IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 21
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- Verrò, - rispose il Furri.
- Intanto, a domani.
Addio.
La prima e piú tremenda prova era superata.
E quantunque il Furri, in treno con la figliuola, si sentisse ancora sotto l'incubo della presenza di colei, pure, come se da quel tuffo violento nel passato e dal cozzo interno di tanti opposti sentimenti un po' dell'antico vigore si fosse ridestato in lui, notava che egli, non che soffrire il danno temuto da quell'incontro, ne aveva quasi tratto insperata energia; e, piú che compiacersene, se ne stupiva.
Uscito il giorno innanzi, com'ebbro, dall'albergo, gli era parso, è vero, che tutto gli fosse girato intorno, e aveva avuto appena il tempo e la forza di chiamare una vettura e di salirvi.
Ma come aveva saputo poi dominarsi, la sera, in presenza della figliuola!
Ora il rombar cadenzato del treno imponeva quasi un ritmo al turbinare di tante impressioni e di tanti sentimenti in lui.
Si sentiva di tratto in tratto ferire acutamente dalla spina del rimorso infertagli dalle ultime parole d'Anny; e allora ripeteva a se stesso: - È passato! è passato! - come se l'aver potuto jeri andar via a tempo, rendesse oggi tardivo e per ciò inutile il rimpianto di non aver ceduto al sentimento di indulgente pietà ispiratogli dalle lagrime di lei.
Ma cosí del resto doveva fare! La dura resistenza, per quanto in certi punti ora a lui stesso crudele, era necessaria.
E gli bastava posare lo sguardo sulla figlia che gli sedeva dirimpetto per averne conforto e giustificazione.
Lauretta gli parlava, e lui guardandola intentamente chinava di tanto in tanto il capo in segno d'approvazione, pur senz'intendere nulla di ciò che lei gli diceva.
- Ma no! ma no! se non m'ascolti! - gli gridò a un certo punto Lauretta.
- Hai ragione...
- fece lui, riscotendosi e andando a sederle accanto.
- Ma con questo fracasso...
- E allora perché dici, di sí col capo, mentr'io invece dicevo di no, che non può essere?
- Che cosa? Scusami, pensavo...
- Già! Come la signorina Lander, quando le parlo e non mi sente.
- Che cosa? - domandò la sorda, a sua volta, nel vedersi indicata da Lauretta.
- Nulla! nulla! non dico piú nulla! - fece questa indispettita, e si mise a guardar fuori.
- Brava Lauretta! Oh, senti: se facciamo a tempo...
dopo la compera dell'abito, vuoi che andiamo a San Pietro per le funzioni?
- Bravo papà! - approvò Lauretta.
- Ma non facciamo a tempo...
Se andassimo prima a San Pietro? Però...
- Che cosa? - ridomandò la sorda, vedendosi guardata da Lauretta.
- Non dico a lei! - rispose questa, accompagnando le parole con un gesto della mano inguantata; e, rivolgendosi al padre, aggiunse: - Che ne facciamo di lei? Non possiamo mica portarcela in chiesa con quel cappellaccio...
- Si sa! - rispose il Furri.
- Scendiamo prima a casa, e la lasciamo.
- Ma si fa a tempo?
- A momenti siamo arrivati.
Vedi che, se non t'ascoltavo, pensavo di farti un regalo con la mia proposta.
E tu, di' la verità, pensavi al negozio delle stoffe; e a San Pietro, no.
- Non è vero! - negò Lauretta.
- Ma se tu, scusa, hai sentito il bisogno di muoverti giusto la settimana santa...
Se non fossimo andati via, all'abito forse non ci avrei pensato, e avrei pensato certo d'assistere alle funzioni.
Poi supponevo che tu non mi ci volessi accompagnare.
Hai tanto da fare, che jeri, prima, hai dimenticato la mia commissione, - fortuna, dico io, perché cosí scelgo da me e ti faccio spendere il doppio e poi oggi, non so, mi pareva che avessi la testa tra le nuvole.
Figúrati se ti avrei detto: Papà, conducimi a San Pietro.
- Eh, lo sapevo! - disse il Furri ridendo.
- Hai sempre ragione tu!
- Vuoi essere ringraziato?
- No no, - rispose egli turbandosi.
- Mi ringrazierai dell'abito piuttosto, se mi farai spendere molto.
- Lo spero bene! - esclamò Lauretta.
Il treno, entrato nella stazione quasi scivolando sul binario, s'arrestò di schianto, e la Lander, che già s'era alzata, ricadde improvvisamente a sedere esclamando: - Oh Je'! - mentre il cappellaccio di paglia, urtando contro la spalliera, púmfete! le saltava sul naso.
Lauretta scoppiò a ridere.
Il Furri, che non s'era accorto di nulla, sconvolto alla vista della stazione dal ricordo del giorno innanzi, si voltò di scatto al riso della figlia, colpito: il riso della madre, lo stesso riso! Non l'aveva mai notato.
- Se lei porta cappelli inverosimili! - gridò aspramente alla Lander.
E come se la scoperta di quella somiglianza nel riso avesse avuto per lui un significato di condanna, cadde in preda a un'agitazione rabbiosa, di cui la signorina Lander volle per un buon tratto esser vittima ostinandosi a scusare il suo cappello e a incolpare il treno che s'era fermato di schianto, cosa che in Germania, naturalmente, non soleva mai avvenire.
L'agitazione del Furri crebbe di punto in punto, fino a fargli perdere ogni dominio di sé, davanti alla figlia; la quale, stupita dapprima ch'egli avesse potuto prendere in cosí mala parte l'incidente occorso alla signorina Lander, non intendeva ora perché avesse quell'angosciosa fretta di condurla in chiesa.
- Se non puoi, babbo, lasciamo andare! - gli disse.
- No no! - rispose recisamente il Furri.
- Andiamo subito, anzi!
E appena salito in vettura, gli parve che conducesse la figliuola a un sacrifizio entro la chiesa.
Non tirava quasi piú fiato dall'angoscia.
E in quella tortura e in quello smarrimento dei sensi non discerneva piú se fosse costernato maggiormente per sé o avesse paura per la figliuola.
Piú che determinata paura, sentiva sgomento della chiesa, sapendovi in agguato, invisibile, colei, piccola sotto la poderosa vacuità di quell'interno sacro.
Traversando la piazza immensa, sporse un po' il capo a guardar la cordonata della chiesa in fondo: minuscole persone sparse vi salivano e scendevano, altre erano ferme là in alto.
Oh se tra queste colei si fosse fermata ad aspettare! Strinse le pugna come per contenere in sé un impeto rabbioso d'odio.
Come, come passarle davanti, sotto gli occhi, con la figliuola accanto? - Scese tremando dalla vettura.
- Babbo, tu non ti senti bene, - gli disse Lauretta vedendolo cosí stravolto e quasi in preda a brividi di febbre.
- Torniamo a casa con la stessa vettura.
- No, - rispose, - entriamo! Mi sono troppo strapazzato jeri e oggi.
Non è nulla! Dammi il braccio.
A ogni passo, sú per l'ampia cordonata, sentiva appesantirsi vieppiú le membra e l'ànsito farsi piú frequente e piú corto.
- Aspetta! - diceva alla figlia.
Si provava a trarre un largo respiro, guardando intorno rapidamente, e soggiungeva:
- Andiamo, non è nulla, un po' d'asma.
Introdottisi attraverso la pesante portiera di cuojo nella enorme basilica, egli lanciò uno sguardo fino in fondo; ma subito la vista gli s'intorbidò quasi perduta nella vastità dell'interno, e chiamò sottovoce: - Lauretta, - stringendo a sé il braccio di lei, quasi senza volerlo o come per prevenirla di qualche cosa.
- Lauretta! - ripeté forte, con schianto, quasi trabalzando, nel vedere la figlia lasciare il suo braccio e correre verso la pila a sinistra sorretta dai colossali angeletti.
Nello smarrimento, gli parve in un baleno ch'ella accorresse alla madre nascosta lí dietro.
Lauretta si voltò interdetta, e tornando a lui sorridente:
- Che sciocca! Dimenticavo che oggi non c'è acqua benedetta.
Tu lo sapevi?
- Non mi lasciare, ti prego, - le disse egli non rimesso ancora dall'interno rimescolamento.
- Bella figura, se qualcuno m'ha veduta! - aggiunse Lauretta, guardando intorno.
- Bada a me...
bada a me...
Dove andiamo? Senti? che cosa cantano?
Dall'ala destra della crociera in fondo venivano le parole confuse del canto.
- Sí, gl'improperia, - disse Lauretta.
- Vedi? è tardi.
Andiamo qua a sinistra, al Sepolcro.
- Non tra la folla, - pregò lui, vedendo in quest'altra ala della crociera un fitto assembramento di gente curva inginocchiata presso la luminaria densa dell'altare di fianco.
- No, vieni, vieni qua, al di fuori...
- rispose lei.
- Qua, - e s'inginocchiò presso il padre.
Il Furri a capo chino si provò a volgere gli occhi in giro, ma li riabbassò subito su la figlia inginocchiata, come se volesse nasconderla con lo sguardo.
E non osando dirlo a lei, diceva piano piano a se stesso: - Ancora? ancora? - non resistendo piú a vederla pregare.
Era certo che colei la guardava da un punto forse vicinissimo della chiesa, e gli correvano brividi per la schiena, e tremava tutto, quasi in attesa che da un momento all'altro colei, non sapendo piú trattenersi, irrompesse tra la folla silenziosa, piombasse sulla figlia.
Ebbe un sussulto e guardò ferocemente una signora, venuta a inginocchiarsi presso Lauretta.
Si voltò: uno scalpiccio confuso veniva dall'altro lato della crociera.
- Lauretta...
Lauretta...
- chiamò.
Ella alzò gli occhi al padre, ancora inginocchiata, e subito sorse in piedi, sgomenta: - Babbo, che hai?
- Non resisto piú...
- balbettò il Furri, ansimando.
Si mossero per la navata di centro; ma si videro venire incontro solenne la processione verso il Sepolcro.
Parve al Furri che tutti gli occhi della folla sopravveniente fossero appuntati su lui e sulla figlia, e che tutti gli occhi fossero quelli di colei.
In quel punto la madre sconosciuta conosceva certamente la figliuola ignara.
Il Furri, impedito d'andare, stretto tra la folla, serrava con una mano convulsa il braccio di Lauretta, e incoscientemente, con gli occhi annebbiati, vaganti in giro, singhiozzava tra sé: - Eccola...
eccola...
- e cercava, tra tanti, due occhi ben noti, su cui appuntare lo sguardo, come per tenerli lontani.
- Eccola...
- diceva il suo sguardo a quei due occhi, che non riusciva a scoprire tra la folla: - Eccola, è questa, tua figlia! - E stringeva vieppiú il braccio di Lauretta.
- Questa, la figlia che tu hai abbandonata, che ignora che tu, sua madre, sia qui, vicina, presente...
Guardala e passa senza gridare...
È mia, mia unicamente...
Io solo so quanto mi sia costata, io che l'ho allevata tra le braccia, in vece tua, piangendo tante notti il suo piccolo pianto, nel sentirmela sul petto abbandonata da te...
- Vexilla Regis prodeunt...
- intonò in quel momento supremo il coro di ritorno dal Sepolcro; e il Furri che non se l'aspettava, a quelle voci fu quasi per cadere tramortito.
- Andiamo via! andiamo via! - ebbe appena la forza di balbettare alla figlia.
Tornò, il giorno dopo, all'albergo.
- La signora è partita fin da jeri, - gli annunziò il cameriere ossequioso.
- Partita? - disse il Furri come a se stesso; e pensò: "Partita! Ha veduto la figlia? Era in chiesa jeri? O ha seguito il mio consiglio, ed è andata via senza vederla, senza conoscerla? Meglio cosí! meglio cosí!".
Ritornò a casa e, aprendo la porta si meravigliò sentendo Lauretta sonare, lieta e ignara, il pianoforte.
Si accostò pian piano e, intenerito si chinò a baciarla sui capelli:
- Suoni?
Lauretta, senza smettere di sonare, reclinò il capo indietro e rispose sorridendo al padre:
- Non senti che hanno slegato le campane?
L'UCCELLO IMPAGLIATO
Tranne il padre, morto a cinquant'anni di polmonite, tutti gli altri della famiglia - madre e fratelli e sorelle e zie e zii del lato materno - tutti erano morti di tisi, giovanissimi, uno dopo l'altro.
Una bella processione di bare.
Resistevano loro due soli ancora, Marco e Annibale Picotti; e parevano impegnati a non darla vinta a quel male che aveva sterminato due famiglie.
Si vigilavano l'un l'altro, con gli animi sempre all'erta, irsuti; e punto per punto, con rigore inflessibile seguivano le prescrizioni dei medici, non solo per le dosi e la qualità dei cibi e i varii corroboranti da prendere in pillole o a cucchiaj, ma anche per il vestiario da indossare secondo le stagioni e le minime variazioni di temperatura e per l'ora d'andare a letto o di levarsene, e le passeggiatine da fare, e gli altri lievi svaghi compatibili, che avevan sapore anch'essi di cura e di ricetta.
Cosí vivendo, speravano di riuscire a superare in perfetta salute, prima Marco, poi Annibale, il limite massimo d'età raggiunto da tutti i parenti, tranne il padre, morto d'altro male.
Quando ci riuscirono, credettero d'aver conseguito una grande vittoria.
Se non che, Annibale, il minore, se ne imbaldanzí tanto, che cominciò a rallentare un poco i rigidissimi freni che s'era finora imposti, e a lasciarsi andare a mano a mano a qualche non lieve trasgressione.
Il fratello Marco cercò, con l'autorità che gli veniva da quei due o tre anni di piú, di richiamarlo all'ordine.
Ma Annibale, come se veramente della morte avesse ormai da guardarsi meno, non avendolo essa colto nell'età in cui aveva colto tutti gli altri di famiglia, non gli volle dar retta.
Erano, sí, entrambi della stessa corporatura, bassotti e piuttosto ben piantati, col naso tozzo, ritto, gli occhi obliqui, la fronte angusta e i baffi grossi; ma lui, Annibale, quantunque minore d'età, era piú robusto di Marco; aveva quasi una discreta pancettina, lui, della quale si gloriava; e piú ampio il torace, piú larghe le spalle.
Ora dunque, se Marco, pur cosí piú esile com'era, stava benone, non poteva egli impunemente far getto in qualche trascorso di quanto aveva d'avanzo rispetto al fratello?
Marco, dopo aver fatto il suo dovere, come la coscienza gli aveva dettato, lasciò andare i richiami e le riprensioni, per stare a vedere, senza suo rischio, gli effetti di quelle trasgressioni nella salute del fratello.
Che se a lungo andare esse non avessero recato alcun nocumento, anche lui...
chi sa! se le sarebbe forse concesse un po' per volta; avrebbe potuto almeno provare.
Ma che! no, no! orrore! Annibale venne a dirgli un giorno che s'era innamorato e che voleva prender moglie.
Imbecille! Con quella minaccia terribile sul capo, sposare? Sposare...
chi? la morte? Ma sarebbe stato anche un delitto, perdio, mettere al mondo altri infelici! E chi era quella sciagurata che si prestava a un simile delitto? a un doppio, a un doppio delitto?
Annibale s'inquietò.
Disse al fratello che non poteva assolutamente permettere ch'egli usasse siffatte espressioni verso colei che tra poco sarebbe stata sua moglie; che, del resto, se doveva conservare la vita cosí a patto di non viverla, tanto valeva che la perdesse; un po' prima, un po' dopo, che gl'importava? era stufo, ecco, e basta cosí.
Il fratello rimase a guardarlo col volto atteggiato di commiserazione e di sdegno, tentennando appena appena il capo.
Oh sciocco! Vivere...
non vivere...
Quasi che fosse questo! Bisognava non morire! E non già per paura della morte; ma perché questa era una feroce ingiustizia, contro alla quale tutto l'essere suo si ribellava, non solamente per sé, ma anche per tutti i parenti caduti, ch'egli con quella sua dura, ostinata resistenza doveva vendicare.
Basta, sí, basta.
Non voleva inquietarsi, lui; gli dispiaceva anzi d'essersi in prima alterato e riscaldato.
Non piú! Non piú!
Voleva sposare? Liberissimo! Sarebbe rimasto lui solo a guardare in faccia la morte, senza lasciarsi allettare dalle insidie della vita.
Patti chiari, però.
Stare insieme - niente; noje, impicci - niente.
Se voleva sposare - fuori! Fuori, perché il fratello maggiore, il capo di casa era lui; e la casa spettava dunque a lui.
Tutto il resto sarebbe stato diviso in parti uguali.
Anche i mobili di casa, sí.
Poteva portarsi via tutti quelli che desiderava; ma pian piano, con garbo, senza sollevar polvere, perché la salute, lui, se la voleva guardare.
Quell'armadio? Ma sí, e anche quel cassettone e la specchiera e le seggiole e il lavabo...
sí, sí...
Quelle tende? Ma sí, anche quelle...
e la tavola grande da pranzo per tutti i floridi figliuoli che gli sarebbero nati, sí, e anche la vetrina con tutto il vasellame.
Purché gli lasciasse intatta, insomma, la sua camera con quei seggioloni antichi e il divano, imbottiti di finto cuojo, a cui era affezionato, e quei due scaffali di vecchi libri e la scrivania.
Quelli no, quelli li voleva per sé.
- Anche questo? - gli domandò, sorridendo, il fratello.
E indicò tra i due scaffali, un grosso uccello impagliato, ritto su una gruccia da pappagallo; cosí antico, che dalle penne scolorite non si arrivava piú a riconoscere che razza d'uccello fosse stato.
- Anche questo.
Tutto quello che sta qua dentro, - disse Marco.
- Che c'è da ridere? Un uccello impagliato.
Ricordi di famiglia.
Làscialo stare!
Non volle dire che, cosí ben conservato, quell'uccello gli pareva di buon augurio e, per la sua antichità, gli dava un certo conforto, ogni qual volta lo guardava.
Quand'Annibale sposò, egli non volle prender parte alla festa nuziale.
Solo una volta, per convenienza, era andato in casa della sposa, e non le aveva rivolto né una parola di congratulazione né un augurio.
Gelida visita di cinque minuti.
Non sarebbe andato di sicuro in casa del fratello, né al ritorno dal viaggio di nozze, né mai.
Si sentiva venir male, un tremito alle gambe, pensando a quel matrimonio.
- Che rovina! che pazzia! - non rifiniva d'esclamare, aggirandosi per l'ampia stanza ben turata, intanfata di medicinali, con gli occhi fissi nel vuoto e tastando con le mani irrequiete i mobili rimasti - Che rovina! che pazzia!
Nella vecchia carta da parato erano rimaste e spiccavano le impronte degli altri mobili portati via dal fratello; e quelle impronte gli accrescevano l'impressione del vuoto, nel quale egli, quasi cancellato, vagava come un' anima in pena.
Via, via, no! non doveva scoraggiarsi; non doveva pensarci piú a quell'ingrato, a quel pazzo! Avrebbe saputo bastare a se stesso.
E si metteva a fischiare pian piano, o a tamburar con le dita su i vetri della finestra, guardando fuori gli alberi del giardinetto ischeletriti dall'autunno, finché non avvistava lí sullo stesso vetro, su cui tamburellava, oh Dio, una mosca morta, intisichita, appesa ancora per una zampina.
Passarono parecchi mesi, quasi un anno dalle nozze del fratello.
La vigilia di Natale, Marco Picotti sentiva venire dalla strada il suono delle zampogne e dell'acciarino e il coro delle donne e dei fanciulli per l'ultimo giorno di novena davanti alla cappelletta parata di fronde; udiva lo schioppettío dei due grossi fasci di paglia che ardevano sotto quella cappelletta; e cosí angosciato, si disponeva ad andare a letto all'ora solita, allorché una furiosa scampanellata lo fece sobbalzare, quasi con tutta la casa.
Una visita d'Annibale e della cognata.
Annibale e Lillina.
Irruppero imbacuccati, sbuffanti, e si misero a pestare i piedi per il freddo, e a ridere, a ridere...
Come ridevano! Vispi, allegri, festanti.
Gli parvero ubriachi.
Oh, una visitina di dieci minuti, soltanto per fargli gli augurii: non volevano che per causa loro ritardasse neppure d'un minuto l'andata a letto.
E...
non si poteva intanto aprire, neppure uno spiraglietto, per rinnovare l'aria un tantino là dentro? no, è vero? non si poteva, neppure per un minuto? Oh Dio, e che cos'era là quella bestiaccia, quell'uccellaccio impagliato su la gruccia? E questa? oh, una bilancetta! per le medicine, è vero? carina, carina.
E donna Fanny? dov'era donna Fanny?
Per tutti quei dieci minuti, Lillina non si fermò un attimo, saltellando cosí, di qua e di là, per la camera del cognato.
Marco Picotti rimase stordito come per una improvvisa furiosa folata di vento, che fosse venuta a scompigliargli non solo la vecchia camera silenziosa, ma anche tutta l'anima.
- E dunque...
e dunque...
- si mise a dire, seduto sul letto, quand'essi se ne furono andati; e si grattava con ambo le mani la fronte: - E dunque...
Non sapeva concludere.
Possibile? Aveva ritenuto per certo che il fratello, subito dopo la prima settimana dalle nozze, dovesse disfarsi, cascare a pezzi.
Invece, invece, eccolo là - benone; stava benone! e come lieto! felice addirittura.
Ma dunque? Che non ci fosse piú bisogno davvero, neanche per lui, di tutte quelle cure opprimenti, di tutta quella paurosa vigilanza? Che potesse anche lui sottrarsi all'incubo che lo soffocava; e vivere, vivere, buttarsi a vivere come il fratello?
Questi, ridendo, gli aveva dichiarato che non seguiva piú nessuna cura e nessuna regola.
Tutto via! al diavolo, medici e medicamenti!
- Se provassi anch'io?
Se lo propose, e per la prima volta andò in casa d'Annibale.
Fu accolto con tanta festa, che ne rimase per un pezzo balordo.
Chiudeva gli occhi e parava le mani in difesa, ogni qual volta Lillina accennava di saltargli al collo.
Ah che cara diavoletta, che cara diavoletta, quella Lillina! Friggeva tutta.
Era la vita! Volle per forza che rimanesse a desinare con loro.
E quanto lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro, ma piú di gioja che di vino.
Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco Picotti si sentí male.
Una forte costipazione di petto e di stomaco, per cui dovette stare a letto parecchi giorni.
Invano Annibale cercò di dimostrargli che questo era dipeso perché se n'era dato troppo pensiero e non s'era buttato con coraggio e con allegria allo sproposito.
No, no! mai piú! Mai piú! E guardò il fratello con tali occhi, che Annibale a un tratto...
- no, perché?
- Che...
che mi vedi? - gli domandò, impallidendo, con un sorriso smorto sulle labbra.
Disgraziato! La morte...
la morte...
Già ne aveva il segno lí, in faccia, il segno che non falla!
Glielo aveva scorto in quell'improvviso impallidire.
I pomelli gli erano rimasti accesi.
Spenta l'allegria ecco lí sugli zigomi, i due fuochi della morte, cupi, accesi.
Annibale Picotti morí difatti circa tre anni dopo le nozze
E fu per Marco il colpo piú tremendo.
Lo aveva previsto, sí, lo sapeva bene che per forza al fratello doveva andargli a finire cosí.
Ma, intanto, che terribile mònito per lui, e che schianto!
Non volle arrischiarsi neanche ad accompagnarlo fino al cimitero.
Troppo si sarebbe commosso e troppo dispetto, anzi odio gli avrebbero mosso dentro gli sguardi della gente, che da un canto lo avrebbero compassionato e dall'altro gli si sarebbero fitti acutamente in faccia, per scoprire anche in lui i segni del male di che erano morti tutti i suoi, fino a quell'ultimo.
No, egli no, non doveva morire! Egli solo, della sua famiglia, l'avrebbe vinta! Aveva già quarantacinque anni.
Gli bastava arrivare fino ai sessanta.
Poi la morte - ma un'altra, non quella! non quella di tutti i suoi! - poteva pure prendersi la soddisfazione di portarselo via.
Non gliene sarebbe importato piú nulla.
E raddoppiò le cure e la vigilanza.
Non voleva però in pari tempo che la costernazione assidua, quello starsi a spiare tutti i momenti gli nocesse.
E allora arrivò fino a proporsi di fingere davanti a se stesso che non ci pensava piú.
Sí, ecco, di tratto in tratto, certe parole, come: "Fa caldo" - oppure: - "Bel tempo" - gli venivano alle labbra, sole, non pensate, proprio sole; non che lui le volesse proferire per sentir se la voce non gli si fosse un poco arrochita.
E andava in giro per le ampie stanze vuote della casa antica, dondolando il fiocco della papalina di velluto e fischiettando.
La piccola donna Fanny, la cameriera, che non si sentiva ancora tanto vecchia e in parecchi anni che stava lí a servizio non era per anco riuscita a levarsi dal capo che il padrone avesse qualche mira su lei e per timidezza non glielo sapesse dire; vedendolo gironzare cosí per casa, gli sorrideva e gli domandava:
- Vuole qualche cosa, signorino?
Marco Picotti la guardava d'alto in basso e le rispondeva, asciutto:
- Non voglio nulla.
Soffiatevi il naso!
Donna Fanny si storceva tutta e soggiungeva:
- Capisco, capisco...
Vossignoria mi rimprovera perché mi vuol bene.
- Non voglio bene a nessuno! - le gridava allora con tanto d'occhi sbarrati.
- Vi dico: soffiatevi il naso, perché pigliate tabacco! E quando uno piglia tabacco, non fa veder certe gocce che pendono dal naso.
Le voltava le spalle, e si rimetteva a fischiettare, dimenando il fiocco e gironzando.
Un giorno, la vedova del fratello ebbe la cattiva ispirazione di fargli una visita.
- Per carità, no! le gridò lui, premendosi forte le mani sul volto per non vederla piangere, cosí vestita di nero.
- Andate, andate via! Non v'arrischiate piú a venire, per carità! Volete farmi morire? Ve ne scongiuro, andate via subito! Non posso vedervi, non posso vedervi!
Un attentato gli parve, quella visita.
Ma che credeva colei, ch'egli non pensasse piú al fratello? Ci pensava, ci pensava...
Soltanto fingeva di non pensarci, perché non doveva, ancora non doveva!
Per tutto un giorno ci stette male.
E anche la notte, nello svegliarsi, ebbe un furioso accesso di pianto, di cui la mattina dopo finse di non ricordarsi piú.
Ilare, ilare, la mattina dopo; fischiettava come un merlo, e ogni tanto:
- "Fa caldo...
Bel tempo..."
Quando i baffi, che gli s'erano conservati ostinatamente neri, cominciarono a brizzolarglisi, come già i capelli su le tempie, - anziché affliggersene - ne fu contento, contentissimo.
La tisi - poiché tutti i suoi erano morti giovanissimi - gli richiamava l'idea della gioventú.
Piú se n'allontanava, piú si sentiva sicuro.
Voleva, doveva invecchiare.
Con la gioventú odiava tutte le cose che le si riferivano: l'amore, la primavera.
Sopra tutte, la primavera.
Sapeva che questa era la stagione piú temibile per i malati di petto.
E con sorda stizza vedeva rinverdire e ingemmarsi gli alberi del giardinetto.
Di primavera, non usciva piú di casa.
Dopo il desinare rimaneva a tavola e si divertiva a far l'armonica coi bicchieri.
Se donna Fanny accorreva al suono, come una farfalletta al lume, la cacciava via, aspramente.
Povera donna Fanny! Era proprio vero che quel brutto padrone non le voleva bene.
E se n'accorse meglio, quando ammalò gravemente e fu mandata via, a morire all'ospedale.
Marco Picotti se ne dolse soltanto perché dovette prendere un'altra cameriera.
E gli toccò di cambiarne tante, in pochi anni! All'ultimo, poiché nessuna piú lo contentava e tutte si stufavano di lui, si ridusse a viver solo, a farsi tutto da sé.
Arrivò cosí ai sessant'anni.
Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto lo spirito, d'un tratto si rilasciò.
Marco Picotti si sentí placato.
Lo scopo della sua vita era raggiunto.
E ora?
Ora poteva morire.
Ah, sí, morire, morire: era stufo, nauseato, stomacato: non chiedeva altro! Che poteva piú essere la vita per lui? Senza piú quello scopo, senza piú quell'impegno - stanchezza, noja, afa.
Si mise a vivere fuori d'ogni regola, a levarsi da letto molto prima del solito, a uscire di sera, a frequentare qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi.
Si guastò un poco lo stomaco, si seccò molto, s'indispettí piú che mai della vista della gente che seguitava a congratularsi con lui del buono stato della sua salute.
L'uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno alla fine si convinse che gli restava da fare qualche cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente qualche cosa, per liberarsi dell'incubo che ancora lo soffocava.
Non aveva già vinto? No.
Sentiva che ancora non aveva vinto.
Glielo disse, glielo dimostrò a meraviglia quell'uccello impagliato, ritto lí su la gruccia da pappagallo tra le due scansie.
- Paglia...
paglia...
- si mise a dire Marco Picotti quel giorno, guardandolo.
Lo strappò dalla gruccia; cavò da una tasca del panciotto il temperino e gli spaccò la pancia:
- Ecco qua, paglia...
paglia...
Guardò in giro la camera; vide i seggioloni antichi di finto cuojo e il divano, e con lo stesso temperino si mise a spaccarne l'imbottitura e a trarne fuori a pugni la borra, ripetendo col volto atteggiato di scherno e di nausea:
- Ecco, paglia...
paglia...
paglia...
Che intendeva dire? Ma questo, semplicemente.
Andò a sedere davanti alla scrivania, trasse da un cassetto la rivoltella e se la puntò alla tempia.
Questo.
Cosí soltanto avrebbe vinto veramente.
Quando si sparse in paese la notizia del suicidio di Marco Picotti, nessuno dapprima ci volle credere, tanto apparve a tutti in contraddizione col chiuso testardo furore, con cui fino alla vecchiezza s'era tenuto in vita.
Moltissimi, che videro nella camera quei seggioloni e quel divano squarciati, non sapendo spiegarsi né il suicidio né quegli squarci, credettero piuttosto a un delitto, sospettarono che quegli squarci là fossero opera d'un ladro o di parecchi ladri.
Lo sospettò prima di tutti l'autorità giudiziaria, che si pose subito a fare indagini e ricerche.
Tra i numerosi reperti trovò un posto d'onore appunto quell'uccello impagliato e, come se potesse giovare a far lume al processo, un bravo ornitologo ebbe l'incarico di definire che razza d'uccello fosse.
"LEONORA, ADDIO!"
A venticinque anni ufficialetto di complemento, Rico Verri si piaceva della compagnia degli altri ufficiali del reggimento, tutti del Continente, i quali, non sapendo come passare il tempo in quella polverosa città dell'interno della Sicilia, s'erano messi attorno come tante mosche all'unica famiglia ospitale, la famiglia La Croce, composta dal padre, don Palmiro, ingegnere minerario (Sampognetta, come lo chiamavano tutti, perché, distratto, fischiava sempre), dalla madre, donna Ignazia, oriunda napoletana, intesa in paese La Generala e chiamata da loro, chi sa poi perché, donna Nicodema; e da quattro belle figliuole, pienotte e sentimentali; vivaci e appassionate: Mommina e Totina, Dorina e Memè.
Con la scusa che in Continente "si faceva cosí", quegli ufficiali tra lo scandalo e la maldicenza di tutte le altre famiglie del paese, erano riusciti a far commettere a quelle quattro figliuole le piú audaci e ridicole matterie; a prendersi con esse certe libertà di cui ogni donna avrebbe arrossito, e anche loro certamente, se non fossero state piú che sicure che, proprio, in Continente si faceva cosí e nessuno avrebbe trovato da ridirci.
Se le portavano a teatro nella loro barcaccia; e ogni sorella tra due ufficiali era da quello a sinistra sventagliata e contemporaneamente da quello a destra servita in bocca d'una caramella o d'un cioccolattino.
In Continente si faceva cosí.
Se il teatro era chiuso, scuola di galanteria e danze e rappresentazioni ogni sera in casa La Croce: la madre sonava a tempesta sul pianoforte tutti i "pezzi d'opera" che avevano sentito nell'ultima stagione, e le quattro sorelle, dotate di discrete vocette, cantavano in costumi improvvisati, anche le parti da uomo, coi baffetti sul labbro fatti con tappi di sughero bruciati e certi cappellacci piumati e le giubbe e le sciabole degli ufficiali.
Bisognava vedere Mommina, ch'era la piú pienotta di tutte, nella parte di Siebel nel "Faust":
Le parlate d'amor - o cari fior...
I cori li cantavano tutti a squarciagola, anche donna Nicodema dal pianoforte.
In Continente si faceva cosí.
E sempre per fare come si faceva in Continente, quando la domenica sera sonava nella villa comunale la banda del reggimento, ognuna delle quattro sorelle si allontanava a braccetto d'un ufficiale per i viali piú reconditi a inseguire le lucciole (niente di male!), mentre "La Generala" restava troneggiando a guardia delle seggiole d'affitto, disposte in circolo, vuote, e fulminava i compaesani che le lanciavano occhiatacce di scherno e di disprezzo, brutti selvaggi che non erano altro, idioti che non sapevano che in Continente si faceva cosí.
Tutto andò bene finché Rico Verri, il quale s'accordava prima con donna Ignazia nell'odio per tutti i selvaggi dell'isola, a poco a poco, innamorandosi sul serio di Mommina, non cominciò a diventare un selvaggio anche lui.
E che selvaggio!
Alle feste, alle matterie dei colleghi ufficiali egli veramente non aveva mai partecipato; aveva assistito soltanto, divertendocisi.
Non appena aveva voluto provarsi a fare come gli altri, cioè a scherzare con quelle ragazze, subito, da buon siciliano, aveva preso sul serio lo scherzo.
E allora, addio spasso! Mommina non poté piú né cantare, né ballare, né andare a teatro, e neanche piú ridere come prima.
Mommina era buona, la piú saggia tra le quattro sorelle, la sacrificata, colei che preparava agli altri i divertimenti e non ne godeva se non a costo di fatiche, di veglie e di tormentosi pensieri.
Il peso della famiglia era tutto addosso a lei, perché la madre faceva da uomo, anche quando don Palmiro non era alla zolfara.
Mommina capiva tante cose: prima di tutto, che gli anni passavano; che il padre con quel disordine in casa non riusciva a mettere un soldo da parte; che nessuno del paese si sarebbe mai messo con lei, come nessuno di quegli ufficiali si sarebbe mai lasciato prendere da qualcuna di loro.
Il Verri, invece, non scherzava; tutt'altro! e certo l'avrebbe sposata, se ella avesse obbedito a quelle proibizioni, resistito a tutti i costi agli incitamenti, alle pressioni, alla rivolta delle sorelle e della madre.
Eccolo là: pallido, fremente, nel vederla assediata, le teneva gli occhi addosso, lí lí per scattare alla minima osservazione di uno di quegli ufficiali.
E scattò difatti una sera, e successe un parapiglia: seggiole per aria, vetri rotti, urli, pianti, convulsioni; tre sfide, tre duelli.
Ferí due avversari e fu ferito dal terzo.
Quando, una settimana dopo, ancora col polso fasciato, si ripresentò in casa La Croce, fu investito dalla Generala su tutte le furie.
Mommina piangeva; le tre sorelle cercavano di trattenere la madre, credendo piú conveniente che intervenisse il padre, invece, a mettere a posto colui che, senz'alcuna veste, s'era permesso di dettar legge in casa d'altri.
Ma don Palmiro, sordo, se ne stava al solito a fischiare di là.
Svaporate le prime furie, il Verri, per puntiglio, promise che, appena terminato il servizio d'ufficiale di complemento, avrebbe sposato Mommina.
La Generala aveva già chiesto informazioni nella vicina città su la costa meridionale dell'isola e aveva saputo ch'egli era sí, d'agiata famiglia, ma che il padre aveva fama in paese d'usurajo e d'uomo cosí geloso, che in pochi anni aveva fatto morir la moglie di crepacuore.
Di fronte alla domanda di matrimonio volle perciò che la figlia avesse qualche giorno per riflettere.
E tanto lei, quanto le sorelle sconsigliarono Mommina di accettare.
Ma Mommina, oltre alle tante cose che capiva, aveva anche la passione dei melodrammi; e Rico Verri...
Rico Verri aveva fatto tre duelli per lei; Raul, Ernani, don Alvaro...
né toglier mi potrò
l'immagin sua dal cor.
Fu irremovibile e lo sposò.
Non sapeva a quali patti egli, per la pazzia di spuntarla contro tutti quegli ufficiali, si fosse arreso col padre usurajo, e quali altri avesse con se stesso stabiliti, non solo per compensarsi del sacrificio che gli costava quel puntiglio; ma anche per rialzarsi di fronte ai suoi compaesani, a cui era ben nota la fama che nella città vicina godeva la famiglia della moglie.
Fu imprigionata nella piú alta casa del paese, sul colle isolato e ventoso, in faccia al mare africano.
Tutte le finestre ermeticamente chiuse, vetrate e persiane; una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna, del mare lontano.
Della cittaduzza non si scorgevano altro che i tetti delle case, i campanili delle chiese: solo tegole gialligne, piú alte, piú basse, spioventi per ogni verso.
Rico Verri si fece venire dalla Germania due diverse serrature speciali; e non gli bastava ogni mattina aver chiuso con quelle due chiavi la porta; stava un pezzo a sospingerla con tutte e due le braccia furiosamente, per assicurarsi che era ben serrata.
Non trovò una serva che volesse acconciarsi a stare in quella prigione, e si condannò a scendere ogni giorno al mercato per la spesa, e condannò la moglie ad attendere alla cucina e alle piú umili faccende domestiche.
Rincasando, non permetteva neppure al ragazzo faservizii di salire in casa; si caricava di tutti i pacchetti e gl'involti della cesta; richiudeva con una spallata la porta e, appena liberatosi del carico, correva a ispezionare tutte le imposte, pur assicurate internamente da lucchetti, di cui egli solo teneva le chiavi.
Gli era divampata, subito dopo il matrimonio, la stessa gelosia del padre, anzi piú feroce, esasperata com'era da un pentimento senza requie e dalla certezza di non potersi guardare in alcun modo, per quante spranghe mettesse alla porta e alle finestre.
Per la sua gelosia non c'era salvezza: era del passato; il tradimento era lí, chiuso in quella carcere; era in sua moglie, vivo, perenne, indistruttibile; nei ricordi di lei, in quegli occhi che avevano veduto, in quelle labbra che avevano baciato.
Né ella poteva negare; ella non poteva altro che piangere e spaventarsi allorché se lo vedeva sopra terribile, scontraffatto dall'ira per uno di quei ricordi che gli aveva acceso la visione sinistra dei sospetti piú infami.
- Cosí, è vero? - le ruggiva sul volto, - ti stringeva cosí...
le braccia, cosí? la vita...
come te la stringeva...
cosí? cosí? e la bocca? come te la baciava? cosí?
E la baciava e la mordeva e le strappava i capelli, quei poveri capelli non piú pettinati, perché egli non voleva che si pettinasse piú, né che piú tenesse il busto, né che si prendesse la minima cura della persona.
Non valse a nulla la nascita d'una prima figlia, e poi d'una seconda; crebbe anzi con esse il martirio di lei, e tanto piú, quanto piú le due povere creaturine man mano, con gli anni, cominciarono a comprendere.
Assistevano, atterrite, a quei súbiti assalti di pazzia furiosa, a quelle scene selvagge, per cui i loro visini si scolorivano e s'ingrandivano i loro occhi smisuratamente!
Ah quegli occhi, in quei visini smorti! Pareva che essi soltanto crescessero, dalla paura che li teneva sempre sbarrati.
Gracili, pallide, mute, andavano dietro alla mamma nell'ombra di quella carcere, aspettando ch'egli uscisse di casa, per affacciarsi con lei a quell'unica finestretta aperta, a bere un po' d'aria, a guardare il mare lontano e a contarvi nelle giornate serene le vele delle paranze; a guardare la campagna e a contare anche qua le bianche villette sparse tra il vario verde dei vigneti, dei mandorli e degli olivi.
Non erano mai uscite di casa, e avrebbero tanto desiderato di esser là, in mezzo a quel verde, e domandavano alla madre se lei, almeno, fosse mai stata in campagna, e volevano sapere com'era.
Nel sentirle parlare cosí, non poteva tenersi di piangere, e piangeva silenziosamente, mordendosi il labbro e carezzando le loro testine, finché il cordoglio non le faceva venire l'affanno, un affanno insopportabile, per cui avrebbe voluto balzare in piedi, smaniosa; ma non poteva.
Il cuore, il cuore le batteva precipitoso come il galoppo d'un cavallo scappato.
Ah, il cuore, il cuore non le reggeva piú, fors'anche per tutta quella grassezza, per tutta quella gravezza di carne morta, senza piú sangue.
Poteva ormai parere, tra l'altro, uno scherno atroce la gelosia di quell'uomo per una donna a cui, dietro, le spalle non piú sostenute dal busto erano quasi scivolate e, davanti, il ventre salito enormemente, quasi a sorreggere il grosso petto floscio; per una donna che s'aggirava per casa, ansante, con lenti passi faticosí, spettinata, imbalordita dal dolore, ridotta quasi materia inerte.
Ma egli la vedeva sempre quale era stata tanti anni addietro, quando la chiamava Mommina, o anche Mummi, e subito, proferito il nome, gli veniva di stringerle le bianche e fresche braccia trasparenti sotto il merletto della camicetta nera, stringergliele di nascosto, forte forte, con tutta la veemenza del desiderio, fino a farle emettere un piccolo grido.
Nella villa comunale sonava allora la banda del reggimento e il profumo intenso e soave dei gelsomini e delle zàgare, nel caldo alito della sera, inebriava.
Ora la chiamava Momma, o anche, quando pur con la voce la voleva percuotere: - Mò!
Per fortuna, da qualche tempo non stava piú molto in casa; usciva anche di sera e non rincasava mai prima del tocco.
Lei non si curava affatto di sapere dove andasse.
La sua assenza era il piú gran sollievo che potesse sperare.
Messe a letto le figliuole, ogni sera stava ad aspettarlo affacciata a quella finestretta.
Guardava le stelle; aveva sotto gli occhi tutto il paese; una strana vista: tra il chiarore che sfumava dai lumi delle strade anguste, brevi o lunghe, tortuose, in pendío, la moltitudine dei tetti delle case, come tanti dadi neri vaneggianti in quel chiarore; udiva nel silenzio profondo dalle viuzze piú prossime qualche suono di passi; la voce di qualche donna che forse aspettava come lei; l'abbajare d'un cane e, con piú angoscia, il suono dell'ora dal campanile della chiesa piú vicina.
Perché misurava il tempo quell'orologio? a chi segnava le ore? Tutto era morto e vano.
Una di quelle sere, ritrattasi sul tardi dalla finestretta e vedendo nella camera, buttato scompostamente su una seggiola, l'abito che il marito soleva indossare (era uscito quella sera piú presto del solito e s'era vestito d'un altro abito, che teneva riposto per le grandi occasioni), pensò di frugare per curiosità nella giacca, prima di appenderla nell'armadio.
Vi trovò uno di quei manifestini di teatro a stampa, che si distribuiscono nei caffè e per le vie.
Vi si annunziava per quella sera appunto, nel teatro della città, la prima rappresentazione della "Forza del destino".
Vedere quell'annunzio, leggere il titolo dell'opera, e rompere in un pianto disperato fu tutt'uno.
Il sangue le aveva fatto un tuffo, le era piombato d'un tratto al cuore e d'un tratto risalito alla testa, fiammeggiandole innanzi agli occhi il teatro della sua città, il ricordo delle antiche serate, la gioja spensierata della sua giovinezza tra le sorelle.
Le due figliuole si svegliarono di soprassalto e accorsero, spaventate, in camicina.
Credevano che fosse ritornato il padre.
Vedendo la madre piangere sola, con quel foglietto di carta gialla sulle ginocchia, restarono stupite.
Allora ella, non potendo in prima articolar parola, si mise ad agitare quel manifestino, e poi, tranghiottendo le lagrime e scomponendo orribilmente il volto lagrimoso per sforzarlo a sorridere, cominciò a dire tra i singhiozzi che si mutavano in strani scatti di riso:
- Il teatro...
il teatro...
ecco qua, il teatro...
"La forza del destino".
Ah voi, piccoline mie, povere animucce mie, non sapete.
Ve lo dico io, ve lo dico io, venite, tornate ai vostri lettucci per non raffreddarvi.
Ora ve lo faccio io, sí, sí, ora ve lo faccio io, il teatro.
Venite!
E ricondotte a letto le figliuole, tutta accesa in volto e sussultante ancora dai singulti, prese a descrivere affollatamente il teatro, gli spettacoli che vi si davano, la ribalta, l'orchestra, gli scenarii, poi a narrare l'argomento dell'opera e a dire dei varii personaggi, com'erano vestiti, e infine, tra lo stupore delle piccine che la guardavano, sedute sul letto, con tanto d'occhi e temevano che fosse impazzita, si mise a cantare con strani gesti questa e quell'aria e i duetti e i cori, a rappresentar la parte dei varii personaggi, tutta "La forza del destino"; finché, esausta, con la faccia paonazza dallo sforzo, non arrivò all'ultima aria di Leonora: "Pace, pace, mio Dio".
Si mise a cantarla con tanta passione che, dopo i versi
Come il dí primo da tant'anni dura
Profondo il mio soffrir,
non poté andare piú avanti: scoppiò di nuovo in pianto.
Ma si riprese subito; si alzò, fece ridistendere nei lettucci le figliuole sbalordite e, baciandole e rincalzando le coperte, promise che il giorno appresso, appena uscito di casa il padre, avrebbe rappresentato loro un'altra opera, piú bella, "Gli Ugonotti", sí, e poi un'altra, una al giorno! Cosí le sue care piccine avrebbero almeno vissuto della sua vita d'un tempo.
Rincasando dal teatro, Rico Verri notò subito nel volto della moglie un'accensione insolita.
Ella temette che il marito la toccasse: si sarebbe accorto allora del fremito convulso che ancora la agitava tutta.
Quando, la mattina seguente, egli notò qualcosa d'insolito anche negli occhi delle figliuole, entrò in sospetto; non disse nulla; ma si propose di scoprire se mai ci fosse qualche accordo segreto, sopraggiungendo in casa all'improvviso.
Nel sospetto si raffermò la sera del dí seguente, trovando la moglie disfatta, con un affanno da cavallo, gli occhi schizzanti, il volto congestionato, incapace di reggersi in piedi; e le figliuole addirittura imbalordite.
Tutti "Gli Ugonotti", tutti, dalla prima all'ultima battuta, aveva loro cantato, e non solo cantato, anche rappresentato, sostenendo a volta a volta, e anche a due e tre alla volta, tutte le parti.
Le bimbe avevano ancora negli orecchi l'aria di Marcello:
Pif, paf, pif,
Dispersa sen vada
La nera masnada
e il motivo del coro che avevano imparato a cantare insieme con lei:
Al rezzo placido
Dei verdi faggi
Correte, o giovani
Vaghe beltà...
Rico Verri sapeva che da qualche tempo la moglie soffriva di mal di cuore, e finse di credere a un improvviso assalto del male.
Il giorno dopo, rincasando due ore prima del solito, nell'introdurre le due chiavi tedesche nei buchi delle serrature credette di udire strane grida nell'interno della casa; tese l'orecchio; guardò, infoscandosi, le finestre serrate...
Chi cantava in casa sua? "Miserere d'un uom che s'avvia..." Sua moglie? "Il Trovatore"?
Sconto col sangue mio
L'amor che posi in te!
Non ti scordar, non ti scordar di me,
Leonora, addio!
Si precipitò in casa; salí a balzi la scala; trovò in camera, dietro la cortina del letto, il corpo enorme della moglie buttato per terra con un cappellaccio piumato in capo, i baffetti sul labbro fatti col sughero bruciato; e le due figliuole sedute su due seggioline accanto, immobili, con le mani su le ginocchia, gli occhi spalancati e le boccucce aperte, in attesa che la rappresentazione della mamma seguitasse.
Rico Verri con un urlo di rabbia s'avventò sopra il corpo caduto della moglie e lo rimosse con un piede.
Era morta.
IL LUME DELL'ALTRA CASA
Fu una sera, di domenica, al ritorno da una lunga passeggiata.
Tullio Buti aveva preso in affitto quella camera da circa due mesi.
La padrona di casa, signora Nini, buona vecchietta all'antica, e la figliuola zitella, ormai appassita, non lo vedevano mai.
Usciva ogni mattina per tempo e rincasava a sera inoltrata.
Sapevano ch'era impiegato a un Ministero; ch'era anche avvocato; nient'altro.
La cameretta, piuttosto angusta, ammobigliata modestamente, non serbava traccia della abitazione di lui.
Pareva che di proposito, con istudio, egli volesse restarvi estraneo, come in una stanza d'albergo.
Aveva, sí, disposto la biancheria nel cassettone, appeso qualche abito nell'armadio; ma poi, alle pareti, sugli altri mobili, nulla: né un astuccio, né un libro, né un ritratto; mai sul tavolino qualche busta lacerata; mai su qualche seggiola un capo di biancheria lasciato, un colletto, una cravatta, a dar segno ch'egli lí si considerava in casa sua.
Le Nini, madre e figlia, temevano che non vi durasse.
Avevano stentato tanto ad affittare quella cameretta.
Parecchi erano venuti a visitarla; nessuno aveva voluto prenderla.
Veramente, non era né molto comoda né molto allegra, con quell'unica finestra che dava su una viuzza stretta, privata, e dalla quale non pigliava mai né aria né luce, oppressa com'era dalla casa dirimpetto che parava.
Mamma e figliuola avrebbero voluto compensare l'inquilino tanto sospirato con cure e attenzioni; ne avevano studiate e preparate tante, aspettando: - "Gli faremo questo; gli diremo quello" - e cosí e colà; specialmente lei, Clotildina, la figliuola, tante care finezze, tante care "civiltà" come diceva la madre, oh, ma cosí, senza secondo fine, aveva studiate e preparate.
Ma come usargliele, se non si lasciava mai vedere?
Forse, se lo avessero veduto, avrebbero compreso subito che il loro timore era infondato.
Quella cameretta triste, buja, oppressa dalla casa dirimpetto, s'accordava con l'umore dell'inquilino.
Tullio Buti andava per via sempre solo, senza neanche i due compagni dei solitarii piú schivi: il sigaro e il bastone.
Con le mani affondate nelle tasche del pastrano, le spalle in capo, aggrondato, il cappello calcato fin sugli occhi, pareva covasse il piú cupo rancore contro la vita.
All'ufficio, non scambiava mai una parola con nessuno dei colleghi, i quali, tra gufo e orso, non avevano ancora stabilito quale dei due appellativi gli quadrasse di piú.
Nessuno lo aveva mai veduto entrare, di sera, in qualche caffè; molti, invece, schivare di furia le vie piú frequentate per subito riimmergersi nell'ombra delle lunghe vie diritte e solitarie dei quartieri alti, e scostarsi ogni volta dal muro e girare attorno al cerchio di luce che i fanali projettano sui marciapiedi.
Né un gesto involontario, né una anche minima contrazione dei lineamenti del volto, né un cenno degli occhi o delle labbra tradivano mai i pensieri in cui pareva assorto, la doglia cupa in cui stava cosí tutto chiuso.
La devastazione, che quei pensieri e questa doglia gli dovevano aver fatto nell'anima, era evidentissima nella fissità spasimosa degli occhi chiari, acuti, nel pallore del volto disfatto, nella precoce brizzolatura della barba incolta.
Non scriveva e non riceveva mai lettere; non leggeva giornali; non si fermava né si voltava mai a guardare, qualunque cosa accadesse per istrada, che attirasse l'altrui curiosità; e se talvolta la pioggia lo coglieva alla sprovvista, seguitava ad andare dello stesso passo, come se nulla fosse.
Che stésse a farci cosí nella vita, non si sapeva.
Forse non lo sapeva neppur lui.
Ci stava...
Non sospettava forse nemmeno, che ci si potesse stare diversamente, o che, a starci diversamente, si potesse sentir meno il peso della noja e della tristezza.
Non aveva avuto infanzia; non era stato giovine, mai.
Le scene selvagge a cui aveva assistito nella casa paterna fin dai piú gracili anni, per la brutalità e la tirannia feroce del padre, gli avevano bruciato nello spirito ogni germe di vita.
Morta ancor giovane la madre per le atroci sevizie del marito, la famiglia s'era sbandata: una sorella s'era fatta monaca, un fratello era scappato in America.
Fuggito anche lui di casa, ramingo, con incredibili stenti s'era tirato sú fino a formarsi quello stato.
Ora non soffriva piú.
Pareva che soffrisse; ma s'era ottuso in lui anche il sentimento del dolore.
Pareva che stésse assorto sempre in pensieri; ma no; non pensava piú nemmeno.
Lo spirito gli era rimasto come sospeso in una specie di tetraggine attonita, che solo gli faceva avvertire, ma appena, un che d'amaro alla gola.
Passeggiando di sera per le vie solitarie, contava i fanali; non faceva altro; o guardava la sua ombra, o ascoltava l'eco dei suoi passi, o qualche volta si fermava davanti ai giardini delle ville a contemplare i cipressi chiusi e cupi come lui, piú notturni della notte.
Quella domenica, stanco della lunga passeggiata per la via Appia antica, insolitamente aveva deciso di rincasare.
Era ancora presto per la cena.
Avrebbe aspettato nella cameretta che il giorno finisse di morire e si facesse l'ora.
Per le Nini, madre e figlia, fu una gratissima sorpresa.
Clotildina, dalla contentezza, batté anche le mani.
Quale delle tante cure e attenzioni studiate e preparate, quale delle tante finezze e "civiltà" particolari, usargli prima? Confabularono mamma e figliuola: a un tratto Clotildina pestò un piede, si batté la fronte.
Oh Dio, il lume, intanto! Prima di tutto bisognava recargli un lume, quello buono, messo apposta da parte, di porcellana coi papaveri dipinti e il globo smerigliato.
Lo accese e andò a picchiare discretamente all'uscio dell'inquilino.
Tremava tanto, per l'emozione, che il globo, oscillando, batteva contro il tubo, che rischiava d'affumicarsi.
- Permesso? Il lume.
- No, grazie, - rispose il Buti, di là.
- Sto per uscire.
La zitellona fece una smorfietta, con gli occhi bassi, come se l'inquilino potesse vederla, e insistette:
- Sa, ce l'ho qua.
Per non farla stare al bujo.
Ma il Buti ripeté, duro:
- Grazie, no.
S'era seduto sul piccolo canapè dietro al tavolino, e sbarrava gli occhi invagati nell'ombra che a mano a mano s'addensava nella cameretta, mentre ai vetri smoriva tristissimo l'ultimo barlume del crepuscolo.
Quanto tempo stette cosí, inerte, con gli occhi sbarrati, senza pensare, senza avvertire le tenebre che già lo avevano avvolto?
Tutt'a un tratto, vide.
Stupito, volse gli occhi intorno.
Sí.
La cameretta s'era schiarata all'improvviso, d'un blando lume discreto, come per un soffio misterioso.
Che era? Com'era avvenuto?
Ah, ecco.
Il lume dell'altra casa.
Un lume or ora acceso nella casa dirimpetto: l'alito d'una vita estranea, ch'entrava a stenebrare il bujo, il vuoto, il deserto della sua esistenza.
Rimase un pezzo a mirare quel chiarore come alcunché di prodigioso.
E un'intensa angoscia gli serrò la gola nel notare con quale soave carezza si posava là sul suo letto, su la parete, e qua su le sue mani pallide, abbandonate sul tavolino.
Gli sorse in quell'angoscia il ricordo della sua infanzia oppressa, di sua madre.
E gli parve come se la luce di un'alba lontana, spirasse nella notte del suo spirito.
Si alzò, andò alla finestra e, furtivamente, dietro ai vetri, guardò là, nella casa dirimpetto, a quella finestra donde gli veniva il lume.
Vide una famigliuola raccolta intorno al desco: tre bambini, il padre già seduti, la mamma ancora in piedi, che stava a ministrarli, cercando - com'egli poteva argomentare dalle mosse - di frenar l'impazienza dei due maggiori che brandivano il cucchiajo e si dimenavano su la seggiola.
L'ultimo stirava il collo, rigirava la testina bionda: evidentemente, gli avevano legato troppo stretto al collo il tovagliolo; ma se la mammina si fosse affrettata a dargli la minestra, non avrebbe piú sentito il fastidio di quella legatura troppo stretta.
Ecco, ecco, infatti: ih, con quale voracità s'affrettava a ingollare! tutto il cucchiajo si ficcava in bocca.
E il babbo, tra il fumo che vaporava dal suo piatto, rideva.
Ora si sedeva anche la mammina, lí, proprio dirimpetto.
Tullio Buti fece per ritrarsi, istintivamente, nel vedere ch'ella, sedendo, aveva alzato gli occhi verso la finestra; ma pensò che, essendo al bujo, non poteva esser veduto, e rimase lí ad assistere alla cena di quella famigliuola, dimenticandosi affatto della sua.
Da quel giorno in poi, tutte le sere, uscendo dall'ufficio, invece d'avviarsi per le sue solite passeggiate solitarie, prese la via di casa; aspettò ogni sera che il bujo della sua cameretta s'inalbasse soavemente del lume dell'altra casa, e stette lí, dietro ai vetri, come un mendico, ad assaporare con infinita angoscia quell'intimità dolce e cara, quel conforto familiare, di cui gli altri godevano, di cui anch'egli, bambino, in qualche rara sera di calma aveva goduto, quando la mamma...
la mamma sua...
come quella...
E piangeva.
Sí.
Questo prodigio operò il lume dell'altra casa.
La tetraggine attonita, in cui lo spirito di lui era rimasto per tanti anni sospeso, si sciolse a quel blando chiarore.
Non pensò, intanto, Tullio Buti, a tutte le strane supposizioni che quel suo starsene al bujo doveva far nascere nella padrona di casa e nella figliuola.
Due altre volte Clotildina gli aveva profferto il lume, invano.
Avesse almeno acceso la candela! Ma no, neppure.
Che si sentisse male? Aveva osato domandarglielo Clotildina con tenera voce, dall'uscio, la seconda volta ch'era accorsa col lume.
Egli le aveva risposto:
- No; sto bene cosí.
Alla fine...
ma sí, santo Dio, scusabilissima! aveva spiato dal buco della serratura, Clotildina e, con maraviglia, veduto anche lei nella cameretta dell'inquilino il chiarore diffuso dal lume dell'altra casa: della casa dei Masci appunto; e veduto lui, lui ritto dietro ai vetri della finestra, intento a guardare lí, nella casa dei Masci.
Clotildina era corsa, tutta sossopra, ad annunziare alla mamma la grande scoperta:
- Innamorato di Margherita! di Margherita Masci! Innamorato!
Qualche sera dopo, Tullio Buti, mentre se ne stava a guardare, vide con sorpresa in quella stanza dirimpetto, ove la famigliuola al solito - ma senza il babbo, quella sera - se ne stava a cenare, vide entrare la signora Nini sua padrona di casa, e la figliuola, accolte come amiche di antica data.
A un certo punto, Tullio Buti si ritrasse d'un balzo dalla finestra, turbato, ansante.
La mammina e i tre piccini avevano alzato gli occhi verso la sua finestra.
Senza dubbio, quelle due si erano messe a parlare di lui.
E ora? Ora tutto forse era finito! La sera appresso, quella mammina, o il marito, sapendo che nella cameretta di contro c'era lui cosí misteriosamente al bujo, avrebbero accostato gli scuri; e cosí d'ora in poi non gli sarebbe venuto piú quel lume di cui viveva, quel lume ch'era il suo godimento innocente e il suo unico conforto.
Ma non fu cosí.
Quella sera stessa, allorché il lume di là fu spento, ed egli, piombato nella tenebra, dopo avere atteso ancora un poco che la famigliuola fosse andata a letto, si recò ad aprire cautamente la vetrata della finestra per rinnovare l'aria, vide anche aperta la finestra di là; vide poco dopo (e ne ebbe nel bujo un tremore di sgomento) vide affacciarsi a quella finestra la donna, forse incuriosita di quanto avevano detto di lui le Nini, mamma e figliuola.
Quei due fabbricati altissimi, che aprivano l'uno contro l'altro cosí da presso gli occhi delle loro finestre, non lasciavano vedere né, in alto, la striscia chiara di cielo, né, in basso, la striscia nera di terra, chiusa all'imboccatura da un cancello; non lasciavano mai penetrare né un raggio di sole, né un raggio di luna.
Ella, dunque, là, non poteva essersi affacciata che per lui, e certo perché s'era accorta che egli s'era affacciato a quella sua finestra spenta.
Nel bujo, potevano discernersi appena.
Ma egli da un pezzo la sapeva bella; ne conosceva già tutte le grazie delle mosse, i guizzi degli occhi neri, i sorrisi delle labbra rosse.
Piú che altro, però, quella prima volta, per la sorpresa che lo sconvolgeva tutto e gli toglieva il respiro di un fremito d'inquietudine quasi insostenibile, provò pena; dovette fare uno sforzo violento su se stesso per non ritirarsi, per aspettare che si ritirasse lei per la prima.
Quel sogno di pace, d'amore, d'intimità dolce e cara, di cui aveva immaginato dovesse godere quella famigliuola; di cui per riflesso aveva goduto anche lui; crollava, se quella donna, di furto, al bujo, veniva alla finestra per un estraneo.
Questo estraneo, sí, era lui.
Eppure, prima di ritirarsi, prima di richiudete la vetrata, ella gli bisbigliò:
- Buona sera!
Che avevano fantasticato di lui le due donne che lo ospitavano, da suscitare e accendere cosí la curiosità di quella donna? Che strana, potente attrazione aveva operato su lei il mistero di quella sua vita chiusa, se fin dalla prima volta, lasciando di là i suoi piccini, era venuta a lui, quasi a tenergli un po' di compagnia?
L'uno di faccia all'altra, benché avessero entrambi schivato di guardarsi e avessero quasi finto davanti a se stessi d'essere alla finestra senza alcuna intenzione, tutti e due - ne era certo - avevano vibrato dello stesso tremito d'ignota attesa, sgomenti del fascino che cosí da vicino li avvolgeva nel bujo.
Quando, a sera tarda, egli richiuse la finestra, ebbe la certezza che la sera dopo ella, spento il lume, si sarebbe riaffacciata per lui.
E cosí fu.
D'allora in poi Tullio Buti non attese piú nella sua cameretta il lume dell'altra casa; attese con impazienza, invece, che quel lume fosse spento.
La passione d'amore, non mai provata, divampò vorace, tremenda nel cuore di quell'uomo per tanti anni fuori della vita, e investí, schiantò, travolse come in un turbine quella donna.
Lo stesso giorno che il Buti sloggiò dalla cameretta delle Nini, scoppiò come una bomba la notizia che la signora del terzo piano della casa accanto, la signora Masci, aveva abbandonato il marito e i tre figliuoli.
Rimase vuota la cameretta, che aveva ospitato per circa quattro mesi il Buti; rimase spenta per parecchie settimane la stanza dirimpetto, ove la famigliuola soleva ogni sera raccogliersi a cena.
Poi il lume fu riacceso su quel triste desco, attorno al quale un padre istupidito dalla sciagura mirò i visi sbigottiti di tre bimbi che non osavano volgere gli occhi all'uscio, donde la mamma soleva entrare ogni sera con la zuppiera fumante.
Quel lume riacceso sul triste desco tornò allora a rischiarare, ma spettrale, la cameretta di contro, vuota.
Se ne sovvennero, dopo alcuni mesi dalla loro crudele follia, Tullio Buti e l'amante?
Una sera le Nini, spaventate, si videro comparir dinanzi, stravolto e convulso, il loro strano inquilino.
Che voleva? La cameretta, la cameretta, se era ancora sfitta! No, non per sé, non per starci! per venirci un'ora sola, un momento solo almeno, ogni sera, di nascosto! Ah, per pietà, per pietà di quella povera madre che voleva rivedere da lontano, senz'esser veduta, i suoi figliuoli! Avrebbero usato tutte le precauzioni; si sarebbero magari travestiti; avrebbe colto ogni sera il momento che nessuno fosse per le scale; egli avrebbe pagato il doppio, il triplo la pigione, per quel momento solo.
No.
Le Nini non vollero acconsentire.
Solo, finché la cameretta restava sfitta, concessero che qualche rara volta...
- oh, ma per carità, a patto che nessuno li avesse scoperti! Qualche rara volta...
La sera dopo, come due ladri, essi vennero.
Entrarono quasi rantolanti nella cameretta al bujo, e attesero, attesero che s'inalbasse ancora del lume dell'altra casa.
Di quel lume dovevano vivere ormai, cosí, da lontano.
Eccolo!
Ma Tullio Buti non poté in prima sostenerlo.
Lei, invece, coi singhiozzi che le gorgogliavano in gola, lo bevve come un'assetata, si precipitò ai vetri della finestra, premendosi forte il fazzoletto su la bocca.
I suoi piccini...
i suoi piccini...
i suoi piccini, là...
eccoli...
a tavola...
Egli accorse a sorreggerla, e tutti e due rimasero lí, stretti, inchiodati, a spiare.
LEVIAMOCI QUESTO PENSIERO
Nella camera mortuaria erano raccolti tutti i parenti: il padre vecchissimo, le sorelle coi loro mariti, i fratelli con le loro mogli e i figliuoli piú grandi; e chi piangeva silenziosamente, col fazzoletto sugli occhi; e chi, scotendo amaramente il capo, appena appena, con gli angoli della bocca contratti in giú, mirava sul letto tra i quattro ceri la povera morta cosparsa di fiori, con un piccolo crocefisso d'argento e la corona del rosario di grani rossi tra le mani dure, livide, composte a forza sul petto.
Bernardo Sopo, il marito, passeggiava nella camera accanto.
Di larghe spalle, quantunque povero e tardo di gambe, calvo e barbuto come un padre cappuccino, con gli occhi socchiusi, le lenti dimenticate su la punta del naso, le mani a tergo, passeggiava; si fermava di tratto in tratto; diceva:
- Ersilia...
poveretta...
Si rimetteva a passeggiare, e poco dopo si fermava per ripetere:
- Poveretta.
Il suono de' suoi passi, il suono della sua voce, in quella che non pareva neppure un'esclamazione di compianto, ma quasi una conclusione ragionata, urtavano i parenti muti e raccolti nel cordoglio.
Urtava peggio la sua presenza, ogni qual volta egli veniva a fermarsi un momento su la soglia e, col capo reclinato indietro e gli occhi tra i peli, guardava tutti in giro, come per compassione di quello spettacolo di morte, ch'essi stavano lí a rappresentare sinceramente, quasi per esercizio d'un dovere, oh tristissimo sí, ma al tutto inutile.
E appena egli voltava le spalle per rimettersi a passeggiare nella stanza accanto, tutti avevano ]'impressione che, cosí passeggiando, quell'uomo stésse ad aspettare, con forzata pazienza, che si finisse una buona volta di piangere.
A un certo punto lo videro entrare nella camera con un'aria che gli conoscevano bene, aria di rassegnazione, ma testarda, con la quale sfidava le proteste e accoglieva le ingiurie di tutti, come un asino le nerbate senza rimuoversi d'un passo dall'orlo del precipizio.
Quasi quasi temettero che andasse a soffiare sui quattro ceri per spegnerli, come a dire che lo spettacolo era già durato abbastanza e poteva aver fine.
Di tanto tutti quei parenti stimavano capace Bernardo Sopo.
E certo, se fosse dipeso da lui - no, spenti no, spenti mai - ma non sarebbero stati certo accesi quei ceri, né sparsi quei fiori, né posti in mano alla morta quel crocefisso e quella corona di grani rossi.
Non per la ragione, però, che con maligno animo sospettavano i parenti.
Bernardo Sopo si accostò al suocero e lo pregò di recarsi con lui, per un momento, nello scrittojo.
Qua, la vista dei mobili quieti, in penombra, che non sapevano nulla di quanto era accaduto di là, lo fece sbuffare, specialmente la vista degli scaffali pieni zeppi di pesanti libri dl filosofia.
Aperto un cassetto della scrivania, ne trasse una cartella di rendita intestata alla moglie defunta, e la porse al suocero.
Questi, stordito dalla sciagura, guardò coi calvi occhi, insanguati nel pianto, prima quella cartella, poi il genero, senza comprendere.
- La dote d'Ersilia, - gli disse il Sopo.
Il vecchio, sdegnato, buttò la cartella su la scrivania e, poiché anche lí, non reggendosi in piedi, era cascato a sedere su la prima seggiola, si levò come sospinto da una susta, per ritornare alla camera mortuaria.
Ma Bernardo Sopo, strizzando dolorosamente gli occhi e protendendo le mani, cercò di trattenerlo.
- Per carità, - pregò.
- Tutto quello che si deve fare...
- Ma piangere! - gli gridò il vecchio, - piangere! piangere per ora, e niente altro!
Bernardo Sopo tornò a strizzare dolorosamente gli occhi, per pietà profonda di quel povero vecchio, di quel povero padre; ma poi sollevò la faccia, sollevò il petto, trasse con le nari quanta piú aria poté, e quindi, vôtandosene, con gesto di sconsolata stanchezza, disse:
- A che giova?
Non avendo avuto figliuoli dalla moglie, egli doveva restituire la dote.
Bisognava che si levasse questo pensiero.
Un altro pensiero, che non gli pareva l'ora di levarsi, era quello della casa.
Morta la moglie e dovendo restituire la dote, egli con quel che aveva di suo e coi tanti pesi che aveva addosso, non poteva piú sostenerne la pigione.
Quella casa, per altro, sarebbe stata troppo grande per lui, che restava ormai solo.
Per fortuna, essa figurava come locata alla moglie; sicché dunque il contratto, con la morte di questa, si scioglieva naturalmente.
Ma c'erano i mobili, i mobili, tutti quei mobili di cui la povera morta, che amava gli agi, aveva ingombrato le stanze fin negli angoli piú riposti.
E Bernardo Sopo se li sentiva come tanti macigni sul petto.
Ci mancavano ancora sei giorni a finire il mese.
La pigione di quel mese era pagata; non avrebbe voluto pagare quella del mese venturo a cagione di tutti quei mobili là, di cui non sapeva che farsi.
Aveva già stabilito d'andarsene in una camera mobiliata.
Intanto, come far presto? Per levarsi quest'altro pensiero dei mobili, bisognava che prima la moglie fosse portata via al camposanto; e dovevano passare almeno quarantotto ore, per espressa volontà dei parenti, morta com'era all'improvviso, di paralisi cardiaca.
- Quarantotto ore, - diceva fra sé Bernardo Sopo, seguitando a passeggiare con gli occhi socchiusi e grattandosi il mento con la mano irrequieta tra i peli della folta barba da padre cappuccino.
- Quarantotto ore! Come se la povera Ersilia potesse non esser morta davvero! Purtroppo è morta! Purtroppo per me, non per lei.
Ah lei sí, povera Ersilia, se l'è levato questo pensiero della morte.
Mentre noi qua, ora...
Tutte queste sciocchezze da fare; e che si devono fare! la veglia al cadavere, sicuro, e i ceri e i fiori e i funerali in chiesa e il trasporto e il seppellimento.
Quarantotto ore!
E non badando alle torve occhiate che tutti gli lanciavano per quel che or ora il suocero era tornato a riferire su la cartella della dote, seguitò a dimostrare in tutti i modi la smania, l'affanno che quell'attesa forzata gli cagionava.
Assillato dalla sollecitudine, non trovava requie; s'accostava a questo e a quello dei parenti piú intimi della defunta, irresistibilmente tratto dall'idea di proporgli qualcuna delle tante cose che si dovevano fare; ma subito avvertiva in quello la repulsione, l'urto.
Non se n'aveva per male.
Già c'era avvezzo.
Del resto riconosceva che quella repulsione, quell'urto erano naturali verso uno che, come lui, stava a rappresentare le dure necessità dell'esistenza.
Comprendeva e compativa.
Gli restava un pezzo accanto, a guardarlo attraverso le pàlpebre semichiuse, inerte, ingombrante, soffocante, finché non provocava con uno sbuffo la domanda:
- Mi vuoi?
Accennava di sí col capo, mestamente, e con aria stanca, abbattuta, se lo portava a passeggiare nella sala da pranzo.
Qua, dopo essere andato due o tre volte sú e giú, esclamando a tratti: - "La vita, caro, che tristezza!" - "La vita...
che miseria!" - oppure di nuovo: - "Ersilia...
poveretta..." - si fermava e, con atteggiamento umile e pietoso, o fingendosi all'improvviso distratto, sospirava:
- Tu, se vuoi, caro, potresti prenderti intanto queste due vetrine col servizio da tavola e la cristalleria; anche la credenza, se vuoi.
L'offerta, in quel punto, col cadavere ancor lí presente, pareva a quello un insulto, anzi peggio, un pugno sul petto.
E senza avere altra risposta, che uno sguardo di disgusto, d'abominazione, Bernardo Sopo si vedeva lasciato in asso.
Il che però non gli toglieva l'animo d'accostarsi, poco dopo, a un altro dei parenti piú intimi e di portarselo a passeggiare nel salotto per proporgli a un certo punto, come a quell'altro:
- Se ti piacciono questo canapè e queste poltroncine, puoi prenderle, sai, caro!
Finché, vedendo che tutti a un modo i piú intimi gli si rivoltavano scandalizzati, non cominciò a profferire i mobili e gli oggetti della casa ai meno intimi e anche a qualche estraneo, amico di casa, i quali, con minor scrupolo, ma pur perplessi e timidi, lo ringraziavano.
Bernardo Sopo troncava subito i ringraziamenti con un gesto della mano, alzava le spalle per significare che non dava alcuna importanza al regalo, e soggiungeva:
- Dovresti affrettarti piuttosto a farli portar via; mi preme di sgombrare al piú presto.
Quegli altri allora presero a fulminarlo dalla camera mortuaria con certi occhiacci da spiritati e a dar segni d'ira e di sdegno e di dispetto, per un altro verso.
No, non avevano diritto, nessun diritto su quei mobili che appartenevano a lui soltanto, a Bernardo Sopo; ma perdio, era un'indecenza!
E a uno a uno, non riuscendo piú a trattenersi, balzarono da sedere e corsero a investirlo, a gridargli tra i denti che doveva vergognarsi di quel che stava facendo, vergognarsi, come si vergognavano per lui quelli stessi che, nell'imbarazzo, non avevano saputo opporsi alle profferte.
Li chiamavano in testimonianza:
- È vero? è vero?
Quelli si stringevano nelle spalle, con un sorriso afflitto su le labbra.
- Ma certo! ognuno! esclamavano allora i parenti.
- Sono mortificazioni!
E Bernardo Sopo, sempre con gli occhi chiusi, aprendo le braccia:
- Ma scusate, perché, cari, perché? Io mi spoglio...
Per me è finita, cari miei! Bisogna che non ci pensi piú! So quello che porto addosso.
Lasciatemi fare.
Son cose che si devono fare.
Quelli gridavano:
- Va bene, si devono fare; ma a tempo e a luogo, perdio!
E allora lui, per troncare il discorso, rimettendosi:
- Capisco...
capisco...
Ma non capiva affatto; o piuttosto, capiva questo soltanto: ch'era una debolezza quell'indugio che si voleva frapporre; una debolezza, come tutto quel pianto là.
Lo credevano senza cuore, perché egli non piangeva.
Ma dimostrava forse il pianto la intensità del dolore? Dimostrava la debolezza di chi soffre.
Chi piange vuol far conoscere che soffre, o vuole intenerire, o chiede conforto e commiserazione.
Egli non piangeva, perché sapeva che nessuno avrebbe potuto confortarlo, e che era inutile ogni commiserazione.
Né c'era da aver pena per quelli che se n'andavano.
Fortunati da invidiare, anzi!
La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la morte, uno sbuffo di piú densa tenebra nell'oscurità.
Né al lume della scienza per la vita, né al lume della fede per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità non vedeva profilarsi altro, a ogni passo, che le sgradevoli, dure, ispide necessità dell'esistenza, a cui era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito perciò affrontare o subire, per levarsene al piú presto il pensiero.
Ecco, sí, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era altro che questo: un pensiero, una sequela di pensieri da levarsi.
Ogni indugio era una debolezza.
Tutti quei parenti che s'indignavano, sapevan pur bene che egli era stato sempre cosí.
Quante volte non li aveva fatti ridere la loro Ersilia, raccontando con festosa esagerazione le furiose avventure della sua vita coniugale con quell'uomo, il quale, poveretto, che poteva farci? aveva in corpo la smania, la frenesia di levarsi tutti i pensieri, appena gli si affacciassero alla mente come un'ineluttabile necessità.
Anche, anche a letto, sí, tutti i pensieri! Ed ella, la poverina, si rappresentava come una cagnetta stanca, in corsa perpetua, dietro a lui, sempre con tanto di lingua fuori.
Si doveva andare a teatro? Quell'uomo non aveva piú requie.
Non già perché gli premesse il teatro; anzi al contrario! Il pensiero d'andarci diventava per lui un tale incubo, che non gli pareva l'ora di levarselo; e, sissignori, ogni volta, un'ora prima, nel palco, al bujo, ad aspettare!
Si doveva partire? Misericordia di Dio! Un precipizio.
Bauli, valige, fagotti; caccia, cocchiere! corri, facchino! E i sudori! e i sudori! e quante cose smarrite, e quante dimenticate, per arrivare alla stazione due ore prima della partenza del treno! Non già perché temesse di perdere la corsa, ma perché non poteva piú aspettare in casa, neanche un minuto, con quel pensiero della partenza che lo assillava.
E quante volte non s'era presentato in casa con un fagotto di cinque o sei paja di scarpe, per levarsi per un pezzo il pensiero di comperarle! Era forse l'unico dei contribuenti che pagasse tutte in una volta per l'annata le rate delle tasse, sempre il primo dietro gli sportelli dell'esattoria.
Per miracolo, all'alba del giorno segnato per il pagamento della prima rata, non andava a svegliare in casa l'esattore.
Sempre, nel vederlo assaettato cosí in tutte le faccende, aveva cercato di arrestarlo la povera Ersilia; poi, quando lo vedeva stanco o smanioso, con tanto tempo avanti a sé che non sapeva piú come riempire, gli domandava:
- Vedi? Ti sei levato il pensiero, Bebi mio; e ora? e ora?
A questa domanda Bernardo Sopo si metteva a scuotere il capo, sempre con gli occhi chiusi.
Non voleva confessare, non che agli altri, ma nemmeno a se stesso, che nel fondo piú recondito di quella oscurità che si sentiva dentro e che né il lume della scienza né quello della fede riuscivano mai a stenebrare neppur d'un primo frigido pallor d'alba, gli palpitava come un'ansia indefinibile, l'ansia di un'attesa ignota, un presentimento vago, che nella vita ci fosse da fare qualche cosa, che non era mai quella delle tante a cui correva dietro per levarsene subito il pensiero.
Ma pur troppo, sempre, quando di queste s'era levato il pensiero, restava come sospeso e anelante in un vuoto smanioso.
Gli rimaneva quell'ansia, dentro: ma l'attesa, ahimè, era sempre vana, sempre.
E gli anni erano passati e passavano, e Bernardo Sopo, oggi piú stanco e piú stufo di jeri, ma pur non meno obbediente a tutte le piú dure necessità dell'esistenza, anzi tanto piú obbediente quanto piú stanco e piú stufo, non riusciva a comprendere che proprio per questo, proprio per obbedire a quelle necessità, si stésse nella vita.
Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse venuti su la terra e ci si stésse per questo?
Oh sí, c'erano i sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le scoperte della scienza.
Ma a Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi, scherzi graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni.
Che concludevano?
S'era convinto, man mano sempre piú, che l'uomo su la terra non poteva concluder nulla, che tutte le conclusioni a cui l'uomo credeva d'esser venuto, erano per forza illusorie o arbitrarie.
L'uomo è nella natura, è la natura stessa che pensa, che produce in lui i suoi frutti di pensiero, frutti secondo le stagioni anch'essi, come quelli degli alberi, effimeri forse un po' meno, ma effimeri per forza.
La natura non può concludere, essendo eterna; la natura, nella sua eternità, non conclude mai.
E dunque, neppur l'uomo!
Se n'accorgeva bene Bernardo Sopo, quando, nel tempo che sempre gli avanzava, si astraeva dalle volgari contingenze, dalle brighe quotidiane, dai doveri che s'era imposti, dalle abitudini che s'era tracciate, e allargava i confini della consueta visione della vita e si sollevava, spassionato, a contemplare da questa altezza tragica e solenne la natura.
S'accorgeva che, per concludere, l'uomo si metteva un paraocchi, che gli facesse vedere per alcun tempo una cosa sola; ma, quando credeva di averla raggiunta, non la trovava piú, perché, levandosi quel paraocchi e scoprendoglisi la vista di tutte le cose intorno, addio conclusione!
Che restava dunque a non volersi illudere coscientemente, quasi per uno scherzo? Ahimè, nient'altro che le dure necessità dell'esistenza, da subire o da affrontare subito, per levarsene il pensiero al piú presto.
Ma allora, tanto valeva uccidersi, per levarsi subito il pensiero di tutto.
Bravo, sí! uccidersi...
Poterlo fare! Bernardo Sopo non poteva: la sua vita era purtroppo una necessità, di cui non si poteva levare il pensiero.
Aveva fuori tanti parenti poveri, per cui doveva vivere.
Dopo il trasporto e il seppellimento della moglie, riuscito a spogliarsi di tutto nei pochi giorni che restavano a finire il mese, si ridusse a viver solo, miseramente, in una cameretta d'affitto.
Nessuno dei parenti della moglie volle piú sapere di lui.
Né egli se ne dolse.
Si sbarazzò subito di moltissime necessità che, anche vivendo la moglie, aveva sempre stimate superflue, ma accettate per lei, subite o affrontate col solito coraggio e la solita rassegnazione.
Si restrinse in tutte le spese di vitto, di biancheria, di vestiario, a cui la moglie lo obbligava, per non ridurre di troppo, ora che la moglie non c'era piú, gli assegni a quei parenti poveri, che non glie ne restavano affatto grati.
Neppur di questo egli si doleva.
Stimava il suo sacrifizio come dovere, come necessità, anch'essa incresciosa; e lo lasciava intendere chiaramente nelle sue lettere a quei parenti, che perciò non gli restavano grati.
Essi, insomma, come tutto il resto, rappresentavano per lui un pensiero da levarsi, da levarsi al piú presto, ogni mese.
Anche a costo di mangiare cosí, una sola volta al giorno, e anche scarsamente.
Subito subito, anche quel desinarino, per non pensarci piú per tutto il giorno.
Sbrigate cosí subito le poche faccende, a cui ormai gli restava da attendere, gli crebbe innanzi piú che mai il tempo, il vuoto smanioso, che non sapeva come riempire.
Cominciò a spenderlo a profitto degli altri, di gente che conosceva appena, di cui per caso veniva a conoscere la necessità.
Ma, al solito, anche da questi beneficati non ebbe altro compenso che sgarbi e ingratitudine.
Gli mancava al tutto il senso dell'opportunità, perché non riusciva a intendere che si potesse provar piacere a indugiarsi nelle illusioni, convinto com'era che ogni indugio, di fronte alle necessità impellenti e ineluttabili dell'esistenza, fosse una debolezza.
E non aveva né pietà, né considerazione per tutti quei deboli che indugiavano: si presentava quando non doveva, a ricordar loro quelle necessità, con un'aria sempre piú stanca e piú oppressa, che diceva chiaramente: "Vedete, pur essendo cosí, pur costandomi tanto, io sono qua, pronto; sú, cari miei, leviamoci questo pensiero!"
E ormai tutti, appena lo vedevano da lontano, spiritavano.
Era divenuto un incubo per tutti.
Tutti credevano ch'egli provasse un gusto feroce a tormentare, a opprimere.
Le gambe, con gli anni, gli divennero sempre piú tarde.
Nulla era piú penoso che il vedere com'egli si adoperasse, ora, nella corsa dietro a quelle necessità sue e altrui, e cercasse il verso d'andare speditamente con quelle povere gambe che pareva lo lasciassero sempre allo stesso punto.
Avviluppato nell'ombra tremenda del tempo che gli avanzava, col rodío, l'assillo di tante sollecitudini non sue soltanto, gli avveniva spesso di fermarsi di botto in mezzo alla via, non ricordandosi piú dove fosse diretto, che cosa dovesse fare.
Col bastone sotto l'ascella, il cappello in mano, l'altra mano sul mento, irrequieta tra i peli della folta barba, restava un pezzo a pensare, con gli occhi chiusi, ripetendo piano a se stesso:
- Io dovevo fare una cosa...
E cosí una volta lo colse, in mezzo a una piazza deserta, di pieno meriggio, un'automobile che passava di furia.
Travolto in un attimo, sballottato sotto le ruote, Bernardo Sopo, con le costole fracassate e le braccia e le gambe spezzate, fu raccolto moribondo da alcuni vetturini di stazione e trasportato all'ospedale, privo di conoscenza.
Si riebbe pochi momenti prima di morire; riaprí gli occhi appannati; guardò un pezzo accigliato il medico e gli infermieri attorno al letto: poi, reclinando il capo sui guanciali, ripeté con l'ultimo sospiro:
- Io dovevo fare una cosa...
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