IL VECCHIO DIO, di Luigi Pirandello - pagina 5
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Io vado con Pitagora a ritirare il baule.
E, andando, mi narra sommariamente la storia miseranda del povero cognato, che da circa due anni e mezzo aveva preso moglie a Forlí: gli eran nati due bambini, uno dei quali, dopo quattro mesi, era accecato; questa disgrazia, l'impotenza di provvedere adeguatamente con l'arte sua ai bisogni della famiglia, le continue liti con la suocera e con la moglie sciocca ed egoista, gli avevano sconcertato il cervello.
Ora Renzi lo conduceva a Roma per farlo visitare dai medici e divagarlo un po'.
Se non avessi visto con gli occhi miei Tito ridotto in quello stato, avrei senza dubbio creduto che Renzi, come tant'altre volte, volesse farsi beffe di me.
Tra lo stordimento e la pena, gli confesso allora l'equivoco in cui ero caduto, come io cioè, fino al giorno avanti, avessi salutato Tito, promesso sposo, per le vie di Roma.
Renzi, non ostante la costernazione per il cognato, non può tenersi di ridere.
- T'assicuro! - gli dico io.
- Tal e quale! Proprio lui in persona! Da tre mesi ci salutiamo e ci sorridiamo: siamo divenuti amiconi! Ora sí, ora noto la differenza.
Ma perché Tito, poverino, sfido! non si riconosce piú.
Io saluto ogni giorno, invece, Tito qual era prima che partisse per Forlí, tre anni or sono.
Ma proprio lui, sai? Tito, Tito che guarda, Tito che parla, Tito che sorride, Tito che cammina, Tito che mi riconosce e mi saluta...
Proprio lui! proprio lui! Figurati che impressione m'ha fatto rivederlo cosí, ora, dopo averlo veduto jeri, verso le quattro, felice e raggiante con la sposina accanto.
La mia disdetta vuole, che di tutto quello che io sento nessuno mai debba o voglia tener conto.
Renzi, com'ho detto, rideva, e, poco dopo, per distrarre il malato, gli volle raccontare questa bella avventura.
Sentite ora che ne seguí.
Quel poveretto rimase in prima stranamente stupito del mio abbaglio; ci lavorò sú un pezzo con la fantasia, durante il tragitto dalla stazione all'albergo, e, alla fine, afferrandomi per un braccio, con tanto d'occhi sbarrati, confitti nei miei, mi gridò:
- Pitagora, hai ragione!
Mi spaventai; mi provai a sorridergli:
- Che vuoi dire, caro Tito?
- Dico che hai ragione! - ripeté egli senza lasciarmi, con un brio di luce terribile negli occhi sempre piú sbarrati.
- Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti sono io.
Proprio io, Pitagora; che non ho mai lasciato Roma! mai! mai! Chi dice il contrario, è mio nemico! Qua, qua, tu hai ragione, io sto qua, sempre, a Roma, giovane, libero, felice, come tu ogni giorno mi vedi e mi saluti.
Caro mio Pitagora, ah, respiro! respiro! Che peso m'hai levato dal petto! Grazie, caro, grazie, grazie...
Sono felice! felice!
E, rivolgendosi al cognato:
- Abbiamo fatto un brutto sogno, Quirino mio! Dammi, dammi un bacio! Sento il gallo cantare di nuovo nel mio vecchio studio di Roma! Pitagora qui presente te lo dice.
È vero, Pitagora? è vero? ogni giorno tu m'incontri qua a Roma...
E che faccio io a Roma? Dillo a Quirino.
Faccio il pittore! Il pittore! E vendo, no? Se mi vedi che rido, vuol dire che vendo! Ah...
Va benone...
Viva la gioventù! Scapolo, libero, felice...
- E la sposina? - mi lasciai scappare disgraziatamente, senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel raccontargli l'equivoco, aveva tralasciato questo pericoloso particolare.
Il volto di Tito s'abbujò a un tratto.
Mi riafferrò questa volta per tutt'e due le braccia:
- Che hai detto? Come! Prendo moglie?
E guardò sbigottito il cognato.
- Ma che! - gli faccio io, subito, per rimediare, a un cenno di Renzi.
- Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con quella marmottina!
- Scherzo? Ah, scherzo, dici? - incalzò Tito, infuriandosi, stravolgendo gli occhi, agitando le pugna.
- Dove sono? dove sto? dove mi vedi? Bastonami come un cane, se mi vedi scherzare con una donna! Non si scherza con le donne...
Si comincia sempre cosí, Pitagora mio! E poi...
e poi...
Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi il volto con le mani.
Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di consolarlo.
- No, no! - ci rispondeva.
- Se prendo moglie anche qui a Roma, sono rovinato! rovinato! Vedi come mi sono ridotto a Forlí, caro Pitagora? Salvami, salvami, per carità! A ogni costo bisogna impedirmelo! subito! Anche lí ho cominciato scherzando.
E tremava tutto, come per brividi di febbre.
- Ma se noi siamo qui per pochi giorni soltanto! - gli disse Renzi.
- Il tempo di contrattare con due o tre signori per l'acquisto dei tuoi quadri, come s'era rimasti.
Ce ne torneremo subito a Forlí.
- E non gioverà a nulla! - rispose Tito, con un gesto disperato delle braccia.
- Ce ne torneremo a Forlí, e Pitagora seguiterà pur sempre a vedermi qua a Roma! come vuoi che sia altrimenti? Vivo qua sempre a Roma, Quirino mio, anche standomene lí.
Sempre a Roma, sempre a Roma, negli anni miei belli, scapolo, libero, felice, come appunto m'ha visto Pitagora jeri stesso, non è vero? Eppure jeri noi eravamo a Forlí: vedi che non dico bugie?
Commosso, esasperato, Quirino Renzi scosse rabbiosamente la testa e strizzò gli occhi per frenar le lagrime.
Finora la pazzia del cognato non gli s'era palesata in cosí disperate proporzioni.
- Via, via, - riprese Tito, rivolgendosi a me: - andiamo, conducimi subito dove tu mi suoli vedere.
Andiamo al mio studio, in via Sardegna! A quest'ora ci sarò, voglio sperare che a quest'ora non sarò dalla sposina!
- Ma come! se sei qui con noi, Tito mio! - esclamai io sorridendo, con la speranza di richiamalo in sé.
- Dici sul serio? Non sai che io ho la specialità degli equivoci? Ho scambiato per te un signore che ti somiglia.
- Sono io! Infame! Traditore! - mi gridò allora il povero pazzo; con gli occhi lampeggianti e con un gesto di minaccia.
- Vedi questo pover'uomo? Io l'ho ingannato.
Ho sposato senza dirgliene nulla.
Ora tu vorresti forse ingannare anche me? Di' la verità, sei d'accordo con lui? gli tieni mano? Vuoi farmi sposare di nascosto? Conducimi in via Sardegna...
Già, so la via; ci vado da me!
Per non farlo andar solo, fummo costretti ad accompagnarlo.
Via facendo, gli dissi:
- Scusa, ma non ricordi che non ci stai piú in via Sardegna?
S'arrestò, perplesso, a questa mia osservazione; mi guardò un tratto, accigliato; poi disse:
- E dove sto? Questo tu puoi saperlo meglio di me.
- Io? Oh bella! Come vuoi che lo sappia, se non lo sai neanche tu?
La risposta mi parve convincentissima, e tale da tenerlo fermo e inchiodato lí.
Non sapevo che i cosí detti pazzi posseggono anch'essi quella complicatissima macchinetta cavapensieri che si chiama logica, in perfetta funzione, forse piú della nostra, in quanto, come la nostra, non si arresta mai, neppur di fronte alle piú inammissibili deduzioni.
- Io? Se non so neppure che stia per prender moglie! Che vuoi che sappia io da Forlí ciò che faccio qua, solo, a Roma, libero come un tempo? Lo saprai tu che mi vedi tutti i giorni! Andiamo, andiamo: conducimi; mi affido a te.
E, andando, di tratto in tratto, si voltava a guardarmi, con una muta supplichevole interrogazione negli occhi, che mi passava il cuore; perché con quegli occhi mi diceva che andava in cerca di se stesso per le vie di Roma, in cerca di quell'altro sé, libero e felice, del buon tempo andato; e mi domandava se io lo scorgessi in qualche parte, poiché egli lo cercava con gli occhi miei, che fino a jeri lo avevano veduto.
Un'inquietudine angosciosa s'era impadronita di me.
Se per disgrazia - pensavo - ci avvenisse d'imbatterci in quell'altro! Lo riconoscerebbe senza dubbio: la somiglianza è cosí evidente e perfetta! E poi, con quelle scarpe che strillano a ogni passo, quell'animale fa voltare tutta la gente! - E mi pareva di sentire da un momento all'altro, dietro di me, il dri dri dri di quelle scarpe maledette.
Poteva non darsi il caso? Ma neanche a dirlo!
Renzi era entrato in un negozio a comperar non so che cosa: io e Tito lo aspettavamo sulla via.
Era già quasi sera.
Guardavo impaziente il negozio da cui Renzi doveva uscire, e ogni minuto d'attesa, lí fermi, mi sapeva un'ora, quando a un tratto mi sento tirare per la giacca e vedo Tito con la bocca aperta a un sorriso muto di beatitudine, povero figliuolo! e con due grosse lagrime che gli gocciolavano dagli occhi chiari, ilari, parlanti.
Lo aveva scorto; me lo additava lí, a due passi da noi, solo, fermo su lo stesso marciapiede.
Mettetevi un po', una sola volta almeno, ne' panni miei, senza ridere! Quel signore, nel vedersi guardato e additato a quel modo, si turbò; ma poi, accorgendosi di me, mi salutò al solito - tanto garbato, poverino! Io mi provai a fargli un cenno di nascosto, mentre con l'altra mano cercavo di trascinarmi via Tito.
Non ci fu verso!
Per fortuna, colui aveva compreso il mio cenno e sorrideva; aveva però compreso soltanto che il mio compagno era pazzo; non s'era affatto riconosciuto nelle fattezze di Tito; mentre questi sí, subito, in quelle di lui.
Sfido! Erano le sue di tre anni fa...
Era lui stesso, che finalmente s'incontrava, qual era stato non piú di tre anni fa.
E gli s'era accostato e lo contemplava estatico e lo accarezzava nelle braccia e nel petto, pian piano, sussurrandogli:
- Come sei bello...
come sei bello...
Questo è il nostro caro Pitagora, vedi?
Quel signore mi guardava e sorrideva, imbarazzato e timoroso.
Io, per tranquillarlo, gli sorrisi, addolorato.
Non l'avessi mai fatto! Tito notò quel nostro sorriso, e sospettando, subito qualche intesa fra noi due, si rivolse, minaccioso, a colui:
- Non prender moglie, imbecille: mi rovini! Vuoi ridurti come me? Straccione e disperato? Lascia quella ragazza! Non ci scherzare, stupido! mascalzone! Senza esperienza...
- Ma insomma! - gridò quel poveretto, rivolto a me, vedendo la gente accorrere curiosa, stupita, tutt'intorno a noi.
Io ebbi appena il tempo di dire: - Lo compatisca...
- Tito mi fu sopra:
- Taci, traditore!
E mi diede uno spintone; poi si rivolse di nuovo a colui, con tono dimesso, persuasivo:
- No, calmati, per carità! Ascoltami...
Sei focoso, lo so...
Ma io debbo impedirti di trarmi alla rovina una seconda volta...
A questo punto Renzi accorse, cacciandosi tra la ressa, chiamando forte:
- Tito! Tito! Che è accaduto?
- Che? - gli rispose il povero Bindi.
- Guardalo: eccolo là! Vuole riprender moglie! Diglielo tu che gli nascerà un bambino cieco...
diglielo che...
Renzi a viva forza se lo trascinò via.
Poco dopo, io dovetti spiegare ogni cosa a quel signore.
M'aspettavo che ne dovesse sorridere; ma non fu cosí.
Mi domandò, costernato:
- Ma mi somiglia dunque tanto veramente?
- Ah, ora no! - gli risposi.
- Ma se lo avesse veduto prima, tre anni fa, scapolo, qua a Roma...
Lei in persona!
- Speriamo allora che fra tre anni, - disse, - io non debba ridurmi come lui...
Dopo tutto questo, avevo sí o no il diritto di credere che tutto fosse finito?
Ebbene, nossignori.
Ho ricevuto l'altro jeri - dopo circa due mesi dall'incontro che ho narrato - una cartolina firmata Ermanno Lèvera.
Dice cosí:
Caro Signore,
annunzi a quel tale Bindi che è stato obbedito.
Non ho potuto piú dimenticarlo.
M'è rimasto davanti come lo spettro del mio destino imminente.
Ho sconcluso il matrimonio e parto domani per l'America.
Suo ERMANNO LÈVERA.
Ecco: se io non lo avessi salutato, povero giovine, scambiandolo per quell'altro, a quest'ora, chi sa! egli potrebbe essere un marito felice...
chi sa! Tutto può darsi a questo mondo, anche certi miracoli.
Ma penso che se l'incontro con quell'altro poté su lui tanto, da produrre un tale effetto, anch'egli dovette credere d'incontrar nel Bindi se stesso, quale sarebbe stato fra tre anni.
E fino a prova contraria non posso in coscienza asserire che questo signor Lèvera sia anche lui pazzo.
M'aspetto intanto che uno di questi giorni mi càpiti la visita della sposina abbandonata e della mancata suocera.
Le spedisco tutt'e due a Forlí, parola d'onore.
Chi sa che non si riconosceranno anche loro nella moglie e nella suocera del povero Tito Bindi.
Ormai pare anche a me, che siano tutti, realmente, una cosa sola, con soltanto quel bambino cieco in piú, che qua, se Dio vuole, non nascerà, se è vero che questo signor Lèvera è partito jeri per l'America.
QUAND'ERO MATTO...
I.
IL SOLDINO
Prima di tutto chiedo licenza di premettere che ora sono savio.
Oh, per questo, anche povero.
Anche calvo.
Quand'ero ancora io, voglio dire, il riverito signor Fausto Bandini, ricco, e in capo avevo tutti i miei bellissimi capelli, è però provato provatissimo ch'ero matto.
E un po' piú magro, s'intende.
Ma pur con questi occhi che mi sono rimasti da allora spauriti, nella faccia cosí tutta scritta dagli atteggiamenti che prendeva per le croniche pietà da cui ero afflitto.
Per distrazione, ogni tanto, ci ricasco.
Ma sono lampi che Marta, saggia moglie, spegne subito in me con certe sue terribili paroline.
Per esempio, l'altra sera.
Cose di poco momento, badiamo.
Che può mai accadere a un povero savio e savio povero, ridotto a vivere piú ordinatamente d'una formica?
Quanto piú tenue la tela, tanto piú delicato il ricamo, ho letto una volta, non so dove.
Ma prima di tutto bisognerebbe saper ricamare.
Rincasavo.
Non si può dare, credo, maggior fastidio di quello che l'insistenza d'un mendicante cagiona quando non s'abbia il soldo in tasca e quegli ci veda all'aria dispostissimi a darglielo.
Era, nel caso mio, una ragazza.
Senza interruzione, con voce piagnucolosa da un quarto d'ora m'andava ripetendo dietro le stesse frasi, due o tre.
Io, sordo; senza guardarla.
A un certo punto, mi lascia: investe e s'appiccica, come una mosca tavana, a una coppia di sposi novelli.
- Glielo daranno il soldino? - dico tra me.
Ah, tu non sai, ragazza! La prima volta che gli sposi novelli van per via a braccetto, credono d'aver tutti gli occhi del mondo appuntati addosso; sentono l'impaccio delle cose nuove che tutti quegli occhi veggono e suppongono in loro, e non sanno né possono fermarsi a far l'elemosina al povero.
Sento poco dopo, difatti, qualcuno che mi corre dietro gridando.
- Signorino, signorino.
E rièccola, col piagnisteo monotono di prima.
Non ne posso piú; le grido esasperato:
- No!
Peggio.
Come se con quel no avessi dato la stura a un altro pajo di frasi tenute in serbo in previsione del caso.
Sbuffo una prima volta, sbuffo una seconda, finalmente: auff! - alzo il bastone.
Cosí.
Quella si tira da un canto, levando istintivamente il braccio a riparo della testa, e di sotto il gomito mi geme:
- Anche due centesimi!
Dio, che occhi apriva quel volto smunto, citrino, sotto i capelli rossastri abbatuffolati.
Tutti i vizii della strada vermicavano in quegli occhi; e la precocità li rendeva spaventevoli.
(Non metto alcun punto esclamativo perché, ora che son savio, nessuna cosa deve piú farmi meraviglia.)
Già prima di vederle quegli occhi ero pentito dell'atto di minaccia.
- Quant'anni hai?
La ragazza mi guarda di traverso, senza abbassare il braccio, e non risponde.
- Perché non lavori?
- Magari, a trovarne.
Non trovo.
- Non cerchi, - le dico io, riavviandomi.
- Perché hai preso gusto a codesto bel mestiere.
Manco a dirlo; colei mi seguí ripigliando l'affliggente cantilena: che aveva fame, le déssi qualcosa per amor di Dio.
Potevo cavarmi la giacca e dirle: "Tieni"? Chi sa: in altri tempi, forse l'avrei fatto.
Ma già, in altri tempi, avrei avuto in tasca il soldino.
Mi nacque improvvisamente un'idea, della quale sento il dovere di scusarmi al cospetto della gente savia.
Lavorare è senza dubbio un buon consiglio; ma si fa cosí presto a darlo.
Mi sovvenne che Marta cercava una servetta.
E si badi: qualifico pazzia quest'idea improvvisa, non tanto per la trepida gioja che mi suscitò e che riconobbi in prima benissimo, per averla altre volte provata tal quale, quand'ero matto: specie d'ebbrezza abbarbagliante che dura un attimo, un lampo, nel quale il mondo sembra dia un gran palpito e sussulti tutto dentro di noi; quanto per le riflessioni da povero savio con cui cercai subito di puntellare quell'ebbrezza in me.
Pensai: "Purché a questa ragazza si dia da mangiare, da dormire e qualche veste smessa, ci servirà, senza pretendere altro.
Sarà pure un risparmio per Marta".
Cosí.
- Senti: - dissi alla ragazza, - soldi, non te ne do.
Vuoi davvero lavorare?
Si fermò a guardarmi un tratto con quegli occhi scontrosi, sotto le ciglia odiosamente aggrottate; poi chinò piú volte il capo.
- Sí? ebbene, vieni allora con me.
Ti darò io da lavorare a casa mia.
La ragazza si fermò di nuovo, perplessa.
- E mamma?
- Andrai a dirglielo dopo.
Adesso vieni.
Mi pareva di camminare per un altro viale e che...
mi vergogno a dirlo, case e alberetti fossero in preda all'agitazione che provavo io.
E l'agitazione crebbe, crebbe di punto in punto, appressandomi a casa.
Che avrebbe detto mia moglie?
In un modo piú balordo non avrei potuto presentarle la proposta (balbettavo).
E certo, certissimo questo modo balordo dovette contribuire non solo a fargliela respingere, com'era giusto, ma anche a farla arrabbiare, povera Marta.
Ma se io, ora che sono divenuto savio, col timore continuo che mi scappi qualche stramberia, non so piú dire due parole, una dopo l'altra? Basta; mia moglie non si lasciò sfuggire l'occasione di ripetermi quel suo terribile: "Ancora? Ancora?" che per me è peggio d'una doccia a sorpresa; poi mandò via la ragazza senza neanche volerle dare qualcosina, perché - disse - per quel giorno l'elemosina era fatta.
(E realmente Marta l'elemosina la fa ogni giorno; badiamo: dà un soldino al primo povero che capita, e quando ha dato quel soldino e ha detto: "Raccomandami alle anime sante del Purgatorio" s'è messa in pace con la coscienza, e non vuol sentire altro.)
Intanto io penso e dico: quella ragazza, se non è già perduta, certo sarà tra breve.
Sí, ma che deve importarmene? Io, ora, sono divenuto savio, e a queste cose non debbo piú pensare né punto, né poco.
- "Pensare a me!" - questa, la mia nuova divisa.
Ce n'è voluto per persuadermi a intestarne tutti gli atti di questa mia nuova vita, chiamiamola cosí.
Ma come Dio vuole, non facendo nulla...
Basta.
Se io ora, per modo d'esempio, mi fermo sotto la finestra d'una casa ove sappia c'è gente che piange, debbo subito vedere a quella finestra la mia smarrita, sparuta immagine, la quale, affacciandosi, ha l'obbligo espresso di gridarmi di lassù, crollando un po' il capo e appuntandosi l'indice d'una mano sul petto: - E io?- Cosí.
Sempre: - E io? - in ogni occasione.
Che è qui la base della vera saggezza.
Quand'ero matto invece...
2.
FONDAMENTO DELLA MORALE
Quand'ero matto, non mi sentivo in me stesso; che è come dire: non stavo di casa in me.
Ero infatti divenuto un albergo aperto a tutti.
E se mi picchiavo un po' sulla fronte, sentivo che vi stava sempre gente alloggiata: poveretti che avevan bisogno del mio ajuto; e tanti e tanti altri inquilini avevo parimenti nel cuore; né si può dir che gambe e mani avessi tanto al servizio mio, quanto a quello degli infelici che stavano in me e mi mandavano di qua e di là, in continua briga per loro.
Non potevo dir: io, nella mia coscienza, che subito un'eco non mi ripetesse: io, io, io...
da parte di tanti altri, come se avessi dentro un passerajo.
E questo significava che se, poniamo, avevo fame e lo dicevo dentro di me, tanti e tanti mi ripetevano dentro per conto loro: ho fame, ho fame, ho fame, a cui bisognava provvedere, e sempre mi restava il rammarico di non potere per tutti.
Mi concepivo insomma in società di mutuo soccorso con l'universo; ma siccome io allora non avevo bisogno di nessuno, quel "mutuo" aveva soltanto valore per gli altri.
Il bello intanto era questo, che credevo di ragionare la mia pazzia; anzi, se debbo dir tutta la verità senza vergognarmi, ero finanche arrivato a tracciare lo schema d'un trattato sui generis, che intendevo scrivere col titolo: Fondamento della morale.
Ho qui nel cassetto gli appunti per questo trattato, e ogni tanto, di sera (mentre Marta si fa di là il solito pisolino dopo cena), li cavo fuori e me li rileggo pian piano, di nascosto, con un certo godimento e anche una certa meraviglia, lo confesso, perché è innegabile che io ragionavo pur bene, quand'ero matto.
Dovrei veramente riderne; ma forse non ci riesco per il motivo affatto particolare che quei ragionamenti erano per la maggior parte diretti a convertire quella disgraziata, che fu la mia prima moglie, della quale parlerò appresso, per dare la piú lampante prova delle segnalate pazzie di quei tempi.
Da questi appunti argomento che il trattato del Fondamento della morale dovesse nel mio concetto consistere di dialoghi tra me e quella mia prima moglie, o forse d'apologhi.
Un quadernetto, ad esempio, è intitolato: Il giovine timido, e certo in esso alludevo a quel buon ragazzo, figlio d'un mercante di campagna in relazione d'affari con me, il quale, mandato dal padre, veniva a trovarmi in città, e quella disgraziata lo invitava a desinare con noi per divertirsi un po' alle spalle di lui.
Trascrivo dal quadernetto:
"Dimmi, o Mirina.
O che occhi sono i tuoi? Non vedi che codesto povero giovine s'è accorto che tu intendi prenderti giuoco di lui? Lo stimi sciocco; e invece è soltanto timido; cosí timido che non sa ritrarsi dalla berlina a cui lo metti, quantunque ne soffra dentro.
Se la sofferenza di questo giovine, o Mirina, non rimanesse per te allo stato di segno apparente che ti fa ridere, se tu non avessi soltanto coscienza del tuo tristo piacere, ma anche, nello stesso tempo, del dolore di lui, non ti par chiaro che cesseresti di farlo soffrire, perché il piacere ti sarebbe turbato e distrutto dalla coscienza dell'altrui dolore? Tu agisci dunque, Mirina, senza l'intero sentimento della tua azione, della quale provi l'effetto soltanto in te medesima."
Cosí.
E per un matto, via, non c'è male.
Il male era che non comprendevo che altro è ragionare, altro è vivere.
E la metà, o quasi, di quei disgraziati che si tengon chiusi negli ospizii, non sono forse gente che voleva vivere secondo comunemente in astratto si ragiona? Quante prove, quanti esempii potrei qui citare, se ogni savio oggi non riconoscesse tante cose che si fanno nella vita, o che si dicono, e certi usi e certe abitudini esser proprio irragionevoli, dimodoché è matto chi li ragioni.
Tale in fondo ero io, tale nel mio trattato mi dimostravo.
Non me ne sarei accorto, se Marta non mi avesse prestato i suoi occhiali.
Per curiosità, intanto, coloro che non si vogliono tener paghi di Dio, perché lo dicono fondato in un sentimento che non ammette ragione, potrebbero vedere in questo mio trattato come io però lo ragionassi.
Se non che, convengo adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli altri, perché sono coscienze come la nostra.
Chi facesse veramente cosí e alle altre coscienze attribuisse l'identica realtà che alla propria, avrebbe per necessità l'idea d'una realtà comune a tutti, d'una verità e anche di un'esistenza che ci sorpassa: Dio.
Ma non per la gente savia, ripeto.
È curioso intanto che Marta, mentre io (seguendo la nostra vecchia abitudine di leggere qualche buon libro prima d'andare a letto) leggo, per esempio, I fioretti di San Francesco, m'interrompa di tratto in tratto, esclamando con riverenza e piena d'ammirazione:
- Che santo! che santo!
Cosí.
Sarà tentazione del demonio, ma io abbasso il libro sulle ginocchia e sto a guardarla, se lo dica proprio sul serio davanti a me.
Per esser logici, via, San Francesco per lei non dovrebbe esser savio, o io ora...
Ma già, mi persuado che i savii debbono esser logici fino a un certo punto.
Torniamo a quand'ero matto.
Sul cadere della sera, in villa, mentre da lontano mi giungeva il suono delle cornamuse che aprivano la marcia delle frotte dei falciatori di ritorno al villaggio con le carrette cariche del raccolto, mi pareva che l'aria tra me e le cose intorno divenisse a mano a mano piú intima; e che io vedessi oltre la vista naturale.
L'anima, intenta e affascinata da quella sacra intimità con le cose, discendeva al limitare dei sensi e percepiva ogni piú lieve moto, ogni piú lieve rumore.
E un gran silenzio attonito era dentro di me, sicché un frullo d'ali vicino mi faceva sussultare e un trillo lontano mi dava quasi un singulto di gioja, perché mi sentivo felice per gli uccelletti che in quella stagione non pativano il freddo e trovavano per la campagna da cibarsi in abbondanza; felice, come se il mio alito li scaldasse e io li cibassi di me.
Penetravo anche nella vita delle piante e, man mano, dal sassolino, dal fil d'erba assorgevo, accogliendo e sentendo in me la vita d'ogni cosa, finché mi pareva di divenir quasi il mondo, che gli alberi fossero mie membra, la terra fosse il mio corpo, e i fiumi le mie vene, e l'aria la mia anima; e andavo un tratto cosí, estatico e compenetrato in questa divina visione.
Svanita, restavo anelante, come se davvero nel gracile petto avessi accolto la vita del mondo.
Mi mettevo a sedere a piè d'un albero, e allora il genio della mia follia cominciava a suggerirmi le piú strambe idee: che l'umanità avesse bisogno di me, della mia parola esortatrice: voce d'esempio, parola di fatto.
A un certo punto m'accorgevo io stesso che deliravo, e allora mi dicevo: - Rientriamo, rientriamo nella nostra coscienza...
- Ma ci rientravo, non per veder me, ma per veder gli altri in me com'essi si vedevano, per sentirli in me com'essi in loro si sentivano e volerli com'essi si volevano.
Ora, concependo e riflettendo cosí nello specchio interiore della coscienza gli altri esseri con una realtà uguale alla mia e per tal mezzo anche l'Essere nella sua unità, un'azione egoistica, un'azione cioè nella quale la parte si erige al posto del tutto e lo subordina, non era naturale che mi apparisse irragionevole?
Ahimè, sí.
Ma mentre io per le mie terre camminavo in punta di piedi e curvo per vedere di non calpestare qualche fiorellino o qualche insetto, dei quali vivevo in me la tenue vita d'un giorno, gli altri mi rubavano la campagna, mi rubavano le case, mi spogliavano addirittura.
E ora, eccomi qua: ecce homo!
3.
MIRINA
Il cero benedetto, il cero "della buona morte" che quella santa donna s'era portato dalla chiesa madre del paesello natale, faceva ora il suo ufficio.
Lo aveva custodito tant'anni per sé in fondo all'armadio; e ora esso ardeva su un lungo candeliere di piombo e quasi vegliava coi ricordi umili e cari del lontano paese, struggendosi in lacrime sul fusto, dietro il capo della morta già stesa sul pavimento dentro la bara ancora scoperta, nel posto occupato prima dal letto.
Ogni qual volta mi viene in mente la mia prima moglie, mi s'affaccia con straordinaria lucidità questa funebre visione.
La santa donna stesa in quella bara è Amalia Sanni, la sorella maggiore e vorrei dire la madre di Mirina.
Rivedo la camera modestissima e, oltre al cero benedetto, due altri ceri piú piccoli che si consumano piú presto a piè della bara, crepitando di tratto in tratto.
Io me ne sto seduto presso la finestra, e, come se la sciagura inattesa mi avesse piú stordito che addolorato, guardo i parenti e gli amici convenuti per quella morte: gente savia e dabbene, mi guarderei dal negarlo, ma che peccava di troppo zelo nel farmi accorgere dell'antipatia che sentivano per me.
Certo ne avevano ragione, ma non m'ajutavano così a rinsavire, ché io anzi da quei loro sguardi traevo argomento di compatirli sinceramente.
Io amavo Amalia Sanni come una sorella.
Riconosco ora in lei un solo torto: questo: che la sua anima s'accordava in tutto e per tutto con la mia nel concepir la vita.
Non direi però ch'ella era matta; direi tutt'al piú che Amalia Sanni non fu savia, come San Francesco.
Perché non c'è via di mezzo: o si è santi o si è matti.
Con cura tutt'e due ci sforzavamo di ridestare l'anima in Mirina, senza pertanto sciupar la freschezza della sua sconnessa e quasi violenta vitalità, senza mortificare per nulla quel suo minuscolo corpicino da bambola, pieno di vivacissime grazie.
Volevamo insegnare a una farfalla, non a chiuder le ali e non volar piú, ma a non andare a posarsi su certi fiori velenosi.
Senza intendere che per la farfalla quel che a noi pareva veleno era il proprio cibo.
Basta: non voglio qui dilungarmi a narrare la mia infelice esistenza coniugale con Mirina.
Dirò solo che ella detestava in me quel che ammirava in sua sorella.
E questo ora mi sembra naturalissimo.
A un tratto, nella camera mortuaria entrò sbuffante una delle cugine di mia moglie, di cui non ricordo piú il nome: pingue, nana, con un grosso pajo d'occhiali rotondi che le ingrandivano mostruosamente gli occhi, poverina.
Si era recata all'aperto a raccoglier qua e là quanti piú fiori aveva potuto, nelle vicinanze della villetta, e ora veniva a spargerli sulla morta.
Aveva nei capelli scompigliati il vento che urlava fuori.
Gentile e pietoso quel pensiero: ora lo riconosco; ma allora...
Ricordavo che, pochi giorni addietro, Amalia, nel veder Mirina ritornare alla villetta con un gran fascio di fiori, aveva esclamato, .tutt'afflitta:
- Peccato! Perché?
Nella sua santità, difatti, ella riteneva che quei fiori di campo non nascono per gli uomini, ma sono come il riso della terra che esprime gratitudine al sole per il calore che esso le dà.
Strappare quei fiori era per lei una profanazione.
Io matto, confesso che non seppi resistere alla vista della morta coperta di quei fiori.
Non dissi nulla.
Me ne andai.
Ricordo ancora l'impressione che mi fece, quella notte, l'improvviso spettacolo della natura quasi tutta in fuga, nell'urlante veemenza del vento.
Fuggivano squarciate pel cielo, con disperata furia, le nuvole, a schiera infinita; e pareva si trascinassero seco la luna pallida dallo sgomento; gli alberi si scontorcevano stormendo, cigolando, spasimando senza requie, come per sradicarsi e fuggire pur là, pur là, dove il vento portava le nuvole, a un tempestoso convegno.
L'anima mia, che nell'uscir dalla villetta era tutta chiusa nel cordoglio della morte, a un tratto si aprí, come se il cordoglio stesso si fosse spalancato al cospetto di quella notte: altro dolore immenso mi parve che fosse nel cielo misterioso, in quelle nuvole squarciate e trascinate; altra pena arcana nell'aria infuriata e urlante in quella fuga, e, se così gli alberi muti si agitavano, anche uno spasimo ignoto doveva certo essere in loro.
A un tratto, un singhiozzo, quasi un bollo di paurosa luce in quel mare di tenebre: un chiurlo d'assiolo nella valle giú; e, lontano, gridi di terrore: i grilli che scampanellavano di là, verso la collina.
Investito dal vento, andai tra gli alberi.
A un certo punto, non so perché, mi voltai a guardare verso la villetta, che mi presentava l'altro lato.
Dopo aver guardato un pezzo, improvvisamente mi protesi per discernere tra il bujo se quel che mi sembrava di vedere fosse vero: presso la finestra bassa della camera in cui Mirina s'era ritirata a piangere la sorella, stava e s'agitava come un'ombra.
Poteva essere negli occhi miei quell'ombra? Me li stropicciai così forte, che, per un attimo, dopo, non riuscii a discernere piú nulla, quasi che una tenebra piú fitta fosse caduta attorno per impedirmi, non di vedere, ma di credere a ciò che m'era parso di vedere.
Un'ombra che gestiva? L'ombra d'un albero agitato dal vento?
Tanto era lontano da me il sospetto che mia moglie mi tradisse.
Veramente mi sembra di non presumer troppo pensando che, in una notte come quella, sarebbe stato lontano da tutti un tal sospetto, e che forse tutti, come me, quando mi accorsi che quell'ombra era proprio un uomo in carne e ossa, avrebbero ritenuto che fosse un ladro notturno e come me sarebbero corsi di soppiatto a prendere uno schioppo, per intimorirlo, anche sparando in aria.
Se non che io, quando scoprii che genere di ladro fosse colui, non gli sparai, né sparai in aria.
Appostato lí, chino, all'angolo della cascina, vicinissimo alla prima finestra donde essi parlavano tra loro, in preda a continui brividi taglienti come rasojate alla schiena, mi sforzavo di udire ciò che dicevano.
Udivo soltanto mia moglie atterrita dall'incredibile audacia di colui.
Lo spingeva ad andarsene.
Parlava anche lui, ma così basso e affrettatamente che, non solo non riuscivo a intendere le sue parole, ma dal suono della voce non potevo ancora riconoscerlo.
- Vattene, vattene, - insisteva lei.
E tra le lagrime aggiunse altre parole che m'impietrarono di piú.
Intravidi tutto! Egli era venuto in quella notte tempestosa per chiedere notizie dell'inferma.
Ed ella gli disse: "L'abbiamo uccisa noi".
Ah, dunque Amalia aveva saputo, aveva scoperto prima di me il tradimento?
- Che colpa? che colpa? No! - diss'egli forte, smanioso, a un tratto.
Vardi! lui, Cesare Vardi, il mio vicino! Lo riconobbi, lo vidi nella sua voce: tozzo e solido, quasi nutrito di terra, di sole e d'aria sana.
Udii, subito dopo, le persiane raccostarsi con violenza, come se il vento avesse ajutato le mani di lei; udii che egli si allontanava.
E io non mi mossi dalla positura in cui m'ero messo; seguii con l'udito, rattenendo il fiato, i suoi passi, piú lenti assai dei battiti del mio cuore.
Poi mi rialzai in preda al primo sbalordimento, e allora quel che avevo veduto e inteso quasi non mi parve piú vero.
"Possibile? possibile?" dicevo a me stesso, errando di nuovo per la campagna, tra gli alberi, com'ebbro.
M'usciva dalla gola un mugolío sordo, continuo, che si confondeva col violento stormire delle foglie, come se il mio corpo, ferito, si dolesse per suo conto, mentre l'anima, sconvolta, stupita, non gli badava.
Possibile?
Intesi alla fine quel mugolo che partiva da me, e m'arrestai arrangolato e m'afferrai forte con l'una mano e con l'altra gli omeri, incrociando le braccia sul petto, quasi per trattenermi, e sedetti a terra.
Ruppi allora in singhiozzi disperati; piansi e piansi; poi, spossato, alleggerito, cominciai a esortar me stesso.
Ma dirò solo quello che feci, dopo aver pensato a lungo.
Sarà meglio.
Ormai sono passati tanti anni; commuovermi ancora di questa mia vecchia sciagura temo che non sia degno di un uomo savio; tanto piú che, pare, anzi è certo, mi diportai malissimo.
Levatomi dunque da terra, mi misi a errar di nuovo.
A un tratto mi sentii quasi forzato a nascondermi ancora una volta, e mi accoccolai dietro la siepe che limitava il mio campo da quello di lui.
Il Vardi ritornava lentamente alla sua villa.
Nel passare davanti a me, nascosto dalla siepe, lo sentii sospirare profondamente nella notte.
Quel sospiro me lo avvicinò tanto, che quasi ne provai ribrezzo.
Ah, per quel sospiro fui proprio sul punto d'ucciderlo.
Potevo, solo che avessi alzato un po' il fucile, anche senza darmi la pena di prendere la mira; tanto vicino mi passava.
Lo lasciai passare.
Ritornato di corsa alla villetta trovai che i parenti s'erano ritirati dalla camera della morta e che soltanto due servi erano rimasti a vegliare.
Li dispensai dal triste ufficio, dicendo che avrei vegliato io.
Mi trattenni un po' a contemplare mia cognata, che mi sembrò piú tranquilla, piú serena, come se, morta dentro l'ombra della colpa di cui aveva voluto serbare l'orrendo segreto, ora ne fosse uscita, poiché io sapevo tutto.
Entrai quindi nella camera di Mirina.
La trovai che piangeva.
Appena mi vide, si cangiò in volto.
- Non temere, le dissi.
- Vieni con me.
- Dove?
- Con me.
Non avrai piú rimorsi.
- Che intendi dire?
- Io voglio fare, non dire.
E quello che vuoi tu.
Vieni intanto.
Ti farò vedere.
La presi per mano; la attirai.
Tremante, fremente, ella si lasciò trascinare fino alla camera della morta.
Le additai la sorella.
- Vedi? - le dissi.
- Ora ella ti perdona.
E tu puoi ripetere a me che l'hai uccisa tu.
- Io?
- Sí, come hai detto poc'anzi dalla finestra a lui.
Zitta, non gridare! Non ti fo nulla.
Andrai ora stesso via da questa casa.
Non piangere! È la tua prigione.
Voglio liberarti.
Cadde in ginocchio, con la faccia per terra, supplicando perdono, pietà.
La ajutai subito a rialzarsi, imponendole di far silenzio; la tirai fuori della stanza.
- Dove? dove? - chiedeva lei angosciosamente.
- Dove tu vuoi; non temere.
E se vuoi esser punita, sarà punizione; e se puoi ancora godere, godrai liberamente.
Ti libero! ti libero!
Avevo ancora lo schioppo in ispalla.
Ah come ella me lo guardò, sospettando ragionevolmente che con le buone volessi attirarla fuori! Me ne accorsi: sorrisi amaramente.
E corsi a posar l'arma in un angolo della saletta.
- Non voglio farti male, no.
Che dovere hai tu d'amarmi per forza?
- Dove mi conduci?
- Da lui che t'aspetta.
Entrando in una casa, pensavo io allora, dobbiamo contentarci della sedia che l'ospite può offrirci, senza stare a pensare se dall'albero, donde quella sedia fu tratta, altra sedia di miglior foggia e di maggior dimensione avremmo tratta noi per il nostro gusto e per la nostra statura.
Per Mirina erano troppo alte le sedie di casa mia.
Sedendo, restava con le gambe spenzolate, ed ella voleva sentire sotto i piedi la terra.
Ma avevo promesso di riferire soltanto quello che feci.
Bene: passi questo breve saggio di pazzia.
Quanto sarebbe stato piú spiccio tirare una fucilata...
Mah!
La tenevo per mano, all'aperto, e le parlavo, andando.
Non so bene quel che le dicessi; so che, a un certo punto, ella svincolò il polso dalla mia mano e scappò via di corsa, di corsa, tra gli alberi, come portata dal vento.
Io rimasi perplesso, sorpreso da quella fuga improvvisa: pareva che ella mi seguisse cosí docile...
Chiamai come un cieco:
- Mirina! Mirina!
Era sparita nella tenebra, tra gli alberi.
Errai in cerca, a lungo, invano.
Ruppe l'alba, cercai ancora, finché ogni dubbio non fu vinto dalla certezza che ella era andata da sola a rifugiarsi là, dove io senza alcuna violenza volevo condurla.
Guardai il cielo velato da strisce rade, che erano come la traccia superstite della gran fuga delle nuvole nella notte, e mi sentii stordito in mezzo a un silenzio nuovo, inatteso, con l'impressione vaga che qualcosa fosse venuta a mancare tutt'intorno, alla terra.
Ah sí, ecco: il vento.
Il vento era abbattuto.
Gli alberi erano immobili nell'umida squallida luce di quell'alba.
Quanta stanchezza in quella stupefatta immobilità! Ero sfinito anch'io, e mi posi a sedere per terra.
Guardai le foglie degli alberi piú vicini, e sentii che, se un soffio d'aria in quel momento fosse venuto a smuoverle, esse avrebbero forse provato lo stesso senso di dolore che avrei provato io se qualcuno fosse venuto a scuotermi una mano.
Mi sovvenne a un tratto che la morta era sola nella villetta; che c'erano i parenti, i quali forse a quell'ora s'erano svegliati e domandavano di me e di mia moglie.
Balzai in piedi, e via di corsa.
Stimo inutile rappresentare a gente savia quel che seguí.
Quei bravi parenti insorsero tutti alle parole mie, alle mie spiegazioni; mi proclamarono pazzo, e anzi quella cugina pingue, nana, dagli occhiali rotondi, mentre tutti vociavano, trasse dalla concitazione generale il coraggio di strillarmi in faccia con le pugna serrate:
- Imbecille!
Aveva ragione, poverina.
Affrettarono il trasporto della defunta alla chiesa del prossimo villaggio, e mi lasciarono solo.
Dopo due anni, mi rivedo in viaggio.
Il Vardi ha abbandonato Mirina, la quale, sottratta alla miseria, al vizio, alla disperazione, vive in casa d'una parente.
Ella è però in potere d'un male orribile, e sta per morirne.
Col mio perdono, con la pace, io ho sperato, sognato di allegrarle gli ultimi giorni di vita, riconducendola alla nostra campagna.
Mi presento a lei in quella camera squallida; le dico:
- Mi comprendi, ora?
- No! - mi risponde lei, ritirando la mano che voglio carezzarle e guardandomi odiosamente.
E anche lei, poveretta, aveva ragione.
4.
SCUOLA DI SAGGEZZA
Per esercitar bene qualunque professione c'è bisogno, come ognun sa, anche di una certa larghezza di mezzi, la quale renda possibile aspettare le opportunità migliori, senza buttarsi alle prime, come cani all'osso, che è la sorte di chi si trovi in ristrettezze e per l'oggi debba ammiserire il proprio domani e se stesso e la professione sua.
Ora questo vale anche per la professione del ladro.
Un povero ladro, che debba vivere alla giornata, suol finir sempre male.
Un ladro invece, che non sia in tali angustie e possa e sappia aspettar tempo e preparare i modi, arriva ad alti e onoratissimi posti, con plauso e soddisfazione di tutti.
Siamo dunque parchi, per carità, nell'accordare il merito della saggezza ai ladri di casa mia.
Tutti quelli che esercitarono sulla mia cospicua ricchezza la loro professione, non meritano l'encomio della gente savia.
Potevano rubare con garbo, comodamente, e con prudenza e avvedutezza, e crearsi un'onorevole e rispettabilissima posizione.
Invece, proprio senz'alcun bisogno, s'affollarono a rubare, e rubarono male, naturalmente.
Riducendomi in pochi anni alla miseria, si tolsero il modo di vivere tranquillamente alle mie spalle.
E cominciarono presto, infatti, per loro, tanti grattacapi che prima non avevano; e so, e me ne dispiace, che qualcuno andò anche a finir male.
Marta, mia moglie, è d'accordo con me in questo giudizio; soltanto ella osserva che allorquando un pover'uomo discretamente onesto si trova insieme con tanti ladri ingordi nell'amministrazione dei beni d'un ricco imbecille o matto (che sarei io) la tattica della parsimonia nel furto non è piú saggia; il furto discreto, pacifico, giornaliero, non è piú segno allora d'avvedutezza, ma di stupidaggine e di povero cuore.
E questo sarebbe appunto il caso di Santi Bensai, mio segretario e primo marito della mia cara Marta.
Il povero Santi (a cui devo se ora non son ridotto all'elemosina) conosceva la mia ricchezza e stimava saggiamente ch'essa avrebbe potuto servire con larghezza per me e per quanti, come lui, si fossero contentati di raschiarla discretamente, comodamente, senza cagionar danni troppo evidenti.
Forse non tralasciò di consigliare, per comune interesse, moderazione ai suoi colleghi; non fu certo ascoltato; si creò nemici; e sofferse non poco, poverino.
Gli altri seguitarono a portar via a balle e a carra; lui, come una sobria formichetta.
E quando io alla fine rimasi povero come santo Giobbe, bisognava vedere il buon Santi molto, ma molto piú afflitto di me.
Egli aveva raggranellato di che vivere modestamente, e non si sapeva dar pace che quegli altri non si fossero degnati neppure di lasciarmi nella sua condizione.
- Carnefici! - esclamava: lui che mi aveva tratto sangue, a mala pena, zitto zitto, con uno spillo.
E piú d'una volta, vedendomi un po' troppo pallido, volle trascinarmi per forza in casa sua a desinare; e lui non mangiava, dalla bile che lo rendeva furibondo contro quegli altri.
Io stavo zitto e ascoltavo Marta che, fin d'allora, cominciò a darmi scuola di saggezza.
Ella difendeva contro il marito i miei carnefici.
- Siamo giusti! - diceva.
- Con qual diritto possiamo pretendere che gli altri si curino di noi, quando noi continuamente dimostriamo di non aver nessuna cura di noi stessi? La roba del signor Fausto era roba di tutti, e ciascuno se l'è presa.
Non è tanto ladro il ladro, quanto, - scusi signor Bandini, - quanto è imbecille chi si lascia rubare.
E qualche altra volta diceva, come infastidita:
- E zitto, via, Santi! Imita il signor Bandini che almeno se ne sta zitto, perché sa bene, ora, che non può lagnarsi di nessuno.
Se egli infatti, senza che gli spettasse, pensò sempre agli altri, che meraviglia, che questi altri abbiano pensato a sé? Ha dato lui l'esempio, e gli altri lo hanno seguito.
Per me, il signor Bandini è stato il piú gran ladro di se stesso.
- E dunque, in prigione? - le domandavo io, sorridendo.
- In prigione, no.
Ma in qualche altro ospizio, sí.
Santi si ribellava.
Il diverbio s'accendeva, e invano io tentavo di metter pace dichiarando che, alla fin fine, quei tali il piú gran male non lo avevano fatto a me che sapevo adattarmi a vivere comunque, ma alla povera gente che aveva bisogno del mio ajuto.
- E lei dunque, - ribatteva Marta, - non ha fatto male soltanto a sé, ma anche agli altri.
Ne conviene? Non pensando a sé, non ha pensato neanche agli altri.
Doppio male! E non ne segue che tutti coloro che pensano soltanto a sé e fanno in modo di non aver mai bisogno d'alcuno, per questo soltanto dimostrano di pensare anche agli altri? Che farà lei adesso? Ha bisogno degli altri, ora.
E crede che sarà per tutti un beneficio il dover mostrarsi grati?
- O che ti scappa di bocca, pettegola? - scattava Santi a queste parole, temendo non mi paressero un raffaccio di quel po' d'ajuto ch'egli con tutto il cuore mi prestava.
Marta, placida e commiserandolo con lo sguardo, gli rispondeva:
- Non dico per te.
Che c'entri tu, Santi mio, che sei un pover'uomo da bene?
E veramente! Se lo avessi lasciato fare secondo il suo affetto e la considerazione sua, mi sarei ridotto a vivere giorno e notte con lui.
Non mi voleva lasciare un sol momento, e mi chiedeva per grazia ch'io fossi contento di accettare i suoi servizii doverosi.
Povero Santi! Ma, con la povertà, i fumi della follia non m'erano per anche svaporati.
Non volevo esser di peso a nessuno de' miei antichi beneficati, e con garbo compassionevole mi portavo a spasso i miei cenci e la mia miseria e intanto cercavo di procacciarmi un lavoro qual si fosse, anche manuale, che mi desse modo di soddisfare ai miei pochi bisogni.
Ma neppur questo garbava alla mia saggia maestra:
- Lavorare? - mi diceva.
- Bell'espediente! Lei non era nato per questo, e ora toglierà, senza volerlo, il posto a un poveretto che forse si sarà incamminato per la via di quell'impiego che lei va cercando.
Mi voleva dunque morto, la buona amica? Quel suo ragionamento mi colpí e, non volendo togliere il posto a nessuno, me ne andai lontano, a chieder ricetto a una famiglia di contadini, gia miei dipendenti, ai quali di notte, in cambio, guardavo nel bosco la carbonaja, con la scusa che non riuscivo mai a prender sonno.
Là, dopo alcuni mesi, mi giunse la notizia che il povero Santi Bensai era morto di un colpo.
Lo piansi come un fratello! Dopo circa un anno, la vedova mandò a cercare di me.
M'ero ridotto cosí male, che non volevo assolutamente presentarmi a lei.
Ora Marta non vuol dare a sé il merito di avermi salvato; ma, se è vero che il buon Santi lasciò nel testamento una calda raccomandazione per me alla moglie, è anche vero che ella poteva non tenerne conto.
- No, no, - mi ripete lei - ringrazia Santi, buon'anima, che ebbe almeno l'accortezza di metter da parte questo poco denaro ch'era tuo, per la nostra vecchiaja..
Vedi? quello che tu non sapesti fare, lo fece lui per te.
Peccato che gli mancasse il coraggio, poverino!
E cosí io ora, savio, godo il frutto, scarso, della piú savia tra le virtù: la previdenza d'un mio povero ladro riconoscente e da bene.
CONCORSO PER REFERENDARIO
AL CONSIGLIO DI STATO
I pochi avventori del Romitorio, esiliati lassù in vetta al monte, da un pezzo sentivano la vociaccia di Natale il somararo, sú per l'erta faticosa sotto la macchia:
- Sci...
brrr! Sci...
brrr!
E nella calura asfissiante, nell'ozio opprimente, fra lo stridor lontano, continuo, delle cicale e gli zighi acuti dei grilli vicini, ansiosi di sapere se quello stortaccio conducesse lassù qualche nuovo compagno di sventura o un visitatore momentaneo, si affacciavano di tanto in tanto alle finestre dell'ex-convento, ridotto da alcuni anni ad albergo.
Il convento, a dir vero, era rimasto tal quale, con le sue anguste cellette, fornite di un lettuccio cosí stretto che a mala pena ci si poteva rigirare, d'un rustico tavolino, d'un lavamano e di tre o quattro seggiole impagliate; tal quale, col suo refettorio, coi suoi lunghi e cupi corridoj rintronanti, con le grige scalette logore e la chiesuola accanto, ora sempre chiusa.
Gli avventori, pe' primi giorni; tolleravano quella mancanza d'ogni comodità in grazia dello strano sapor di vita claustrale; poi si annojavano, pur senza volerlo riconoscere.
E al signor Lanzi che aveva avuto la peregrina idea d'assumer l'impresa di quel sedicente albergo lassú e che prometteva ogni anno per l'anno venturo un albergo nuovo, levato di pianta, di tipo svizzero, e la funicolare:
- Eh sí, - dicevano.
- Perbacco! È un vero peccato! Questo è un luogo delizioso di villeggiatura.
- Senonché, - rispondeva sospirando e grattandosi il capo il signor Lanzi, - senonché, quando io ci avrò rimesso l'osso del collo e avrò loro offerto tutti i comodi, come sul Generoso o sul Pilatus, lor signori diranno che i prezzi son cari e non verranno, o penseranno: "Tanto vale andarcene in Isvizzera! Si fa miglior figura!" E allora Pilatus qua resterò io, con tutti i miei comodi, e un palmo di naso.
Non sarebbe dunque mai sorto l'albergo di tipo svizzero lassù? Ma sí, l'anno venturo senza dubbio.
E il signor Lanzi, per distrarre i suoi avventori, mostrava loro il punto preciso dove la nuova costruzione sarebbe sorta, e la descriveva coi piú minuti particolari, la faceva vedere, lí, come se già ci fosse, - che splendore! - e discuteva e accettava i sennati consigli di questo e di quello; e poi parlava degli studii già compiuti per la costruzione della funicolare.
Tutto pronto.
Al prossimo ottobre.
- Bravo, bravo, signor Lanzi! Una vera indecenza, quel Natale co' suoi somarelli arrembati!
- Sci...
brrr! Sci...
brrr!
La voce di Natale si sentiva ora, a mano a mano, piú prossima, sotto la macchia.
Il signor Lanzi con l'ex deputato Quagliola, calvo e bottacciuolo, il giovane professor di liceo Tancredi Picinelli, rosso di pelo, magro, lentigginoso, compitissimo, si fecero su la spianata innanzi al convento.
Trovarono affacciati alle finestre delle cellette gli altri quattro avventori, in attesa: la bionda signora Ardelli, il cui marito (uomo da bene, anzi da benissimo) veniva ogni sabato sera dalla città vicina, ov'era impiegato già cavaliere; l'avvocato Mesciardi che faceva la corte alla signora; Quagliolino, il figlio del deputato, che tentava di farle la corte anche lui, e si rovinava la salute, da povero collegiale; e infine il pretino don Vinè che ne fuggiva la tentazione.
Prima comparve l'asino e cadde: si abbandonò disperatamente, con le orecchie ciondoloni, gli occhi chiusi, tutto trafelato e sbuffante, come a dire che proprio non ne poteva piú.
Sopravvenne, arrovellato, come una furia d'inferno, Natale, col randello brandito.
- Sú, majale! sú!
Perché pare che un asino si debba offendere a sentirsi dare del majale.
Ma invece no.
Forse Natale lo comprese e cominciò allora anche a sonargli randellate di santa ragione.
Però l'asino, - Suona! - come se non le dessero a lui.
Soltanto si provò a levare a metà un'orecchia spelata, quasi per sentire da qual parte venissero.
Terzo, stronfiando, arrangolato, comparve il nuovo avventore, l'avvocato Pompeo Lagúmina: un gigante miope, furibondo contro la propria lente che non gli si reggeva piú sul naso sudato.
Le ampie tese del cappello di tela bianca gli s'erano ammoscite e appiccicate sul faccione, dal troppo sudore.
Si precipitò su l'asino, gridando a Natale che si cacciò la testa tra le spalle:
- Me lo carico io, mascalzone, come Morgante il caval de la badia!
E si provò davvero a caricarsi l'asino, tra le risate fragorose degli spettatori.
- Ma se è una montagna! - gemette l'asinajo, per scusarsi col principale.
- E son venuto a piedi! - gridò, sollevandosi, Pompeo Lagúmina.
- Codesto tuo asino non si regge su le gambe, piú asino di te!
- Con quella cassa piena di piombo...
- grugní allora Natale.
- Di scienza, bestia! Sono libri! - incalzò Pompeo Lagúmina, prendendo per le spalle Natale e dandogli un poderoso scrollone.
- E perciò l'asino non li porta, - osservò placidamente l'ex deputato Quagliola; mentre il Lagúmina, infuriato, diceva a Natale:
- Non ti pago! Non avrai mercede!
Il signor Lanzi s'interpose, pieno di garbo:
- Faccia come vuole, signore; ma si levi di qua, prego: è troppo sudato: può prendere un malanno.
- Grazie.
Non c'è pericolo, - rispose il Lagúmina, protendendo il possente torace.
- Lei è l'albergatore?
- A servirla.
- Favorirmi, grazie.
Dunque senta: io l'asino non l'ho toccato.
Mi son provato a cavalcarlo: i piedi mi strisciavano per terra, poi, a un certo punto, mi si piegò sotto.
- Gli ha rotto il filo della schiena! - tornò a brontolare Natale.
- T'uccido! - tonò Pompeo Lagúmina, voltandosi e alzando, terribile, un pugno.
- Non fiatare!
La signora Ardelli, dalla finestra, sbruffò un'irrefrenabile risata.
Il Lagúmina alzò il capo, irato; ma vide che il riso era partito da una signora e provò a spiccicarsi dal capo sudato il cappello di tela, sorridendo anche lui, come un buon bamboccione.
- Non se ne parli piú! Lo prende in grazia lei, signora?
Ma la signora Ardelli era già scappata via dalla finestra.
- Son venuto qua appositamente per studiare, - riprese il Lagúmina, rivolgendosi all'albergatore e facendosi all'improvviso molto serio, quasi scuro.
- Avrei bisogno d'una stanza appartata.
- Ah, qua son tutte cellette di frati, - disse il signor Lanzi, - fatte apposta per lo studio e per la meditazione, signore.
Ecco, venga a vedere.
- Signori, - salutò con un profondo inchino il Lagúmina; e seguí impettito, con passo da granatiere, il signor Lanzi.
L'ex deputato Quagliola e il professor Picinelli alzarono il capo a guardare quelli che si erano goduta la scena dalle finestre.
Il Mesciardi si stropicciò le mani, come per dire: "Allegri! è venuto lo spasso!" - e Quagliolino domandò:
- Piombo, Natale? Hai ragione.
- Mi ha ammazzato l'asino, mannaggia! - sacrò questi, mentre sudava a svincolar con le mani e coi denti la corda che teneva legato il carico sul basto.
Il Picinelli si provò a persuadere con le buone l'asino a rialzarsi; ma la povera bestia, che conosceva soltanto il linguaggio del bastone, alle amorevoli esortazioni drizzò le orecchie e le ribassò subito, chiudendo gli occhi e pensando evidentemente: "Non dicono a me!".
Poco dopo, tramontato il sole, gli avventori del Romitorio si disponevano a desinare sotto gli alberi della vetta, dalla parte di levante.
Pompeo Lagúmina s'era tutto rinfrescato con abbondanti abluzioni, e venne a prender posto, beato e sorridente nell'ampio faccione di gigante pacifico, tra il professor Picinelli e i due Quagliola.
Portava sotto il braccio un grosso libraccio rilegato.
- Eh, - sospirò, chiudendo gli occhi e deponendo il libro su la tavola.
- Non ho proprio un minuto da perdere.
Ciascuno degli avventori aveva il suo tavolino; solo i due Quagliola desinavano insieme.
L'avvocato Mesciardi tese l'orecchio per sentire ciò che diceva il nuovo venuto: avrebbe voluto goderselo anche lui; ma non voleva lasciare il posto accanto alla signora Ardelli.
Ebbe un'idea: trasse dal portafogli un biglietto da visita e andò a presentarsi al Lagúmina.
- Poiché lei s'è fatto monaco con noi...
- Giustissimo! Obbligatissimo! - esclamò il Lagúmina
Si alzò e, con molto garbo, distribuí in giro il suo.
- Io sono il piú anziano, - disse il Quagliola, - ma, in considerazione della statura, sarà meglio cedere a lei, avvocato Lagúmina, il priorato del nostro convento.
- Accetterei molto, molto volentieri, - rispose dolente il Lagúmina, - e saprei, non dubiti, istituire (col beneplacito del nostro don Vinè) un nuovo Ordine coi fiocchi, di romiti gaudenti: brigata spendereccia.
Ma proprio non posso: ho i minuti contati! Debbo prepararmi a un concorso difficilissimo: quello di referendario al Consiglio di Stato.
- Nientemeno! - esclamò il Mesciardi.
- Eh, purtroppo, come si fa? - sospirò il Lagúmina
- Per me è vitale! Se non riuscissi...
ma che! ma che! non voglio neanche metterlo in dubbio.
Ho però solo un mese davanti a me.
Quando ci penso, mi sento mancar l'animo.
Non l'appetito, però, per dire la verità.
Divorava.
Si calò pulitamente nella voragine dello stomaco un bislungo di risotto senza accorgersene, discorrendo del concorso.
Tanto che, quando con la forchetta nel bislungo, frugando, non trovò piú nulla, guardò in giro i commensali, poi il cameriere, e disse:
- Se non m'inganno, m'è parso buono.
Vogliamo fare un bis? Portamene un altro.
Eh, l'aria montanina! Peccato che non possa goderne.
Ma mi...
mi...
mi conforta, ecco, mi conforta il pensiero che lo studio è stato sempre la mia passione.
- Anche il risotto, direi, - osservò piano il Quagliola, rivolto al Picinelli.
E anche, bisogna dire la verità, anche le cotolette e il pollo e l'insalata, e via seguitando.
Don Vinè, magrolino e disappetente, ne rimase addirittura esterrefatto.
E il libro? Un po' di pazienza: a fin di tavola.
- Qua si sta d'incanto! - esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani, soddisfatto, satollo.
- E ora, un tantino al rezzo, eh? Proprio ci vuole.
E andò a sdrajarsi, piú là, a piè d'un faggio.
- Oggi è sabato...
Arrivo adesso...
- si mise a pensare poco dopo, accendendo il sigaro, beatamente.
- Domani, domenica...
Meglio cominciar da lunedí, per assuefarmi prima, almeno un po', e togliermi ogni curiosità del luogo.
E guardava, intanto, laggiù in fondo, azzurre e lievi nella lontananza, le giogaje degli Appennini.
- Buona spina dorsale della patria nostra!
Ecco: belle idee, cosí nell'ozio, senza starci a pensare, gliene venivano, di tanto in tanto, e qualche immagine robusta.
Via via, l'avrebbe superata, quella prova tremenda.
Non era uno sciocco, perbacco! "Gli Appennini, spina dorsale della patria." - Chi sa se qualcuno lo aveva mai detto prima di lui?
La testa gli riposava male, appoggiata al tronco dell'albero: si tirò piú giú e la posò sul libro.
Poco dopo ronfava, contemplato dagli altri avventori, accorsi in punta di piedi al richiamo del terribile Quagliolino.
- Zitti! Studia...
- disse alla fine Quagliola padre, ponendosi un dito su le labbra.
- Non lo disturbiamo.
È già entrato al Consiglio di Stato.
Ma ve lo lasciarono star poco! Ogni sabato sera, la colonia del Romitorio accoglieva con rumorosa festa il cavaliere Ardelli di ritorno dalla città.
Alle risa, al frastuono, il Lagúmina si svegliò di soprassalto, e poiché aveva sognato gli esami e aveva avuto paura, d'un subito si tolse il libro di sotto il capo per mettersi a leggere, con gli occhi gonfii e rossi dal sonno interrotto.
Quegli sfaccendati intanto gli vennero sopra, portando in trionfo su l'asino l'Ardelli, che per la statura rivaleggiava col Quagliola, ma aveva in compenso un testone da Golia.
- Ecco la novità! - esclamò il Mesciardi, indicando il Lagúmina.
- Le presentiamo il nostro padre priore!
Il Lagúmina si alzò sorridente.
- Ho detto che non posso accettare.
Mi vedono? Sto qui a rompermi la testa.
Perdio, è già sera? Leggendo, non me n'ero accorto.
- Lei ci perderà la vista; glielo dico io! - esclamò con molta serietà il Quagliola
Domenica.
Veramente, ecco, s'era proposto di non perdere neppure un giorno, neppure un minuto.
Ma non aveva già la sera avanti stabilito con se stesso, che avrebbe cominciato da lunedì? Sí, per assuefarsi un po' alla montagna, ecco.
E poi, era già troppo tardi.
- Le nove?
Perbacco, che dormitona! Domani, lunedì, alle cinque, in piedi!
Si levò, si vestí, si cacciò un altro librone sotto il braccio, e scese su la spianata.
Quanta gente! Signore, signorine, venute sú, giocondamente, coi somarelli dai paesi vicini.
Dalla parte di levante, tra due alberi, l'altalena: vi montavano a turno altre signorine, con gridolini d'allegro spavento, a ogni spinta un po' troppo forte dei giovanotti, ai quali, fingendo di non badarci, di non pensarci, lasciavano intanto ammirare, nelle volate, i bei polpacci stretti nelle calze colorate e traforate, e anche...
Pompeo Lagúmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia.
Ah, lui, no! lui non doveva piú guardare donne.
Ne portava una nel cuore, e basta.
L'uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero.
Via, via! E s'intenerí pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d'amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l'arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe.
Povera Sandrina! Ma che poteva farci lui? Il cuore, sí, largo: un mare! Quanto a cuore, Creso; quanto a soldi...
- eh? Diogene...
sí, Diogene quando buttò via anche la ciotol
...
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