.
Anche lei a teatro, la Zia.
Prima del tocco non ritorneranno.
È la serata d'onore di sua...
come sarebbe di lei, la signora? cugina, allora?
Micuccio restò un istante impacciato.
- Non sono...
no, non sono cugino, veramente.
Sono...
sono Micuccio Bonavino; lei lo sa.
Vengo apposta dal paese.
A questa risposta il cameriere stimò innanzi tutto conveniente ritirare il lei e riprendere il voi; introdusse Micuccio in una cameretta al bujo presso la cucina, dove qualcuno ronfava strepitosamente, e gli disse:
- Sedete qua.
Adesso porto un lume.
Micuccio guardò prima dalla parte donde veniva quel ronfo, ma non poté discernere nulla; guardò poi in cucina, dove il cuoco, assistito da un guattero, apparecchiava da cena.
L'odor misto delle vivande in preparazione lo vinse: n'ebbe quasi un'ebbrietà vertiginosa: era poco men che digiuno dalla mattina; veniva dalla provincia di Messina; una notte e un giorno intero in ferrovia.
Il cameriere recò il lume, e quello che ronfava nella stanza, dietro una cortina sospesa a una funicella da una parete all'altra, borbottò tra il sonno:
- Chi è?
- Ehi, Dorina, sú! - chiamò il cameriere.
- Vedi che c'è qui il signor Bonvicino.
- Bonavino, - corresse Micuccio, che stava a soffiarsi su le dita.
- Bonavino, Bonavino, conoscente della signora.
Tu dormi della grossa: suonano alla porta e non senti.
Io ho da apparecchiare, non posso far tutto io, capisci?, badare al cuoco che non sa, alla gente che viene.
Un ampio sonoro sbadiglio, protratto nello stiramento delle membra e terminato in un nitrito per un brividore improvviso, accolse la protesta del cameriere, il quale s'allontanò esclamando:
- E va bene!
Micuccio sorrise, e lo seguí con gli occhi, attraverso un'altra stanza in penombra, fino alla vasta sala in fondo, illuminata, dove sorgeva splendida la mensa, e restò meravigliato a contemplare, finché di nuovo il ronfo non lo fece voltare a guardar la cortina.
Il cameriere, col tovagliolo sotto il braccio, passava e ripassava, borbottando or contro Dorina che seguitava a dormire, or contro il cuoco che doveva esser nuovo, chiamato per l'avvenimento di quella sera, e lo infastidiva chiedendo di continuo spiegazioni.
Micuccio, per non infastidirlo anche lui, stimò prudente ricacciarsi dentro tutte le domande che gli veniva di rivolgergli.
Avrebbe poi dovuto dirgli o fargli intendere ch'era il fidanzato di Teresina, e non voleva, pur non sapendone il perché lui stesso; se non forse per questo, che quel cameriere allora avrebbe dovuto trattar lui, Micuccio, da padrone, ed egli, vedendolo cosí disinvolto ed elegante, quantunque ancor senza marsina, non riusciva a vincere l'impaccio che già ne provava solo a pensarci.
A un certo punto però, vedendolo ripassare, non seppe tenersi dal domandargli:
- Scusi...
questa casa di chi è?
- Nostra, finché ci siamo, - gli rispose in fretta il cameriere.
E Micuccio rimase a tentennare il capo.
Perbacco, era vero dunque! La fortuna acciuffata.
Affaroni.
Quel cameriere che pareva un gran signore, il cuoco e il guattero, quella Dorina che ronfava di là: servi tutti a gli ordini di Teresina.
Chi l'avrebbe mai detto?.
Rivedeva col pensiero la soffitta squallida, laggiú laggiú, a Messina, dove Teresina abitava con la madre.
Cinque anni addietro, in quella soffitta lontana, se non fosse stato per lui, mamma e figlia sarebbero morte di fame.
E l'aveva scoperto lui, lui, quel tesoro nella gola di Teresina! Ella cantava sempre, allora, come una passera dei tetti, ignara del suo tesoro: cantava per dispetto, cantava per non pensare alla miseria a cui egli cercava di sovvenire alla meglio, non ostante la guerra che gli movevano in casa i genitori, la madre specialmente.
Ma poteva abbandonar Teresina in quello stato, dopo la morte del padre? Abbandonarla perché non aveva nulla, mentre lui, bene o male, un posticino ce l'aveva, di sonator di flauto nel concerto comunale? Bella ragione! E il cuore?
Ah, era stata una vera ispirazione del cielo, un suggerimento della fortuna, quel far caso alla voce di lei, quando nessuno ci badava, in quella bellissima giornata d'aprile, presso la finestra dell'abbaino che incorniciava vivo vivo l'azzurro del cielo.
Teresina canticchiava un'appassionata arietta siciliana, di cui Micuccio ricordava ancora le tènere parole.
Era triste Teresina, quel giorno, per la recente morte del padre e per l'ostinata opposizione dei parenti di lui; e anch'egli - ricordava - era triste, tanto che gli erano spuntate le lagrime, sentendola cantare.
Pure tant'altre volte l'aveva sentita, quell'arietta; ma cantata a quel modo, mai.
N'era rimasto cosí impressionato, che il giorno appresso, senza prevenire né lei né la madre, aveva condotto con sé, sú nella soffitta, il direttore del concerto, suo amico.
E cosí erano cominciate le prime lezioni di canto, e, per due anni di fila egli aveva speso per lei quasi tutto il suo stipendio: le aveva preso a nolo un pianoforte, comperate le carte di musica e qualche amichevole compenso aveva pur dato al maestro.
Bei giorni lontani! Teresina ardeva tutta nel desiderio di spiccare il volo, di lanciarsi nell'avvenire che il maestro le prometteva luminoso; e, frattanto, che carezze di fuoco a lui, per dimostrargli tutta la sua gratitudine, e che sogni di felicità comune!
Zia Marta, invece, scoteva amaramente il capo: ne aveva viste tante in vita sua, povera vecchietta, che ormai non aveva piú fiducia.
nell'avvenire: temeva per la figliola, e non voleva che ella pensasse neppure alla possibilità di togliersi da quella rassegnata miseria; e poi sapeva, sapeva ciò che costava a lui la follia di quel sogno pericoloso.
Ma né lui né Teresina le davano ascolto, e invano essa si era ribellata quando un giovane maestro compositore, avendo udito Teresina in un concerto, aveva dichiarato che sarebbe stato un vero delitto non darle migliori maestri e una compiuta educazione artistica: a Napoli, bisognava mandarla al conservatorio di Napoli a qualunque costo.
E allora lui, Micuccio, senza pensarci due volte, l'aveva rotta coi parenti, aveva venduto un poderetto lasciatogli in eredità dallo zio prete, e mandato Teresina a Napoli a compiere gli studi.
Non l'aveva piú riveduta, da allora.
Lettere, sí...
aveva le sue lettere dal conservatorio e poi quelle di zia Marta, quando già Teresina si era lanciata nella vita artistica, contesa dai principali teatri, dopo l'esordio clamoroso al San Carlo.
A piè di quelle tremule incerte lettere raspate alla meglio su la carta dalla povera vecchietta c'eran sempre due paroline di lei, di Teresina, che non aveva mai tempo di scrivere: "Caro Micuccio, confermo quanto ti dice la mamma.
Sta' sano e voglimi bene".
Eran rimasti d'accordo che egli le avrebbe lasciato cinque, sei anni di tempo per farsi strada liberamente: erano giovani entrambi e potevano aspettare.
E quelle lettere, nei cinque anni già trascorsi, egli le aveva sempre mostrate a chi voleva vederle, per distruggere le calunnie che i suoi parenti scagliavano contro Teresina e la madre.
Poi s'era ammalato; era stato per morire; e in quell'occasione, a sua insaputa, zia Marta e Teresina avevano inviato al suo indirizzo una buona somma di danaro: parte se n'era andata durante la malattia, ma il resto egli lo aveva strappato a viva forza dalle mani rapaci dei suoi parenti e ora, ecco, veniva a ridarlo a Teresina.
Perché, denari - niente! egli non ne voleva.
Non perché gli paressero elemosina, avendo egli già speso tanto per lei; ma...
niente! non lo sapeva dire lui stesso, e ora piú che mai, lí, in quella casa...
- denari, niente! Come aveva aspettato tant'anni, poteva ancora aspettare.
Che se poi denari Teresina ne aveva d'avanzo, segno che l'avvenire le si era schiuso, ed era tempo perciò che l'antica promessa s'adempisse, a dispetto di chi non voleva crederci.
Micuccio sorse in piedi, con le ciglia corrugate, come per raffermarsi in questa conclusione; si soffiò di nuovo su le mani diacce e pestò i piedi per terra.
- Freddo? - gli disse, passando, il cameriere.
- Poco ci vorrà, adesso.
Venite qua in cucina.
Starete meglio.
Micuccio non volle seguire il consiglio del cameriere che, con quell'aria da gran signore, lo sconcertava e l'indispettiva.
Si rimise a sedere e a pensare, costernato.
Poco dopo, una forte scampanellata lo scosse.
- Dorina, la signora! - strillò il cameriere infilandosi in fretta e in furia la marsina, mentre correva ad aprire; ma vedendo che Micuccio stava per seguirlo, s'arrestò di botto per intimargli:
- Voi state qua; prima lasciate che la avverta.
- Ohi, ohi, ohi...
- si lamentò una voce insonnolita dietro la cortina; e, poco dopo, apparve un donnone tozzo, affagottato, che strascicava una gamba e non riusciva ancora a spiccicar gli occhi, con uno scialle di lana fin sopra il naso, i capelli ritinti d'oro.
Micuccio stette a mirarla allocchito.
Anche colei, sorpresa, sgranò tanto d'occhi in faccia all'estraneo.
- La signora, - ripeté Micuccio.
Allora Dorina riprese d'un subito coscienza:
- Eccomi, eccomi...
- disse, togliendosi e buttando dietro la cortina lo scialle e adoperandosi con tutta la pesante persona a correr verso l'entrata.
L'apparizione di quella strega ritinta, l'intimazione del cameriere diedero a un tratto a Micuccio, avvilito, un angoscioso presentimento.
Sentí la voce stridula di zia Marta:
- Di là, in sala! in sala, Dorina!
E il cameriere e Dorina gli passarono davanti, reggendo magnifiche ceste di fiori.
Sporse il capo a guardare, in fondo, la sala illuminata e vide tanti signori in marsina, che parlavano confusamente.
La vista gli s'annebbiò: era tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s'accorse egli stesso che gli occhi gli si erano riempiti di lagrime: li chiuse, e in quel bujo si strinse tutto in sé, quasi per resistere allo strazio che gli cagionava una lunga squillante risata.
Era di Teresina? Oh Dio, e perché rideva cosí, di là?
Un grido represso gli fece riaprir gli occhi, e si vide davanti - irriconoscibile - zia Marta, col cappello in capo, poveretta! oppressa da una ricca splendida mantiglia di velluto.
- Come! Micuccio...
tu qui?
- Zia Marta...
- esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.
- Come mai! - seguitò la vecchietta, sconvolta.
- Senza avvertire? Che è stato? Quando sei arrivato? Giusto questa sera...
Oh Dio, Dio...
- Son venuto per...
- balbettò Micuccio, non sapendo piú che dire.
- Aspetta! - lo interruppe zia Marta.
- Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata...
Aspetta, aspetta un po' qua...
- Se voi, - si provò a dir Micuccio, a cui l'angoscia stringeva la gola, - se voi credete che me ne debba andare...
- No, aspetta un po', ti dico, - s'affrettò a rispondergli la buona vecchietta, tutta imbarazzata.
- Io però, - riprese Micuccio, - non saprei dove andare in questo paese...
a questa ora...
Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d'attendere, ed entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una voragine: vi s'era fatto d'improvviso silenzio.
Poi udí, chiare, distinte, queste parole di Teresina:
- Un momento, signori.
E di nuovo la vista gli s'annebbiò, nell'attesa ch'ella comparisse.
Ma Teresina non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala.
Tornò invece, dopo pochi minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia, senza guanti, meno imbarazzata.
- Aspettiamo un po' qua, sei contento? - gli disse.
- Io starò con te...
Adesso si fa cena...
Noi ce ne staremo qua.
Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de' bei tempi, eh?...
Non mi par vero di trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati...
Lí, capirai, tanti signori...
Lei, poverina, non può farne a meno...
La carriera, m'intendi? Eh, come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io...
io, come sopra mare, sempre...
Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.
E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani, guardandolo, intenerita.
Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala, il pranzo era cominciato.
- Verrà? - domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata.
- Dico, per vederla almeno.
- Certo che verrà, - gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere l'impaccio.
- Appena avrà un momentino di largo: già me l'ha detto.
Si guardarono tutt'e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero.
Attraverso l'impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per salutarsi con quel sorriso.
"Voi siete zia Marta" dicevano gli occhi di Micuccio.
- "E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso, poverino!" - dicevano quelli di zia Marta.
Ma subito la buona vecchietta abbassò i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro.
Si stropicciò di nuovo le mani e disse:
- Mangiamo, eh?
- Ho una fame, io! - esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.
- La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, - aggiunse la vecchietta con aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.
Il cameriere venne a offrir loro il primo servito.
Micuccio stette bene attento a osservare come faceva zia Marta a trarre dal piatto la porzione.
Ma quando venne la sua volta, nel levar le mani, pensò che le aveva sporche dal lungo viaggio, arrossí, si confuse, alzò gli occhi a sogguardare il cameriere, il quale, compitissimo ora, gli fece un lieve inchino col capo e un sorriso, come per invitarlo a servirsi.
Fortunatamente zia Marta venne a trarlo d'impaccio.
- Qua qua, Micuccio, ti servo io.
Se la sarebbe baciata dalla gratitudine! Avuta la porzione, appena il cameriere si fu allontanato, si segnò anche lui in fretta.
- Bravo figliuolo! - gli disse zia Marta.
Ed egli si sentí beato, a posto, e si mise a mangiare come non aveva mangiato mai in vita sua, senza piú pensare alle sue mani, né al cameriere.
Tuttavia, ogni qual volta questi, entrando o uscendo dalla sala, schiudeva la bussola a vetri e veniva di là come un' ondata di parole confuse o qualche scoppio di risa, egli si voltava turbato e poi guardava gli occhi dolenti e affettuosi della vecchina, quasi per leggervi una spiegazione.
Ma vi leggeva invece la preghiera di non chieder nulla per il momento, di rimettere a piú tardi le spiegazioni.
E tutt'e due di nuovo si sorridevano e si rimettevano a mangiare e a parlare del paese lontano, d'amici e conoscenti, di cui zia Marta gli domandava notizie senza fine.
- Non bevi?
Micuccio stese la mano per prendere la bottiglia; ma, in quella, la bussola della sala si riaprí: un fruscío di seta, tre passi frettolosi, uno sbarbaglio, quasi la cameretta si fosse d'un tratto violentemente illuminata, per accecarlo.
- Teresina...
E la voce gli morí sulle labbra, dallo stupore.
Ah, che regina!
Col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, egli restò a contemplarla, istupidito.
Come mai ella...
cosí? Nudo il seno, nude le spalle, le braccia nude...
tutta fulgente di gemme e di stoffe...
Non la vedeva, non la vedeva piú come una persona viva e vera davanti a sé.
Che gli diceva? Non la voce, né gli occhi, né il riso: nulla, nulla piú riconosceva di lei, in quell'apparizione di sogno.
- Come va? Stai bene ora, Micuccio? Bravo, bravo...
Sei stato malato, se non m'inganno...
Ci rivedremo tra poco.
Tanto, qui hai con te la mamma...
Siamo intesi, eh?
E Teresina scappò via in sala, tutta frusciante.
- Non mangi piú? - domandò timorosa, poco dopo, zia Marta per rompere lo sbalordimento di Micuccio.
Questi si voltò appena a guardarla.
- Mangia, - insistette la vecchina indicandogli il piatto.
Micuccio si portò due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo stirò, provandosi a trarre un lungo respiro.
- Mangiare?
E agitò piú volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va piú, non posso.
Stette ancora un pezzo silenzioso, avvilito, assorto nella visione di poc'anzi, poi mormorò:
- Come s'è fatta...
E vide che zia Marta scoteva amaramente il capo e che aveva sospeso di mangiare anche lei, come se aspettasse.
- Ma neanche a pensarci piú...
- aggiunse poi, quasi tra sé, chiudendo gli occhi.
Vedeva ora, in quel suo bujo, l'abisso che s'era aperto tra loro due.
No, non era piú lei - quella lí - la sua Teresina.
Era tutto finito...
da un pezzo, da un pezzo ed egli, sciocco, egli stupido, se n'accorgeva solo adesso.
Glielo avevano detto là al paese, e lui s'era ostinato a non crederci...
E ora, che figura ci faceva a star lí, in quella casa? Se tutti quei signori, se quel cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bonavino, s'era rotte le ossa a venire di cosí lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere e il cuoco e il guattero e Dorina! Che risate, se Teresina lo avesse trascinato al loro cospetto, lí in sala, dicendo: "Guardate, questo poveretto, sonator di flauto, dice che vuol diventare mio marito!" Glielo aveva promesso lei stessa, è vero; ma come avrebbe potuto allora supporre che un giorno sarebbe divenuta cosí? Ed era anche vero, sí, che egli le aveva schiuso quella via e le aveva dato modo d'incamminarvisi; ma ecco, ella era ormai arrivata tanto, tanto lontano, che egli, rimasto lí, sempre lo stesso, a sonare il flauto le domeniche nella piazza del paese, come avrebbe piú potuto raggiungerla? Neanche a pensarci...
E che cos'erano poi quei pochi quattrinucci spesi allora per lei, divenuta adesso una gran signora? Si vergognava solo a pensare che qualcuno potesse sospettare che egli, con la sua venuta, volesse accampar qualche diritto per quei pochi quattrinucci miserabili.
Gli sovvenne in quel punto di avere in tasca il denaro inviatogli da Teresina durante la malattia.
Arrossí: ne provò onta, e si cacciò una mano nella tasca in petto della giacca, dove era il portafogli.
- Ero venuto, zia Marta, - disse in fretta, - anche per restituirvi questo denaro che mi avete mandato.
Che ha voluto essere, pagamento? restituzione? Vedo che Teresina è divenuta una..., sí, mi pare una regina! vedo che...
niente! neanche a pensarci piú! Ma, questo denaro, no: non mi meritavo questo da lei...
È finita, e non se ne parla piú...
ma, denari, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti...
- Che dici, figliuolo mio? - cercò d'interromperlo, afflitta e con le lagrime agli occhi, zia Marta.
Micuccio le fe' cenno di star zitta.
- Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch'io ne sapessi nulla.
Ma vanno per quella miseria che spesi io allora...
vi ricordate? Non ci pensiamo piú.
Qua c'è il resto.
E io me ne vado.
- Ma come? Cosí di furia? - esclamò zia Marta, cercando di trattenerlo.
- Aspetta almeno che lo dica a Teresina.
Non hai sentito che voleva rivederti? Vado a dirglielo...
- No, è inutile, - le rispose Micuccio, deciso.
- Lasciatela star lí con quei signori; lí sta bene, al suo posto.
Io, poveretto...
L'ho veduta; m'è bastato...
O piuttosto, andate pure...
andate anche voi di là...
Sentite come si ride? Io non voglio che si rida di me...
Me ne vado.
Zia Marta interpretò nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio: come un atto di sdegno, un moto di gelosia.
Le sembrava ormai, poverina, che tutti - vedendo sua figlia - dovessero d'un tratto concepire il piú tristo dei sospetti, quello appunto per cui ella piangeva inconsolabile, trascinando senza requie il suo cordoglio segreto fra il tumulto di quella vita di lusso odioso che disonorava sconciamente la sua stanca vecchiaja.
- Ma io, - le scappò detto, - io ormai non posso piú farle la guardia, figliuolo mio...
- Perché? - domandò allora Micuccio, leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch'egli non aveva ancora avuto; e si rabbujò in volto.
La vecchietta si smarrí nella sua pena e si nascose la faccia con le mani tremule, ma non riuscí a frenar l'impeto delle lagrime irrompenti.
- Sí, sí, vattene, figliuolo mio, vattene...
- disse soffocata dai singhiozzi.
- Non è piú per te, hai ragione...
Se mi aveste dato ascolto!
- Dunque, - proruppe Micuccio chinandosi su lei e strappandole a forza una mano dal volto.
Ma fu tanto accorato e miserevole lo sguardo con cui ella gli chiese pietà portandosi un dito su le labbra, che egli si frenò e aggiunse con altro tono, forzandosi a parlar piano - Ah, lei dunque, lei...
lei non è piú degna di me.
Basta, basta, me ne vado lo stesso..
anzi, tanto piú, ora...
Che sciocco, zia Marta: non l'avevo capito! Non piangete...
Tanto, che fa? Fortuna, dicono...
fortuna...
Prese la valigetta e il sacchettino di sotto la tavola, e s'avviava per uscire, quando gli venne in mente che lí, dentro il sacchetto, c'eran le belle lumíe ch'egli aveva portato a Teresina dal paese.
- Oh, guardate, zia Marta, - riprese.
Sciolse la bocca al sacchetto e, facendo riparo d'un braccio, versò quei freschi frutti fragranti sulla tavola.
- E se mi mettessi a tirare tutte queste lumíe, - soggiunse, - sulla testa di quei galantuomini là?
- Per carità, - gemette la vecchina tra le lagrime, facendogli un nuovo cenno supplichevole di tacere.
- No; niente, - riprese Micuccio, ridendo acre e rimettendosi in tasca il sacchetto vuoto.
- Le avevo portate a lei; ma ora le lascio a voi sola, zia Marta.
Ne prese una e la accostò al naso di zia Marta.
Sentite, zia Marta; sentite l'odore del nostro paese...
E dire che ci ho anche pagato il dazio...
Basta.
A voi sola, badate bene...
A lei dite cosí: "Buona fortuna! " a nome mio.
Riprese la valigetta e andò via.
Ma per la scala, un senso d'angoscioso smarrimento lo vinse: solo, abbandonato, di notte, in una grande città sconosciuta, lontano dal suo paese; deluso, avvilito, scornato.
Giunse al portone, vide che pioveva a dirotto.
Non ebbe il coraggio d'avventurarsi per quelle vie ignote, sotto quella pioggia.
Rientrò pian piano, rifece una branca di scala, poi sedette sul primo scalino e appoggiando i gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, si mise a piangere silenziosamente.
Sul finir della cena, Sina Marnis fece un'altra comparsa nella cameretta.
Vi trovò la mamma che piangeva anche lei, sola, mentre di là quei signori schiamazzavano e ridevano.
- È andato via? - domandò, sorpresa.
Zia Marta accennò di sí col capo, senza guardarla.
Sina fissò gli occhi nel vuoto, assorta, poi sospirò
- Poverino...
Ma subito dopo le venne di sorridere.
- Guarda, - le disse la madre, senza frenar piú le lagrime col tovagliolo.
- Ti aveva portato le lumíe...
- Oh, belle! - esclamò Sina, con un balzo.
Strinse un braccio alla vita e ne prese con l'altra mano quanto piú poteva portarne.
- No, di là no! - protestò vivamente la madre.
Ma Sina scrollò le spalle e corse in sala gridando:
- Lumíe di Sicilia! Lumíe di Sicilia!
...
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