IL VECCHIO DIO, di Luigi Pirandello - pagina 8
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- Dove? dove? - chiedeva lei angosciosamente.
- Dove tu vuoi; non temere.
E se vuoi esser punita, sarà punizione; e se puoi ancora godere, godrai liberamente.
Ti libero! ti libero!
Avevo ancora lo schioppo in ispalla.
Ah come ella me lo guardò, sospettando ragionevolmente che con le buone volessi attirarla fuori! Me ne accorsi: sorrisi amaramente.
E corsi a posar l'arma in un angolo della saletta.
- Non voglio farti male, no.
Che dovere hai tu d'amarmi per forza?
- Dove mi conduci?
- Da lui che t'aspetta.
Entrando in una casa, pensavo io allora, dobbiamo contentarci della sedia che l'ospite può offrirci, senza stare a pensare se dall'albero, donde quella sedia fu tratta, altra sedia di miglior foggia e di maggior dimensione avremmo tratta noi per il nostro gusto e per la nostra statura.
Per Mirina erano troppo alte le sedie di casa mia.
Sedendo, restava con le gambe spenzolate, ed ella voleva sentire sotto i piedi la terra.
Ma avevo promesso di riferire soltanto quello che feci.
Bene: passi questo breve saggio di pazzia.
Quanto sarebbe stato piú spiccio tirare una fucilata...
Mah!
La tenevo per mano, all'aperto, e le parlavo, andando.
Non so bene quel che le dicessi; so che, a un certo punto, ella svincolò il polso dalla mia mano e scappò via di corsa, di corsa, tra gli alberi, come portata dal vento.
Io rimasi perplesso, sorpreso da quella fuga improvvisa: pareva che ella mi seguisse cosí docile...
Chiamai come un cieco:
- Mirina! Mirina!
Era sparita nella tenebra, tra gli alberi.
Errai in cerca, a lungo, invano.
Ruppe l'alba, cercai ancora, finché ogni dubbio non fu vinto dalla certezza che ella era andata da sola a rifugiarsi là, dove io senza alcuna violenza volevo condurla.
Guardai il cielo velato da strisce rade, che erano come la traccia superstite della gran fuga delle nuvole nella notte, e mi sentii stordito in mezzo a un silenzio nuovo, inatteso, con l'impressione vaga che qualcosa fosse venuta a mancare tutt'intorno, alla terra.
Ah sí, ecco: il vento.
Il vento era abbattuto.
Gli alberi erano immobili nell'umida squallida luce di quell'alba.
Quanta stanchezza in quella stupefatta immobilità! Ero sfinito anch'io, e mi posi a sedere per terra.
Guardai le foglie degli alberi piú vicini, e sentii che, se un soffio d'aria in quel momento fosse venuto a smuoverle, esse avrebbero forse provato lo stesso senso di dolore che avrei provato io se qualcuno fosse venuto a scuotermi una mano.
Mi sovvenne a un tratto che la morta era sola nella villetta; che c'erano i parenti, i quali forse a quell'ora s'erano svegliati e domandavano di me e di mia moglie.
Balzai in piedi, e via di corsa.
Stimo inutile rappresentare a gente savia quel che seguí.
Quei bravi parenti insorsero tutti alle parole mie, alle mie spiegazioni; mi proclamarono pazzo, e anzi quella cugina pingue, nana, dagli occhiali rotondi, mentre tutti vociavano, trasse dalla concitazione generale il coraggio di strillarmi in faccia con le pugna serrate:
- Imbecille!
Aveva ragione, poverina.
Affrettarono il trasporto della defunta alla chiesa del prossimo villaggio, e mi lasciarono solo.
Dopo due anni, mi rivedo in viaggio.
Il Vardi ha abbandonato Mirina, la quale, sottratta alla miseria, al vizio, alla disperazione, vive in casa d'una parente.
Ella è però in potere d'un male orribile, e sta per morirne.
Col mio perdono, con la pace, io ho sperato, sognato di allegrarle gli ultimi giorni di vita, riconducendola alla nostra campagna.
Mi presento a lei in quella camera squallida; le dico:
- Mi comprendi, ora?
- No! - mi risponde lei, ritirando la mano che voglio carezzarle e guardandomi odiosamente.
E anche lei, poveretta, aveva ragione.
4.
SCUOLA DI SAGGEZZA
Per esercitar bene qualunque professione c'è bisogno, come ognun sa, anche di una certa larghezza di mezzi, la quale renda possibile aspettare le opportunità migliori, senza buttarsi alle prime, come cani all'osso, che è la sorte di chi si trovi in ristrettezze e per l'oggi debba ammiserire il proprio domani e se stesso e la professione sua.
Ora questo vale anche per la professione del ladro.
Un povero ladro, che debba vivere alla giornata, suol finir sempre male.
Un ladro invece, che non sia in tali angustie e possa e sappia aspettar tempo e preparare i modi, arriva ad alti e onoratissimi posti, con plauso e soddisfazione di tutti.
Siamo dunque parchi, per carità, nell'accordare il merito della saggezza ai ladri di casa mia.
Tutti quelli che esercitarono sulla mia cospicua ricchezza la loro professione, non meritano l'encomio della gente savia.
Potevano rubare con garbo, comodamente, e con prudenza e avvedutezza, e crearsi un'onorevole e rispettabilissima posizione.
Invece, proprio senz'alcun bisogno, s'affollarono a rubare, e rubarono male, naturalmente.
Riducendomi in pochi anni alla miseria, si tolsero il modo di vivere tranquillamente alle mie spalle.
E cominciarono presto, infatti, per loro, tanti grattacapi che prima non avevano; e so, e me ne dispiace, che qualcuno andò anche a finir male.
Marta, mia moglie, è d'accordo con me in questo giudizio; soltanto ella osserva che allorquando un pover'uomo discretamente onesto si trova insieme con tanti ladri ingordi nell'amministrazione dei beni d'un ricco imbecille o matto (che sarei io) la tattica della parsimonia nel furto non è piú saggia; il furto discreto, pacifico, giornaliero, non è piú segno allora d'avvedutezza, ma di stupidaggine e di povero cuore.
E questo sarebbe appunto il caso di Santi Bensai, mio segretario e primo marito della mia cara Marta.
Il povero Santi (a cui devo se ora non son ridotto all'elemosina) conosceva la mia ricchezza e stimava saggiamente ch'essa avrebbe potuto servire con larghezza per me e per quanti, come lui, si fossero contentati di raschiarla discretamente, comodamente, senza cagionar danni troppo evidenti.
Forse non tralasciò di consigliare, per comune interesse, moderazione ai suoi colleghi; non fu certo ascoltato; si creò nemici; e sofferse non poco, poverino.
Gli altri seguitarono a portar via a balle e a carra; lui, come una sobria formichetta.
E quando io alla fine rimasi povero come santo Giobbe, bisognava vedere il buon Santi molto, ma molto piú afflitto di me.
Egli aveva raggranellato di che vivere modestamente, e non si sapeva dar pace che quegli altri non si fossero degnati neppure di lasciarmi nella sua condizione.
- Carnefici! - esclamava: lui che mi aveva tratto sangue, a mala pena, zitto zitto, con uno spillo.
E piú d'una volta, vedendomi un po' troppo pallido, volle trascinarmi per forza in casa sua a desinare; e lui non mangiava, dalla bile che lo rendeva furibondo contro quegli altri.
Io stavo zitto e ascoltavo Marta che, fin d'allora, cominciò a darmi scuola di saggezza.
Ella difendeva contro il marito i miei carnefici.
- Siamo giusti! - diceva.
- Con qual diritto possiamo pretendere che gli altri si curino di noi, quando noi continuamente dimostriamo di non aver nessuna cura di noi stessi? La roba del signor Fausto era roba di tutti, e ciascuno se l'è presa.
Non è tanto ladro il ladro, quanto, - scusi signor Bandini, - quanto è imbecille chi si lascia rubare.
E qualche altra volta diceva, come infastidita:
- E zitto, via, Santi! Imita il signor Bandini che almeno se ne sta zitto, perché sa bene, ora, che non può lagnarsi di nessuno.
Se egli infatti, senza che gli spettasse, pensò sempre agli altri, che meraviglia, che questi altri abbiano pensato a sé? Ha dato lui l'esempio, e gli altri lo hanno seguito.
Per me, il signor Bandini è stato il piú gran ladro di se stesso.
- E dunque, in prigione? - le domandavo io, sorridendo.
- In prigione, no.
Ma in qualche altro ospizio, sí.
Santi si ribellava.
Il diverbio s'accendeva, e invano io tentavo di metter pace dichiarando che, alla fin fine, quei tali il piú gran male non lo avevano fatto a me che sapevo adattarmi a vivere comunque, ma alla povera gente che aveva bisogno del mio ajuto.
- E lei dunque, - ribatteva Marta, - non ha fatto male soltanto a sé, ma anche agli altri.
Ne conviene? Non pensando a sé, non ha pensato neanche agli altri.
Doppio male! E non ne segue che tutti coloro che pensano soltanto a sé e fanno in modo di non aver mai bisogno d'alcuno, per questo soltanto dimostrano di pensare anche agli altri? Che farà lei adesso? Ha bisogno degli altri, ora.
E crede che sarà per tutti un beneficio il dover mostrarsi grati?
- O che ti scappa di bocca, pettegola? - scattava Santi a queste parole, temendo non mi paressero un raffaccio di quel po' d'ajuto ch'egli con tutto il cuore mi prestava.
Marta, placida e commiserandolo con lo sguardo, gli rispondeva:
- Non dico per te.
Che c'entri tu, Santi mio, che sei un pover'uomo da bene?
E veramente! Se lo avessi lasciato fare secondo il suo affetto e la considerazione sua, mi sarei ridotto a vivere giorno e notte con lui.
Non mi voleva lasciare un sol momento, e mi chiedeva per grazia ch'io fossi contento di accettare i suoi servizii doverosi.
Povero Santi! Ma, con la povertà, i fumi della follia non m'erano per anche svaporati.
Non volevo esser di peso a nessuno de' miei antichi beneficati, e con garbo compassionevole mi portavo a spasso i miei cenci e la mia miseria e intanto cercavo di procacciarmi un lavoro qual si fosse, anche manuale, che mi desse modo di soddisfare ai miei pochi bisogni.
Ma neppur questo garbava alla mia saggia maestra:
- Lavorare? - mi diceva.
- Bell'espediente! Lei non era nato per questo, e ora toglierà, senza volerlo, il posto a un poveretto che forse si sarà incamminato per la via di quell'impiego che lei va cercando.
Mi voleva dunque morto, la buona amica? Quel suo ragionamento mi colpí e, non volendo togliere il posto a nessuno, me ne andai lontano, a chieder ricetto a una famiglia di contadini, gia miei dipendenti, ai quali di notte, in cambio, guardavo nel bosco la carbonaja, con la scusa che non riuscivo mai a prender sonno.
Là, dopo alcuni mesi, mi giunse la notizia che il povero Santi Bensai era morto di un colpo.
Lo piansi come un fratello! Dopo circa un anno, la vedova mandò a cercare di me.
M'ero ridotto cosí male, che non volevo assolutamente presentarmi a lei.
Ora Marta non vuol dare a sé il merito di avermi salvato; ma, se è vero che il buon Santi lasciò nel testamento una calda raccomandazione per me alla moglie, è anche vero che ella poteva non tenerne conto.
- No, no, - mi ripete lei - ringrazia Santi, buon'anima, che ebbe almeno l'accortezza di metter da parte questo poco denaro ch'era tuo, per la nostra vecchiaja..
Vedi? quello che tu non sapesti fare, lo fece lui per te.
Peccato che gli mancasse il coraggio, poverino!
E cosí io ora, savio, godo il frutto, scarso, della piú savia tra le virtù: la previdenza d'un mio povero ladro riconoscente e da bene.
CONCORSO PER REFERENDARIO
AL CONSIGLIO DI STATO
I pochi avventori del Romitorio, esiliati lassù in vetta al monte, da un pezzo sentivano la vociaccia di Natale il somararo, sú per l'erta faticosa sotto la macchia:
- Sci...
brrr! Sci...
brrr!
E nella calura asfissiante, nell'ozio opprimente, fra lo stridor lontano, continuo, delle cicale e gli zighi acuti dei grilli vicini, ansiosi di sapere se quello stortaccio conducesse lassù qualche nuovo compagno di sventura o un visitatore momentaneo, si affacciavano di tanto in tanto alle finestre dell'ex-convento, ridotto da alcuni anni ad albergo.
Il convento, a dir vero, era rimasto tal quale, con le sue anguste cellette, fornite di un lettuccio cosí stretto che a mala pena ci si poteva rigirare, d'un rustico tavolino, d'un lavamano e di tre o quattro seggiole impagliate; tal quale, col suo refettorio, coi suoi lunghi e cupi corridoj rintronanti, con le grige scalette logore e la chiesuola accanto, ora sempre chiusa.
Gli avventori, pe' primi giorni; tolleravano quella mancanza d'ogni comodità in grazia dello strano sapor di vita claustrale; poi si annojavano, pur senza volerlo riconoscere.
E al signor Lanzi che aveva avuto la peregrina idea d'assumer l'impresa di quel sedicente albergo lassú e che prometteva ogni anno per l'anno venturo un albergo nuovo, levato di pianta, di tipo svizzero, e la funicolare:
- Eh sí, - dicevano.
- Perbacco! È un vero peccato! Questo è un luogo delizioso di villeggiatura.
- Senonché, - rispondeva sospirando e grattandosi il capo il signor Lanzi, - senonché, quando io ci avrò rimesso l'osso del collo e avrò loro offerto tutti i comodi, come sul Generoso o sul Pilatus, lor signori diranno che i prezzi son cari e non verranno, o penseranno: "Tanto vale andarcene in Isvizzera! Si fa miglior figura!" E allora Pilatus qua resterò io, con tutti i miei comodi, e un palmo di naso.
Non sarebbe dunque mai sorto l'albergo di tipo svizzero lassù? Ma sí, l'anno venturo senza dubbio.
E il signor Lanzi, per distrarre i suoi avventori, mostrava loro il punto preciso dove la nuova costruzione sarebbe sorta, e la descriveva coi piú minuti particolari, la faceva vedere, lí, come se già ci fosse, - che splendore! - e discuteva e accettava i sennati consigli di questo e di quello; e poi parlava degli studii già compiuti per la costruzione della funicolare.
Tutto pronto.
Al prossimo ottobre.
- Bravo, bravo, signor Lanzi! Una vera indecenza, quel Natale co' suoi somarelli arrembati!
- Sci...
brrr! Sci...
brrr!
La voce di Natale si sentiva ora, a mano a mano, piú prossima, sotto la macchia.
Il signor Lanzi con l'ex deputato Quagliola, calvo e bottacciuolo, il giovane professor di liceo Tancredi Picinelli, rosso di pelo, magro, lentigginoso, compitissimo, si fecero su la spianata innanzi al convento.
Trovarono affacciati alle finestre delle cellette gli altri quattro avventori, in attesa: la bionda signora Ardelli, il cui marito (uomo da bene, anzi da benissimo) veniva ogni sabato sera dalla città vicina, ov'era impiegato già cavaliere; l'avvocato Mesciardi che faceva la corte alla signora; Quagliolino, il figlio del deputato, che tentava di farle la corte anche lui, e si rovinava la salute, da povero collegiale; e infine il pretino don Vinè che ne fuggiva la tentazione.
Prima comparve l'asino e cadde: si abbandonò disperatamente, con le orecchie ciondoloni, gli occhi chiusi, tutto trafelato e sbuffante, come a dire che proprio non ne poteva piú.
Sopravvenne, arrovellato, come una furia d'inferno, Natale, col randello brandito.
- Sú, majale! sú!
Perché pare che un asino si debba offendere a sentirsi dare del majale.
Ma invece no.
Forse Natale lo comprese e cominciò allora anche a sonargli randellate di santa ragione.
Però l'asino, - Suona! - come se non le dessero a lui.
Soltanto si provò a levare a metà un'orecchia spelata, quasi per sentire da qual parte venissero.
Terzo, stronfiando, arrangolato, comparve il nuovo avventore, l'avvocato Pompeo Lagúmina: un gigante miope, furibondo contro la propria lente che non gli si reggeva piú sul naso sudato.
Le ampie tese del cappello di tela bianca gli s'erano ammoscite e appiccicate sul faccione, dal troppo sudore.
Si precipitò su l'asino, gridando a Natale che si cacciò la testa tra le spalle:
- Me lo carico io, mascalzone, come Morgante il caval de la badia!
E si provò davvero a caricarsi l'asino, tra le risate fragorose degli spettatori.
- Ma se è una montagna! - gemette l'asinajo, per scusarsi col principale.
- E son venuto a piedi! - gridò, sollevandosi, Pompeo Lagúmina.
- Codesto tuo asino non si regge su le gambe, piú asino di te!
- Con quella cassa piena di piombo...
- grugní allora Natale.
- Di scienza, bestia! Sono libri! - incalzò Pompeo Lagúmina, prendendo per le spalle Natale e dandogli un poderoso scrollone.
- E perciò l'asino non li porta, - osservò placidamente l'ex deputato Quagliola; mentre il Lagúmina, infuriato, diceva a Natale:
- Non ti pago! Non avrai mercede!
Il signor Lanzi s'interpose, pieno di garbo:
- Faccia come vuole, signore; ma si levi di qua, prego: è troppo sudato: può prendere un malanno.
- Grazie.
Non c'è pericolo, - rispose il Lagúmina, protendendo il possente torace.
- Lei è l'albergatore?
- A servirla.
- Favorirmi, grazie.
Dunque senta: io l'asino non l'ho toccato.
Mi son provato a cavalcarlo: i piedi mi strisciavano per terra, poi, a un certo punto, mi si piegò sotto.
- Gli ha rotto il filo della schiena! - tornò a brontolare Natale.
- T'uccido! - tonò Pompeo Lagúmina, voltandosi e alzando, terribile, un pugno.
- Non fiatare!
La signora Ardelli, dalla finestra, sbruffò un'irrefrenabile risata.
Il Lagúmina alzò il capo, irato; ma vide che il riso era partito da una signora e provò a spiccicarsi dal capo sudato il cappello di tela, sorridendo anche lui, come un buon bamboccione.
- Non se ne parli piú! Lo prende in grazia lei, signora?
Ma la signora Ardelli era già scappata via dalla finestra.
- Son venuto qua appositamente per studiare, - riprese il Lagúmina, rivolgendosi all'albergatore e facendosi all'improvviso molto serio, quasi scuro.
- Avrei bisogno d'una stanza appartata.
- Ah, qua son tutte cellette di frati, - disse il signor Lanzi, - fatte apposta per lo studio e per la meditazione, signore.
Ecco, venga a vedere.
- Signori, - salutò con un profondo inchino il Lagúmina; e seguí impettito, con passo da granatiere, il signor Lanzi.
L'ex deputato Quagliola e il professor Picinelli alzarono il capo a guardare quelli che si erano goduta la scena dalle finestre.
Il Mesciardi si stropicciò le mani, come per dire: "Allegri! è venuto lo spasso!" - e Quagliolino domandò:
- Piombo, Natale? Hai ragione.
- Mi ha ammazzato l'asino, mannaggia! - sacrò questi, mentre sudava a svincolar con le mani e coi denti la corda che teneva legato il carico sul basto.
Il Picinelli si provò a persuadere con le buone l'asino a rialzarsi; ma la povera bestia, che conosceva soltanto il linguaggio del bastone, alle amorevoli esortazioni drizzò le orecchie e le ribassò subito, chiudendo gli occhi e pensando evidentemente: "Non dicono a me!".
Poco dopo, tramontato il sole, gli avventori del Romitorio si disponevano a desinare sotto gli alberi della vetta, dalla parte di levante.
Pompeo Lagúmina s'era tutto rinfrescato con abbondanti abluzioni, e venne a prender posto, beato e sorridente nell'ampio faccione di gigante pacifico, tra il professor Picinelli e i due Quagliola.
Portava sotto il braccio un grosso libraccio rilegato.
- Eh, - sospirò, chiudendo gli occhi e deponendo il libro su la tavola.
- Non ho proprio un minuto da perdere.
Ciascuno degli avventori aveva il suo tavolino; solo i due Quagliola desinavano insieme.
L'avvocato Mesciardi tese l'orecchio per sentire ciò che diceva il nuovo venuto: avrebbe voluto goderselo anche lui; ma non voleva lasciare il posto accanto alla signora Ardelli.
Ebbe un'idea: trasse dal portafogli un biglietto da visita e andò a presentarsi al Lagúmina.
- Poiché lei s'è fatto monaco con noi...
- Giustissimo! Obbligatissimo! - esclamò il Lagúmina
Si alzò e, con molto garbo, distribuí in giro il suo.
- Io sono il piú anziano, - disse il Quagliola, - ma, in considerazione della statura, sarà meglio cedere a lei, avvocato Lagúmina, il priorato del nostro convento.
- Accetterei molto, molto volentieri, - rispose dolente il Lagúmina, - e saprei, non dubiti, istituire (col beneplacito del nostro don Vinè) un nuovo Ordine coi fiocchi, di romiti gaudenti: brigata spendereccia.
Ma proprio non posso: ho i minuti contati! Debbo prepararmi a un concorso difficilissimo: quello di referendario al Consiglio di Stato.
- Nientemeno! - esclamò il Mesciardi.
- Eh, purtroppo, come si fa? - sospirò il Lagúmina
- Per me è vitale! Se non riuscissi...
ma che! ma che! non voglio neanche metterlo in dubbio.
Ho però solo un mese davanti a me.
Quando ci penso, mi sento mancar l'animo.
Non l'appetito, però, per dire la verità.
Divorava.
Si calò pulitamente nella voragine dello stomaco un bislungo di risotto senza accorgersene, discorrendo del concorso.
Tanto che, quando con la forchetta nel bislungo, frugando, non trovò piú nulla, guardò in giro i commensali, poi il cameriere, e disse:
- Se non m'inganno, m'è parso buono.
Vogliamo fare un bis? Portamene un altro.
Eh, l'aria montanina! Peccato che non possa goderne.
Ma mi...
mi...
mi conforta, ecco, mi conforta il pensiero che lo studio è stato sempre la mia passione.
- Anche il risotto, direi, - osservò piano il Quagliola, rivolto al Picinelli.
E anche, bisogna dire la verità, anche le cotolette e il pollo e l'insalata, e via seguitando.
Don Vinè, magrolino e disappetente, ne rimase addirittura esterrefatto.
E il libro? Un po' di pazienza: a fin di tavola.
- Qua si sta d'incanto! - esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani, soddisfatto, satollo.
- E ora, un tantino al rezzo, eh? Proprio ci vuole.
E andò a sdrajarsi, piú là, a piè d'un faggio.
- Oggi è sabato...
Arrivo adesso...
- si mise a pensare poco dopo, accendendo il sigaro, beatamente.
- Domani, domenica...
Meglio cominciar da lunedí, per assuefarmi prima, almeno un po', e togliermi ogni curiosità del luogo.
E guardava, intanto, laggiù in fondo, azzurre e lievi nella lontananza, le giogaje degli Appennini.
- Buona spina dorsale della patria nostra!
Ecco: belle idee, cosí nell'ozio, senza starci a pensare, gliene venivano, di tanto in tanto, e qualche immagine robusta.
Via via, l'avrebbe superata, quella prova tremenda.
Non era uno sciocco, perbacco! "Gli Appennini, spina dorsale della patria." - Chi sa se qualcuno lo aveva mai detto prima di lui?
La testa gli riposava male, appoggiata al tronco dell'albero: si tirò piú giú e la posò sul libro.
Poco dopo ronfava, contemplato dagli altri avventori, accorsi in punta di piedi al richiamo del terribile Quagliolino.
- Zitti! Studia...
- disse alla fine Quagliola padre, ponendosi un dito su le labbra.
- Non lo disturbiamo.
È già entrato al Consiglio di Stato.
Ma ve lo lasciarono star poco! Ogni sabato sera, la colonia del Romitorio accoglieva con rumorosa festa il cavaliere Ardelli di ritorno dalla città.
Alle risa, al frastuono, il Lagúmina si svegliò di soprassalto, e poiché aveva sognato gli esami e aveva avuto paura, d'un subito si tolse il libro di sotto il capo per mettersi a leggere, con gli occhi gonfii e rossi dal sonno interrotto.
Quegli sfaccendati intanto gli vennero sopra, portando in trionfo su l'asino l'Ardelli, che per la statura rivaleggiava col Quagliola, ma aveva in compenso un testone da Golia.
- Ecco la novità! - esclamò il Mesciardi, indicando il Lagúmina.
- Le presentiamo il nostro padre priore!
Il Lagúmina si alzò sorridente.
- Ho detto che non posso accettare.
Mi vedono? Sto qui a rompermi la testa.
Perdio, è già sera? Leggendo, non me n'ero accorto.
- Lei ci perderà la vista; glielo dico io! - esclamò con molta serietà il Quagliola
Domenica.
Veramente, ecco, s'era proposto di non perdere neppure un giorno, neppure un minuto.
Ma non aveva già la sera avanti stabilito con se stesso, che avrebbe cominciato da lunedì? Sí, per assuefarsi un po' alla montagna, ecco.
E poi, era già troppo tardi.
- Le nove?
Perbacco, che dormitona! Domani, lunedì, alle cinque, in piedi!
Si levò, si vestí, si cacciò un altro librone sotto il braccio, e scese su la spianata.
Quanta gente! Signore, signorine, venute sú, giocondamente, coi somarelli dai paesi vicini.
Dalla parte di levante, tra due alberi, l'altalena: vi montavano a turno altre signorine, con gridolini d'allegro spavento, a ogni spinta un po' troppo forte dei giovanotti, ai quali, fingendo di non badarci, di non pensarci, lasciavano intanto ammirare, nelle volate, i bei polpacci stretti nelle calze colorate e traforate, e anche...
Pompeo Lagúmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia.
Ah, lui, no! lui non doveva piú guardare donne.
Ne portava una nel cuore, e basta.
L'uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero.
Via, via! E s'intenerí pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d'amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l'arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe.
Povera Sandrina! Ma che poteva farci lui? Il cuore, sí, largo: un mare! Quanto a cuore, Creso; quanto a soldi...
- eh? Diogene...
sí, Diogene quando buttò via anche la ciotola, per bere nel cavo delle mani.
Ma veramente Diogene non quadrava bene al caso.
Quel che sarebbe andato a capello veramente - ah! - entrare al Consiglio di Stato.
Allora sí la madre avrebbe acconsentito alle nozze.
Ma come studiare, come prepararsi al concorso, lí, in città, dopo tante ore passate al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, con la voglia matta di correre dalla fidanzata? Impossibile! Ci voleva un mesetto di licenza, e andar lontano, in qualche posto solitario.
Ma ci volevano anche i mezzi.
Per miracolo a Pompeo Lagúmina non spuntarono le lagrime, lí, in presenza di tanta gente, pensando a quello che aveva saputo fare Sandrina per lui.
Aveva messo da parte, di nascosto, chi sa con quanto stento quelle mille lire che gli aveva date a viva forza per mandarlo via, lontano da lei, a studiare.
E tutto ora dipendeva da quell'esame.
Subito Pompeo Lagúmina aprí il libro.
- Anche qui? fra tanto chiasso? - venne a dirgli l'avvocato Mesciardi, il quale per far dispetto alla signora Ardelli che in quel giorno era tutta del marito, se ne stava a guardar le gambe delle signorine su l'altalena.
- Ha ragione! - sospirò il Lagúmina.
- Qua non è possibile! Il nostro convento è invaso oggi dalle demonia!
E rise.
(Ecco! un'altra bella frase, di sapore classico.
Erano il suo forte.
Gli venivano spesso, cosí, a lampi, spontaneamente!) Si alzò, pensò d'internarsi giú nella macchia che vestiva, nel ripidissimo pendío, tutto il monte.
Che bellezza! Che ombra! Che frescura!
- Ohi! ohi!
Niente.
Un ruzzolone.
Perbacco, bisognava andar cauti, con tutto quel pacciame di foglie per terra, lubrico tappeto.
S'era fatto un po' male all'osso sacro.
E il libro? Guarda, era scivolato fino a quel tronco laggiù...
Il Lagúmina non ebbe piú coraggio di muovere un passo: si teneva aggrappato a un cespuglio e provava ad allungare un piede...
via...
fino a quel tronco...
là! Ma il naso, no! che c'entrava? E per miracolo non gli s'erano rotte le lenti, urtando nel tronco.
Via, con piú cautela...
Era pur divertente quell'andar cosí, a volate.
Un'altra...
e poi un'altra...
Giú giú, di tronco in tronco, si ridusse fin quasi a piè del monte.
- Bravo, Pompeo! E ora a risalire ti voglio!
E il libro? Ma guarda un po'! se l'era dimenticato per terra, lassù...
E come ritrovarlo, adesso? fra tanti alberi?
- Se non lo trovo, son rovinato! Sú...
sú...
Lo ritrovò, per fortuna, dopo circa tre ore di smaniosa ricerca: lo ritrovò lí aperto, tra le foglie secche a piè del tronco, con un segno evidentissimo che un uccellino vi s'era posato a leggere, a studiare in sua vece e a digerir per lui, subito subito, tutte le cognizioni apprese in un batter d'occhio.
- Ma che sporcaccione!
Riguadagnò infine la vetta, infocato strappato sbracato, in un mar di sudore e con un formidabile appetito.
Lunedí.
Prima di tutto, i libri a posto! Erano le cinque in punto: l'ora stabilita; e Pompeo Lagúmina, contentone, si diede una fregatina alle mani.
Ma il tavolino...
eh, troppo piccolo per tutti quei grossi libri! voleva averli sotto gli occhi, tutti, a portata di mano.
Un tavolino piú grande, intanto, non sarebbe entrato nella celletta.
Come fare? Un lampo! dei suoi! La cassa, su due seggiole, accanto al tavolino.
Ecco fatto!
E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per intraprendere la grande preparazione.
- Avvocato Lagúmina! Avvocato Lagúmina!
Ecco gli sfaccendati!
Pompeo Lagúmina sbuffò, scotendo in aria, rabbiosamente, le pugna.
Ma li avrebbe lasciati cantare.
Perbacco, era una vera indiscrezione! Sapevano bene che egli non era venuto lassù per divertirsi.
- Padre Lagúmina!
- Padre Priore!
E dàlli col priore! Intanto, a non rispondere, chi sa per quanto tempo avrebbero seguitato a chiamarlo; e poi potevano anche credere che egli se ne stesse ancora a dormire.
S'affacciò alla finestra:
- Signori miei, chiedo chiusa.
Sto qui dalle cinque a studiare.
Già lo sanno.
- Non so nulla! - gridò il signor Ardelli montando su l'asino.
- Io me ne ritorno in città e voglio essere accompagnato da tutta la comunità fino all'uscita della macchia!
- Non posso, mi scusi, - rispose il Lagúmina.
-- Lei ha già tanta bella compagnia.
Mi lasci studiare.
- Non sento ragione! - rispose l'Ardelli.
- Non posso rinunziare al priore.
- Ma è l'onorevole Quagliola il priore...
- E allora io, priore, - disse questi, - le ordino di scendere per accompagnare il nostro frate cercatore.
- Benissimo! Benissimo! - approvarono gli altri.
E il Mesciardi aggiunse:
- Via, avvocato Lagúmina, pensi che una passeggiatina di buon mattino fa bene al cervello, schiarisce le idee.
- Questo è vero, - si piegò a dire il Lagúmina, per cortesia, e anche...
sí, perché era indubitabile che una passeggiatina...
Non l'avesse mai detto! - Dunque scenda! dunque scenda! - gridarono a coro gli sfaccendati.
Poteva piú rifiutarsi? Si ritrasse dalla finestra; sbuffò un'altra volta, e scese.
- Presto però! Mi raccomando! - premise.
- Il tempo di scendete e di risalire...
- gli risposero.
Ma cosí nello scendere come nel risalire, lo fecero parlar tanto del suo difficilissimo concorso, che si ridussero su la vetta del monte all'ora della colazione.
Pompeo Lagúmina se ne mostrò inconsolabile.
Protestava di non voler mangiare.
- Una mattinata perduta!
- Eh via, che ci vuol fare adesso? - gli disse il Mesciardi.
- Pazienza! Studierà dopo.
-
- Ma si studia bene di mattina, lo sanno, - gridò stizzito il Lagúmina.
- Mi lascino andare...
Non mi trattengano...
- Se lei non si nutre, - osservò con la solita serietà flemmatica il Quagliola, - glielo dico io, non potrà resistere all'enorme fatica.
È vero, signora Ardelli?
- Ma l'avvocato mangerà: - concluse questa.
- Vorrà scusarci, se non abbiamo saputo fare a meno della sua graziosa compagnia...
- Ma che dice mai, signora! - esclamò, con subita commozione, il Lagúmina - Ma io sarei felicissimo...
se non mi trovassi in queste angustie...
- Le promettiamo, - riprese la signora Ardelli, - che non la disturberemo piú.
Va bene cosí? E ora mangi: faccia questo piacere a me.
Cosí, quella mattina, proprio per far piacere a quella gentilissima signora che lo aveva pregato con tanta insistenza, Pompeo Lagúmina mangiò.
Mangiando, chiacchierando, dimenticò la stizza e il dispiacere, e poté fare onore al suo appetito: tanto che stentò non poco, alla fine, a sollevarsi dalla seggiola.
Ma - nessuna remissione, adesso: - studiare!
- Lor signori vanno a dormire? Io ritorno ai miei libri.
Buon riposo!
E salí alla sua celletta.
Veramente, armato di tutta la buona volontà, si mise a studiare.
Sentiva in sé, specialmente su le pàlpebre, il nemico invasore, il sonno; e voleva con tutte le forze resistergli; ma, impegnando cosí, in quello sforzo, tutta l'attenzione, leggeva e non capiva.
Si agitò smaniosamente su la seggiola, e riprese daccapo la lettura.
Ora però, concentrando invece sul libro tutta l'attenzione, allentava per conseguenza lo sforzo di resistenza al sonno.
Cosí, pian piano, il nemico lo invase, senza ch'egli se n'accorgesse: gli occhi gli si chiusero da sé.
A un crollo piú forte del capo, si svegliò, intontito.
Si guardò attorno: vide il letto.
Era inutile, via! Bisognava assolutamente che si concedesse, dopo tutto quel pasto, con tutto quel caldo, un'oretta di sonno: un'oretta sola.
Si svegliò, che era già quasi sera.
- Dio, che aria rannuvolata! - gli gridò Quagliola dallo spiazzo, vedendolo alla finestra.
- Ho capito.
Lei ci vuole proprio lasciar la pelle!
- Eh sí, difatti, - borbottò il Lagúmina, passandosi una mano su la fronte e su gli occhi, come se davvero avesse fin'allora studiato ma non tanto per farlo credere agli altri, quanto per il bisogno angoscioso di crederlo egli stesso.
- Venga giú! Noi abbiamo già desinato.
- No, piú tardi, se mai, - rispose il Lagúmina.
- Adesso devo scrivere una letterina.
E scrisse alla sua cara Sandra che egli lassù era solo, solo in compagnia d'un grosso cane che i vecchi frati non avevano potuto indurre ad abbandonare l'antico romitorio; e ch'egli lassù, in quella solitudine alpestre, sentiva freddo, freddo anche dentro, nell'anima, cosí lontano da lei, e che per consolarsi studiava ininterrottamente, anche durante il pasto frugale, che ogni mattina un ragazzotto gli recava dal prossimo paesello, lí nell'antico refettorio de' frati, deserto, mentre il vento urlava di fuori, squassando gli alberi annosi della vetta e il grosso cane lo spiava intento, coi grandi occhi buoni, pieni di silenzio...
S'intenerí fino alle lagrime Pompeo Lagúmina rileggendo quella sua patetica lettera, sincerissima nelle bugie, poiché egli di gran cuore, ardentemente, avrebbe desiderato che fosse vero tutto ciò che aveva scritto.
E discese, poco dopo, cupo, raffagottato, con un nodo alla gola, a cenare.
Martedí.
Per l'orrore che la vista del letto gl'ispirava, dopo il tradimento del giorno avanti, il martedí mattina Pompeo Lagúmina decise di recarsi a studiare nella macchia, all'ombra, tranquillamente.
Cosí anche nessuno lo avrebbe disturbato.
Scelse il libro da portarsi, prese il quaderno degli appunti, e via.
S'era da poco internato nella macchia, quando un grido represso lo fece sobbalzare.
Quagliolino, tutto affocato in volto, con gli occhi lustri, s'era d'un subito rivoltato, pancia a terra, e lo guardava, sospeso e sorridente.
Il Lagúmina sorrise anche lui, e gli domandò, crudele:
- L'ho disturbato?
- No.
Niente, - rispose, abbassando gli occhi, il giovinetto; e aggiunse: - Ha veduto...
di là?
- Che cosa? No sa? stia tranquillo.
Non ho veduto niente.
- Dico, se ha veduto di là il bello spettacolo che offrono tra la macchia certi signori!
- Ah! E chi?
- Mah...
vada a vedere...
di là...
E indicò un punto nella macchia.
Il Lagúmina, vivamente incuriosito, vi si diresse.
Poco dopo, Quagliolino lo raggiunse:
- Faccia piano...
in punta di piedi...
Non so se ci siano ancora.
- Ma chi sono? - domandò di nuovo il Lagúmina.
- Come? Non l'ha ancora capito? Ma il Mesciardi e la signora Ardelli!
Pompeo Lagúmina spalancò tanto d'occhi:
- Dice sul serio? Fino a questo punto?
Quagliolino sospirò, accigliato, dicendo di sí, col capo.
- E quel povero cavaliere! - riprese il Lagúmina.
-Ah, perciò jeri gli hanno fatto tanta festa?
- Ma glie la fanno ogni giorno! - raffibbiò Quagliolino.
- Eh...
che vuole! - esclamò il Lagúmina, traendo un gran sospiro.
- Il luogo è tentatore! traditore! L'ozio...
la stagione...
L'uomo, hic et haec, bestia, sa? bestia vile...
cede, cede...
Non c'è buona volontà che tenga...
Vede me? Ero venuto qua, apposta, per studiare.
Con questa notizia, lei m'ha già tutto scombussolato...
È orribile, non tanto, veda, questo tradimento che ci avviene per caso di scoprire, quanto, in generale, l'accertamento della comune miseria umana, della debolezza della nostra natura, esposta alla mercé dei casi, delle circostanze propizie allo sviluppo dei germi del male in tutte le sue gradazioni, dal piú piccolo fallo fino al delitto piú mostruoso.
Ah, il male è invincibile in noi, invincibile!
E seguitò su questo tono, a lungo, a lungo, abbagliandosi lui stesso nei lumi del suo discorso, e quasi inebriandosi della sua voce, felice, beato delle idee originali e profonde che gli sgorgavano cosí facilmente dal cervello e intontivano quel povero ragazzo che credeva di non meritarsi questo da lui.
Quando poté riprender fiato dallo stordimento, Quagliolino domandò:
- Vogliamo tentare se ci riesce di scovarli?
Pompeo Lagúmina non sapeva piú di che si parlasse; voleva ripensare a quel che aveva detto, e non ci riusciva.
Disperazione! La sua intelligenza era proprio cosí a lampi.
Era capace, in certi momenti, di restare come un allocco davanti a un ragazzino; e, in certi altri, di stordire il mondo.
- Andiamo?
- Ebbene, sí, andiamo.
S'aggirarono per la macchia come due segugi, parecchie ore, arrestandosi di tratto in tratto, sospesi, ansiosi, a ogni minimo rumore, al crollo d'una foglia secca in distanza.
Pompeo Lagúmina si sentiva animato in quella ricerca da uno spirito eroico, come se dovesse salvare l'umanità da una grande infamia.
- Povero cavaliere!
Ma, per quanto cercassero, non riuscirono a scoprire i due colpevoli.
E cosí, anche quella mattina si fece l'ora della colazione, senza che Pompeo Lagúmina avesse aperto il libro
Mercoledí, giovedí, venerdí...
Man mano che i giorni passavano cosí vuoti, ora per una ragione, ora per un'altra, da una parte l'avvilimento e il rimorso, dall'altra la trepidazione angosciosa per gl'incombenti esami, crescevano nell'anima di Pompeo Lagúmina, e certi giorni diventavano cosí pungenti e forti ch'egli non poteva piú star solo, lí nella celletta; si vedeva proprio costretto a scappare, per parlar con qualcuno, e distrarsi.
La vista di tutti quei libri, di cui già avrebbe dovuto leggere almeno una buona parte, gli diventava intollerabile; tutta quell'enorme materia di scienza politica, giuridica, amministrativa, gli s'accumulava, gli sorgeva davanti agli occhi come una montagna insormontabile che gli levava il respiro; e allora scappava, disperato, si presentava su la spianata, ove, all'ombra degli alberi, quegli altri beati se ne stavano in ozio, a sfrottolare.
- Una boccata d'aria! Mi si gonfiano le tempie.
Mi fuma la testa.
E ora si metteva a parlare fervorosamente, per stordirsi, ora se ne stava muto, aggrondato, e poco dopo riscappava, tornava sú, a studiare, esortandosi a non perdersi d'animo; e riapriva i libri, riprendeva la lettura.
Dopo alcune pagine però, incontrando la prima difficoltà, risentiva piú profondo l'avvilimento; e di nuovo la smania lo assaltava, come una vellicazione irritante allo stomaco, un'angosciosa rabbia che lo rendeva crudele, feroce contro se stesso.
Si sarebbe preso a schiaffi; sgraffiata la faccia; mugolava coi gomiti sul tavolino, il testone tra le mani che tenevano forte acciuffati i capelli.
- Che colpa ha lui, poveretto, - diceva intanto Quagliola ai compagni, su la spianata, dopo essersi accertato che il suo figliuolo non stava lí ad ascoltarlo, - che colpa ha lui, se la natura lo ha dotato di quel corpo cosí prepotente, che vuol mangiare e dormire, e che quando ha mangiato, caschi il mondo, non riceve piú cognizioni di sorta? Chiude gli occhi, e buona notte! Può tenerseli aperti per forza? Quando non si può, non si può.
E per carità di prossimo, andava coi compagni sotto le finestre del Lagúmina e lo chiamava, perché egli potesse addebitar loro la colpa del tempo perduto, e per offrirgli cosí il pretesto di sottrarsi senza rimorso al suo martirio.
- Debbo studiare! - dichiarava l'infelice ogni volta, affacciandosi alla finestra.
- Va bene! va bene! - gli rispondevano dalla spianata il Mesciardi o il Quagliola o il Picinelli.
- Ma intanto venga un po' giú, che diamine! un momento di respiro! Guardi: abbiamo bisogno di lei; ci levi un dubbio!
E fingevano di credere alla gran preparazione che egli diceva d'aver fatta in quel giorno, e lo incoraggiavano:
- Bravo, avvocato! Siamo già in porto! Ora si riposi un tantino!
Pompeo Lagúmina si mostrava loro gratissimo di quel momentaneo sollievo, di quelle buone parole: il cuore gli si gonfiava dalla tenerezza, gli spuntavano finanche le lagrime, dietro gli occhiali.
Se li sarebbe baciati! Si stizziva invece contro di loro e arrivava a odiarli, quando si dimenticavano di lui, e lo lasciavano lí solo, nella celletta, senza disturbarlo.
Si affacciava allora, non chiamato, alla finestra, per farsi vedere; e tendeva, irresistibilmente, l'orecchio per sorprendere qualche parola dei loro discorsi, e borbottava:
- Potrebbero parlar piú basso...
Brutte bestie! Egoisti! si divertano...
è giusto, durante la villeggiatura...
Ma potrebbero andarsene piú al largo, a conversare...
Proprio qui, dove sanno che c'è un pover'uomo che deve studiare?
Cosí si arrivò alla terza domenica del mese, durante la quale fu inaugurato su la vetta il giuoco delle Grazie, coi cerchi e le bacchette portati da quel demonio tentatore del cavaliere Ardelli, per innocente passatempo dei poveri frati del Romitorio.
Nessuna delle signorine venute lassù quel giorno si dimostrava destra in quel giuoco, e neppure la signora Ardelli riusciva a insegnar loro il modo di lanciare il cerchio con le due bacchette e di coglierlo poi a volo.
Pompeo Lagúmina, distratto continuamente dagli scoppi di riso di quelle signorine, s'era affacciato piú volte, furibondo, alla finestra.
Neppure in quel giorno festivo egli aveva voluto concedersi vacanza:
- Voglio vedere chi la vince! - aveva ripetuto piú volte a se stesso, nella mattinata.
Ma era troppo il chiasso giú.
E piú d'una volta, affacciato alla finestra, partecipando con gli occhi, involontariamente, a quel nuovo divertimento, si era sentito prudere le mani, perché quantunque miope - era bravissimo, lui, in quel giuoco.
Finalmente, una volta, non seppe tenersi dal gridare a quelle signorine:
- Ma non così! Non così, scusino!
Si voltarono tutte a guardare verso la finestra, e la signora Ardelli lo pregò insistentemente, lo supplicò di scendere a far da maestro.
- Solo per cinque minuti...
Mi raccomando! - premise! Lagúmina.
Insegnava da circa un'ora - eh! oilà! oilà! - tutto sudato, come si lanciasse il cerchietto delle Grazie, tra gli evviva e gli applausi di quella gaja frotta di signorine, quando...
Fu proprio un fulmine a ciel sereno.
Pompeo Lagúmina rimase impietrito, con le due bacchette levate, e il cerchietto ch'era per aria venne a insertarglisi su la fronte, come una corona.
Risero tutti, e rise anche lui, cercando di dominarsi e accorrendo verso Sandrina e la madre, che stavano a osservarlo zitte zitte, con l'occhialetto - lí, su lo spiazzo.
- Che bella improvvisata!
- Bugiardo!
- Imbroglione!
- Come...
ma no! perché?
- Burattino!
- Buffone!
- Sandrina mia...
Ma sentite...
- Vada via!
- Si vergogni!
Non vollero lasciarlo parlare, non vollero sentir scuse: appena egli apriva bocca, subito gli esplodevano cosí a bruciapelo, un insulto per una.
Poi gli voltarono le spalle, e via, ridiscesero il monte senza riposarsi neppure un momento, né voler bere neanche un sorso d'acqua.
Pompeo Lagúmina andò a chiudersi nella celletta, e si buttò sul lettuccio, ove rimase un pezzo in una tetraggine attonita, di cui egli stesso, a un certo punto, ebbe sgomento.
In quel vuoto orrendo, in quella sospensione terribile della coscienza, una truce idea gli s'era affacciata, a cui egli, avvilito, perduto, non sapeva ribellarsi.
Pensò che non aveva armi con sé.
Gli sovvenne il racconto che il signor Lanzi aveva fatto alcuni giorni addietro del suicidio d'un povero carabiniere, il quale, nello scorso inverno, era venuto a buttarsi da uno dei rocchi del monte, dalla parte di ponente.
Orribile morte!
Ma, alla fine, soccorso dalle risate delle signorine su la spianata, egli poté sottrarsi all'incubo di quella idea spaventevole.
Si alzò dal letto e decise di scrivere una lunga lettera di spiegazione a Sandrina; proponendosi di rimeditare sul proposito violento, dopo la risposta della fidanzata a quella sua lettera.
Naturalmente, in quei giorni di tremenda attesa, non gli fu possibile studiare.
E chi avrebbe potuto, in quelle condizioni di spirito?
Scendeva, angosciato, funebre, a desinare, e non s'accorgeva di mangiare; poi andava a buttarsi di nuovo sul letto, e soltanto nel sonno trovava un po' di requie.
Dopo due giorni, arrivò la risposta; ma non di Sandrina.
Gli scriveva la madre e gli diceva che alla figlia era bastato lo spettacolo indecente di quel giorno, perché rinsavisse e le desse finalmente la consolazione di accogliere il suo saggio, antico consiglio: quello di accettar la mano del cugino Mimmino Orrei immeritamente da lei respinto.
Ogni relazione tra lui e Sandrina era rotta per sempre.
Pompeo Lagúmina si precipitò su la spianata con quella lettera in mano.
Il suo spirito era come ubriacato dal dispetto; ma il corpo gigantesco trionfava nella ricuperata libertà come se si fosse tolto un macigno dal petto.
- Allegri, signori! - gridò agli amici sfaccendati.
- Non debbo piú dar l'esame; posso ora assumere la carica di Padre Priore! Ehi, cameriere! Che diamo oggi a questa brigata spendereccia?
Ogni mercoledí corredo grande
di lepri, starne, fasani e pavoni,
e cotte manze et arrosti capponi
e quante son delicate vivande...
"IN CORPORE VILI"
I
Cosimino, il sagrestano di Santa Maria Nuova, teneva di guardia i suoi tre marmocchi ai tre mercati della città, che corressero subito subito a chiamarlo, scorgendo da lontano quella zoppaccia della Sgriscia, la vecchia serva di don Ravanà.
Dal mercato del pesce accorse quella mattina il terzo figliuolo, tutto trafelato:
- La Sgriscia, papà! la Sgriscia! la Sgriscia!
E Cosimino, via di volo.
Sorprese la vecchia che stava a contrattare con un pescivendolo per una manciata di gamberi.
- Via di qua, subito! Demonio tentatore!
E volgendosi al pescivendolo:
- Non le date retta! Di codesta roba lei non ne compra! non deve comprarne!
La Sgriscia arrovesciò le mani sui fianchi, appuntò le gomita davanti, in atto di sfida; ma Cosimino non le diede tempo di rimbeccare; uno spintone, e le fu sopra di nuovo, con le braccia levate, incalzando:
- Via! all'inferno, vi dico!
Il pescivendolo allora prese le parti della cliente che sbraitava: accorse gente da tutto il mercato a trattenere i due rissanti che già venivano alle mani.
Cosimino urlava furibondo:
- No, no: gamberi no, non voglio che padre Ravanà ne mangi! non può, né deve mangiarne! E costei vada pure a dirglielo a nome mio; costei che lo tenta come il demonio e fa di tutto per rovinargli lo stomaco.
Per fortuna, si trovò a passare, in quella, dal mercato, proprio lui: don Ravanà.
- Eccolo! Venga, venga! - gridò Cosimino, scorgendolo.
- Dica se lei ha ordinato alla serva di comprarle questi gamberi qua!
Il faccione di don Ravanà tremò, impallidendo, in un sorriso nervoso.
Balbettò:
- No, io, veramente...
- Come no? - esclamò la Sgriscia, dandosi un pugno sul petto ossuto, stupita, trasecolata.
- Me lo negherebbe in faccia?
Don Ravanà le diede su la voce, arrabbiatissimo.
- Zitta voi, pettegola! Gamberi v'ho detto? v'ho detto pesce.
- Nossignore, gamberi, gamberi: m'ha detto gamberi!
- O gamberi o pesce, non è tutt'uno? - gridò allora Cosimino, tra la serva e il padrone, mentre tutta la gente rideva.
- Lesso, brodo e latte; latte, brodo e lesso e niente altro! Cosí le ha prescritto il medico.
Vuol capirlo? Non mi faccia parlare, santo Dio!
- Calmati, sí, bravo: hai ragione, figliuolo, - s'affrettò a dirgli don Ravanà, tutto confuso, mortificato; e, volgendosi alla serva: - Andate pure a casa! Lesso, al solito!
Gli astanti accolsero quest'ordinazione con un nuovo e piú alto scoppio di risa, e don Ravanà si fece largo tra la ressa sorridendo male, come una lumaca nel fuoco, e dicendo a questo e a quello:
- Bravo figliuolo, Cosimino...
Eh, bisogna compatire questo caro Cosimino...
Lo fa per il mio bene...
Sí sí...
Largo, figliuoli, largo...
Tanta bella grazia di Dio, qua; e io...
io, lesso, brodo e latte, purtroppo! È la prescrizione del medico...
Sí.
Non debbo mangiar altro...
Cosimino ha ragione.
II
- Pss, guarda...
- disse piano, davanti all'altare, don Ravanà, con gli occhi bassi, al sagrestano che gli mesceva acqua e vino nel calice.
- C'è in chiesa il dottor Nicastro...
qua davanti, presso la balaustra...
Sta' fermo! non ti voltare, asino...
a destra...
Quando puoi, fagli cenno che rimanga dopo messa e che entri in sagrestia.
Cosimino s'accigliò, impallidí, strinse i denti per frenare un impeto d'ira.
- Jer sera lei...
Dica la verità!
- Ti vuoi star zitto, malcreato? Davanti al Santissimo Sacramento! - lo rimproverò don Ravanà non tanto piano, voltandosi a guardarlo severamente.
Dalla prima pancata s'intese il rimprovero del sacerdote al sagrestano, e un sussurrío si propagò per un momento nella chiesa, di protesta contro il povero Cosimino che diventò di bragia, tremando tutto dalla rabbia e dalla vergogna.
Non sapeva piú dove posare le ampolline della bile e dell'aceto.
Finita la messa, seguí don Ravanà in sagrestia, aggrondato, ingrugnato.
Poco dopo entrò il dottor Liborio Nicastro, piccino piccino, vecchissimo, tutto rattrappito dall'età.
La falda della tuba gli posava quasi su la gobba.
Vestiva all'antica e portava la barba a collana.
- Che abbiamo, padre Ravanà? - domandò, parlando col naso e socchiudendo al solito gli occhietti calvi.
- Avete una faccia, che Dio vi benedica.
- Sí?
Don Ravanà guardò un tantino, perplesso, il medico, se credergli o no; poi con voce irritata, come se si lagnasse d'un 'ingiustizia di lui, rispose:
- Ma lo stomaco, dottor Liborio mio, lo stomaco, lo stomaco non mi vuole piú star bene, volete intenderlo?
- Eh sfido! - sbuffò Cosimino, voltandosi a guardare da un'altra parte.
Don Ravanà lo fulminò con un'occhiata.
- Sedete, sedete, padre Ravanà, - riprese il dottor Liborio.
- Visitiamo la lingua.
Cosimino, con gli occhi bassi, porse una seggiola a don Ravanà.
Il dottor Nicastro trasse flemmaticamente gli occhiali dall'astuccio, se li aggiustò sul naso e guardò la lingua.
- Sporca...
- Sporca? - ripeté don Ravanà, cacciandosela subito dentro, come se la voce del dottore gliel'avesse scottata.
Cosimino soffiò, questa volta col naso, un altro sbuffo.
La bile gli ribolliva nello stomaco.
E teneva le pugna strette e le labbra serrate.
Ma, alla fine, proruppe:
- E allora che? quel tartaro...
come dicono loro?
- Sí, emètico, figliuolo, - confermò placidamente il dottor Nicastro, porgendo la ricetta a don Ravanà e rimettendosi in tasca occhiali e taccuino.
- Si applicata juvant, continuata sanant!
Non c'entrava: ma, tanto, era latino, e tappò la bocca al povero sagrestano.
- Dobbiamo fare al solito? - domandò questi, pallido, accigliato, appena andato via il medico.
Don Ravanà aprí le braccia, senza guardarlo, e disse:
- Non hai sentito?
- Allora, - riprese Cosimino, funebre, - vado a dirlo a mia moglie...
Mi dia i soldi per la medicina e se ne vada a casa.
Vengo subito.
III
- Ah...
- a ogni scalino, - ah...
ah...
La Sgriscia intese quel lamento per le scale, e corse ad aprire a don Ravanà.
- Sta male?
- Malissimo! Malissimo! Andate via! andate a chiudervi in cucina! A momenti arriverà Cosimino.
Non vi fate vedere, se non vi chiamo io.
In cucina! - La Sgriscia andò a rintanarsi mogia mogia.
Don Ravanà entrò in camera; si tolse la zimarra, restò con le brache scinte e un panciottone lungo lungo e largo, in maniche di camicia, e si mise a passeggiare e a riflettere amaramente.
La coscienza gli rimordeva.
Non c'era dubbio! Dio misericordioso gli concedeva la grazia di metterlo alla prova per mezzo di quel diavolo zoppo travestito da donna, e lui, lui, ingrato non ne sapeva profittare.
- Ah! - esclamava, con intensa esasperazione, fermandosi di tanto in tanto, e scotendo in aria le pugna.
La poca e povera masserizia pareva, in quella camera, quasi smarrita su l'ampio e nudo pavimento di vecchi mattoni di Valenza qua e là rotti e sconnessi.
In mezzo alla parete a destra era il letticciuolo pulito, dai trespoli di ferro esposti; a capezzale, un antico crocifisso d'avorio, ingiallito dal tempo.
(Gli occhi di don Ravanà non osavano, quel giorno, levarsi a guardarlo.) In un angolo, presso il letto, una vecchia carabina, e, appese alle pareti, alcune grosse chiavi: quelle della casa di campagna.
Tin tin tin.
- Ecco Cosimino, poveretto! puntuale...
E andò ad aprirgli lui stesso:
- Mi raccomando, per carità: - premise Cosimino prima d'entrare, - non mi faccia vedere quella stortaccia infame! Per causa sua...
basta! Ecco qua la medicina.
Vada a prendermi un cucchiajo.
- Sí sí...
vado, vado, - disse, umile e premuroso, don Ravanà.
- Grazie, figliuolo mio.
Tu mi ridai la vita! Entra, entra in camera!
Ritornò poco dopo, pallido e tremante, col cucchiajo in mano.
- L'ho punita, sai? Sta a piangere in cucina.
Dici bene, figliuolo mio: tutto per causa sua! Sentisti, jeri, l'ordinazione che le diedi al mercato? Ebbene, mentre sudavo, Dio sa come, Dio sa quanto, a mandar giú quella stoppaccia che il medico mi prescrive, me la vedo entrare, sai? tutta maliziosa, nella saletta da pranzo, nell'atto di riparare con una mano un bel piatto di...
Che avresti fatto tu?
- Avrei mangiato i gamberi, - rispose asciutto e serio Cosimino.
- Ma poi avrei scontato da me il peccato di gola: non lo avrei fatto scontare a un povero innocente!
Don Ravanà chiuse gli occhi trafitto, e trasse un lungo sospiro.
Parlava bene, sí, Cosimino; era, senza dubbio, una barbarie dare a prendere a lui ogni volta il tartaro emètico ordinato dal dottor Nicastro.
Bastava a don Ravanà assistere agli effetti del medicinale nel corpo della vittima, perché ne avesse lo stesso beneficio, per virtú d'esempio.
Barbarie, sí; ma sapeva forse Cosimino quante volte il pensiero di lui tratteneva don Ravanà lí lí per cadere in tentazione? Aveva bisogno di lui, come freno, don Ravanà, aveva bisogno del rimorso che gli cagionava il vederlo soffrire lí, sotto i suoi occhi, ingiustamente, per trionfare in seguito della sua carne vile.
Cosimino aveva ricevuto da lui tanti e tanti benefizii; ebbene, in ricambio, che gli chiedeva lui? questo solo sacrifizio per la salute, non tanto del corpo, quanto dell'anima.
Ogni volta però la vista di quel supplizio a cui la vittima si sottoponeva senza ribellarsi, lo sconvolgeva talmente; rimorso, stizza, avvilimento gli facevano tale impeto nello spirito, che don Ravanà si sarebbe gettato dalla finestra.
- Che fa? piange adesso? - gli disse Cosimino.
- Via, via, lagrime di coccodrillo!
- No! - gemette, con sincera afflizione, don Ravanà.
- Va bene, va bene: si butti sul letto allora e stia a guardare: mi prendo la prima cucchiajata.
Don Ravanà si buttò sul letto con gli occhi lagrimosi e il volto contratto dalla pena.
Cosimino pose il bricco su la spiritiera, per aver pronta al bisogno l'acqua: tepida; poi, chiudendo gli occhi, ingollò la prima cucchiajata del medicinale.
- Ecco fatto...
Non mi compianga, per carità! si stia zitto, o faccio cose da pazzi!
- Zitto, sí, zitto, povero figliuolo mio, hai ragione...
Parliamo d'altro...
Sai? domani, se il tempo lo permette e mi sento meglio, debbo andare in campagna...
Vieni anche tu e porta con te i tuoi figliuoli, tua moglie, a prendere una boccata d'aria senza darvi pensiero di nulla...
Mal'annata, Cosimino mio, però...
Dio ci castiga dei tanti nostri peccati.
La pazienza divina è stanca.
Il mondo piange, ma piange e uccide...
Hai sentito? guerra in Africa, guerra in Cina...
Il povero soffre, ma soffre e ruba.
E l'ira del Signore ci sta sopra! La grandine, hai visto? ha flagellato orti e vigne...
la nebbia minaccia gli olivi...
Di' un po'...
ti senti già? No?
- Nossignore, ancora nulla.
Mi prendo l'acqua tepida.
- Bene bene...
Discorriamo...
Dunque, sí, il raccolto del grano, sí, è stato piuttosto abbondante, e se Dio vuole e Maria Santissima ci fa la grazia mitigheremo con esso in certo qual modo la jattura dell'annata.
Cosimino ascoltava con molta attenzione, ma forse senza intender sillaba: di tanto in tanto si faceva in volto di mille colori; poi, d'un tratto, impallidiva, impallidiva vieppiú, sudava freddo, si agitava un po' su la seggiola, l'occhio gli vagellava.
- Ah mamma mia! Padre Ravanà, comincia a muoversi...
credo che ci siamo!
- Sgriscia! Sgriscia! - gridava allora don Ravanà, impallidendo anche lui e guardando fiso Cosimino per promuovere anche in sé con quella vista gli effetti del medicinale.
-Venite subito! Credo che ci siamo!
La Sgriscia accorreva a sorreggere la fronte al padrone, e Cosimino intanto, tra i conati e i contorcimenti, le appoggiava sotto sotto calci di vero cuore.
IV
- Adesso un buon tazzone di brodo per Cosimino! - ordinò verso sera don Ravanà alla serva.
- Ci vuoi fettine di pane, di', Cosimino?
- Sissignore, come dice lei...
Mi lasci stare...
- fece il povero sagrestano rifinito, pallidissimo, con la testa cascante appoggiata al muro senza neppur forza di fiatare.
- Con fettine di pane! con fettine di pane! e un torlo d'uovo! - aggiunse forte don Ravanà, tutto premuroso.
- Di', ce lo vuoi, è vero, un bel torlo d'uovo, Cosimino?
- Non voglio niente! Mi lasci stare! - gemette questi al colmo dell'esasperazione.
- Lei si fa la chiacchieratina, e io ci ho il veleno in corpo per lei! Prima mi rovina lo stomaco, e poi fettine di pane e torlo d'uovo! Sono azioni degne d'un santo sacerdote, codeste? Mi lasci andar via...
Mannaggia, perderei la fede...
Ahi, ahi...
ahi, ahi...
ahi, ahi...
E se n'andò con le mani sul ventre, nicchiando cosí.
- Che brutto viziaccio! - esclamò stizzito don Ravanà.
Prima, tutto mansueto; poi ci ripensa, e diventa una vespa.
E dire che gli ho fatto tanto bene, a quel brutto ingrato!
Stette un po' a tentennare il capo, con gli angoli della bocca contratti in giú; poi chiamò:
- Sgriscia! Dammelo a me, il brodo.
Ce l'hai messo il torlo d'uovo? Brava.
Ora il cappello e il tabarro...
- Esce?
- Eh sí, non lo sai? Mi sento benone, adesso, grazie a Dio.
LE TRE CARISSIME
Quelle tre ragazze che s'incontravano dappertutto: ai concerti: a ogni prima rappresentazione, sempre in un palchetto di platea, o a passeggio, al Pincio o per il Corso, sul tramonto, l'una con la madre bianca e stanca a braccetto, le altre due avanti, vestite sempre un po' alla bizzarra.
Quelle, sí: le Marúccoli.
Povere figliuole, dopo tanti sacrifizii, a un certo punto, perdettero la pazienza e, insieme, la stima di quanti nello stesso caso non avrebbero avuto il coraggio di far come loro (dico il coraggio, non il desiderio).
Ricordo che scoppio d'indignazione, allora! Le mamme specialmente non se ne potevano dar pace in presenza delle loro figliuole, e battevano le mani, inorridite, esclamando:
- Che mondo! che mondo!
E io, a sentirle, sorridevo tra me, studiando l'aria compunta e stordita delle loro timorate figliuole.
Ci vengono effettivamente dalla società un buon numero di leggi e regolamenti, che dovrebbero tenere a freno questa mala bestia che si chiama uomo.
Da secoli la società s'industria a insegnarle la creanza, a farle dire per esempio: Buon giorno o buona sera; ad andar vestita decentemente per via, diritta su due zampe soltanto, ecc.
ecc.
Ma ogni tanto la mala bestia ne fa qualcuna delle sue.
Che è che non è, ce la pigliamo con la società, come se da essa ci venisse il danno, solo perché abbiamo voluto costringerla a imporre alla natura certi doveri, che questa poi non vuole né riconoscere né rispettare.
Quasi che una donna non possa amare neanche per isbaglio un altr'uomo che non sia precisamente suo marito, solo perché dalla società le si è fatto dire che una moglie non deve.
La società, poverina, lo dice e lo impone; ma che colpa ha, se la natura poi se ne ride?
Come pare, voi dite, che non sono ammogliato!
Veniamo al caso delle Marúccoli.
Vorrei che prima di condannare, tentassimo di esaminar bene, se ci riesce, il pro e il contro, senza servirci di quelle parole che sono come le mosche d'agosto pronte ad accorrere a ogni lagrima o a ogni sputo (scusate).
Non sapete tante cose, delle quali a prima giunta pare che non si debba tener conto, ma che pure hanno o dovrebbero avere il maggior peso nella famosa bilancia della giustizia.
Non vi meravigliate per tanto, se a un piatto di questa bilancia mi vedrete, fra l'altro, recare a bracciate tante cose che ancora m'ubriacano.
Ecco: tutti questi abiti smessi delle tre povere figliuole.
Voi ignorate che uscivano dalle loro mani questi abiti tanto ammirati per la loro bizzarra leggiadria: la madre, espertissima, tagliava, e loro tre imbastivano, cucivano a mano e a macchina per intere giornate, come tre gaje sartine.
E non sapete che coi pizzi e i nastri appendevano a ogni abito la speranza, che con quello avrebbero finalmente dato nell'occhio a qualcuno che le avrebbe sposate.
La madre aveva una modestissima pensione lasciatale dal marito (quel bravo signor Carlo Marúccoli, che tutti poi riconobbero per un gran galantuomo: ah lui, sí! - perché era morto, lui, quando avvenne lo scandalo); e avevano anche una piccola vigna - come la chiamano a Roma - con un grazioso villino oltre Ponte Molle; ma né questa né quella potevano bastare a sopperire alle spese.
La vita che conducevano si reggeva dunque su miracoli d'economie segrete e sacrifizii dissimulati con ogni arte.
Erano sempre liete le tre care figliuole, né quel loro cocente e onestissimo desiderio d'un marito le rendeva mai fastidiose, specialmente con noi (dico con me e col povero Tranzi), di cui del resto conoscevano la buona volontà che avremmo avuto di farle felici, se...
Il se, ve lo immaginerete facilmente: io, un povero pittore; il Tranzi, maestro di musica.
Arti belle, non dico di no; ma buone da mantenerci la moglie, non credo.
Nessuno mai, prima, le aveva giudicate civette.
Ora, si sa, ora tutti i vizii, tutti i difetti erano in loro.
Non me ne faccio nient'affatto il paladino: domandatene pure a tanti altri che frequentavano con me la casa.
Chi può dire d'aver mai ricevuto un anche minimo incitamento da loro? Si scherzava, si rideva, si sfrottolava del piú e del meno, la sera, ma nei modi piú leciti e corretti, come si deve davanti a tre fanciulle che, occorrendo, col tatto e col garbo piú squisito, avrebbero saputo mettere a posto chiunque dalla festosità della conversazione si fosse sentito spinto a eccedere un po' nei gesti o nelle parole.
Ma che non fossero civette, una prova posso darvela io, a mie spese e a spese del povero Tranzi.
Perché non dirlo? Io ero innamorato della seconda; il Tranzi, di Giorgina, la maggiore.
Qualche sera, nel lasciar la loro casa, conversando tra noi, sinceramente ci affliggevamo che le tre buone, belle e care ragazze non riuscissero a trovar marito e, non potendo esser noi, per due di esse almeno, avremmo voluto che fossero altri che lo potevano, ai quali davamo di bestie perché, non sentendosi in alcun modo particolarmente incoraggiati, non sapevano decidersi.
Orbene, io e il Tranzi, piú d'una volta, a qualcuno di costoro che sbuffava contro la noja della propria esistenza oziosa e si dichiarava stanco della vita, arrivammo finanche a dar per ricetta infallibile di sposare una delle Marúccoli.
Soltanto, poiché Irene non raccoglieva tante simpatie quanto le altre due, io consigliavo Giorgina; il Tranzi, Carlotta; cioè, io la sua, e lui la mia.
Ma con l'una o con l'altra delle tre quegli sciocchi sarebbero guariti senza dubbio della noja e d'ogni altro male, giacché ciascuna avrebbe reso lieta la vita al proprio marito.
A uno a uno, invece, quegli sciocchi, dopo aver goduto un pezzo della dolce compagnia e lusingato forse con gli sguardi o con graziose premure le tre ragazze, andavano a prender moglie altrove; e se ne pentivano dopo.
Io davo a Giorgina lezioni di pittura, a tempo perso.
Il Tranzi insegnava con piú regolarità a Carlotta musica e canto.
L'una e l'altra ci si dimostravano gratissime del poco che facevamo per loro.
Dico di piú.
Dico anche quello che un altro forse non direbbe per paura del ridicolo.
Quando, qualche sera, comparivano in salotto a noi due soli, abbigliate con qualche abito nuovo, già pronte per recarsi o in casa di famiglie amiche o a teatro, si accorgevano tutt'e tre del desiderio che suscitavano in noi; e per il nostro desiderio segreto, ma sfavillante dagli occhi, avevano uno sguardo e un sorriso indefinibile, di compiacimento per sé e di pietà per noi.
Irene intendeva piú di tutte e arrossiva confusa e, a cancellare la confusione, ci domandava con una grazia indicibile, guardandosi l'abito:
- Siamo belle cosí?
Oh, potrei fare, su questo proposito, un lungo discorso su quel che gli occhi dicono, quando le labbra non debbono parlare.
Allorché Carlotta, per esempio, attendeva quasi per scrupolo di coscienza a qualche imbecille che le stava attorno con soverchia insistenza, spesso parlandogli o ridendogli, volgeva uno sguardo a me, e quello sguardo mi compassionava amorosamente; mi diceva:
- Dovresti esser tu!
Perché gli occhi di Carlotta vi assicuro che mi davano del tu.
Delle tre, Carlotta, era la piú bella, almeno per me; Irene, la piú intelligente; Giorgina la piú piacente.
Il ritratto che feci di loro a gruppo, è certo la meno peggio delle cose mie.
Lo esposi a Monaco, tanti anni fa, col titolo: Le tre carissime.
Fu venduto e ora non so piú chi lo possegga e dove sia andato a finire.
Con me e col Tranzi, nessuna ipocrisia, mai! Quando, in teatro, vedevamo qualcuna di loro piú del solito raggiante, bastava farle un cenno del capo, perché intendesse.
E il cenno significava:
- Abbiamo trovato?
- No! - rispondeva la testina, scrollandosi vivacemente, con gli occhi socchiusi e un sorriso birichino su le labbra.
Non trovavano, non trovavano ancora, non trovavano mai quelle tre care ragazze!
Ebbene, un bel giorno, si stancarono; perdettero la pazienza, alla fine.
Chi sa da quanto tempo frenavano, dentro, le smanie della loro speranza frustrata di continuo e reprimevano i segni delle loro disillusioni! Il primo segno ch'io potei scorgere, e che m'è rimasto impresso come, in un dramma, una frase che lasci intravedere la catastrofe, fu quella mattina che dovevamo recarci alla vigna di Ponte Molle, e Giorgina si presentò al Tranzi col capo chino, reggendo in alto con due dita un filo d'argento allungato dal sommo della fronte, al quale gli occhi si sforzavano d'alzarsi per guardarlo e si storcevano.
- Tranzi, un capello bianco!
Perché aveva già varcato la trentina.
Avevo notato in quegli ultimi tempi che s'era accostata con insolita insistenza ad Arnaldo Ruffo, uno dei piú assidui frequentatori della casa; poi, che s'era messa d'improvviso a parlare di lui con acredine non meno insolita; e che s'era voltata infine a tormentare il Tranzi, sferzando la pigrizia di lui, dicendogli che non aveva alcun diritto di lamentarsi della ingiustizia della sorte, giacché egli non voleva far piú nulla e nulla tentare per far valere le sue doti artistiche; aveva l'abbozzo di un'opera giovanile? ebbene; perché non lo ripigliava? perché non si dava a qualche altro lavoro?
Quasi con le lagrime a gli occhi il povero Tranzi allora le rivelò le segrete miserie di cui era piena la sua vita; le disse tra l'altro che, da circa un anno, aveva dovuto finanche privarsi del pianoforte che teneva a nolo.
Senz'altro, allora, Giorgina gli propose di lavorare lí, in casa loro, mettendo a disposizione di lui il pianoforte, di cui avrebbe potuto servirsi con la massima libertà: lo avrebbero lasciato solo nel salotto; la famiglia si sarebbe ritirata al lato opposto della casa.
Tanto disse, tanto fece, che lo costrinse ad accettare.
So che arrivò finanche a chiuderlo a chiave nel salotto; e la chiave la teneva lei.
Chi sa che la scoperta di quel capello bianco, insieme con tante altre piccole cose tristi, su cui gli occhi fino allora si erano chiusi con pena, non abbia determinato davvero in lei, e conseguentemente nelle sorelle, la ribellione! La quale fu tanto piú violenta quanto piú lunga e paziente era stata la speranza, che a un tratto dovette loro apparir vana e quasi derisoria.
Ho sentito piú d'uno incolpare la maggiore delle Marúccoli del suicidio di Angiolo Tranzi.
È un'infamia.
Che colpa ebbe la Marúccoli, se il Tranzi volle farsi un rimorso della gioja che ella, improvvisamente, nella sua ribellione contro il tempo perduto nella vana attesa, e contro la sorte che la condannava ad appassire senz'amore, gli volle concedere, deliberatamente, quasi in premio al lungo desiderio di lui rassegnato al silenzio?
No, no: il Tranzi, l'ho conosciuto bene, era troppo tarlato dentro, e non poté resistere alla irruzione su lui di questa gioja ardentissima, ribelle a ogni pregiudizio.
Il tarlo di troppi disinganni lo aveva roso dentro, tutto; all'urto della gioja, si infranse.
Io lo vidi quel giorno rincasare con gli occhi gonfi e rossi: s'era messo a piangere, capite? - dopo.
E dovette piangere a lungo, certo convinto d'aver commesso un delitto; e la donna, la ragazza, dovette confortarlo, rianimarlo, scacciando l'ombra del rimorso, con cui egli voleva offuscare a lei, in quel momento, il sole della gioja recente.
E chi sa! l'avvilimento per questa scena, nel tumulto interno, nella improvvisa dissociazione di tanti sentimenti e di tanti pensieri, forse avrà pure contribuito a determinare in lui l'atto violento contro se stesso.
E la Marúccoli non lo pianse: della morte di lui anzi si sentí ferita, come d'un insulto.
Tutt'e tre le sorelle si ritirarono allora nel bel villino della vigna.
Per un ritegno piú facile a intendere che a definire, io, dopo la morte del Tranzi, mi astenni dal visitarle laggiú.
Non saprei piú darne perciò notizie precise.
So che il villino fu sempre molto frequentato, ma che i piú assidui, dopo un certo tempo, si allontanavano per dar posto ad altri.
Le tre sorelle senza piú alcun freno, nella libertà della campagna, parevano addirittura impazzite; facevano i piú strani disegni per l'avvenire: Giorgina si sarebbe consacrata alla pittura; e ogni mattina, con un cappellaccio di paglia in capo, florida, esuberante di forza e di salute, usciva all'aperto a sfidare a duello i cipressetti di Monte Mario: arma, il pennello; luogo, una tavoletta, finché i raggi del sole non dicevano basta.
Carlotta - mi dissero - s'era piú che mai confermata nell'idea d'aver nella propria gola il tesoro d'una bellissima voce di contralto, con la quale istupidiva ogni dopo pranzo le pazienti orecchie d'un decrepito maestrucolo di canto.
Irene s'era fisso il chiodo di far l'attrice drammatica, e declamava ad altissima voce, con grandi gesti, condannando la vecchia madre a farle la controparte.
La povera vecchietta, paziente, la secondava, stando seduta e leggendo placidamente con gli occhiali su la punta del naso:
Odetta: - Voi pretendete obbligarmi ad uscire?
Conte: (leggeva la madre): - Di casa mia...
Sí, e sul momento.
Odetta: - E mia figlia?
Conte: - Oh, mia figlia...
La tengo meco
Odetta: - Qui? Senza di me?
Conte: - Senza di voi.
Odetta: - Via! voi siete pazzo, signore...
Mia figlia mi appartiene, e voi non isperate di separarmi da lei.
Cosí, finché non tornò al villino, dopo alcuni mesi d'assenza, uno degli assidui che si erano pe' primi eclissati: voglio dire il Ruffo.
Arnaldo Ruffo, ve l'ho accennato, prima dell'avventura del povero Tranzi aveva fatto concepire serie speranze a Giorgina.
Era uno di quelli che potevano, benché due capatine a Monte Carlo avessero scemato di molto le sue sostanze: bel giovane, alto, bruno, solido: il marito che ci voleva per Giorgina.
Il primo amore, in lui, col possesso, divampò, diventò passione violenta.
Pare che i parenti abbiano tentato di strapparlo alla ragazza una seconda volta, costringendolo a provare la sciocca medicina di un viaggetto di distrazione.
Tornato, come una farfalletta al lume, al villino Marúccoli, pare altresí che abbia trovato Giorgina innamorata già di un altro assiduo del momento e che nel villino siano accadute furibonde scene di gelosia.
Alcuni amici mi raccontarono di aver sorpreso, una sera, nel bujo d'un viale, questo brano di dialogo:
- Ebbene, e tu allora sposami!
E la voce del Ruffo, concitata, sorda:
- No! No! No!
Allora, una gran risata dispettosa di Giorgina:
- E allora, lasciami in pace!
Il resto lo sapete.
Da due anni ormai, Giorgina Marúccoli è legittima sposa di Arnaldo Ruffo.
Dopo Giorgina si maritò Carlotta, subito.
Irene è ancora fidanzata.
Mi sono imbattuto l'altro jeri nel promesso sposo, in gran faccende per il nido: è contentone! e m'ha detto che sposerà prestissimo.
Capite? Prima, no; poi, sí.
Ci ho gusto per i signori uomini! Anzi, guardate, quasi quasi, ora - dopo tanto tempo sarei tentato di fare una visita di congratulazione a Giorgina, la coraggiosa.
Non è molto felice, poverina: ha il marito geloso del passato - (stupido! come se la colpa non fosse sua).
- Ma, dopo tutto, chi è felice in questo mondo?
Ora intanto, tra poco, tutt'e tre avranno uno stato, finalmente una casa, uno scopo nella vita: quello che desideravano onestamente.
E già sulle ginocchia della nonnina, che sarà ridotta piú bianca della cera, dorme roseo il primo nipotino.
Mi figuro la buona vecchietta nell'atto di contemplarlo, beata, mentre con una mano tremula allontana una mosca ostinata, che vuol posarsi giusto lí, sul tondo visetto caro.
IL VITALIZIO
I
Con le braccia appoggiate sulle gambe discoste e lasciando pendere come morte le mani terrose, il vecchio Maràbito sedeva sul logoro murello accanto alla porta della roba.
Casa e stalla insieme, col pavimento fatto coi ciottoli del fiume (dove non mancavano), quella vecchia roba cretosa e annerita gli faceva sentire, ancora per poco, il suo alito: quell'odor grasso e caldo del concio, quel tanfo secco e acre del fumo stagnato, ch'erano per lui l'odore stesso della sua vita.
Contemplava intanto il suo podere, sbattendo continuamente gli occhietti vitrei infossati, che gli restavano duri e attoniti quasi a dispetto delle pàlpebre.
Sotto il cielo velato gli alberi stavano immobili, come se, sospesi nella pena con cui il vecchio padrone ora li guardava, cosí dovessero durare anche quand'egli non ci sarebbe stato piú.
Qualche gazza appostata, però, pareva sghignasse beffarda, a quando a quando: mentre di tra le stoppie riarse, sui piani e i poggi delle Quote, le calandre alternavano il loro ciaucío stridulo giojoso.
S'aspettavano le prime acque, dopo le quali sarebbe cominciato il tempo delle fatiche per la campagna: la rimonda, l'aratura, la semina.
Tre volte Maràbito scosse la testa, perché ormai non erano piú per lui quelle fatiche.
Lo riconosceva da sé.
Tanto che, entrando col marzo i mesi grandi, aveva detto a se stesso:
- Questa sarà l'ultima stagione!
E s'era mietuto l'orzo e abbacchiate le mandorle, lasciando ai nuovi padroni l'abbacchiatura delle olive e la vendemmia.
Quel giorno appunto dovevano venire a prendere possesso del podere.
Avrebbe fatto loro la consegna, e addio!
- La morte, quando il Signore comanda, verrà a picchiarmi alla porta lassú.
Alzò gli occhi, cosí pensando, a Girgenti che sedeva alta sul colle con le vecchie case dorate dal sole, come in uno scenario; e cercò nel sobborgo Ràbato, che pareva il braccio su cui s'appoggiasse cosí lunga sdrajata, se gli riusciva scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch'era la sua parrocchia.
Aveva là presso un vecchio casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre:
- E presto sia! - sospirò.
- Come avvenne a Ciuzzo Pace.
Prima di lui, Ciuzzo Pace aveva ceduto per un vitalizio d'una lira al giorno l'attiguo poderetto al mercante Scinè, soprannominato il Maltese; e, dopo appena sei mesi, era morto.
Ora il silenzio, che pareva fervesse lontano lontano d'un sordo ronzío di mosche che pure erano vicine, dava arcanamente il senso di quella morte; ma il vecchio non ne aveva sgomento; piuttosto come un'angoscia.
Era solo, perché non aveva mai voluto né donne né amici; sentiva pena per quel suo podere, a lasciarlo dopo tanto tempo.
Conosceva gli alberi uno per uno; li aveva allevati come sue creature: lui piantati, lui rimondati, lui innestati; e la vigna, tralcio per tralcio.
Pena per il podere e pena anche per le bestie che tant'anni lo avevano ajutato: le due belle mule che non s'erano mai avvilite a tirar l'aratro per giornate sane; l'asinella che valeva piú delle mule, e Riro il giovenco biondo come l'oro, che tirava da sé senza benda né guida l'acqua del pozzo, pian piano, com'egli l'aveva ammaestrato.
La nòria a ogni giro della bestia dava un fischio lamentoso.
Egli, da lontano, contava quei fischi; sapeva quanti giri ci volevano a riempire i vivaj, e si regolava.
Ora, addio Riro! E il fischio della nòria, da quel giorno in poi, non l'avrebbe piú udito.
- Sette, - contò intanto, ché, pur tra i pensieri, il conto dei giri per la lunga abitudine non lo perdeva mai.
Le mule e l'asinella erano impastojate su l'aja a rimpinzarsi di paglia.
Paglia, quanta ne volevano! Anche ad esse il vecchio Maràbito rivolse uno sguardo.
Come le avrebbe trattate il nuovo padrone? Alla fatica erano avvezze, povere bestie, ma anche alla loro razione d'orzo e cruschello, ogni giorno, oltre la paglia.
O che avevano quel giorno le calandre? Strillavano sui piani piú del solito, come se sapessero che il vecchio doveva andarsene e lo salutassero.
Dallo stradone, tutt'a un tratto, venne un allegro rumor di sonagli.
Ma il vecchio si cangiò in volto.
- La carrozza: eccolo: - disse; e andò incontro al nuovo padrone, tirandosi sulle spalle la giacca che teneva appesa addosso, con le maniche spenzolanti.
II
Da cassetta, Grigòli, il garzone che don Michelangelo Scinè teneva di guardia al poderetto già di Ciuzzo Pace, gli gridò:
- Allegro, oh, zi' Marà!
Ma allegro lui, se mai, Grigòli, che da quel giorno avrebbe mangiato a due greppie, abbattuto il murello di cinta che separava il podere di Maràbito da quello del povero Pace.
Fortuna e dormi! S'era cattivata la fiducia del Maltese, chi sa poi perché, cosí tracagnotto, con gli occhi tondi e ridenti, e quella puntina di naso che gli s'alzava quasi incuriosita, all'insaputa della faccia da pacioccone senza malizia.
Ma l'aveva, e come! la sua malizia anche lui; bastava guardargli quel naso.
Intanto, con l'ajuto del vetturino, don Michelangelo poté scendere dalla carrozza: uno di que' sganasciati landò d'affitto con l'attacco a tre, che puzzano di rimessa lontano un miglio e servono con gran fracasso di sonagliere per le scampagnate.
Ne scese con lo stesso stento la moglie si-donna Nela, e subito, prendendosi con due dita la veste, cominciò a spiccicarsi tutta; poi ne scesero le figlie: due ragazzone gemelle.
Sembravano tutt'e quattro un tino una botte e due caratelli.
La carrozza, risollevandosi sulle molle, parve rifiatasse; i cavalli no, poveri animali, tutti imbrattati di schiuma e sgocciolanti di sudore.
- Serv'a Voscenza, - salutò appena Maràbito.
Rotto al lavoro da tanti anni, parlava poco di solito, e ora per giunta provava quasi vergogna pensando che, per quella cessione che faceva del suo podere, il mantenimento gli sarebbe venuto ancora da esso, ma non piú in compenso del suo lavoro.
- Auff, si crepa! - sbuffò lo Scinè, asciugandosi col fazzoletto il faccione congestionato.
- Quattro miglia di stradone! A guardare dalla città, non credevo che fosse cosí lontano!
Era una prima botta, questa, da mercantuccio rifatto, la quale dava a vedere come fosse venuto col proposito di disprezzare tutto.
Non per nulla la gente del paese se lo richiamava con piacere alla memoria lacero e impolverato su per le viucole a sdrucciolo del quartiere di San Michele con la balla della mercanzia sulle spalle e la mezzacanna in una mano, tutto sudato, mentre dell'altra si faceva portavoce nel gridare:
- Roba di Fràaancia!
S'era arricchito in poco tempo con l'usura, e ora troneggiava, seduto sotto il lampadino della Madonna, dietro il lungo banco del suo negozio di panneria, ch'era il piú grande di tutta la via Atenèa.
La signora Nela, dalla faccia di melanzana piantata senza collo sopra le poppe enormi, non apriva bocca se prima non si consigliava con gli occhi del marito.
Ma a una delle figliuole, girando lo sguardo sul ciglione lí vicino, su cui sorgono i due Tempii antichi, quello di Giunone da una parte e quello detto della Concordia dall'altra, in un soprassalto d'ammirazione scattò proprio dal cuore:
- Uh bello, papà!
Il Maltese la fulminò con una guardataccia.
Sapeva bene il valore del podere, e che Maràbito aveva già compiti settantacinque anni.
Ora, dandosi a vedere per un verso mal contento del podere e per l'altro contento dello stato di salute del vecchio, sperava di potere ancora lesinare sul vitalizio di due lire al giorno già convenuto.
La terra è terra, soggetta alle vicende del tempo, e due lire al giorno son due lire al giorno.
Ma non gli venne fatto.
Visitando passo passo il podere, non ebbe proprio dove metter pecca; e quell'animalaccio di Grigòli pareva glielo facesse apposta!
- Qua qua, guardi qua!
E con le mani sollevava i pampini d'una vite per mostrare certi grappoli piú grossi d'una poppa della signora Nela.
- Qua qua, guardi qua!
E mostrava nell'agrumeto, ch'egli chiamava giardino, certe lumíe, certi portogalli, la cui vista soltanto, a suo dire, ricreava il cuore.
- Questo giardino, Eccellenza, è vermiglio cosí tutto l'anno!
Michelangelo Scinè guardava e chinava la testa, brusco.
Non potendo far altro (o fors'anche in grazia di quell'Eccellenza che Grigòli non gli risparmiava) fingeva di sbuffare per il caldo.
- Si crepa! si crepa!
Maràbito non parlava: gli seccava anzi che parlasse tanto Grigòli, essendosi accorto che lo Scinè a mano a mano s'intozzava dalla bile.
Piú volte, infatti, come se non avesse udito i continui richiami di Grigòli, era passato diritto o s'era fermato con gli occhi socchiusi e l'indice d'una mano sulla punta del naso, quasi assorto in qualche conto complicato.
Grigòli però senza scomporsi, s'era rivolto alla si-donna Nela e alle due ragazzone:
- Qua qua, guardino qua!
Tanto che Maràbito, alla fine, stimò prudente ammonirlo:
- E zitto, via, Grigoletto! I padroni hanno occhi per vedere da sé.
Fece peggio.
Grigòli, imperterrito, incalzò:
- Avete ragione! La vostra bocca non parla mai! Ah, non per vantarlo di presenza, ma la verità è verità: un altr'uomo fatto per la fatica come Zio Maràbito non c'è mai stato e non ci sarà mai: vero maestro per la campagna, poi; quanto a rimondare, a innestare, a potare, uguale forse sí, ma meglio di lui in tutto il territorio di Girgenti non si ritrova.
Qua, qua questi mandorli innestati da lui; piante massaje come queste non ce n'è: ogni albero tre, quattro staja l'anno, che Voscenza può contarci a occhi chiusi.
E questi albicocchi qua? Se Voscenza ne assaggia il frutto non se lo può piú levar di bocca: vera rarità! Pero, questo, signorinella; fa pere grosse cosí! Terra come questa non ce n'è: non ci manca nulla! E Maràbito, in coscienza, se l'è meritata, che ha saputo lavorarla come Dio comanda.
Peccato che ora è vecchierello...
Don Michelangelo non ne poteva piú.
Proruppe:
- Che vecchierello, somarone, che vecchierello! Non vedi che cammina meglio di me?
- Questo non vuol dire! - rispose con un sorriso da scemo Grigòli.
- Voscenza m'è padrone, e non per contraddirla, ma cosí bello grasso, voglio dire in salute com'è Voscenza, non è tanto facile camminare ora qua per la vigna.
La vigna era zappata di fresco, e veramente ci s'affondava, col pericolo anche di slogarsi un piede.
Ne esalava poi un senso d'umido, corrotto in basso nell'afa di quelle giornate ancora di sole caldo; e don Michelangelo, stronfiando, ne soffriva come d'una smania che gli si fosse messa allo stomaco.
Ma era anche per la parlantina di quel ménchero là.
- E chétati una buona volta! Parli piú d'un giudice povero! Il podere è buono, il podere è buono, non dico di no, ma...
ma...
ma...
E seguitò la frase movendo l'indice e il medio d'una mano: il che significava: due lire al giorno son due lire al giorno.
- Padrone mio, - intervenne a questo punto Maràbito, fermandosi: - domani all'alba io me n'andrò sú al paese, e stia sicuro che ci andrò a morire, perché quella ch'è stata finora la mia vita la lascerò qua, in questa terra.
Non mi piace parlare; ma ciò ch'è giusto glielo debbo dire.
Non creda ch'io stia facendo questo negozio per poca voglia di lavorare.
Ho lavorato fin da quand'ero ragazzo di sett'anni; e vita e lavoro per me sono stati sempre una cosa sola.
Sappia che lo faccio, non per me, ma per la mia terra che con me patirebbe, perché non sono piú buono da lavorarla come il mio cuore vorrebbe e l'arte comanda.
In potere di Voscenza e di Grigoletto che sa l'arte meglio di me, sono sicuro che alla terra non mancherà mai nulla e sono pronto a staccarmene ora stesso, senza neanche fiatare.
Ma se Voscenza non è piú contento, me lo dica chiaro e non ne facciamo piú niente.
La signora Nela e le due figliuole non s'aspettavano quest'uscita del vecchio e lo guardarono allocchite.
Ma don Michelangelo, da volpe vecchia, esclamò sorridendo, rivolto a Grigòli:
- E tu mi dicevi che non parla! alla grazia!
Poi, rivolto a Maràbito:
- O che debbo dirvi, dunque, che siete vecchio stravecchio e in punto di morte?
- Come sono, Voscenza lo vede, - rispose il vecchio, aprendo le braccia.
- Gli anni miei non li so.
So che mi sento stanco.
E Voscenza, ripeto, può star sicuro che dei suoi belli denari con me non ne sciuperà molti.
Prendo la via di Ciuzzo Pace, ch'è per me la migliore, e lor signori si godranno il fondo e spero in Dio che non me lo faranno patire.
III
- Hanno abbattuto gli albicocchetti davanti la roba - diceva Maràbito, appena quindici giorni dopo, alle vicine della piazzetta di Santa Croce.
Chiudeva gli occhi e li rivedeva tutt'e tre, quegli alberetti, lí sulla spianata del ciglione.
Erano cosí belli! Perché atterrarli?
- Certo com'è certo Dio, questa è opera di Grigòli, che, per far legna, dà a intendere al padrone che gli alberi sono secchi.
Ma s'ingannava.
Non passò neanche un mese, che vennero a dirgli:
- Hanno abbattuto la roba.
La roba? Eh già: il Maltese, al posto della vecchia roba, voleva far sorgere una bella cascina nuova, e quei tre alberetti lo impicciavano.
- Godetevi in pace il vitalizio! - lo esortavano le vicine.
- Tre alberetti: state a piangere come se vi avessero tagliato le braccia.
- E le bestie? - soggiungeva allora Maràbito.
- M'hanno detto che l'asinella, l'animaluccia mia, è ridotta cosí male che non si regge piú in piedi.
E Riro? Riro non si riconosce piú.
- Chi è Riro?
- Il giovenco.
- Credevamo che fosse un vostro figliuolo!
Da un canto le vicine sentivano pietà di lui; dall'altro, certe volte, non potevano tenersi dal ridere.
- Ma se adesso il padrone è quell'altro! Lasciategli fare ciò che gli pare e piace!
Ora appunto questo non sapeva tollerare Maràbito.
Che il Maltese fosse il padrone, sí; ma che dovesse poi distruggergli il frutto di tante fatiche, maltrattargli le bestie, questo no: questo il Signore non doveva permetterlo.
E si recava in fondo al viale detto della Passeggiata, all'uscita del paese, di dove poteva scorgere la sua terra lontana, laggiú laggiú nella vallata, tra i due Tempii antichi.
Guardava e guardava, come se con gli occhi potesse impedire di lassú lo sterminio del Maltese.
Il cuore però non gli reggeva a lungo, e se ne ritornava pian piano, con le lagrime agli occhi.
Anziché da Porta di Ponte preferiva prendere per la via solitaria sotto San Pietro fino al Piano di Ravanusella; con tutto che fosse malfamata quella via per tanti delitti rimasti oscuri e, a passarci sul tardi, incutesse un certo sgomento.
I passi vi facevano l'eco, perché il pendio del colle troppo ripido metteva lí quasi a ridosso i muri.
delle case.
Case che, sul davanti, nella straduccia piú sú, erano d'un sol piano e di misero aspetto, qua di dietro avevano certi muri che parevano di cattedrale.
Dall'altro lato, in principio, la via mostrava ancora l'antica cinta della città con le torri mezzo diroccate.
Nella prima, chiusa appena da una portaccia stinta e sgangherata s'esponevano i morti sconosciuti e si portavano per le perizie giudiziarie gli uccisi.
Attraversando quel tratto, Maràbito avvertiva realmente, nel silenzio e tra l'eco dei passi, come un sospetto che ci fosse qualcosa, in quella via, di misterioso; e non gli pareva l'ora d'arrivare al Piano di Ravanusella, arioso.
Ma vi respirava per poco.
Gli toccava di là risalire verso lo stretto di Santa Lucia, anch'esso malfamato e quasi sempre deserto, per riuscire a Porta Mazzara, dove imboccava la via del Ràbato.
Abituato a vivere in campagna, entrando nella stretta delle case, si sentiva ogni volta soffocare, anche se attraversava la città per la via maestra, ch'egli non chiamava col suo nome - Via Atenèa - ma a modo di tutti (e chi sa perché) la Piazza Piccola: di piazza non aveva proprio nulla; era una via un po' piú larga e piú lunga delle altre, serpeggiante, lastricata, con case signorili e botteghe in fila.
Che fracasso facevano su quei lisci lastroni scivolosi gli scarponi imbullettati di Maràbito che andava curvo e cauto, con l'andatura dei contadini, le mani alla schiena e guardando a terra, mentre la nappina della berretta nera a calza gli ciondolava sulla nuca a ogni passo.
Si rimescolava tutto, scorgendo da lontano, a destra, la bottega di panneria dello Scinè con le quattro grandi vetrine sfarzose e la porta in mezzo.
Era proprio nel centro della via, un poco prima del Largo dei Tribunali, dove la gente s'affollava di piú.
Spesso don Michelangelo stava seduto davanti la porta, col pancione che pareva un sacco di crusca tra le cosce aperte, e cosí sbracato che la camicia gli strabuzzava perfino di sotto il panciotto.
Fumava e sputava.
Vedendo Maràbito che veniva avanti pian piano, gli figgeva gli occhi addosso e pareva se lo volesse succhiar vivo con lo sguardo, come la vipera un ranocchio.
Dispettoso, gli domandava, sorridendo:
- Come si va? come si va?
- Come vuole Dio, - rispondeva duro Maràbito, senza fermarsi.
E tra sé diceva: - A tuo dispetto voglio campare! - E gli veniva la tentazione di voltarsi e fargli le corna dalla via.
Se non che, poco dopo, vedendosi solo nel suo vecchio casalino, s'avviliva.
- Che sto piú a farci?
- Zitto, vecchio stolido! - lo rimbeccavano allora le vicine per confortarlo.
- Chiamate la morte? Ringraziate Dio piuttosto che ha voluto darvi la buona vecchiaja.
Ma il vecchio scoteva il capo, levava una mano a un gesto di stizza: che buona vecchiaja! E si metteva a piangere come un bambino:
- Mi rimprovera il pane che mangio e questi quattro giorni che mi restano!
- E voi campate cent'anni a suo marcio dispetto! - gli gridavano quelle a coro, aprendo il fuoco contro lo Scinè.
- Sanguisuga dei poveri! Succhiategli il sangue, come lui l'ha succhiato a tante povere creature! Cent'anni, cent 'anni dovete campare! Il Signore e Maria Santissima delle Grazie debbono tenervi in vita per farlo crepar di rabbia.
Le ossa s'ha da rodere, cosí!
E stropicciavano in giro, furiosamente, la punta di un gomito sulla palma dell'altra mano.
- Cosí! cosí!
Nello stesso tempo, don Luzzo l'orefice, ch'era la peggior lingua di tutta la via Atenèa, e il farmacista dirimpetto tenevano sú per giú il medesimo discorso, sebbene con minore efficacia di gesti e di frasi e in tono di scherno, a don Michelangelo Scinè.
- Quel vecchio cent'anni vi campa, caro Maltese!
Ma lo Scinè spingeva in su le guance e la bocca in una smorfia d'incredulità stizzosa.
(Cosa strana, però: pure in quella smorfia, le sopracciglia fortemente segnate, sotto la fronte tonda come un boccale, gl'imprimevano nella faccia grassa stupida e volgare quasi un segno di tristezza avvilita.)
Il podere, se l'era fatto stimare, prima di fare il contratto: due salme e mezzo di terra, tutta beneficata, per meno di dodici mila lire non avrebbe potuto averle: Maràbito, settantacinque anni, non doveva compirli piú: per bene che stesse, quant'anni avrebbe potuto vivere ancora? tre, quattro; abbondiamo, fino a ottanta; dunque, da tre a quattro mila lire: fino a dodici mila, ci correva.
- Lasciatelo campare, poverello: mi fa proprio piacere.
Cosí il rodimento lo dava lui agli altri.
Anzi, per rappresentar meglio la sua parte, una mattina, vedendo passare il vecchio davanti la bottega, volle fargli cenno d'accostarsi.
- E venite qua, santo Dio! Perché mi fuggite cosí? Che male v'ho fatto?
- Nessuno, a me; - gli rispose Maràbito - ma la terra io gliel'avevo raccomandata tanto, a Voscenza; e anche le povere bestie; Riro, Riro è morto; non me ne so dar pace!
- E io? - esclamò il Maltese.
- Non me ne parlate! Quel Grigòli è una canaglia.
Per colpa sua.
Ma anche per colpa vostra, un poco!
- Mia?
- Vostra, vostra.
Perché se voi, col vostro brutto caratteraccio, invece di fuggirmi come se v'avessi rubato, mentre Dio solo sa che sacrifizio sto facendo a darvi queste due lire al giorno; se invece di fuggirmi, dicevo, mi aveste ajutato coi vostri buoni consigli, né io né voi saremmo cosí scontenti, né Riro forse sarebbe morto.
Rimase abbagliato lui stesso, il Maltese, dalle sue parole.
Difatti, ora che ci pensava, chi meglio di Maràbito avrebbe potuto ajutarlo a guardarsi da quell'imbroglione di Grigòli? Ma il vecchio restò ferito.
- Ah dunque Voscenza vorrebbe dire che Riro è morto per me?
- Per voi, certo! Io avrei seguito i vostri consigli, senza lasciarmi menar per il naso da quello lí che s'approfitta della mia inesperienza, ruba a tutto spiano e fa di padrone: spacca-e-liscia.
Il padrone sareste rimasto voi invece, da lontano, e tutto sarebbe andato per il meglio.
Io vi voglio bene e voglio che vi diate cura della vostra salute.
Venite, venite da me.
C'intenderemo!
Proferí forte quest'ultime parole, perché le udisse don Luzzo l'orefice.
- Quanto bene gli volete, a quel vecchio! - sghignò infatti quello, appena Maràbito si fu un poco allontanato.
- Ma se cercate di persuaderlo con le buone a morir presto, il fiato ci sprecate: cent'anni vi campa, quel vecchio, ve l'ho detto!
Don Michelangelo ripeté la solita smorfia e gli mostrò le cinque dita della minaccia.
- Ancora tanti, vedrete!
IV
Ogni quindici giorni, intanto, Maràbito si recava dal notajo Nocio Zàgara per riscuotere le rate del vitalizio.
Don Nocio, per carne addosso, non ne aveva meno dello Scinè; ma era molto piú alto di statura: un gigante panciuto che riempiva di sé tutta la stanza a terreno dove teneva lo studio notarile.
Affogata nel lardo delle garge enormi aveva però una bionda ridicolissima faccina da bimbo, con due occhietti chiari chiari e fervidi.
Rosso e poroso come una fragola, il nasetto gli spariva tra le ripiegature delle guance.
Nella ridondanza della pappagorgia gli spariva la tenera puntina del mento, da stringere tra due dita, per la simpatia, con quel bucolino nel mezzo.
- Ho ancora quattr'annucci, - soleva dire, - e m'hanno gonfiato cosí!
Sempre in tempera di scherzare, vedendo entrare Maràbito, gli domandavi con una vocetta di naso ("nànfara", come la chiamano in Sicilia):
- Che dice, che dice quell'altro "archilèo"?
Maràbito non comprendeva quella parola "archilèo", e restava a guardarlo sbattendo gli occhi.
Il notajo si spiegava meglio:
- Don Michelangelo, via.
Tanto contento di voi non dev'essere.
Si comportò meglio Ciuzzo Pace.
Maràbito allora si stringeva nelle spalle.
- Segno che la mia terra gli è piaciuta.
- Sí, ma voi vi dovreste sbrigare: so che siete un galantuomo!
E gli batteva una mano sulla spalla.
Sapeva che gli affari del Maltese, da un pezzo, non prosperavano piú come prima.
E siccome gli piaceva il parlar figurato, per lo Scinè ripeteva quest'apologo: "Un palloncino vide in cielo la luna, e gli venne il desiderio di diventare luna anche lui.
Pregò il vento che strappasse di mano al ragazzo la funicella da cui era tenuto.
Il vento lo secondò e lo portò sú, sú, sú.
Troppo sú! E il palloncino: pa! Schiattò".
Quell'ultima pazzia del vitalizio al Maràbito, per esempio, perché il gioco gli era riuscito bene la prima volta con quel povero Pace! Ma la morte sa essere anche buffona, se le gira: "Ah, mi tenti di nuovo? Bene.
Andrò dal vecchio, quando piacerà a me.
E tu paga, intanto, paga!".
- Due lire al giorno: e che sono rena?
Erano troppe veramente per Maràbito che non aveva da pagar pigione di casa e, per mangiare, si adattava con un po' di pane e companatico, la mattina, e un po' di cotto la sera: macco o minestra, quando non erba sola e, tante volte, senza olio, piú da bestie che da cristiani.
Si cucinava da sé nel fornelletto dello stanzino a terreno, dietro la stanza grande dove passava le giornate.
Quel fornelletto era sotto la finestrina, munita in fondo allo strombo d'una grata; e su quello strombo unto e affumicato erano tutti gli attrezzi di cucina e di tavola: il tegame e la pentola di coccio, una scodella di rozza terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di rosso e di blu che volevano esser fiori, una forchetta e un cucchiajo di stagno: tutte compere nuove.
Il coltello, di quelli a punta col manico d'osso, Maràbito, come ogni buon contadino, lo
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