IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 24
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Né ella poteva negare; ella non poteva altro che piangere e spaventarsi allorché se lo vedeva sopra terribile, scontraffatto dall'ira per uno di quei ricordi che gli aveva acceso la visione sinistra dei sospetti piú infami.
- Cosí, è vero? - le ruggiva sul volto, - ti stringeva cosí...
le braccia, cosí? la vita...
come te la stringeva...
cosí? cosí? e la bocca? come te la baciava? cosí?
E la baciava e la mordeva e le strappava i capelli, quei poveri capelli non piú pettinati, perché egli non voleva che si pettinasse piú, né che piú tenesse il busto, né che si prendesse la minima cura della persona.
Non valse a nulla la nascita d'una prima figlia, e poi d'una seconda; crebbe anzi con esse il martirio di lei, e tanto piú, quanto piú le due povere creaturine man mano, con gli anni, cominciarono a comprendere.
Assistevano, atterrite, a quei súbiti assalti di pazzia furiosa, a quelle scene selvagge, per cui i loro visini si scolorivano e s'ingrandivano i loro occhi smisuratamente!
Ah quegli occhi, in quei visini smorti! Pareva che essi soltanto crescessero, dalla paura che li teneva sempre sbarrati.
Gracili, pallide, mute, andavano dietro alla mamma nell'ombra di quella carcere, aspettando ch'egli uscisse di casa, per affacciarsi con lei a quell'unica finestretta aperta, a bere un po' d'aria, a guardare il mare lontano e a contarvi nelle giornate serene le vele delle paranze; a guardare la campagna e a contare anche qua le bianche villette sparse tra il vario verde dei vigneti, dei mandorli e degli olivi.
Non erano mai uscite di casa, e avrebbero tanto desiderato di esser là, in mezzo a quel verde, e domandavano alla madre se lei, almeno, fosse mai stata in campagna, e volevano sapere com'era.
Nel sentirle parlare cosí, non poteva tenersi di piangere, e piangeva silenziosamente, mordendosi il labbro e carezzando le loro testine, finché il cordoglio non le faceva venire l'affanno, un affanno insopportabile, per cui avrebbe voluto balzare in piedi, smaniosa; ma non poteva.
Il cuore, il cuore le batteva precipitoso come il galoppo d'un cavallo scappato.
Ah, il cuore, il cuore non le reggeva piú, fors'anche per tutta quella grassezza, per tutta quella gravezza di carne morta, senza piú sangue.
Poteva ormai parere, tra l'altro, uno scherno atroce la gelosia di quell'uomo per una donna a cui, dietro, le spalle non piú sostenute dal busto erano quasi scivolate e, davanti, il ventre salito enormemente, quasi a sorreggere il grosso petto floscio; per una donna che s'aggirava per casa, ansante, con lenti passi faticosí, spettinata, imbalordita dal dolore, ridotta quasi materia inerte.
Ma egli la vedeva sempre quale era stata tanti anni addietro, quando la chiamava Mommina, o anche Mummi, e subito, proferito il nome, gli veniva di stringerle le bianche e fresche braccia trasparenti sotto il merletto della camicetta nera, stringergliele di nascosto, forte forte, con tutta la veemenza del desiderio, fino a farle emettere un piccolo grido.
Nella villa comunale sonava allora la banda del reggimento e il profumo intenso e soave dei gelsomini e delle zàgare, nel caldo alito della sera, inebriava.
Ora la chiamava Momma, o anche, quando pur con la voce la voleva percuotere: - Mò!
Per fortuna, da qualche tempo non stava piú molto in casa; usciva anche di sera e non rincasava mai prima del tocco.
Lei non si curava affatto di sapere dove andasse.
La sua assenza era il piú gran sollievo che potesse sperare.
Messe a letto le figliuole, ogni sera stava ad aspettarlo affacciata a quella finestretta.
Guardava le stelle; aveva sotto gli occhi tutto il paese; una strana vista: tra il chiarore che sfumava dai lumi delle strade anguste, brevi o lunghe, tortuose, in pendío, la moltitudine dei tetti delle case, come tanti dadi neri vaneggianti in quel chiarore; udiva nel silenzio profondo dalle viuzze piú prossime qualche suono di passi; la voce di qualche donna che forse aspettava come lei; l'abbajare d'un cane e, con piú angoscia, il suono dell'ora dal campanile della chiesa piú vicina.
Perché misurava il tempo quell'orologio? a chi segnava le ore? Tutto era morto e vano.
Una di quelle sere, ritrattasi sul tardi dalla finestretta e vedendo nella camera, buttato scompostamente su una seggiola, l'abito che il marito soleva indossare (era uscito quella sera piú presto del solito e s'era vestito d'un altro abito, che teneva riposto per le grandi occasioni), pensò di frugare per curiosità nella giacca, prima di appenderla nell'armadio.
Vi trovò uno di quei manifestini di teatro a stampa, che si distribuiscono nei caffè e per le vie.
Vi si annunziava per quella sera appunto, nel teatro della città, la prima rappresentazione della "Forza del destino".
Vedere quell'annunzio, leggere il titolo dell'opera, e rompere in un pianto disperato fu tutt'uno.
Il sangue le aveva fatto un tuffo, le era piombato d'un tratto al cuore e d'un tratto risalito alla testa, fiammeggiandole innanzi agli occhi il teatro della sua città, il ricordo delle antiche serate, la gioja spensierata della sua giovinezza tra le sorelle.
Le due figliuole si svegliarono di soprassalto e accorsero, spaventate, in camicina.
Credevano che fosse ritornato il padre.
Vedendo la madre piangere sola, con quel foglietto di carta gialla sulle ginocchia, restarono stupite.
Allora ella, non potendo in prima articolar parola, si mise ad agitare quel manifestino, e poi, tranghiottendo le lagrime e scomponendo orribilmente il volto lagrimoso per sforzarlo a sorridere, cominciò a dire tra i singhiozzi che si mutavano in strani scatti di riso:
- Il teatro...
il teatro...
ecco qua, il teatro...
"La forza del destino".
Ah voi, piccoline mie, povere animucce mie, non sapete.
Ve lo dico io, ve lo dico io, venite, tornate ai vostri lettucci per non raffreddarvi.
Ora ve lo faccio io, sí, sí, ora ve lo faccio io, il teatro.
Venite!
E ricondotte a letto le figliuole, tutta accesa in volto e sussultante ancora dai singulti, prese a descrivere affollatamente il teatro, gli spettacoli che vi si davano, la ribalta, l'orchestra, gli scenarii, poi a narrare l'argomento dell'opera e a dire dei varii personaggi, com'erano vestiti, e infine, tra lo stupore delle piccine che la guardavano, sedute sul letto, con tanto d'occhi e temevano che fosse impazzita, si mise a cantare con strani gesti questa e quell'aria e i duetti e i cori, a rappresentar la parte dei varii personaggi, tutta "La forza del destino"; finché, esausta, con la faccia paonazza dallo sforzo, non arrivò all'ultima aria di Leonora: "Pace, pace, mio Dio".
Si mise a cantarla con tanta passione che, dopo i versi
Come il dí primo da tant'anni dura
Profondo il mio soffrir,
non poté andare piú avanti: scoppiò di nuovo in pianto.
Ma si riprese subito; si alzò, fece ridistendere nei lettucci le figliuole sbalordite e, baciandole e rincalzando le coperte, promise che il giorno appresso, appena uscito di casa il padre, avrebbe rappresentato loro un'altra opera, piú bella, "Gli Ugonotti", sí, e poi un'altra, una al giorno! Cosí le sue care piccine avrebbero almeno vissuto della sua vita d'un tempo.
Rincasando dal teatro, Rico Verri notò subito nel volto della moglie un'accensione insolita.
Ella temette che il marito la toccasse: si sarebbe accorto allora del fremito convulso che ancora la agitava tutta.
Quando, la mattina seguente, egli notò qualcosa d'insolito anche negli occhi delle figliuole, entrò in sospetto; non disse nulla; ma si propose di scoprire se mai ci fosse qualche accordo segreto, sopraggiungendo in casa all'improvviso.
Nel sospetto si raffermò la sera del dí seguente, trovando la moglie disfatta, con un affanno da cavallo, gli occhi schizzanti, il volto congestionato, incapace di reggersi in piedi; e le figliuole addirittura imbalordite.
Tutti "Gli Ugonotti", tutti, dalla prima all'ultima battuta, aveva loro cantato, e non solo cantato, anche rappresentato, sostenendo a volta a volta, e anche a due e tre alla volta, tutte le parti.
Le bimbe avevano ancora negli orecchi l'aria di Marcello:
Pif, paf, pif,
Dispersa sen vada
La nera masnada
e il motivo del coro che avevano imparato a cantare insieme con lei:
Al rezzo placido
Dei verdi faggi
Correte, o giovani
Vaghe beltà...
Rico Verri sapeva che da qualche tempo la moglie soffriva di mal di cuore, e finse di credere a un improvviso assalto del male.
Il giorno dopo, rincasando due ore prima del solito, nell'introdurre le due chiavi tedesche nei buchi delle serrature credette di udire strane grida nell'interno della casa; tese l'orecchio; guardò, infoscandosi, le finestre serrate...
Chi cantava in casa sua? "Miserere d'un uom che s'avvia..." Sua moglie? "Il Trovatore"?
Sconto col sangue mio
L'amor che posi in te!
Non ti scordar, non ti scordar di me,
Leonora, addio!
Si precipitò in casa; salí a balzi la scala; trovò in camera, dietro la cortina del letto, il corpo enorme della moglie buttato per terra con un cappellaccio piumato in capo, i baffetti sul labbro fatti col sughero bruciato; e le due figliuole sedute su due seggioline accanto, immobili, con le mani su le ginocchia, gli occhi spalancati e le boccucce aperte, in attesa che la rappresentazione della mamma seguitasse.
Rico Verri con un urlo di rabbia s'avventò sopra il corpo caduto della moglie e lo rimosse con un piede.
Era morta.
IL LUME DELL'ALTRA CASA
Fu una sera, di domenica, al ritorno da una lunga passeggiata.
Tullio Buti aveva preso in affitto quella camera da circa due mesi.
La padrona di casa, signora Nini, buona vecchietta all'antica, e la figliuola zitella, ormai appassita, non lo vedevano mai.
Usciva ogni mattina per tempo e rincasava a sera inoltrata.
Sapevano ch'era impiegato a un Ministero; ch'era anche avvocato; nient'altro.
La cameretta, piuttosto angusta, ammobigliata modestamente, non serbava traccia della abitazione di lui.
Pareva che di proposito, con istudio, egli volesse restarvi estraneo, come in una stanza d'albergo.
Aveva, sí, disposto la biancheria nel cassettone, appeso qualche abito nell'armadio; ma poi, alle pareti, sugli altri mobili, nulla: né un astuccio, né un libro, né un ritratto; mai sul tavolino qualche busta lacerata; mai su qualche seggiola un capo di biancheria lasciato, un colletto, una cravatta, a dar segno ch'egli lí si considerava in casa sua.
Le Nini, madre e figlia, temevano che non vi durasse.
Avevano stentato tanto ad affittare quella cameretta.
Parecchi erano venuti a visitarla; nessuno aveva voluto prenderla.
Veramente, non era né molto comoda né molto allegra, con quell'unica finestra che dava su una viuzza stretta, privata, e dalla quale non pigliava mai né aria né luce, oppressa com'era dalla casa dirimpetto che parava.
Mamma e figliuola avrebbero voluto compensare l'inquilino tanto sospirato con cure e attenzioni; ne avevano studiate e preparate tante, aspettando: - "Gli faremo questo; gli diremo quello" - e cosí e colà; specialmente lei, Clotildina, la figliuola, tante care finezze, tante care "civiltà" come diceva la madre, oh, ma cosí, senza secondo fine, aveva studiate e preparate.
Ma come usargliele, se non si lasciava mai vedere?
Forse, se lo avessero veduto, avrebbero compreso subito che il loro timore era infondato.
Quella cameretta triste, buja, oppressa dalla casa dirimpetto, s'accordava con l'umore dell'inquilino.
Tullio Buti andava per via sempre solo, senza neanche i due compagni dei solitarii piú schivi: il sigaro e il bastone.
Con le mani affondate nelle tasche del pastrano, le spalle in capo, aggrondato, il cappello calcato fin sugli occhi, pareva covasse il piú cupo rancore contro la vita.
All'ufficio, non scambiava mai una parola con nessuno dei colleghi, i quali, tra gufo e orso, non avevano ancora stabilito quale dei due appellativi gli quadrasse di piú.
Nessuno lo aveva mai veduto entrare, di sera, in qualche caffè; molti, invece, schivare di furia le vie piú frequentate per subito riimmergersi nell'ombra delle lunghe vie diritte e solitarie dei quartieri alti, e scostarsi ogni volta dal muro e girare attorno al cerchio di luce che i fanali projettano sui marciapiedi.
Né un gesto involontario, né una anche minima contrazione dei lineamenti del volto, né un cenno degli occhi o delle labbra tradivano mai i pensieri in cui pareva assorto, la doglia cupa in cui stava cosí tutto chiuso.
La devastazione, che quei pensieri e questa doglia gli dovevano aver fatto nell'anima, era evidentissima nella fissità spasimosa degli occhi chiari, acuti, nel pallore del volto disfatto, nella precoce brizzolatura della barba incolta.
Non scriveva e non riceveva mai lettere; non leggeva giornali; non si fermava né si voltava mai a guardare, qualunque cosa accadesse per istrada, che attirasse l'altrui curiosità; e se talvolta la pioggia lo coglieva alla sprovvista, seguitava ad andare dello stesso passo, come se nulla fosse.
Che stésse a farci cosí nella vita, non si sapeva.
Forse non lo sapeva neppur lui.
Ci stava...
Non sospettava forse nemmeno, che ci si potesse stare diversamente, o che, a starci diversamente, si potesse sentir meno il peso della noja e della tristezza.
Non aveva avuto infanzia; non era stato giovine, mai.
Le scene selvagge a cui aveva assistito nella casa paterna fin dai piú gracili anni, per la brutalità e la tirannia feroce del padre, gli avevano bruciato nello spirito ogni germe di vita.
Morta ancor giovane la madre per le atroci sevizie del marito, la famiglia s'era sbandata: una sorella s'era fatta monaca, un fratello era scappato in America.
Fuggito anche lui di casa, ramingo, con incredibili stenti s'era tirato sú fino a formarsi quello stato.
Ora non soffriva piú.
Pareva che soffrisse; ma s'era ottuso in lui anche il sentimento del dolore.
Pareva che stésse assorto sempre in pensieri; ma no; non pensava piú nemmeno.
Lo spirito gli era rimasto come sospeso in una specie di tetraggine attonita, che solo gli faceva avvertire, ma appena, un che d'amaro alla gola.
Passeggiando di sera per le vie solitarie, contava i fanali; non faceva altro; o guardava la sua ombra, o ascoltava l'eco dei suoi passi, o qualche volta si fermava davanti ai giardini delle ville a contemplare i cipressi chiusi e cupi come lui, piú notturni della notte.
Quella domenica, stanco della lunga passeggiata per la via Appia antica, insolitamente aveva deciso di rincasare.
Era ancora presto per la cena.
Avrebbe aspettato nella cameretta che il giorno finisse di morire e si facesse l'ora.
Per le Nini, madre e figlia, fu una gratissima sorpresa.
Clotildina, dalla contentezza, batté anche le mani.
Quale delle tante cure e attenzioni studiate e preparate, quale delle tante finezze e "civiltà" particolari, usargli prima? Confabularono mamma e figliuola: a un tratto Clotildina pestò un piede, si batté la fronte.
Oh Dio, il lume, intanto! Prima di tutto bisognava recargli un lume, quello buono, messo apposta da parte, di porcellana coi papaveri dipinti e il globo smerigliato.
Lo accese e andò a picchiare discretamente all'uscio dell'inquilino.
Tremava tanto, per l'emozione, che il globo, oscillando, batteva contro il tubo, che rischiava d'affumicarsi.
- Permesso? Il lume.
- No, grazie, - rispose il Buti, di là.
- Sto per uscire.
La zitellona fece una smorfietta, con gli occhi bassi, come se l'inquilino potesse vederla, e insistette:
- Sa, ce l'ho qua.
Per non farla stare al bujo.
Ma il Buti ripeté, duro:
- Grazie, no.
S'era seduto sul piccolo canapè dietro al tavolino, e sbarrava gli occhi invagati nell'ombra che a mano a mano s'addensava nella cameretta, mentre ai vetri smoriva tristissimo l'ultimo barlume del crepuscolo.
Quanto tempo stette cosí, inerte, con gli occhi sbarrati, senza pensare, senza avvertire le tenebre che già lo avevano avvolto?
Tutt'a un tratto, vide.
Stupito, volse gli occhi intorno.
Sí.
La cameretta s'era schiarata all'improvviso, d'un blando lume discreto, come per un soffio misterioso.
Che era? Com'era avvenuto?
Ah, ecco.
Il lume dell'altra casa.
Un lume or ora acceso nella casa dirimpetto: l'alito d'una vita estranea, ch'entrava a stenebrare il bujo, il vuoto, il deserto della sua esistenza.
Rimase un pezzo a mirare quel chiarore come alcunché di prodigioso.
E un'intensa angoscia gli serrò la gola nel notare con quale soave carezza si posava là sul suo letto, su la parete, e qua su le sue mani pallide, abbandonate sul tavolino.
Gli sorse in quell'angoscia il ricordo della sua infanzia oppressa, di sua madre.
E gli parve come se la luce di un'alba lontana, spirasse nella notte del suo spirito.
Si alzò, andò alla finestra e, furtivamente, dietro ai vetri, guardò là, nella casa dirimpetto, a quella finestra donde gli veniva il lume.
Vide una famigliuola raccolta intorno al desco: tre bambini, il padre già seduti, la mamma ancora in piedi, che stava a ministrarli, cercando - com'egli poteva argomentare dalle mosse - di frenar l'impazienza dei due maggiori che brandivano il cucchiajo e si dimenavano su la seggiola.
L'ultimo stirava il collo, rigirava la testina bionda: evidentemente, gli avevano legato troppo stretto al collo il tovagliolo; ma se la mammina si fosse affrettata a dargli la minestra, non avrebbe piú sentito il fastidio di quella legatura troppo stretta.
Ecco, ecco, infatti: ih, con quale voracità s'affrettava a ingollare! tutto il cucchiajo si ficcava in bocca.
E il babbo, tra il fumo che vaporava dal suo piatto, rideva.
Ora si sedeva anche la mammina, lí, proprio dirimpetto.
Tullio Buti fece per ritrarsi, istintivamente, nel vedere ch'ella, sedendo, aveva alzato gli occhi verso la finestra; ma pensò che, essendo al bujo, non poteva esser veduto, e rimase lí ad assistere alla cena di quella famigliuola, dimenticandosi affatto della sua.
Da quel giorno in poi, tutte le sere, uscendo dall'ufficio, invece d'avviarsi per le sue solite passeggiate solitarie, prese la via di casa; aspettò ogni sera che il bujo della sua cameretta s'inalbasse soavemente del lume dell'altra casa, e stette lí, dietro ai vetri, come un mendico, ad assaporare con infinita angoscia quell'intimità dolce e cara, quel conforto familiare, di cui gli altri godevano, di cui anch'egli, bambino, in qualche rara sera di calma aveva goduto, quando la mamma...
la mamma sua...
come quella...
E piangeva.
Sí.
Questo prodigio operò il lume dell'altra casa.
La tetraggine attonita, in cui lo spirito di lui era rimasto per tanti anni sospeso, si sciolse a quel blando chiarore.
Non pensò, intanto, Tullio Buti, a tutte le strane supposizioni che quel suo starsene al bujo doveva far nascere nella padrona di casa e nella figliuola.
Due altre volte Clotildina gli aveva profferto il lume, invano.
Avesse almeno acceso la candela! Ma no, neppure.
Che si sentisse male? Aveva osato domandarglielo Clotildina con tenera voce, dall'uscio, la seconda volta ch'era accorsa col lume.
Egli le aveva risposto:
- No; sto bene cosí.
Alla fine...
ma sí, santo Dio, scusabilissima! aveva spiato dal buco della serratura, Clotildina e, con maraviglia, veduto anche lei nella cameretta dell'inquilino il chiarore diffuso dal lume dell'altra casa: della casa dei Masci appunto; e veduto lui, lui ritto dietro ai vetri della finestra, intento a guardare lí, nella casa dei Masci.
Clotildina era corsa, tutta sossopra, ad annunziare alla mamma la grande scoperta:
- Innamorato di Margherita! di Margherita Masci! Innamorato!
Qualche sera dopo, Tullio Buti, mentre se ne stava a guardare, vide con sorpresa in quella stanza dirimpetto, ove la famigliuola al solito - ma senza il babbo, quella sera - se ne stava a cenare, vide entrare la signora Nini sua padrona di casa, e la figliuola, accolte come amiche di antica data.
A un certo punto, Tullio Buti si ritrasse d'un balzo dalla finestra, turbato, ansante.
La mammina e i tre piccini avevano alzato gli occhi verso la sua finestra.
Senza dubbio, quelle due si erano messe a parlare di lui.
E ora? Ora tutto forse era finito! La sera appresso, quella mammina, o il marito, sapendo che nella cameretta di contro c'era lui cosí misteriosamente al bujo, avrebbero accostato gli scuri; e cosí d'ora in poi non gli sarebbe venuto piú quel lume di cui viveva, quel lume ch'era il suo godimento innocente e il suo unico conforto.
Ma non fu cosí.
Quella sera stessa, allorché il lume di là fu spento, ed egli, piombato nella tenebra, dopo avere atteso ancora un poco che la famigliuola fosse andata a letto, si recò ad aprire cautamente la vetrata della finestra per rinnovare l'aria, vide anche aperta la finestra di là; vide poco dopo (e ne ebbe nel bujo un tremore di sgomento) vide affacciarsi a quella finestra la donna, forse incuriosita di quanto avevano detto di lui le Nini, mamma e figliuola.
Quei due fabbricati altissimi, che aprivano l'uno contro l'altro cosí da presso gli occhi delle loro finestre, non lasciavano vedere né, in alto, la striscia chiara di cielo, né, in basso, la striscia nera di terra, chiusa all'imboccatura da un cancello; non lasciavano mai penetrare né un raggio di sole, né un raggio di luna.
Ella, dunque, là, non poteva essersi affacciata che per lui, e certo perché s'era accorta che egli s'era affacciato a quella sua finestra spenta.
Nel bujo, potevano discernersi appena.
Ma egli da un pezzo la sapeva bella; ne conosceva già tutte le grazie delle mosse, i guizzi degli occhi neri, i sorrisi delle labbra rosse.
Piú che altro, però, quella prima volta, per la sorpresa che lo sconvolgeva tutto e gli toglieva il respiro di un fremito d'inquietudine quasi insostenibile, provò pena; dovette fare uno sforzo violento su se stesso per non ritirarsi, per aspettare che si ritirasse lei per la prima.
Quel sogno di pace, d'amore, d'intimità dolce e cara, di cui aveva immaginato dovesse godere quella famigliuola; di cui per riflesso aveva goduto anche lui; crollava, se quella donna, di furto, al bujo, veniva alla finestra per un estraneo.
Questo estraneo, sí, era lui.
Eppure, prima di ritirarsi, prima di richiudete la vetrata, ella gli bisbigliò:
- Buona sera!
Che avevano fantasticato di lui le due donne che lo ospitavano, da suscitare e accendere cosí la curiosità di quella donna? Che strana, potente attrazione aveva operato su lei il mistero di quella sua vita chiusa, se fin dalla prima volta, lasciando di là i suoi piccini, era venuta a lui, quasi a tenergli un po' di compagnia?
L'uno di faccia all'altra, benché avessero entrambi schivato di guardarsi e avessero quasi finto davanti a se stessi d'essere alla finestra senza alcuna intenzione, tutti e due - ne era certo - avevano vibrato dello stesso tremito d'ignota attesa, sgomenti del fascino che cosí da vicino li avvolgeva nel bujo.
Quando, a sera tarda, egli richiuse la finestra, ebbe la certezza che la sera dopo ella, spento il lume, si sarebbe riaffacciata per lui.
E cosí fu.
D'allora in poi Tullio Buti non attese piú nella sua cameretta il lume dell'altra casa; attese con impazienza, invece, che quel lume fosse spento.
La passione d'amore, non mai provata, divampò vorace, tremenda nel cuore di quell'uomo per tanti anni fuori della vita, e investí, schiantò, travolse come in un turbine quella donna.
Lo stesso giorno che il Buti sloggiò dalla cameretta delle Nini, scoppiò come una bomba la notizia che la signora del terzo piano della casa accanto, la signora Masci, aveva abbandonato il marito e i tre figliuoli.
Rimase vuota la cameretta, che aveva ospitato per circa quattro mesi il Buti; rimase spenta per parecchie settimane la stanza dirimpetto, ove la famigliuola soleva ogni sera raccogliersi a cena.
Poi il lume fu riacceso su quel triste desco, attorno al quale un padre istupidito dalla sciagura mirò i visi sbigottiti di tre bimbi che non osavano volgere gli occhi all'uscio, donde la mamma soleva entrare ogni sera con la zuppiera fumante.
Quel lume riacceso sul triste desco tornò allora a rischiarare, ma spettrale, la cameretta di contro, vuota.
Se ne sovvennero, dopo alcuni mesi dalla loro crudele follia, Tullio Buti e l'amante?
Una sera le Nini, spaventate, si videro comparir dinanzi, stravolto e convulso, il loro strano inquilino.
Che voleva? La cameretta, la cameretta, se era ancora sfitta! No, non per sé, non per starci! per venirci un'ora sola, un momento solo almeno, ogni sera, di nascosto! Ah, per pietà, per pietà di quella povera madre che voleva rivedere da lontano, senz'esser veduta, i suoi figliuoli! Avrebbero usato tutte le precauzioni; si sarebbero magari travestiti; avrebbe colto ogni sera il momento che nessuno fosse per le scale; egli avrebbe pagato il doppio, il triplo la pigione, per quel momento solo.
No.
Le Nini non vollero acconsentire.
Solo, finché la cameretta restava sfitta, concessero che qualche rara volta...
- oh, ma per carità, a patto che nessuno li avesse scoperti! Qualche rara volta...
La sera dopo, come due ladri, essi vennero.
Entrarono quasi rantolanti nella cameretta al bujo, e attesero, attesero che s'inalbasse ancora del lume dell'altra casa.
Di quel lume dovevano vivere ormai, cosí, da lontano.
Eccolo!
Ma Tullio Buti non poté in prima sostenerlo.
Lei, invece, coi singhiozzi che le gorgogliavano in gola, lo bevve come un'assetata, si precipitò ai vetri della finestra, premendosi forte il fazzoletto su la bocca.
I suoi piccini...
i suoi piccini...
i suoi piccini, là...
eccoli...
a tavola...
Egli accorse a sorreggerla, e tutti e due rimasero lí, stretti, inchiodati, a spiare.
LEVIAMOCI QUESTO PENSIERO
Nella camera mortuaria erano raccolti tutti i parenti: il padre vecchissimo, le sorelle coi loro mariti, i fratelli con le loro mogli e i figliuoli piú grandi; e chi piangeva silenziosamente, col fazzoletto sugli occhi; e chi, scotendo amaramente il capo, appena appena, con gli angoli della bocca contratti in giú, mirava sul letto tra i quattro ceri la povera morta cosparsa di fiori, con un piccolo crocefisso d'argento e la corona del rosario di grani rossi tra le mani dure, livide, composte a forza sul petto.
Bernardo Sopo, il marito, passeggiava nella camera accanto.
Di larghe spalle, quantunque povero e tardo di gambe, calvo e barbuto come un padre cappuccino, con gli occhi socchiusi, le lenti dimenticate su la punta del naso, le mani a tergo, passeggiava; si fermava di tratto in tratto; diceva:
- Ersilia...
poveretta...
Si rimetteva a passeggiare, e poco dopo si fermava per ripetere:
- Poveretta.
Il suono de' suoi passi, il suono della sua voce, in quella che non pareva neppure un'esclamazione di compianto, ma quasi una conclusione ragionata, urtavano i parenti muti e raccolti nel cordoglio.
Urtava peggio la sua presenza, ogni qual volta egli veniva a fermarsi un momento su la soglia e, col capo reclinato indietro e gli occhi tra i peli, guardava tutti in giro, come per compassione di quello spettacolo di morte, ch'essi stavano lí a rappresentare sinceramente, quasi per esercizio d'un dovere, oh tristissimo sí, ma al tutto inutile.
E appena egli voltava le spalle per rimettersi a passeggiare nella stanza accanto, tutti avevano ]'impressione che, cosí passeggiando, quell'uomo stésse ad aspettare, con forzata pazienza, che si finisse una buona volta di piangere.
A un certo punto lo videro entrare nella camera con un'aria che gli conoscevano bene, aria di rassegnazione, ma testarda, con la quale sfidava le proteste e accoglieva le ingiurie di tutti, come un asino le nerbate senza rimuoversi d'un passo dall'orlo del precipizio.
Quasi quasi temettero che andasse a soffiare sui quattro ceri per spegnerli, come a dire che lo spettacolo era già durato abbastanza e poteva aver fine.
Di tanto tutti quei parenti stimavano capace Bernardo Sopo.
E certo, se fosse dipeso da lui - no, spenti no, spenti mai - ma non sarebbero stati certo accesi quei ceri, né sparsi quei fiori, né posti in mano alla morta quel crocefisso e quella corona di grani rossi.
Non per la ragione, però, che con maligno animo sospettavano i parenti.
Bernardo Sopo si accostò al suocero e lo pregò di recarsi con lui, per un momento, nello scrittojo.
Qua, la vista dei mobili quieti, in penombra, che non sapevano nulla di quanto era accaduto di là, lo fece sbuffare, specialmente la vista degli scaffali pieni zeppi di pesanti libri dl filosofia.
Aperto un cassetto della scrivania, ne trasse una cartella di rendita intestata alla moglie defunta, e la porse al suocero.
Questi, stordito dalla sciagura, guardò coi calvi occhi, insanguati nel pianto, prima quella cartella, poi il genero, senza comprendere.
- La dote d'Ersilia, - gli disse il Sopo.
Il vecchio, sdegnato, buttò la cartella su la scrivania e, poiché anche lí, non reggendosi in piedi, era cascato a sedere su la prima seggiola, si levò come sospinto da una susta, per ritornare alla camera mortuaria.
Ma Bernardo Sopo, strizzando dolorosamente gli occhi e protendendo le mani, cercò di trattenerlo.
- Per carità, - pregò.
- Tutto quello che si deve fare...
- Ma piangere! - gli gridò il vecchio, - piangere! piangere per ora, e niente altro!
Bernardo Sopo tornò a strizzare dolorosamente gli occhi, per pietà profonda di quel povero vecchio, di quel povero padre; ma poi sollevò la faccia, sollevò il petto, trasse con le nari quanta piú aria poté, e quindi, vôtandosene, con gesto di sconsolata stanchezza, disse:
- A che giova?
Non avendo avuto figliuoli dalla moglie, egli doveva restituire la dote.
Bisognava che si levasse questo pensiero.
Un altro pensiero, che non gli pareva l'ora di levarsi, era quello della casa.
Morta la moglie e dovendo restituire la dote, egli con quel che aveva di suo e coi tanti pesi che aveva addosso, non poteva piú sostenerne la pigione.
Quella casa, per altro, sarebbe stata troppo grande per lui, che restava ormai solo.
Per fortuna, essa figurava come locata alla moglie; sicché dunque il contratto, con la morte di questa, si scioglieva naturalmente.
Ma c'erano i mobili, i mobili, tutti quei mobili di cui la povera morta, che amava gli agi, aveva ingombrato le stanze fin negli angoli piú riposti.
E Bernardo Sopo se li sentiva come tanti macigni sul petto.
Ci mancavano ancora sei giorni a finire il mese.
La pigione di quel mese era pagata; non avrebbe voluto pagare quella del mese venturo a cagione di tutti quei mobili là, di cui non sapeva che farsi.
Aveva già stabilito d'andarsene in una camera mobiliata.
Intanto, come far presto? Per levarsi quest'altro pensiero dei mobili, bisognava che prima la moglie fosse portata via al camposanto; e dovevano passare almeno quarantotto ore, per espressa volontà dei parenti, morta com'era all'improvviso, di paralisi cardiaca.
- Quarantotto ore, - diceva fra sé Bernardo Sopo, seguitando a passeggiare con gli occhi socchiusi e grattandosi il mento con la mano irrequieta tra i peli della folta barba da padre cappuccino.
- Quarantotto ore! Come se la povera Ersilia potesse non esser morta davvero! Purtroppo è morta! Purtroppo per me, non per lei.
Ah lei sí, povera Ersilia, se l'è levato questo pensiero della morte.
Mentre noi qua, ora...
Tutte queste sciocchezze da fare; e che si devono fare! la veglia al cadavere, sicuro, e i ceri e i fiori e i funerali in chiesa e il trasporto e il seppellimento.
Quarantotto ore!
E non badando alle torve occhiate che tutti gli lanciavano per quel che or ora il suocero era tornato a riferire su la cartella della dote, seguitò a dimostrare in tutti i modi la smania, l'affanno che quell'attesa forzata gli cagionava.
Assillato dalla sollecitudine, non trovava requie; s'accostava a questo e a quello dei parenti piú intimi della defunta, irresistibilmente tratto dall'idea di proporgli qualcuna delle tante cose che si dovevano fare; ma subito avvertiva in quello la repulsione, l'urto.
Non se n'aveva per male.
Già c'era avvezzo.
Del resto riconosceva che quella repulsione, quell'urto erano naturali verso uno che, come lui, stava a rappresentare le dure necessità dell'esistenza.
Comprendeva e compativa.
Gli restava un pezzo accanto, a guardarlo attraverso le pàlpebre semichiuse, inerte, ingombrante, soffocante, finché non provocava con uno sbuffo la domanda:
- Mi vuoi?
Accennava di sí col capo, mestamente, e con aria stanca, abbattuta, se lo portava a passeggiare nella sala da pranzo.
Qua, dopo essere andato due o tre volte sú e giú, esclamando a tratti: - "La vita, caro, che tristezza!" - "La vita...
che miseria!" - oppure di nuovo: - "Ersilia...
poveretta..." - si fermava e, con atteggiamento umile e pietoso, o fingendosi all'improvviso distratto, sospirava:
- Tu, se vuoi, caro, potresti prenderti intanto queste due vetrine col servizio da tavola e la cristalleria; anche la credenza, se vuoi.
L'offerta, in quel punto, col cadavere ancor lí presente, pareva a quello un insulto, anzi peggio, un pugno sul petto.
E senza avere altra risposta, che uno sguardo di disgusto, d'abominazione, Bernardo Sopo si vedeva lasciato in asso.
Il che però non gli toglieva l'animo d'accostarsi, poco dopo, a un altro dei parenti piú intimi e di portarselo a passeggiare nel salotto per proporgli a un certo punto, come a quell'altro:
- Se ti piacciono questo canapè e queste poltroncine, puoi prenderle, sai, caro!
Finché, vedendo che tutti a un modo i piú intimi gli si rivoltavano scandalizzati, non cominciò a profferire i mobili e gli oggetti della casa ai meno intimi e anche a qualche estraneo, amico di casa, i quali, con minor scrupolo, ma pur perplessi e timidi, lo ringraziavano.
Bernardo Sopo troncava subito i ringraziamenti con un gesto della mano, alzava le spalle per significare che non dava alcuna importanza al regalo, e soggiungeva:
- Dovresti affrettarti piuttosto a farli portar via; mi preme di sgombrare al piú presto.
Quegli altri allora presero a fulminarlo dalla camera mortuaria con certi occhiacci da spiritati e a dar segni d'ira e di sdegno e di dispetto, per un altro verso.
No, non avevano diritto, nessun diritto su quei mobili che appartenevano a lui soltanto, a Bernardo Sopo; ma perdio, era un'indecenza!
E a uno a uno, non riuscendo piú a trattenersi, balzarono da sedere e corsero a investirlo, a gridargli tra i denti che doveva vergognarsi di quel che stava facendo, vergognarsi, come si vergognavano per lui quelli stessi che, nell'imbarazzo, non avevano saputo opporsi alle profferte.
Li chiamavano in testimonianza:
- È vero? è vero?
Quelli si stringevano nelle spalle, con un sorriso afflitto su le labbra.
- Ma certo! ognuno! esclamavano allora i parenti.
- Sono mortificazioni!
E Bernardo Sopo, sempre con gli occhi chiusi, aprendo le braccia:
- Ma scusate, perché, cari, perché? Io mi spoglio...
Per me è finita, cari miei! Bisogna che non ci pensi piú! So quello che porto addosso.
Lasciatemi fare.
Son cose che si devono fare.
Quelli gridavano:
- Va bene, si devono fare; ma a tempo e a luogo, perdio!
E allora lui, per troncare il discorso, rimettendosi:
- Capisco...
capisco...
Ma non capiva affatto; o piuttosto, capiva questo soltanto: ch'era una debolezza quell'indugio che si voleva frapporre; una debolezza, come tutto quel pianto là.
Lo credevano senza cuore, perché egli non piangeva.
Ma dimostrava forse il pianto la intensità del dolore? Dimostrava la debolezza di chi soffre.
Chi piange vuol far conoscere che soffre, o vuole intenerire, o chiede conforto e commiserazione.
Egli non piangeva, perché sapeva che nessuno avrebbe potuto confortarlo, e che era inutile ogni commiserazione.
Né c'era da aver pena per quelli che se n'andavano.
Fortunati da invidiare, anzi!
La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la morte, uno sbuffo di piú densa tenebra nell'oscurità.
Né al lume della scienza per la vita, né al lume della fede per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità non vedeva profilarsi altro, a ogni passo, che le sgradevoli, dure, ispide necessità dell'esistenza, a cui era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito perciò affrontare o subire, per levarsene al piú presto il pensiero.
Ecco, sí, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era altro che questo: un pensiero, una sequela di pensieri da levarsi.
Ogni indugio era una debolezza.
Tutti quei parenti che s'indignavano, sapevan pur bene che egli era stato sempre cosí.
Quante volte non li aveva fatti ridere la loro Ersilia, raccontando con festosa esagerazione le furiose avventure della sua vita coniugale con quell'uomo, il quale, poveretto, che poteva farci? aveva in corpo la smania, la frenesia di levarsi tutti i pensieri, appena gli si affacciassero alla mente come un'ineluttabile necessità.
Anche, anche a letto, sí, tutti i pensieri! Ed ella, la poverina, si rappresentava come una cagnetta stanca, in corsa perpetua, dietro a lui, sempre con tanto di lingua fuori.
Si doveva andare a teatro? Quell'uomo non aveva piú requie.
Non già perché gli premesse il teatro; anzi al contrario! Il pensiero d'andarci diventava per lui un tale incubo, che non gli pareva l'ora di levarselo; e, sissignori, ogni volta, un'ora prima, nel palco, al bujo, ad aspettare!
Si doveva partire? Misericordia di Dio! Un precipizio.
Bauli, valige, fagotti; caccia, cocchiere! corri, facchino! E i sudori! e i sudori! e quante cose smarrite, e quante dimenticate, per arrivare alla stazione due ore prima della partenza del treno! Non già perché temesse di perdere la corsa, ma perché non poteva piú aspettare in casa, neanche un minuto, con quel pensiero della partenza che lo assillava.
E quante volte non s'era presentato in casa con un fagotto di cinque o sei paja di scarpe, per levarsi per un pezzo il pensiero di comperarle! Era forse l'unico dei contribuenti che pagasse tutte in una volta per l'annata le rate delle tasse, sempre il primo dietro gli sportelli dell'esattoria.
Per miracolo, all'alba del giorno segnato per il pagamento della prima rata, non andava a svegliare in casa l'esattore.
Sempre, nel vederlo assaettato cosí in tutte le faccende, aveva cercato di arrestarlo la povera Ersilia; poi, quando lo vedeva stanco o smanioso, con tanto tempo avanti a sé che non sapeva piú come riempire, gli domandava:
- Vedi? Ti sei levato il pensiero, Bebi mio; e ora? e ora?
A questa domanda Bernardo Sopo si metteva a scuotere il capo, sempre con gli occhi chiusi.
Non voleva confessare, non che agli altri, ma nemmeno a se stesso, che nel fondo piú recondito di quella oscurità che si sentiva dentro e che né il lume della scienza né quello della fede riuscivano mai a stenebrare neppur d'un primo frigido pallor d'alba, gli palpitava come un'ansia indefinibile, l'ansia di un'attesa ignota, un presentimento vago, che nella vita ci fosse da fare qualche cosa, che non era mai quella delle tante a cui correva dietro per levarsene subito il pensiero.
Ma pur troppo, sempre, quando di queste s'era levato il pensiero, restava come sospeso e anelante in un vuoto smanioso.
Gli rimaneva quell'ansia, dentro: ma l'attesa, ahimè, era sempre vana, sempre.
E gli anni erano passati e passavano, e Bernardo Sopo, oggi piú stanco e piú stufo di jeri, ma pur non meno obbediente a tutte le piú dure necessità dell'esistenza, anzi tanto piú obbediente quanto piú stanco e piú stufo, non riusciva a comprendere che proprio per questo, proprio per obbedire a quelle necessità, si stésse nella vita.
Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse venuti su la terra e ci si stésse per questo?
Oh sí, c'erano i sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le scoperte della scienza.
Ma a Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi, scherzi graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni.
Che concludevano?
S'era convinto, man mano sempre piú, che l'uomo su la terra non poteva concluder nulla, che tutte le conclusioni a cui l'uomo credeva d'esser venuto, erano per forza illusorie o arbitrarie.
L'uomo è nella natura, è la natura stessa che pensa, che produce in lui i suoi frutti di pensiero, frutti secondo le stagioni anch'essi, come quelli degli alberi, effimeri forse un po' meno, ma effimeri per forza.
La natura non può concludere, essendo eterna; la natura, nella sua eternità, non conclude mai.
E dunque, neppur l'uomo!
Se n'accorgeva bene Bernardo Sopo, quando, nel tempo che sempre gli avanzava, si astraeva dalle volgari contingenze, dalle brighe quotidiane, dai doveri che s'era imposti, dalle abitudini che s'era tracciate, e allargava i confini della consueta visione della vita e si sollevava, spassionato, a contemplare da questa altezza tragica e solenne la natura.
S'accorgeva che, per concludere, l'uomo si metteva un paraocchi, che gli facesse vedere per alcun tempo una cosa sola; ma, quando credeva di averla raggiunta, non la trovava piú, perché, levandosi quel paraocchi e scoprendoglisi la vista di tutte le cose intorno, addio conclusione!
Che restava dunque a non volersi illudere coscientemente, quasi per uno scherzo? Ahimè, nient'altro che le dure necessità dell'esistenza, da subire o da affrontare subito, per levarsene il pensiero al piú presto.
Ma allora, tanto valeva uccidersi, per levarsi subito il pensiero di tutto.
Bravo, sí! uccidersi...
Poterlo fare! Bernardo Sopo non poteva: la sua vita era purtroppo una necessità, di cui non si poteva levare il pensiero.
Aveva fuori tanti parenti poveri, per cui doveva vivere.
Dopo il trasporto e il seppellimento della moglie, riuscito a spogliarsi di tutto nei pochi giorni che restavano a finire il mese, si ridusse a viver solo, miseramente, in una cameretta d'affitto.
Nessuno dei parenti della moglie volle piú sapere di lui.
Né egli se ne dolse.
Si sbarazzò subito di moltissime necessità che, anche vivendo la moglie, aveva sempre stimate superflue, ma accettate per lei, subite o affrontate col solito coraggio e la solita rassegnazione.
Si restrinse in tutte le spese di vitto, di biancheria, di vestiario, a cui la moglie lo obbligava, per non ridurre di troppo, ora che la moglie non c'era piú, gli assegni a quei parenti poveri, che non glie ne restavano affatto grati.
Neppur di questo egli si doleva.
Stimava il suo sacrifizio come dovere, come necessità, anch'essa incresciosa; e lo lasciava intendere chiaramente nelle sue lettere a quei parenti, che perciò non gli restavano grati.
Essi, insomma, come tutto il resto, rappresentavano per lui un pensiero da levarsi, da levarsi al piú presto, ogni mese.
Anche a costo di mangiare cosí, una sola volta al giorno, e anche scarsamente.
Subito subito, anche quel desinarino, per non pensarci piú per tutto il giorno.
Sbrigate cosí subito le poche faccende, a cui ormai gli restava da attendere, gli crebbe innanzi piú che mai il tempo, il vuoto smanioso, che non sapeva come riempire.
Cominciò a spenderlo a profitto degli altri, di gente che conosceva appena, di cui per caso veniva a conoscere la necessità.
Ma, al solito, anche da questi beneficati non ebbe altro compenso che sgarbi e ingratitudine.
Gli mancava al tutto il senso dell'opportunità, perché non riusciva a intendere che si potesse provar piacere a indugiarsi nelle illusioni, convinto com'era che ogni indugio, di fronte alle necessità impellenti e ineluttabili dell'esistenza, fosse una debolezza.
E non aveva né pietà, né considerazione per tutti quei deboli che indugiavano: si presentava quando non doveva, a ricordar loro quelle necessità, con un'aria sempre piú stanca e piú oppressa, che diceva chiaramente: "Vedete, pur essendo cosí, pur costandomi tanto, io sono qua, pronto; sú, cari miei, leviamoci questo pensiero!"
E ormai tutti, appena lo vedevano da lontano, spiritavano.
Era divenuto un incubo per tutti.
Tutti credevano ch'egli provasse un gusto feroce a tormentare, a opprimere.
Le gambe, con gli anni, gli divennero sempre piú tarde.
Nulla era piú penoso che il vedere com'egli si adoperasse, ora, nella corsa dietro a quelle necessità sue e altrui, e cercasse il verso d'andare speditamente con quelle povere gambe che pareva lo lasciassero sempre allo stesso punto.
Avviluppato nell'ombra tremenda del tempo che gli avanzava, col rodío, l'assillo di tante sollecitudini non sue soltanto, gli avveniva spesso di fermarsi di botto in mezzo alla via, non ricordandosi piú dove fosse diretto, che cosa dovesse fare.
Col bastone sotto l'ascella, il cappello in mano, l'altra mano sul mento, irrequieta tra i peli della folta barba, restava un pezzo a pensare, con gli occhi chiusi, ripetendo piano a se stesso:
- Io dovevo fare una cosa...
E cosí una volta lo colse, in mezzo a una piazza deserta, di pieno meriggio, un'automobile che passava di furia.
Travolto in un attimo, sballottato sotto le ruote, Bernardo Sopo, con le costole fracassate e le braccia e le gambe spezzate, fu raccolto moribondo da alcuni vetturini di stazione e trasportato all'ospedale, privo di conoscenza.
Si riebbe pochi momenti prima di morire; riaprí gli occhi appannati; guardò un pezzo accigliato il medico e gli infermieri attorno al letto: poi, reclinando il capo sui guanciali, ripeté con l'ultimo sospiro:
- Io dovevo fare una cosa...
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