IL VERO AMICO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Amico, se più ricusate, mi farete sospettare qualche cosa di peggio.
FLOR.
(Non vi è rimedio: bisogna andare).
(da sé)
LEL.
Che cosa mi rispondete?
FLOR.
Che ho la testa confusa, che adesso non ho voglia di discorrere, ma che per compiacervi, verrò dove voi volete.
LEL.
Andiamo dunque; ma prima sentite che cosa voglio da voi.
FLOR.
Dite dunque, che cosa volete?
LEL.
Voglio che destramente rileviate l'animo della signora Rosaura, che facciate cadere il discorso sopra di me, che se ha qualche mala impressione de' fatti miei, cerchiate disingannarla; ma se avesse fissato di non volermi amare, voglio che le diciate per parte mia, che chi non mi vuol, non mi merita.
FLOR.
Io per questa sorta di cose non sono buono.
LEL.
Ah! so quanto siete franco e brillante in simili congiunture.
Io non ho altro amico più fidato di voi.
Prima di partire da me, dovete farmi questa finezza.
Ve la dimando per quell'amicizia che a me professate; né posso credere che vogliate lasciarmi col dispiacere di credere che non mi siate più amico.
FLOR.
Andiamo dove vi aggrada, farò tutto ciò che volete.
(Qui bisogna crepare, non vi è rimedio).
(da sé)
LEL.
Andiamo, vi farò scorta sino alla casa, poi vi lascerò in libertà di discorrere.
FLOR.
(Misero me! Come farò io a resistere?) (da sé)
LEL.
Da voi aspetto la quiete dell'animo mio.
Le vostre parole mi daranno consiglio.
A norma delle vostre insinuazioni, o lascerò d'amare Rosaura, o procurerò d'accelerare le di lei nozze.
(parte)
FLOR.
Le mie parole, le mie insinuazioni, saranno sempre da uomo onesto.
Sagrificherò il cuore, trionferà l'amicizia.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera in casa di Ottavio.
OTTAVIO, poi TRAPPOLA
OTT.
(Va raccogliendo da terra tutte le minute cose che trova) Questo pezzo di carta sarà buono per involgervi qualche cosa.
Questo spago servirà per legare un sacchetto.
In questa casa tutto si lascia andar a male.
Se non fossi io che abbadassi a tutto, povero me!
TRAPP.
(Camminando forte, con una sporta in mano)
OTT.
Va piano, va piano, bestia, che tu non rompi l'uova.
TRAPP.
Lasci ch'io vada a fare il desinare, acciò non si consumi il fuoco.
OTT.
Asinaccio, chi t'ha insegnato accendere il fuoco così per tempo? Io l'ho spento, ed ora lo tornerai ad accendere.
TRAPP.
Sia maladetta l'avarizia!
OTT.
Sì, sì, avarizia! Se non avessi un poco d'economia, non si mangerebbe come si fa.
Vien qui, hai fatto buona spesa?
TRAPP.
Ho girato tutta Bologna per aver l'uova a mezzo baiocco l'uno.
OTT.
Gran cosa! Tutto caro, tutto caro.
Non si può più vivere.
Quante ne hai prese?
TRAPP.
Quattro baiocchi.
OTT.
Quattro baiocchi? Che diavolo abbiamo a fare d'otto uova?
TRAPP.
In quattro persone è veramente troppo.
OTT.
Un uovo per uno si mangia, e non più.
TRAPP.
E se ne avanza, vanno a male?
OTT.
Possono cadere, si possono rompere.
Quel maladetto gatto me ne ha rotte dell'altre.
TRAPP.
Le metteremo in una pentola.
OTT.
E se si rompe la pentola, si rompono tutte.
No, no, le metterò io nella cassa della farina, dove non correranno pericolo.
Lasciami veder quelle uova.
TRAPP.
Eccole qua.
OTT.
Uh ignorante! Non sai spendere.
Sono piccole, non le voglio assolutamente; portale indietro, ch'io non le voglio.
TRAPP.
Sono delle più grosse che si trovino.
OTT.
Delle più grosse? Sei un balordo.
Osserva: questa è la misura dell'uova.
Quelle che passano per quest'anello, son piccole e non le voglio.
TRAPP.
(Oh avaro maladetto! Anche la misura dell'uova? (da sé)
OTT.
Questo passa, questo non passa, questo non passa, questo passa, questo passa, questo non passa, questo passa e questo non passa.
Quattro passano e quattro non passano.
Queste le tengo, e queste portale indietro.
(se le pone nella veste da camera)
TRAPP.
Ma come ho da fare a trovar i contadini che me le hanno vendute?
OTT.
Pensaci tu, ch'io non le voglio.
Ma come le porterai? Se le porti in mano, le romperai.
Mettile nella sporta.
TRAPP.
Nella sporta vi è l'altra roba.
OTT.
Altra roba? Che cosa c'è?
TRAPP.
L'insalata.
OTT.
Oh! sì sì, l'insalata; quanta ne hai presa?
TRAPP.
Un baiocco.
OTT.
Basta mezzo.
Da' qui la metà, e l'altra portala indietro.
TRAPP.
Non la vorranno più indietro.
OTT.
Portala, che ti venga la rabbia.
TRAPP.
Ma come ho da fare?
OTT.
Da' qui la metà nel mio fazzoletto.
(cava il fazzoletto, e gli cadono l'uova, e si rompono) Oimè, oimè! (Trappola ride) Tu ridi eh, mascalzone? Ridi delle disgrazie del tuo padrone? Quell'uova valevano due baiocchi.
Sai tu che cosa sieno due baiocchi? Il denaro si semina, come la biada, e all'uomo di giudizio un baiocco frutta tanti baiocchi, quanti granelli in una spiga produce un grano.
Povere quattro uova! Poveri due baiocchi!
TRAPP.
Queste quattro le ho io da riportare indietro?
OTT.
Ah! bisognerà tenerle per mia disgrazia.
TRAPP.
Vado ad accendere il fuoco.
OTT.
Avverti, non consumar troppe legna.
TRAPP.
Per quattro uova poco fuoco vi vuole.
OTT.
Quattro e quattro otto.
(osservando quelle di terra)
TRAPP.
(Povero sciocco! Dopo che abbiamo fatto far quella chiave del granaio, si vende grano, e si sta da principi).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
OTTAVIO solo.
OTT.
Gran disgrazia è la mia! In casa non ho nessuno che mi consoli.
Mia figlia è innamorata, non pensa che a maritarsi, e mi converrà maritarla, e mi converrà strapparmi un pezzo di cuore, e darle in dote una parte di quei denari che mi costano tanti sudori.
Povero me! Come potrà mai essere che io ardisca diminuire il mio scrigno per maritare una figlia? Oh! dove sono quei tempi antichi, ne' quali i padri vendevano le figliuole, e quanto erano più belle, gli sposi le pagavano più care.
In quest'unico caso potrei chiamarmi felice, e dire che la bellezza di Rosaura fosse una fortuna per me; ma ora è la mia fatale disgrazia.
Se non la marito presto, vi saranno de' guai.
E poi mi voglio levare questa spesa dintorno.
Tante mode, tanti abiti, non si può durare.
Farò uno sforzo, la mariterò.
Povero scrigno, ti castrerò; sì, ti castrerò.
Oh! avessero fatto così di me, che ora non piangerei per dar la dote alla figlia.
Eccola.
Aspetto qualche stoccata al povero mio borsellino.
SCENA NONA
ROSAURA e detto.
ROS.
Signor padre, il cielo vi dia il buon giorno.
OTT.
Oh! figliuola, i giorni buoni sono per me finiti.
ROS.
Per qual ragione?
OTT.
Perché non si guadagna più un soldo.
Ogni giorno si spende, e si va in rovina.
ROS.
Ma perdonatemi, tutta Bologna vi decanta per uomo ricco.
OTT.
Io ricco? Io ricco? Il cielo te lo perdoni; il cielo faccia cader la lingua a chi dice male di me.
ROS.
A dir che siete ricco, non dicono male di voi.
OTT.
Anzi non possono dir peggio.
Se mi credono ricco, m'insidieranno la vita, non sarò sicuro in casa.
La notte i ladri mi apriranno le porte.
Oh cielo! Mi converrà duplicare le serrature, accrescere i chiavistelli, metterci delle stanghe.
ROS.
Piuttosto, se avete timore, prendete in casa un altro servitore.
OTT.
Un altro servitore? Un altro ladro, un altro traditore, volete dire; non abbiamo appena da viver per noi.
ROS.
Per quel ch'io sento, voi siete miserabile.
OTT.
Pur troppo è la verità.
ROS.
Dunque come farete a maritarmi e darmi la dote?
OTT.
Questo è quello che non mi lascia dormir la notte.
ROS.
Come! Mi porrete voi in disperazione?
OTT.
No, il caso non è disperato.
ROS.
Ma la mia dote vi sarà, o non vi sarà?
OTT.
Ah! vi sarà.
(sospirando)
ROS.
Devono essere ventimila scudi.
OTT.
Taci, non me lo rammentare, che mi sento morire.
ROS.
Il cielo vi faccia vivere lungo tempo; ma dopo la vostra morte io sarò la vostra unica erede.
OTT.
Erede di che? Che cosa speri ereditare? Per mettere insieme ventimila scudi, mi converrà vendere tutto quello che ho al mondo; resterò miserabile, anderò a domandar l'elemosina.
Ereditare? Da me ereditare? Via, disgraziata, per la speranza di ereditare, prega il cielo che muora presto tuo padre; ammazzalo tu stessa per la speranza di ereditare.
Infelicissimi padri! Se sono poveri, i figliuoli non vedono l'ora che crepino per liberarsi dall'obbligo di mantenerli; se sono ricchi bramano la loro morte pel desiderio di ereditare.
Io son povero, non ho danari.
Rosaura mia, non isperar niente dopo la mia morte; sono miserabile, te lo giuro.
ROS.
Ma ditemi, in grazia, che cosa vi è in quello scrigno incassato nel muro, che tenete serrato con tre chiavi, e lo visitate due volte il giorno?
OTT.
Io scrigno?...
Che scrigno?...
È una cassaccia di ferro antica di casa...
Tre chiavi? Se è sempre aperta...
La visito due volte al giorno? Oh malizia umana! Oh donne, che sempre pensate al male! Vi tengo dentro i miei fazzoletti, le poche mie camicie, e altre cose che non mi è lecito dire; cose che mi abbisognano in questa mia vecchia età.
Io scrigno? Io danari? Per amor del cielo, non lo dire a nessuno.
Povero me! Tutti mi augureranno la morte.
Non è vero, non è vero, non ho scrigno, non ho danari.
(Manco male che non sa nulla dello scrigno dell'oro, che tengo sotto il mio letto).
(da sé) Non ho scrigno, non ho danari.
(parte)
SCENA DECIMA
ROSAURA sola.
ROS.
Povero vecchio! Si crede ch'io non sappia tutto.
Nello scrigno vi è del danaro in gran copia, e questo ha da essere tutto mio.
Ma quando sarò padrona, quando sarò ricca, sarò io contenta? Oimè! che la mia contentezza non dipende dall'abbondanza dell'oro, ma dalla pace del cuore! Questa pace l'avrò io con Lelio? No certamente; un tempo mi compiacqui d'amarlo, ora mi trovo quasi astretta a doverlo odiare.
Ma perché? Perché mai tal cambiamento nel mio cuore? Ah Florindo! ah graziosissimo veneziano! tu hai prodotta in me quest'ammirabile mutazione.
Da che ti ho veduto, mi sentii ardere al tuo bel fuoco.
In un mese ch'io ti tratto, ogni dì più mi accendesti.
A te ho donato il cuor mio, e ogni altro oggetto mi sembra odioso, e odioso più di tutti mi è quello che tenta violentare l'affetto mio.
Quel Lelio che era una volta la mia speranza, ora è divenuto il mio tormento, la mia crudele disperazione.
SCENA UNDICESIMA
COLOMBINA e detta.
COL.
Signora padrona.
ROS.
Che cosa vuoi?
COL.
È qui il signor Florindo.
ROS.
È solo?
COL.
Lo ha accompagnato sino alla scala il signor Lelio, il quale poi se n'è andato, ed il veneziano è rimasto solo.
ROS.
Presto, fallo passare.
COL.
Egli è in sala, che parla con vostro padre.
ROS.
Sì, mio padre lo vede volentieri, perché gli fa dei regaletti.
COL.
Sentiva che ora lo pregava mandargli da Venezia due para d'occhiali e un vaso di mostarda.
ROS.
Ma che? Parte forse il signor Florindo?
COL.
Mi pare certamente che abbia preso congedo.
ROS.
(Oh me infelice! Questo sarebbe per me un colpo mortale).
(da sé)
COL.
Che c'è, signora padrona, vi siete molto turbata a queste parole? Sentite, io già me ne sono accorta.
Il signor Florindo vi piace.
ROS.
Cara Colombina, non mi tormentare.
COL.
Vi compatisco: è un giovine di buonissima grazia, e mostra essere molto amoroso.
Il signor Lelio ha una certa maniera sprezzante che non mi piace punto, e poi basta dire che il signor Lelio, in sei mesi e più che pratica in casa vostra, non mi ha mai donato niente, e il signor Florindo ogni giorno mi dona qualche cosa.
ROS.
Certamente il signor Florindo ha delle maniere adorabili.
COL.
Dite il vero, siete innamorata di lui?
ROS.
Ah, pur troppo! A te, cara Colombina, non posso occultare il vero.
COL.
Gliel'avete mai fatto conoscere?
ROS.
No, ho procurato sempre occultare la mia passione.
COL.
Ed egli credete voi che vi ami?
ROS.
Non lo so; mi fa delle finezze, ma posso crederle prodotte da mera galanteria.
COL.
Prima ch'egli parta, fategli capir qualche cosa.
ROS.
È troppo tardi.
COL.
Siete ancora in tempo.
ROS.
Se parte, il tempo è perduto.
COL.
Può essere che egli non parta.
ROS.
Oh Dio!
COL.
Vi vuol coraggio.
ROS.
Eccolo.
COL.
Via, portatevi bene, e se non avete coraggio voi, lasciate far a me.
(parte)
SCENA DODICESIMA
ROSAURA, poi FLORINDO.
ROS.
No, no, senti.
Costei è troppo ardita, non sa che una figlia onorata deve reprimere le sue passioni.
Io le reprimerò? Farò degli sforzi.
FLOR.
Faccio umilissima riverenza alla signora Rosaura.
ROS.
Serva, signor Florindo; s'accomodi.
FLOR.
Obbedisco.
(Oimè! in qual impegno m'ha posto l'amico Lelio).
(da sé)
ROS.
(Mi par confuso).
(da sé, e siedono)
FLOR.
(Orsù, vi vuol coraggio.
Bisogna passarsela con disinvoltura).
(da sé)
ROS.
Che avete, signor Florindo, che mi parete sospeso?
FLOR.
Una lettera che ho avuto da Venezia, mi ha un poco sconcertato; mio zio è moribondo, e domattina mi conviene partire.
ROS.
Domattina?
FLOR.
Senz'altro.
ROS.
(Oh Dio!) (da sé) Domattina?
FLOR.
Domattina.
ROS.
Vostro zio è moribondo? Povero vecchio, mi fa compassione.
Anche mio padre è avanzato assai nell'età, e quando sento vecchi che muoiono, mi sento intenerire, non posso far a meno di piangere.
(piangendo)
FLOR.
Ella ha un cuore assai tenero.
ROS.
Partirete voi da Bologna, senza sentire veruna pena?
FLOR.
Ah! pur troppo partirò di Bologna col cuore afflitto.
ROS.
Dunque il vostro cuore ha degli attacchi in questa città, che vi faranno sembrar amara la vostra partenza?
FLOR.
E in che maniera! Non avrò mai penato tanto in vita mia, quanto prevedo di dover penar domattina.
ROS.
Caro signor Florindo, per quelle finezze che vi siete compiaciuto di farmi nel tempo della vostra dimora, fatemi una grazia prima della vostra partenza.
FLOR.
Eccomi a' suoi comandi, farò tutto per obbedirla.
ROS.
Ditemi, a chi partendo lascerete voi il vostro cuore?
FLOR.
Lascio il mio cuore ad un caro e fedele amico.
Lo lascio a Lelio, ch'amo quanto me stesso.
ROS.
(Ah, son deluse le mie speranze!) (da sé)
FLOR.
Adesso è ella contenta?
ROS.
Voi amate molto questo vostro amico.
FLOR.
Così vuol la legge della buona amicizia.
ROS.
E non amate altri che lui?
FLOR.
Amo tutti quelli che amano Lelio e che da lui sono amati.
Per questa ragione posso ancora amare la signora Rosaura.
ROS.
Voi mi amate?
FLOR.
Certamente.
ROS.
(Oimè!) Voi mi amate?
FLOR.
L'amo, perché è amata da Lelio; l'amo, perché vuol bene a Lelio, che è un altro me stesso.
ROS.
Come potete voi assicurarvi ch'io ami Lelio?
FLOR.
Non deve essere la sua sposa?
ROS.
Tale ancora non sono.
FLOR.
Ma lo sarà.
ROS.
E se non avessi da essere la sposa di Lelio, non mi amereste più?
FLOR.
Non avrei più la ragione dell'amicizia, che mi obbligasse a volerle bene.
ROS.
E se Lelio mi odiasse, mi odiereste anche voi?
FLOR.
Odiarla?
ROS.
Sì, questa grande amicizia che avete pel vostro Lelio, vi obbligherebbe a odiarmi?
FLOR.
Odiarla non potrei.
ROS.
Se per l'amicizia di Lelio non mi odiereste, non sarà vero che per una tal amicizia mi amiate; dunque concludo, o che voi mentite, quando dite di amarmi, o che mi amate per qualche altra ragione.
FLOR.
Confesso il vero, che una donna di spirito, quale ella è, può confondere un uomo con facilità; ma se mi permette, risponderò che la legge dell'amicizia obbliga l'uomo a secondar l'amico nelle virtù, e non nei vizi, nel bene, e non nel male.
Fino che Lelio ama, come amico sono obbligato a secondare il suo amore; se Lelio odia, non ho da fomentare il suo odio.
Se Lelio ama la signora Rosaura, l'amo ancora io; ma se l'odiasse, procurerei disingannarlo, fargli conoscere il merito, e far che tutto il suo sdegno si convertisse in amore.
ROS.
Voi mi vorreste di Lelio in ogni maniera.
FLOR.
Desiderando questa cosa, non faccio che secondar la sua inclinazione.
ROS.
Le mie inclinazioni a voi non sono ben note.
FLOR.
Dal primo giorno che ho avuto l'onore di riverirla, ella mi ha detto che era innamorata di Lelio.
ROS.
È passato un mese, da che vi ho detto così.
FLOR.
E per questo? Per esser passato un mese, si è cambiata già d'opinione? Perdoni, signora.
Per coronar le sue belle virtù, le manca quella della costanza.
ROS.
Ah! signor Florindo, non sempre siamo padroni di noi medesimi.
FLOR.
Signora Rosaura, domani io parto.
ROS.
(Ahimè!) Domani?
FLOR.
Domani senz'altro.
La ringrazio delle finezze ch'ella si è degnata di farmi, e giacché ha tanta bontà per me, la supplico di una grazia.
ROS.
Voglia il cielo ch'io sia in grado di potervi servire.
FLOR.
La supplico di esser grata verso il povero Lelio.
ROS.
Credevami che voi domandaste qualche cosa per voi.
FLOR.
Via; la pregherò di una grazia per me.
ROS.
Vi servirò con più giubbilo.
FLOR.
Sì, la prego voler bene a Lelio, che è l'istesso che voler bene a me.
Le raccomando il mio cuore, che resta a Bologna con Lelio, e se il mio caro amico s'è demeritato in qualche maniera la sua grazia, la supplico di compatirlo e volergli bene.
(Non posso più.
Ah! che or ora l'amicizia resta al di sotto, e l'amor mi precipita).
(da sé)
SCENA TREDICESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signora, ecco il signor Lelio.
(parte)
FLOR.
(Oh bravo! è arrivato a tempo).
(da sé)
ROS.
Ecco il vostro cuore; fategli voi quelle accoglienze che merita, io mi ritiro.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
FLORINDO, poi LELIO.
FLOR.
Favorisca, senta, venga qui...
S'è mai più veduto un caso simile al mio? Sono innamorato, e non lo posso dire.
La donna mi vuol bene, e non ardisce di palesarlo; c'intendiamo, ed abbiamo a fingere di non capirci; si muore di pena, e non ci possiam consolare.
LEL.
Ebbene, amico, come andò la faccenda?
FLOR.
Non lo so neppur io.
LEL.
Non avete fatto nulla per me?
FLOR.
Per questa sorta di cose, vi dico che non son buono.
LEL.
Vi vuol tanto a parlare a una donna, e rilevare il suo sentimento? Io mi sono valso di voi, perché vi stimo e v'amo; per altro poteva raccomandare questo affare o al contino Ridolfo, o al cavalier Ernesto, che sono egualmente amici miei, che frequentano la nostra conversazione, e se fossero in città, non esiterebbero un momento a favorirmi.
FLOR.
Amico, permettetemi ch'io vi dica quel che mi detta il mio cuore.
In questa sorta di cose non vi servite di gioventù per capitolare colla vostra sposa, e non siate cotanto facile ad ammettere ogni sorta di gente alla sua conversazione.
Le donne sono di carne, come siamo noi, e da loro non bisogna sperare più di quello che siamo noi capaci di fare.
Se a voi capitasse l'incontro di essere da solo a sola con una giovane, che cosa pensate voi che in quel caso vi potesse suggerire il cuore? Che cosa potrebbe far l'occasione, la gioventù? Lo stesso e forse peggio, per ragion della debolezza, s'ha da dubitar della donna, e non si deve porla accanto alla tentazione, e poi pretendere che resista.
La paglia accanto al fuoco si accende, e quando è accesa, non si spegne sì facilmente.
Gli amici sono pochi, e anche i pochi si possono contaminare.
La donna è delicata, l'amore accieca, l'occasione stimola, l'umanità trasporta.
Amico, chi ha orecchio, intenda, chi ha giudizio, l'adoperi.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
LELIO solo.
LEL.
Chi ha orecchio, intenda, chi ha giudizio, l'adoperi? Io l'ho inteso, e tocca a me ad operar con giudizio.
Mi valerò de' consigli di un vero amico.
Di lui mi posso fidare, di lui non posso prendere gelosia; so che mi ama, e che morrebbe piuttosto che commettere un'azione indegna.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Florindo, in casa di Lelio.
FLORINDO solo.
FLOR.
Son confuso, non so dove io abbia la testa.
L'ultimo discorso tenuto colla signora Rosaura mi ha messo in agitazione.
Non vi voleva andare; Lelio mi ha voluto condur per forza.
Per quanto io abbia procurato di contenermi con indifferenza, credo che la signora Rosaura abbia capito che le voglio bene; siccome ho inteso io dalla sua maniera di dire, ch'ella ha dell'inclinazione per me.
Ci siamo separati con poco garbo.
Pareva ch'io fossi in debito, prima di partire, di rivederla.
Ma se vi torno, fo peggio che mai.
SCENA SECONDA
TRIVELLA e detto.
TRIV.
Signor padrone, una lettera che viene a vossignoria.
FLOR.
Di dove?
TRIV.
Non lo so in verità.
FLOR.
Chi l'ha portata?
TRIV.
Un giovine che non conosco.
FLOR.
Quanto gli avete dato?
TRIV.
Nulla.
FLOR.
Questa è una lettera che viene di poco lontano.
TRIV.
Se lo domanda a me, credo che venga qui di Bologna, e all'odore, mi par di femmina.
(parte)
SCENA TERZA
FLORINDO solo.
FLOR.
Guardiamo un poco chi scrive.
(apre) Rosaura Foresti.
Una lettera della signora Rosaura? Mi palpita il cuore.
Caro signor Florindo...
Caro! A me caro? Questa è una parola che mi fa venire un sudore di morte.
Giacché avete risoluto di partire...
Ho creduto che ella abbia per me qualche inclinazione; ma caro? Ella mi dice caro? Ahimè...
Non so più resistere.
Ma piano, Florindo, piano, andiam bel bello.
Non facciamo che la passione ci ponga un velo dinanzi agli occhi.
Leggiamo la lettera, leggiamola per pura curiosità.
Giacché avete risoluto voler partire.
Caro signor Florindo...
Sia maladetto questo caro! Leggo qui, e gli occhi corrono colassù.
Non voglio altro caro; ecco, lo straccio e lo butto via, Giacché avete risoluto voler partire, e non sapete, o non saper fingete in quale stato voi mi lasciate...
Eh sì, so tutto.
Ma ho risoluto di andare, e anderò.
Domattina anderò: o non saper fingete!...
Certo fingo di non saperlo, ma so.
Tiriamo innanzi: sono costretta a palesarvi il mio cuore.
Lo palesi pure, l'ascolterò con qualche passione; ma ho fissato e deve esser così, e niente mi muoverà.
Sappiate, caro signor Florindo...
Oimè! un'altra volta caro! Sappiate che io...
che io...
non ci vedo più.
Sappiate, caro signor Florindo: vorrei saltar questa parola, e non so come fare.
Io, dacché vi ho veduto, accesa mi sono.
Ella è accesa, ed io sono abbruciato.
Accesa mi sono del vostro merito; grazie, grazie, oh povero me! E senza di voi morirò certamente...
Morirà? Oh cielo! Morirà? Sì, che mora: morirò ancor io, non importa, purché si salvi l'onore.
Deh! muovetevi a compassione, caro signor Florindo.
Un altro caro! Questo caro mi tormenta, questo caro mi uccide.
Sentirmi dir caro da una mano sì bella, dettato da una bocca così graziosa, non posso più! Se seguito a leggere, cado in terra.
Questa lettera per me è un inferno, non la posso leggere, non la posso tenere.
Bisogna che io la strappi, bisogna che me ne privi.
Non leggerò più quel caro, non lo leggerò più.
(straccia la lettera) Ma che cosa ho io fatto? Stracciar una lettera piena di tanta bontà? Stracciarla avanti di finirla di leggere? Neppur leggerla tutta? Chi sa che cosa mi diceva sul fine? Almeno sentire il fine.
Se potessi unire i pezzi, vorrei sentire che cosa concludeva; mi proverò.
Ecco il caro; il caro mi vien subito davanti agli occhi; non voglio altro, non voglio altro; dica quel che sa dire, non voglio più tormentarmi; non voglio miseramente sagrificarmi.
Ma che cosa pens'io di fare? Andar via senza risponderle? Senza dirle nulla? Sarebbe un'azion troppo vile, troppo indiscreta.
Sì, le risponderò.
Poche righe, ma buone.
Siamo scoperti, convien parlar chiaro.
Far che si penta di questo suo amore, come io mi pento del mio.
E se Lelio vede un giorno questa mia lettera? Non importa; se la vedrà, conoscerà allora chi sia Florindo.
Vedrà che Florindo per un punto d'onore è stato capace di sagrificare all'amico la sua passione.
(siede al tavolino, e scrive) Come devo io principiare? Cara? No cara, perché se il cara fa in lei l'effetto che ha fatto in me la parola caro, ella muore senz'altro.
Animo, animo, voglio spicciarmi.
(scrivendo) Signora.
Pur troppo ho rilevato che avete della bontà per me.
Questa è la ragione per cui più presto partir risolvo, poiché trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile trattare fra noi con indifferenza.
L'amico Lelio mi ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del suo cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere dell'amico, tradissi l'ospitalità? Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene...
SCENA QUARTA
TRIVELLA e detto.
TRIV.
Signor padrone...
(con ansietà)
FLOR.
Che cosa c'è?
TRIV.
Presto, per amor del cielo; il signor Lelio è stato assalito da due nemici; ei si difende colla spada da tutti e due, ma è in pericolo; lo vada a soccorrere.
FLOR.
Dove? (s'alza)
TRIV.
Qui nella strada.
FLOR.
Vado subito a sagrificar per l'amico anche il sangue, se fa di bisogno.
(parte)
SCENA QUINTA
TRIVELLA solo.
TRIV.
So che il mio padrone è bravo di spada, e son sicuro che aiuterà l'amico.
L'avrei fatto io, ma in questa sorta di cose non m'intrico.
È meglio ch'io vada a fare i bauli.
Manco male che andando via domattina, ho un poco più di tempo.
E poi chi sa se anderemo nemmeno? Il mio padrone è innamorato, e quando gli uomini sono innamorati, non navigano per dove devono andare, ma per dove il vento li spinge.
(parte)
SCENA SESTA
BEATRICE sola.
BEAT.
Questo signor Florindo da me ancora non s'è lasciato vedere.
E sarà vero che egli mi sprezzi, che non si curi dell'amor mio? Che non faccia stima di me? L'ho pur veduto guardarmi con qualche attenzione.
Mi ha pur egli detto delle dolci parole, si è pur compiaciuto scherzar sovente meco, ed ora così aspramente mi parla? Così rozzamente mi corrisponde? Partirà egli dimani? Partirà a mio dispetto? Misera Beatrice! Che farò senza il mio adorato Florindo? Ah! tremo solamente in pensarlo.
(siede) Qual foglio è questo? Il carattere è del signor Florindo.
Signora.
Oh cieli! a chi scrive? La lettera non è finita.
La gelosia mi rode.
Sentiamo.
Pur troppo ho rilevato che avete della bontà per me.
Questa è la ragione per cui più presto partire risolvo, poiché trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile il trattar con voi con indifferenza.
Foss'egli innamorato di me, com'io lo sono di lui? Fosse a me questo foglio diretto? Ma no, qual ostacolo potrebbe egli avere per palesarmi il suo amore e per gradire il mio? Ah! che d'altra egli parla, ad altra donna questa carta è diretta.
Potessi scoprir l'arcano! L'amico Lelio m'ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del di lui cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere d'amico, tradissi l'ospitalità?...
Tradissi l'ospitalità? Oh cieli! Egli parla di me, pensa che sarebbe un tradir l'ospitalità, se si valesse della buona fede di Lelio...
No caro, non è mala azione amar chi t'ama, non è riprensibile quell'amore che può terminare con piacere dell'amico stesso in un matrimonio.
Ora intendo perché ricusa di corrispondermi; teme disgustare l'amico, non ardisce di farlo per non offendere l'ospitalità.
Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene...
Qui termina la lettera; ma qui principia a consolarmi la mia speranza.
Non conviene? Sì che conviene svelar l'arcano, parlar in tempo, e consolare i nostri cuori che s'amano.
Ecco mio nipote.
Viene opportunamente.
SCENA SETTIMA
LELIO e detta.
LEL.
Signora zia, eccomi vivo in grazia dell'amico Florindo.
BEAT.
Come? V'è intravvenuta qualche disgrazia?
LEL.
Stamane, giuocando al faraone, fui soverchiato da un giuocator di vantaggio.
Lo scopersi, rispose ardito, io gli diedi una mano nel viso, s'unì egli con un compagno, m'attesero sulla strada vicina, mi assalirono colle spade, mi difesi alla meglio; ma se in tempo non giungeva Florindo, avrei dovuto soccombere.
BEAT.
Il signor Florindo dov'è?
LEL.
Il servitore l'ha trattenuto; ora viene.
BEAT.
È egli restato offeso?
LEL.
Oh pensate! La spada in mano la sa tenere; ha fatto fuggir que' ribaldi.
BEAT.
Grand'uomo è il signor Florindo!
LEL.
Sì, egli è un uomo di merito singolare.
BEAT.
Guardate fin dove arriva la sua delicatezza.
Egli è invaghito di me, e non ardisce di palesarlo, temendo che per un tale amore possa dirsi violata l'ospitalità.
LEL.
Signora, voi vi lusingate senza verun fondamento.
BEAT.
Son certa che egli mi ama, e ve ne posso dar sicurezza.
LEL.
Voi avete del merito; ma la vostra età...
BEAT.
Che parlate voi dell'età? Vi dico che sono certa dell'amor suo.
LEL.
Qual prova mi addurrete per persuadermi?
BEAT.
Eccola; leggete questa lettera del signor Florindo, a me diretta.
LEL.
A voi è diretta questa lettera?
BEAT.
Sì, a me: non ha avuto tempo di terminarla.
LEL.
Sentiamo che cosa dice.
(legge piano)
BEAT.
(Mi pareva impossibile che non avesse a sentire dell'amore per me.
Sono io da sprezzare? Le mie nozze sono da rifiutarsi? Povero Florindo, egli penava per mia cagione; ma io gli farò coraggio, io gli aprirò la strada per esser di me contento).
(da sé)
LEL.
Ho inteso, parlerò seco e saprò meglio la sua intenzione.
(a Beatrice)
BEAT.
Avvertite, non lo lasciate partire.
LEL.
No, no, se sarà vero che vi ami, non partirà.
BEAT.
Se sarà vero? Ne dubitate? È cosa strana che io sia amata? Lo sapete voi quanti partiti ho avuti; ma questo sopra tutti mi piace.
Povero signor Florindo! andatelo a consolare: ditegli che sarà contento che questa mano è per lui, che non dubiti, che non sospiri, che io sarò la sua cara sposa.
(parte)
SCENA OTTAVA
LELIO solo.
LEL.
Mi pare la cosa strana.
Ma questa lettera è di suo carattere.
Mia zia asserisce essere a lei diretta, e in fatti a chi l'avrebbe egli a scrivere? Sempre è stato meco; pratiche in Bologna non ne ha.
Eccolo che egli viene.
SCENA NONA
FLORINDO e detto.
FLOR.
(Lelio è qui? Dov'è la mia lettera?) (da sé)
LEL.
Caro amico, lasciate che io teneramente vi abbracci, e nuovamente vi dica che da voi riconosco la vita.
FLOR.
Ho fatto il mio debito, e niente più.
(osserva sul tavolino)
LEL.
Certamente, se non eravate voi, quei ribaldi mi soverchiavano.
Amico, che ricercate?
FLOR.
Niente...
(osservando con passione)
LEL.
Avete smarrito qualche cosa?
FLOR.
Niente, una certa carta.
LEL.
Una carta?
FLOR.
Sì: è molto che siete qui?
LEL.
Da che vi ho lasciato.
FLOR.
Vi è stato nessuno in questa camera? (con ismania)
LEL.
Ditemi, cercate voi una vostra lettera?
FLOR.
(Ahimè! l'ha vista).
(da sé) Sì, cerco un abbozzo di lettera.
LEL.
Eccola; sarebbe questa?
FLOR.
Per l'appunto.
Signor Lelio, siamo amici; ma i fogli, compatitemi, non si toccano.
LEL.
Né io ho avuto la temerità di levarlo dal tavolino.
FLOR.
Come dunque l'avete in tasca?
LEL.
Mi è capitato opportunamente.
FLOR.
Basta...
torno a dire...
è un abbozzo fatto per bizzarria.
LEL.
Sì, capisco benissimo che voi avete scritto per bizzarria: ma scusatemi, un uomo saggio come voi siete, non mette in ridicolo una donna civile in cotal maniera.
FLOR.
Avete ragione; ho fatto male e vi chiedo scusa.
LEL.
Non ne parliamo più.
La nostra amicizia non si ha da alterare per questo.
FLOR.
Non vorrei mai che credeste ch'io avessi scritto per inclinazione, per passione.
LEL.
Al contrario bramerei che la vostra lettera fosse sincera, che foste nel caso di pensar come avete scritto, e che un tal partito vi convenisse.
FLOR.
Voi bramereste ciò?
LEL.
Sì, con tutto il cuore.
Ma vedo anch'io quali circostanze si oppongono, ed ho capito fin da principio che avete scritto per bizzarria, e che vi burlate di una femmina che si lusinga.
FLOR.
Io non credo ch'ella abbia alcun motivo di lusingarsi.
LEL.
Eppure vi assicuro che si lusinga moltissimo.
Sapete le donne come son fatte.
Le attenzioni di un uomo civile, di un giovane manieroso, vengono interpretate per inclinazioni, per amore.
E per dirvi la verità, ella stessa mi ha detto che contava moltissimo sulla vostra inclinazione per lei.
FLOR.
E voi che cosa le avete risposto?
LEL.
Le ho detto che ciò mi pareva difficile, che avrei parlato con voi, e se avessi trovato vero quanto ella suppone, avrei di buon animo secondate le di lei intenzioni.
FLOR.
Caro amico, possibile che la vostra amicizia arrivi per me a quest'eccesso?
LEL.
Io non ci trovo niente di estraordinario.
Ditemi la verità, inclinereste voi a sposarla?
FLOR.
Oh cieli! Che cosa mi domandate? A qual cimento mettete voi la mia sincerità, in confronto del mio dovere?
LEL.
Orsù, capisco che voi l'amate.
Può essere che l'amore che avete per me, vi faccia in essa trovar del merito; non abbiate riguardo alcuno a spiegarvi, mentre vi assicuro dal canto mio, che non potrei desiderarmi un piacer maggiore.
FLOR.
Signor Lelio, pensateci bene.
LEL.
Mi fate ridere.
Via, facciamolo questo matrimonio.
FLOR.
Ma! E il vostro interesse?
LEL.
Se questo vi trattiene, non ci pensate.
È vero ch'ella è più ricca di me, che da lei posso sperar qualche cosa, ma ad un amico sagrifico tutto assai volentieri.
FLOR.
Né io son in caso di accettare un tal sagrifizio.
LEL.
Parlatemi sinceramente.
L'amate o non l'amate?
FLOR.
Vi dirò ch'io la stimo, ch'io ho per lei tutto il rispetto possibile...
LEL.
E per questa stima, per questo rispetto, la sposereste?
FLOR.
Oh Dio! Non so; se non fosse per farvi un torto.
LEL.
Che torto? Mi maraviglio di voi.
Vi replico, questo sarebbe per me un piacere estremo, una consolazione infinita.
FLOR.
Ma lo dite di cuore?
LEL.
Colla maggior sincerità del mondo.
FLOR.
(Son fuor di me.
Non so in che mondo mi sia).
(da sé)
LEL.
Volete ch'io gliene parli?
FLOR.
(Oimè!) Fate quel che volete.
LEL.
La sposerete di genio?
FLOR.
Ah! mi avete strappato dal cuore un segreto...
ma voi ne siete la causa.
LEL.
Tanto meglio per me.
Non potea bramarmi contento maggiore.
Il mio caro Florindo, il mio caro amico, sarà mio congiunto, sarà il mio rispettabile zio.
FLOR.
Vostro zio?
LEL.
Sì, sposando voi la signora Beatrice mia zia, avrò l'onore di esser vostro nipote.
FLOR.
(Ahimè, che sento! Che equivoco è mai questo!) (da sé)
LEL.
Che avete, che mi sembrate confuso?
FLOR.
(Non bisogna perdersi, non bisogna scoprirsi).
(da sé) Sì, caro Lelio, l'allegrezza mi fa confondere.
LEL.
Per dire la verità, mia zia è un poco avanzata, ma non è ancora sprezzabile.
Ha del talento, è di un ottimo cuore.
FLOR.
Certo, è verissimo.
LEL.
Quando volete che si facciano queste nozze?
FLOR.
Eh, ne parleremo, ne parleremo.
(smania)
LEL.
Che avete che smaniate?
FLOR.
Gran caldo.
LEL.
Via, per consolarvi solleciterò quanto sia possibile le vostre nozze.
Ora vado dalla signora Beatrice, e se ella non s'oppone, vi può dare la mano quando volete.
FLOR.
(Povero me: se la signora Rosaura sa questa cosa, che dirà mai!) (da sé) Caro amico, vi prego di una grazia, di quest'affare non ne parlate a nessuno.
LEL.
No? Per qual causa?
FLOR.
Ho i miei riguardi.
A Venezia non ho scritto niente, se mio zio lo sa, gli dispiacerà, ed io non lo voglio disgustare.
Le cose presto passano di bocca in bocca, e i graziosi si dilettano di scriver le novità.
LEL.
Finalmente, se sposate mia zia, ella non vi farà disonore.
FLOR.
Sì, va bene, ma ho gusto che non si sappia.
LEL.
Via, non lo dirò a nessuno.
Ma alla signora Beatrice...
FLOR.
Neppure a lei.
LEL.
Oh diavolo! Non lo dirò alla sposa? La sarebbe bella!
FLOR.
S'ella lo sa, in tre giorni lo sa tutta Bologna.
LEL.
Eh via, spropositi.
Amico, state allegro, non vedo l'ora che si concludano queste nozze.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Bella felicità, bellissima contentezza! Oh me infelice, in che impegno mi trovo! Che colpo è questo! Che caso novissimo non previsto e non mai immaginato! Che ho io da fare? Sposare la signora Beatrice? No certo.
Rifiutarla? Ma come? Lelio dirà che son volubile, che son pazzo.
Andar via; fo male.
Restar? Fo peggio.
E la signora Rosaura che cosa dirà di me? Alla sua lettera non ho risposto.
Se viene a saper ch'io abbia a sposar la signora Beatrice, che concetto formerà ella de' fatti miei? Spero che Lelio non glielo dirà; ma se glielo dice? Bisognerebbe disingannarla.
Ma come ho io da fare? In questo caso orribile nel quale mi trovo, non so a chi ricorrere, né so a chi domandare consiglio.
Un unico amico che mi potrebbe consigliare, è quei che manco degli altri ha da sapere i contrasti delle mie passioni: dunque mi consiglierò da me stesso.
Animo, spirito e risoluzione.
Due cose son necessarie: una parlar con Rosaura; l'altra andar via di Bologna.
La prima per un atto di gratitudine, la seconda per salvar l'amicizia.
Facciamole, facciamole tutte e due, e con questi due carnefici al cuore, amore da una parte, amicizia dall'altra, potrò dire che le due più belle virtù sono diventate per me i due più crudeli tormenti.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera di Ottavio.
ROSAURA e COLOMBINA.
ROS.
Ma quella lettera a chi l'hai data?
COL.
Al facchino, ed egli in presenza mia l'ha consegnata a Trivella.
ROS.
Io dubito che il facchino non l'abbia data.
COL.
Vi dico che l'ho veduto io a darla al servitore del signor Florindo.
ROS.
Ed egli non mi risponde?
COL.
Non avrà avuto tempo.
ROS.
E anderà via senza darmi risposta?
COL.
Può anche darsi.
Chi s'i
...
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