IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 14
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- Pazzo, sí, pazzo! Come tu vuoi! Sono stato pazzo; sarò pazzo, e ti chiedo perdono, ma...
- Per quella lí? Per quella lí? - inveí Nora, accesa d'ira e di sdegno.
- Tu vuoi sacrificare me, la mia creatura, per quella lí?
- No, no! - la interruppe egli.
- Hai ragione! Ma io, come faccio io? Tu capisci che non posso vedermela morire cosí? che non posso stare piú qua neanche io? Impazzisco, impazzisco! Muojo anch'io con lei! Per carità, lasciami partire...
Quando sarò lontano, forse ritornerò; certo ritornerò, perché sarai tu allora la piú forte...
Ma ora lasciami partire con la mia Titti, che non muoja qui, che non muoja qui...
Morrà in viaggio; ne sono sicuro! Ma potrò almeno consolarmi, pensando che ho voluto darle ajuto e che, per lei, sono arrivato fino a lasciar te, qua, in questo stato! Lasciami partire, per carità, Nora: dimmi di sí! dimmi di sí!
Nora comprese che, per il suo cuore ormai, sarebbe stato inutile dirgli di no, anche se egli fosse rimasto.
- Parti, - gli disse.
E Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartí per il Congo, con la piccina inferma e col cugino Lelli.
Non tornò piú
FELICITÀ
La vecchia mamma duchessa uscí quasi imbalordita dalla stanza ove il marito s'era segregato, dal giorno che la nuora coi due nipotini aveva abbandonato il palazzo e la città per ritornare dai suoi parenti di Nicosía.
Quasi si sentisse lacerare dentro, contrasse il volto e si restrinse tutta in sé al cigolío lamentoso dell'uscio, che avrebbe voluto richiudere pian piano.
Che era stato quel cigolío? Niente.
Forse il duca non lo aveva nemmeno avvertito.
Eppure la vecchia duchessa ne rimase un pezzo vibrante e ansante e in preda a una sorda stizza, quasi quell'uscio, pur trattato con tanta delicatezza, avesse voluto farle un crudelissimo dispetto.
Come gli animi, tutti gli oggetti di quella casa, animati da tanti ricordi familiari, pareva fossero da qualche tempo in una tensione di spasimo violenta: a toccarli appena appena, davano un lamento.
Stette un po' in orecchi: poi, con la cèrea faccia disfatta, il collo piegato come sotto un giogo, si mosse sui soffici tappeti, attraversò molte stanze in penombra, dove tra i cortinaggi antichi e gli alti mobili scuri e quasi funebri stagnava un alido strano, come un'afa del passato, e si presentò sulla soglia della camera remota, nella quale Elisabetta, la figliuola, stava ad attenderla in smaniosa ambascia.
Nel vedere quell'aria della madre, Elisabetta si sentí venir meno.
L'impeto, con cui nell'attesa avrebbe voluto correrle incontro, le mancò a un tratto, e subito tutte le membra le si rilassarono cosí, che non poté neanche sollevare le gracili mani per nascondersi il volto.
Ma la vecchia mamma le si accostò e, posandole lievemente una mano sulla spalla:
- Figlia mia, le annunziò, - ha detto di sí.
La figliuola ebbe un sussulto e, con la faccia sconvolta, guardò la madre.
Era cosí violento il contrasto fra l'esultanza che quell'annunzio le suscitava e la soffocazione che le incuteva quell'aria di stordimento e di pena della madre, che la poverina, storcendosi le mani, stridette convulsa tra il riso e il pianto:
- Sí? sí? ma come? sí?
- Sí, - ripeté la mamma, piú col cenno che con la voce.
- Ha gridato? s'è infuriato?
- No, niente.
- E allora?
Ma subito comprese che, appunto perché il padre aveva detto di sí senza gridare né infuriarsi, la madre era cosí oppressa di doloroso stupore.
Aveva fatto chiedere al padre, che volesse condiscendere alle nozze di lei col precettore de' due figliuoli della nuora andata via da poco.
Ma la condiscendenza del padre, cosí, senza gridi né furie, aveva per lei un significato ben diverso da quello che aveva per la madre.
Ben diverso; non meno penoso.
Forse perché donna e secondogenita, forse perché non bella, cosí timida in apparenza, umile di cuore e di maniere, schiva e taciturna, non era stata mai calcolata da lui come una figliuola, ma piuttosto come un ingombro lí per casa, un ingombro di cui provava fastidio solo quando si sentiva guardato; non metteva conto, dunque, che si adirasse o si amareggiasse il sangue, se ella voleva sposare un servitore, un precettoruccio, un maestrino di scuole elementari; forse per lui non era degna d'altre nozze.
La madre, invece, che con tanto terrore, spinta dall'amore per la figlia, s'era presentata con quella proposta al marito, di cui conosceva bene l'orgoglio, tanto piú fanatico e fiero, quanto piú angustiose si erano a mano a mano ridotte le condizioni finanziarie del casato, e le ire furibonde che lo assalivano per ogni atto del volgo, che gli paresse un nuovo attentato a' suoi privilegi nobiliari; pensava che se egli derogava cosí a se stesso, ai suoi piú forti sentimenti, doveva senza dubbio essere già cominciato l'estremo sfacelo del suo spirito, dopo l'ultimo colpo che gli aveva dato il figlio, unico erede del nome, invescato da una donnaccola di teatro e fuggito via con essa, ormai da un anno.
Don Gaspare Grisanti, duca di Rosàbia, marchese di Collemagno, barone di Fontana e di Gibella, devoto per la vita al passato governo delle Due Sicilie, "Chiave d'oro" della Corte di Napoli e onorato ancora della corrispondenza epistolare con gli ultimi superstiti della dinastia decaduta; colui che troneggiava ogni giorno per via Maqueda, all'ora del passeggio, dall'alto della sua carrozza antica, con due valletti dietro, immobili come statue, in parrucca, e un altro valletto accanto al gigantesco cocchiere, senza mai salutare nessuno, rigido, cupo, sprezzante, diretto al solitario parco della Favorita; consentiva che la figliuola sposasse un signor Fabrizio Pingiterra, maestro elementare e di ginnastica, già precettore de' suoi nipotini.
Ma ormai! Aveva sperato di ristorare le sorti del casato col matrimonio del duchino con una ricchissima ereditiera, figlia unica d'un barone di campagna.
Quel tristo s'era infognato in un amorazzo per cui, tra tante vergogne, era dovuto scappar via; la nuora, sorda a tutte le preghiere, aveva ottenuto dal tribunale la separazione di beni e persona dal marito e se n'era ritornata al suo paese.
Tutto era finito.
Solo, a costo di qualunque sacrifizio voleva ancora mantenere quella carrozza pomposa coi tre valletti in parrucca, per la sua quotidiana comparsa in pubblico, e giú, a piè del palazzo, il guardaportone con la mazza, quantunque da un mese, cioè dal giorno che la nuora era andata via, il cancello dello scalone fosse chiuso per non lasciar passare piú nessuno.
- Non sei morta tu? - aveva domandato alla moglie.
- E anche io, - aveva soggiunto.
- I figli, nel fango; e noi seguitiamo, da morti, la nostra mascherata.
Elisabetta si riscosse con un sospiro e domandò alla mamma:
- Che t'ha detto?
La madre voleva attenuare in qualche modo la durezza dei patti e delle condizioni posti dal padre, con calmo e freddo sprezzo che non ammetteva replica; ma la figlia la pregò di dir tutto, crudamente.
- Mah, sai che da un pezzo non vuole piú vedere nessuno.
- Dunque non vuol vederlo.
Poi?
- Poi, lo scalone, tu sai, è chiuso, dacché tua cognata...
- Vuole allora ch'egli séguiti a salire per la scaletta della servitú.
Poi?
La madre esitava piú che mai.
Non sapeva come dire alla figlia, che dopo il matrimonio non doveva piú metter piede, neanche sola, nel palazzo.
- Per...
per vederci, - balbettò, - quando...
sí, poi quando sarai sposata, verrò io, verrò io ogni giorno a casa tua.
Elisabetta prese una mano della madre e gliela baciò e gliela bagnò di lagrime, gemendovi sopra:
- Povera mamma...
povera mamma...
- Sai? - riprese questa,......
mi ha fatto quasi ridere...
Sai quanto tenga alla sua carrozza...
bene, quella no, dice, quella no!
E come se questa fosse veramente una cosa da ridere, la vecchia mamma duchessa si mise a ridere, a ridere e a fingere che quelle scosse di riso le impedissero di seguitare a dire alla figlia quest'altra condizione che, via, non era altro che ridicola.
- Vuole che prenda a nolo, dice, una carrozzella per venire da te.
Permette però che usciamo insieme, a passeggio, con questa...
con quella no! con quella no! eh, quella...
quella...
- Quanto mi vuol dare? - domandò Elisabetta.
La mamma finse ancora di non capire, o piuttosto, di non aver bene inteso, per prendere tempo e preparare quest'altra risposta, ch'era la piú angustiosa.
- Di che? - disse.
- Di dote, mamma.
Era qui il punto.
Non si faceva la minima illusione, Elisabetta.
Sapeva che colui non la avrebbe sposata per altro.
Aveva anche sette anni piú di lui, e riconosceva che, già appassita, peggio! disseccata senz'essere stata mai in fiore, nel silenzio e nell'ombra di quella casa oppressa da tante cose morte, non aveva nulla, proprio nulla in sé, da suscitare e accendere il desiderio d'un uomo.
Senza il danaro, neppure l'ambizione di diventare - fosse pur soltanto di nome - genero del duca di Rosàbia, sarebbe valsa a fargliela accettare.
Già glielo aveva lasciato intendere chiaramente, forse prevedendo che il duca non si sarebbe mai abbassato a considerarlo e a trattarlo da genero; oh, aveva avuto finanche l'ardire di confessarle che egli Fabrizio Pingiterra, essendo come il duchino di cui godeva l'amicizia, di sentimenti democratici e liberali, quasi quasi faceva un sacrificio a imparentarsi con un patrizio d'idee cosí notoriamente retrive; ma che per lei lo faceva volentieri, per lei cosí mite e buona; unicamente per lei.
- Cioè, unicamente per il danaro, - aveva ella tradotto fra sé, senza schifo né ribrezzo.
No no: né schifo né ribrezzo: tenere alte, ben alte - questo sí - gelosamente custodite e nascoste, in vetta allo spirito, la nobiltà e la purezza dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri, perché non s'insozzassero minimamente nel contatto indegno; ma poi, abbassarsi fino a lui, lasciar sospettare di sé le cose piú vili, umiliarsi, concedersi, abbandonarsi - questo no, questo non doveva farle né schifo né ribrezzo, perché era necessario, inevitabile, per arrivare allo scopo; voleva vivere, vivere: cioè, esser madre, voleva: un figlio voleva, suo, tutto suo; e non avrebbe potuto averlo altrimenti.
Questa frenesia le era nata e divampata, dando con tutto il cuore, con tutta l'anima, tutte le cure d'una madre e fino il sonno delle sue notti a quei due nipotini andati via da un mese, ai due figliuoli della cognata che, aprendo gli occhi, avevano acceso l'alba non solamente nelle tenebre di quel palazzo, ma anche nell'anima di lei che n'era piena; un'alba d'una dolcezza e d'una freschezza inesprimibili, che l'avevano tutta rinnovellata.
Ah che fuoco e che tortura a non poterli far suoi, suoi del suo sangue e della sua carne, quei piccini, a furia di stringerli a sé e di baciarli e di renderli padroni assoluti di lei, là, coi loro rosei piedini su la sua faccia, cosí, sul suo seno, cosí.
Perché non avrebbe potuto averlo, lei, un figlio suo, veramente suo? Sarebbe impazzita dalla felicità! Avrebbe sofferto qualunque umiliazione, qualunque vergogna, anche il martirio, per la gioja d'un figlio suo!
Poteva non accorgersi di questo il giovine precettore chiamato a dare i primi tormenti dell'alfabeto a quei due bambini, là su le ginocchia stesse della zietta, che essi non volevano lasciare neanche per un momento?
Ora, tutto stava che egli accettasse quei patti e quelle condizioni.
Niente dote, pur troppo: un semplice assegno di venti lire al giorno, e le spese per l'arredo d'una modesta casetta.
Comprendeva Elisabetta che, quanto piú duri quei patti, tanto piú cara avrebbe pagata la sua felicità, se egli li accettava.
Attese, spasimando d'ansia, che la madre quella sera stessa glieli comunicasse.
Ecco, egli era di là.
Povera mamma santa, chi sa quanto doveva soffrire in quel momento! E lei? lei? Si torceva le mani, si nascondeva gli occhi, si premeva le tempie, serrava i denti, e con tutta l'anima protesa verso di lui gli gridava: - "Accetta! accetta! tu non sai qual bene puoi avere da me, se accetti!" poi tendeva l'orecchio.
Ecco: se egli non accettava, la mamma sarebbe apparsa da quell'uscio come un'ombra, povera mamma, con le braccia cadute.
Se accettava, invece, ah se accettava, la avrebbero chiamata di là...
Oh Dio quando? quando? ancora?
Apparve come un'ombra la vecchia mamma da quell'uscio, e di nuovo Elisabetta, guardandola, si sentí morire.
Ma, come già la mattina, quella le si accostò e, posandole una mano sulla spalla, le disse ch'egli aveva accettato; solo si era lasciato prendere dalle furie per il patto di salire dalla scaletta della servitú! Ma, santo Dio, se lo scalone era chiuso per tutti! se era sempre salito di là! Basta; s'era molto sdegnato e, per non addolorarla troppo con la vista del suo...
come aveva detto? già, rimescolamento, era andato via per non rimettere piede mai piú, mai piú nel palazzo; si sarebbero però veduti fuori, ogni giorno, per la scelta della casa e la compera degli arredi; voleva che tutto si facesse nel piú breve tempo possibile.
Ma figurarsi! subito, di volo! Parve che la gioja mettesse le ali a Elisabetta; e, bella no, bella non poteva renderla; ma di quanta luce le accese gli occhi, di che dolce e mesto fascino le animò i sorrisi, di quanta timida grazia i modi, per ammansare lo sdegno di quell'uomo, per compensarlo delle offese alla sua dignità, per dimostrargli, se non proprio amore, remissione intera e riconoscenza!
La casetta fu presto trovata, fuorimano, quasi in campagna, in via Cuba, tutta fragrante di zàgare e di gelsomini; il corredo, ricco di trine di nastri di ricami, era già pronto da un pezzo; i mobili, semplici, quasi rustici, appena comperati furono messi a posto, e il matrimonio, senz'inviti e senza l'intervento del duca, quasi clandestino, poté esser concluso nel tempo piú strettamente necessario per le pratiche e le formalità civili e religiose.
Con tutta quella furia, nessuna sposa piú d'Elisabetta andò a legarsi conscia della gravità e della santità dell'atto.
E per circa quattro mesi, con la gioja che le raggiava come un fascino da tutto il corpo trasfigurato, riuscí a legare a sé amorosamente il marito, cioè fino a quando ebbe bisogno di lui.
Poi si accecò nell'ebbrezza del primo segno rivelatore della sua maternità, e non vide allora piú nulla; non le importò piú di nulla: se egli usciva e tardava a rincasare; se non rincasava affatto; se le mancava di rispetto e la maltrattava; se le portava via e le spendeva chi sa come, chi sa dove e con chi, quelle poche lire dell'assegno, che la mamma ogni giorno veniva a lasciarle.
Non voleva risentirsi di nulla, a nulla badare per non turbare affatto l'opera santa della natura, che si compiva in lei e che doveva compiersi in letizia, bevendo ella con l'anima l'azzurra purità del cielo, l'incanto di quella chiostra di monti che respiravano nell'aria accesa e palpitante come se non fossero di dura pietra, e il sole, il sole ch'entrava nelle sue stanzette come non era entrato mai, là, nei tetri saloni del palazzo paterno.
- Ma sí, mamma, non vedi? sono felice! felice!
La carrozzella d'affitto andava quasi a passo per non scuotere troppo la gestante, e tutti si voltavano e si fermavano per via a mirare con espressione di pietà la vecchia duchessa di Rosàbia in quella vetturetta, con quella figliuola accanto cosí miseramente vestita, cosí decaduta, scacciata dal padre, maritata di nascosto, chi sa quando, chi sa con chi, piú squallida che mai, deformata dalla gravidanza, e pur cosí ridente; oh sí, poverina, eccola là, tutta ridente sotto gli occhi della madre pieni di compassione.
E la duchessa di Rosàbia, ingannata da quella letizia, non avrebbe mai sospettato che quel vile arrivava fino al punto di lasciarle digiuna la figliuola, se un giorno, avendo fatto cenno al vetturino di arrestarsi davanti la bottega d'un dolciere per comperarle alcune paste, Elisabetta con tono scherzoso non avesse trovato modo di dirle che, invece di quelle paste, se la mamma aveva da spendere, avrebbe preferito qualche cosa di piú sostanzioso, e che le avrebbe insegnato lei dove poteva darle da mangiare: lí presso alla sua casetta, in un orto, nella capanna d'una vecchia contadina che aveva tanti colombi e tante galline e le vendeva le uova ogni giorno.
Fame, fame, aveva proprio fame, lei.
- Ma tu non mangi a tavola? - le domandò la mamma, vedendo, di lí a qualche ora, la figliuola seduta a una tavola rustica davanti alla capannetta, nell'orto di quella contadina, divorare, anche con gli occhi, un galletto arrostito.
Ed Elisabetta, ridendo e senza smettere di mangiare:
- Ma sí! tanto mangio...
tanto! ma non mi sazio mai, vedi? mangio per due!
Intanto, di nascosto, la vecchia contadina faceva alla duchessa certi cenni con gli occhi e col capo, che questa non capiva.
Capí qualche tempo dopo, quando, entrando nella casetta della figlia, la trovò invasa da tante guardie di questura che vi facevano una perquisizione giudiziaria.
Fabrizio Pingiterra, accusato di falso e come affiliato a una banda di truffatori, era scappato, non si sapeva se in Grecia o in America.
Come la vide, Elisabetta le corse incontro quasi a ripararla, a escluderla dalla vista di quello spettacolo, e prese a dirle affollatamente:
- Niente, mamma, niente! non ti spaventare! Vedi, sono tranquilla! Ringraziamo Dio, anzi, mamma, ringraziamo Dio! - E le soggiunse piano, in un orecchio, vibrando tutta: - Cosí non lo vedrà! non lo conoscerà, capisci? e sarà piú mio, tutto mio, tutto mio!
Ma l'agitazione affrettò il parto, e non senza rischio, cosí per lei come per il nascituro.
Quando però ella si vide salva col bimbo, quando vide quella sua carne che palpitava viva, recisa da lei, carne che piangeva fuori di lei, che le cercava il seno, cieca, e il calore che le mancava; quando poté porgere al suo bimbo la mammella, godendo che entro a quel corpicino uscito or ora dal suo corpo entrasse subito quella sua tepida vena materna, sí che il pargolo potesse sentire nel calore del latte ancora il calore del grembo di lei, parve veramente che volesse impazzire dalla gioja.
E non sapeva capacitarsi perché la madre, pur vedendola cosí, venisse di giorno in giorno a visitarla sempre piú dolente e cupa.
Ma perché?
La vecchia mamma alla fine glielo disse: aveva sperato che il padre, ora che la figlia era sola lí, abbandonata, si sarebbe piegato a riaccoglierla in casa: ebbene, no, non voleva.
- Per questo? - esclamò Elisabetta.
- Oh povera mamma mia! Me ne duole per te; ma io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? tanta allegrezza!
E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai balconi spalancati.
SPUNTA UN GIORNO
Lo squallore dell'alba s'è fermato, spettrale, ai vetri della finestra rimasta con gli scuri aperti, e pare non abbia piú forza d'alitare da lí nel bujo della camera.
A poco a poco comincia a effondersi come un brulichío nell'ombra.
E prima s'impiglia nel trapunto lieve delle tendine; poi, quasi vaporando, traspare di tra le grétole rarefatte d'una gabbiola che pende dal palchetto in capo alla finestra, nel mezzo, senza destare tuttavia il canarino accoccolato sul ballatojo.
Poi, ecco, inoltrandosi, lambisce appena le gambe, l'orlo d'un tavolino nero davanti la finestra; e, grado grado, si soffonde sul piano di esso, avvistandone quasi a tentoni gli oggetti: alcune carte sparse, alcuni libri, una bugia di ferro smaltato col bocciuolo d'ottone, in cui la candela s'è consumata tutta; una lettera suggellata; un'altra lettera; un cannello di ceralacca; un ritratto fotografico...
Oh! e che ha quel ritratto? Uno spillone da cappello confitto nel collo.
E ride? Sí, si può discernere bene: il giovine effigiato in quel ritratto ride con aria spavalda, senza punto curarsi di quello spillone confitto nel collo.
E poi? Una rivoltella.
Un braccio? Sí; e un altro braccio; e il capo scarmigliato d'una donna.
Morta?
La squallida luce passa oltre, senza un brivido, a quella scoperta.
Il capo rovesciato di quella donna non le importa piú del trapunto di quelle tendine, piú del legno del tavolino o del manico d'osso della rivoltella.
Séguita a penetrare lentamente nella camera; arriva alla parete di contro alla finestra e vi scopre un piccolo lavabo con lo specchio ovale a piè del letto; il letto intatto, su cui sono buttati un cappellino, una vecchia borsetta di cuojo rosso, un ombrello, un libro.
A un tratto, il canarino si desta nella gabbiola; guarda verso il cielo piegando da un lato il capino giallo; si rigira sul saltatojo con un breve squittio.
Buon giorno!
Le braccia, la testa della donna rimangono abbandonate sul piano del tavolino.
Tra i neri capelli scomposti s'intravede un orecchio che pare di cera.
Bravo, sí.
Puoi ridere.
Che t'ha fatto infine questa donna, configgendoti nel collo lo spillone del cappello?
Niente.
Forse, questa notte, mentre dormivi placidamente, ti sarai sentito pinzare come da un insetto costí nel collo, e avrai alzato una mano a grattarti, seguitando a dormire e a sorridere nel sonno.
Perché si vede: tu hai l'aria di non credere alla minaccia d'un suicidio.
Hai, costí presso, il capo abbandonato di lei e, ridendo, guardi altrove, come se ancora tu non creda che ella possa essersi uccisa veramente.
Guardi lontano, tu.
Sai che il mondo è vasto e che puoi facilmente trovare posto ovunque: non hai nulla dentro che ti possa trattenere, qua o altrove.
Chi ha molta vita in sé, vita d'affetti e di pensieri, e la dispensa con amore anche fra le quattro pareti d'una cameretta, può anche non avvertirne piú l'angustia materiale, perché quella cameretta diviene idealmente tutto il suo mondo; e non saprebbe piú distaccarsene.
Ma uno come te, senza ingombro d'affetti e di pensieri, dico di quelli che non si lasciano mettere da un momento all'altro nelle valige per essere trasportati altrove, può viaggiare facilmente e trovare posto ovunque.
Per te la vita è fuori.
Questa camera è troppo impregnata ora dal lezzo nauseante del sego della candela bruciata fino in fondo.
Tu non lo senti e te ne ridi, perché sei qua soltanto in effigie.
Non lo sente piú neanche lei.
Forse lo sentirà il canarino.
Guarda! Lo sportello della gabbiola è aperto.
Lo avrà lasciato lei cosí aperto jersera, legato con un nastrino a una grétola per tenere lo scatto.
Il canarino séguita a guardare, scotendo il capino giallo e saltando irrequieto da un regoletto all'altro.
Non s'è ancora accorto che lo sportellino è aperto.
Se n'è accorto; ecco che vi s'affaccia; allunga e ritira il capino.
Pare che faccia le riverenze.
O aspetta un invito per spiccarsi di là?
L'invito non viene e, perplesso, di tratto in tratto séguita a tentare, quasi a bezzicar l'aria, con brevi acuti squittíi.
Ah ecco, è volato verso il letto.
Sul punto di posarvisi si trattiene sulle ali, come sgomento; cade sulla rimboccatura del lenzuolo intatta e composta sul guanciale; saltella, cercando, gemendo; scende sul piano del letto, molleggiando; s'accosta alla borsetta di cuojo rosso; spia due e tre volte e poi le allunga una beccatina; un altro salto ed è sull'ombrello; guarda di là piú a lungo, smarrito; e via di nuovo alla gabbia.
Tu, dal ritratto, séguiti a ridere.
Forse sai che ella aveva la gentile abitudine di lasciare aperto cosí, ogni sera, lo sportellino della gabbia, perché poi la mattina quella cara bestiolina volasse a lei sul letto, a un richiamo, e le saltasse tra le dita o le cercasse il tepore del seno o le bezzicasse le labbra o il lobo dell'orecchio?
Giú per la strada si sente già lo struscío delle granate degli spazzini; poi il rotolío di qualche carretto di lattaio.
La luce è già cresciuta e vibra ilarandosi a mano a mano.
Una mosca, dalla vetrata della finestra, vola sulla tenda e poi dalla tenda sulla spalla di lei.
In due tratti scorre sull'orlo del bavero del giacchettino, incerta se saltare a posarsi sulla nuca che si scorge un po', tra i riccioli neri, anch'essa come di cera.
Rivola; è sullo spillone che tu hai confitto nel collo; scende lunghesso e ti viene in faccia; ti lascia un piccolo neo sulla guancia, e via.
Oh, cosí, con codesto neo sulla guancia, ora tu sembri piú carino.
Séguita a ridere, caro.
Curiosa quella mosca che vola, curioso quel canarino che saltella tornato nella gabbia, e quella gabbia che ne traballa, in questa cameretta che si rischiara sempre piú accogliendo la luce d'un giorno che qua, per il corpo di questa donna rovesciato sul tavolino, non è piú nulla.
Quasi abbia preso una risoluzione, il canarino trilla forte come per chiamare ajuto.
Allora, la testa di quella donna abbandonata tra le braccia sul tavolino, si scuote.
Chi sa da quante ore lí curva, la giovine stira la schiena; ritira le braccia coi pugni serrati verso il seno e contrae tutto il volto sbattuto e scomposto con una specie di rúglio nella gola e nel naso.
Ma subito, forse per il lezzo nauseante di cui la camera è impregnata, insieme con l'orribile sconcerto dello stomaco digiuno, le si desta, non meno orribile, la coscienza dell'atto non compiuto.
Non si è uccisa!
Vinta dalla stanchezza, nella disperazione, dopo avere scritto le due lettere, chinata la fronte sulle braccia prima di risolversi all'atto, s'è addormentata.
Ora sbarra gli occhi, alla vista delle due lettere suggellate e della rivoltella lí accanto.
La commozione si cangia subito in affanno di rabbia, che la sospinge in piedi.
Un crampo a una gamba.
Un intorpidimento alle dita della mano destra.
Ma nel mentre si stringe con l'altra mano quelle dita intorpidite e si prova col peso di tutto il corpo a premere sulla gamba che le spasima tesa per sciogliere il crampo, gli occhi le vanno al ritratto sul tavolino, con lo spillone confitto nel collo.
Non sente piú né il crampo né l'intorpidimento delle dita: brandisce lo spillone e prende a tempestare di colpi furibondi la faccia del giovine lí effigiato, finché non la trafigge tutta, da non lasciarne piú scorgere nulla; e alla fine, non ancora soddisfatta, fa in pezzi il cartoncino sfigurato e scaraventa quei pezzi a terra.
Omicidio e dispersione del cadavere.
E davvero stravolta dal furore, con occhi da pazza.
Va a spalancare la finestra.
Reclina indietro il capo e socchiude gli occhi per la pena che l'aria nuova le fa, entrando a slargarle il petto oppresso, in cui ancora il cuore le batte e le duole.
Comprende che non può restare piú lí, sola con se stessa, neanche un minuto, con quelle due lettere suggellate e quella rivoltella sotto gli occhi; corre al letto, prende il cappellino e se lo caccia sui capelli scarmigliati; la borsetta di cuojo, e vi ficca dentro le lettere e la rivoltella.
Esce dalla camera sul corridojo ancora bujo, come una ladra.
Sta per aprire la porta e precipitarsi giú per le scale, allorché una vociaccia grida da un uscio in fondo al corridojo:
- Ehi! ehi! Signorina!
Resta un momento perplessa, in agguato; poi, con uno scrollo iroso, apre la porta, se la tira dietro, scende a precipizio la prima rampa.
Arrivata al pianerottolo, deve fermarsi, perché una donnaccia adiposa, mezzo ignuda, affannata dall'adipe, dal sonno improvvisamente interrotto e dalla corsa, riaperta la porta, prende a gridare dall'alto della ringhiera:
- Ah se ne scappa? Io mi vesto, sa? corro in questura! Le pare che possano bastarmi quattro libracci e tre straccetti a garantirmi di cinque mesi di pigione? Corro in questura! Si dovrebbe vergognare! Scapparsene via cosí!
Come un cane che abbaj fuor della botola, a ogni domanda, a ogni minaccia che avventa, si butta avanti e si tira indietro, e con le tozze mani sanguigne afferra, non potendo altro, la ringhiera, mentre la vociaccia rimbomba dall'alto nel vuoto della scala ancora invasa dall'ombra e dal silenzio della notte.
Benché fiera d'aspetto, la giovine ne rimane come schiacciata, atterrita.
Non sa piú né fuggire né trovare la voce per darle una qualche risposta e farla tacere.
Alla fine, come costretta, fa alcuni cenni per significare che sí, andrà...
- ...dal vecchio? - domanda, da sú, la voce.
Col capo fa di sí, piú volte.
E fatto questo segno, come se ormai ne abbia diritto, riprende a scendere la scala comodamente, anzi cava dalla borsetta i guanti logori per calzarseli; mentre quell'altra, subito ammansita, si ritira dal pianerottolo borbottando:
- Meno male che s'è persuasa!
"VEXILLA REGIS..."
Uscito? Cosí per tempo? E perché? La signorina Alvina Lander, tanto alta di statura, quanto nel corpo magra; lunga di gambe e le braccia ossute, ciondoloni; l'enorme volume dei capelli ritinti d'un color d'oro scialbo e cascanti su gli orecchi, su la fronte e, in neglette trecce, su la nuca; picchiò con le grosse nocche su un uscio del corridojo in penombra e attese, abbassando le pàlpebre su i vivi occhietti ceruli mobilissimi.
Per infermità di molti anni era insordita, e per questa cagione dolentissima; benché non fosse questa sola.
Ce n'erano altre, ciascuna delle quali avrebbe potuto fare piú che infelice una donna, non che tutte insieme, com'ella spesso soleva esporre all'avvocato Mario Furri, della cui figliuola Lauretta era da tredici anni governante.
E innanzi tutto, la perdita di tanta vita inutilmente; poi, un certo tradimento, di cui il signor avvocato era a conoscenza, e per cui quello stato di servitú in Italia; e la debolezza, se non la vecchiaja, venuta prima del tempo e la ignoranza infine delle cose del mondo, causa di tanti mali e di tanti mancamenti, per i quali veniva accusata, quand'invece avrebbe dovuto essere, non solo scusata, ma compatita e soccorsa anche; mah! mah!
Sospettava la signorina Lander, che nell'animo delle persone, con cui praticava, fossero impressi due falsi concetti di lei, l'uno di malizia, l'altro di ipocrisia; del che era pur forse cagione la sordità.
Ma questo sospetto era in lei ormai invecchiato, e lei nel sospetto.
Cosí pure erano invecchiati e tenacemente radicati nell'aspra sua gorga tedesca alcuni errori di pronunzia, non ostante che ella intendesse benissimo l'italiano; troncava, per esempio, certe parole giusto dove non doveva e diceva sighnora e sighnor, con grazia particolare; come si ostinasse a non volere intendere che gli altri dicevano signora e signore.
Quanto volte intanto Lauretta aveva gridato avanti o herein? La signorina Lander attendeva ancora lí, paziente e assorta, stirandosi lo scialletto di seta verdastra, che teneva sempre addosso: "primavera su le spalle e giugno in testa" come Lauretta soleva dire.
E giugno erano i capelli color di mèsse affienita.
L'uscio s'aprí di furia, sbacchiando contro la strombatura e facendo sobbalzare la sorda, a cui Lauretta coi capelli disciolti, le belle braccia nude e un asciugamani sorretto col mento sul seno, ripeté stizzita:
- Avanti! Avanti! Avanti!
Scuse della signorina Alvina: ecco, eh già, non aveva inteso perché aveva la mente altrove: si scervellava da un'ora a immaginare che cosa potesse mai essere accaduta al sighnor avvocato uscito di casa sehr umwölkt, cosí per tempo.
- Uscito? Come? - domandò Lauretta.
Uscito.
Il portiere gli aveva recato, al solito, la posta; ma lettere e giornali erano lí ancora, su la scrivania; quelle, non aperte; questi, sotto fascia.
- Was soll man denken, Fräulein Laura?
Lauretta impallidí, con gli occhi appuntati nel sospetto che le balenava davanti: che il padre, oh Dio, fosse venuto a conoscere da qualche lettera la morte della sorella, la morte della zia Maddalena, che lei da circa tre mesi gli nascondeva? Ma, e perché era uscito? Rannuvolato, sehr umwölkt, come diceva la Lander? Indossò in fretta l'accappatojo, e corse alla camera del padre, seguita dalla Lander, che ripeteva: - Was soll man denken?
Che pensare? Ma sí, questo, senza dubbio: che aveva saputo della disgrazia.
Però, dov'era la lettera? Le lettere erano lí, ancora chiuse; ma erano tutte? Ah, ecco una busta sul tappetino, strappata.
Subito Lauretta si chinò a raccoglierla: una busta listata a nero con un francobollo tedesco! L'indirizzo, di minutissima scrittura, diceva Furi in luogo di Furri.
La signorina Lander vi fissò gli occhi, impallidendo lei, questa volta, e indicando: - Francobollo tetesco...
- tolse di mano a Lauretta la busta; la esaminò, e aggiunse: - Scrittura feminina.
- Sí, carattere di donna, - confermò Lauretta.
- Ach Fräulein! - esclamò allora la signorina Lander, portandosi alla fronte le grosse mani da maschio e sollevando la mèsse dei capelli: - Discrazia! discrazia! Certo lettera per me...
Oh Je'! oh Je'!
- Per lei? Perché per lei? Ma no, - s'affrettò a replicare Lauretta, non ostante che l'interpretazione della signorina Lander che la lettera fosse per lei, le paresse in fondo giusta.
- Guardi, - aggiunse, per esortarla a far buon animo, è indirizzata a papà.
E poi, se fosse come lei sospetta, perché sarebbe uscito papà? Sarebbe venuto da me, a dirmelo.
- Ach nein! nein! - negò subito, recisamente, la Lander, scotendo il capo e frignando in modo comicissimo.
- Come no! Certo, - replicò Lauretta, frenando a stento il riso per quel modo di piangere.
Ma la signorina Lander seguitò a dir di no col capo e a frignare, mentre Lauretta: - Perché no? - avrebbe voluto insistere; ma ritorse invece a se stessa la domanda, guardando la vecchia governante che per la prima volta le appariva come strappata a una vita lontana, a lei ignota, e a cui ella non aveva mai avuto occasione di rivolgere il pensiero, non avendo mai concepito nella Lander un essere che per sé esistesse o che avesse potuto esistere fuori dei rapporti di vita con lei che, da bambina, se la era veduta sempre attorno.
- Per chi teme del resto? - le domandò.
- Se lei lassú non ha piú nessuno?
- Doch! - esclamò tra le lagrime la sorda levando gli occhi dal fazzoletto.
- Ah sí? - fece Lauretta.
- E chi?
- Das darf ich nicht Ihnen sagen! - rispose la governante, nascondendosi la faccia tra le mani.
- Non posso né debbo dirglielo.
- E se ne uscí, ripetendo tra il pianto la preferita esclamazione: - Oh Je'! oh Je'!
Quando Mario Furri tornò a casa, Lauretta era ancora lí, nella camera di lui, appoggiata alla scrivania e assorta.
- Oh babbo! Che è accaduto?
Il Furri guardò la figlia in uno smarrimento di vertigine, come se la vista di lei e la subitanea domanda gli avessero dentro arrestato con freno violento un tumulto.
Era pallido; impallidí vieppiú, mentre pur si sforzava a sorridere.
- Che è accaduto? - domandò a sua volta, con voce mal ferma.
- Sí, alla signorina Alvina.
Sta a piangere di là; sostiene che tu hai ricevuto una lettera per lei dalla Germania.
- Per lei? Va', dille che è matta! - rispose il Furri urtato, con asprezza.
- Ecco appunto! non era per lei! - esclamò Lauretta.
- Gliel'ho detto; e lei, no: oh Je'! oh Je'! Abbiamo trovato questa busta per terra e, che vuoi? tu non sei mai uscito di casa cosí presto; abbiamo temuto che tu, sí...
siamo entrate.
- Un improvviso rossore infiammò il volto di Lauretta, come se le fosse nato il dubbio d'aver commesso un'indiscrezione.
Si smarrí.
Il padre allora sorrise mestamente dell'imbarazzo della figliuola e, carezzandola sotto il mento, le disse:
- Non è nulla, non è nulla.
Va' di là, lasciami vedere la posta.
- Sí, sí...
io, guarda: ancora spettinata...
- fece Lauretta scappando via sorridente e tuttavia confusa.
Ma poco dopo, ecco picchiare all'uscio del signor avvocato la signorina Lander con gli occhi rossi dal pianto frenato a stento dal fazzoletto che teneva in mano pronto, se mai, a porre un altro argine.
- Che vuole da me? - le disse il Furri duramente, senza darle tempo d'aprir bocca.
- Chi le ha detto che ho ricevuto una lettera per lei? Lei entra qua; fruga tra le mie carte; trova una busta che non le appartiene, e subito le salta in capo non so che cosa.
Ma mi dica un po', di grazia, chi può mai averle scritto da Wiesbaden? e che sciagura potrebbe esserle occorsa? So, so ch'ella commette l'inqualificabile leggerezza di scrivere ancora alla sorella di quel signor Wahlen che ha moglie e figliuoli e debbo sperare non si curi piú di lei né punto né poco.
Può esser morta la sorella? può esser morto lui? Che gliene deve importare? scusi.
- Ach nein! - strillò a questo punto, ferita nel cuore, la signorina Lander.
- Patre di famiglia! No, no, non dica questa cosa, sighnor! Morto? Morto?
- Non è morto nessuno! - gridò a sua volta il Furri.
- Le ripeto che la lettera non è per lei, e non mi faccia perdere la pazienza con codeste follie.
Guardi del resto il bollo postale: Wiesbaden, vede? Se non si rassicura, telegrafi a chi sa lei, e mi lasci in pace! Voglio restar solo; è permesso?
La signorina Lander non rispose; si portò il fazzoletto agli occhi e si mosse per uscire, scotendo il capo, certo col sospetto che ora ella non avrebbe potuto assicurarsi piú che qualche lettera potesse capitare nelle sue mani, che non fosse prima aperta dal signor avvocato.
Il Furri, quantunque avesse ben altro per il capo, la seguí con gli occhi, compreso di stupore: - Quella vecchia lí, ingannata in gioventú e tradita dall'amante ammogliatosi poi con un'altra donna, non solo si occupava ancora, dopo tant'anni, della vita di lui fino a farne segretamente la vita stessa del suo cuore; ma, sapendolo nella miseria, gli faceva pervenire, per via indiretta, tutti i suoi risparmi, e pareva non avesse altro piacere o sollievo se non quanto di lui pensava fantasticando dietro le notizie che gliene dava una sorella, con la quale era in corrispondenza, o davanti al ritratto di lui custodito in un cofanetto insieme con quelli dei figliuoli non suoi, ma che come suoi ella amava - quella vecchia lí.
- Signorina! - chiamò il Furri improvvisamente, scotendosi, mentr'ella stava per varcare la soglia.
La vecchia signorina si volse di scatto; tese le lunghe braccia e ruppe in singhiozzi: - Morto, è vero? Morto! Morto!
- No, perdio! Vuoi proprio farmi uscire dai gangheri questa mattina? - tuonò il Furri.
- Voglio sapere qualcosa da lei.
Segga, la prego.
La Lander non piangeva piú: imbalordita, con gli occhi rossi, guardava il Furri e, nell'attesa, era a tratti scossa da certi singulti nel naso.
Il Furri stette un po' con una mano su gli occhi, come per vedere quel che pensava dentro e studiare il modo di manifestarlo.
- Ricordo che lei una volta, molt'anni or sono, mi disse che conosceva la famiglia de Wichmann, è vero?
- Sí, - rispose con esitanza la Lander, non intendendo il perché di quella domanda, perché ormai non poteva piú fare a meno di riferir tutto al suo segreto tormento.
- La famiglia de Wichmann, conosco benissimo.
Frau de Wichmann non stava molto lontano d'abitazione da me, ciusto nella Wenzelgasse.
- Lo so, lo so, - disse il Furri recisamente, per impedire che la vecchia governante, richiamata dal ricordo al paese natale, si perdesse in inutili particolari, a lui per altro notissimi.
- Mi dica: oltre alla vecchia zia della signora (quella Frau Lork che abitava a Colonia) sa ella se la famiglia de Wichmann avesse altri parenti in altre città della Germania?
- La città di nascita della sighnora de Wichmann, - rispose la Lander, dopo aver cercato nella memoria -è Braunschweig.
- Lo so! - interruppe di nuovo il Furri.
- Sono andato fin lassú; ma la madre della signora, che vi abitava ormai sola, era morta da circa un anno, come morta trovai pure a Colonia Frau Lork, la zia.
A Braunschweig mi dissero che a Düsseldorf abitava un cugino della de Wichmann: ma a Düsseldorf il cugino non c'era piú.
Vorrei sapere da lei qualche notizia, se per caso ne avesse, dei parenti del marito.
- Il luogotenente de Wichmann, - s'affrettò a rispondere la signorina Lander con insolita scioltezza di lingua - è morto cloriosamente nella cuerra del Settanta! Ma non so la città di nascita, non so che famiglia.
- Né lui né la signora erano nativi di Bonn, dunque, - riprese il Furri.
- Vi è nata soltanto la signorina?
- Sí, Anny! la mia Aennchen: Hans, come tutti la chiamavano, come maschio, perché era cosí...
come si dice? tutto spirito...
un cafallino...
Hans l'ha conosciuta lei, sighnor?
- Sí, - rispose, piú col cenno del capo che con la parola, il Furri.
- Qui in Italia?
Il Furri ripeté il cenno.
- Sono ancora in Italia? - domandò esitante la Lander.
- No.
- A Bonn, tue anni, non erano piú tornate, dopo loro viatcio in Italia: venduta casa, mobilio, tutto.
- Lo so, lo so.
Io, andando in Germania, dovevo...
dovevo rimettere nelle loro mani una lettera importantissima da Roma.
Non le ho trovate: sono andato in giro per loro, ma cosí, senza nessuna traccia.
- E dove sono allora? - domandò costernata la Lander.
- Mi arriva ora una lettera da Wiesbaden.
Speravo perciò che lei sapesse dirmi, se vi avesse mai avuto residenza qualche parente della famiglia de Wichmann.
Se lei non sa, non ho altro da chiederle.
Le raccomando...
- S'interruppe; stava per aggiungere: - le raccomando di non far parola a Lauretta di questo nostro colloquio; - ma poi, temendo non farle intendere piú che non bisognasse, la pregò d'uscire, e quella uscí stordita, ma pur rassicurata per sé, sebbene con la certezza che ci doveva esser sotto qualcosa di grave, se il sighnor era cosí umwölkt a cagione della lettera per cui tanto lei aveva lagrimato.
- Hans! - sospirò il Furri, appena rimasto solo, tentennando leggermente il capo.
E quasi imitando una voce che venisse da molto lontano, aggiunse: - Riesin...
meine liebe Riesin...
- Strizzò gli occhi, contrasse il volto come per un interno spasimo insopportabile, e si mise a passeggiare per la camera mormorando a capo chino: - Ora! Ora! - Gli occhi a un tratto gli andarono sulla busta, lí su la scrivania; la prese e rilesse, con gli angoli della bocca contratti in giú dallo sdegno:
- Furi.
Ha dimenticato perfino il nome.
Trasse di tasca la lettera listata a nero, ma non ebbe animo neanche di posarvi lo sguardo, e la richiuse nella busta lacerata.
Si rimise a passeggiare.
Poco dopo, quasi attirato dalla propria imagine, si fermò davanti allo specchio dell'armadio e, nel vedersi cosí stravolto, impallidí e si premé forte con una mano il grosso capo calvo, guardandosi fiso negli occhi, imponendo a se stesso di calmarsi, di domare l'interna agitazione.
Sparve subito infatti la contrazione della fronte, gli ritornò agli occhi, quasi velati da costante cordoglio, lo sguardo fioco, che s'intonava al pallore del volto contornato da una corta barba brizzolata.
Tutto il corpo stanco dimostrava una senilità precoce.
Di questo suo rapido deperire s'era fatta il Furri una tremenda fissazione, una costernazione non ovviata mai, alla quale dava in apparenza sostegno di ragione o di scusa il fatto, che veramente nessuno della sua numerosa famiglia era pervenuto al limite d'età superato da lui (ma in quelle condizioni!), da lui e dalla sorella Maddalena, credeva ancora per la pietosa cura di Lauretta, vana cura in parte, perché i nipoti lontani, per scusare la mancanza di caratteri di colei, in ogni lettera erano costretti a ripetere che incessanti infermità le impedivano di scrivere.
Ogni giorno per lui poteva esser l'ultimo!
Certo, avvertiva una grande debolezza alle gambe, come un abbandono di tutte le membra divenute pesanti.
Mormorava di tanto in tanto qualche frase su quel suo stato, e tendeva l'udito alle lugubri parole, come per sentire egli stesso con che voce le pronunziava.
Le improvvise, impulsive ribellioni a quest'incubo sortivan sempre lo stesso effetto: una maggiore angoscia, la riprova ch'egli era un essere ormai finito.
Non era terrore della morte, no: la morte l'aveva tante volte sfidata, da giovine; ma quel doverla aspettare cosí, quasi spiandola, quel sapere che di minuto in minuto poteva sopravvenire, quell'infinita sospensione nell'attesa che a un tratto qualcosa dovesse mancargli dentro: ecco il terrore, ecco l'orrenda ambascia.
- Mario Furri, - mormorò additando e fissando con torvo sdegno la propria imagine nello specchio.
Ma l'imagine ritorse e appuntò contro a lui l'indice teso, come se volesse significare: "Tu, non io: se tu ridessi, io riderei ".
Sorrise, difatti, tristemente.
Poco dopo si staccò dallo specchio, fermo nel proponimento di non pensare piú, per il momento, alla lettera inattesa e di studiare poi pacatamente quel che gli sarebbe convenuto di fare.
Ritornò alla scrivania per leggere le altre lettere ricevute la mattina.
Scorse la prima, scorse la seconda, a metà della terza piegò il capo sulle mani, sentendo l'incapacità di continuare e quasi la voglia d'addormentarsi.
Balzò in piedi: la sonnolenza lo atterriva; ma simulò a se stesso che non tanto la paura d'addormentarsi lo avesse spinto ad alzarsi, quanto un pensiero sortogli in mente all'improvviso: - Era meglio, sí, era meglio, per prudenza, raccomandare alla Lander di non far cenno di quella lettera a Lauretta.
Non aveva voluto far mai consapevole di nulla la vecchia governante.
Si pentiva ora d'averle rivolto quelle inutili domande con la sciocca speranza di potere dalle risposte di lei trarre un filo per uscire dal labirinto delle tante sue supposizioni.
Ma l'avergli la Lander domandato se egli conoscesse Anny lo assicurava che non aveva sospetti di sorta.
Gli era poi sovvenuta a tempo la scusa verisimilissima della sua ricerca infruttuosa in Germania, quella lettera importante, cioè, da recapitare alla de Wichmann.
Anny! Anny! Se egli la conosceva!
Tredici anni erano trascorsi dal suo viaggio in Germania, che gli si ridestava adesso nella memoria come un sogno turbinoso.
Nessuna traccia di lei, né vicina, né lontana.
Ma quante notizie tuttavia e quanta parte della vita d'Anny non aveva raccolte a Bonn! Aveva voluto visitare finanche la casa abbandonata nella Wenzelgasse, come ogni altro luogo della città, per investigare la prima vita di lei; perché nulla, con l'ajuto delle notizie, al cospetto delle cose intorno, gli restasse ignoto.
Lí, per la Poppelsdorf-allée, ella era certo andata a passeggio con le amiche; e lí, su l'ampio e lungo argine del Reno, aveva certo atteso il piccolo battello a vapore che tutto il giorno, come una spola, riallaccia la vita di Bonn a quella di Beuel dirimpetto; o era andata fin dove l'argine termina in un sentieruolo su la riva che conduce a Godesberg, a diporto, i dí festivi.
Tutto, tutto aveva voluto vedere, quasi con gli occhi di lei.
E qual segreta corrispondenza non gli era parso di sorprendere tra l'aspetto di quei luoghi e l'indole di Anny! E come le notizie apprese su l'antecedente vita di lei e della madre lo avevano confermato nel concetto ch'egli s'era formato di loro! Della madre aveva sentito che tutti parlavano male, non quanto però l'odio ch'egli le portava avrebbe desiderato: era antipatica a tutti per le sue arie e velleità nobilesche cosí poco fondate, come quel de davanti al cognome, in luogo del von, dimostrava.
Notizie, notizie; ma nessuna traccia: nessuna! Come mai ora, improvvisamente, da Wiesbaden, quella lettera? Da Wiesbaden egli era pur passato; vi si era trattenuto otto giorni; ma c'era Anny allora? Veramente non aveva piú alcun indizio per cercarla in quella città.
Era morta dunque a Wiesbaden la signora de Wichmann, come la lettera di Anny annunziava? Quand'era morta? Anny non precisava né il tempo né il luogo; non precisava nulla, fuor che il giorno che sarebbe arrivata a Roma.
Coi gomiti su la ribalta della scrivania, la testa tra le mani e gli occhi chiusi, il Furri s'immerse negli antichi ricordi.
Era come se si conficcasse una lama in una vecchia ferita.
Ma il pudore dell'età, la coscienza dello stato in cui era ridotto, non gli consentivano indugio nella tenerezza di certi ricordi.
Ricordando, voleva giudicare; e, giudicando, raffermarsi in un proposito irremovibile.
Dietro una porta chiusa, un mondo di cose morte: là dentro il sole non poteva né doveva piú penetrare; vi entrava lui per cercare, ma con tal sentimento, come se dovesse trovarvi fra l'altro bambole e giocattoli appartenuti a bambini morti, cose che le mani d'un vecchio dovevano scostare e sfuggire; dopo, avrebbe richiuso la porta e si sarebbe messo a guardia contro chiunque avesse voluto forzarla.
In quel nascondiglio bujo dei ricordi era pure una culla abbandonata: la culla di Lauretta ignara.
- Sí, la mamma è morta, figliuola mia; morta nel darti alla luce.
- E ritratti di lei non ne hai?
- No, nessuno.
- E com'era, babbo?
Com'era? Il Furri, al ricordo di questo lontano dialogo con la figlia fanciulletta, s'addentò furiosamente una mano per soffocare i singhiozzi irrompenti che gli scotevano tutta la persona.
- Si parte, Lauretta! Domani andiamo via, - annunziò il Furri, uscendo dalla sua camera per la colazione.
- Si parte? e per dove? - domandò Lauretta sorpresa.
- Domani, babbo, è la settimana santa!
- Che importa? Domani, mercoledí, è vero? l'essere santo impedisce forse di partire?
- No, ma domani è impossibile, babbo! Se non mi do prima a preparare ciò che fa bisogno! Avresti dovuto dirmelo avanti, che quest'anno intendevi anticipare di tanto la partenza.
- Ma non si anticipa! Andremo soltanto per una breve ricognizione.
Mi spiego: quest'anno non vorrei andare in montagna, o andarci tardi.
E allora ho pensato: la primavera qua, ai Castelli; poi al mare, per te; e, se mai, l'ultimo mese in montagna, al solito.
Ora andremmo per tre o quattro giorni: una visitina ai Castelli.
Ti sceglierai il nido, e ritorneremo.
Via, padroncina, dite di sí; ne ho bisogno.
- Quand'è cosí! - esclamò Lauretta.
- Grazie, e le mie civiltà, - disse il Furri inchinandosi.
Lauretta rise del buon umore del padre.
Le mie civiltà era il modo d'accomiatarsi nelle lettere d'un mercante di Torino che provvedeva Lauretta delle stoffe per gli abiti.
A tavola poi concertarono l'itinerario della gita.
Il Furri non disse alla figlia, che il giovedí avrebbe dovuto lasciarla sola con la governante.
- "E allora perché partire domani?" - avrebbe potuto domandargli Lauretta, che ora si mostrava tutta lieta di quella partenza improvvisa, e già proponeva, giusto per giovedí, un'ascensione a Monte Cave.
E mentre il Furri ascoltava il caro chiacchierio, pensava: - Perché si parte? Se io te lo dicessi, figlia mia bella, figlia mia che ridi.
Anny sarebbe, appunto arrivata giovedí.
Bisognava ch'egli si trovasse ad accoglierla alla stazione.
L'interno sconvolgimento gli dava intanto un'insolita vivacità di gesti e di parole.
Lauretta non ricordava d'aver mai veduto il padre cosí.
E il Furri, nel compiacersi del buon effetto della sua dissimulazione, pigliava animo per la tremenda prova che lo attendeva, pur con la coscienza che quello sforzo avrebbe amaramente scontato, se pure non gli sarebbe riuscito addirittura fatale.
E anche di questo faceva segretamente carico a colei, e non tanto per sé, quanto per la figliuola.
Pensando alla quale, un dubbio angoscioso gli teneva tuttavia l'animo sospeso.
Come sarebbe rimasta Lauretta, quando, tra poco, e forse anche per questo colpo improvviso, egli non sarebbe piú? Non era forse provvidenziale e quasi un annunzio della sua prossima fine, la venuta di colei? - "In premio della tua vita intemerata, in compenso del tuo lungo soffrire e dei tuoi sacrificii, non morrai angosciato dal pensiero di lasciare sola tua figlia e senz'ajuto: eccoti la madre, che viene a prendere accanto a lei il tuo posto" -.
Mario Furri era credente, e inoltre, per la sua fissazione, tenuto e legato da superstizioni.
Se non che, quale madre veniva a prendere il suo posto? Per Lauretta la sua mamma era morta.
Chi sarebbe stata ora costei? Un'estranea, un'intrusa che, comunque, non avrebbe mai potuto incarnare l'imagine che la figliuola, fantasticando in un passato senza ricordi, s'era creata della propria madre morta nel darle la vita.
Quale comunione d'affetti, da un altro canto, avrebbe potuto stabilirsi tra colei e la figlia se egli le avesse detto tutto? Era meglio aspettare, prima di prendere una decisione; vederla, parlarle.
Soltanto - ah questo sí! - condurre lontano la figlia, sottrarla a ogni probabile pericolo.
Partirono la mattina dopo.
Non fu possibile a Lauretta impedire che la signorina Lander si mettesse un cappellaccio di paglia, che pareva un canestro rovesciato su la mèsse dei capelli.
La vecchia governante portava con sé il cofanetto, ov'erano custoditi i ritratti del signor Wahlen e famiglia; e s'ostinava intanto a sorprendere di tratto in tratto evidentissime somiglianze tra quel lembo laziale e le contrade del Reno presso Bonn.
Lauretta ebbe l'ingenuità di mettersi a discutere con lei, ravvicinando piuttosto Monte Cave coi boschi e i laghi a un pezzo di Svizzera, lí - che delizia! - a due passi da Roma, con di piú il mare, che di lassú si scorge benissimo, specie nelle notti di luna.
Ma no; Monte Cave con la vetta incoronata d'aceri e faggi, per la signorina Lander era, naturalmente, tal quale il Drachenfels; tanto vero che, ove lí, su la vetta, ci sono le rovine d'un antico castello, qui c'è un convento: tal quale! E se n'appellava al sighnor avvocato.
Il Furri non badava a quei discorsi; guardava fuori, dal finestrino.
Ricordava, e gli pareva di sognare: ora, come allora, in treno: da Novara andava a Torino; gli era nata una bambina; andava in fretta per una balia; la bambina era là, dietro quei monti, in una campagna presso Novara, con la madre.
- Babbo, scommessa fatta! - gridò a un tratto Lauretta.
- Rinunzio al mare, rinunzio alle Alpi: quest'estate, a Bonn sul Reno!
- Che scommessa? - domandò il Furri, turbato.
- Tra me e Fräulein Lander.
- No, io...
- balbettò la signorina Alvina, per scusarsi.
- Ecco, si scende! - interruppe entrambe il Furri.
- Vedremo poi, vedremo.
Si sforzò di parer lieto tutto quel giorno a Castel Gandolfo, ad Albano: la sera, rientrando all'albergo per la cena, annunziò alla figlia che la mattina seguente, per tempo, avrebbe dovuto trovarsi a Roma per un affare che s'era dimenticato di sbrigare
- E Monte Cave? - domandò Lauretta contrariata.
Ma infine si rimise.
Dalla finestra dell'albergo, la mattina dopo, gridò al padre che partiva:
- Aspetto di scrivere, che tu sia ritornato!
E il padre, già in vettura per la stazione, assentí sorridendo.
Una veste nuova di mezza stagione e un cappellino di paglia: ecco a che pensava in quel momento la figlietta sua.
- La riconoscerò? - domandava a se stesso il Furri passeggiando su la banchina della stazione, in attesa del treno da Firenze.
Socchiudendo gli occhi, richiamava l'imagine di lei, rilevata e spirante nella sua memoria, di lei a diciannove anni: in una testina da birichino, coi capelli tagliati a tondo maschilmente, due occhietti furbi brillanti e provocanti, quasi armati di spilli luminosi, e la bocca accesa, dai piccoli denti pari, aperta sempre a un riso vibrante di fremiti, dalla quale sgorgava la voce tutta trilli e scivoli; alto il corpo agile e svelto su l'esilissima vita, ma dovizioso il seno e incarnate le guance.
E ora?
Il Furri computava gli anni: doveva già averne trentacinque, e poiché aveva potuto abbandonare la figlia appena nata e vivere tant'anni senza domandarne notizia, ignorandone finanche il nome, poteva essere, nell'anima e nel corpo, se non piú troppo giovane come prima, molto giovane ancora; a ogni modo, giovane.
E lui?
Non che sperare, riteneva il Furri assolutamente inammissibile ch'ella potesse riconoscere in lui, in quel suo corpo cadente, nel volto già disfatto, il Mario d'allora, il gigante: il Riese, come lei lo chiamava pretendendo ch'egli chiamasse lei Riesin, gigantessa, meine liebe Riesin, e ne rideva, giacché quel Riesin lui lo pronunziava cosí dolcemente, come se le dicesse invece: fiorellino.
Molta gente attendeva con lui il treno da Firenze già in ritardo.
Il Furri pensò di piantarsi presso l'uscita, per modo che tutti i viaggiatori gli passassero sotto gli occhi.
Fu dato finalmente il segnale d'arrivo.
I numerosi aspettanti s'affollarono, con gli occhi al treno che entrava sbuffando strepitoso nella stazione.
- Roma! Roma!
Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse ansiosa, cercando da una vettura all'altra.
Il Furri non seppe trattenersi alla posta, spinto quasi dall'ansia degli altri.
A un tratto si fermò: - Eccola! Dev'esser lei!
Una signora bionda, vestita di nero, sporse il capo dal finestrino, e lo ritrasse subito: un signore aprí dall'interno lo sportello.
Il Furri aspettò poco discosto.
La signora fece per discendere, ma sul predellino si volse verso l'interno della vettura ad abbracciare e baciare un bambino di circa due anni:
- Adieu, adieu, mon petit rien!
Era la voce di lei.
- Anny!
Si voltò, saltò agile e svelta dal predellino, guardò il Furri fermandosi e strizzando un po' gli occhi, quasi un dubbio che la voce non fosse partita da lui.
Ma egli le tese la mano.
- Oh...
- fece Anny accorrendo imbarazzata, con un sorriso nervoso su le labbra.
- Aspetta! Le valige, - aggiunse subito, volgendosi verso la vettura.
Il signore che aveva aperto lo sportello gliele porgeva.
Il Furri spinse subito un facchino a prenderle, e Anny ringraziò in francese il signore; poi si rivolse al Furri aprendo la borsetta da viaggio a tracolla e, traendone uno scontrino, aggiunse in tedesco:
- Subito subito, il mio piccolo povero Mopy! Povera bestia! Non vede da tre giorni la sua padroncina! E poi - (trasse altri due scontrini dalla borsetta) - i bauli!
Il Furri, quantunque stupito da tanta disinvoltura, inutí subito che questa non veniva da sfrontatezza, per come aveva malignato all'annunzio dell'arrivo, ma da vera e propria incoscienza: lo dimostrava l'eleganza dell'abito da viaggio, tutta l'accurata persona ancora fresca e florida, sebbene di forme piú complesse, ma forse perciò piú piacente.
Ecco, ed era venuta col cagnolino, e non si dava pensiero d'altro, appena giunta.
- Subito! subito!
Prese quasi esitante quegli scontrini; avrebbe voluto gridarle: - Ma guarda prima a chi li dài! Guardami! mi vedi? Come la vista mia non ti fa cadere le braccia? - Si mosse, e lei dietro.
- Prima Mopchen! la povera bestia! Poi i bauli...
Sei venuto solo...
- riprese ella.
- M'aspettavo che...
Il Furri piegò il capo sul petto, alzando le spalle, come se ella lo avesse colpito di dietro.
- Come si chiama?
Non rispose: seguitò ad andare con le spalle alzate.
- Come si chiama?
- Non qui! non qui! - pregò smaniando il Furri.
- Lauretta.
- Ah, Laura...
Bionda?
Egli chinò il capo piú volte.
- Bionda! E ora tu, tutto bianco, povero vecchio Riese.
E dimmi...
- Parleremo poi, ti prego! parleremo poi, - la interruppe il Furri, non reggendo piú alla tortura di quelle domande.
Appena ella ebbe tra le mani il cagnolino che gagnolava e si storcignava tutto dalla gioja, cominciò a sbaciucchiarlo, a confortarlo con frasucce carezzevoli, e gli diceva che tra poco avrebbe trovato un'altra padroncina: - Laura, Mopchen, si chiama Laura...
bionda, Mopchen, e tu cosí nero:...
e quest'altro tuo padrone cosí bianco...
e brutto...
e cattivo, che non vuol dirti nulla...
Fa' vedere, Mopchen, come bacerai la nuova padroncina...
Un bacio! Cosí...
bravo, Mopchen! Basta...
basta...
Adesso prendi...
- Aprí la borsetta da viaggio e ne trasse una zolla di zucchero per la bestiola festante.
- I bauli, - disse il Furri con voce roca, come se le parole gli facessero groppo alla gola, - i bauli sarà meglio lasciarli qui.
- Come! - esclamò sorpresa Anny.
- Sí, domani, se mai, manderemo a prenderli.
- Ma no, caro! E come faccio io? Vuoi che rimanga cosí? Uno almeno è necessario portarlo con noi.
Vieni, ti dirò io quale dei due.
Montati finalmente in vettura, Anny cominciò a sentirsi un po' a disagio accanto al compagno, che si teneva chiuso e quasi ristretto in sé, come se sentisse freddo.
Egli non la guardava, guardava innanzi a sé, con le ciglia un po' aggrottate, triste e assorto.
- Quante cose abbiamo da dirci, - bisbigliò Anny, prendendogli una mano.
Egli aggrottò maggiormente le ciglia accennando di sí col capo e traendo un lungo sospiro.
- Non mi stringi la mano? Non sei contento ch'io sia venuta? - domandò sommessamente, poco dopo; e aggiunse: - Eh, lo so...
Ma vedrai...
non ci ho colpa.
La mamma...
- S'interruppe; si portò subito il fazzoletto agli occhi.
Il Furri si voltò a guardarla: il fazzoletto era listato di nero.
- Parleremo poi, ti prego, Anny! - ripeté, piú commosso che intenerito.
- Sí, sí, a casa...
Quieto, Mopy! Oh, ma non credere che sia venuta cosí...
Non sarei venuta, se non avessi incontrato nel Kuhrgarten a Wiesbaden...
indovina chi? il Giovi...
l'amico nostro di Torino...
che m'ha parlato tanto di te...
Io pensavo...
non so...
pensavo tra l'altro...
sí...
che tu ti fossi ammogliato...
pensavo che la piccina...
potesse anche non vivere piú...
- "Vive!" - m'ha detto il Giovi.
- Sta con lui...
- E io sono corsa ad annunziarlo a questo mostro qui.
È vero, Mopchen? Come t'ho detto? Vive! vive! la padroncina vive! Noi l'abbiamo chiamata Mary, è vero? Il Giovi m'ha anche detto che tu hai preso per lei una governante tedesca, una vecchia, è vero? Laura dunque parla il tedesco, mentre io non so piú parlare l'italiano.
Ho provato col Giovi: l'ho fatto ridere.
Ah, com'egli si diverte a Wiesbaden! È sempre quello di prima...
soltanto, non ha piú quell'enorme barbone...
Io non l'avrei riconosciuto.
M'ha riconosciuta lui.
Ma a momenti non ha piú nemmeno i baffi! Diventa tutto bianco, e non volendo ricorrere ai cosmetici, taglia, taglia, capisci? sarchia anche i baffi, quel bel pajo di baffi! - Perché, Giovi? - gli domandai.
- Dice, non lo sa neppure lui - "per istinto giovanile," - m'ha risposto; ma poi s'è tolto il cappello e battendosi con una mano il capo calvo ha esclamato: - "Eppure, ecco qua: Piazza della Vecchiaja!".
- M'ha detto che sei calvo anche tu.
Fa' vedere!
Il Furti ebbe quasi l'impeto di saltare dalla vettura, fuggire.
- Scommetto, - disse, - che tu non hai un solo capello bianco, è vero?
- Ah, neppure uno! - esclamò Anny trionfante.
- Ti sfido a trovarmene uno! Vedrai.
Ma anche la mamma, sai, poverina! M'è morta, sai, con tutti quei suoi capelli ancora biondi come l'oro! Ah i capelli della mamma...
Io non ne ho neanche la metà.
"E ora mi parla della madre!" pensava il Furri stupito e, ormai, dall'incoscienza di colei irritato piú a sdegno che a ira.
- Ah! - fece Anny improvvisamente, sollevando la mano di lui, che teneva ancora nella sua.
- Il mio anellino! Fa' vedere! - E poiché egli ritrasse la mano quasi istintivamente: - Fa' vedere! - insisté Anny.
- Oh, come ti stringe il dito! Puoi tenerlo ancora? Non ti fa male? Io, il tuo...
la mamma me lo levò...
Credevo lo tenesse nascosto.
L'ho cercato, non l'ho trovato.
Chi sa che n'avrà fatto; l'avrà buttato via.
- Ha fatto bene! - disse il Furri, quasi senza volerlo.
- Ah no! guarda: - esclamò Anny, mostrandogli le due mani bellissime.
- Non ne ho piú tenuti, da allora!
Il Furri la guardò fisso e quasi con durezza, come non potesse piú trattenere le tante domande che gli facevan ressa alle labbra.
- Nessuno! - ripeté Anny con fermezza.
- Soltanto per pochi giorni quello tolto dalla mano della mamma morta: era l'anello nuziale del babbo: una sacra memoria.
La carrozza si fermò davanti all'Albergo della Minerva.
- Ah, stai qui? - domandò Anny, alzandosi col cagnolino in braccio; ma subito aggiunse: - Questo è un albergo.
Intendo, intendo.
Ma, bada, Laura voglio vederla subito, io!
Entrati nella camera loro assegnata, Anny riprese:
- Ora, lasciami sola.
Tre giorni di viaggio: non ne posso piú.
Il baule è qui: farò la mia toletta.
Tu intanto va' a casa, e conducimi qui subito subito Laura.
- Ma no, cara, - fece il Furri - non è a Roma.
- Non sta con te? Qua, Mopy, qua, - gridò Anny correndo dietro al cagnolino che col musetto aveva aperto l'uscio accostato e se n'era uscito sul corridoio.
Poco dopo rientrò con Mopy in braccio e, buttandolo sul canapè, gli gridò: - Cuccia lí!
- Dobbiamo prima parlare, - riprese il Furri severamente.
- Chiudi l'uscio, ti prego.
Ho fatto male a venire: vuoi dirmi questo? Dimmelo semplicemente, ti prego, senza turbarti.
Senti...
- Esitò alquanto, grattandosi celermente l'insenatura tra la pinna destra del naso e la guancia, con un gesto che il Furri le riconobbe abituale.
- Senti.
La colpa non è mia, la colpa è del Giovi.
Sono venuta spontaneamente, sí, ma egli m'assicurò piú volte che tu vivevi solo solo e sempre in casa e malfermo in salute anche.
Dunque ho supposto che - scusami, se rido - che, via! sarei potuta venire.
Ho supposto male? Hai ragione: oh, non te ne fo, né potrei fartene un torto.
Rido, vedi? La mia parte, infatti, non è bella, ora.
Vorrei pigliarmela con quel burlone del Giovi.
Ma, poveretto: gli amici non sono obbligati a saper tutto.
Via, confessalo, Mario.
Non stare cosí.
Il Furri s'era portate ambo le mani su la faccia, premendovele vieppiú a ogni parola d'Anny.
- Guardami negli occhi, - riprese questa, cangiando tono, ma pur quasi affettando una seria preoccupazione: - Il caso è grave? altri figliuoli?
- Tu non sai ciò che voglia dire averne una! - disse egli con voce vibrante di sdegno, scoprendo il volto irosamente e stringendo le pugna come per trattenersi.
- Prima di rimproverarmi aspetta che ti dica.
Credi forse, Mario, ch'io non abbia mai pianto? La mamma non c'è piú, per dirtelo.
Ma l'essere venuta cosí, col pericolo di rappresentare per te, ora, una parte poco gradita, non è una prova?
- Prova di che? - domandò il Furri interrompendo.
- Prova della tua incoscienza, per non dire altro! E non già per quello che tu supponi di me, e che io potrei prendere per un'irrisione, se tu non fossi proprio incosciente: è la parola! Ma non hai neanche occhi per vedermi? Non parliamo di me, non parliamo di me, ora.
Vuoi dire che l'essere tu venuta è una prova del tuo affetto per tua figlia?
- Aspetta, - disse Anny.
- Parleremo di questo e di tutto, ma con calma, ti prego.
Io mi confondo.
Siedi.
Ma prima apri, ti prego, quella finestra: un po' d'aria.
Cosí, grazie! Oh, siedi, ora: qua, accanto a me; dammi una mano, codesta con l'anellino mio.
Ora, è vero? ti senti vecchio tu, povero Riese! Ma non importa.
Senti: codeste due rughe cattive su le ciglia te le spianerò io.
Senti: rientrando in Italia dal treno guardavo la campagna e le ville sparse qua e là.
Non era lo stesso paesaggio della nostra villetta, del nostro nido presso Novara ch'io vedo ancora, chiudendo gli occhi, e che ho sempre sempre ricordato; ma era Italia anche lí e campagna, e quel cielo, quell'aria, e io respiravo, correndo in treno, come nel bel tempo passato, con gli occhi a una villetta lontana, finché non spariva, e poi a un'altra, che gli occhi subito cercavano per non interrompere il sogno; e intanto il cuore mi si riempiva dell'antico amore, e non imaginavo che tu dovessi accogliermi cosí.
Mi guardi? Non piango, no! vuoi crederlo tu, che sia tutto finito, non io.
Perché, Mario? Me lo dici?
- Hai bisogno che te lo dica? Ma non mi vedi, ma non lo senti, Anny? Per te era quasi naturale imaginare che potesse accoglierti il Mario d'allora: tu sei la stessa, e non sai quello che hai fatto.
Lasciami dire cosí: è l'unica scusa che potrei trovare per te.
Dici di no? E quale altra dunque, sentiamo? Ma lo sai, lo sai tu quello che hai fatto? Lo sai che hai abbandonato la figlia? Per me forse, no; per quanti sforzi abbia fatto, non sono riuscito a uccidere il ricordo di te.
Per me forse no, non eri morta, mi sopravvivevi.
Ma lo sai che per tua figlia tu sei morta, morta davvero, e ch'ella è cresciuta e che adesso ha quasi gli anni che avevi tu quando la mettesti al mondo? Lo sai tutto questo? Posso ora dire a mia figlia: No, sai, bambina, non è vero, io ho mentito con te tant'anni, mi sono divertito a straziare il tuo coricino dicendoti che la tua mamma era morta nel darti alla luce: no, sai, la mamma vive, si rifà viva dopo tanto tempo, ed eccola qua, te la presento.
Perché ho mentito? bisogna pure che glielo dica.
E allora? Ma lo intendi? Come vuoi, che vuoi che le dica?
- Non le hai detto nulla? - domandò Anny sorpresa e addolorata.
- Ah, tu credevi?
- No: imaginavo ch'ella dovesse credermi morta; ma supponevo che tu in questi tre giorni...
- L'avrei preparata? Come? Ma dimmi, dimmelo tu, quel che avrei potuto dirle...
- La verità.
- Quale verità? La verità, dici? E che ne so io? Quella che so io, no! è troppo brutta: non potevo dirgliela.
Perché farti rinascere davanti agli occhi di lei, e farti morire nello stesso tempo nel suo cuore?
Anny si levò da sedere e, lisciandosi con ambo le mani i capelli dietro la nuca, disse:
- Ma vedo che tu, mio caro, mi credi, non saprei...
Mi fai accorgere d'essere venuta con altre, oh ben altre idee delle tue in mente e con ben altri sentimenti nel cuore.
Ma già, dopo tanti anni...
Ma perché io non sono mutata? Lo riconosci tu stesso...
Capisco, lo dici in male...
Ma si fa presto, sai, a giudicare dai fatti.
- E da che vuoi che giudichi?
- Scusa, si reggono i sacchi vuoti? No; e cosí i fatti, se tu li vuoti degli affetti, dei sentimenti, di tante cose che li riempivano.
- Affetti? sentimenti? E quale altro piú forte di quello per la propria figlia?
- L'ho abbandonata: tu vedi il fatto.
Ma se la piccina, quando sono partita, piangeva, credi che non piangessi anch'io?
- E intanto...
- Intanto sono partita, in quello stato, dopo tre giorni...
e sperando di morire, sai, durante il viaggio, senza dirlo a nessuno.
Potevo anche morire, solo che mi sopravvenisse una febbre.
Dio non volle.
Sperai in seguito ch'Egli volesse invece esaudire il mio voto, quello che feci segretamente baciando per l'ultima volta la creaturina: "Ci rivedremo, quando Dio vorrà!".
La mamma è morta; sono corsa qui; e non Dio, ma tu pare che non voglia farmela vedere.
- Ah sí? E c'entra anche Dio, nella tua partenza? La volle Dio? Perché te ne partisti?
- Ma lo sai, la mamma...
- Ah, la mamma! E non potevi tu dirle: "Come pretendi che la figlia non abbandoni la madre, mentre vuoi che io abbandoni la mia creaturina?".
- Ragioni bene; ma non osservi due cose.
Prima: che ella, madre, mi avrebbe abbandonata, se io mi fossi ricusata di seguirla: e non dovevo, capisci?, non dovevo, perché noi non avevamo piú nulla, tranne una misera pensioncina: tutto quello che avevamo era mandato a me, a me soltanto dal fratello di mio padre, di cui dovevo raccogliere, com'ho raccolto, l'eredità.
Per certe sue idee quel mio zio non poteva soffrire la mamma.
Ella dunque se ne sarebbe andata sola, incontro alla miseria...
oh credi! non era donna d'accettare da me ajuto, se la lasciavo andar via.
Era cosiffatta: piuttosto morir di fame! Potevo permetterlo?
- Ma ella poteva rimanere qua con noi!
- Ecco l'altra osservazione.
Doveva stare con te e t'odiava.
Sosteneva che tu le avessi sedotta la figlia.
Per quanto io le dicessi, non riuscii mai a toglierle quest'idea dal capo.
Quante volte le chiedemmo perdono, ricordi? a te faceva le viste di perdonare, perché dentro meditava la fuga e temeva che tu, scorgendo ancora in lei avversità per il nostro matrimonio, non mi sottraessi a lei un'altra volta; ma a me, no, no, mai! E invano io ti difendevo, e le dicevo che le tue intenzioni erano state oneste, sempre, tanto vero che le avevi prima chiesto la mia mano, che la nostra fuga da Torino era avvenuta dietro il suo rifiuto.
Ah sí! vedi, questo le toglieva appunto la ragione: che noi con la violenza e col tradimento avessimo voluto forzare la sua volontà.
E i primi mesi, lí in campagna, ricordi? ti portò per le lunghe, prima con la scusa delle mie carte da sbrigare a Bonn, poi con l'altra del mio stato che non comportava piú di presentarmi in chiesa e al municipio.
E intanto per non legarmi maggiormente con cure e sollecitudini alla creaturina che portavo in grembo, non volle, ricordi? ch'io preparassi da me il corredo: volle che tu lo facessi venire bell'e fatto da Torino.
E come ci spiava, ricordi? Io ti consigliavo pazienza; e tu ne avevi, povero Riese, sperando compenso nell'avvenire.
Ah, quei mesi! quei mesi!
- Tu sapevi dunque, - disse il Furri concitato, - il delitto che tua madre meditava, e non me ne dicesti nulla?
- No, no! all'ultimo lo seppi! negli ultimi sei giorni! Voleva abbandonarmi; allora; in quel punto; quand'io avevo piú paura e piú che mai bisogno di lei!
- Infame! - muggí il Furri tra i denti.
- No, non dirlo! - pregò Anny.
- Aveva in petto il suo cuore! Se ci avesse avuto il tuo o il mio, non l'avrebbe fatto! Per lei l'infame eri tu, e io la colpevole da punire.
La pregai, la scongiurai, figúrati come, in quel punto! E lei irremovibile.
E allora io promisi...
sí, ebbi paura...
e poi pensai a lei - vecchia, senz'ajuto - e a me - sola, senza piú la mamma accanto, in un paese che non era il mio...
- E a me non pensasti? a me? a tua figlia?
- Sí, sí, Mario...
Ma in quel punto, senza mia madre, sentii di non poter vivere.
Ti conoscevo da cosí poco...
ti amavo! sí, ma avevo tanta soggezione di te: io non so, tu, col tuo carattere, con la tua serietà, mi avevi domata...
io ero una bambina allora...
e in quel punto, in quel punto...
- E poi? - domandò egli.
- Poi? Partii con la fiducia che la mamma si sarebbe piegata tra breve, assistendo ogni giorno al mio tormento.
Andammo a Neuwied, cioè ci fermammo colà, perché io non potei piú proseguire il viaggio; mi ammalai, fui per morire, Mario: quattro mesi a letto.
Ah, se tu mi avessi vista, quando mi rialzai! Scrissi allora, sai? di nascosto, scrissi a quel signor Berti che era a Novara, e che veniva qualche volta a trovarci in villa, mi désse notizia della bambina, mi dicesse soltanto: vive! nient'altro; non lo disturberei piú, m'indirizzerei in séguito ad altri, e se ad altri non potessi, mi terrei paga d'una sua sola notizia, la meno precisa, ma me la désse.
Nulla, non ebbi risposta.
Attesi, attesi.
Poi volli persuadermi che la creaturina fosse morta, e che il Berti non avesse voluto darmi questa notizia...
o che, se viva, ero morta io per lei...
almeno fintanto che la mamma...
ma vedi: questo mi ripugnava: sperare su la morte della mamma.
- E su quella della figlia, no! per distrarti...
- È vero: mi sono distratta.
Dopo la malattia.
Mi parve d'uscire da un sogno angoscioso; e che tutto fosse finito.
Ma com'io abbia vissuto, non te lo saprei dire.
Non lo so nemmeno io: perché non sapevo nulla di voi.
E la mamma intanto mi spingeva, mi assediava, cercava ogni mezzo per divagarmi.
E se tu ti eri ammogliato? e se la bambina era morta davvero? Tanti pensieri...
tanti sogni...
e nulla di certo, né per me, né per voi...
Ma sempre dentro di me qualcosa che m'impediva d'accogliere la vita, all'infuori delle minute frivolezze o dei piccoli avvenimenti senza vero interesse e senza scopo.
Cosí ho vissuto fino alla morte della mamma.
Che debbo dirti di piú?
- A Neuwied! - mormorò il Furri assorto, dopo un lungo silenzio.
- Quanto ti ci sei trattenuta?
- Oh, a lungo! Piú d'un anno.
Poi siamo andate a Coblenza.
- Eri dunque a Neuwied! E io ci passai, al ritorno.
- Tu?
- Io.
Venni a cercarti; senza nessuna traccia.
Fui a Bonn, a Colonia, a Braunschweig, a Düsseldorf, seguendo qualche indicazione raccolta qua e là.
Passai da Neuwied, ritornando in Italia, ma non mi fermai: già non ti cercavo piú! Fui anche a Wiesbaden.
- Povero Mario! - fece Anny con tenerezza.
- Ma a Wiesbaden eravamo andate in quest'ultimi anni soltanto, per invito dello zio, che è morto, poveretto, due anni fa: era solo, vecchio e infermo: ci volle in casa, dimenticando gli antichi dissapori con la mamma.
Dopo un anno e mezzo è morta lei: quattro mesi come l'altro jeri.
- Se ti avessi trovata allora! - sospirò il Furri, alzandosi.
- Ma vedi, ora, - disse Anny, - son venuta a trovarti io.
- A trovare chi? A trovare un morto! Oh Anny! Non vedi? non vedi? Fra tua madre e me e nostra figlia hai scelto quella.
Che vuoi ora da me? Tua madre è morta; ma sei morta anche tu per Lauretta!
- Oh no, Mario! - fece con orrore Anny.
- Aspetta, Anny.
Vedi: davanti a te, m'è caduto lo sdegno: io non so piú parlarti, come forse dovrei.
Ma è evidente che tu non sai renderti conto di quello che hai fatto, del tempo che è passato, di tutto quello che è avvenuto in questo tempo.
Scommetto, che tu imagini ancora Lauretta come una bambina, ed è alta, sai, quanto te: è una donna davanti a cui tu, se ora la vedessi, resteresti come davanti a una estranea.
Per te il tempo non è passato: lo vedo, lo sento.
Tu sei ancora come una ragazza - quella di prima - e vedi, parlandoti, mi viene da piangere, perché io sono vecchio, Anny, vecchio, vecchio e finito.
No, no, lasciami piangere.
Non ho mai pianto.
Ma mi vedo davanti ciò che ho perduto, ciò che tu mi hai rubato, e vedi: vorrei qua, sotto i piedi, la fossa di tua madre per calcarci sopra la terra con tutta la forza del mio odio! Ah, nessun fiore, se c'è Dio, crescerà su quella fossa, come nuda e senza un sorriso è stata la culla della figlia mia, e squallida e muta la mia vita, per causa di lei, e tua, e tua...
Ti copri la faccia? Ah, c'è da inorridire davvero! Non è, non è reparabile quello che avete fatto.
Ora tutto è finito! tutto e per sempre! Non può intenerirmi il tuo pianto.
Non ti fo piangere io, ma tua madre.
Domandane conto a lei.
Ha spezzato la mia vita e la tua: ti ha uccisa per tua figlia.
È stata lei: che vuoi ora da me? Io sono morto; non posso farti rivivere.
Anny era caduta sul canapè e piangeva arrovesciata sulla spalliera.
Il Furri passeggiò un tratto per la camera, poi andò presso la finestra e vi si trattenne, fermo nell'odio, contro ogni suggerimento pietoso che potesse venirgli dai singhiozzi di lei.
Il cagnolino nero si levò su le quattro zampette sul canapè, cacciando il musetto sotto il braccio della padrona; ma Anny lo respinse col gomito; allora Mopy si rizzò con le due zampette anteriori sul bracciuolo, e si mise a ringhiare contro il Furri alla finestra, poi abbajò.
Anny si voltò subito a lui, e se lo strinse al petto piangendo.
Il Furri si tolse dalla finestra senza guardare Anny.
Entrambi stettero a lungo in silenzio.
Poi ella, rimesso alla cuccia il cagnolino, si alzò, prese da una seggiola una valigetta e l'aprí per trarne un altro fazzoletto anch'esso listato di nero, col quale si asciugò a lungo gli occhi.
Finalmente disse con durezza nella voce:
- Mia figlia...
non debbo vederla?
Il Furri notò l'espressione torva del volto di lei e, urtato dal tono della voce, rispose:
- Te ne nasce tardi il desiderio.
- Io me ne riparto subito! - riprese Anny con la stessa espressione, ma piú fiera, e la stessa voce.
- Però mia figlia voglio vederla.
E scoppiò di nuovo in singhiozzi, nascondendo la faccia nel fazzoletto.
- Come potrei fartela vedere? - disse il Furri.
- E poi, perché?
- Voglio vederla! - insisté Anny tra i singhiozzi.
- Anche da lontano, e poi me ne ripartirò.
- Ma io...
- fece esitante il Furri.
- Temi che voglia tenderti un agguato? Oh inorridisci tu adesso! Ma è cosí naturale imaginare codesto sospetto in uno che ha accumulato tant'odio per rovesciarlo senza alcuna considerazione su una morta! Basta, basta...
Ogni recriminazione è inutile! Sono accorsa a te, alla figlia, col cuore d'allora: tu me l'hai assiderato.
Basta! Comprendo ora anch'io d'aver commesso una follia a venire.
- Sí, - disse il Furri, - come un delitto allora, nell'andartene.
Questo è il mio giudizio.
Delitto - disse allora il mio cuore, quando tornai da Torino alla villetta, ove trovai la bambina abbandonata.
Follia - mi costringe ora a dire lo stato in cui sono ridotto; ed è veramente cosí, perché tu, che avresti potuto imaginare com'io dovessi rimanere allora, avresti potuto anche supporre come necessariamente dovevi ritrovarmi adesso.
Ma non t'è passato neanche per la mente! Tu hai potuto scusare davanti a me quello che hai fatto e addurre come una giustificazione l'essere tornata a noi, dopo tant'anni! Via, via Anny! Misura il baratro che s'è scavato tra noi due: tu credi di poterlo saltare a piè pari? Ma io non posso, vedi: mi reggo appena su le gambe, io.
Basta, basta davvero.
Perché vuoi vedere tua figlia? Tu non la conosci...
- Voglio vederla appunto per questo! - esclamò Anny tra le lagrime.
- Lo so, - riprese il Furri.
- Ma la ragione dovrebbe imporre un freno a codesto tuo sentimento, nell'interesse tuo stesso.
- No, no! - negò Anny.
- Sono venuta qua; so che mia figlia è qua; vuoi che me ne riparta senza vederla?
- Ma non è qua, non è a Roma, ti ripeto.
- Non è vero! Stai in campagna tu? O l'hai nascosta perché hai avuto paura, di' la verità!
- Ebbene, sí, ma non giova rilevarlo, giacché dev'essere cosí.
- Ah non giova! Per te, si sa.
Ma tu andrai a prenderla: voglio vederla, anche dalla finestra: la farai passare di qui, o per via - io non so! Non temere: saprò frenarmi.
- Ebbene...
Ma è una follia anche questa, Anny! Ascoltami: io non temo, perché l'affetto o il desiderio che hai di vederla non potrebbe spingerti a commettere un altro delitto: quello d'uccidere in lei l'ideale senza imagine che ella ha della mamma sua; tu le sembreresti pazza, e tutt'al piú, come pazza, potresti farle pietà.
Ma se ragioni, se la convinci, profanando l'idealità vaga e pura e santa che ha di te morta per lei, non pietà né alcun altro sentimento buono, credilo, potresti muovere in lei.
Di questo sono convinto; perciò non temo.
Io dicevo per te.
- Oh grazie! Dopo quello che hai detto, ti preoccupi ancora di un'altra spina che mi porterei nel cuore? Quanta carità! E del mio avvenire, adesso, di', non ti preoccupi? Che sarà di me? Ci penso anch'io.
Tacquero un tratto, tutti e due assorti in questo nuovo pensiero; lui con gli occhi chiusi dolorosamente, nell'atteggiamento di chi è solito crucciarsi in cuore senza parola; lei con gli occhi alle punte aguzze delle scarpine.
- Ora sono sola, - disse come a se stessa.
- Tutto questo tempo sono stata...
cosí: per aria! un'estranea curiosa e leggera in mezzo alla vita...
di qua, di là.
Di vero, di concreto intorno a me, nulla: mia madre, che mi teneva posto di tutto, è vero, ma...
E la gioventú: un soffio...
passata cosí, senza nulla...
- Si levò in piedi di scatto con un'esclamazione indeterminata: - Bah! A Coblenza, sai? piú d'uno chiese alla mamma la mia mano...
e poi tanti, uh! hanno perduto il tempo a corteggiarmi...
Ora me ne ritornerò a Wiesbaden, nella casa che m'ha lasciato lo zio; e chi sa, ci sarà qualche altro ancora - benché io non sia piú giovane - che vorrà avere la degnazione di credere che forse valga la pena di continuare a perdere un po' di tempo a corteggiarmi, con fine onesto anche, perché no? sono ricca; potrei permettermi il lusso della franchezza: dichiarare che non sono zitellona come mi si crede, benché non sia né vedova, né maritata...
È proprio cosí! Rimango cosí! Bisogna dire che rimango male...
Mah! Tu in coscienza credi che non puoi né devi fartene un rimorso.
Infatti, dici bene: sono voluta andar via io: tu mi avresti sposata subito, allora.
Dell'esser io tornata, non vuoi tenere alcun conto: non fa piú comodo a te, adesso, di sposarmi: per mia figlia sono morta, e ho commesso una follia a venire.
Si deve dunque chiudere cosí la mia vita? Convieni almeno, via! che la follia che ho commessa non è poi brutta! Sono tornata; mi chiudi la porta in faccia; resto sola, senza piú neanche un dolce ricordo, con la memoria soltanto dell'accoglienza che m'hai fatta, e senza alcuno stato.
Via, via, lascia che veda mia figlia, mi porterò almeno l'imagine di lei nel cuore; e questa imagine forse...
- Non concluse, ritenuta improvvisamente dal fare, anche a se stessa soltanto, una promessa che poteva esser sacra e che la vita, a una prima svoltata, poteva smentire.
Domandò: - Come potrò vederla?
- Io torno questa sera in campagna, - disse il Furri con voce arida, - domattina sarò a Roma con Lauretta: domani è venerdí...
ah; è il venerdí santo! in chiesa...
Senti: a San Pietro, domattina, per le funzioni: dalle dieci alle undici.
Ti troverai lí; io entrerò con mia figlia, e la vedrai.
- È religiosa?
- Molto, sí.
- Allora certo, in chiesa, prega ogni volta per me...
E se domani io la vedo inginocchiata, dirò: eccola, prega per me.
- Anny, Anny...
- Vuoi che non pianga? Io non sono morta, come tu le hai fatto credere.
E a mia figlia che prega per me non posso neanche dire: sono viva, guardami! sono viva e piango per te.
Attese un tratto, piangendo, che il Furri le dicesse qualcosa; poi si tolse il fazzoletto dagli occhi e vedendolo chiuso nel cordoglio e col volto contratto, si alzò e asciugandosi gli occhi, disse:
- Va'! va'! A domani, dunque...
Lasciami sola.
Verrai a salutarmi? Partirò domani l'altro: sabato.
- Verrò, - rispose il Furri.
- Intanto, a domani.
Addio.
La prima e piú tremenda prova era superata.
E quantunque il Furri, in treno con la figliuola, si sentisse ancora sotto l'incubo della presenza di colei, pure, come se da quel tuffo violento nel passato e dal cozzo interno di tanti opposti sentimenti un po' dell'antico vigore si fosse ridestato in lui, notava che egli, non che soffrire il danno temuto da quell'incontro, ne aveva quasi tratto insperata energia; e, piú che compiacersene, se ne stupiva.
Uscito il giorno innanzi, com'ebbro, dall'albergo, gli era parso, è vero, che tutto gli fosse girato intorno, e aveva avuto appena il tempo e la forza di chiamare una vettura e di salirvi.
Ma come aveva saputo poi dominarsi, la sera, in presenza della figliuola!
Ora il rombar cadenzato del treno imponeva quasi un ritmo al turbinare di tante impressioni e di tanti sentimenti in lui.
Si sentiva di tratto in tratto ferire acutamente dalla spina del rimorso infertagli dalle ultime parole d'Anny; e allora ripeteva a se stesso: - È passato! è passato! - come se l'aver potuto jeri andar via a tempo, rendesse oggi tardivo e per ciò inutile il rimpianto di non aver ceduto al sentimento di indulgente pietà ispiratogli dalle lagrime di lei.
Ma cosí del resto doveva fare! La dura resistenza, per quanto in certi punti ora a lui stesso crudele, era necessaria.
E gli bastava posare lo sguardo sulla figlia che gli sedeva dirimpetto per averne conforto e giustificazione.
Lauretta gli parlava, e lui guardandola intentamente chinava di tanto in tanto il capo in segno d'approvazione, pur senz'intendere nulla di ciò che lei gli diceva.
- Ma no! ma no! se non m'ascolti! - gli gridò a un certo punto Lauretta.
- Hai ragione...
- fece lui, riscotendosi e andando a sederle accanto.
- Ma con questo fracasso...
- E allora perché dici, di sí col capo, mentr'io invece dicevo di no, che non può essere?
- Che cosa? Scusami, pensavo...
- Già! Come la signorina Lander, quando le parlo e non mi sente.
- Che cosa? - domandò la sorda, a sua volta, nel vedersi indicata da Lauretta.
- Nulla! nulla! non dico piú nulla! - fece questa indispettita, e si mise a guardar fuori.
- Brava Lauretta! Oh, senti: se facciamo a tempo...
dopo la compera dell'abito, vuoi che andiamo a San Pietro per le funzioni?
- Bravo papà! - approvò Lauretta.
- Ma non facciamo a tempo...
Se andassimo prima a San Pietro? Però...
- Che cosa? - ridomandò la sorda, vedendosi guardata da Lauretta.
- Non dico a lei! - rispose questa, accompagnando le parole con un gesto della mano inguantata; e, rivolgendosi al padre, aggiunse: - Che ne facciamo di lei? Non possiamo mica portarcela in chiesa con quel cappellaccio...
- Si sa! - rispose il Furri.
- Scendiamo prima a casa, e la lasciamo.
- Ma si fa a tempo?
- A momenti siamo arrivati.
Vedi che, se non t'ascoltavo, pensavo di farti un regalo con la mia proposta.
E tu, di' la verità, pensavi al negozio delle stoffe; e a San Pietro, no.
- Non è vero! - negò Lauretta.
- Ma se tu, scusa, hai sentito il bisogno di muoverti giusto la settimana santa...
Se non fossimo andati via, all'abito forse non ci avrei pensato, e avrei pensato certo d'assistere alle funzioni.
Poi supponevo che tu non mi ci volessi accompagnare.
Hai tanto da fare, che jeri, prima, hai dimenticato la mia commissione, - fortuna, dico io, perché cosí scelgo da me e ti faccio spendere il doppio e poi oggi, non so, mi pareva che avessi la testa tra le nuvole.
Figúrati se ti avrei detto: Papà, conducimi a San Pietro.
- Eh, lo sapevo! - disse il Furri ridendo.
- Hai sempre ragione tu!
- Vuoi essere ringraziato?
- No no, - rispose egli turbandosi.
- Mi ringrazierai dell'abito piuttosto, se mi farai spendere molto.
- Lo spero bene! - esclamò Lauretta.
Il treno, entrato nella stazione quasi scivolando sul binario, s'arrestò di schianto, e la Lander, che già s'era alzata, ricadde improvvisamente a sedere esclamando: - Oh Je'! - mentre il cappellaccio di paglia, urtando contro la spalliera, púmfete! le saltava sul naso.
Lauretta scoppiò a ridere.
Il Furri, che non s'era accorto di nulla, sconvolto alla vista della stazione dal ricordo del giorno innanzi, si voltò di scatto al riso della figlia, colpito: il riso della madre, lo stesso riso! Non l'aveva mai notato.
- Se lei porta cappelli inverosimili! - gridò aspramente alla Lander.
E come se la scoperta di quella somiglianza nel riso avesse avuto per lui un significato di condanna, cadde in preda a un'agitazione rabbiosa, di cui la signorina Lander volle per un buon tratto esser vittima ostinandosi a scusare il suo cappello e a incolpare il treno che s'era fermato di schianto, cosa che in Germania, naturalmente, non soleva mai avvenire.
L'agitazione del Furri crebbe di punto in punto, fino a fargli perdere ogni dominio di sé, davanti alla figlia; la quale, stupita dapprima ch'egli avesse potuto prendere in cosí mala parte l'incidente occorso alla signorina Lander, non intendeva ora perché avesse quell'angosciosa fretta di condurla in chiesa.
- Se non puoi, babbo, lasciamo andare! - gli disse.
- No no! - rispose recisamente il Furri.
- Andiamo subito, anzi!
E appena salito in vettura, gli parve che conducesse la figliuola a un sacrifizio entro la chiesa.
Non tirava quasi piú fiato dall'angoscia.
E in quella tortura e in quello smarrimento dei sensi non discerneva piú se fosse costernato maggiormente per sé o avesse paura per la figliuola.
Piú che determinata paura, sentiva sgomento della chiesa, sapendovi in agguato, invisibile, colei, piccola sotto la poderosa vacuità di quell'interno sacro.
Traversando la piazza immensa, sporse un po' il capo a guardar la cordonata della chiesa in fondo: minuscole persone sparse vi salivano e scendevano, altre erano ferme là in alto.
Oh se tra queste colei si fosse fermata ad aspettare! Strinse le pugna come per contenere in sé un impeto rabbioso d'odio.
Come, come passarle davanti, sotto gli occhi, con la figliuola accanto? - Scese tremando dalla vettura.
- Babbo, tu non ti senti bene, - gli disse Lauretta vedendolo cosí stravolto e quasi in preda a brividi di febbre.
- Torniamo a casa con la stessa vettura.
- No, - rispose, - entriamo! Mi sono troppo strapazzato jeri e oggi.
Non è nulla! Dammi il braccio.
A ogni passo, sú per l'ampia cordonata, sentiva appesantirsi vieppiú le membra e l'ànsito farsi piú frequente e piú corto.
- Aspetta! - diceva alla figlia.
Si provava a trarre un largo respiro, guardando intorno rapidamente, e soggiungeva:
- Andiamo, non è nulla, un po' d'asma.
Introdottisi attraverso la pesante portiera di cuojo nella enorme basilica, egli lanciò uno sguardo fino in fondo; ma subito la vista gli s'intorbidò quasi perduta nella vastità dell'interno, e chiamò sottovoce: - Lauretta, - stringendo a sé il braccio di lei, quasi senza volerlo o come per prevenirla di qualche cosa.
- Lauretta! - ripeté forte, con schianto, quasi trabalzando, nel vedere la figlia lasciare il suo braccio e correre verso la pila a sinistra sorretta dai colossali angeletti.
Nello smarrimento, gli parve in un baleno ch'ella accorresse alla madre nascosta lí dietro.
Lauretta si voltò interdetta, e tornando a lui sorridente:
- Che sciocca! Dimenticavo che oggi non c'è acqua benedetta.
Tu lo sapevi?
- Non mi lasciare, ti prego, - le disse egli non rimesso ancora dall'interno rimescolamento.
- Bella figura, se qualcuno m'ha veduta! - aggiunse Lauretta, guardando intorno.
- Bada a me...
bada a me...
Dove andiamo? Senti? che cosa cantano?
Dall'ala destra della crociera in fondo venivano le parole confuse del canto.
- Sí, gl'improperia, - disse Lauretta.
- Vedi? è tardi.
Andiamo qua a sinistra, al Sepolcro.
- Non tra la folla, - pregò lui, vedendo in quest'altra ala della crociera un fitto assembramento di gente curva inginocchiata presso la luminaria densa dell'altare di fianco.
- No, vieni, vieni qua, al di fuori...
- rispose lei.
- Qua, - e s'inginocchiò presso il padre.
Il Furri a capo chino si provò a volgere gli occhi in giro, ma li riabbassò subito su la figlia inginocchiata, come se volesse nasconderla con lo sguardo.
E non osando dirlo a lei, diceva piano piano a se stesso: - Ancora? ancora? - non resistendo piú a vederla pregare.
Era certo che colei la guardava da un punto forse vicinissimo della chiesa, e gli correvano brividi per la schiena, e tremava tutto, quasi in attesa che da un momento all'altro colei, non sapendo piú trattenersi, irrompesse tra la folla silenziosa, piombasse sulla figlia.
Ebbe un sussulto e guardò ferocemente una signora, venuta a inginocchiarsi presso Lauretta.
Si voltò: uno scalpiccio confuso veniva dall'altro lato della crociera.
- Lauretta...
Lauretta...
- chiamò.
Ella alzò gli occhi al padre, ancora inginocchiata, e subito sorse in piedi, sgomenta: - Babbo, che hai?
- Non resisto piú...
- balbettò il Furri, ansimando.
Si mossero per la navata di centro; ma si videro venire incontro solenne la processione verso il Sepolcro.
Parve al Furri che tutti gli occhi della folla sopravveniente fossero appuntati su lui e sulla figlia, e che tutti gli occhi fossero quelli di colei.
In quel punto la madre sconosciuta conosceva certamente la figliuola ignara.
Il Furri, impedito d'andare, stretto tra la folla, serrava con una mano convulsa il braccio di Lauretta, e incoscientemente, con gli occhi annebbiati, vaganti in giro, singhiozzava tra sé: - Eccola...
eccola...
- e cercava, tra tanti, due occhi ben noti, su cui appuntare lo sguardo, come per tenerli lontani.
- Eccola...
- diceva il suo sguardo a quei due occhi, che non riusciva a scoprire tra la folla: - Eccola, è questa, tua figlia! - E stringeva vieppiú il braccio di Lauretta.
- Questa, la figlia che tu hai abbandonata, che ignora che tu, sua madre, sia qui, vicina, presente...
Guardala e passa senza gridare...
È mia, mia unicamente...
Io solo so quanto mi sia costata, io che l'ho allevata tra le braccia, in vece tua, piangendo tante notti il suo piccolo pianto, nel sentirmela sul petto abbandonata da te...
- Vexilla Regis prodeunt...
- intonò in quel momento supremo il coro di ritorno dal Sepolcro; e il Furri che non se l'aspettava, a quelle voci fu quasi per cadere tramortito.
- Andiamo via! andiamo via! - ebbe appena la forza di balbettare alla figlia.
Tornò, il giorno dopo, all'albergo.
- La signora è partita fin da jeri, - gli annunziò il cameriere ossequioso.
- Partita? - disse il Furri come a se stesso; e pensò: "Partita! Ha veduto la figlia? Era in chiesa jeri? O ha seguito il mio consiglio, ed è andata via senza vederla, senza conoscerla? Meglio cosí! meglio cosí!".
Ritornò a casa e, aprendo la porta si meravigliò sentendo Lauretta sonare, lieta e ignara, il pianoforte.
Si accostò pian piano e, intenerito si chinò a baciarla sui capelli:
- Suoni?
Lauretta, senza smettere di sonare, reclinò il capo indietro e rispose sorridendo al padre:
- Non senti che hanno slegato le campane?
L'UCCELLO IMPAGLIATO
Tranne il padre, morto a cinquant'anni di polmonite, tutti gli altri della famiglia - madre e fratelli e sorelle e zie e zii del lato materno - tutti erano morti di tisi, giovanissimi, uno dopo l'altro.
Una bella processione di bare.
Resistevano loro due soli ancora, Marco e Annibale Picotti; e parevano impegnati a non darla vinta a quel male che aveva sterminato due famiglie.
Si vigilavano l'un l'altro, con gli animi sempre all'erta, irsuti; e punto per punto, con rigore inflessibile seguivano le prescrizioni dei medici, non solo per le dosi e la qualità dei cibi e i varii corroboranti da prendere in pillole o a cucchiaj, ma anche per il vestiario da indossare secondo le stagioni e le minime variazioni di temperatura e per l'ora d'andare a letto o di levarsene, e le passeggiatine da fare, e gli altri lievi svaghi compatibili, che avevan sapore anch'essi di cura e di ricetta.
Cosí vivendo, speravano di riuscire a superare in perfetta salute, prima Marco, poi Annibale, il limite massimo d'età raggiunto da tutti i parenti, tranne il padre, morto d'altro male.
Quando ci riuscirono, credettero d'aver conseguito una grande vittoria.
Se non che, Annibale, il minore, se ne imbaldanzí tanto, che cominciò a rallentare un poco i rigidissimi freni che s'era finora imposti, e a lasciarsi andare a mano a mano a qualche non lieve trasgressione.
Il fratello Marco cercò, con l'autorità che gli veniva da quei due o tre anni di piú, di richiamarlo all'ordine.
Ma Annibale, come se veramente della morte avesse ormai da guardarsi meno, non avendolo essa colto nell'età in cui aveva colto tutti gli altri di famiglia, non gli volle dar retta.
Erano, sí, entrambi della stessa corporatura, bassotti e piuttosto ben piantati, col naso tozzo, ritto, gli occhi obliqui, la fronte angusta e i baffi grossi; ma lui, Annibale, quantunque minore d'età, era piú robusto di Marco; aveva quasi una discreta pancettina, lui, della quale si gloriava; e piú ampio il torace, piú larghe le spalle.
Ora dunque, se Marco, pur cosí piú esile com'era, stava benone, non poteva egli impunemente far getto in qualche trascorso di quanto aveva d'avanzo rispetto al fratello?
Marco, dopo aver fatto il suo dovere, come la coscienza gli aveva dettato, lasciò andare i richiami e le riprensioni, per stare a vedere, senza suo rischio, gli effetti di quelle trasgressioni nella salute del fratello.
Che se a lungo andare esse non avessero recato alcun nocumento, anche lui...
chi sa! se le sarebbe forse concesse un po' per volta; avrebbe potuto almeno provare.
Ma che! no, no! orrore! Annibale venne a dirgli un giorno che s'era innamorato e che voleva prender moglie.
Imbecille! Con quella minaccia terribile sul capo, sposare? Sposare...
chi? la morte? Ma sarebbe stato anche un delitto, perdio, mettere al mondo altri infelici! E chi era quella sciagurata che si prestava a un simile delitto? a un doppio, a un doppio delitto?
Annibale s'inquietò.
Disse al fratello che non poteva assolutamente permettere ch'egli usasse siffatte espressioni verso colei che tra poco sarebbe stata sua moglie; che, del resto, se doveva conservare la vita cosí a patto di non viverla, tanto valeva che la perdesse; un po' prima, un po' dopo, che gl'importava? era stufo, ecco, e basta cosí.
Il fratello rimase a guardarlo col volto atteggiato di commiserazione e di sdegno, tentennando appena appena il capo.
Oh sciocco! Vivere...
non vivere...
Quasi che fosse questo! Bisognava non morire! E non già per paura della morte; ma perché questa era una feroce ingiustizia, contro alla quale tutto l'essere suo si ribellava, non solamente per sé, ma anche per tutti i parenti caduti, ch'egli con quella sua dura, ostinata resistenza doveva vendicare.
Basta, sí, basta.
Non voleva inquietarsi, lui; gli dispiaceva anzi d'essersi in prima alterato e riscaldato.
Non piú! Non piú!
Voleva sposare? Liberissimo! Sarebbe rimasto lui solo a guardare in faccia la morte, senza lasciarsi allettare dalle insidie della vita.
Patti chiari, però.
Stare insieme - niente; noje, impicci - niente.
Se voleva sposare - fuori! Fuori, perché il fratello maggiore, il capo di casa era lui; e la casa spettava dunque a lui.
Tutto il resto sarebbe stato diviso in parti uguali.
Anche i mobili di casa, sí.
Poteva portarsi via tutti quelli che desiderava; ma pian piano, con garbo, senza sollevar polvere, perché la salute, lui, se la voleva guardare.
Quell'armadio? Ma sí, e anche quel cassettone e la specchiera e le seggiole e il lavabo...
sí, sí...
Quelle tende? Ma sí, anche quelle...
e la tavola grande da pranzo per tutti i floridi figliuoli che gli sarebbero nati, sí, e anche la vetrina con tutto il vasellame.
Purché gli lasciasse intatta, insomma, la sua camera con quei seggioloni antichi e il divano, imbottiti di finto cuojo, a cui era affezionato, e quei due scaffali di vecchi libri e la scrivania.
Quelli no, quelli li voleva per sé.
- Anche questo? - gli domandò, sorridendo, il fratello.
E indicò tra i due scaffali, un grosso uccello impagliato, ritto su una gruccia da pappagallo; cosí antico, che dalle penne scolorite non si arrivava piú a riconoscere che razza d'uccello fosse stato.
- Anche questo.
Tutto quello che sta qua dentro, - disse Marco.
- Che c'è da ridere? Un uccello impagliato.
Ricordi di famiglia.
Làscialo stare!
Non volle dire che, cosí ben conservato, quell'uccello gli pareva di buon augurio e, per la sua antichità, gli dava un certo conforto, ogni qual volta lo guardava.
Quand'Annibale sposò, egli non volle prender parte alla festa nuziale.
Solo una volta, per convenienza, era andato in casa della sposa, e non le aveva rivolto né una parola di congratulazione né un augurio.
Gelida visita di cinque minuti.
Non sarebbe andato di sicuro in casa del fratello, né al ritorno dal viaggio di nozze, né mai.
Si sentiva venir male, un tremito alle gambe, pensando a quel matrimonio.
- Che rovina! che pazzia! - non rifiniva d'esclamare, aggirandosi per l'ampia stanza ben turata, intanfata di medicinali, con gli occhi fissi nel vuoto e tastando con le mani irrequiete i mobili rimasti - Che rovina! che pazzia!
Nella vecchia carta da parato erano rimaste e spiccavano le impronte degli altri mobili portati via dal fratello; e quelle impronte gli accrescevano l'impressione del vuoto, nel quale egli, quasi cancellato, vagava come un' anima in pena.
Via, via, no! non doveva scoraggiarsi; non doveva pensarci piú a quell'ingrato, a quel pazzo! Avrebbe saputo bastare a se stesso.
E si metteva a fischiare pian piano, o a tamburar con le dita su i vetri della finestra, guardando fuori gli alberi del giardinetto ischeletriti dall'autunno, finché non avvistava lí sullo stesso vetro, su cui tamburellava, oh Dio, una mosca morta, intisichita, appesa ancora per una zampina.
Passarono parecchi mesi, quasi un anno dalle nozze del fratello.
La vigilia di Natale, Marco Picotti sentiva venire dalla strada il suono delle zampogne e dell'acciarino e il coro delle donne e dei fanciulli per l'ultimo giorno di novena davanti alla cappelletta parata di fronde; udiva lo schioppettío dei due grossi fasci di paglia che ardevano sotto quella cappelletta; e cosí angosciato, si disponeva ad andare a letto all'ora solita, allorché una furiosa scampanellata lo fece sobbalzare, quasi con tutta la casa.
Una visita d'Annibale e della cognata.
Annibale e Lillina.
Irruppero imbacuccati, sbuffanti, e si misero a pestare i piedi per il freddo, e a ridere, a ridere...
Come ridevano! Vispi, allegri, festanti.
Gli parvero ubriachi.
Oh, una visitina di dieci minuti, soltanto per fargli gli augurii: non volevano che per causa loro ritardasse neppure d'un minuto l'andata a letto.
E...
non si poteva intanto aprire, neppure uno spiraglietto, per rinnovare l'aria un tantino là dentro? no, è vero? non si poteva, neppure per un minuto? Oh Dio, e che cos'era là quella bestiaccia, quell'uccellaccio impagliato su la gruccia? E questa? oh, una bilancetta! per le medicine, è vero? carina, carina.
E donna Fanny? dov'era donna Fanny?
Per tutti quei dieci minuti, Lillina non si fermò un attimo, saltellando cosí, di qua e di là, per la camera del cognato.
Marco Picotti rimase stordito come per una improvvisa furiosa folata di vento, che fosse venuta a scompigliargli non solo la vecchia camera silenziosa, ma anche tutta l'anima.
- E dunque...
e dunque...
- si mise a dire, seduto sul letto, quand'essi se ne furono andati; e si grattava con ambo le mani la fronte: - E dunque...
Non sapeva concludere.
Possibile? Aveva ritenuto per certo che il fratello, subito dopo la prima settimana dalle nozze, dovesse disfarsi, cascare a pezzi.
Invece, invece, eccolo là - benone; stava benone! e come lieto! felice addirittura.
Ma dunque? Che non ci fosse piú bisogno davvero, neanche per lui, di tutte quelle cure opprimenti, di tutta quella paurosa vigilanza? Che potesse anche lui sottrarsi all'incubo che lo soffocava; e vivere, vivere, buttarsi a vivere come il fratello?
Questi, ridendo, gli aveva dichiarato che non seguiva piú nessuna cura e nessuna regola.
Tutto via! al diavolo, medici e medicamenti!
- Se provassi anch'io?
Se lo propose, e per la prima volta andò in casa d'Annibale.
Fu accolto con tanta festa, che ne rimase per un pezzo balordo.
Chiudeva gli occhi e parava le mani in difesa, ogni qual volta Lillina accennava di saltargli al collo.
Ah che cara diavoletta, che cara diavoletta, quella Lillina! Friggeva tutta.
Era la vita! Volle per forza che rimanesse a desinare con loro.
E quanto lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro, ma piú di gioja che di vino.
Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco Picotti si sentí male.
Una forte costipazione di petto e di stomaco, per cui dovette stare a letto parecchi giorni.
Invano Annibale cercò di dimostrargli che questo era dipeso perché se n'era dato troppo pensiero e non s'era buttato con coraggio e con allegria allo sproposito.
No, no! mai piú! Mai piú! E guardò il fratello con tali occhi, che Annibale a un tratto...
- no, perché?
- Che...
che mi vedi? - gli domandò, impallidendo, con un sorriso smorto sulle labbra.
Disgraziato! La morte...
la morte...
Già ne aveva il segno lí, in faccia, il segno che non falla!
Glielo aveva scorto in quell'improvviso impallidire.
I pomelli gli erano rimasti accesi.
Spenta l'allegria ecco lí sugli zigomi, i due fuochi della morte, cupi, accesi.
Annibale Picotti morí difatti circa tre anni dopo le nozze
E fu per Marco il colpo piú tremendo.
Lo aveva previsto, sí, lo sapeva bene che per forza al fratello doveva andargli a finire cosí.
Ma, intanto, che terribile mònito per lui, e che schianto!
Non volle arrischiarsi neanche ad accompagnarlo fino al cimitero.
Troppo si sarebbe commosso e troppo dispetto, anzi odio gli avrebbero mosso dentro gli sguardi della gente, che da un canto lo avrebbero compassionato e dall'altro gli si sarebbero fitti acutamente in faccia, per scoprire anche in lui i segni del male di che erano morti tutti i suoi, fino a quell'ultimo.
No, egli no, non doveva morire! Egli solo, della sua famiglia, l'avrebbe vinta! Aveva già quarantacinque anni.
Gli bastava arrivare fino ai sessanta.
Poi la morte - ma un'altra, non quella! non quella di tutti i suoi! - poteva pure prendersi la soddisfazione di portarselo via.
Non gliene sarebbe importato piú nulla.
E raddoppiò le cure e la vigilanza.
Non voleva però in pari tempo che la costernazione assidua, quello starsi a spiare tutti i momenti gli nocesse.
E allora arrivò fino a proporsi di fingere davanti a se stesso che non ci pensava piú.
Sí, ecco, di tratto in tratto, certe parole, come: "Fa caldo" - oppure: - "Bel tempo" - gli venivano alle labbra, sole, non pensate, proprio sole; non che lui le volesse proferire per sentir se la voce non gli si fosse un poco arrochita.
E andava in giro per le ampie stanze vuote della casa antica, dondolando il fiocco della papalina di velluto e fischiettando.
La piccola donna Fanny, la cameriera, che non si sentiva ancora tanto vecchia e in parecchi anni che stava lí a servizio non era per anco riuscita a levarsi dal capo che il padrone avesse qualche mira su lei e per timidezza non glielo sapesse dire; vedendolo gironzare cosí per casa, gli sorrideva e gli domandava:
- Vuole qualche cosa, signorino?
Marco Picotti la guardava d'alto in basso e le rispondeva, asciutto:
- Non voglio nulla.
Soffiatevi il naso!
Donna Fanny si storceva tutta e soggiungeva:
- Capisco, capisco...
Vossignoria mi rimprovera perché mi vuol bene.
- Non voglio bene a nessuno! - le gridava allora con tanto d'occhi sbarrati.
- Vi dico: soffiatevi il naso, perché pigliate tabacco! E quando uno piglia tabacco, non fa veder certe gocce che pendono dal naso.
Le voltava le spalle, e si rimetteva a fischiettare, dimenando il fiocco e gironzando.
Un giorno, la vedova del fratello ebbe la cattiva ispirazione di fargli una visita.
- Per carità, no! le gridò lui, premendosi forte le mani sul volto per non vederla piangere, cosí vestita di nero.
- Andate, andate via! Non v'arrischiate piú a venire, per carità! Volete farmi morire? Ve ne scongiuro, andate via subito! Non posso vedervi, non posso vedervi!
Un attentato gli parve, quella visita.
Ma che credeva colei, ch'egli non pensasse piú al fratello? Ci pensava, ci pensava...
Soltanto fingeva di non pensarci, perché non doveva, ancora non doveva!
Per tutto un giorno ci stette male.
E anche la notte, nello svegliarsi, ebbe un furioso accesso di pianto, di cui la mattina dopo finse di non ricordarsi piú.
Ilare, ilare, la mattina dopo; fischiettava come un merlo, e ogni tanto:
- "Fa caldo...
Bel tempo..."
Quando i baffi, che gli s'erano conservati ostinatamente neri, cominciarono a brizzolarglisi, come già i capelli su le tempie, - anziché affliggersene - ne fu contento, contentissimo.
La tisi - poiché tutti i suoi erano morti giovanissimi - gli richiamava l'idea della gioventú.
Piú se n'allontanava, piú si sentiva sicuro.
Voleva, doveva invecchiare.
Con la gioventú odiava tutte le cose che le si riferivano: l'amore, la primavera.
Sopra tutte, la primavera.
Sapeva che questa era la stagione piú temibile per i malati di petto.
E con sorda stizza vedeva rinverdire e ingemmarsi gli alberi del giardinetto.
Di primavera, non usciva piú di casa.
Dopo il desinare rimaneva a tavola e si divertiva a far l'armonica coi bicchieri.
Se donna Fanny accorreva al suono, come una farfalletta al lume, la cacciava via, aspramente.
Povera donna Fanny! Era proprio vero che quel brutto padrone non le voleva bene.
E se n'accorse meglio, quando ammalò gravemente e fu mandata via, a morire all'ospedale.
Marco Picotti se ne dolse soltanto perché dovette prendere un'altra cameriera.
E gli toccò di cambiarne tante, in pochi anni! All'ultimo, poiché nessuna piú lo contentava e tutte si stufavano di lui, si ridusse a viver solo, a farsi tutto da sé.
Arrivò cosí ai sessant'anni.
Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto lo spirito, d'un tratto si rilasciò.
Marco Picotti si sentí placato.
Lo scopo della sua vita era raggiunto.
E ora?
Ora poteva morire.
Ah, sí, morire, morire: era stufo, nauseato, stomacato: non chiedeva altro! Che poteva piú essere la vita per lui? Senza piú quello scopo, senza piú quell'impegno - stanchezza, noja, afa.
Si mise a vivere fuori d'ogni regola, a levarsi da letto molto prima del solito, a uscire di sera, a frequentare qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi.
Si guastò un poco lo stomaco, si seccò molto, s'indispettí piú che mai della vista della gente che seguitava a congratularsi con lui del buono stato della sua salute.
L'uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno alla fine si convinse che gli restava da fare qualche cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente qualche cosa, per liberarsi dell'incubo che ancora lo soffocava.
Non aveva già vinto? No.
Sentiva che ancora non aveva vinto.
Glielo disse, glielo dimostrò a meraviglia quell'uccello impagliato, ritto lí su la gruccia da pappagallo tra le due scansie.
- Paglia...
paglia...
- si mise a dire Marco Picotti quel giorno, guardandolo.
Lo strappò dalla gruccia; cavò da una tasca del panciotto il temperino e gli spaccò la pancia:
- Ecco qua, paglia...
paglia...
Guardò in giro la camera; vide i seggioloni antichi di finto cuojo e il divano, e con lo stesso temperino si mise a spaccarne l'imbottitura e a trarne fuori a pugni la borra, ripetendo col volto atteggiato di