IL VERO AMICO, di Carlo Goldoni - pagina 9
...
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FLOR.
(A forza di dote ha empiuto la carta).
(da sé)
OTT.
Item, promette sposarla senz'abiti, senza biancheria, senza nulla, senza nulla, prendendola ed accettandola come è nata.
Promettendo inoltre fare una contraddote...
Ehi, quanto volete darle di contraddote?
FLOR.
Questa contraddote io non l'intendo.
OTT.
Oh! senza contraddote non facciamo nulla.
FLOR.
Via, che cosa pretendereste ch'io le dessi?
OTT.
Datele seimila scudi.
FLOR.
Signor Ottavio, è troppo.
OTT.
Per quel che sento, anche voi siete avaro.
FLOR.
Signor sì, son avaro.
OTT.
Mia figlia non la voglio maritare con un avaro.
FLOR.
Certo fate bene, perché è figliuola d'un uomo generoso.
OTT.
Se ne avessi, vedreste s'io sarei generoso.
Sono un miserabile.
Ma via, concludiamo.
Quanto le volete dare di contraddote?
FLOR.
(Già deve esser mia, non importa).
(da sé) Via, gli darò seimila scudi.
OTT.
Promettendo darle di contraddote seimila scudi, e questi pagarli subito nella stipulazione del contratto al signor Ottavio di lei padre...
FLOR.
Perché li ho io da dare a voi?
OTT.
Il padre è il legittimo amministratore dei beni della figliuola.
FLOR.
E il marito è amministratore dei beni della moglie e la contraddote non si dà, se non in caso di separazione o di morte.
OTT.
Ma io ho da vivere sulla contraddote della figliuola.
FLOR.
Per qual ragione?
OTT.
Perché son miserabile.
FLOR.
I seimila scudi nelle vostre mani non vengono certamente.
OTT.
Fate una cosa, mantenetemi voi.
FLOR.
Se volete venire a Venezia con me, siete padrone.
OTT.
Sì, verrò...
(Ma lo scrigno?...
Non lo potrò portare con me...
E i danari che ho dati a interesse?...
No, non ci vado).
(da sé) Fate una cosa, datemi cento doppie, e tenetevi la contraddote.
FLOR.
Benissimo; tutto quel che volete.
(Amore mi obbliga a sagrificare ogni cosa).
(da sé)
OTT.
Son miserabile.
Non so come vivere.
Mandatele le camicie.
FLOR.
Signor sì, le manderò.
OTT.
Mandate la tela, che le farò cucire da Colombina.
(Ne farò quattro anche per me).
(da sé)
FLOR.
Benissimo; e se mi date licenza, manderò qualche cosa, e si pranzerà in compagnia.
OTT.
No, no; quel che volete spendere, datelo a me, che provvederò io.
Se vado io a comprare, vedrete che bell'uova, che preziosi erbaggi! che buon castrato! Vi farò scialare.
SCENA SEDICESIMA
ROSAURA, LELIO e detti.
LEL.
Signor Florindo, ecco la vostra sposa.
Voi siete degno di lei; ella è degna di voi.
Confesso che con qualche pena ve la rinuncio, ma son costretto a farlo.
Sposatela dunque, ed io per non soffrire maggior tormento, me n'anderò.
FLOR.
Fermatevi: dove andate?
LEL.
Vado a disingannare mia zia, che tuttavia andrà lusingandosi di esser vostra.
FLOR.
Poverina, mi fa pietà.
LEL.
Sì, ella ed io siamo due persone infelici, che esigono compassione e pietà.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO, ROSAURA e OTTAVIO.
FLOR.
Oh cieli! Come è possibile ch'io possa soffrire il tormento d'un caro amico!
ROS.
Signor Florindo, parmi tuttavia che siate innamorato più dell'amico che di me.
FLOR.
Cara signora Rosaura, anche l'amico mi sta sul cuore.
OTT.
Animo, spicciamoci, sottoscriviamo.
Il tempo passa, e la candela si consuma.
ROS.
Via, avete ancora delle difficoltà? Ah! dubito che mi amiate poco.
(a Florindo)
FLOR.
Eccomi.
Sottoscriviamo immediatamente.
SCENA DICIOTTESIMA
COLOMBINA con candela accesa, la pone sul tavolino, e detti.
COL.
Signor padrone? (ansante)
OTT.
Che c'è?
COL.
Una disgrazia.
OTT.
Oimè! Che cosa è stato?
COL.
Il vostro scrigno...
OTT.
Io non ho scrigno.
COL.
Non avete scrigno?
OTT.
No, no; ti dico di no.
COL.
Quando non avete scrigno, non dico altro.
OTT.
(Povero me!) (da sé) Presto, dimmi, che cos'è stato?
COL.
Trappola ha scoperto una finestrina in sala, sotto le tappezzerie, che corrisponde nella vostra camera.
OTT.
Nella mia camera? Dove dormo?
COL.
Signor sì, e con una scala è andato su, e con una corda si è calato giù.
OTT.
Nella mia camera? Dove dormo?
COL.
Sì, dove dormite.
Ha aperto la porta per di dentro...
OTT.
Della mia camera?
COL.
Della vostra camera, ed ha strascinato fuori uno scrigno.
OTT.
Oimè! il mio scrigno, il mio scrigno.
COL.
Ma se voi non avete scrigno!
OTT.
Povero me! Son morto.
Dove è andato? Dove l'ha portato?
COL.
L'ha aperto con dei ferri.
OTT.
Povero scrigno! Povero scrigno! E poi? E poi?
COL.
È arrivato il signor Lelio, e l'ha fermato.
OTT.
Presto...
Subito...
Aiuto...
Venite con me.
(a Florindo) Ma no, non voglio nessuno.
Lelio mi ruberà...
Maledetto Trappola...
Povero il mio scrigno...
Povero il mio scrigno...
Presto, aiuto...
(nel partire spegne una candela)
SCENA DICIANNOVESIMA
ROSAURA, FLORINDO e COLOMBINA.
ROS.
Andiamogli dietro, vediamo che cosa succede.
FLOR.
Vada, l'aspetto qui.
ROS.
Venite anche voi.
FLOR.
Mi dispensi, la prego.
ROS.
Bell'amore che avete per me! Di due amanti che mi volevano, non so ancora di chi potermi lodare.
(parte)
SCENA VENTESIMA
FLORINDO e COLOMBINA.
COL.
Voglio vedere anch'io...
FLOR.
Colombina, com'è quest'affare? Si è scoperto lo scrigno?
COL.
Oh! è un pezzo ch'io sapeva che v'era.
Anzi ce ne sono due, uno d'oro e uno d'argento.
FLOR.
E la signora Rosaura lo sapeva?
COL.
Certo che lo sapeva.
FLOR.
E fingeva d'esser miserabile?
COL.
Io so perché diceva così.
FLOR.
Perché, Colombina? Perché?
COL.
Per non essere sposata dal signor Lelio.
FLOR.
Può essere che sia così?
COL.
È così senz'altro.
Oh, se vedeste quant'oro!
FLOR.
L'avete visto?
COL.
L'ho veduto certo.
FLOR.
Ma Trappola perché ha fatto questa cosa?
COL.
Credo volesse rubare, ma è stato scoperto dal signor Lelio.
FLOR.
Andate, andate, e guardate se la vostra padrona ha bisogno di niente.
COL.
Vado, vado, voglio rivedere quell'oro.
In verità, quando vedo monete d'oro, fo subito tanto di cuore.
(parte)
SCENA VENTUNESIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Questo scrigno scoperto, quest'oro, questa ricchezza della signora Rosaura, è un grande accidente che fa variar d'aspetto tutte le cose, e mi mette in necessità di riflettere e di pensare.
La ragione per la quale Lelio mi cedeva Rosaura, era fondata sull'immagine della sua povertà.
Adesso Rosaura è ricca, l'avaro non può negarle la dote; onde, se io la sposo, non solo privo l'amico della fanciulla, ma gli tolgo una gran fortuna.
Il mio amore adesso è colpevole più che mai, diventa interessato, ed io sono in grado di commettere un latrocinio, e di commetterlo al più caro amico ch'io abbia.
Che cosa dunque ho da fare? Come! Vi si pensa in questa sorta di cose? Orsù, Lelio sposi Rosaura, goda la dote, consoli il suo cuore, rimedii ai disordini della sua casa.
Ma come s'ha da rimediare al mal fatto? Lelio ha rinunziato al padre di Rosaura le sue pretensioni...
Non importa, la scrittura non è stracciata, e la può sostenere.
Ma ho promesso al signor Ottavio di sposare la figlia senza la dote, e ciò è messo in carta...
Non importa, la carta non è sottoscritta, non obbliga.
La maggior difficoltà consiste in persuadere la signora Rosaura.
Ella mi ama, ed essendo ormai l'affare quasi concluso, sarà difficile il quietarla.
Due cose vi vogliono per piegare questa fanciulla a sposar il signor Lelio: la prima, farle conoscere il suo dovere, la seconda farle perdere affatto la speranza di potermi aver per marito.
Per la prima, vogliono esser parole, per la seconda, vogliono esser fatti.
Animo, coraggio, bisogna fare un'eroica azione.
Far che l'amore ceda il luogo alla buona amicizia.
Far tutto per salvare quell'onore che è la vita dell'uomo onesto, e il miglior capitale delle persone ben nate.
SCENA VENTIDUESIMA
BEATRICE e detto.
BEAT.
Signor Florindo, che fate qui? La casa è in confusione.
Non si sentono che strilli, pianti, disperazione.
Venite meco, e partiamo.
FLOR.
(Ah sì, questa è l'occasione di fare un bene, per rimediare a due mali).
(da sé)
SCENA VENTITREESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Amico, mi rallegro con voi.
FLOR.
Con me? Di che mai?
LEL.
Ho veduto lo scrigno del signor Ottavio; egli ha dell'oro in gran quantità.
La signora Rosaura sarà ricca, e voi goderete una sì bella fortuna.
BEAT.
Che cosa c'entra il signor Florindo colla signora Rosaura? (a Lelio)
FLOR.
Signor Lelio, sono degli anni che ci conosciamo.
Ma compatitemi, mi conoscete ancor poco, e fate poca stima di me.
Come? Mi credete capace d'un atto di viltà, d'un'azione indegna? No, non sarà mai vero.
Florindo è un uomo d'onore.
La signora Rosaura è ricca, la signora Rosaura è vostra; vostra è la fanciulla, e vostre saranno le sue ricchezze; e acciò non crediate che finga, acciò non crediate ch'io mi possa pentire, osservate che sicurezza vi do del mio amore, della mia fedeltà.
Alla vostra presenza do la mano di sposo alla signora Beatrice.
LEL.
No, fermatevi.
(li trattiene)
BEAT.
Per che cosa lo volete impedire? (a Lelio)
LEL.
Conosco il sagrifizio del vostro cuore; non soffrirò mai che diate la mano a mia zia, per un capriccio, per un puntiglio.
(a Florindo)
BEAT.
Mi maraviglio di voi.
Egli mi sposa, perché mi ama.
(a Lelio)
FLOR.
Sì, ho conosciuto il merito della signora Beatrice...
LEL.
Ella può aver del merito, ma son sicuro che non l'amate.
(a Florindo)
BEAT.
Siete un bel temerario, signor nipote.
LEL.
Scusatemi, signora zia, e disingannatevi; egli ama la signora Rosaura, e quella lettera che vi ha lusingata, non era a voi, ma alla signora Rosaura diretta.
BEAT.
Sentite che cosa si va sognando.
(a Florindo)
LEL.
Se siete un uomo d'onore, svelatele la verità.
(a Florindo)
FLOR.
Ah! così è, signora mia: sono costretto confessarlo con mio rossore.
BEAT.
Come! Vi siete dunque burlato di me?
FLOR.
Vi domando perdono.
BEAT.
Perfido! Indegno dell'amor mio! Mi avete detto che eravate cattivo, ma conosco che siete pessimo.
Andate, collerico, giuocatore, discolo, malcreato, impostore.
Non siete degno di me, ed io non so che fare di voi.
(parte)
SCENA VENTIQUATTRESIMA
FLORINDO e LELIO.
FLOR.
Ah, perché mi avete impedito?...
LEL.
Amico, voi mi sorprendete, voi m'incantate; conosco l'animo vostro generoso, magnanimo.
Ottavio non può più nascondere la sua ricchezza, non può negare alla figlia una bella dote; ella diviene una ricca sposa, e voi, sagrificando all'amicizia l'amore...
FLOR.
Rendovi quella giustizia che meritate.
Fo il mio dovere soltanto...
LEL.
Ma come poss'io sperare che Rosaura accesa di voi...
FLOR.
Lasciate l'impegno a me.
Secondatemi, e non dubitate.
Permettetemi una leggiera finzione, e ne vedrete l'effetto.
LEL.
Sono nelle vostre mani, da voi può dipendere la mia felicità.
FLOR.
Non dubitate di questo.
Ditemi, come andò l'affar dello scrigno?
LEL.
Sono arrivato in tempo.
Trappola è fuggito, ed io ho veduto un gran numero di monete d'oro.
È arrivato l'avaro, ed a forza ha strascinato lo scrigno nella sua camera.
Fra la rabbia e il dolore è caduto due volte.
Temeva di essere seguitato, abbracciava lo scrigno, volea coprirlo, volea nasconderlo...
Ma ecco la signora Rosaura.
SCENA ULTIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Ah! signor Florindo, il mio genitore è nell'ultima disperazione.
Temo di lui, temo ch'egli termini i giorni suoi.
FLOR.
Spiacemi infinitamente, signora, lo stato deplorabile del signor Ottavio, proveniente dal difetto dell'avarizia.
Speriamo ch'ei si ravveda, e che guarisca la malattia dello spirito che principalmente l'opprime.
Ella intanto prenda motivo di consolazione dal vedersi in grado di goder di uno stato comodo, di aver la dote che le conviene, e di consolare colla sua mano il suo sposo, il suo fedelissimo Lelio.
ROS.
Il signor Lelio mio sposo? Fedele il signor Lelio, che mi ha ceduto?
FLOR.
Ah! signora Rosaura, si può ben perdonare ad un amante un geloso strattagemma per provar il cuore della sua bella.
ROS.
E bene, se il signor Lelio ha operato meco per strattagemma, avrà scoperte le inclinazioni del mio cuore.
Egli a voi mi ha ceduta, ed io son vostra.
LEL.
(Misero me! ha ragione.
Non saprei che rispondere).
(da sé)
FLOR.
Signora, voi non potete esser mia, se io non posso esser vostro.
ROS.
E perché non potete voi esser mio?
FLOR.
Perché ho di già sposata la signora Beatrice.
ROS.
Sposata! (con ammirazione)
FLOR.
Così è.
LEL.
(Capisco il fine dell'invenzion dell'amico).
(da sé)
ROS.
(Oh cieli!) E quando le avete dato la mano?
FLOR.
Pochi momenti sono, allora quando ho saputo il cambiamento della vostra fortuna.
Io era pronto a sposarvi, quando Lelio non potea farlo.
L'amore che ha per voi quest'uomo degno dell'amor vostro, mi aveva indotto a sagrificarmi.
ROS.
Come! a sagrificarvi?
FLOR.
(Resisti, o mio cuore.
Soffri questa pena mortale).
(da sé) Sì, è vero, voi meritate di essere amata...
La stima ch'io faceva del vostro merito...
Ma che serve il più dilungarsi? Ho sposata la signora Beatrice.
Voi di me non potete più lusingarvi...
ROS.
Basta così, signore.
Non rimproverate più oltre la mia debolezza.
Lo dico in faccia del signor Lelio, ho avuto della stima di voi, ma voi non l'avete mai meritata.
LEL.
(Ah! sì, l'amor proprio ha trionfato della passione).
(da sé)
FLOR.
(Oh dolorosissima sofferenza! Facciasi l'estremo sforzo della più perfetta amicizia!) (da sé) Signora, voi mi mortificate a ragione.
Ma parmi ancora, malgrado ai vostri disprezzi, che abbiate della tenerezza per me.
ROS.
Io della tenerezza per voi? La vostra vanità vi seduce; per maggiormente disingannarvi, eccomi pronta a dar la mano di sposa.
LEL.
Ah! sì, la mia adorata Rosaura.
ROS.
Non ho ancora detto di darla a voi.
(a Lelio)
LEL.
E a chi dunque, mia cara?
FLOR.
Deh! credetemi.
Confrontate la verità; non vi lusingate di me.
(a Rosaura)
ROS.
No, ingrato, non mi lusingo di voi.
(a Florindo) Signor Lelio, eccovi la mia mano.
Sappiatevi meritar il mio cuore.
LEL.
Sì, cara sposa, procurerò d'esser degno del vostro amore.
FLOR.
Sia ringraziato il cielo.
Ecco terminato un affare che mi ha costato finor tanti spasimi, e che non lascierà per qualche tempo di tormentarmi.
Il cielo vi feliciti tutti e due.
Partirò immediatamente per la mia patria.
ROS.
Partirete contento colla vostra amabile sposa.
FLOR.
Ah! signora Rosaura, disingannatevi...
LEL.
L'amico non ha sposata mia zia...
FLOR.
Perdonate l'inganno alla più tenera, alla più costante amicizia.
ROS.
Oh cieli! Non credeva si desse al mondo una sì rara, una sì perfetta virtù.
Vi ammiro, signor Florindo, vi ammiro e non vi condanno.
Spero il mio matrimonio felice, come opera di un cuor virtuoso; voi m'insegnate a superar le passioni; e prometto di trionfarne col vostro esempio.
Il signor Lelio non avrà a dolersi di me.
LEL.
Voi sarete la mia vera felicità.
FLOR.
Ed io trovo ricompensate tutte le pene sofferte dal contento della vostra perfetta unione.
Fine della Commedia.
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