IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Entrarono esultanti con le grosse scatole avvolte nella tela cerata, in camera della madre, gridando, strepitando, ch'ella dovesse subito subito provarseli.
Volevano veder bella la loro mammina, come non la avevano veduta mai.
E tanto dissero, tanto fecero, che dovette arrendersi e contentarli.
Erano abiti neri, da lutto anche quelli, ma ricchissimi e lavorati con meravigliosa maestria.
Ormai ignara affatto di mode, inesperta, non sapeva da che parte prenderli per vestirsene.
Dove e come agganciare i tanti uncinelli che trovava qua e là? Quel colletto, oh Dio, cosí alto? E quelle maniche, con tanti sbuffi...
Usavano adesso cosí?
Dietro l'uscio, intanto, tempestavano i figliuoli, impazienti:
- Mamma, fatto? Ancora?
Come se la mamma di là stésse ad abbigliarsi per una festa! Non pensavano piú alla ragione per cui quegli abiti erano arrivati; non ci pensava piú, veramente, nemmeno lei, in quel momento.
Quando, tutta confusa, accaldata, levò gli occhi e si vide nello specchio dell'armadio, provò un'impressione violentissima, quasi di vergogna.
Quell'abito, disegnandole con procacissima eleganza i fianchi e il seno, le dava la sveltezza e l'aria d'una fanciulla.
Si sentiva già vecchia: si ritrovò d'un tratto in quello specchio, giovane, bella; un'altra!
- Ma che! ma che! Impossibile! - gridò, storcendo il collo e levando una mano per sottrarsi a quella vista.
I figliuoli, udendo l'esclamazione, cominciarono a picchiare forte all'uscio con le mani, coi piedi, a sospingerlo, gridandole che aprisse, che si facesse vedere.
Ma che! no! Si vergognava.
Era una caricatura! No, no.
Ma quelli minacciarono di buttar l'uscio a terra.
Dovette aprire.
Restarono anch'essi, i figliuoli, abbagliati dapprima da quella trasformazione improvvisa.
La mamma cercava di schernirsi, ripetendo: - Ma no, lasciatemi! ma che! impossibile! siete matti? - quando sopravvenne il cognato.
Oh, per pietà! Tentò di scappare, di nascondersi, come se egli l'avesse sorpresa nuda.
Ma i figliuoli la tenevano; la mostrarono allo zio che rideva di quella vergogna.
- Ma se ti sta proprio bene! - disse egli, alla fine, ritornando serio.
- Sú, làsciati vedere.
Si provò ad alzare il capo.
- Mi pare d'essere mascherata...
- Ma no Perché? Ti sta invece benissimo.
Vòltati un poco cosí, di fianco...
Obbedí, sforzandosi di parer calma; ma il seno, ben disegnato dall'abito, le si sollevava al frequente respiro che tradiva interna agitazione cagionata da quell'esame attento e tranquillo di lui, espertissimo conoscitore.
- Va proprio bene.
E i cappelli?
- Certe ceste! - esclamò Adriana, quasi sgomenta.
- Eh sí, usano grandissimi.
- Come farò a mettermeli in capo? bisognerà che mi pèttini in qualche altro modo.
Cesare tornò a guardarla, calmo, sorridente; disse:
- Ma sí, hai tanti capelli...
- Sí, sí, brava mammina! Pèttinati subito! - approvarono i figliuoli.
Adriana sorrise mestamente.
- Vedete che mi fate fare? - disse, rivolgendosi anche al cognato.
La partenza fu stabilita per la mattina appresso.
Sola con lui!
Lo seguiva in uno di quei viaggi, a cui un tempo pensava con tanto turbamento.
E un solo timore aveva adesso: quello di apparire turbata a lui che le stava davanti, tutto intento a lei, ma tranquillo come sempre.
Questa tranquillità di lui, naturalissima, avrebbe fatto stimare a lei indegno il suo turbamento e tale da doverne arrossire, ove ella, con una finzione quasi cosciente, appunto per non doverne aver vergogna e raffidarsi di sé medesima, non gli avesse dato un'altra cagione: la novità stessa del viaggio, l'assalto di tante impressioni strane alla sua anima chiusa e schiva.
E attribuiva lo sforzo che faceva su sé stessa per dominare quel turbamento (il quale tuttavia, cosí interpretato, non avrebbe avuto nulla di riprovevole) alla convenienza di non darsi a vedere tanto nuova delle cose e maravigliata, di fronte a uno che, per esser da tanti anni esperto di tutto e padrone sempre di sé, avrebbe potuto provarne fastidio e dispiacere.
Anche ridicola, infatti, avrebbe potuto apparire, alla sua età, per quella maraviglia quasi infantile che le ferveva negli occhi.
Si costringeva pertanto a frenare l'ilare ansia febbrile dello sguardo e a non voltare continuamente il capo da un finestrino all'altro, come aveva la tentazione di fare per non perdere nulla delle tante cose, su cui i suoi occhi, cosí in fuga, si posavano un attimo per la prima volta.
Si costringeva a nascondere la maraviglia, a dominare quella curiosità, che pure le avrebbe giovato tener desta e accesa, per vincere con essa lo stordimento e la vertigine che il rombar cadenzato delle ruote e quella fuga illusoria di siepi e d'alberi e di colli le cagionavano.
Andava in treno per la prima volta.
A ogni tratto, a ogni giro di ruota, aveva l'impressione di penetrare, d'avanzarsi in un mondo ignoto, che d'improvviso le si creava nello spirito con apparenze che, per quanto le fossero vicine, pur le sembravano come lontane e le davano, insieme col piacere della loro vista, anche un senso di pena sottilissima e indefinibile: la pena ch'esse fossero sempre esistite oltre è fuori dell'esistenza e anche dell'immaginazione di lei; la pena d'essere tra loro estranea e di passaggio, e ch'esse senza di lei avrebbero seguitato a vivere per sé con le loro proprie vicende.
Ecco lí le umili case di un villaggio: tetti e finestre e porte e scale e strade: la gente che vi dimorava era, come per tanti anni era stata lei nella sua cittaduzza, chiusa lí in quel punto di terra, con le sue abitudini e le sue occupazioni: oltre a quello che gli occhi arrivavano a vedere, non esisteva piú nulla per quella gente; il mondo era un sogno: tanti e tanti lí nascevano e lí crescevano e morivano, senza aver visto nulla di quel che ora andava a veder lei in quel suo viaggio, che era cosí poco a petto della grandezza del mondo, e che tuttavia a lei sembrava già tanto.
Nel volgere gli occhi, incontrava a quando a quando lo sguardo e il sorriso del cognato, che le domandava:
- Come ti senti?
Gli rispondeva con un cenno del capo:
- Bene.
Piú d'una volta il cognato venne a sederlesi accanto per mostrarle e nominarle un paese lontano, ov'era stato, e quel monte là dal profilo minaccioso, tutti gli aspetti di maggior rilievo che si figurava dovessero piú vivamente richiamare l'attenzione di lei.
Non intendeva che tutte le cose, anche le minime, quelle che per lui erano le piú comuni, destavano intanto in lei un tumulto di sensazioni nuove; e che le indicazioni, le notizie ch'egli le dava, anziché accrescere, diminuivano e raffreddavano quella fervida, fluttuante immagine di grandezza, ch'ella, smarrita, con quel sentimento di pena indefinibile, si creava alla vista di tanto mondo ignoto.
Nel tumulto interno delle sensazioni, inoltre, la voce di lui, anziché far luce, le cagionava quasi un arresto bujo e violento, pieno di fremiti pungenti; e allora quel sentimento di pena si faceva piú acuto in lei, piú distinto.
Si vedeva meschina nella sua ignoranza; e avvertiva un oscuro e quasi ostile rincrescimento della vista di tutte quelle cose che ora, troppo tardi per lei, all'improvviso, le riempivano gli occhi e le entravano nell'anima.
A Palermo, scendendo il giorno dopo dalla casa del clinico primario dopo la lunghissima visita, comprese bene dallo forzo che faceva il cognato per nascondere la profonda costernazione, dalla premura affettata con cui ancora una volta aveva voluto farsi insegnare il modo di usare la medicina prescritta e dall'aria con cui il medico gli aveva risposto; comprese bene che questi aveva dato su lei sentenza di morte, e che quella mistura di veleni da prendere a gocce con molta precauzione, due volte al giorno prima dei pasti, non era altro che un inganno pietoso o il viatico di una lenta agonia.
Eppure, appena, ancora un po' stordita e disgustata dal diffuso odore dell'etere nella casa del medico, uscí dall'ombra della scala sulla via, nell'abbagliamento del sole al tramonto, sotto un cielo tutto di fiamma che dalla parte della marina lanciava come un immenso nembo sfolgorante sul Corso lunghissimo; e vide tra le vetture entro quel baglior d'oro il brulichío della folla rumorosa, dai volti e dagli abiti accesi da riflessi purpurei, i guizzi di luce, gli sprazzi colorati, quasi di pietre preziose, delle vetrine, delle insegne, degli specchi delle botteghe; la vita, la vita, la vita soltanto si sentí irrompere in subbuglio nell'anima per tutti i sensi commossi ed esaltati quasi per un'ebbrezza divina; né poté avere alcuna angustia, neppure un fuggevole pensiero per la morte prossima e inevitabile, per la morte ch'era pure già dentro di lei, appiattata là, sotto la scapola sinistra, dove piú acute a tratti sentiva le punture.
No, no, la vita, la vita! E quel subbuglio interno che le sconvolgeva lo spirito, le faceva impeto intanto alla gola, ove non sapeva che cosa, quasi un'antica pena sommossa dal fondo del suo essere le si era a un tratto ingorgata, ed ecco la forzava alle lagrime, pur fra tanta gioja.
- Niente...
niente...
- disse al cognato, con un sorriso che le s'illuminò vividissimo negli occhi attraverso le lagrime.
- Mi par d'essere...
non so...
Andiamo, andiamo...
- All'albergo?
- No...
no...
- Andiamo allora a cenare allo "Châlet" a mare, al Foro Italico; ti piace?
- Sí, dove vuoi.
- Benissimo.
Andiamo! Poi vedremo il passeggio al Foro; sentiremo la musica...
Montarono in vettura e andarono incontro a quel nembo sfolgorante, che accecava.
Ah, che serata fu quella per lei, nello "Châlet" a mare, sotto la luna, alla vista di quel Foro illuminato, corso da un continuo fragore di vetture scintillanti, tra l'odore delle alghe che veniva dal mare, il profumo delle zàgare che veniva dai giardini! Smarrita come in un incanto sovrumano, a cui una certa angoscia le impediva di abbandonarsi interamente, l'angoscia destata dal dubbio che non fosse vero quanto vedeva, si sentiva lontana, lontana anche da sé stessa, senza memoria né coscienza né pensiero, in una infinita lontananza di sogno.
L'impressione di questa lontananza infinita la riebbe piú intensa la mattina seguente, percorrendo in vettura gli sterminati viali deserti del parco della Favorita, perché, a un certo punto, con un lunghissimo sospiro poté quasi rivenire a sé da quella lontananza e misurarla, pur senza rompere l'incanto né turbare l'ebbrezza di quel sogno nel sole, tra quelle piante che parevano assorte anch'esse in un sogno senza fine.
E senza volerlo, si voltò a guardare il cognato, e gli sorrise, per gratitudine.
Subito però quel sorriso le destò una viva e profonda tenerezza per sé condannata a morire, ora, ora che le si schiudevano davanti agli occhi stupiti tante bellezze maravigliose, una vita, quale anche per lei avrebbe potuto essere, qual'era per tante creature che lí vivevano.
E sentí che forse era stata una crudeltà farla viaggiare.
Ma poco dopo, quando la vettura finalmente si fermò in fondo a un viale remoto, ed ella, sorretta da lui, ne scese per vedere da vicino la fontana d'Ercole; lí, davanti a quella fontana, sotto il cobalto del cielo cosí intenso che quasi pareva nero attorno alla fulgida statua marmorea del semidio su l'alta colonna sorgente in mezzo all'ampia conca, chinandosi a guardare l'acqua vitrea, su cui natava qualche foglia, qualche cuora verdastra che riflettevano l'ombra sul fondo; e poi a ogni lieve ondulío di quell'acqua, vedendo vaporare come una nebbiolina sul volto impassibile delle sfingi che guardano la conca, quasi un'ombra di pensiero si sentí anche lei passare sul volto che come un alito fresco veniva da quell'acqua; e subito a quel soffio un gran silenzio di stupore le allargò smisuratamente lo spirito; e, come se un lume d'altri cieli le si accendesse improvviso in quel vuoto incommensurabile ella sentí d'attingere in quel punto quasi l'eternità, d'acquistare una lucida, sconfinata coscienza di tutto, dell'infinito che si nasconde nella profondità dell'anima misteriosa e d'aver vissuto, e che le poteva bastare, perché era stata in un attimo, in quell'attimo, eterna.
Propose al cognato di ripartire quello stesso giorno.
Voleva ritornarsene a casa, per lasciarlo libero, dopo quei quattro giorni sottratti alle sue vacanze.
Un altro giorno egli avrebbe perduto per riaccompagnarla; poi poteva riprendere la via, la sua corsa annuale per paesi piú lontani, oltre quell'infinito mare turchino.
Senza timore poteva, ché di sicuro lei non sarebbe morta cosí presto, in quel mese delle sue vacanze.
Non gli disse tutto questo; lo pensò soltanto; e lo pregò che fosse contento di ricondurla al paese.
- Ma no, perché? - le rispose egli.
- Ormai ci siamo; tu verrai con me a Napoli.
Consulteremo là, per maggior sicurezza, qualche altro medico.
- No, no, per carità, Cesare! Lasciami ritornare a casa.
È inutile!
- Perché? Nient'affatto.
Sarà meglio.
Per maggior sicurezza.
- Non basta quello che abbiamo saputo qua? Non ho nulla; mi sento bene, vedi? Farò la cura.
Basterà.
Egli la guardò serio e disse:
- Adriana, desidero cosí.
E allora ella non poté piú replicare: vide in sé la donna del suo paese che non deve mai replicare a ciò che l'uomo stima giusto e conveniente; pensò che egli volesse per sé la soddisfazione di non essersi contentato d'un solo consulto, la soddisfazione che gli altri, là in paese, domani, alla morte di lei, potessero dire: - "Egli fece di tutto per salvarla; la portò a Palermo, anche a Napoli...".
- O forse era in lui veramente la speranza che un altro medico di piú lontano, piú bravo, riconoscesse curabile il male, scoprisse un rimedio per salvarla? O forse...
ma sí, questo era da credere piuttosto: sapendola irremissibilmente perduta, egli voleva, poiché si trovava in viaggio con lei, procurarle quell'ultimo e straordinario svago, come un tenue compenso alla crudeltà della sorte.
Ma ella aveva orrore, ecco, orrore di tutto quel mare da attraversare.
Solo a guardarlo, con questo pensiero, si sentiva mozzare il fiato, quasi avesse dovuto attraversarlo a nuoto.
- Ma no, vedrai, - la rassicurò egli, sorridendo.
- Non avvertirai neppure d'esserci, di questa stagione.
Vedi com'è tranquillo? E poi vedrai il piroscafo...
Non sentirai nulla.
Poteva ella confessargli l'oscuro presentimento che la angosciava alla vista di quel mare, che cioè, se fosse partita, se si fosse staccata dalle sponde dell'isola che già le parevano tanto lontane dal suo paesello e cosí nuove; in cui già tanta agitazione, e cosí strana, aveva provato; se con lui si fosse avventurata ancor piú lontano, con lui sperduta nella tremenda, misteriosa lontananza di quel mare, non sarebbe piú ritornata alla sua casa, non avrebbe piú rivalicato quelle acque, se non forse morta? No, neanche a se stessa poteva confessarlo questo presentimento; e credeva anche lei a quell'orrore del mare, per il solo fatto che prima non lo aveva mai neppur veduto da lontano; e, doverci ora andar sopra...
S'imbarcarono quella sera stessa per Napoli.
Di nuovo, appena il piroscafo si mosse dalla rada e uscí dal porto, passato lo stordimento per il trambusto e il rimescolío di tanta gente che saliva e scendeva per il pontile, vociando, e lo stridore delle grue su le stive; vedendo a grado a grado allontanarsi e rimpiccolirsi ogni cosa, la gente su lo scalo, che seguitava ad agitare in saluto i fazzoletti, la rada, le case, finché tutta la città non si confuse in una striscia bianca, vaporosa, qua e là trapunta da pallidi lumi sotto la chiostra ampia dei monti grigi rossigni; di nuovo si sentí smarrire nel sogno, in un altro sogno maraviglioso, che le faceva però sgranare gli occhi di sgomento, quanto piú, su quel piroscafo, pur grande, sí, ma forse fragile se vibrava tutto cosí ai cupi tonfi cadenzati delle eliche, entrava nelle due immensità sterminate del mare e del cielo.
Egli sorrise di quello sgomento e, invitandola ad alzarsi passandole con una intimità che finora non s'era mai permessa un braccio sotto il braccio, per sorreggerla, la condusse a vedere di là, su la coperta stessa, i lucidi possenti stantuffi d'acciajo che movevano quelle eliche.
Ma ella, già turbata di quel contatto insolito, non poté resistere a quella vista e piú al fiato caldo, al tanfo grasso che vaporavano di là, e fu per mancare e reclinò e quasi appoggiò il capo su la spalla lui.
Si contenne subito, quasi atterrita di quella voglia istintiva d'abbandono a cui stava per cedere.
E di nuovo egli, con maggior premura, le chiese:
- Ti senti male?
Col capo, non trovando la voce, gli rispose di no.
E andarono tutti e due, cosí a braccio, verso la poppa, a guardar lunga scia fervida fosforescente sul mare già divenuto nero sotto il cielo polverato di stelle, in cui il tubo enorme della ciminiera esalava con continuo sbocco il fumo denso e lento, quasi arroventato dal calore della macchina.
Finché, a compir l'incanto, non sorse dal mare la luna; dapprima tra i vapori dell'orizzonte come una lugubre maschera di fuoco che spuntasse minacciosa a spiare in un silenzio spaventevole quei suoi dominii d'acqua; poi a mano a mano schiarendosi, restringendosi precisa nel suo niveo fulgore che allargò il mare in un argenteo pàlpito senza fine.
E allora piú che mai Adriana sentí crescersi dentro l'angoscia e lo sgomento di quella delizia che la rapiva e la traeva irresistibilmente a nascondere, esausta, la faccia sul petto di lui.
Fu a Napoli, in un attimo, nell'uscire da un caffè-concerto, ove avevano cenato e passato la sera.
Solito egli, nei suoi viaggi annuali, a uscire di notte da quei ritrovi con una donna sotto il braccio, nel porgerlo ora a lei, colse all'improvviso sotto il gran cappello nero piumato il guizzo d'uno sguardo acceso, e subito, quasi senza volerlo, diede col braccio al braccio di lei una stretta rapida e forte contro il suo petto.
Fu tutto.
L'incendio divampò.
Là, al bujo, nella vettura che li riconduceva all'albergo allacciati, con la bocca su la bocca insaziabilmente, si dissero tutto, in pochi momenti, tutto quello che egli or ora, in un attimo, in un lampo, al guizzo di quello sguardo aveva indovinato: tutta la vita di lei in tanti anni di silenzio e di martirio.
Ella gli disse come sempre, sempre, senza volerlo, senza saperlo, lo avesse amato; e lui quanto da giovinetta la aveva desiderata, nel sogno di farla sua, cosí, sua! sua!
Fu un delirio, una frenesia, a cui diedero una violenta lena instancabile la brama di ricompensarsi in quei pochi giorni sotto la condanna mortale di lei, di tutti quegli anni perduti di soffocato ardore e di nascosta febbre; il bisogno d'accecarsi, di perdersi, di non vedersi quali finora l'uno per l'altri erano stati per tanti anni, nelle composte apparenze oneste laggiú, nella cittaduzza dai rigidi costumi, per cui quel loro amore, le loro nozze domani sarebbero apparse come un inaudito sacrilegio.
Che nozze? No! Perché lo avrebbe costretto a quell'atto quasi sacrilego per tutti? perché lo avrebbe legato a sé che aveva ormai tanto poco da vivere? No, no: l'amore, quell'amore frenetico e travolgente, in quel viaggio di pochi giorni; viaggio d'amore, senza ritorno; viaggio d'amore verso la morte.
Non poteva piú ritornare laggiú, davanti ai figliuoli.
Lo aveva ben presentito, partendo; lo sapeva che, passando il mare, sarebbe finita per lei.
E ora, via, via, voleva andar via, piú sú, piú lontano, cosí in braccio a lui, cieca, fino alla morte.
E cosí passarono per Roma, poi per Firenze, poi per Milano, quasi senza veder nulla.
La morte, annidata in lei, con le sue trafitture, li fustigava, e fomentava l'ardore.
- Niente! - diceva a ogni assalto, a ogni morso.
- Niente...
E porgeva la bocca, col pallore della morte sul volto.
- Adriana, tu soffri...
- No, niente! Che m'importa?
L'ultimo giorno, a Milano, poco prima di partire per Venezia, si vide nello specchio, disfatta.
E quando, dopo il viaggio notturno, le si aprí nel silenzio dell'alba la visione di sogno, superba e malinconica, della città emergente dalle acque, comprese che era giunta al suo destino; che lí il suo viaggio doveva aver fine.
Volle tuttavia avere il suo giorno di Venezia.
Fino alla sera, fino alla notte, per i canali silenziosi, in gondola.
E tutta la notte rimase sveglia, con una strana impressione di quel giorno: un giorno di velluto.
Il velluto della gondola? il velluto dell'ombra di certi canali? Chi sa! Il velluto della bara.
Nisia.
Grosso borgo affaccendato, su una striscia di spiaggia del mare africano.
Nascere in mal punto non è prerogativa soltanto degli uomini.
Anche un borgo non nasce come o dove vorrebbe, ma là dove per qualche necessità naturale urga la vita.
E se troppi uomini, costretti da questa necessità, convengono in quel punto e troppi ve ne nascono e il punto è troppo angusto, per forza il borgo deve crescere male.
Nisia, se ha voluto crescere, s'è dovuto arrampicare, una casa sull'altra, per le marne scoscese dell'altipiano imminente; il quale, poco oltre il borgo, strapiomba minaccioso sul mare.
Liberamente avrebbe potuto estendersi su questo altipiano vasto e arioso; ma si sarebbe allora allontanato dalla spiaggia.
Forse una casa, posta per forza lassú, un bel giorno, sotto il cappello delle tegole e stretta nello scialle del suo intonaco, si sarebbe veduta scendere come una papera alla spiaggia.
Perché lí, sulla spiaggia, urge la vita.
Su l'altipiano quelli di Nisia hanno posto il cimitero.
Il respiro è lassú, per i morti.
- Lassú respireremo, - dicono quelli di Nisia.
E dicono cosí, perché giú, sulla spiaggia, non si respira; in mezzo al traffico tumultuoso e polverulento dello zolfo, del carbone, del legname, dei cereali e dei salati, non si respira.
Se vogliono respirare, debbono andare lassú; ci vanno morti, e si figurano che, morti, respireranno.
È una bella consolazione.
Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di Nisia perché non è molto facile essere onesti quando si sta male.
Cova in quelle case oppresse, tane piú che case, un tristo tanfo umido e acre, che corrompe a lungo andare ogni virtú.
Concorrono a questa corruzione della virtú, cioè a crescere il tanfo, il majaletto e le galline, e, non di rado, anche qualche scalpicciante somarello.
Il fumo non trova sfogo e ristagna in quelle tane e annegra soffitto e pareti.
E che smorfie di disgusto fanno dalle stampacce fuligginose i santi protettori appesi a quelle pareti!
Gli uomini lo sentono meno, imbrigati e imbestiati come sono tutto il giorno sulla spiaggia o sulle navi; le donne, lo sentono; e ne sono come arrabbiate, e pare che questa loro rabbia sfoghino facendo figliuoli.
Quanti ne fanno! Chi dodici, chi quattordici, chi sedici...
Vero è che poi non riescono a tirarne sú piú di tre o quattro.
Ma quelli che muojono in fasce ajutano a crescere e a prendere stato quei tre o quattro, non si sa se piú fortunati o sfortunati; ché ogni donna, subito dopo la morte d'uno di quei figliuoli, corre all'ospizio dei trovatelli e se ne prende uno, con la scorta d'un libretto rosso, che vale per parecchi anni trenta lire al mese.
Tutti i mercanti di tele e d'altre stoffe sono a Nisia Maltesi.
Anche se nati in Sicilia, sono Maltesi.
"Andare dal Maltese" vuol dire a Nisia andare a provvedersi di tela.
E i Maltesi, armati di mezzacanna, fanno a Nisia affaroni: fanno incetta di quei libretti rossi; dànno per ciascun libretto duecento lire di roba: un corredo da sposa.
Le ragazze a Nisia si maritano tutte cosí, coi libretti rossi dei trovatelli, a cui le mamme in compenso dovrebbero dare il latte.
È bello vedere, alla fine d'ogni mese, la processione dei panciuti e taciturni Maltesi, in pantofole ricamate e berretto di seta nera, un fazzolettone turchino in una mano e nell'altra la tabacchiera d'osso o d'argento, al Munic
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