IL VERO AMICO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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(Oimè! in qual impegno m'ha posto l'amico Lelio).
(da sé)
ROS.
(Mi par confuso).
(da sé, e siedono)
FLOR.
(Orsù, vi vuol coraggio.
Bisogna passarsela con disinvoltura).
(da sé)
ROS.
Che avete, signor Florindo, che mi parete sospeso?
FLOR.
Una lettera che ho avuto da Venezia, mi ha un poco sconcertato; mio zio è moribondo, e domattina mi conviene partire.
ROS.
Domattina?
FLOR.
Senz'altro.
ROS.
(Oh Dio!) (da sé) Domattina?
FLOR.
Domattina.
ROS.
Vostro zio è moribondo? Povero vecchio, mi fa compassione.
Anche mio padre è avanzato assai nell'età, e quando sento vecchi che muoiono, mi sento intenerire, non posso far a meno di piangere.
(piangendo)
FLOR.
Ella ha un cuore assai tenero.
ROS.
Partirete voi da Bologna, senza sentire veruna pena?
FLOR.
Ah! pur troppo partirò di Bologna col cuore afflitto.
ROS.
Dunque il vostro cuore ha degli attacchi in questa città, che vi faranno sembrar amara la vostra partenza?
FLOR.
E in che maniera! Non avrò mai penato tanto in vita mia, quanto prevedo di dover penar domattina.
ROS.
Caro signor Florindo, per quelle finezze che vi siete compiaciuto di farmi nel tempo della vostra dimora, fatemi una grazia prima della vostra partenza.
FLOR.
Eccomi a' suoi comandi, farò tutto per obbedirla.
ROS.
Ditemi, a chi partendo lascerete voi il vostro cuore?
FLOR.
Lascio il mio cuore ad un caro e fedele amico.
Lo lascio a Lelio, ch'amo quanto me stesso.
ROS.
(Ah, son deluse le mie speranze!) (da sé)
FLOR.
Adesso è ella contenta?
ROS.
Voi amate molto questo vostro amico.
FLOR.
Così vuol la legge della buona amicizia.
ROS.
E non amate altri che lui?
FLOR.
Amo tutti quelli che amano Lelio e che da lui sono amati.
Per questa ragione posso ancora amare la signora Rosaura.
ROS.
Voi mi amate?
FLOR.
Certamente.
ROS.
(Oimè!) Voi mi amate?
FLOR.
L'amo, perché è amata da Lelio; l'amo, perché vuol bene a Lelio, che è un altro me stesso.
ROS.
Come potete voi assicurarvi ch'io ami Lelio?
FLOR.
Non deve essere la sua sposa?
ROS.
Tale ancora non sono.
FLOR.
Ma lo sarà.
ROS.
E se non avessi da essere la sposa di Lelio, non mi amereste più?
FLOR.
Non avrei più la ragione dell'amicizia, che mi obbligasse a volerle bene.
ROS.
E se Lelio mi odiasse, mi odiereste anche voi?
FLOR.
Odiarla?
ROS.
Sì, questa grande amicizia che avete pel vostro Lelio, vi obbligherebbe a odiarmi?
FLOR.
Odiarla non potrei.
ROS.
Se per l'amicizia di Lelio non mi odiereste, non sarà vero che per una tal amicizia mi amiate; dunque concludo, o che voi mentite, quando dite di amarmi, o che mi amate per qualche altra ragione.
FLOR.
Confesso il vero, che una donna di spirito, quale ella è, può confondere un uomo con facilità; ma se mi permette, risponderò che la legge dell'amicizia obbliga l'uomo a secondar l'amico nelle virtù, e non nei vizi, nel bene, e non nel male.
Fino che Lelio ama, come amico sono obbligato a secondare il suo amore; se Lelio odia, non ho da fomentare il suo odio.
Se Lelio ama la signora Rosaura, l'amo ancora io; ma se l'odiasse, procurerei disingannarlo, fargli conoscere il merito, e far che tutto il suo sdegno si convertisse in amore.
ROS.
Voi mi vorreste di Lelio in ogni maniera.
FLOR.
Desiderando questa cosa, non faccio che secondar la sua inclinazione.
ROS.
Le mie inclinazioni a voi non sono ben note.
FLOR.
Dal primo giorno che ho avuto l'onore di riverirla, ella mi ha detto che era innamorata di Lelio.
ROS.
È passato un mese, da che vi ho detto così.
FLOR.
E per questo? Per esser passato un mese, si è cambiata già d'opinione? Perdoni, signora.
Per coronar le sue belle virtù, le manca quella della costanza.
ROS.
Ah! signor Florindo, non sempre siamo padroni di noi medesimi.
FLOR.
Signora Rosaura, domani io parto.
ROS.
(Ahimè!) Domani?
FLOR.
Domani senz'altro.
La ringrazio delle finezze ch'ella si è degnata di farmi, e giacché ha tanta bontà per me, la supplico di una grazia.
ROS.
Voglia il cielo ch'io sia in grado di potervi servire.
FLOR.
La supplico di esser grata verso il povero Lelio.
ROS.
Credevami che voi domandaste qualche cosa per voi.
FLOR.
Via; la pregherò di una grazia per me.
ROS.
Vi servirò con più giubbilo.
FLOR.
Sì, la prego voler bene a Lelio, che è l'istesso che voler bene a me.
Le raccomando il mio cuore, che resta a Bologna con Lelio, e se il mio caro amico s'è demeritato in qualche maniera la sua grazia, la supplico di compatirlo e volergli bene.
(Non posso più.
Ah! che or ora l'amicizia resta al di sotto, e l'amor mi precipita).
(da sé)
SCENA TREDICESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signora, ecco il signor Lelio.
(parte)
FLOR.
(Oh bravo! è arrivato a tempo).
(da sé)
ROS.
Ecco il vostro cuore; fategli voi quelle accoglienze che merita, io mi ritiro.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
FLORINDO, poi LELIO.
FLOR.
Favorisca, senta, venga qui...
S'è mai più veduto un caso simile al mio? Sono innamorato, e non lo posso dire.
La donna mi vuol bene, e non ardisce di palesarlo; c'intendiamo, ed abbiamo a fingere di non capirci; si muore di pena, e non ci possiam consolare.
LEL.
Ebbene, amico, come andò la faccenda?
FLOR.
Non lo so neppur io.
LEL.
Non avete fatto nulla per me?
FLOR.
Per questa sorta di cose, vi dico che non son buono.
LEL.
Vi vuol tanto a parlare a una donna, e rilevare il suo sentimento? Io mi sono valso di voi, perché vi stimo e v'amo; per altro poteva raccomandare questo affare o al contino Ridolfo, o al cavalier Ernesto, che sono egualmente amici miei, che frequentano la nostra conversazione, e se fossero in città, non esiterebbero un momento a favorirmi.
FLOR.
Amico, permettetemi ch'io vi dica quel che mi detta il mio cuore.
In questa sorta di cose non vi servite di gioventù per capitolare colla vostra sposa, e non siate cotanto facile ad ammettere ogni sorta di gente alla sua conversazione.
Le donne sono di carne, come siamo noi, e da loro non bisogna sperare più di quello che siamo noi capaci di fare.
Se a voi capitasse l'incontro di essere da solo a sola con una giovane, che cosa pensate voi che in quel caso vi potesse suggerire il cuore? Che cosa potrebbe far l'occasione, la gioventù? Lo stesso e forse peggio, per ragion della debolezza, s'ha da dubitar della donna, e non si deve porla accanto alla tentazione, e poi pretendere che resista.
La paglia accanto al fuoco si accende, e quando è accesa, non si spegne sì facilmente.
Gli amici sono pochi, e anche i pochi si possono contaminare.
La donna è delicata, l'amore accieca, l'occasione stimola, l'umanità trasporta.
Amico, chi ha orecchio, intenda, chi ha giudizio, l'adoperi.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
LELIO solo.
LEL.
Chi ha orecchio, intenda, chi ha giudizio, l'adoperi? Io l'ho inteso, e tocca a me ad operar con giudizio.
Mi valerò de' consigli di un vero amico.
Di lui mi posso fidare, di lui non posso prendere gelosia; so che mi ama, e che morrebbe piuttosto che commettere un'azione indegna.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Florindo, in casa di Lelio.
FLORINDO solo.
FLOR.
Son confuso, non so dove io abbia la testa.
L'ultimo discorso tenuto colla signora Rosaura mi ha messo in agitazione.
Non vi voleva andare; Lelio mi ha voluto condur per forza.
Per quanto io abbia procurato di contenermi con indifferenza, credo che la signora Rosaura abbia capito che le voglio bene; siccome ho inteso io dalla sua maniera di dire, ch'ella ha dell'inclinazione per me.
Ci siamo separati con poco garbo.
Pareva ch'io fossi in debito, prima di partire, di rivederla.
Ma se vi torno, fo peggio che mai.
SCENA SECONDA
TRIVELLA e detto.
TRIV.
Signor padrone, una lettera che viene a vossignoria.
FLOR.
Di dove?
TRIV.
Non lo so in verità.
FLOR.
Chi l'ha portata?
TRIV.
Un giovine che non conosco.
FLOR.
Quanto gli avete dato?
TRIV.
Nulla.
FLOR.
Questa è una lettera che viene di poco lontano.
TRIV.
Se lo domanda a me, credo che venga qui di Bologna, e all'odore, mi par di femmina.
(parte)
SCENA TERZA
FLORINDO solo.
FLOR.
Guardiamo un poco chi scrive.
(apre) Rosaura Foresti.
Una lettera della signora Rosaura? Mi palpita il cuore.
Caro signor Florindo...
Caro! A me caro? Questa è una parola che mi fa venire un sudore di morte.
Giacché avete risoluto di partire...
Ho creduto che ella abbia per me qualche inclinazione; ma caro? Ella mi dice caro? Ahimè...
Non so più resistere.
Ma piano, Florindo, piano, andiam bel bello.
Non facciamo che la passione ci ponga un velo dinanzi agli occhi.
Leggiamo la lettera, leggiamola per pura curiosità.
Giacché avete risoluto voler partire.
Caro signor Florindo...
Sia maladetto questo caro! Leggo qui, e gli occhi corrono colassù.
Non voglio altro caro; ecco, lo straccio e lo butto via, Giacché avete risoluto voler partire, e non sapete, o non saper fingete in quale stato voi mi lasciate...
Eh sì, so tutto.
Ma ho risoluto di andare, e anderò.
Domattina anderò: o non saper fingete!...
Certo fingo di non saperlo, ma so.
Tiriamo innanzi: sono costretta a palesarvi il mio cuore.
Lo palesi pure, l'ascolterò con qualche passione; ma ho fissato e deve esser così, e niente mi muoverà.
Sappiate, caro signor Florindo...
Oimè! un'altra volta caro! Sappiate che io...
che io...
non ci vedo più.
Sappiate, caro signor Florindo: vorrei saltar questa parola, e non so come fare.
Io, dacché vi ho veduto, accesa mi sono.
Ella è accesa, ed io sono abbruciato.
Accesa mi sono del vostro merito; grazie, grazie, oh povero me! E senza di voi morirò certamente...
Morirà? Oh cielo! Morirà? Sì, che mora: morirò ancor io, non importa, purché si salvi l'onore.
Deh! muovetevi a compassione, caro signor Florindo.
Un altro caro! Questo caro mi tormenta, questo caro mi uccide.
Sentirmi dir caro da una mano sì bella, dettato da una bocca così graziosa, non posso più! Se seguito a leggere, cado in terra.
Questa lettera per me è un inferno, non la posso leggere, non la posso tenere.
Bisogna che io la strappi, bisogna che me ne privi.
Non leggerò più quel caro, non lo leggerò più.
(straccia la lettera) Ma che cosa ho io fatto? Stracciar una lettera piena di tanta bontà? Stracciarla avanti di finirla di leggere? Neppur leggerla tutta? Chi sa che cosa mi diceva sul fine? Almeno sentire il fine.
Se potessi unire i pezzi, vorrei sentire che cosa concludeva; mi proverò.
Ecco il caro; il caro mi vien subito davanti agli occhi; non voglio altro, non voglio altro; dica quel che sa dire, non voglio più tormentarmi; non voglio miseramente sagrificarmi.
Ma che cosa pens'io di fare? Andar via senza risponderle? Senza dirle nulla? Sarebbe un'azion troppo vile, troppo indiscreta.
Sì, le risponderò.
Poche righe, ma buone.
Siamo scoperti, convien parlar chiaro.
Far che si penta di questo suo amore, come io mi pento del mio.
E se Lelio vede un giorno questa mia lettera? Non importa; se la vedrà, conoscerà allora chi sia Florindo.
Vedrà che Florindo per un punto d'onore è stato capace di sagrificare all'amico la sua passione.
(siede al tavolino, e scrive) Come devo io principiare? Cara? No cara, perché se il cara fa in lei l'effetto che ha fatto in me la parola caro, ella muore senz'altro.
Animo, animo, voglio spicciarmi.
(scrivendo) Signora.
Pur troppo ho rilevato che avete della bontà per me.
Questa è la ragione per cui più presto partir risolvo, poiché trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile trattare fra noi con indifferenza.
L'amico Lelio mi ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del suo cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere dell'amico, tradissi l'ospitalità? Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene...
SCENA QUARTA
TRIVELLA e detto.
TRIV.
Signor padrone...
(con ansietà)
FLOR.
Che cosa c'è?
TRIV.
Presto, per amor del cielo; il signor Lelio è stato assalito da due nemici; ei si difende colla spada da tutti e due, ma è in pericolo; lo vada a soccorrere.
FLOR.
Dove? (s'alza)
TRIV.
Qui nella strada.
FLOR.
Vado subito a sagrificar per l'amico anche il sangue, se fa di bisogno.
(parte)
SCENA QUINTA
TRIVELLA solo.
TRIV.
So che il mio padrone è bravo di spada, e son sicuro che aiuterà l'amico.
L'avrei fatto io, ma in questa sorta di cose non m'intrico.
È meglio ch'io vada a fare i bauli.
Manco male che andando via domattina, ho un poco più di tempo.
E poi chi sa se anderemo nemmeno? Il mio padrone è innamorato, e quando gli uomini sono innamorati, non navigano per dove devono andare, ma per dove il vento li spinge.
(parte)
SCENA SESTA
BEATRICE sola.
BEAT.
Questo signor Florindo da me ancora non s'è lasciato vedere.
E sarà vero che egli mi sprezzi, che non si curi dell'amor mio? Che non faccia stima di me? L'ho pur veduto guardarmi con qualche attenzione.
Mi ha pur egli detto delle dolci parole, si è pur compiaciuto scherzar sovente meco, ed ora così aspramente mi parla? Così rozzamente mi corrisponde? Partirà egli dimani? Partirà a mio dispetto? Misera Beatrice! Che farò senza il mio adorato Florindo? Ah! tremo solamente in pensarlo.
(siede) Qual foglio è questo? Il carattere è del signor Florindo.
Signora.
Oh cieli! a chi scrive? La lettera non è finita.
La gelosia mi rode.
Sentiamo.
Pur troppo ho rilevato che avete della bontà per me.
Questa è la ragione per cui più presto partire risolvo, poiché trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile il trattar con voi con indifferenza.
Foss'egli innamorato di me, com'io lo sono di lui? Fosse a me questo foglio diretto? Ma no, qual ostacolo potrebbe egli avere per palesarmi il suo amore e per gradire il mio? Ah! che d'altra egli parla, ad altra donna questa carta è diretta.
Potessi scoprir l'arcano! L'amico Lelio m'ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del di lui cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere d'amico, tradissi l'ospitalità?...
Tradissi l'ospitalità? Oh cieli! Egli parla di me, pensa che sarebbe un tradir l'ospitalità, se si valesse della buona fede di Lelio...
No caro, non è mala azione amar chi t'ama, non è riprensibile quell'amore che può terminare con piacere dell'amico stesso in un matrimonio.
Ora intendo perché ricusa di corrispondermi; teme disgustare l'amico, non ardisce di farlo per non offendere l'ospitalità.
Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene...
Qui termina la lettera; ma qui principia a consolarmi la mia speranza.
Non conviene? Sì che conviene svelar l'arcano, parlar in tempo, e consolare i nostri cuori che s'amano.
Ecco mio nipote.
Viene opportunamente.
SCENA SETTIMA
LELIO e detta.
LEL.
Signora zia, eccomi vivo in grazia dell'amico Florindo.
BEAT.
Come? V'è intravvenuta qualche disgrazia?
LEL.
Stamane, giuocando al faraone, fui soverchiato da un giuocator di vantaggio.
Lo scopersi, rispose ardito, io gli diedi una mano nel viso, s'unì egli con un compagno, m'attesero sulla strada vicina, mi assalirono colle spade, mi difesi alla meglio; ma se in tempo non giungeva Florindo, avrei dovuto soccombere.
BEAT.
Il signor Florindo dov'è?
LEL.
Il servitore l'ha trattenuto; ora viene.
BEAT.
È egli restato offeso?
LEL.
Oh pensate! La spada in mano la sa tenere; ha fatto fuggir que' ribaldi.
BEAT.
Grand'uomo è il signor Florindo!
LEL.
Sì, egli è un uomo di merito singolare.
BEAT.
Guardate fin dove arriva la sua delicatezza.
Egli è invaghito di me, e non ardisce di palesarlo, temendo che per un tale amore possa dirsi violata l'ospitalità.
LEL.
Signora, voi vi lusingate senza verun fondamento.
BEAT.
Son certa che egli mi ama, e ve ne posso dar sicurezza.
LEL.
Voi avete del merito; ma la vostra età...
BEAT.
Che parlate voi dell'età? Vi dico che sono certa dell'amor suo.
LEL.
Qual prova mi addurrete per persuadermi?
BEAT.
Eccola; leggete questa lettera del signor Florindo, a me diretta.
LEL.
A voi è diretta questa lettera?
BEAT.
Sì, a me: non ha avuto tempo di terminarla.
LEL.
Sentiamo che cosa dice.
(legge piano)
BEAT.
(Mi pareva impossibile che non avesse a sentire dell'amore per me.
Sono io da sprezzare? Le mie nozze sono da rifiutarsi? Povero Florindo, egli penava per mia cagione; ma io gli farò coraggio, io gli aprirò la strada per esser di me contento).
(da sé)
LEL.
Ho inteso, parlerò seco e saprò meglio la sua intenzione.
(a Beatrice)
BEAT.
Avvertite, non lo lasciate partire.
LEL.
No, no, se sarà vero che vi ami, non partirà.
BEAT.
Se sarà vero? Ne dubitate? È cosa strana che io sia amata? Lo sapete voi quanti partiti ho avuti; ma questo sopra tutti mi piace.
Povero signor Florindo! andatelo a consolare: ditegli che sarà contento che questa mano è per lui, che non dubiti, che non sospiri, che io sarò la sua cara sposa.
(parte)
SCENA OTTAVA
LELIO solo.
LEL.
Mi pare la cosa strana.
Ma questa lettera è di suo carattere.
Mia zia asserisce essere a lei diretta, e in fatti a chi l'avrebbe egli a scrivere? Sempre è stato meco; pratiche in Bologna non ne ha.
Eccolo che egli viene.
SCENA NONA
FLORINDO e detto.
FLOR.
(Lelio è qui? Dov'è la mia lettera?) (da sé)
LEL.
Caro amico, lasciate che io teneramente vi abbracci, e nuovamente vi dica che da voi riconosco la vita.
FLOR.
Ho fatto il mio debito, e niente più.
(osserva sul tavolino)
LEL.
Certamente, se non eravate voi, quei ribaldi mi soverchiavano.
Amico, che ricercate?
FLOR.
Niente...
(osservando con passione)
LEL.
Avete smarrito qualche cosa?
FLOR.
Niente, una certa carta.
LEL.
Una carta?
FLOR.
Sì: è molto che siete qui?
LEL.
Da che vi ho lasciato.
FLOR.
Vi è stato nessuno in questa camera? (con ismania)
LEL.
Ditemi, cercate voi una vostra lettera?
FLOR.
(Ahimè! l'ha vista).
(da sé) Sì, cerco un abbozzo di lettera.
LEL.
Eccola; sarebbe questa?
FLOR.
Per l'appunto.
Signor Lelio, siamo amici; ma i fogli, compatitemi, non si toccano.
LEL.
Né io ho avuto la temerità di levarlo dal tavolino.
FLOR.
Come dunque l'avete in tasca?
LEL.
Mi è capitato opportunamente.
FLOR.
Basta...
torno a dire...
è un abbozzo fatto per bizzarria.
LEL.
Sì, capisco benissimo che voi avete scritto per bizzarria: ma scusatemi, un uomo saggio come voi siete, non mette in ridicolo una donna civile in cotal maniera.
FLOR.
Avete ragione; ho fatto male e vi chiedo scusa.
LEL.
Non ne parliamo più.
La nostra amicizia non si ha da alterare per questo.
FLOR.
Non vorrei mai che credeste ch'io avessi scritto per inclinazione, per passione.
LEL.
Al contrario bramerei che la vostra lettera fosse sincera, che foste nel caso di pensar come avete scritto, e che un tal partito vi convenisse.
FLOR.
Voi bramereste ciò?
LEL.
Sì, con tutto il cuore.
Ma vedo anch'io quali circostanze si oppongono, ed ho capito fin da principio che avete scritto per bizzarria, e che vi burlate di una femmina che si lusinga.
FLOR.
Io non credo ch'ella abbia alcun motivo di lusingarsi.
LEL.
Eppure vi assicuro che si lusinga moltissimo.
Sapete le donne come son fatte.
Le attenzioni di un uomo civile, di un giovane manieroso, vengono interpretate per inclinazioni, per amore.
E per dirvi la verità, ella stessa mi ha detto che contava moltissimo sulla vostra inclinazione per lei.
FLOR.
E voi che cosa le avete risposto?
LEL.
Le ho detto che ciò mi pareva difficile, che avrei parlato con voi, e se avessi trovato vero quanto ella suppone, avrei di buon animo secondate le di lei intenzioni.
FLOR.
Caro amico, possibile che la vostra amicizia arrivi per me a quest'eccesso?
LEL.
Io non ci trovo niente di estraordinario.
Ditemi la verità, inclinereste voi a sposarla?
FLOR.
Oh cieli! Che cosa mi domandate? A qual cimento mettete voi la mia sincerità, in confronto del mio dovere?
LEL.
Orsù, capisco che voi l'amate.
Può essere che l'amore che avete per me, vi faccia in essa trovar del merito; non abbiate riguardo alcuno a spiegarvi, mentre vi assicuro dal canto mio, che non potrei desiderarmi un piacer maggiore.
FLOR.
Signor Lelio, pensateci bene.
LEL.
Mi fate ridere.
Via, facciamolo questo matrimonio.
FLOR.
Ma! E il vostro interesse?
LEL.
Se questo vi trattiene, non ci pensate.
È vero ch'ella è più ricca di me, che da lei posso sperar qualche cosa, ma ad un amico sagrifico tutto assai volentieri.
FLOR.
Né io son in caso di accettare un tal sagrifizio.
LEL.
Parlatemi sinceramente.
L'amate o non l'amate?
FLOR.
Vi dirò ch'io la stimo, ch'io ho per lei tutto il rispetto possibile...
LEL.
E per questa stima, per questo rispetto, la sposereste?
FLOR.
Oh Dio! Non so; se non fosse per farvi un torto.
LEL.
Che torto? Mi maraviglio di voi.
Vi replico, questo sarebbe per me un piacere estremo, una consolazione infinita.
FLOR.
Ma lo dite di cuore?
LEL.
Colla maggior sincerità del mondo.
FLOR.
(Son fuor di me.
Non so in che mondo mi sia).
(da sé)
LEL.
Volete ch'io gliene parli?
FLOR.
(Oimè!) Fate quel che volete.
LEL.
La sposerete di genio?
FLOR.
Ah! mi avete strappato dal cuore un segreto...
ma voi ne siete la causa.
LEL.
Tanto meglio per me.
Non potea bramarmi contento maggiore.
Il mio caro Florindo, il mio caro amico, sarà mio congiunto, sarà il mio rispettabile zio.
FLOR.
Vostro zio?
LEL.
Sì, sposando voi la signora Beatrice mia zia, avrò l'onore di esser vostro nipote.
FLOR.
(Ahimè, che sento! Che equivoco è mai questo!) (da sé)
LEL.
Che avete, che mi sembrate confuso?
FLOR.
(Non bisogna perdersi, non bisogna scoprirsi).
(da sé) Sì, caro Lelio, l'allegrezza mi fa confondere.
LEL.
Per dire la verità, mia zia è un poco avanzata, ma non è ancora sprezzabile.
Ha del talento, è di un ottimo cuore.
FLOR.
Certo, è verissimo.
LEL.
Quando volete che si facciano queste nozze?
FLOR.
Eh, ne parleremo, ne parleremo.
(smania)
LEL.
Che avete che smaniate?
FLOR.
Gran caldo.
LEL.
Via, per consolarvi solleciterò quanto sia possibile le vostre nozze.
Ora vado dalla signora Beatrice, e se ella non s'oppone, vi può dare la mano quando volete.
FLOR.
(Povero me: se la signora Rosaura sa questa cosa, che dirà mai!) (da sé) Caro amico, vi prego di una grazia, di quest'affare non ne parlate a nessuno.
LEL.
No? Per qual causa?
FLOR.
Ho i miei riguardi.
A Venezia non ho scritto niente, se mio zio lo sa, gli dispiacerà, ed io non lo voglio disgustare.
Le cose presto passano di bocca in bocca, e i graziosi si dilettano di scriver le novità.
LEL.
Finalmente, se sposate mia zia, ella non vi farà disonore.
FLOR.
Sì, va bene, ma ho gusto che non si sappia.
LEL.
Via, non lo dirò a nessuno.
Ma alla signora Beatrice...
FLOR.
Neppure a lei.
LEL.
Oh diavolo! Non lo dirò alla sposa? La sarebbe bella!
FLOR.
S'ella lo sa, in tre giorni lo sa tutta Bologna.
LEL.
Eh via, spropositi.
Amico, state allegro, non vedo l'ora che si concludano queste nozze.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Bella felicità, bellissima contentezza! Oh me infelice, in che impegno mi trovo! Che colpo è questo! Che caso novissimo non previsto e non mai immaginato! Che ho io da fare? Sposare la signora Beatrice? No certo.
Rifiutarla? Ma come? Lelio dirà che son volubile, che son pazzo.
Andar via; fo male.
Restar? Fo peggio.
E la signora Rosaura che cosa dirà di me? Alla sua lettera non ho risposto.
Se viene a saper ch'io abbia a sposar la signora Beatrice, che concetto formerà ella de' fatti miei? Spero che Lelio non glielo dirà; ma se glielo dice? Bisognerebbe disingannarla.
Ma come ho io da fare? In questo caso orribile nel quale mi trovo, non so a chi ricorrere, né so a chi domandare consiglio.
Un unico amico che mi potrebbe consigliare, è quei che manco degli altri ha da sapere i contrasti delle mie passioni: dunque mi consiglierò da me stesso.
Animo, spirito e risoluzione.
Due cose son necessarie: una parlar con Rosaura; l'altra andar via di Bologna.
La prima per un atto di gratitudine, la seconda per salvar l'amicizia.
Facciamole, facciamole tutte e due, e con questi due carnefici al cuore, amore da una parte, amicizia dall'altra, potrò dire che le due più belle virtù sono diventate per me i due più crudeli tormenti.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera di Ottavio.
ROSAURA e COLOMBINA.
ROS.
Ma quella lettera a chi l'hai data?
COL.
Al facchino, ed egli in presenza mia l'ha consegnata a Trivella.
ROS.
Io dubito che il facchino non l'abbia data.
COL.
Vi dico che l'ho veduto io a darla al servitore del signor Florindo.
ROS.
Ed egli non mi risponde?
COL.
Non avrà avuto tempo.
ROS.
E anderà via senza darmi risposta?
COL.
Può anche darsi.
Chi s'innamora d'un forestiere, non può aspettar altro.
ROS.
Ciò mi pare impossibile.
Il signor Florindo è troppo gentile, non può commettere una mala azione.
Senza rispondermi non partirà.
COL.
E se vi risponde, che profitto ne avete voi?
ROS.
Se mi risponde, qualche cosa sarà.
SCENA DODICESIMA
OTTAVIO e dette.
OTT.
Ozio, ozio, non si fa nulla.
(passa, e parte)
COL.
Che diavolo ha questo vecchio avaro? Sempre borbotta fra sé.
ROS.
Non vedo l'ora di liberarmi da questa pena.
(Ottavio torna con una rocca e una calza sui ferri)
OTT.
Garbate signorine! Ozio, ozio, non si fa nulla.
Tenga e si diverta.
Tenga e pass'il tempo.
(dà la calza a Rosaura e la rocca a Colombina)
COL.
Questo filare mi viene a noia.
OTT.
E a me viene a noia il pane che tu mi mangi.
Sai tu che in due anni e un mese che sei in casa mia, hai mangiato duemila duecento ottanta pagnotte?
COL.
Oh! oh! saprete ancora quanti bicchieri di vino ho bevuto.
OTT.
Tu non sei buona che a bere e a mangiare, e non sai far nulla.
ROS.
Via, non la mortificate.
Ella è una giovine che fa di tutto.
Quell'asinone di Trappola non fa niente in casa, tutto fa Colombina.
OTT.
Trappola è il miglior servitore ch'io abbia mai avuto.
ROS.
In che consiste la sua gran bontà?
OTT.
Io non gli do salario, si contenta di pane, vino e minestra; qualche volta gli do un uovo, ma oggi che ne ho rotti quattro, non glielo do.
COL.
Se non gli date salario, ruberà nello spendere.
OTT.
Ruberà? Vogliamo dir che rubi? Possibile che mi rubi? Se me ne accorgo, lo caccio subito di casa mia.
ROS.
E allora chi vi servirà?
OTT.
Farò io, farò io.
Anderò io a spendere, e se spenderò io, non prenderò l'uova che passano per questo anello.
COL.
Siete un avaro.
OTT.
Ma! a chi è povero, si dice avaro.
Orsù, va a stacciare la crusca; e della farina che caverai, fammi per questa sera una minestrina con due gocciole d'olio.
COL.
Volete far della colla per istuccar le budella?
OTT.
Ma! con quella farina che consumate nell'incipriarvi, in capo all'anno si farebbe un sacco di pane.
COL.
E con l'unto che voi avete intorno, si farebbe un guazzetto.
OTT.
Impertinente! Va via di qui.
COL.
Perché mi discacciate?
OTT.
Va via, che io voglio parlar colla mia figliuola.
COL.
Bene, anderò a fare una cosa buona.
OTT.
Che cosa farai?
COL.
Una cosa utile per questa casa.
OTT.
Brava, dimmi, che cosa hai intenzione di fare?
COL.
Pregherò il cielo che crepiate presto.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO e ROSAURA.
OTT.
Oh disgraziata! così parla al padrone?
ROS.
Compatitela, lo dice per ischerzo.
OTT.
La voglio cacciar via.
ROS.
Se la mandate via, avvertite che ella avanza il salario d'un anno.
OTT.
Basta, ditele che abbi giudizio.
Figliuola mia, ho da parlarvi d'una cosa che importa molto.
ROS.
Io vi ascolto con attenzione.
OTT.
Ditemi, amate voi vostro padre?
ROS.
L'amo teneramente.
OTT.
Vorreste voi vedermi morire?
ROS.
Il cielo mi liberi da tal disgrazia.
OTT.
Avreste cuore di darmi una ferita mortale?
ROS.
Non dite così, che mi fate inorridire.
OTT.
Dunque, se non mi volete veder morire, se non mi volete dare una mortal ferita, non mi obbligate a privarmi di quanto ho al mondo, per darvi la dote lasciatavi da vostra madre.
ROS.
Se non mi volete dar la dote, dunque non mi parlate di maritarmi.
OTT.
Bene, che non se ne parli mai più.
ROS.
Ma il signor Lelio, con cui avete fatta la scrittura?
OTT.
Se vi vuol senza dote, bene; se no, stracceremo il contratto.
ROS.
Si sì, stracciamolo pure.
(Questo è il mio desiderio).
(da sé) Il signor Lelio non mi vorrà senza dote.
OTT.
Ma possibile che non troviate un marito che vi sposi senza dote? Tante e tante hanno avuto una tal fortuna, e voi non l'avrete?
ROS.
Orsù, io non mi curo di maritarmi.
OTT.
Ma, cara Rosaura, or ora non so più come fare a mantenervi.
ROS.
Dunque mi converrà maritarmi.
OTT.
Facciamolo: ma senza dote.
ROS.
In Bologna non vi sarà nessuno che mi voglia.
OTT.
Dimmi un poco, quel veneziano mi pare un galantuomo.
ROS.
Certamente il signor Florindo è un giovine assai proprio e civile.
OTT.
Mi ha sempre regalato.
ROS.
È generosissimo.
Ha regalato anche Colombina.
OTT.
Ha regalato anche Colombina? Bene, anderà in conto di suo salario.
Se questo signor Florindo avesse dell'amore per te mi pare che si potrebbe concludere senza la pidocchieria della dote.
ROS.
(Ah, lo volesse il cielo!) (da sé)
OTT.
Che bisogno ha egli di dote? È unico di sua casa, ricco, generoso.
Oh! questo sarebbe il caso.
Dimmi, Rosaura mia, lo piglieresti?
ROS.
Ah! perché no? Ma il signor Lelio?
OTT.
Lelio vuol la dote.
ROS.
Basta, ne parleremo.
OTT.
Ora che mi è venuto questo pensiero nel capo, non istò bene se non ci do dentro.
SCENA QUATTORDICESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signora, il signor Florindo desidera riverirvi.
ROS.
Il signor Florindo?
OTT.
Ecco la quaglia venuta al paretaio.
ROS.
Digli che è padrone.
COL.
Ora lo fo passare.
OTT.
Eh! ti ha donato nulla?
COL.
Che cosa volete sapere voi?
OTT.
Bene, bene, a conto di salario.
COL.
Se non mi darete il salario, me lo prenderò.
OTT.
Come? Dove?
COL.
Da quel maledettissimo scrigno.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
OTTAVIO e ROSAURA.
OTT.
Che scrigno? Io non ho scrigno.
Una cassa di stracci, una cassa di stracci.
Maledetto sia chi nomina lo scrigno; maledetto me, se ho denari.
ROS.
Via, quietatevi, non vi riscaldate.
OTT.
Colei mi vuol far crepare.
ROS.
Ecco il signor Florindo.
OTT.
Digli qualche buona parola; se ha inclinazione per te, fa che mi parli; io poi aggiusterò la faccenda.
Spero che ti mariterai senza dote, e che tuo marito farà le spese anche a me.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
ROSAURA sola.
ROS.
Gran passione è quella dell'avarizia! Mio padre si fa miserabile e nega darmi la dote, ma se ciò può contribuire a scioglier l'impegno mio con Lelio, non ricuso di secondarlo.
Se la sorte non vuole ch'io mi sposi al signor Florindo, altro marito non mi curo d'avere.
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO e detta.
FLOR.
Signora, ella dirà che son troppo ardito venendo a replicarle l'incomodo due volte in un giorno.
ROS.
Voi mi mortificate parlando così; le vostre visite sempre care mi sono, ed ora le desidero più che mai.
FLOR.
Son debitore di risposta ad una sua cortesissima lettera.
ROS.
Voi mi fate arrossire, parlandomi scopertamente della mia debolezza.
FLOR.
Non ha occasione d'arrossire per una passione che vien regolata dalla prudenza.
ROS.
Signor Florindo, ditemi in grazia una cosa, prima di parlar d'altro; siete ancor risoluto di partir domani?
FLOR.
Vedo che sarò in necessità di farlo.
ROS.
Per qual cagione?
FLOR.
Perché la violenza d'amore non m'abbia da mettere in cimento di tradire un amico.
ROS.
Dunque mi amate.
FLOR.
A chi ha avuto la bontà di confidarmi il suo cuore, è giusto che confidi il mio.
Signora Rosaura, l'ho amata dal primo giorno che l'ho veduta, e adesso l'amo assai più.
ROS.
Mi amate, e avete cuor di lasciarmi?
FLOR.
Conviene far degli sforzi per salvare il decoro, per non esporsi alla critica e alla derisione.
ROS.
Ma se si trovasse qualche rimedio facile e sicuro per far che Lelio mi rinunciasse, sareste in grado d'accettar la mia mano?
FLOR.
È superfluo il figurarsi cose così lontane.
ROS.
Favoritemi: sedete per un momento.
FLOR.
Bisogna che vada via, signora.
ROS.
Questa sola grazia vi chiedo, ed avrete cuor di negarmela? Sedete per un poco, ascoltatemi, e poi ve ne andrete.
FLOR.
(Ci sono, bisogna starvi).
(da sé, e siedono)
ROS.
Spero, mediante la confidenza che vi farò delle cose domestiche della mia casa, aprirvi il campo di sperare ciò che or vi sembra difficile.
Sappiate che mio padre...
SCENA DICIOTTESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Oh! amico, ho piacere di qui ritrovarvi.
FLOR.
Era qui...
per voi, signor Lelio, per cercar di voi.
(s'alza)
LEL.
State fermo, non vi movete.
ROS.
Signor Lelio, entrare senz'ambasciata mi pare troppa confidenza.
LEL.
È una libertà che la sposa può donare allo sposo.
ROS.
Questa libertà qualche volta non se la prendono né tampoco i mariti.
FLOR.
Mi dispiace che per causa mia...
LEL.
No, niente affatto.
Io prendo per bizzarrie i rimproveri della signora Rosaura.
Signora, vi contentate che sieda ancor io?
ROS.
Siete padrone d'accomodarvi.
LEL.
Vi prenderemo in mezzo.
Florindo ed io siamo due amici che formano una sola persona; volgetevi di qua e volgetevi di là, è la stessa cosa.
ROS.
Se è lo stesso per voi, non è lo stesso per me.
FLOR.
(Neppur per me).
(da sé)
LEL.
Acciò abbiate meno riguardi, signora Rosaura, a trattare col signor Florindo, sappiate che egli non solo è mio amico, ma è mio congiunto.
FLOR.
(Sto fresco).
ROS.
Come? Vostro congiunto?
LEL.
Quanto prima sposerà egli mia zia.
ROS.
Signore, me ne rallegro.
(verso Florindo, con ironia)
LEL.
Signor Florindo, non intendo violare il segreto, comunicandolo alla signora Rosaura.
Ella è donna savia e prudente, e poi, dovendo esser mia sposa, ha ragion di saperlo.
ROS.
Io dunque non lo doveva sapere? (con ironia, verso Florindo)
FLOR.
(Mi sento scoppiare il cuore).
(da sé)
ROS.
Domani non partirà per Venezia.
LEL.
Oh pensate! Non partirà certamente.
ROS.
Eppure m'era stato detto che egli partiva.
(verso Florindo, come sopra)
FLOR.
Signora sì, partirò senz'altro.
LEL.
Caro Florindo, mi fate ridere.
Questa è una cosa che si ha da sapere.
È un mese che ha dell'inclinazione per mia zia, e solamente questa mattina lo ha palesato con una lettera.
ROS.
Con una lettera? (ironicamente a Florindo)
FLOR.
Per amor del cielo, non creda tutto ciò che egli dice.
LEL.
Oh compatitemi! Colla signora Rosaura non voglio passar per bugiardo.
Osservate la lettera che egli scrive a mia zia.
(mostra la lettera a Rosaura)
ROS.
Bravissimo, me ne consolo.
(a Florindo, ironicamente)
FLOR.
In quella lettera non vi è il nome della signora Beatrice.
ROS.
Eh via, non abbiate riguardo a dire la verità.
Finalmente la signora Beatrice ha del merito.
Vedo da questa lettera che l'amate.
FLOR.
Non mi pare che quella lettera dica questo.
LEL.
Vi torno a dire, qui possiamo parlare con libertà.
Siamo tre persone interessate per la medesima causa.
Altri non lo sapranno fuori di noi.
Ma non mi fate comparire un babbuino.
ROS.
Caro signor Florindo, quello che avete a fare, fatelo presto.
FLOR.
Non mi tormenti, per carità.
LEL.
Sì, faremo due matrimoni in un tempo stesso.
Voi darete la mano a Beatrice, quando io la darò alla signora Rosaura.
ROS.
Signore, se volete aspettare a dar la mano alla vostra sposa, quando io la darò al signor Lelio, dubito che non lo soffrirà l'impazienza del vostro amore.
Mio padre non mi può dare la dote, io sono una miserabile, e non conviene alla casa del signor Lelio un matrimonio di tal natura, né io soffrirei il rimprovero de' suoi congiunti.
Sollecitate dunque le vostre nozze, e non pensate alle mie.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
FLORINDO e LELIO.
LEL.
(Come! il padre non le può dare, o non le vuol dare la dote?) (da sé)
FLOR.
(Ah! quanto avrei fatto meglio a partirmi).
(da sé)
LEL.
Amico, avete sentito?
FLOR.
Ho sentito come mi avete mantenuto ben la parola.
LEL.
Vi domando scusa; il dirlo alla signora Rosaura non riporta alcun pregiudizio.
Ma Florindo carissimo, avete inteso? La signora Rosaura è senza dote.
FLOR.
Per una fanciulla questa è una gran disgrazia.
LEL.
Che cosa mi consigliereste di fare? Sposarla, o abbandonarla?
FLOR.
Non so che dire: su due piedi non sono buono a dar questa sorta di consigli.
LEL.
Oh bene.
Io vado a parlare col di lei padre, e poi sarò da voi.
Aspettatemi che partiremo insieme.
Io voglio dipendere unicamente dal vostro consiglio.
Se mi consiglierete sposarla, la sposerò; se lasciarla, la lascierò.
L'amo, ma non vorrei rovinarmi.
Pensateci, e se mi amate, disponetemi a far tutto quello che voi fareste, allorché foste nel caso mio.
Amico, in voi unicamente confido.
(parte)
SCENA VENTESIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Anche questo di più? Esser io obbligato a consigliarlo a far una cosa, che in ogni maniera per me ha da essere sempre di pregiudizio? Se lo consiglio a sposarla, faccio due mali, uno a lui, e uno a me.
A lui, che per causa mia si mariterebbe senza la dote; a me, che perderei la speranza di poter conseguire Rosaura.
Se lo consiglio a lasciarla, de' mali ne faccio tre: uno rispetto a Lelio privandolo d'una donna che egli ama; uno rispetto a Rosaura, impedendo ch'ella si mariti; e l'altro riguardo a me, perché se la sposo, l'amico dirà che l'ho consigliato a lasciarla per prenderla io.
Dunque, che far deggio? Io ho più bisogno d'esser assistito, d'esser illuminato.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera di Ottavio con letto.
OTTAVIO solo, guarda se vi è nessuno, e serra la porta.
OTT.
Qui nessuno mi verrà a rompere il capo.
In questa camera, dove io dormo, nessuno ardisce venire.
Non voglio che la servitù veda i fatti miei; non voglio che col pretesto di rifarmi il letto, di spazzarmi la camera, vedano quello scrigno che sta lì sotto.
Pur troppo hanno preso di mira lo scrigno grande, in cui tengo le monete d'argento, e mi dispiace che è incassato nel muro, e non lo posso trasportar qui.
Ma finalmente in quello non vi è il maggior capitale.
(tira lo scrigno di sotto il letto) Qui sta il mio cuore, qui è il mio idolo, qui dentro si cela il mio caro, il mio amatissimo oro.
Caro adorato mio scrigno, lasciati rivedere; lascia che mi consoli, che mi ristori, che mi nutrisca col vagheggiarti.
Tu sei il mio pane, tu sei il mio vino, tu sei le mie preziose vivande, i miei passatempi, la mia diletta conversazione: vadano pure gli sfaccendati a' teatri, alle veglie, ai festini; io ballo, quando ti vedo; io godo, quando s'offre ai miei lumi l'ameno spettacolo di quel bell'oro.
Oro, vita dell'uomo, oro, consolazione dei miseri, sostegno dei grandi e vera calamita de' cuori.
Ah! che nell'aprirti mi trema il cuore.
Temo sempre che qualche mano rapace mi ti abbia scemato.
Oimè! son tre giorni ch'io non t'accresco.
Povero scrigno! Non pensar già ch'io t'abbia levato l'amore; a te penso s'io mangio, te sogno s'io dormo.
Tutte le mie cure a te sono dirette.
Per accrescerti, o caro scrigno, arrischio il mio denaro al venti per cento, e spero in meno di dieci anni darti un compagno non meno forte, non meno pieno di te.
Ah! potess'io viver mill'anni, potess'io ogni anno accrescere un nuovo scrigno, e in mezzo a mille scrigni, e in mezzo a mille scrigni morire...
Morire? Ho da morire? Povero scrigno! Ti ho da lasciare? Ah che sudore! Presto, presto, lasciami riveder quell'oro, consolami, non posso più.
(apre lo scrigno) Oh belle monete di Portogallo! Ah come ben coniate! Io mi ricordo avervi guadagnate per tanto grano nascosto in tempo di carestia.
Tanti sgraziati allor piangevano perché non avevano pane, ed io rideva, che guadagnava le doble portoghesi.
Oh belli zecchini! Oh! cari li miei zecchini; tutti traboccanti, e sembrano fatti ora.
Questi li ho avuti da quel figlio di famiglia, il quale per cento scudi di capitale, dopo la morte di suo padre, ha venduto per pagarmi una possessione.
Oh bella cosa! Cento scudi di capitale in tre anni mi hanno fruttato mille scudi.
SCENA SECONDA
TRAPPOLA e detto.
TRAPPOLA dall'alto del prospetto cava fuori la testa dalla tappezzeria,
osserva, e dice.
TRAPP.
(Oh vecchio maledetto! Guarda quant'oro!) (da sé)
OTT.
Queste doppie di Spagna son mal tagliate, ma sono di perfettissimo oro e quello che è da stimarsi, sono tutte di peso.
TRAPP.
(Oh! io, io le farò calare).
(da sé)
OTT.
Queste le ho avute in iscambio di tanto argento colato, portatomi di nascosto da certi galantuomini che vivono alla campagna per risparmiare la pigione di casa.
Oh, è pur dura questa pigione! Quando ho da pagar la pigione, mi vengono i sudori freddi.
Quanto volentieri mi comprerei una casa, ma non ho cuore di spendere duemila scudi.
TRAPP.
(Getta un piccolo sasso verso lo scrigno e si nasconde)
OTT.
Oimè! Che è questo? Oimè! Casca il tetto, precipita la casa! Caro il mio scrigno! Ah! voglia il cielo che tu non resti sepolto sotto le rovine.
TRAPP.
(Maledettissimo! Ha più paura dello scrigno che della sua vita).
(starnuta e si nasconde)
OTT.
Chi è là? Chi va là? Presto.
Povero me! Gente in camera; sono assassinato.
Ma qui non vi è nessuno.
La porta è serrata.
Eh, sono malinconie.
Caro il mio oro...
TRAPP.
Lascia star, lascia star.
(contraffaccendo la voce forte)
OTT.
Chi parla? Come? Dove siete? Chi siete?
TRAPP.
Il diavolo.
(parte)
SCENA TERZA
OTTAVIO solo.
OTT.
Oimè! Oimè! Brutto demonio, che cerchi? che vuoi? Ah! se tu vieni per prendere, prendi me, e lascia stare il mio oro.
Presto, ch'io lo riponga; presto, ch'io lo chiuda; tremo tutto.
Avrei bisogno d'un poco d'acqua, ma prima voglio riporre il mio scrigno.
Oimè! non posso più...
Trappola...
Ah! no, non voglio che egli veda lo scrigno.
Lo riporrò sotto il letto...
Ma non ho forza.
M'ingegnerò.
Ah! demonio, lasciami stare il mio oro, lasciamelo godere anche un poco.
(lo spinge e lo fa andar sotto il letto) Eccolo riposto; ora vado a ber l'acqua, per lo spavento che ho avuto.
È ben coperto? Si vede? Sarebbe meglio ch'io stessi qui...
Ma se ho bisogno di bere...
Anderò e tornerò.
Farò presto.
Due sorsi d'acqua, e torno.
(apre ed incontra Lelio)
SCENA QUARTA
LELIO e detto.
OTT.
Aiuto, il diavolo.
LEL.
Che cosa avete, signor Ottavio?
OTT.
Oimè, non posso più.
LEL.
Che cosa è stato?
OTT.
Che cosa volete qui?
LEL.
Veniva per parlarvi.
OTT.
Andate via; qui non ricevo nessuno.
LEL.
Vi dico due parole, e me ne vado.
OTT.
Presto...
Non posso più.
LEL.
Ma che avete?
OTT.
Ho avuto paura.
LEL.
Di che?
OTT.
Non lo so.
LEL.
Andate a prender qualche ristoro.
OTT.
In casa non ho niente.
LEL.
Fatevi cavar sangue.
OTT.
Non ho danari da pagare il cerusico.
LEL.
Bevete dell'acqua.
OTT.
Sì, andiamo.
LEL.
Andate, ch'io vi aspetto qui.
OTT.
Signor no; venite ancor voi.
LEL.
Vi ho da parlare in segreto.
OTT.
Via, parlate.
LEL.
Andate a bever l'acqua.
OTT.
Sto meglio un poco; parlate.
LEL.
Manco male.
Io, come sapete, sono in parola di sposar vostra figlia.
OTT.
Oimè! Acqua: non posso più.
LEL.
Ma a concludere queste nozze ci vedo molte difficoltà.
Andate a bevere, poi parleremo.
OTT.
Mi passa, mi passa, parlate.
LEL.
Voi le dovreste dare la dote.
OTT.
Acqua, acqua, che mi sento morire.
LEL.
Una parola, ed ho finito.
Ho sentito dire dalla signora Rosaura, che denaro voi non ne avete.
OTT.
Pur troppo è la verità.
LEL.
Dunque andate a bevere, poi parleremo.
OTT.
Mi passa.
Terminiamo il discorso.
LEL.
Volete maritar la figlia senza la dote?
OTT.
Bene, io non la mariterò.
LEL.
E l'impegno che avete meco?
OTT.
Se poi la volete per impegno, prendetela, ma senza dote.
LEL.
Sposarla senza dote? (alterato)
OTT.
Se non volete, lasciate stare.
LEL.
Non mi sarei creduto una cosa simile.
(passeggia verso il letto)
OTT.
Dove andate? La porta è qui.
LEL.
Dovrò abbandonar la signora Rosaura? (come sopra)
OTT.
Ma io non posso più.
LEL.
Giuro al cielo! O sposarla senza dote, o lasciarla?
OTT.
Una delle due.
LEL.
O rovinar la mia casa, o privarmi d'una giovine che tanto amo?
OTT.
Avete finito di passeggiare?
LEL.
Oimè! Mi vien caldo.
OTT.
Dove andate?
LEL.
Lasciatemi sedere un poco.
(siede sul letto)
OTT.
(Oh povero me! Lo scrigno).
(da sé)
LEL.
Ma no.
(s'alza)
OTT.
(Manco male).
(da sé)
LEL.
Parlerò con Florindo.
OTT.
Signor sì.
LEL.
Qualche cosa risolverò.
(parte)
OTT.
È andato via? Addio, scrigno, addio, caro.
Vado e torno.
Ti lascio il cuore.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera di Rosaura con lumi.
ROSAURA sola.
ROS.
E sarà vero che Florindo si prenda spasso di me? Che egli mostri dell'inclinazione per l'amor mio, nel tempo stesso che con Beatrice stabilisce le nozze? Ma perché dirmi che parte, se devesi trattener per la sposa? Parmi ancora impossibile che ciò sia vero.
Parmi impossibile che Florindo ami una donna di quell'età, e la desideri per isposa.
Dubito che Lelio abbia una simil favoletta inventata, per qualche sospetto che abbia di Florindo e di me concepito, con animo di scoprire per questo mezzo il mio cuore.
Ma se Florindo stesso alla presenza di Lelio lo ha confermato? Eh! Lo può aver detto per secondar l'amico.
Ma se avesse egli dell'amore per me, non mi avrebbe dato un sì gran tormento.
Non so che dire; non so che pensare.
SCENA SESTA
COLOMBINA e detta, poi BEATRICE di dentro.
COL.
Signora padrona, una visita.
ROS.
E chi è?
COL.
La signora Beatrice, che vien per riverirla.
ROS.
Venga pure, che viene a tempo.
COL.
Dopo questa visita, vi ho da raccontare una cosa bella.
ROS.
E che cosa?
COL.
Ve lo dirò.
ROS.
Dimmela ora.
COL.
La signora Beatrice aspetta.
ROS.
Che aspetti.
Levami questa curiosità.
COL.
Trappola ha scoperto lo scrigno dell'oro di vostro padre.
ROS.
Dove?
COL.
In camera sua, sotto il letto.
BEAT.
V'è in casa la signora Rosaura? (di dentro)
COL.
Sentite? Vado.
ROS.
V'è dell'oro assai?
COL.
Assai.
ROS.
Come l'ha veduto?
COL.
Oh! siete più curiosa di me.
Parleremo, parleremo.
(parte)
SCENA SETTIMA
ROSAURA e BEATRICE.
BEAT.
Amica, compatitemi.
ROS.
A voi chiedo scusa, se vi ho fatto aspettare.
BEAT.
Vengo a parteciparvi una mia vicina consolazione.
ROS.
Sì? Avrò piacer di saperla.
BEAT.
Vi ha detto nulla mio nipote?
ROS.
Non so di che vogliate parlare.
BEAT.
V'ha egli detto, ch'io sono sposa?
ROS.
(Ah, pur troppo è la verità!) (da sé) Mi ha detto qualche cosa.
BEAT.
Bene, io vi dirò che il signor Florindo finalmente mi si è scoperto amante, e che quanto prima sarà mio sposo.
ROS.
Me ne rallegro.
(con ironia)
BEAT.
Credetemi, che io di ciò sono contentissima.
ROS.
Lo credo.
Ma vi vuol veramente bene il signor Florindo?
BEAT.
Se mi vuol bene? M'adora.
Poverino! Un mese ha penato per me.
Finalmente non ha potuto tacere.
ROS.
Certamente non poteva fare a meno di non innamorarsi di voi.
BEAT.
Avrei perduto lo spirito, se in un mese non mi desse l'animo d'innamorare un uomo.
SCENA OTTAVA
COLOMBINA e dette.
COL.
Signora, un'altra visita.
ROS.
Chi sarà?
COL.
Il signor Florindo.
BEAT.
Vedete se m'ama? Ha saputo ch'io sono qui, e non ha potuto trattenersi di venirmi a vedere.
ROS.
Di chi ha domandato? (a Colombina)
COL.
Di voi, signora.
BEAT.
Si sa, per convenienza deve domandare della padrona di casa.
ROS.
Lo sa che v'è la signora Beatrice? (a Colombina)
COL.
Io non gliel'ho detto.
BEAT.
Eh! lo sa senz'altro.
Mi tien dietro per tutto.
Sa tutti i fatti miei.
ROS.
Me ne rallegro.
COL.
Lo faccio passare, sì o no?
BEAT.
Sì, sì, passi.
ROS.
Sì, sì, comanda ella, passi.
COL.
(Chi mai l'avrebbe detto, che a questa vecchia avesse a toccare un giovine di quella sorte? A me non arrivano di queste buone fortune).
(parte)
SCENA NONA
ROSAURA e BEATRICE.
BEAT.
Il signor Florindo ha d'andare a Venezia per certi suoi interessi, e vorrà sollecitare le nozze; onde, cara Rosaura, credo sarò sposata prima di voi.
ROS.
Avrò piacere.
(con ironia)
BEAT.
Verrete alle mie nozze?
ROS.
Sì, ci verrò.
(come sopra)
SCENA DECIMA
FLORINDO e dette.
FLOR.
(Come? Qui la signora Beatrice?) (da sé)
BEAT.
Venite, venite, signor Florindo, non vi prendete soggezione.
La signora Rosaura è nostra amica, e presto sarà nostra parente.
ROS.
Che vuol dire, signor Florindo? La mia presenza vi turba? Impedisco io che facciate delle finezze alla vostra sposa? Per compiacervi, me n'anderò.
FLOR.
No, senta...
ROS.
Che ho da sentire? Le dolci parole che le direte? Se l'impazienza di rivederla vi ha qui condotto, non ho io da esser testimonio de' vostri amorosi colloqui...
FLOR.
Non creda che sia venuto...
ROS.
So perché siete venuto.
Eccola la vostra sposa.
Eccola la vostra cara; servitevi pure, che io, per non recarvi soggezione e disturbo, già mi ritiro.
FLOR.
Si fermi...
ROS.
Mi maraviglio di voi.
Conoscete meglio il vostro dovere, e vergognatevi di voi medesimo.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
FLORINDO e BEATRICE.
FLOR.
(Sono cose da morire sul colpo).
(da sé)
BEAT.
Avete sentito? È invidiosissima.
Ha una rabbia maladetta ch'io sia la sposa; vorrebbe che non vi fossero altre spose che ella.
FLOR.
(Come ho io da fare a liberarmi da questa donna che mi perseguita?) (da sé)
BEAT.
Orsù, giacché siamo soli, permettetemi ch'io vi spieghi l'estrema mia consolazione, per la felice nuova recatami da mio nipote.
FLOR.
Che cosa le ha detto il su
...
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